L’aringa rossa
Recensione pubblicata il: 29/01/2026
Questo libro senza parole si intitola L’aringa rossa. Dentro ogni pagina di questo libro si trova un’aringa rossa. Giocoforza, chi legge questo libro è portato a cercare ripetutamente, come prima cosa, proprio un’aringa rossa. Eppure – colpo di scena – l’aringa rossa non è la protagonista del racconto, anzi! È, infatti, un espediente per distrarre il lettore, proprio come nel genere giallo in cui l’espressione “aringa rossa” indica quella tecnica attraverso la quale chi legge viene deliberatamente portato su una falsa pista.
Qui, tutt’intorno all’aringa, che in ogni pagina si sposta in una posizione diversa e assume dimensioni differenti, succedono molte cose interessantissime: nella cornice di un parco cittadino, decine di personaggi – bambini, adulti e anziani – agiscono e si relazionano dando vita a micro-storie variegate e intriganti. Alcune più istantanee, altre più dilatate, queste intense narrazioni silenziose rendono viva l’inquadratura – fissa, dal canto suo, pagina dopo pagina – chiedendo al lettore di affinare lo sguardo.
Ecco, il senso dell’aringa sta forse proprio lì: nel portare lo sguardo di chi legge a zonzo per la pagina, per gioco e senza un apparente senso. Tra uno spostamento ittico e l’altro, il lettore si accorge infatti presto che val la pena allargare la prospettiva e soffermarsi su ciò che accade lì vicino, poco più distante o addirittura dall’altra parte della scena. È così che può intercettare, tra gli altri, bambini e talpe che giocano a nascondino, concerti bestiali, portatori di farfalle in valigia, siepi che cambiano forma, innamoramenti geriatrici e temporali emotivi, solo per fare una manciata di esempi.
Tutto sembra identico e fermo eppure tutto cambia e si muove. Lo stile di Alicia Varena, dal tratto sottile e i dettagli eloquenti, ha la capacità di chiamare l’occhio a soffermarsi, di chiedere tempo e cura. Solo guardando con attenzione, infatti, si distinguono chiaramente i personaggi, si colgono evoluzioni narrative, si avverte la necessità di tornare un attimo indietro per verificare cosa sia cambiato.
Abituati a vedere i wimmelbuch come libri essenzialmente destinati ai più piccoli – perché tale, perlopiù, è la produzione in Italia –, di fronte a L’aringa rossa dobbiamo proprio ricrederci. Qui il respiro delle storie, la raffinatezza stilistica e i rimandi quotidiani sanno solleticare e abbracciare un pubblico molto ampio per età e abilità, predisponendo un terreno fertile anche per approcci e lavori molto diversi tra loro. A questo concorre senz’altro anche l’apporto che Gonzalo Moure (tradotto per l’Italia da Chiara Carminati) fornisce al volume: una busta in terza di copertina raccoglie infatti le potenziali storie di alcuni personaggi del libro scritte dall’autore. Uno spunto aggiuntivo che non interferisce con la libertà di movimento offerta dal libro senza parole ma che al contempo delinea alcuni sentieri che è possibile percorrere. Al lettore, come sempre, la scelta di come e quanto seguirli.
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