Devine. À quoi on joue? (Francia)
Recensione pubblicata il: 5/10/2026
Ci sono due cose che i libri di Claire Dé rendono particolarmente evidenti: la prima è che quella visiva è a tutti gli effetti una forma di lettura piena e appagante; la seconda è che a volte il verbo leggere va più d’accordo con il verbo immaginare che con il verbo comprendere. La lettura può essere gioco, invenzione, sorpresa e divertimento, senza che al lettore sia chiesto di trovare un’interpretazione univoca. E a volte questo tipo di processo trova nelle immagini fotografiche un medium straordinariamente efficace.
Quel medium, Claire Dè lo padroneggia come pochi altri, trasformandolo ogni volta in una possibilità di solletico creativo. Lo constatiamo in libri come Apri gli occhi! e Contare sulle dita, da poco approdati anche in Italia, ma anche in libri come Imagine… c’est tout blanc o Devine. À quoi on joue? che ci auguriamo possano seguire il medesimo percorso editoriale. C’è da dire che entrambi i volumi ancora inediti in Italia sono senza parole: in attesa di poterli trovare nelle nostre librerie, possiamo dunque approfittare dell’edizione d’oltralpe pubblicata da Les Grandes Personnes.
Al centro di Devine. À quoi on joue? – libro cartonato dalle pagine quadrate spesse e robuste – ci sono il gioco e la relazione. Ogni doppia pagina presenta infatti due mani, una grande e una piccola, intente a interagire attraverso elementi ludici destrutturati come piume, sassi, nastri o veli. I giochi messi in scena non sono né noti né codificati: sta al lettore immaginare come le due mani possa impiegarli, perché e secondo quale dinamica. Di fronte a queste pagine dalla composizione ipnotica – figure monocolore in giallo, rosso, verde e blu su sfondo nero – possiamo immaginare, fare ipotesi, financo inventare, perché una risposta corretta in effetti non c’è.
E qui troviamo un primo elemento di accessibilità, legato al margine di movimento lasciato al lettore. Dopodiché, c’è il ruolo giocato dalla fotografia – netta, riconoscibile, aderente al piano di realtà –, dalla chiarezza della composizione e dall’assenza di parole. Le poche lettere che troviamo qua e là, inoltre, sono di fatto piccolo onomatopee che accompagnano il gioco e vengono inserite sulla pagina quasi fossero a loro volta degli oggetti fotografati.
Da non trascurare infine il potere del fascino dell’immagine. Claire Dé dà forma, infatti, a fotografie dai colori così sgargianti, armonici e contrastati che gli oggetti paiono vivi sulla pagina, ideali non solo per incentivare curiose indagini su ciò che questi ultimi rappresentano, ma anche per appagare un piacere estetico che è motore di scoperta e fonte di piacere.
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