Più grande, più piccolo
Quanta creatività, quanto pensiero e quante possibilità può racchiudere una fotografia! Tana Hoban, che della ricerca fotografica è maestra assoluta, ce lo ha mostrato in molti suoi libri. Giocando in maniera sapiente con la scelta dei soggetti e delle inquadrature e mettendo in fruttuoso dialogo scatti apparentemente distanti, l’autrice americana allestisce per il lettore uno spazio di scoperta e interpretazione visiva estremamente interessante.
Così accade anche nel recente Più grande, più piccolo. Pubblicato da Camelozampa, che sta facendo un preziosissimo lavoro di recupero di proposte fotografiche ormai quasi storiche ma perlopiù inedite in Italia, il libro si sviluppa in formato orizzontale e propone una fotografia per ogni pagina. Si tratta di fotografie ampie, a colori, dal sapore un po’ vintage nella definizione, nei toni e nelle atmosfere. Le popolano, infatti, ceste di vimini, servizi in porcellana, abiti, giocattoli, mezzi e accessori dichiaratamente anni ’80. Il libro è, non a caso, datato 1985 ma tante cose ha ancora da raccontare. In più, vale la pena considerare che l’evidente scarto estetico rispetto all’attualità può farsi motore aggiuntivo di curiosità.
Ma cosa ci chiamano a osservare, ricercare, collegare queste fotografie? Ce lo suggerisce il titolo: Più grande, più piccolo. Al centro dell’indagine proposta da Tana Hoban c’è dunque il rapporto di misura: un rapporto apparentemente neutro e privo di guizzi narrativi ma, in realtà, declinabile in modi suggestivi, per non dire sorprendenti. Una sola immagine può contenere, per esempio, cucchiai e cucchiaini, fruste e frustine, spatole e spatoline, ciotole e ciotoline. Un’altra due bambini di età diverse ciascuno col suo mezzo: una bici e un passeggino, le cui ruote sono chiaramente di dimensioni diverse. E poi valigie vere e valigette giocattolo, scarpe, formine, mani e forbici. Ma anche mamme e bambini, scrofe e maialini. Il concetto di grandezza viene dunque esplorato in relazione allo spazio così come al tempo. Il bello sta nel fatto che il libro non dichiara in ogni pagina quanti e quali oggetti occorra cercare: sta al lettore intuirlo e mettersi a caccia! Per farlo, quel che gli occorre è un buona capacità di osservazione. Servono dunque tempo, pazienza e intuizione: abilità che il libro solletica e sostiene attivando un’implicita dinamica ludica, privilegiando oggetti e situazioni familiari e prediligendo la riconoscibilità dei soggetti garantita dal medium fotografico.
Quelle che potrebbero apparire come pagine statiche e poco eloquenti, rivelano dunque a ben guardare un grande potenziale. Perché stimolano una lettura visiva attenta e mirata, perché portano il bambino a farsi e a condividere domande, perché incentivano l’interpretazione personale e la moltiplicazione dei percorsi d’uso. In questo senso, oltre a bypassare l’ostacolo della decodifica alfabetica, l’assenza di parole diventa un autentico facilitatore della partecipazione attiva del lettore. Considerato, a ragione, competente, questi può soffermarsi, chiedersi, guardare, fare ipotesi, dialogando con delle immagini che solleticano senza giudicare.