Tiritera giornaliera

Delicato nei toni e nelle forme, musicalmente orecchiabile e capace di favorire l’identificazione del bambino, Tiritera giornaliera è una raccolta di filastrocche pensate per un pubblico di lettori della scuola dell’infanzia. La successione dei testi in versi non è casuale ma segue di fatto la routine della giornata scolastica, prendendo in considerazione tutte le attività e le esperienze più significative che qui possono avere luogo: dai laboratori al pasto, dal gioco in giardino all’igiene, dalla nanna alla socializzazione. A ogni momento corrisponde una filastrocca di due strofe che si conclude sempre con un’onomatopea: un’espediente questo che agevola l’animazione della lettura e il coinvolgimento dei lettori.

I testi di Tiritera giornaliera sono piani ma non piatti, piacevoli da dire e ascoltare anche più volte e fruibili nonostante la struttura sintattica della frase venga talvolta condizionata dalla rima. Stampati in minuscolo, sono supportati visivamente dai simboli WLS – Widgit Literacy Symbols – della Comunicazione Aumentativa e Alternativa che aiutano il bambino, soprattutto ma non solo con difficoltà comunicative, a seguire a comprendere la narrazione. I simboli sono in bianco e nero, riquadrati insieme alle parole corrispondenti, associati a singoli lemmi e provvisti di qualificatori che indicano eventuali plurali o tempi verbali diversi dal presente.

Ogni filastrocca è associata a un’illustrazione dai toni pastello. L’interprete di ogni azione o attività è un tenero coniglio in salopette dall’aria amichevole. Le illustrazioni sono sempre minimali, prive di tinte accese e dettagli superflui che possano risultare disturbanti. È interessante notare, inoltre, come esse vengano sempre collocate su una pagina diversa da quella del testo corrispondente, così da agevolare l’orientamento del lettore e la lettura dell’oggetto libro prima ancora che della storia. Nella fattispecie, la pagina in questione è quella di sinistra, ossia la prima che il bambino incontra sfogliando la pagina: una scelta non trascurabile perché dà prima di tutto valore alla lettura delle figure, di fatto quella principale e prioritaria per i bambini in età prescolare e per i bambini con difficoltà comunicative.

In Tiritera giornaliera, così come nei volumi più recenti del suo catalogo, la casa editrice Homeless Book ha iniziato a inserire una tabella efficace e poco invasiva ad uso dei genitori, degli insegnanti e degli operatori che potrebbero farsi mediatori di lettura con i bambini. Caselle di colore e dimensione diversi, consentono di capire a colpo d’occhio il livello di complessità relativo alla narrazione, alla sintassi, al lessico e alla simbolizzazione (che si ritrovano più dettagliati sul sito dell’editore): elementi che possono avere, in effetti, un ruolo non trascurabile sulla fruibilità del volume da parte di ogni specifico bambino. Uno strumento che può essere molto utile in fase di ricerca, come sempre se usato come bussola orientativa e non come rigido selettore.

I giorni del mare

Dopo Nel mio giardino il mondo e Su e giù per le montagne, Irene Penazzi torna in vacanza con spirito bambino. Per il terzo volume della serie edita da Terre di Mezzo, l’autrice sceglie una meta marittima. Il titolo è, infatti, I giorni del mare. Come negli altri libri, anche qui troviamo una narrazione che procede per sole immagini e incontriamo tre personaggi: due bambine e un bambino. Eppure a ben guardare non sono davvero loro al centro del racconto. Sembrerebbero piuttosto il gioco e il tempo, i protagonisti assoluti di queste tavole meravigliose.

Il gioco è declinato in tutte le sue forme: strutturato e improvvisato, solitario e condiviso, sulla sabbia e tra le onde, con il supporto di giocattoli o della sola fantasia, corto o lungo, calmo o sfrenato, di ricerca o di sfida… quante opportunità riserva, in effetti, il contesto della spiaggia a chi voglia godersi a pieno le vacanze? Non c’è un minuto da perdere!

Il tempo, dal canto suo, appare silenzioso sulla pagina. I giorni del mare ritrae, infatti, le attività dei tre personaggi in un ipotetico arco temporale che va da inizio giugno a fine agosto. L’affollamento che cambia, l’arrivo delle stelle cadenti, il clima via via meno clemente, gli indumenti sempre più pesanti, i ritmi più lenti… Irene Penazzi non si limita a fotografare l’estate ma ne segue gli sviluppi con attenzione, premurandosi di costruire le sue illustrazioni con dovizia di dettagli che possano guidare la lettura sequenziale. Il suo tratto a matita leggero e inconfondibile, le sue tinte tenui e allegre e il suo sguardo fresco su un mondo mai sopito come quello infantile fanno de I giorni del mare una delizia in cui immergersi per un tempo lungo, godendo dei particolari e dei ricordi che questi senza dubbio attivano in ognuno di noi. La pista delle biglie, la sfida ai cavalloni, i gelati, le altalene a testa in giù, gli scherzi, le costruzioni con la sabbia e le partite a bocce o racchettoni ma anche, più sottilmente, l’allegria spensierata – diversa inevitabilmente da quella di città – con cui queste attività si susseguono e si intrecciano e la curiosità indomita che un ambiente naturale come quello marittimo può solleticare. Irene Penazzi sa guardare, ricordare, fotografare e restituire benissimo non solo le cose ma anche i sentimenti e proprio questo rende speciali i suoi libri senza parole.

La costruzione narrativa, dal canto suo, è particolare come nei volumi precedenti e tende a trattare in maniera dinamica e non lineare la doppia pagina. Gli stessi protagonisti compiono cioè più azioni all’interno della stessa cornice, senza soluzione di continuità, e questo richiede al lettore grande spirito di osservazione e capacità di inferenza: due qualità spesso presenti nei bambini con disturbi specifici dell’apprendimento o con una disabilità in cui sia compromessa la sola decifrazione testuale (per esempio la sordità) ma che possono faticare a emergere all’interno dei libri tradizionali e che invece, all’interno di silent book come questi, trovano terreno fertilissimo per risplendere ed essere messe a frutto.

Topé

New entry nella collana Minizoom di Biancoenero, dedicata alle prime letture, il racconto illustrato Topé è firmato da uno dei più grandi autori per bambini e ragazzi italiani: Roberto Piumini. E dell’autore bresciano, Topè porta tutta la grazia e l’amore per la parola. La parola che gioca, la parola che vola, la parola che rima e che dà nuova forma al mondo.

Topè mescola infatti prosa e versi per raccontare l’avventura del suo piccolo protagonista: un topolino che, in sogno o per davvero, chissà! – si trova un giorno tutto solo e inizia un viaggio alla ricerca dei suoi cari. È un viaggio zeppo di imprevisti, di prove e di scoperte, il suo. Un viaggio a cui il lettore è chiamato dall’autore a dare slancio, pronunciando insieme a lui parole in rima che sanno di incantesimo e fiabesca poesia. E così, guidato dalla voce di chi legge, Topé supera massi e ruscelli, alberi e gatti, fidandosi del suo istinto, dei suoi sensi e dei ricordi, che anche quando svaniscono, restano in qualche modo sopiti in qualche parte nascosta del nostro corpo. Fino alla sorpresa finale, che non può che essere lieta e che apre uno spiragli verso un viaggio ancora da cominciare…

Tenero e coraggioso, Topé è al centro di un racconto dal ritmo deciso e dalla forma curata. Il volume che lo ospita, dal canto suo, presenta tutte le caratteristiche di alta leggibilità che agevolano la lettura anche in caso di dislessia (font specifica, spaziatura maggiore tra lettere, parole, righe e paragrafi, sbandieratura a destra, capitoli brevi, carta opaca e color crema, illustrazioni frequenti) ma vanta anche un’apprezzabile sinergia tra testo e figure. Le illustrazioni a colori di Isadora Bucciarelli accompagnano, infatti, le parole di Piumini con puntualità, sposandone a pieno il tono leggero.

Dove abita la frutta

Un piacevole testo in rima, illustrazioni minimali e dai colori attraenti, un impianto compositivo iterato e rassicurante: Dove abita la frutta di Caterina Bolasco offre una lettura tattile di agevole esplorazione che stuzzica l’appetito del lettore con una serie di versi dedicati ai diversi frutti e alle relative piante.

Limoni, uva, ciliegie, castagne, fragole e pesche sono protagonisti di ampie pagine in cartoncino nero, su cui spiccano in maniera felicemente contrastata le illustrazioni colorate a collage materico. Accompagnate da brevissimi testi descrittivi in rima, che evidenziano uno o due tratti peculiari di ogni albero e di ogni frutto, queste si fanno particolarmente apprezzare per la scelta oculata ed efficacissima dei materiali con cui i soggetti sono rappresentati. L’idea di impiegare, per esempi, le solette in gel – rispettivamente nella parte totalmente liscia e in quella puntinata – per sagomare la fragola o le ciliegie è, per esempio, un piccolo colpo di genio.

Questa attenzione a offrire materiali significativi, unita a uno stile compositivo votato all’essenzialità (pochissimi elementi ben distinguibili per ogni albero e frutto), agevola il riconoscimento dei soggetti nonostante questi siano in buona parte aderenti a modelli di rappresentazione basati sulla vista (gli alberi, nella fattispecie, presentano puntualmente la forma tronco + chioma con una sagoma diversa). A sostenere il lettore nelle operazioni di decodifica concorre inoltre la struttura fissa della doppia pagina che vede sempre il testo in nero e in Braille collocato nella parte bassa, la rappresentazione dell’albero sulla sinistra e la rappresentazione del frutto sulla destra.

Completa il volume un’ultima doppia pagina che raccoglie alcune ricette, anch’esse scritte sia in nero sia in Braille, che vedono protagonisti i frutti descritti e che costituiscono un rinnovato invito a costruire collegamenti funzionali tra il mondo reale e quello dei libri.

Piccolo Blu e Piccolo Giallo

Il giorno in cui viene pubblicato un libro accessibile di qualità è un buon giorno per l’inclusione. Il giorno in cui viene pubblicata una versione accessibile di qualità di un libro per l’infanzia straordinario come Piccolo blu e piccolo giallo, però, è a dir poco meraviglioso. Se, come crediamo, il potenziale inclusivo di un libro accessibile risiede prima di tutto nella sua capacità di aprire alla condivisione degli immaginari, la possibilità di godere di un pilatro della cultura infantile anche in una versione in simboli è quantomai preziosa. Massima, dunque, è la gioia per l’iniziativa di Officina Babùk che ha da poco dato alle stampe il capolavoro di Lionni: un libro che peraltro si presta estremamente bene a questo tipo di resa perché caratterizzato da un’essenzialità di fondo, da testi diretti e da figure minimali ed espressive.

La storia è arcinota: due piccoli amici, rappresentati come due macchie di diverso colore, amano giocare insieme e, in seguito a un gioioso abbraccio, si fondono in un colore terzo che ne impedisce inizialmente il riconoscimento da parte dei genitori ma che diventa sul finale segno tangibile di un sentimento affettuoso. Ben distante dall’essere un semplice libro sui colori, Piccolo blu e Piccolo giallo è diventato un classico per la sua narrazione meravigliosamente semplice e insieme raffinata e per la capacità di arrivare dritto ai bambini, parlando intensamente di emozioni senza avvertire però il bisogno di costruire una storia a tema. Pensare dunque che un simile patrimonio possa ora essere condiviso anche da bambini con difficoltà comunicative o cognitive o fruito in maniera alternativa da bambini senza specifiche difficoltà in procinto di imparare a leggere (per i quali non è trascurabile la scelta di stampare il testo in maiuscolo) è cosa assai importante.

La versione di Piccolo Blu e Piccolo giallo di Officina Babùk, la cui simbolizzazione è curata da Enza Crivelli e Sante Bandirali, presta attenzione a rispettare non solo il testo originale ma anche l’equilibrio grafico che coinvolge testo e immagini e che destina agli spazi bianchi un ruolo non trascurabile. I simboli WLS, di dimensione contenuta ma fruibile, sono sempre posti sotto le parole nella parte bassa della pagina, proprio come nella versione tradizionale dell’albo. Il loro uso è funzionale a creare un supporto visivo al testo: ecco dunque che vengono impiegati qualificatori temporali, che articoli e (la maggior parte delle) preposizioni non vengono, per esempio, associati a un simbolo (ma vengono uniti al sostantivo di riferimento) e che talvolta unità di senso corrispondano a un unico simbolo. Ciò che colpisce e che dà anche la misura, però, del talento di Lionni nel parlare ai bambini, è che i simboli impiegati e resi necessari dal suo testo sono estremamente trasparenti, ossia parlano quasi da sé. La schiettezza e la chiarezza essenziale, cifre inconfondibili di Piccolo Blu e Piccolo giallo hanno, di fatto, un valore intrinseco anche in termini di accessibilità.

Fuori piove!

L’immaginazione trova sempre nuove strade: leggere Fuori piove! per credere! Nel libro di Jane Massey, la piccola protagonista viene bloccata dentro casa dal maltempo, trovandosi così faccia a faccia con  un ospite imprevisto: la noia. Di certo la bambina non può giocare a palla con il suo cagnolino (non che non ci abbia provato…) ma nulla le vieta di trasformare le cose di casa in ciò che occorre per evadere con la fantasia. Così i cuscini diventano sassi per guadare il fiume, i pupazzi dei perfetti compagni di degustazione di tè, le scale strade di collina su cui arrampicarsi. E poi si possono fare le bolle, suonare gli strumenti, travestirsi… e quando anche la scatola dei giochi finisce per svuotarsi, la sua utilità non si esaurisce. Basta un palloncino e si è già pronti a partire per un viaggio, giusto il tempo che il sole torni a fare capolino e che si formino per bene le pozzanghere in cui saltare!

Delizioso nel tratto e nel racconto, Fuori piove! dice bene del potere dell’immaginazione e del motore creativo che può essere la noia. L’autrice sa rendere in maniera molto efficace il viaggio multidirezionale tra mondo reale e mondo fantastico che la protagonista compie, grazie a un tratto minimale, a un efficace uso del colore e a una studiata scansione narrativa. Il rosso del vestito e di pochi altri oggetti chiave di scena, che spicca su scene in bianco e nero con qualche tocco tenuissimo di azzurro e rosa pastello, aiuta infatti a sottolineare l’azione. Il passaggio da un mondo all’altro avviene, dal canto suo, sempre in coincidenza con il voltare della pagina, trasformando il movimento della sfogliatura in una sorta di rituale funzionale al compiersi della magia. Questa ricorrenza, inoltre, facilita la comprensione di ciò che sta accadendo, al pari della riquadratura che scandisce la narrazione senza trascurare mai dei passaggi essenziali. Il fumetto senza parole che prende così forma appare di conseguenza molto fruibile, oltre che capace di suscitare sincera identificazione da parte del piccolo lettore.

Hank Zipzer. Chi ha ordinato quel bambino?

Avventura numero 13 per Hank Zipzer, il bambino combina-disastri-e-trova-soluzioni più simpatico di New York. 13 è un bel numero, soprattutto considerando che la qualità delle storie che compongono la serie di cui Hank è protagonista è finora sempre rimasta elevata. Come fare per mantenerla tale? Può certo essere utile una scossa, un elemento inatteso, una novità che mescoli un po’ le carte in tavola, devono aver pensato Lin Oliver ed Henry Winkler. Detto fatto: ecco che in questo nuovo volume della serie qualcosa di sorprendente accade: Hank sta per diventare fratello maggiore!

Il problema è che la sorpresa non tocca solo il lettore ma anche e soprattutto Hank stesso, che tutto si aspettava fuorché di ritrovarsi in pochi mesi con un bebè che gironzola per casa. La sua reazione è, dunque, tutt’altro che composta. Oltretutto la notizia arriva a pochi giorni dal suo compleanno e tutti sembrano più interessati a dare il benvenuto al bambino che ad aiutarlo a organizzare una festa epica. Per fortuna c’è Papa Pete, nonno insuperabile, che abbraccia le emozioni di Hank (belle e brutte, che siano) e lo accompagna nel negozio di animali per scegliere un regalo di compleanno adeguato alle aspettative. Deciso a fare uno sforzo e ad allenarsi nel prendersi cura di una creatura piccola come potrebbe essere un fratellino, Hank opta per una tarantola che decide di chiamare Rosa. Inutile dire, se un poco si conosce la serie, che la combo Hank+tarantola non può che generare scompiglio, soprattutto se si considera che Hank decide di auto-organizzarsi una festa di compleanno in solitaria, portando in pubblico la sua nuova amica.  Guai e pezze (peggiori dei guai stessi) sono dunque dietro l’angolo, ma con loro anche qualche inattesa sorpresa che fa capire ad Hank che l’arrivo di un fratellino non divide l’amore dei famigliari ma piuttosto lo moltiplica. Il che può sembrare strano, in effetti, ma è proprio vero. Questione di matematica affettiva, la discalculia questa volta non c’entra!

Divertente e scorrevole come di consueto, Hank Zipzer. Chi ha ordinato quel bambino? ruota meno di molti volumi precedenti  intorno al tema dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, come se questi fossero ormai una peculiarità assodata del personaggio, che emerge di tanto in tanto proprio come accade nella realtà, senza che debba necessariamente scatenare degli eventi narrativi. Restano inalterati tutti gli accorgimenti di alta leggibilità che Uovonero mette in campo in questa collana (font, spaziatura, margini, sbandieratura, colore della carta) e che continuano a renderla particolarmente gradevole non solo nei contenuti ma anche alla vista.

I guai di mini cowboy

Un cowboy si giudica dal suo coraggio, non dalla sua statura.  Eppure, per chi è alto poco più di un soldo di cacio, la vita del west sembra particolarmente dura. Un’impresa montare a cavallo, impossibile ordinare da bere, ridicole taglie sulla testa proporzionate all’altezza. Mini cowboy lo sa bene e per far fronte agli inconvenienti dovuti ai suoi centimetri ridotti, prova ogni sorta di ingegnosa soluzione. Sarà però l’incontro con altri due cowboy (anzi, un cowboy e una cowgirl) che condividono i suoi stessi crucci a permettergli di trovare la soluzione. Perché è proprio vero che non è importante essere alti ma essere all’altezza!

Scritto e illustrato dall’inglese Daniel Frost, I guai di mini cowboy fa deliziosamente leva sull’immaginario western dando vita a una storia insieme buffa e serrata. L’autore privilegia illustrazioni asciutte e dai colori accesi, in cui spiccano i giochi di altezze e prospettive su cui si basa l’intero libro. Le ampie pagine del volume danno loro ampio spazio e restituiscono pieno valore alla tensione grande-piccolo che anima il racconto. Quest’ultimo procede spedito e secco attraverso frasi perlopiù brevi e distribuite con grande parsimonia, così da lasciare il maggior spazio possibile alle figure.

Già in catalogo per Babalibri, I guai di mini cowboy trova ora una nuova veste (che non sostituisce ma si affianca alla precedente) in cui il testo viene supportato visivamente dai simboli a beneficio dei lettori che faticano, per ragioni diverse, a padroneggiare la lettura alfabetica: bambini con disabilità comunicative e intellettive, per esempio, ma anche bambini stranieri e, più genericamente, bambini in età prescolare. Il libro, pubblicato da Officinia Babùk, è in tutto e per tutto identico alla versione tradizionale, fatto salvo per l’aggiunta dei simboli WLS. Anche il testo, in questo caso, non subisce la benché minima modifica e l’ampio formato delle pagine ne facilita un inserimento che mantiene inalterato l’equilibrio con le illustrazioni. Proprio la grandezza delle pagine, inoltre, consente di fare un propizio uso del volume anche in contesti di lettura collettiva.

I simboli, dal canto loro, sono impiegati secondo una logica di economia ed efficacia: un unico simbolo, per esempio,  affianca non singole parole ma porzioni di testo che compongono unità di senso così come più simboli vengono talvolta posti all’interno dello stesso riquadro per rendere più immediata la comprensione del significato (es: altri cowboy = simbolo di “altri” e simbolo di “cowboy” o trovarli = simbolo per “trovare” e simbolo per “loro”). L’idea è quella, infatti, non di impiegare in maniera rigida il codice simbolico ma di sfruttarne le potenzialità per facilitare la comprensione e/o il passaggio alla lettura autonoma, garantendo a tutti i lettori la possibilità di godere dell’incontro con il libro come di un’esperienza piacevole e non legata a una logica di performance.

È rosso? È giallo? È blu?

Si scrive Tana Hoban, si legge versatilità. I libri della nota fotografa statunitense, che iniziano finalmente ad arrivare anche in Italia grazie soprattutto al lavoro di Camelozampa, hanno infatti la rara e apprezzabile capacità di prestarsi ad approcci e modalità di lettura diversi, che ciascun lettore può calibrare sulle sue preferenze e abilità. I percorsi visivi allestiti da Tana Hoban prendono forma, infatti, a partire da fotografie molto riconoscibili e attraenti, esplorabili nella loro individualità o nelle sottili e molteplici relazioni che le legano. Con quelle immagini, poi, il lettore può guardare, analizzare, giocare, collegare, immaginare, e questo, probabilmente è il senso più profondo di quell’educazione allo sguardo che sta al cuore della pratica artistica dell’autrice.

È rosso? È giallo? È blu? è, in questo senso, un libro particolarmente emblematico. Come la maggior parte dei volumi di Tana Hoban si presenta privo di parole e dedica ogni pagina a una singola fotografia. Rispetto agli altri libri della fotografa, però, questo propone sotto ogni immagine uno o più pallini colorati che ne riprendono i colori dominanti. Quei pallini possono essere una guida o una sfida nell’esplorazione della figura (come a dire, implicitamente: cosa c’è di rosso, di giallo e di blu in questa foto? oppure: Riesci a trovare tutti questi colori?). Sollecitato da questa traccia, il lettore si trova a scannerizzare con particolare attenzione l’immagine che si trova sotto gli occhi, soffermandosi sui dettagli e cogliendo armonie, risonanze, motivi e collegamenti con le altre figure che altrimenti potrebbero risultare più sfuggenti. È un’attività, questa, che genera soddisfazione e interesse sia che venga condotta in solitudine sia che si faccia pretesto di condivisione: e anche questo è elemento di versatilità.

In quanti modi, poi, si possono leggere le fotografie di È rosso? È giallo? È blu?, tutte peraltro contraddistinte da inquadrature nette per quanto non scontate, soggetti decifrabili (ombrelli, foglie, caramelle e occhiali popolano senza dubbio la quotidianità del lettore, anche a distanza di 35 anni dalla prima pubblicazione del libro), assenza di dettagli superflui, chiara presenza dei colori indicati? Moltissimi! Tra quelle figure si può sperimentare il piacere del riconoscimento dei soggetti, del ritrovamento cromatico, del confronto tra figure ravvicinate, della minima costruzione narrativa e dell’invenzione, solo per fare qualche esempio. Un estintore che pare quasi un personaggio animato o un bambino con una scatola in testa invitano quasi istintivamente a ritrovare in un’immagine statica lo spunto per andare oltre, per inventare. Allo stesso modo, l’accostamento apparentemente neutro di una bambina in bicicletta e di un parcheggio affollato porta a far emergere un numero inatteso di categorie – singolare/plurale, staticità/movimento, ordine/disordine, umano/inanimato… – con le quali interrogare ciò che ci si trova davanti e ad attivare così una sorta di dialogo figurato.

E poi ancora,  a lasciarsi solleticare dalle somiglianze e dai contrasti che creano relazioni tra fotografie, dalla tensione tra ciò che è familiare e ciò che è insolito (un’anguria è cosa nota, un’anguria con un taglio quadrato genera un poco di straniamento…), dai sottili fili che possono legare immagini apparentemente estranee (fili formali come un disegno che ritorna su una cartaccia e su un vestito o fili semantici come l’acqua che schizza da una fontana e quella che, invisibile, che è contenuta in un tubo…) si scoprono mille e uno modi di entrare nelle figure e di leggerle. Sicché, occorre essere davvero miopi per non riconoscere in questo tipo di esperienza una forma di lettura piena e autentica al pari di quella alfabetica.

Il gatto con gli stivali

Alla storia del gatto furbo che aiuta il suo padrone a sposare la figlia del re, facendolo credere ricco, è dedicata l’ultima uscita dei Pesci Parlanti di Uovonero, l’unica collana di fiabe in simboli PCS ad oggi disponibile sul mercato. Contraddistinto come i precedenti da testi ridotti al nocciolo (l’incipit “Un mugnaio muore.” È in questo senso forse anche troppo emblematico!), impaginazione ariosa, simboli grandi e netta distinzione tra testo e illustrazioni, Il gatto con gli stivali offre un racconto dinamico e animato da diversi personaggi che rendono la narrazione particolarmente densa e tutt’altro che scontata.

Apprezzabile, soprattutto per un pubblico con importanti difficoltà comunicative e cognitive, la costruzione dei testi – sempre minimali, chiari e lineari – a cura di Enza Crivelli e la scelta di simbolizzarli, certo dettata anche dalla scelta della collezione PCS, procedendo per unità di senso e non per singole parole. I simboli, dal canto loro, appaiono chiari, pertinenti ed efficaci nel supportare la comprensione del racconto, anche se la scelta di ricorrere all’illustrazione in luogo dell’icona viene usata in maniera irregolare (per il marchese, il gatto e l’orco ma non, per esempio, per il re e per la principessa). Preziosa e funzionale, come già rilevato in passato, la sagomatura irregolare delle pagine che ne agevola la sfogliatura autonoma anche in caso di disprassia. Brevettato da Uovonero, questo formato denominato sfogliafacile® viene applicato nei titoli più recenti a pagine più sottili e dunque più leggere senza che tuttavia la praticità e l’efficacia della soluzione cartotecnica vengano compromesse.

Rispetto ad altri volumi, come il recente I vestiti nuovi dell’imperatore, questo predilige illustrazioni di stampo più tradizionale. Affidate alla matita di Roberta Angeletti, queste si caratterizzano per un tratto delicato, colori pastello e inquadrature nette che mettono in evidenza i protagonisti e gli eventi narrati senza dedicare spazio ad elementi marginali o di contorno.

Gugo impara a usare il vasino

Già protagonista di due albi illustrati tradotti in simboli – uno secondo il modello inbook e l’altro da Fondazione Paideia – il personaggio di Anna, bambina in età prescolare alle prese con le sfide di un’età ricca di scoperte, torna protagonista di due storie inclusive targate Clavis.

Anna impara a usare il vasino e Anna si lava i denti sono infatti resi disponibili dall’editore in una nuova versione (che non sostituisce ma si affianca a quella tradizionale) in cui il testo è supportato dei simboli della Comunicazione Aumentativa e Alternativa. Entrambi si rifanno nuovamente al modello inbook privilegiando il rispetto del testo, che non subisce dunque variazioni rispetto all’originale, l’uso di simboli WLS, la simbolizzazione dei singoli elementi lessicali e l’unione di parola e simbolo all’interno del riquadro. Ne risultano pagine piuttosto piene dal punto di vista grafico, benché i riquadri riescano a mantenere una dimensione sufficientemente ampia e la separazione netta e regolare tra pagina del testo e pagina dell’illustrazione faciliti l’orientamento del lettore.

Entrambe le storie in questione presentano una natura ibrida che di fatto veste da albo illustrato una sorta di storia sociale. Anna impara a usare il vasino, per esempio, scandisce con precisione i diversi passaggi che il bambino deve seguire per poter usare efficacemente il vasino, dall’abbassamento di pantaloni e mutandine all’accurato lavaggio delle mani. A fine di rendere la cronaca più briosa giocano un ruolo primario le illustrazioni colorate e amichevoli di Kathleen Amant – l’autrice a cui si deve per l’appunto la fortunata serie di Anna – e la presenza di un personaggio collaterale come il pupazzo Gugo. Sempre al fianco della protagonista, questo non solo la accompagna in ogni sua impresa quotidiana ma è anche l’interlocutore a cui la protagonista si rivolge: cosa che rende le spiegazioni al centro del volume meno piatte e impersonali.  Questo aspetto risulta particolarmente evidente in questo volume a partire dal titolo che, dal canto suo, non fa riferimento alla bambina (come gli altri volumi della serie), bensì a Gugo stesso.

Alfred e la gogna

Trascorrere buona parte della propria vita alla gogna, nella pubblica piazza, schivando insulti e ortaggi e assistendo impotenti al passaggio indifferente (quando non disgustato) dei propri concittadini: questa è la sorte che è toccata ad Alfred, il protagonista di questa storia. Accusato di lesa maestà in un tempo così lontano che nessuno se lo ricorda nemmeno più, Alfred non nasconde i segni di questa lunghissima punizione. Il suo corpo è quasi irriconoscibile sotto strati di sudiciume e sotto l’effetto delle intemperie. Ma è soprattutto il suo pensiero ad apparire deformato: Alfred è ormai rassegnato a condurre una vita in catene, i ricordi di ciò che è stato prima pian piano sfumano e così sogni e riflessioni rivolte al futuro si fanno via via più indistinti, grezzi, quasi ferini. Di pari passo va il suo modo di esprimersi, intriso della rabbia che la condizione inumana a cui è costretto alimenta. Alfred bofonchia, urla, fa versi, lancia improperi a destra e a manca. Il suo frequente turpiloquio, non privo di un lato buffo, dice forte e chiaro il suo stato di disagio a cui nessuno, tuttavia, sembra ormai prestare caso.

Cosa accade però se quel disagio viene guardato e non ignorato, accolto e non deriso? Accade che le cose poco a poco possono cambiare, e con loro anche le persone. Ecco allora che l’incoronazione di un nuovo sovrano, fatto di tutt’altra pasta rispetto al precedente, e l’incontro con una fanciulla premurosa, curiosa e capace di distinguersi dalla massa, rimette in gioco una corte che sembrava irrimediabilmente segnata. Quegli incontri segnano un cambio di marcia: nulla di miracoloso, si badi bene, piuttosto un lento processo fatto di passi avanti e passi indietro, aperture e ritrosie, slanci e ripensamenti. Ma è proprio l’incertezza di quel processo a renderlo così vero e appassionante per il lettore, che lo segue con il sorriso e un pizzico di trepidazione, godendo fino alla fine di quel suo fare irriverente e sdegnoso dei conformismi.

Non convenzionale nei personaggi come nel linguaggio, Alfred e la gogna si fa apprezzare anche per l’attenzione che, nell’edizione italiana curata da Uovonero, viene riservata all’accessibilità. Il libro presenta infatti caratteristiche di alta leggibilità che non concernono solo la font ma anche la spaziatura (tra lettere, parole, righe e – cosa non scontata ma importante – paragrafi), i margini, la sbandieratura, il tipo e il colore della carta. Non solo: grazie alla collaborazione già sperimentata con Emons audiolibri, il testo può essere fruito anche in modalità audio. La presenza di un QRcode sulla prima pagina consente infatti di scarica l’audiolibro, ascoltabile tramite l’app gratuita Emons audiolibri.

Il Natale di Pettson

Il gatto Findus e il suo padrone Pettson, inventati dall’autore svedese Sven Nordqvist, sono due personaggi irresistibili e così, ça va sans dire, sono le loro avventure. Inaugurate dal volume Una torta per Findus, queste sono state portate in Italia da Camelozampa che le sta pian piano raccogliendo e proponendo all’interno di una bella collana dedicata del suo catalogo. Sono avventure cui vale la pena dedicare attenzione perché offrono letture abbordabili e accattivanti che possono rappresentare una validissima proposta anche per i lettori più riluttanti o che sperimentino difficoltà legate alla dislessia. Non solo, infatti, la collana Pettson e Findus è impaginata e stampata dall’editore con alcune caratteristiche di alta leggibilità come il font EasyReading, la sbandieratura a destra e un minimo di spaziatura in più tra le parole e le righe, ma i volumi che la compongono si caratterizzano per una lunghezza contenuta, un ampio spazio riservato alle illustrazioni, testi perlopiù paratattici e ritmo sostenuto. Al lettore vengono cioè offerte delle storie gradevolissime, ricche di avvenimenti sempre diversi ma animate da due protagonisti ricorrenti e familiari, presentate in una forma che riserva un ruolo significativo alle figure (molto dinamiche e particolareggiate) ma che al contempo amplia la misura del racconto rispetto a ciò che accade in un albo illustrato.

Il Natale di Pettson presenta, dal canto suo, tutte queste caratteristiche e propone una storia che profuma intensamente di festa. Decisi a celebrare come si deve il Natale, Pettson e Findus si preparano a una vigilia operosa in cui non possono mancare il taglio e la decorazione dell’abete, la preparazione di piatti tradizionali e le pulizie di casa. Una brutta (ma buffa) caduta dallo slittino costringe però Pettson all’immobilità e così, con somma delusione di Findus, albero e delizie culinarie sembrano sfumare: toccherà accontentarsi di cibo ordinario e decorazioni di recupero. Non tutto è perduto però: quando i vicini di casa scoprono dell’incidente di Pettson, la casa torna a risplendere. I piatti e la gioia delle feste non mancheranno, alla fine. E anche un albero decorato con cucchiai, orologi e termometri finirà per dire forte e chiara la magia del Natale.

Anna si lava i denti

Già protagonista di due albi illustrati tradotti in simboli – uno secondo il modello inbook e l’altro da Fondazione Paideia – il personaggio di Anna, bambina in età prescolare alle prese con le sfide di un’età ricca di scoperte, torna protagonista di due storie inclusive targate Clavis.

Anna impara a usare il vasino e Anna si lava i denti sono infatti resi disponibili dall’editore in una nuova versione (che non sostituisce ma si affianca a quella tradizionale) in cui il testo è supportato dei simboli della Comunicazione Aumentativa e Alternativa. Entrambi si rifanno nuovamente al modello inbook privilegiando il rispetto del testo, che non subisce dunque variazioni rispetto all’originale, l’uso di simboli WLS, la simbolizzazione dei singoli elementi lessicali e l’unione di parola e simbolo all’interno del riquadro. Ne risultano pagine piuttosto piene dal punto di vista grafico, benché i riquadri riescano a mantenere una dimensione sufficientemente ampia e la separazione netta e regolare tra pagina del testo e pagina dell’illustrazione faciliti l’orientamento del lettore.

Entrambe le storie in questione presentano una natura ibrida che di fatto veste da albo illustrato una sorta di storia sociale. Anna si lava i denti, per esempio, scandisce con precisione i diversi passaggi che il bambino deve seguire per una corretta igiene orale prima della nanna. Al fine di rendere il racconto, che di fatto è piuttosto descrittivo, più brioso, giocano un ruolo primario le illustrazioni colorate e amichevoli di Kathleen Amant – l’autrice a cui si deve per l’appunto la fortunata serie di Anna – e la presenza del personaggio collaterale del pupazzo Gugo. Sempre al fianco della protagonista, questo non solo la accompagna in ogni sua impresa quotidiana ma è anche l’interlocutore a cui la spesso protagonista si rivolge come se fosse lui il destinatario delle indicazioni fornite. Una scelta, questa, che  concorre a rendere il racconto meno piatto e impersonale.

Mi chiamano Teschio

Il paese di Monte Quiete, sperduto, mignon e apparentemente tranquillo, è un luogo ormai familiare a molti lettori. Qui hanno avuto luogo le straordinarie avventure di Giustino in compagnia del pirata Sgrunt, e ha preso forma il famigerato piano di Mia e Testone per far chiudere la scuola locale. Giustino, Sgrunt, Mia e Testone, tipi dai tratti riconoscibili e memorabili, sono solo alcuni degli abitanti del posto nati dal felice sodalizio tra Daniele Movarelli e Alice Coppini e protagonisti dei racconti illustrati targati Sinnos. Non meno iconici, però, sono i cattivi di turno che in questi racconti si sono sempre ritagliati un ruolo: Teschio, il capo banda, Tozzo e Smilzo, i suoi scagnozzi, sono infatti ragazzini prepotenti dal look e della fisionomia eloquenti, che di divertono a importunare i bambini più timidi e a far compiere grandi voli ai 54 gatti del paese.

Nel terzo episodio della serie, proprio i bulli diventano protagonisti (il titolo Mi chiamano Teschio lo lascia in effetti intuire!). Attratti dall’idea che la nuova maestra della scuola possa essere una strega e nascondere segreti terrificanti, i tre decidono di appostarsi vicino al cimitero dove l’hanno vista sostare più volte. Tozzo e Smilzo, però, si tirano indietro all’ultimo con scuse improbabili e così Teschio si ritrova da solo a pedinare la maestra Atena. Le cose non andranno esattamente come Teschio immaginava ma le strade impreviste che le giornate a volte prendono, possono essere dei felici punti di svolta nelle vite degli individui. E così è per Teschio che, scoprendo un lato inatteso della maestra e condividendo con lei un’attività nuova, finisce di fatto a fare i conti con la sua identità e con un’immagine di sé che non lo soddisfa davvero. Ché anche il più duro dei teschi, forse forse preferisce farsi (ri)conoscere come Jacopo…

Tenero ma tutt’altro che melenso e soprattutto capace di non sacrificare lo spirito ironico e intrepido sull’altare di un messaggio edificante, Mi chiamano Teschio ha il sapore di un’avventura insieme familiare e sorprendente. La dimestichezza che il lettore può avere non solo con i personaggi e il contesto ma anche con lo stile compositivo e con una narrazione che mescola efficacemente racconto, figure e fumetti, ne facilita l’orientamento e ne agevola l’immersione e il godimento della storia. Dall’altro lato, la scelta di guardare oltre le apparenze e portare in primo piano il personaggio più scomodo, spiazza e suscita piacevole curiosità. Questo, unito all’attenzione che abitualmente Sinnos dedica alla leggibilità dei suoi testi, grazie a scelte che investono font, impaginazione e tipo di carta, fa di Mi chiamo teschio una lettura molto apprezzabile e da non sottovalutare in un’ipotetica rosa di proposte rivolte anche ai lettori più riluttanti.

La zuppa dell’orco (FabuLIS)

Lettori impressionabili e dal cuore debole, tenetevi alla larga: La zuppa dell’orco non è affare per voi! Perfettamente in linea con la tradizione più autentica e non edulcorata delle fiabe dei Grimm, il racconto di Vincent Cuvellier non esita a mettere in scena orchi sporchi del sangue dei bambini ingurgitati e genitori disposti a tagliare a pezzetti i figli. Il gusto un po’ cruento non manca insomma nell’avventura che vede protagonista l’astuto Josef, il più piccolo di sette fratelli, alle prese con genitori fannulloni e disposti a mutilare i figli per farli mendicare più efficacemente. Venuto casualmente a conoscenza del truce piano di mamma e papà, il bambino organizza una furbissima fuga, inganna e rabbonisce un terribile orco cieco e rimedia, infine, un destino gioioso per sé e per i suoi fratelli.

Il libro, stampata ad alta leggibilità dalla Biancoenero, racchiude illustrazioni espressive che ben si sposano con i toni cupi della storia e un racconto che unisce la sospensione tipica della fiaba e l’ironia caratteristica dell’autore francese. Non è raro infatti trovarsi a sorridere tra un pericolo e l’altro in cui incappano gli otto fratelli. Proprio grazie a questo stile strenuamente leggero, Vincent Cuvellier (già noto ai lettori della casa editrice romana per Giancretino e ioScappiamo!La settima onda e Mamma e papà oggi sposi) riesce a dare forma a una narrazione in cui temi forti come il disagio familiare e la disabilità, pur trattati in un contesto fiabesco, emergono con forza nuda e cruda e trovano nel finale un riscatto sorridente. Lo dice bene quel “Visto che i bambini avevano le mani, se le strinsero forte. Visto che avevano i piedi, ballarono tutta la notte. Visto che avevano gli occhi si guardarono a lungo sorridendo, fino a quando spuntò il sole su quel paese di neve e di notte”, con cui si chiude il racconto e che celebra l’importanza di trovare il bello della propria condizione. Qualunque essa sia.

Pubblicato per la prima volta da Biancoenero nel 2016, e insignito di diversi riconoscimenti tra cui il premio Andersen come miglior libro 6-9 anni e il premio Orbil come miglior libro 6-10 anni, La zuppa dell’orco torna ora protagonista di un nuovo e importante progetto della casa editrice romana: il progetto Fabulis. Il volume di Vincent Cuvellier e Andrea Antinori viene cioè riproposto in una nuova versione, che non sostituisce ma si affianca alla precedente. Qui, ogni doppia pagina presenta sulla sinistra un QRcode grazie al quale accedere a un video che ne racconta il testo in Lingua dei Segni Italiana. L’illustrazione figura, come una sorta di sfondo, anche alle spalle dell’interprete, facilitando così l’associazione tra i due supporti. Nella parte destra di ogni doppia pagina, inoltre, possono essere presenti altri QRcode contraddistinti da un bordo di colore differente. Questi attivano la traduzione in LIS delle parole meno comuni o di più difficile comprensione, all’interno di video che, così come i precedenti, non presentano audio.

Fabulis è un progetto estremamente significativo e apprezzabile, per più di una ragione. In primo luogo perché sfrutta in maniera semplice ma efficace la sinergia tra cartaceo e digitale. Grazie al basico riconoscimento di un QRcode, che rinvia a un video caricato su Vimeo, il lettore ha infatti la possibilità di fruire di una modalità narrativa e comunicativa supplementare che mal si accorderebbe con l’inserimento sulla pagina, senza dover per questo rinunciare al valore del rapporto con la fisicità del volume. L’espediente del QRcode, inoltre, è molto poco invasivo e questo fa sì che la pagina risulti praticamente identica a quella della versione originale del libro. Il lettore si trova perciò tra le mani un volume bello e curato come l’originale ma ancora più accessibile.

La corrispondenza puntuale tra testo in italiano sulla pagina e video in LIS non solo favorisce l’appropriazione e il pieno godimento del racconto da parte dei bambini sordi segnanti ma facilita anche la costruzione di un ponte tra le due lingue che questi lettori si trovano a fronteggiare nella vita quotidiana. La zuppa dell’orco, così come gli altri volumi che compongono la collana Fabulis,  costituisce, cioè, una bellissima proposta di narrativa che merita e chiama il libero gusto e il gratuito piacere della lettura, rivelandosi però anche un prezioso e valido strumento di sostegno all’apprendimento.

Da ultimo, non va trascurato il processo che ha portato alla nascita della collana. Il coinvolgimento, insieme a Biancoenero, dell’ENS (Ente Nazionale per la Protezione e l’Assistenza dei Sordi) e di Huawei (azienda privata già sensibile al tema e attiva sul campo grazie al progetto Storysign), mette in luce l’importanza e la validità di progetti che fanno leva sull’integrazione di competenze specifiche e complementari così da offrire ai lettori prodotti di qualità tanto dal punto di vista dell’accessibilità quanto da quello letterario.

Frida Kahlo pittrice coraggiosa

Frida Kahlo pittrice coraggiosa è un libro in simboli sui generis. Non solo fa parte della collana Parimenti de la meridiana, unica attualmente a offrire titoli in CAA adatti a un pubblico di ragazzi e giovani adulti, ma segue anche una strada, quella di divulgazione di ambito artistico, poco praticata dall’editoria accessibile.

Il volume delinea infatti la figura della pittrice messicana, raccontandone in maniera fruibile e accattivante la biografia e le principali opere. La narrazione è affidata dall’autrice alla stessa Frida Kahlo che si presenta, evidenzia le tappe salienti della sua vita e guida il lettore alla scoperta dei dettagli e delle storie che si nascondono dietro i suoi dipinti. I testi sono confezionati in maniera da risultare fruibili ma allo stesso tempo non piatti. Supportati visivamente dai simboli WLS, sono distribuiti sulla pagina seguendo l’andamento della punteggiatura: aspetto, questo, che bilancia l’affollamento della pagina dovuto alla presenza di testi (e relativi simboli) non ridotti all’osso.

Ogni doppia pagina presenta di fatto sulla sinistra una rielaborazione semplificata di un quadro di Frida Kahlo, per mano dell’autrice del volume Teresa Righetti, e sulla destra il testo che ne dettaglia le caratteristiche e ne svela i segreti. La combinazione dei due elementi è efficace rispetto all’aggancio del lettore e al supporto alla comprensione dei fatti e delle opere. Vero è che, data anche la forza comunicativa del lavoro di Frida Kahlo, l’inserimento delle sue opere originali (ostacolato probabilmente dal complicato iter necessario per ottenere le dovute autorizzazioni) avrebbe potuto avere un impatto ancora più significativo in termini di incontro im-mediato con l’arte.

Il libro ha, dal canto suo, un chiaro ed esplicito orientamento divulgativo che ben si presta alla costruzione di attività e percorsi didattici. Non a caso, se la prima metà del volume introduce la vita e le opera di Frida Kahlo, la seconda invita il lettore a giocare con le ispirazioni offerte dall’artista messicana, proponendo una serie di semplici materiali (fotocopiabili e) ritagliabili su cui lavorare. Gli stessi sono inoltre agevolmente scaricabili tramite un QRcode posto in ultima pagina. Corone di fiori da comporre, figurine da abbigliare con modelli di carta, alberi genealogici da costruire… i suggerimenti per giocare con l’arte di Frida non mancano e sono sempre proposti attraverso istruzioni in simboli. L’idea è quella di facilitare l’avvicinamento all’arte attraverso un coinvolgimento attivo e la piena partecipazione di quanti più lettori possibili attraverso espedienti diversi come la moltiplicazione dei codici comunicativi e la sperimentazione in prima persona di stimoli ludici e creativi.

Un mammut nel frigorifero

Michaël Escoffier e Matthieu Maudet sono una specie di marchio di garanzia. Difficile trovare un libro firmato da questa coppia scoppiettante di autori che non susciti sonore risate o non stupisca il lettore con un colpo di scena finale. La forza dei loro albi sta nell’ironia costante sottesa al racconto, nei puntuali rovesciamenti di prospettiva, nelle costruzioni narrative ad accumulo e nella capacità di immaginare situazioni ogni volta surreali e sinceramente spassose. Tutti questi aspetti, poi, vengono messi in valore dalla sinergia rara con cui procedono parole e figure: due codici che dialogano senza posa, ora dandosi manforte, ora facendosi sberleffi.

Un mammut nel frigorifero, uno dei titoli a cui i due autori francesi hanno dato vita, non fa eccezione. Divertente, surreale e sorprendente, il libro racconta di quella volta in cui la famiglia protagonista si ritrova nel frigorifero un preistorico pachiderma. Come l’animale sia finito lì dentro, non è inizialmente dato saperlo. Quel che si sa è che il mammut, da lì, deve sparire: serve dunque l’intervento dei pompieri. Tutto è pronto per la cattura ma la preda è scaltra e riesce a fuggire su un albero nelle vicinanze. Tocca farla scendere ma il mammut è tenace, non molla e anzi si sistema tra le fronde per schiacciare un pisolino. E così, uno alla volta, pompieri e famigliari desistono e ritornano ai propri affari. Scesa la notte, però, qualcosa succede. Qualcuno, in particolare, si attiva nuovamente per far scendere il mammut. Il motivo non lo sveleremo: basti sapere che, come d’abitudine, l’insospettabile aspetta dietro l’angolo il lettore!

In catalogo per Babalibri nella sua versione tradizionale, Un mammut in frigorifero è ora reso disponibile in versione in simboli da Officina Babùk. Questa appare contraddistinta, come gli altri volumi dell’editore, da testo in maiuscolo supportato visivamente da simboli WLS, simbolizzazione per unità di senso, testo esterno ai riquadri (sottili) e riquadri dalle forme diverse per segnalare la fine di una frase e l’apertura o la chiusura di un discorso diretto. Nel caso di Un mammut nel frigorifero quest’ultima accortezza è particolarmente significativa poiché il volume procede praticamente per intero attraverso i dialoghi. Non esplicitamente attribuiti, questi possono complicare un poco la comprensione da parte di bambini che presentano maggiori difficoltà a compiere inferenze. Per contro, il testo sembra nato per supportare la simbolizzazione dal momento che si compone di frasi brevi e brevissime, perlopiù dalla struttura lineare. Comparata alla versione originale, quella in simboli mostra di conseguenza un numero davvero irrisorio di modifiche, perché il testo appare naturalmente chiaro e fruibile.

Il libro risulta, dal canto suo, estremamente rispettoso dell’originale, in linea con la filosofia che anima il progetto di Officina Babùk, che intende offrire al maggior numero di bambini la massima qualità editoriale. In questo senso può essere significativo notare non solo come le illustrazioni mantengano intatto il loro valore, nonostante il maggiore ingombro della parte testuale dovuto alla presenza dei simboli, ma anche come la disposizione di testo e figure risulti immutata e come l’armonia compositiva generale benefici di accorgimenti piccoli ma significativi quale per esempio l’assenza di riempimento dei riquadri e l’adattamento del colore di simboli e cornici in base alla tonalità dello sfondo.

Dentro me

Negli ultimi anni, la produzione editoriale rivolta all’infanzia ha registrato un pullulare di proposte dedicate al tema delle emozioni: titoli molto variegati, talvolta profondi e coinvolgenti, talaltra volti perlopiù a definire, incasellare, fare presunta chiarezza tra i sentimenti che ciascuno di noi si trova a provare. Anche nell’ambito dell’editoria tattile non sono mancati volumi costruiti intorno a questo tema, con cornici narrative più o meno articolate e con approcci più o meno diretti, da Ho un po’ paura di Laure Constantin a Prima o poi di Isabella Christina Felline. Il punto di forza di questi libri  risiede, spesso, nella capacità di offrire una rappresentazione tangibile delle emozioni trattate: di proporre, cioè, possibilità di entrare in contatto con qualcosa di molto astratto, come i sentimenti, a partire da qualcosa di molto concreto, come le sensazioni.

Un nuovo titolo, da poco pubblicato dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, percorre in maniera particolarmente efficace questa strada. Si tratta di Dentro me di Stefania Luisi, un volume in cui l’essenzialità compositiva nasconde una grande ricchezza di spunti.  L’autrice offre, in particolare, una carrellata di situazioni a ciascuna delle quali fa corrispondere un modo di sentirsi espresso in forma di metafora. “Quando mi sento in pace con il mondo, dentro me c’è una distesa di erba tenera. Oppure Quando mi sento solo, dentro mi sgonfio come un palloncino bucato”. O ancora: “Quando non capisco quello che sta accadendo, dentro me c’è un groviglio attorcigliato”. Ogni situazione emotiva è descritta a parole, in nero e in Braille, sulla pagina di sinistra, e rappresentata con illustrazioni tattili sulla pagina di destra. Il bianco dello sfondo domina, da una parte e dall’altra, creando una composizione orientata alla pulizia piacevole alla vista e capace di agevolare l’esplorazione tattile. Quest’ultima, dal canto suo, è resa agevole anche dalla scelta dei soggetti (e, dunque, a monte, anche delle metafore proposte) e dei materiali. L’erba, la mano e i grovigli di fili, per esempio, sono senz’altro familiari al lettore. il primo, inoltre, fruscia realmente, la seconda è davvero vellutata e il terzo risulta praticamente indistricabile.

Dentro me si presenta come un volume che può offrire validi spunti di lavoro e riflessioni soprattutto (ma non solo) in un contesto come quello scolastico. Molto apprezzabile il fatto che le emozioni non vengano semplicemente definite ma contestualizzate e raccontate attraverso immagini efficaci. Potrebbe sembrare trascurabile, ma anche il fatto che la voce narrante parli in prima persona gioca un suo ruolo in questa direzione. Le sensazioni descritte sono, cioè, proposte come personali, come a dire “Io (e non necessariamente anche tu) mi sento così”. Come tali, dunque, esse non si impongono come delle definizioni ma invitano piuttosto chi legge a pensare se si riconosce in quella immagine o se esprimerebbe la sua sensazione in maniera differente. È una differenza sottile ma importante perché segna un percorso (non scontato) che predilige l’apertura alla chiusura stringente. E non è poca cosa.

Il nostro cane Max (FabuLIS)

Gli animali domestici sono, per tanti padroni e padroncini, autentici membri della famiglia. Con loro si condividono rituali, viaggi, esperienze, emozioni e così, quando muoiono, lasciano un vuoto grande e un segno indelebile. Proprio questa parabola esistenziale, tanto familiare a chiunque abbia posseduto e amato un cane o un gatto, trova posto tra le pagine de Il nostro cane Max.

Il libro scritto da Alessandra Bocchetti omaggia e ripercorre la vita del cane Max all’interno della famiglia che lo ha accolto quando era ancora piccolissimo e brutto. L’autrice racconta in particolar modo il rapporto speciale e unico che il cane instaura con i diversi membri della famiglia, dando un assaggio delle piccole gioie che, dal primo all’ultimo giorno, la sua presenza ha regalato. Fino a che la vecchiaia lo porta via, senza che tuttavia il suo ricordo svanisca. Tutt’altro: nel cielo, nelle rocce e persino nella forma di un’isola Max torna a far visita ai suoi padroncini, nel nome di un legame intenso e sempre vivo.

Lineare e senza arzigogolate capriole narrative, Il nostro cane Max si presenta come un omaggio personalissimo a un cagnolino realmente esistito che suscita simpatia e affetto. Piacevole da leggere e commuovente nel finale, il libro fa parte di una doppia collana. La versione originale è stata inserita, infatti, all’interno della Minizoom di cui il libro condivide tutte le apprezzabili caratteristiche di alta leggibilità: font specifica, spaziatura, maggiore tra lettere, parole, righe e paragrafi, sbandieratura a destra e carta color crema. Una seconda versione, che va ad affiancarsi alla precedente e che ne mantiene tutte le caratteristiche sopracitate, è stata invece di recente messa a punto da Biancoenero e inserita nella nuovissima collana Fabulis.

In questa nuova versione, inserita all’interno della collana Fabulis, ogni doppia pagina del volume di Alessandra Bocchetti e Martina Tonello presenta sulla sinistra un QRcode grazie al quale accedere a un video che ne racconta il testo in Lingua dei Segni Italiana. L’illustrazione figura, come una sorta di sfondo,  anche alle spalle dell’interprete, facilitando  così l’associazione tra i due supporti. Nella parte destra di ogni doppia pagina, inoltre, possono essere presenti altri QRcode contraddistinti da un bordo di colore differente. Questi attivano la traduzione in LIS delle parole meno comuni o di più difficile comprensione, all’interno di video che, così come i precedenti, non presentano audio.

La collana Fabulis è frutto di un progetto estremamente significativo e apprezzabile, per più di una ragione. In primo luogo perché sfrutta in maniera semplice ma efficace la sinergia tra cartaceo e digitale. Grazie al basico riconoscimento di un QRcode, che rinvia a un video caricato su Vimeo, il lettore ha infatti la possibilità di fruire di una modalità narrativa e comunicativa supplementare che mal si accorderebbe con l’inserimento sulla pagina, senza dover per questo rinunciare al valore del rapporto con la fisicità del volume. L’espediente del QRcode, inoltre, è molto poco invasivo e questo fa sì che la pagina risulti praticamente identica a quella della versione originale del libro. Il lettore si trova perciò tra le mani un volume bello e curato come l’originale ma più accessibile.

La corrispondenza puntuale tra testo in italiano sulla pagina e video in LIS non solo favorisce l’appropriazione e il pieno godimento del racconto da parte dei bambini sordi segnanti ma facilita anche la costruzione di un ponte tra le due lingue che questi lettori si trovano a fronteggiare nella vita quotidiana. Il nostro cane Max, così come gli altri volumi che compongono la collana Fabulis,  costituisce, cioè, una bellissima proposta di narrativa che merita e chiama il libero gusto e il gratuito piacere della lettura, rivelandosi però anche un prezioso e valido strumento di sostegno all’apprendimento.

Da ultimo, non va trascurato il processo che ha portato alla nascita della collana. Il coinvolgimento, insieme a Biancoenero, dell’ENS (Ente Nazionale per la Protezione e l’Assistenza dei Sordi) e di Huawei (azienda privata già sensibile al tema e attiva sul campo grazie al progetto Storysign), mette in luce l’importanza e la validità di progetti che fanno leva sull’integrazione di competenze specifiche e complementari così da offrire ai lettori prodotti di qualità tanto dal punto di vista dell’accessibilità quanto da quello letterario.

Zeb e la scorta di baci

La storia di Zeb, che ha paura di andare da solo al campo estivo e che riceve da mamma e papà una scatolina di baci-caramella da tirare fuori all’occorrenza è amatissima. Letto e riletto in famiglia, in biblioteca e a scuola, dall’asilo nido fino all’inizio della scuola primaria, Zeb e la scorta di baci è uno dei libri che più frequentemente vengono proposti per accompagnare i momenti di distacco dei bambini e il suo protagonista è uno di quelli a cui più si affezionano i giovanissimi lettori. Perché Zeb è proprio come loro, mostra le stesse paure e fragilità e ama scoprirsi più grande e forte del previsto. L’apprensione che prova Zeb di fronte all’idea di stare per la prima volta lontano da mamma e papà, il conforto che riceve da un oggetto semplice ma simbolicamente forte come la scatola di baci di carta, il timore che ha di essere preso in giro, il sollievo che sperimenta nel riconoscere nei compagni di viaggio sentimenti affini ai suoi e l’incoraggiamento che trova nella condivisione della sua scorta di baci sono tutti sentimenti familiari ai bambini.

Anche per questo motivo, il libro di Michel Gay, da anni in catalogo per Babalibri (la prima edizioni italiana è datata 2008!), continua a essere ristampato e a riscuotere consensi, nei grandi come nei piccoli. Per certi versi, con garbo e discrezione, Zeb riesce a entrare nella quotidianità dei bambini per poi dimorarvi a lungo, come una sorta di rassicurante compagno di sfide emotive. È dunque, a tutti gli effetti, una presenza forte nell’immaginario collettivo, e come tale merita di essere conosciuto e fatto proprio da tutti i bambini.

È dunque una lieta notizia, quella che vede Zeb e la scorta di baci entrare nel catalogo di Officina Babùk, la casa editrice specializzata in libri in simboli nata dalla sinergia tra Babalibri e Uovonero. Grazie all’impiego dei simboli WLS della Comunicazione Aumentativa e Alternativa a supporto visivo del testo, questa pubblicazione consente infatti anche ai bambini con difficoltà di lettura di accedere con maggiore agio alla storia della timida zebra. Quest’ultima, dal canto suo, rimane assolutamente riconoscibile poiché il rispetto dell’originale è uno dei principi che animano la produzione degli albi della neonata casa editrice. Così, il lettore che già conosca la versione tradizionale del libro e che ne scopra questa adattata, ritroverà le stesse figure dallo stile delicato e amichevole, la stessa organizzazione della pagina (illustrazione in alto, testo in basso) e lo stesso testo, fatto salvo per minimi aggiustamenti che possono rendere più lineare e fruibile la sintassi (esplicitazione del soggetto, trasformazione di una frase subordinata in una frase autonoma, ecc…), per l’aggiunta dei simboli e per il cambio del carattere da minuscolo a maiuscolo.

La scelta del maiuscolo, dal canto suo, evidenzia una volta di più l’approccio inclusivo adottato dalla casa editrice. Si tratta infatti del carattere che prima e meglio riescono a padroneggiare i bambini che iniziano a cimentarsi con la lettura e la scrittura. L’idea vincente è dunque che si tratti di libri ad ampio raggio, che accolgono tante esigenze diverse non necessariamente legate a una disabilità.

Il libro, come gli altri che animano il catalogo di Officina Babùk, adotta un modello di simbolizzazione orientato all’equilibrio tra ricchezza e fruibilità, per cui in molti casi un simbolo corrisponde a un’unità di senso più che a una parola singola. I riquadri che contengono i simboli, inoltre, assumono una funzione comunicativa, presentando stondature e punte diverse a seconda che si trovino a inizio/fine di un dialogo o di un passaggio narrativo di altro tipo. L’aspetto finale è chiaro e gradevole, anche in quelle pagine in cui il numero di parole e simboli risulta più alto e richiede grande perizia dal punto di vista grafico.

Le allacciature

I telai delle allacciature sono un supporto di ispirazione montessoriana che consente al bambino, soprattutto in età da asilo nido o scuola dell’infanzia, di allenare abilità manuali fondamentali e migliorare la propria autonomia in attività quotidiane come quelle legate alla vestizione.

Elia Falliti si è ispirata a questo supporto per confezionare un libro tattile che invita a sperimentare i diversi tipi di allacciature, supportando questa pratica giocosa con un testo minimale che aiuta a contestualizzarla. L’autrice non si limita, infatti, a offrire una sequenza di bottoni, fiocchi, alamari e fibbie, trasferendo di fatto sulla pagina i telai, ma associa ogni tipo di allacciatura a un oggetto di uso quotidiano in cui il bambino potrà ritrovarla. Così, per esempio, introducendo i bottoni dice: “Mi abbottono il grembiule per non sporcarmi con la pittura”. Si tratta, dunque, di testi essenziali e di stampo prettamente descrittivo, che risultano estremamente fruibili anche in caso di disabilità diverse da quella visiva e che contribuiscono a dare una cornice minimamente narrativa alla successione di pagine, evidenziando l’impiego quotidiano degli oggetti citati.

Realizzate in stoffa pesante, che ne agevolano la sfogliatura, le doppie pagine de Le allacciature presentano nella parte sinistra il testo in nero, stampato in maiuscolo, e in Braille. Entrambi sono collocati su placchette plastificate, robustamente cucite alla pagina. Nella parte destra si trova invece l’allacciatura vera e propria con cui il bambino può mettersi alla prova. Le allacciature sono in totale otto (bottoni, fiocchi, alamari, lacci, velcro, cerniera, automatici, fibbie) e riflettono gradi di complessità diversi.

Il libro, edito dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, assume in definitiva una forma ibrida, a cavallo tra l’album tattile illustrato e il volume di attività. E proprio questa collocazione a scavalco ne costituisce forse la qualità più significativa, poiché da un lato offre un supporto interattivo alla narrazione e dall’altro sostiene l’esercizio delle operazioni di allacciatura con la forza delle parole e delle situazioni da queste evocate. Non solo: proprio perché il volume nasce con un’esplicita predisposizione pratica, le pagine sono tenute insieme da tre anelli apribili, risultando perciò staccabili e impiegabili anche singolarmente o in una forma diversa da quella del libro da sfogliare. Questo aspetto è, dal canto suo, tutt’altro che trascurabile perché facilita la fruizione del libro da parte di bambini con difficoltà motorie o di bambini che prediligono l’introduzione di un solo elemento da esplorare alla volta. Essa permette, inoltre, di impiegare il libro in molti modi e situazioni diversi, per esempio dividendo le pagine tra più bambini, consentendone l’esplorazione in contemporanea.

La strega del tombino

Gli accorgimenti che possono essere adottati nei libri per agevolare e incentivare la lettura nei bambini dislessici sono molteplici – dall’uso di font specifiche alla spaziatura più ampia del consueto, dalla sbandieratura del testo all’uso di carta color crema – e la casa editrice Biancoenero è tra quelle che meglio le padroneggia e più le impiega all’interno del suo catalogo. A questi accorgimenti di tipo grafico e tipografico si possono aggiungere altre qualità del volume, questa volta squisitamente stilistiche e contenutistiche, che ne ampliano e rafforzano l’efficacia. Storie accattivanti e testi incisivi, per esempio, incidono in maniera decisiva sulla motivazione e sulla soddisfazione collegate alla pratica della lettura. E anche in questo, la casa editrice romana ha una lunga esperienza.

Si prenda ad esempio il recente racconto ad alta leggibilità La strega del tombino di Isabelle Renaud. Qui l’incipit sembra dire al lettore “Vieni qui, ho decisamente qualcosa per te! Non sei curioso?”. Si legge, infatti, in apertura: Nella mia città c’è una scuola. La scuola ha un cortile dove si fa ricreazione. Nel cortile c’è un tombino. In fondo al tombino c’è una strega imprigionata. Io e la mia amica Melinda le diamo spesso da mangiare: fili d’erba, sassolini, avanzi delle nostre merende. A volte la strega non mangia tutto quello che le diamo e il giorno dopo vediamo i fii d’erba o altro galleggiare in superficie. La maggior parte delle volte, però, mangia ogni cosa senza lasciare niente. Va detto che nella situazione in cui si trova non può essere troppo schizzinosa. E poi è una strega! […]

Da qui in poi il racconto procede spedito, con un piede sempre dentro un’interpretazione fantastica del reale. Quella strega che Melinda e Maud temono e nutrono dal tombino, immaginando sul suo conto le storie più articolate, si sospetta abbia un ruolo determinante nel piano messo in atto dalle bambine per tenere testa alla terribile supplente che ha preso il posto della deliziosa maestra Vittoria. Inflessibile e con una passione sfrenata per la pratica di far sezionare i pesci ai suoi allievi, la signora Tric non solo tratta la classe con autoritaria prepotenza ma rischia anche di far saltare lo spettacolo di fine anno ispirato al pow-wow indiano per cui gli alunni si sono a lungo preparati. Per liberarsi di lei servono un piano e circostanze fuori dal comune. Un’eccezionale tempesta, per esempio, di quelle che solo una creatura magica, forse, è in grado di scatenare…

Isabelle Renaud ci regala un racconto confezionato a puntino e perfetto per intercettare l’interesse anche dei lettori più riluttanti. Breve ma dotato di una storia solida e dal ritmo serrato, La strega del tombino mescola in poche pagine humour e avventura. Impaginazione ariosa e illustrazioni frequenti, dal canto loro, completano il quadro di una narrazione che sorride invece che allontanare chi teme un po’ di più la parola scritta.

La casa di notte

Siamo proprio sicuri che il momento in cui scende la sera sia il più tranquillo della giornata, quello in cui di fatto tutti dormono e poco accade? Il libro di Joub e Nicoby sembrerebbe mostrarci l’esatto contrario. Pur essendo apparentemente molto ordinaria e abitata da una famiglia poco numerosa, La casa di notte che ci offrono è tutt’altro che silenziosa, immobile e quieta. C’è chi fa amicizia, chi si ama, chi rubacchia, chi esplora, chi scappa e chi festeggia.

Perché ogni casa nasconde qualche segreto, più o meno noto a chi vi risiede: ospiti imprevisti come mostri buffi o topolini ma anche azioni segrete e intime che si consumano a porte chiuse. Ecco allora che il lettore de La casa di notte, tutto può permettersi salvo che di pisolare: c’è tanto da scoprire, seguire, intuire, tra queste pagine senza parole.

Del tutto privo di testo, La casa di notte presenta un’architettura narrativa intrigante che poggia su un efficace contrasto tra regolarità e imprevisto. Ogni pagina vanta, infatti, una partitura regolarissima a sei riquadri e inquadrature ricorrenti che fotografano in maniera sempre identica alcuni interni (più un esterno) della casa. All’interno di quelle cornici stabili, però, succede di tutto e proprio questo scarto tra ciò che è fisso e ciò che cambia, si anima e succede, dà vita a una lettura dinamicissima e appassionante, in cui anche i personaggi apparentemente più collaterali portano guizzi narrativi spassosi (imperdibili, in particolare, gli uccellini insaziabili che vivono sul tetto).

Il gioco di inquadrature ricorrenti che caratterizza il volume predispone un’intelaiatura fissa con cui il lettore può familiarizzare e che le lo aiuta a orientarsi. I fitti fili che legano ciò che accade nelle diverse stanze danno però vita a una narrazione tutt’altro che banale che richiede dal canto suo un lettore abbastanza scaltro, capace di muoversi tra situazioni distinte (per quanto intrecciate), tra personaggi diversi e tra avvenimenti che richiedono alcune inferenze.

Un pezzetto di carta solleticante

Un pezzetto di carta solleticante è un compagno formidabile di avventure per chiunque desideri allenarsi ad abitare – come dice Bobin – poeticamente il mondo. Il libro tattile progettato e realizzato da Élodie Maïno per la Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi costituisce infatti un invito molto pratico e suggestivo a cogliere la magia nascosta nelle cose, a creare micro-storie a partire dall’accostamento inatteso degli elementi e a trasformare materiali comuni e apparentemente banali in figure evocative e ricche di senso.

Il libro, dal particolare formato basso e largo e dalla rilegatura a spirale, presenta la struttura di un mix and match. Si compone, cioè, di testi e figure collocati su pagine mobili e combinabili a piacere, in modo tale da dare vita a composizioni sempre diverse. Ogni ipotetica pagina è divisa in cinque sottoparti, così dedicate: soggetto – aggettivo relativo al soggetto – verbo – complemento oggetto – aggettivo relativo al complemento oggetto. Le micro-storie che ne derivano, che sono di per sé delle frasi semplici ma il cui potenziale evocativo suggerisce veri e propri percorsi narrativi, sono spiazzanti, poetiche, divertenti e impreviste. L’autrice ha selezionato, infatti, in maniera molto efficace gli ingredienti con cui il lettore può dar vita alle combinazioni, spaziando dal quotidiano al fiabesco, dall’ordinario all’insolito. Una medusa dolce scolpisce un petalo di fiore bizzarro, Una roccia vulcanica scura arrotola un pizzo spiegazzato, Una lavatrice minuscola spiana un labirinto croccante… Sono storie in nuce, germogli narrativi pronti a sbocciare!

Piacevolmente coinvolgente, il libro di Élodie Maïno è totalmente fruibile sia alla vista sia al tatto. Ogni segmento di pagina che contiene un elemento narrativo presenta un’illustrazione tattile e, subito sotto, la parola corrispondente stampata in nero e in Braille. La grafica è minimale, essenziale, chiara. La cosa straordinaria è che l’autrice è riuscita a costruire tutte le illustrazioni facendo uso soltanto della carta, o per meglio dire dei diversi tipi di carta. Carta da fotocopia, da pacchi, Bristol, acquerello, pergamina e velina si prestano a trasformarsi e ad evocare un numero inimmaginabile di cose se opportunamente piegate, manipolate, strappate, tagliate, forate, arrotolate, goffrate, graffiate, grattate, incollate, cucite… L’autrice si premura di presentare, in apertura di volume, sia le carte impiegate sia le azioni a cui queste possono essere sottoposte. E questo è un valore aggiunto perché oltre a offrire al lettore uno spunto metanarrativo interessante, dandogli accesso, per certi versi, al dietro le quinte del libro, lo invita davvero a spalancare gli occhi (e le mani) rispetto alle innumerevoli possibilità che sono custodite in un materiale ordinario come la carta.

È un libro davvero speciale, Un pezzetto di carta solleticante. E lo è per tante ragioni. È in primo luogo un libro molto accessibile, non solo in relazione alla disabilità visiva. La brevità delle composizioni che si formano, l’associazione diretta tra figura e parola, l’essenzialità del testo, la pulizia della grafica e la ricchezza di stimoli (non solo tattili ma anche sonori) delle illustrazioni lo rendono infatti molto apprezzabile anche da bambini e ragazzi con altri tipi di difficoltà di lettura: cognitive, uditive o comunicative, per esempio, ma anche legate a un disturbo specifico dell’apprendimento. In seconda battuta è un libro ma è anche un gioco, quindi non teme gli sconfinamenti ma anzi li accoglie con diletto per dar vita a qualcosa di bello. Ed è un libro che oltre a consentire e incentivare molteplici letture, perché le combinazioni a cui può dar vita sono numerose, predispone un modello di invenzione narrativa multisensoriale facilmente e piacevolmente replicabile. Praticamente è un libro che contiene senza sforzo alcuno anche un’idea di laboratorio. E, infine, è un libro che, nel suo divertito e divertente spirito combinatorie e nella sua capacità di indagare le potenzialità nascoste e immaginifiche della carta, ci pare un omaggio schietto e fedele agli insegnamenti di due maestri come Munari e Rodari. Insomma, come si fa a resistergli?

È permesso?

Non c’è forse gioco infantile più replicato e al contempo più moltiforme del progettare e costruire un rifugio. Cuscini, lenzuola, mobili e qualunque supporto capiti a tiro può contribuire a dare forma a tane e fortini in cui nascondersi, stipare proviste, condividere segreti e inventare avventure. Alzi la mano chi non l’ha mai sperimentato! Ecco allora che il libro di Elena Rossini e Irene Penazzi – È permesso? – che a questa comune pratica ludica è dedicato diventa per il lettore occasione di riconoscimento e spunto per nuovi allestimenti. Non solo: tra le pagine di questo libro in cui c’è tanto da guardare e poco da leggere, si trova una fitta trama di relazioni familiari e amicali che danno vita a micro-narrazioni e dettagli da trovare. È dunque un libro quasi senza parole, È permesso?, un simil-wimmelbuch e un libro che ha qualcosa del gioco: un libro decisamente ibrido, dunque, che come tale prometta ampia libertà di movimento e molteplici possibilità di esplorazione.

Protagonisti sono, in prima battuta, cinque bambini di età e stature diverse, che si dirigono con fare deciso verso il salotto. In un attimo – il tempo di un voltar di pagina – la stanza viene ripresa con un’inquadratura più ampia e presto invasa da mollette, lenzuola, scatole, sedie rovesciate a giocattoli. Il gioco è partito! Da lì in avanti il fortino appare allestito e il lettore ha modo di immaginare cosa vi accada all’interno solo da sparuti dettagli – una teiera, un ciuccio, biscotti, fogli e pennelli – che spuntano da sotto le lenzuola appese. In parallelo sopraggiungono nuovi potenziali ospiti che educatamente chiedono di poter entrare. Come una sorta di parola d’ordine votata alla gentilezza, l’È permesso? fa via via crescere l’accampamento e le attività in esso custodite. Sono le ultime due doppie pagine, che si aprono come una sorta di sipario, a rivelare il pullulare di giochi, chiacchiere, scherzi e lavori che nel rifugio hanno trovato posto. I dettagli spuntati qua e là nel corso della lettura trovano allora nuovo senso e invitano a ripercorrere da capo le pagine affollate per riconoscere e ricollocare i personaggi, metterli in relazione e ricostruire ciò che per buona parte del libro è rimasto celato nel fortino.

Dinamicissimo, autentico e predisposto a soddisfare molteplici letture consecutive, È permesso? dà spazio a un disordine creativo che profuma di famiglia vera. Tra quelle scope che diventano puntelli, quei tappeti che ospitano picnic informali e quei divani che si fanno, all’occorrenza, letto, supporto o parco-giochi, il lettore può muoversi senza un ordine predefinito, cogliendo dettagli disseminati con perizia dalle autrici. Là dove la confusione (ricercata) della pagina non crei insofferenza e dove l’avanti e indietro tra le pagine per mettere a posto i tasselli non costituisca un ostacolo al godimento della lettura, È permesso? offre una storia per immagini (ché di fatto le poche e ricorrenti parole sono praticamente accessorie) in cui il lettore può prendersi il tempo di sostare, in cui è chiamato a fare ipotesi (chi sono questi personaggi e che tipo di relazione li lega? Perché il bambino con la tshirt della montagna toglie una molletta? Cosa pensa il gatto di tutto questo trafficare tra tappeti e coperte?…) e in cui, in definitiva, il gioco simbolico che ispira la narrazioni si fa cornice di nuove imprevedibili invenzioni che trovano forma e parole proprio grazie a chi legge.

Trucas

Se c’è un personaggio capace di incarnare il richiamo irresistibile dell’arte, quello è senza dubbio Trucas, mostriciattolo alto un dito o poco più creato dall’artista messicano Juan Gedovius. Impossibile non provare un moto di tenerezza verso questa creatura verde dal naso importante, i piedoni lunghi, i capelli arruffati e le orecchie a punta. Il suo viso ispira subito simpatia, per non parlare poi delle sue disavventure. Il fatto è che Trucas trova nel colore e nel segno grafico una forma di espressione trascinante e così, che sulla sua strada si trovi una matita o della tempera, poco importa: quello che Trucas farà sarà farne un uso smodato, impiastricciando senza ritegno sé stesso e tutto ciò che lo circonda.

Lo conosciamo proprio così, tubetti alla mano, che corre dopo aver lasciato delle tracce variopinte. Ma subito una mano grande e minacciosa gli impone un bagno nel mastello. Neanche il tempo di asciugarsi e Trucas si lancia alla ricerca di nuovi stimoli artistici. Peccato che quella che sembra una matita piazzata lì per aspettarlo si rivela essere la coda di un drago sputafuoco. Poco male, messa in salvo la pelle, Trucas scopre presto che anche delle zampe fuligginose possono lasciare il segno!

Incontenibile e irriverente, Trucas è il protagonista di un libro senza parole portato in Italia da Logos. Le sue avventure iniziano e finiscono nei risguardi, parte a pieno titolo del racconto, e fanno della pagina un oggetto con cui giocare. Anche grazie a queste trovate metanarrative, il racconto per immagine strizza l’occhio di continuo al lettore e assume delle sfumature di senso tutt’altro che banali. Contraddistinte da un ampio ed efficace uso dello sfondo bianco, le pagine di Juan Gedovius non cedono ai fronzoli, rendendo sempre molto chiaro il focus del racconto. I passaggi da una scena all’altra sono dal canto loro sempre piuttosto chiari, anche grazie a una resa molto eloquente delle espressioni del protagonista. Ne risulta un volume, oltre che divertente e accattivante, anche molto accessibile.

La scatola

La scatola di Isabella Paglia e Paolo Proietti è un albo illustrato che celebra il potere dell’amicizia come dono affettuoso e disinteressato. Protagonisti sono alcuni animali del bosco che un giorno trovano tra gli alberi una scatola dalla provenienza e dal contenuto ignoti. La scatola sembrerebbe senza dubbio abitata da qualcuno che però, nonostante gli inviti e le premure degli animali, non manifesta alcuna intenzione di uscire. Ma gli animali non demordono e, oltre a escogitare soluzioni variegate per rassicurare l’inquilino e convincerlo a fare capolino, fanno soprattutto una cosa importante: aspettano. Ché l’attesa è una forma di rispetto tanto difficile quanto preziosa e abbracciare senza sindacare le esigenze dell’altro è un modo quanto mai amorevole di manifestare la propria benevolenza. Grazie per avermi aspettato è, non a caso, la prima cosa che l’animale misterioso ci tiene a dire non appena trova il coraggio di aprire il coperchio e godersi l’abbraccio dei nuovi amici.

Delicato nei testi, nel messaggio trasmesso e nelle illustrazioni, che colpiscono per la grazia tenue con cui dipingono non tanto i protagonisti quanto i loro atteggiamenti premurosi, La scatola è in catalogo dal 2023 per La Margherita Edizioni. Lo stesso editore ne propone ora una versione in simboli che segue in particolare il modello inbook. Il testo viene perciò qui simbolizzato integralmente e riquadrato insieme ai simboli: due aspetti, questi, che rendono l’adattamento molto fedele all’originale dal punto di vista del racconto a scapito dell’adesione all’originale in termini visivi. I numerosi riquadri bianchi occupano infatti molto posto sulla pagina, pur essendo di dimensioni contenute, e spiccano in maniera evidente là dove lo sfondo non sia dello stesso colore. Le competenze di lettura che questo tipo di testo in simboli richiede sono, dal canto loro, piuttosto raffinate, perché i simboli da padroneggiare sono molti, completi di qualificatori di genere, numero e tempo e spesso non immediati.

La costituzione degli alberi

Magistrate di professione, Valeria Cigliola ed Elisabetta Morosini non sono nuove alla creazione di testi a misura di bambini e ragazzi che mescolino narrazione e divulgazione su temi di educazione civica. Il loro La costituzione degli alberi fa infatti idealmente seguito a La costituzione in tasca, pubblicato sempre da Sinnos nel 2018.

Se quest’ultimo proponeva una sorta di caccia al tesoro tra i diversi articoli della Costituzione, il focus del volume più recente è piuttosto la tutela ambientale. Attraverso la vicenda esemplare di una roverella secolare che rischia di essere abbattuta e le voci di una moltitudine operosa di personaggi, La costituzione degli alberi porta il lettore a scoprire che la voce e l’azione di ciascuno di noi può fare la differenza per impedire delle ingiustizie e che queste ultime possono e devono riguardare non solo gli esseri umani ma anche la natura che quegli esseri umani li nutre, li circonda e li ospita. A partire dalla storia della quercia Eleanor, si racconta ai lettori che proprio lo scorso anno la nostra Costituzione è stata modificata per allargare la tutela sancita dall’articolo 9 anche all’ambiente, alla biodiversità, agli ecosistemi, e agli animali. Ecco allora che la vicenda narrata diventa anche per pretesto per ragionare in maniera più ampia sul ruolo che la Costituzione ha e sul valore che le sue modifiche possono assumere, nel rispetto dei tempi che cambiano ma anche dello spirito originario con cui la carta è stata scritta.

Molto scorrevole nonostante il tema complesso e l’animo divulgativo, La Costituzione degli alberi si presta particolarmente a letture di classe e a ispirare possibili riflessioni condivise. Le caratteristiche di alta leggibilità del volume, peraltro, nel allargano le possibilità di fruizione e le illustrazioni dinamiche di Irene Penazzi ne amplificano la dimensione immaginifica.

I vestiti nuovi dell’imperatore

Quella de I pesci parlanti di Uovonero è una collana che mostra bene come si possano sposare solidità e disponibilità al cambiamento. Attiva da oltre 13 anni (il primo titolo, Cappuccetto rosso, è datato 2010), la collana si è nel tempo arricchita di nuovi titoli (10, ad oggi), si è sdoppiata offrendo due tipi di formato differenti (ai Pesci si sono aggiunti i più snelli Pesciolini) e soprattutto si è fatta più consapevole e matura nelle scelte compositive, espresse attraverso illustrazioni variegate e via via più ricercate, una stampa di qualità crescente e migliorie dal punto di vista dell’armonia grafica.

In questo senso, se gli ultimi titoli pubblicati come La principessa sul pisello o I vestiti nuovi dell’imperatore, presentano lo stesso impianto dei primi – testo in maiuscolo, simbolizzazione per unità di senso, pochi e grandi simboli nella pagina di sinistra e illustrazioni in quella di destra – vantano anche alcune accortezze –riquadri dei simboli meno marcati, equilibrio tra dimensione del simbolo e dimensione del testo, figure accattivanti – che li rendono più simili, nell’effetto finale, agli albi illustrati tradizionali. Ne I vestiti nuovi dell’imperatore, poi, anche il formato risulta più maneggevole e leggero. Il volume presenta, infatti, pagine meno spesse pur continuando a garantire una più agevole sfogliatura grazie alla sagomatura Sfogliafacile brevettata dall’editore.

Sempre curato nell’adattamento testuale da Enza Crivelli, I vestiti nuovi dell’imperatore propone le illustrazioni di Nadia Corfini, formatasi al Master Ars in Fabula di Macerata, contesto all’interno del quale il progetto editoriale messo a punto con Uovonero è nato. Le sue figure dagli irresistibili colori vivaci giocano con leggerezza sul contrasto tra il tempo lontano della fiaba e la modernità. Introducendo nelle tavole elementi contemporanei come lavatrici, computer, transenne e smartphone, l’illustratrice strizza l’occhio al lettore di oggi e regala alle immagini un quid inatteso e sorprendente. Ne nasce in questo modo un racconto per immagini che non procede esattamente in parallelo a quello fatto di parole e simboli. All’essenzialità e all’asciuttezza di quest’ultimo fanno, infatti, da contraltare illustrazioni particolareggiate e stranianti. Al lettore si offrono così diverse chiavi di accesso alla narrazione che questi può modulare secondo i suoi gusti, le sue predisposizioni e le sue abilità.

La matita

La matita di Hyeeun Kim è un libro senza parole in cui immaginazione e riflessione vanno a braccetto. Il libro si apre infatti con una matita che viene temperata e i cui trucioli fanno crescere una rigogliosa foresta: uno spazio accogliente e affascinante in cui la biodiversità può trovare casa. Specie diverse di animali e piante convivono in uno spirito di armonia ben espresso dal delicato concerto cromatico messo a punto dall’autrice.

Pochi colori e pochi tratti danno forma, infatti, a un bosco ricco e quasi ipnotico, su cui posare e far vagabondare piacevolmente lo sguardo. Quando però le chiome si scuotono e i volatili iniziano a fuggire si intuisce che qualcosa sta accadendo. In rapida successione i tronchi cadono, i camion sgasano, le fabbriche triturano. Ed ecco che gli spessi tronchi diventano oggetti al servizio dell’uomo: matite, per esempio, con cui una bambina paziente ridisegna un futuro possibile.

Grazie a una struttura circolare e a un sottile gioco di richiami interni, questo volume pubblicato da Terre di Mezzo fa di un oggetto semplice come una matita colorata il fulcro intorno al quale può ruotare una storia evocativa in cui fantasia e realtà si rincorrono senza posa. Il tratto essenziale di Hyeeun Kim è capace di dar vita a una straordinaria ricchezza visiva in cui perdersi e da cui lasciarsi ispirare. È un tratto un po’ magico, il suo, che inventa connessioni tra piani del reale differenti e che fa dell’assenza di parole la chiave per interrogare, pungolare e deliziare il lettore.

La sedia blu

Insieme a Mangerei volentieri un bambino, La sedia blu è il titolo con cui Officina Babùk ha inaugurato la sua produzione editoriale. Si tratta di un titolo già noto a molti lettori, perché in catalogo dal 2011 per Babalibri, e che in questa versione viene proposto in simboli. Nata dalla collaborazione tra Uovonero e Babalibri, Officina Babùk è infatti una neonata casa editrice specializzata nella pubblicazione di albi illustrati in cui il testo è supportato visivamente dai simboli della Comunicazione Aumentativa e Alternativa. Il suo catalogo, che per ora attinge principalmente al vasto, ricco e curato ventaglio di titoli di Babalibri di cui offre una versione accessibile, raccoglie di fatto il testimone dello splendido progetto “I libri di Camilla” di Uovonero che dal 2016 al 2022 (ma i cui titoli sono tuttora disponibili) ha consentito la pubblicazione di una versione simbolizzata di una decina di albi molto apprezzati di diverse case editrici tra cui Topipittori, Giralangolo, Kalandraka e Sinnos. In linea con la filosofia de I libri di Camilla, Officina Babùk promuove con i suoi libri l’idea che la lettura possa costituire un potente strumento di inclusione e che le storie più amate e diffuse tra i bambini necessitino di molteplici versioni capaci di consentire una reale condivisione di immaginari anche da parte di coloro che leggono e comunicano in maniere non convenzionali.

La sedia blu, curato nei testi come nelle figure da Claude Boujon, è dal canto suo un albo illustrato molto ironico, a tratti surreale ed estremamente aderente all’approccio dei bambini alle cose del mondo. I due protagonisti – due cani di nome Bruscolo e Botolo – trovano un’insolita sedia blu in mezzo al deserto in cui vivono e subito ne fanno il fulcro di un appassionante gioco simbolico. In un crescendo immaginativo, quella semplice sedia diventa, infatti, un rifugio, una barca, un bancone e un versatile strumento circense. Fino a quando i due non vengono redarguiti da un severissimo camelide che tutto può approvare fuorché un uso così divertente e divergente di una sedia. Ai due non resta che andarsene – ché chi ha fantasia, in fondo, un oggetto consono al gioco lo trova facilmente – non prima però di aver lanciato una spassosa e irriverente stoccata al gobbuto bacchettone.

La sedia blu è contraddistinto dall’impiego di simboli WLS riquadrati, dal testo in maiuscolo esterno ai riquadri e da una simbolizzazione votata a un principio di economia funzionale. In base a quest’ultimo, i singoli elementi testuali non vengono sempre simbolizzati individualmente ma vengono talvolta riuniti in unità di senso (es: una macchia blu, articolo + sostantivo …). Il volume presenta pagine piuttosto ariose in cui i simboli tendono a occupare gli spazi bianchi delle figure così da non compromettere l’apprezzamento di queste ultime.  Ogni pagina offre un paio di frasi al massimo, distribuite in maniera tale da seguire l’andamento della frase (a capo dopo la punteggiatura, unità di senso mai divise tra due righe diverse…). I riquadri, come accade per tutti i volumi di Officina Babùk – non si limitano a delimitare i simboli ma assumono una vera e propria funzione comunicativa, cambiando forma in presenza dell’inizio e della fine di un discorso diretto (bordo a punta) e della fine di una qualunque frase (bordo stondato).

Il risultato finale è un volume in cui la presenza dei simboli non mina affatto la leggibilità e la piacevolezza della pagina e in cui un vero e proprio inno al gioco simbolico trova curiosamente espressione attraverso un codice fatto proprio di simboli.

Ultimo regalo

In questa storia ci sono una nipotina intraprendente, una prozia elegante, uno spasimante un po’ troppo invadente e tanti animali domestici, più o meno comuni. Come si legano tra loro questi ingredienti? È presto detto: la prozia elegante riceve quotidianamente dei regali dai suoi spasimanti, così tanti che non sa più dove metterli e periodicamente è costretta a fare un mercatino per disfarsene, cosa in cui la pronipote la affianca con piacere. Un giorno, però, l’omaggio che arriva dallo spasimante più attivo e donominato Ultimo regalo è davvero fuori dal comune: nelle dimensioni, nell’aspetto e nelle abitudini alimentari. Gestirlo non sarà semplice e ancor meno sarà recuperarlo in seguito a un’inaspettata fuga. Ignota fino alla fine è la sua natura e questo fa sì che il racconto assuma un allure intrigante e surreale con la quale si sposano alla perfezione le illustrazioni di Andrea Antinori.

Coloratissime e capaci di reinventare forme, dimensioni e inquadrature del reale, queste ultime catapultano il lettore in una dimensione fantastica irresistibile. Distribuite con frequenza tra le pagine di testo che compongono i brevi capitoli, le figure del giovane illustratore concorrono a rendere la lettura più dinamica, abbordabile e amichevole. A questo fino contribuiscono d’altro canto le acute scelte editoriali fatte da Camelozampa in un’ottica di alta leggibilità. Al font EasyReading, alla spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe, alla sbandieratura a destra e alla carta opaca si aggiunge anche una dimensione del carattere più ampia del consueto che sembra dire ai lettori che da poco o con fatica padroneggiano la lettura: “Scegli me!”.

Papà-isola

Émile Jadoul è tra gli artisti che più e meglio hanno raccontato il meraviglioso e delicato rapporto tra padri e figli attraverso il linguaggio dell’albo illustrato. Papà-isola è uno dei libri attraverso i quali l’autore francese ha dato voce a questo tema con la delicatezza del tratto che lo contraddistingue. È un albo tenero e vero, questo che vede protagonista l’orso Gigi che sta per avere un cucciolo. Un albo che non ha paura di dire le fragilità dei grandi e in cui i timori di chi sta per affrontare una grande avventura come la paternità si dissolvono di fronte all’idea che l’amore porta a galla il meglio di noi. E poco importa, allora, se Gigi non ama il calcio, non sa nuotare e non ha molta dimestichezza con gli attrezzi. A renderlo speciale per il suo piccolo sarà ciò che lo rende l’orso che è: l’essere protettivo come un papà-capanna, avventuroso come un papà-cavallo, curioso come un papà-aeroplano. O, per l’appunto, accogliente come un papà-isola.

In catalogo per Babalibri nella sua versione tradizionale, questo classico di Émile Jadoul diventa oggi più accessibile grazie alla versione in simboli pubblicata da Officina Babùk. Quest’ultima mantiene intatta tutta la poesia del racconto e la felicità delle illustrazioni ma rende più fruibile il testo grazie al supporto visivo dei simboli WLS (Widgit Literacy Symbols) e grazie a minime modifiche orientate alla linearità della sintassi e all’attribuzione esplicita dei discorsi diretti. Si tratta per l’appunto di modifiche minime perché l’originale di Jadoul presenta già, di per sé, caratteristiche di essenzialità, chiarezza e ricorsività testuale che risultano estremamente funzionali a una resa in simboli. La brevità e il numero ristretto delle frasi che compongono Papà-isola fanno sì, inoltre, che, anche accompagnato dai simboli, il testo non occupi troppo spazio e lasci ampio respiro alle poetiche illustrazioni che rendono il volume così riconoscibile.

I simboli, dal canto loro, sono impiegati in maniera puntuale (praticamente solo gli articoli e le preposizioni vengono uniti al sostantivo di riferimento) e si adattano felicemente alle invenzioni linguistiche proprio del volume. Così, per esempio, l’espressione papà-isola corrisponde a un unico riquadro che contiene il simbolo del papà e quello dell’isola. Vale la pena sottolineare, infine, l’uso caratteristico dei riquadri fatto dall’editore per evidenziare l’inizio e la fine dei discorsi diretti e degli altri tipi di frasi (oltre che, chiaramente, per racchiudere i simboli) e la scelta di sostituire il carattere minuscolo dell’originale con il maiuscolo. Il volume adattato assume così un aspetto più amichevole anche per quei bambini che – con o senza il supporto dei simboli – si cimentino con le prime letture autonome.

Non aver paura dei cimiteri

A.A.A., lettori impavidi cercasi! Servono nervi saldi, scarsa propensione a lasciarsi impressionare e una certa dose di coraggio per tuffarsi tra le pagine della nuova collana di Biancoenero edizioni, intitolata non a casa Fifa Blu. Immancabilmente contraddistinta delle caratteristiche di alta leggibilità che da sempre rendono prezioso il catalogo dell’editore romano in un’ottica inclusiva, questa nuova collana raccoglie storie ad alta tensione e dall’accento decisamente horror. Perfette per lettori coraggiosi della scuola secondaria di primo grado, queste risultano generalmente piuttosto brevi (un centinaio di pagine al massimo) e molto intense, assecondando così i gusti e le esigenze di chi ama i racconti da brivido ma fatica magari a confrontarsi con tomi troppo impegnativi. In questo senso, la presenza di illustrazioni in bianco e nero e dallo stile gotico di Julie Massy, concorre a sua volta a sostenere la lettura, rendendo le pagine più ricche e dinamiche, e a sottolineare il tono dei racconti, dando una forma visibile all’inquietudine.

Non aver paura dei cimiteri di François Gravel ne è un esempio eloquente. Qui si narra la storia di Clara, una ragazzina da poco trasferitasi in una nuova città, in una casa prospicente il cimitero. La sua famiglia ha da sempre manifestato un curioso interesse nei confronti di tombe e affini, insegnandole fin da piccola che non deve averne timore. Possibile, però, che le abbiano tenuto nascosto qualcosa? Clara inizia a sospettarlo quando dalla sua finestra vede delle luci tremolanti dentro il cimitero che nessuno pare notare e si sente come chiamata da forze misteriose. Ne avrà conferma poco tempo dopo, quando scoprirà un segreto insospettabile sulla sua natura e quando, cercando di saperne di più, andrà incontro a un destino tutt’altro che luminoso…

Braille

Michela Tonelli e Antonella Veracchi, le due anime di E.T. – Editoria tattile, ci hanno abituati a lavori di grandissima raffinatezza in cui l’esplorazione tattile non è mai solo un modo per conoscere e riconoscere le cose ma anche e soprattutto un valore aggiunto per trasformare la pagina in un’esperienza che tocchi corde profonde.

In Braille, le due autrici giocano sull’apparente neutralità del codice che dà il titolo al volume. Lo fanno immaginando a occhi chiusi cosa potrebbero evocare i punti in rilievo disposti in vario modo sulla pagina. Davvero non sono altro che una traccia aliena per qualcuno e un alfabeto per qualcun altro? A seguire i loro spunti si direbbe decisamente di no. Ecco, infatti, che a sfogliare ed esplorare le pagine di Braille, quei puntini così immobili e quasi impercettibili schiudono al lettore le porte di campi dorati e cieli burrascosi, alte montagne e sinfonie travolgenti.

Come di consueto, le pagine confezionate a mano dalle autrici sono ispirate a un principio di essenzialità. Ecco allora che oltre ai punti che ricordano la pioggia e i chicchi, le stelle, la neve e le note musicali, non troviamo che semplici tracce di contesto come nuvole di ovatta, vette di carta o papaveri di tessuto. Ogni quadro è inoltre offerto a chi legge in grande libertà. Le uniche parole che si trovano nel libro sono infatti poste in prima pagina, come una sorta di breve introduzione al lavoro che ne illustra il senso. L’effetto di un’esplorazione così proposta è suggestivo e straniante, senz’altro non immediato ma davvero capace di spalancare possibilità immaginative nuove e inattese.

Coco e Mosca

Edizioni Arka ha portato in Italia un delizioso progetto editoriale di origine francese. Mini bulles, qui diventato Le nuvolette, è una collana di libri fumetti senza parole per bambini. I volumi che la compongono si caratterizzano, cioè, per un tipo di racconto estremamente fruibile nella misura in cui l’accessibilità legata alla narrazione per immagini si somma a quella dettata dalla partitura regolare delle vignette.

La collana si rivolge idealmente a un pubblico di età prescolare come intuibile dai personaggi e dal tipo di vicende narrate, dalla predilezione per il codice iconico e dall’attenzione a rendere i passaggi da una vignetta all’altra particolarmente chiari ed evidenti. In questo senso, i diversi autori che hanno collaborato a questa collana hanno dato a vita a storie facili da seguire nel loro sviluppo grazie a sequenze che lasciano pochi vuoti narrativi e dunque accompagnano il lettore passo passo. L’idea che sta alla base della collana è, non a caso, che i volumi che la compongono possano prima di tutto essere letti in autonomia dai bambini, senza che debba necessariamente essere un adulto a guidarli (cosa che, in ogni caso, è sempre possibile e offre una diversa possibilità di lettura).

In Coco e mosca di Mathis, uno dei primi due titoli pubblicati all’interno de Le Nuvolette, il protagonista è un piccolo lupo fortemente motivato a usare tutti i pezzi della sua scatola di costruzioni per realizzare una torre altissima. Se i primi piani del progetto non gli creano particolari problemi, da un certo punto in poi il lupetto deve trovare degli stratagemmi per arrivare più in alto. Una scaletta? Non basta. L’aiuto dell’amica cicogna? Non pervenuto. L’uso di una pinza? Apprezzabile nella teoria, fallimentare nella pratica. La frustrazione di Coco cresce e come se non bastasse una mosca continua a tormentarlo, poggiandosi sulla costruzione e compromettendone il già precario equilibrio. Ne nasce un’accanita caccia all’insetto che non darà gli esiti sperati. Ma questo non è necessariamente un male…

Contraddistinto da una grafica pulita, da figure con contorni netti e tratti buffi, da situazioni divertenti e da espressioni estremamente eloquenti, Coco e la mosca propone un racconto per immagini molto lineare e agevole da interpretare. Laddove necessario, l’autore inserisce anche dei balloons il cui contenuto è però a sua volta iconico e privo di parole. Davvero una proposta interessante per prime letture autonome senza parole, accessibili ma non prive di una certa raffinatezza compositiva.

La voce delle cose

La voce delle cose è un libro particolare perché dedica alla disabilità una doppia attenzione. Firmato dall’autrice francese Cécile Bidault ed edito in Italia da Comicout, il volume racconta la storia di una bambina sorda e lo fa attraverso una sorta di fumetto silenzioso in cui le vignette si susseguono facendo uso di pochissime parole. Si tratta dunque di un libro (quasi) accessibile e che al contempo che fa della disabilità oggetto di narrazione.

Costruito in quattro tempi – le quattro stagioni che compongono un anno – il volume è ambientato in un tempo non troppo lontano ed eppure molto diverso da quello presente, soprattutto nel vissuto di chi, come la protagonista, sperimenta una difficoltà di tipo uditivo.  In Francia, dove il libro nasce, la LSF (Langue dei Signes Française) è stata vietata, infatti, fino alla metà degli anni ’70 e La voce delle cose racconta precisamente il disagio, le difficoltà e l’inutile frustrazione che tale scelta ha portato con sé.

La piccola protagonista del volume sperimenta sulla sua pelle non solo lo straniamento di vivere in un mondo indecrifrabile, ben rappresentato da balloons vuoti o contenenti segni incomprensibili, ma anche la mortificazione di sentirsi chiamata ad apprendere una lingua che sente non appartenerle. Per questo, quando si trasferisce con i genitori (udenti) in una nuova casa in campagna e trova un vecchio manuale di segni usati dai sub, il suo approccio alla vita cambia. Il mondo esplorato, sognato e visto assume, infatti, nuovi contorni nel momento in cui può essere detto in una maniera per lei significativa. Di fatto è come se per la prima volta quel mondo iniziasse davvero a esistere. Lo notiamo all’interno delle dinamiche familiari ma anche nei momenti di intima solitudine e nel gioco con il nuovo amico che accompagna la bambina in avventurose esplorazioni. Ma curiosamente il mondo subacqueo si intreccia a quello della bambina lungo tutto il racconto, quando i discorsi non uditi e dunque compresi assumono le sembianze di pesci sfuggenti e trasformano l’ambiente in una sorta di acquario. Così, quando sul finale delle forti piogge provocano un allagamento imprevisto, tutto sembra tenersi e tornare, in una sorta di cerchio metaforico di grande impatto.

Delicato nel fratto e fortissimo nei contenuti, La voce delle cose non fa sconti e non tema di rappresentare gli aspetti più scomodi della disabilità. Lo fa mescolando abilmente dimensione reale e dimensione onirica, quella che facilmente può farsi salvifica quando il quotidiano impone vincoli troppo stretti.

Zuppa di coccole

Zuppa di coccole è il primo libro cartonato in simboli edito da Homeless book. Ha pagine spesse, testi minimi e illustrazioni essenziali: tutte caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto alla lettura condivisa con un pubblico di lettori piccoli e piccolissimi.

La formula che lo contraddistingue, già felicemente sperimentata dall’editore faentino, mescola un forte aggancio alla realtà a un leggero tocco narrativo, agevolando il coinvolgimento e la piena appropriazione anche da parte di quei bambini che faticano maggiormente ad allontanarsi dal piano pratico e a seguire trame più o meno complesse. Il libro invita infatti a scoprire cosa bolla nel pentolone, passa in rassegna una serie di appetitosi ingredienti, serve immaginariamente il risultato al lettore e gli suggerisce di concludere il pasto con una calda camomilla e le coccole di mamma. Ben ancorato alla dimensione di un fare concreto, quotidiano e familiare, il libro trasforma lo spunto pratico in un’occasione per rafforzare la relazione attraverso una lettura piacevole.

A questo scopo concorrono in particolare i testi di Daniela Casotti composti con una certa attenzione alla rima e alla musicalità e le suggestive illustrazioni di Piki realizzate in forma di timbro. Minimali – nei dettagli e nel cromatismo -, queste ultime si accompagnano a testi parimenti asciutti dando vita a una pagina pulita, piacevole e comunicativamente efficace. Dal canto loro, i testi (in font maiuscolo) si caratterizzano per strutture sintattiche lineari ed essenziali e vengono supportati visivamente da simboli WLS riquadrati, di dimensione adeguata, in numero ridotto (non più di cinque per pagina) e dotati di qualificatori di numero.

Ne risulta un libro agevole da seguire e dotato di una certa armonia compositiva che ne facilita senz’altro la condivisione anche con potenziali lettori che non necessitino di accorgimenti speciali.

I classici facili

Quella dei Classici facili, curata da Carlo Scataglini, è una delle collane editoriali che più considera l’accessibilità come una questione prioritaria. Lo fa mettendo in campo strumenti e accorgimenti diversi, che concernono il testo, le illustrazioni, il loro rapporto e le loro modalità di fruizione.

La peculiarità principale dei titoli che ne fanno parte consiste in una semplificazione sintattica e lessicale del testo. Ispirate ai principi della scrittura Easy-to-Read, le frasi risultano infatti brevi, dalla struttura preferibilmente lineare, e perlopiù composte da coordinate o al massimo da una subordinata. Le parole che le compongono sono selezionate in modo da essere facilmente comprensibili e, laddove risultino più ostiche o comunque meno comuni, vengono evidenziate e spiegate alla fine del capitolo. In questo modo l’autore aggira in maniera piuttosto efficace il pericolo di un appiattimento lessicale che limiterebbe fortemente il diritto all’arricchimento e alla complessità di cui anche i bambini con maggiori difficoltà sono detentori. In questa stessa direzione va inoltre la scelta, nel caso di classici dell’epica come per l’appunto l’Odissea, di selezionare alcuni versi particolarmente significativi e restituirli al lettore nella loro integrità, accompagnati da una puntuale perifrasi e spiegazione. In questo modo non solo si mantiene un legame diretto con il testo originale ma se ne incentiva la scoperta, supportandola solidamente con un preliminare approccio alle vicende in una forma più abbordabile.

A seconda delle reali possibilità del bambino, I classici facili possono così rappresentare un punto di arrivo ma anche un punto di partenza nella scoperta di grandi capolavori letterari. In entrambi i casi, a sostegno della lettura e del suo apprezzamento, vengono tre ulteriori elementi di spicco: in primo luogo la scelta di presentare capitoli brevi e puntualmente accompagnati dalle illustrazioni; in seconda battuta la presenza di un’anticipazione illustrata dei personaggi che il lettore incontrerà, posta in apertura di libro e di due righe di riassunto di ogni capitolo, poste all’inizio di quest’ultimo; e infine la disponibilità a rendere fruibile il testo anche tramite audiolibro. Ogni capitolo può essere infatti ascoltato in formato audio, grazie alla scansione del QRcode o all’inserimento di un codice fornito in apertura sul sito della casa editrice.

La collana include proposte di generi e con gradi di complessità diversi – da Peter pan a I promessi sposi, da Pinocchio a L’Iliade, da Il piccolo principe a Le avventure di Sherlock Holmes – offrendo così la possibilità di raggiungere lettori con competenze ed età diverse e di offrire risorse preziose per percorsi scolastici di ampio respiro. Può essere infine utile segnalare che buona parte dei volumi che compongono al collana fungono da base per la versione degli stessi classici in Comunicazione Aumentativa e Alternativa. Si tratta in questo caso, dunque, di classici il cui testo viene semplificato e supportato visivamente dall’uso di simboli.

Gaspare e Amleto

Come cane e gatto – o per meglio dire, come rospo e riccio – Gaspare e Amleto non si possono proprio vedere. Fin dal loro primo incontro allo stagno si intuisce che, tra i due, la miccia del litigio può essere facilmente accesa. Un sasso gettato di sorpresa nelle acque placide scatena infatti una rapida zuffa. La prima di una serie, a dire la verità, perché da lì a poco inizia la scuola e, loro malgrado, Gaspare e Amleto si ritrovano nella stessa classe ogni pretesto diventa buono per litigare e scambiarsi oltraggi e dispetti. Fino a quando il rospo e il riccio non si scoprono complici perfetti di una marachella con la M maiuscola: il furto del tesoro che la maestra nasconde nel suo armadietto. Cioccolato, imprevisti e segreti condivisi si riveleranno allora più forti di diversità e superficiali antipatie…

La storia di Gaspare e Amleto è buffa e lineare, movimentata e capace di rispecchiare dinamiche infantili autentiche. A tutto questo, che già gioca la sua parte nel rendere il volume accattivante e abbordabile, si aggiungono le scelte adottate dalle autrici e dall’editore per fare di questo libro una prima lettura amichevole e accessibile, anche per coloro che faticano un po’ di più a confrontarsi con la parola scritta.

Oltre ad adottare il font maiuscolo leggimi (leggimiprima) e tutto il set di caratteristiche di alta leggibilità (spaziatura ampia, sbandieratura a destra, distribuzione del testo che segue la punteggiatura, carta color crema…), Gaspare e Amleto presenta un’architettura narrativa in cui testo e illustrazioni si alternano regolarmente e con equilibrio, rendendo ogni doppia pagina poco densa di parole e capace di stimolare parimenti lettura alfabetica e lettura visiva. Quest’ultima, peraltro, trova ampio spazio alla fine di ogni capitolo dove si trova sempre una doppia pagina conclusiva fatta solo di figure.  I capitoli, dal canto loro, sono brevi e offrono così traguardi di lettura raggiungibili e incoraggianti.

Settimana

Il delicato e riuscito equilibrio tra semplicità e complessità è forse la qualità più evidente del libro tattile Settimana, progettato e realizzato da Elodie Maïno per la Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi. Il volume racconta, infatti, il sistema solare in maniera poetica, affidando l’immaginazione alle sollecitazioni offerte da ciascun pianeta, stella o satellite. Così, per esempio, il terreno irregolare della Luna la rende deliziosa come una galletta, mentre gli anelli di Saturno, che volteggiano come gonne, invitano chi legge al gran ballo del cielo.

Ogni doppia pagina è dedicata a un corpo celeste: a sinistra il testo in versi in nero e in Braille, a destra l’illustrazione tattile a collage materico, in parte posta sopra il cartoncino, in parte collocata al di sotto di essa ed esplorabile tramite un foro che ne delinea la sagoma. Quest’ultima cambia di poco di pianeta in pianeta: rappresentati come tondi, i pianeti cambiano piuttosto nella dimensione e nella texture. L’autrice sceglie quest’ultima con attenzione, privilegiando materiali che rispecchino a pieno le qualità evocate dal testo. Il lettore si trova perciò sotto le dita un Sole davvero caldo perché fatto di pelo, un mercurio irregolare che stuzzica la curiosità o un Giove morbido e rassicurante perché tutto di lui sembra esser già stato raccontato.

Nel compore i suoi versi e le sue tavole l’autrice si fa parimenti ispirare dal mito, dall’osservazione scientifica e dalla fantasia. Ne risulta un libro raffinatissimo, finalmente adatto a ragazzi un po’ più grandi del target cui si rivolgono abitualmente i libri tattili e che, ciononostante, possono trovare nella lettura visiva e tattile delle figure grandi sollecitazioni. Tutt’altro che semplice o scontato, Settimana si presta particolarmente bene a suggerire percorsi multidisciplinari in cui la dimensione della scoperta e della poesia non vengano relegate ai margini ma offrano anzi nuova linfa e nuove possibilità.

Mangerei volentieri un bambino

Il 2023 è un anno importante per i libri in simboli. È, infatti, l’anno in cui nasce Officina Babùk: una casa editrice nuova ma con una salda esperienza alle spalle, che unisce le forze e le competenze di due realtà editoriali dall’identità forte come Uovonero e Babalibri e che raccoglie il testimone di un progetto come I libri di Camilla il cui ruolo nella costruzione di una nuova idea di libro accessibile è stato fondamentale .

Dal 2016 al 2022, infatti, il progetto de I libri di Camilla a cura di Uovonero ha portato alla pubblicazione di una versione di simboli, in tutto e per tutto identica all’originale se non per minimi aggiustamenti testuali e per l’aggiunta dei simboli WLS, di nove albi illustrati di altrettante case editrici indipendenti: da Che rabbia! (Babalibri) a Lindo porcello (Bohem press), da Ninna nanna per una pecorella (Topipittori) a Il piccolo coniglio bianco (Kalandraka). Ma perché questo progetto è stato così importante? Perché ha segnato un punto di svolta, evidenziando la necessità di offrire anche ai bambini con disabilità non solo dei libri progettati ad hoc ma anche degli adattamenti di quei libri che dai compagni sono particolarmente letti e amati. Perché è proprio su questi ultimi che è possibile costruire degli immaginari condivisi, terreno fertilissimo per coltivare possibilità di incontro, dialogo, gioco, relazione.

Con la pubblicazione di Lei ci sarà sempre, il progetto de I libri di Camilla si è chiuso ma ha lasciato un’eredità importante. L’idea forte con cui era nato ha trovato, infatti, nuova linfa proprio in Officina Babùk: una casa editrice specializzata in libri in simboli che metterà a frutto l’esperienza di Uovonero in materia di lettura accessibile di qualità e che attingerà in primis al catalogo di albi illustrati di Babalibri. Albi curati, divertenti, amati e conosciuti, dunque. Albi che sono una garanzia per chi desidera proporre letture su misura per i bambini. La forza sta proprio in questo: nel fatto che le due case editrici che hanno dato vita al progetto condividono un’idea di diritto alla lettura come di diritto a un’esperienza piena, ricca, appagante e che ciascuna di esse ha messo a disposizione, a questo fine, la propria esperienza specifica. Perché, di fatto, è così che nascono i libri accessibili meglio riusciti: dalla compenetrazione di professionalità e competenze diverse, messe al servizio di una comune idea. L’avventura di Officina Babùk è iniziata nel mese di settembre con la pubblicazione dei primi due titoli: Mangerei volentieri un bambino e La sedia blu.

Mangerei volentieri un bambino è, per l’appunto, un titolo di grande successo firmato da Sylvaine Donnio e Dorothée de Monfreid e pubblicato nella sua versione standard da Babalibri. Qui si racconta del cocciuto coccodrillino Achille, determinato più che mai a mangiare un bambino. A nulla valgono i tentativi di mamma e papà coccodrillo, che provano a dissuaderlo dal progetto offrendogli ogni sorta di delizia: le banane di cui il piccolo è ghiotto, una salsiccia grande come un camion e persino la torta al cioccolato a cui non è proprio difficile resistire. Niente funziona. Fino a che Achille, una bambina, la incontra davvero e l’incontro non va esattamente come il cucciolo aveva previsto. Allora sì che le banane tornano utili, anche se non certo a raggiungere lo scopo di mamma e papà coccodrillo…

Divertentissimo, contraddistinto da una piacevole e funzionale struttura iterata e animato da illustrazioni buffe che fanno a meno di inutili fronzoli, Mangerei volentieri un bambino si presta a favorire momenti di lettura condivisa molto spassosi. Quelle stesse caratteristiche, d’altra parte, lo rendono anche particolarmente adatto a una resa in simboli perché la ripetizione, sia narrativa sia testuale, favorisce l’attenzione e la comprensione e perché l’ampio spazio bianco lasciato dalle figure lascia ampio margine di manovra per l’inserimento dei pittogrammi. Le doppie pagine adattate risultano così molto ariose, piacevoli alla vista e rispettose dell’originale, nonostante la consistenza presenza di simboli.

Il testo, dal canto suo, appare molto simile alla versione solo alfabetica, fatto salvo per  minimi aggiustamenti legati per esempio all’inversione delle componenti testuali (soggetto e verbo, sostantivo e aggettivo…) e all’esplicitazione o all’anticipazione del soggetto parlante, laddove non presente o laddove collocato alla fine del discorso diretto. Si tratta, cioè, di accomodamenti che vanno a incidere in maniera irrisoria sulla musicalità e sulla resa testuale ma che possono fare la differenza nella comprensione del racconto da parte di chi necessiti di una narrazione più lineare. Per le stesse ragioni, la distribuzione del testo sulla pagina segue maggiormente la punteggiatura e l’andamento della frase. Così, per esempio, dopo ogni punto il testo va a capo e fa lo stesso rispettando il più possibile le unità di senso: aspetto questo, estremamente prezioso, per qualunque lettore alle prime armi.

Mangerei volentieri un bambino, così come gli altri titoli di Officina Babùk, si caratterizza infine per un uso particolare e per certi versi sperimentale dei simboli. Oltre alla scelta di optare per un carattere maiuscolo, più adatto a chi si cimenti con le prime letture autonome, il libro fa un uso flessibile dei riquadri, la cui forma diventa leggermente a punta, rispettivamente a sinistra e a destra, quando inizia o finisce un dialogo, così come diventa leggermente stondata a destra quando finisce una frase. Il riquadro non si limita, dunque, a contenere il pittogramma ma assume anche una funzione squisitamente comunicativa. La simbolizzazione predilige poi, in generale, un certo equilibrio tra completezza ed economia. Così per esempio, gli articoli non sono mai simbolizzati ma vengono uniti al sostantivo di riferimento ed elementi che compongono unità di senso (torta al cioccolato, il nostro caro Achille…) vengono spesso uniti in un unico simbolo.

Il risultato è un libro davvero ben progettato, in cui l’accessibilità non diventa fardello per la godibilità estetica e in cui, anzi, gli accorgimenti adottati in funzione di una più agevole fruizione da parte di chi sperimenti una difficoltà di lettura risultano in definitiva apprezzabili da qualunque lettore vi si approcci.

Lumaca, dove sei?

Inaugurata nel 2023 con il racconto illustrato Il cappello, la curatissima collana Doppio Passo di Biancoenero cresce ora con altri due titoli firmati dallo stesso Tomi Ungerer: Scarpa, dove sei? (prima pubblicato da Salani) e Lumaca, dove sei?.

Si tratta di due libri (quasi) senza parole che presentano un impianto analogo: una successione di immagini in cui compare un elemento grafico ricorrente, declinato di volta in volta in maniera diversa. Il titolo è di fatto un invito a trovarlo, una sorta di istruzione minima rispetto all’interpretazione del volume. Così, per esempio, in Lumaca, dove sei? Il lettore è portato a ricercare la caratteristica forma a chiocciola nei contesti più disparati – in montagna, in mezzo alle onde, nel mezzo del salotto e vi dicendo – dove questa si fa trombone o trombetta, proboscide, filo di fumo o cappello da giullare. Si crea così una sorta di fil rouge sottile e impalpabile che lega le figure attraverso la dinamica del gioco e della sorpresa. L’autore è, infatti, maestro nel dare forma a situazioni impreviste e imprevedibili che regalano guizzi immaginativi e spunti narrativi stimolanti per chi legge. Basti pensare al maiale munito di cappellino da festa che tiene ombrello e tromba in equilibrio su una palla o alla facoltosa signora che piroetta sul ghiaccio a bordo di una slitta.

Il risultato è un libro di immagini che stimola la lettura visiva e che genera diletto, soprattutto se condiviso. La riconoscibilità della forma ricorrente, la pulizia grafica delle pagine, l’assenza di dettagli o sfondi superflui e l’autonomia di ciascuna doppia pagina lo rendono inoltre estremamente accessibile anche per chi fatichi a orientarsi all’interno di figure o narrazioni troppo ricche.

Che mistero anche se…

Storybox è piccolo editore indipendente che ha scelto di adottare caratteristiche di alta leggibilità per i suoi volumi. Questi ultimi fanno uso, in particolare, del font EasyReading e privilegiano un’impaginazione ariosa con margini non risicati, sbandieratura a destra e spaziatura ampia tra lettere, parole e righe.

Tra le pubblicazioni di Storybox, avviate nel 2021, spiccano in particolare alcune raccolte di racconti, contraddistinte da una formula ricorrente e azzeccata così sintetizzabile: storie brevi, penne diverse e, appunto, grafica amichevole. Alle prime due – È Natale anche se… e Che paura anche se…, si è da poco aggiunta la terza, intitolata Che mistero anche se…

Il volume raccoglie in particolare 31 racconti scritti da altrettanti autori, tutti soci di ICWA (Associazione Italiana degli Scrittori per Ragazzi). Si tratta di storie brevi e brevissime che in una manciata di pagine offrono al lettore piccole vicende enigmatiche il cui tono è sempre piuttosto leggero e ironico, più orientato quindi a far divertire il lettore che a fargli fare ardite congetture e ipotesi. In questo senso, anche il tratto leggero amichevole dell’illustratrice Silvia Baroncelli asseconda bene le atmosfere delineate dagli autori.  Dalle loro penne escono, per esempio, note scomparse e vicini di casa sospetti, marchingegni antichi ed eredità da decifrare, crocchette magiche e gatti ipnotizzatori. A volte la spiegazione sta tutta in un equivoco, altre viene a galla mettendo insieme tracce e indizi, altre ancora è la magia a metterci lo zampino.

Da un punto di vista dell’accessibilità, Che mi stero anche se… è una proposta molto valida. Nel sostenere la lettura anche da parte di lettori meno forti o con dislessia, le caratteristiche di alta leggibilità sopra citate vengono infatti coadiuvate dalla brevità dei racconti, dalla varietà di stili e soggetti e dal tono brioso che si riflette anche nella grafica.

Diario di un ragazzo invisibile

A chi non è capitato – a scuola, in famiglia o in qualunque altro contesto sociale – di sentirsi invisibile? Vivien conosce questa sensazione meglio di chiunque altro. Lui, infatti, invisibile lo è letteralmente. Non sempre, non dappertutto. Ma spesso e in situazioni diverse. La faccenda è strana forte, Vivien se ne rende conto. E così inizia ad annotare sul suo diario tutto ciò che nota in relazione alle sue scomparse e a cercare di entrare in contatto con i pochi studiosi che hanno approfondito il fenomeno. La strategia non sembra portare nuovi frutti. Al contrario, l’incontro inatteso con una coetanea a sua volta convinta di avere uno strano potere, lo fa sentire improvvisamente visto…

È un tema vivo, questo del sentirsi visti, un tema in cui facilmente un lettore alle prese con l’adolescenza può riconoscersi. L’autrice lo affronta con un taglio particolare, non privo di guizzi ironici. Il suo Diario di un ragazzo invisibile si presenta al lettore come un libro compatto, dal formato tascabile e dall’aspetto grafico amichevole. Le pagine si caratterizzano, infatti, per l’impiego del font EasyReading (in dimensione però abbastanza ridotta), per una spaziatura abbastanza ampia tra lettere, righe e anche paragrafi e per la sbandieratura a destra che ne agevolano la lettura anche in caso di dislessia.

Il valzer delle foglie

Chi l’ha detto che l’autunno debba essere per forza la stagione della malinconia e dell’attesa di un tempo in cui la natura si ferma e si congela? Il vento e la caduta delle foglie che caratterizzano questi mesi possono accendere infatti la più vorticosa delle danze, creando sagome, figure, percorsi e giravolte in cui tuffarsi senza ritegno alcuno. Sulla scia delle foglie che si staccano dai rami, si balla, si esplora, si vortica, si naviga… parola dei sei scoiattoli che fanno capolino dalla loro tana in un tronco e si lasciano trasportare dall’irresistibile ritmo autunnale. Tra una capriola e una piroetta, uno di loro si accorge però che una foglia non è caduta. Ecco allora che in quattro e quattr’otto una squadra di soccorso si mette all’opera per far scendere in totale sicurezza quella che diventerà il simbolo di una stagione da conservare, letteralmente e metaforicamente. Sarà più dolce, allora, svegliarsi dal torpore invernale e scoprire che la ciclicità della natura può essere qualcosa di straordinariamente emozionante…

Contraddistinto da un tratto delicato e dinamico, Il valzer delle foglie riesce a dare voce, con pochi tratti schizzati, a una grande espressività che non solo concorre a coinvolgere sensibilmente il lettore ma lo aiuta a procedere con maggiore agio nel lavoro di lettura visiva. Qui l’attenzione ai dettagli si fa determinante: dalla posizione di una zampa, dalla forma degli occhi  o dalla linea della bocca è possibile comprendere cosa pensano e cosa stanno facendo i protagonisti, seguendo un racconto che appare dal canto suo molto lineare e privo di critici salti narrativi. Il valzer delle foglie porta la firma di Oleksandr Shatokhin, artista ucraino che nel 2022 ha partecipato al Silent Book Contest promosso da Carthusia ed è risultato finalista. Il suo libro senza parole mescola con apprezzabile equilibrio grazia e brio, invitando il lettore a guardare alla natura, anche nei suoi momenti apparentemente meno vitali, con occhi nuovi.

Ti aspetto a San Qualcosa

Beniamino Sidoti maneggia le parole come fossero plastilina: ci gioca, le trasforma, ne trae con destrezza inattesi spunti narrativi. Questa sua consuetudine con la lingua, con il gioco e con le storie, ha un ruolo importante anche nel suo Ti aspetto a San Qualcosa, romanzo breve recentemente pubblicato da Camelozampa.

Qui il protagonista Simone, appena trasferitosi in un paesino sperduto con il papà, decide di esplorare in maniera originale la nuova realtà in cui senza diritto di lamentela è stato catapultato. Il gioco che fa consiste nel decidere ogni giorno un libro (ma anche una canzone, un film o un gioco) diverso e di osservare e interpretare ciò che lo circonda come se fosse dentro la storia che qui si racconta. Così, per esempio, il primo giorno si muove per le viuzze del paese come fosse in un bosco dove cercare briciole di pane, orientarsi con le stelle, trovare la strada tra gli alberi. E magari farsi accompagnare da qualcuno, dal momento che la storia scelta è quella di Hansel e Gretel e che Hansel senza Gretel non ha granché senso. E in effetti sul suo cammino Simone incontra Sara, che come lui non si affanna a omologarsi e che accetta di buon grado di calarsi nel gioco. La loro è senza dubbio un’affinità elettiva che si nutre, giorno dopo giorno, di esplorazioni e di scoperte, di domande e di silenzi, di pensieri e di vicinanza fisica. Come una sorta di elemento terzo che aiuta a creare un distacco e a mettere a fuoco le cose, le storie che Simone usa come lenti tracciano sentieri e creano confidenza, aiutando a dirsi e a dire agli altri anche le cose più intime, dolorose o difficili da guardare e nominare.

Tra le pagine di Ti aspetto a San Qualcosa, pubblicate da Camelozampa con caratteristiche di alta leggibilità (compresa la spaziatura tra i paragrafi che dà respiro anche a chi fa più fatica), il lettore, idealmente di scuola media, può trovare spunti di letture ghiotte e stimoli a guardare la realtà più ordinaria con occhi differenti. Può trovare personaggi fuori dagli schemi ma profondamente credibili. E può trovare legami, emozioni e preoccupazioni che gli suonano familiari. Perché ogni buona storia – che parli di un gigante gentile, di un lupo nella foresta, di autobus a forma di gatto o di giustizieri mascherati – è una storia che parla di noi.

L’ultima isola

I silent book di Ji Hyeon Lee portati in Italia da Orecchio acerbo ci hanno abituati a racconti in cui reale e surreale convivono con grande naturalezza, in cui l’assenza di parole moltiplica le suggestioni che si levano dalle pagine e in cui alcuni nodi problematici della contemporaneità trovano spazio in una critica pacata ma incisiva. Così accade, per esempio, che la frenesia caciarona che anima la folla ne La piscina o l’avanzare corrucciato e miope degli adulti ne La porta vengano a galla in tutta la loro stonatura e in netto contrasto con mondi ben più abitabili in cui si muovono solitamente dei protagonisti bambini.

Ne L’ultima isola i bambini non ci sono e la critica si fa più marcata, ma il tratto gentile a matita, l’uso significativo e miratissimo del colore e le incursioni del fantastico rendono evidente la firma dell’autrice coreana. In questo suo terzo albo di sole figure, il lettore entra pian piano in confidenza con l’abitante di un’isola presumibilmente deserta, un uomo mansueto che vive in grande sintonia con l’ambiente naturale che lo circonda. Lo vediamo pescare con la sua piccola rete, raccogliere frutti, condividere pasti e momenti di festa con le altre creature – animali dalle forme bislacche – che popolano l’isola.

Man mano che si avanza nella lettura, però, la vita sul posto si fa meno idilliaca: il livello dell’acqua inizia a salire, con conseguenze nefaste su cose, animali e persone, all’orizzonte si staglia sempre più minaccioso un denso fumo nero e la furia del mare si fa incontenibile. A nulla valgono i tentativi si tamponare la situazione, trasformando per esempio la capanna in una palafitta. La natura sfidata e spremuta in alcune parti del mondo presenta indifferentemente il suo conto a tutti i suoi abitanti. E così, anche il protagonista della storia è costretto a fuggire a bordo della sua fragile barchetta. Il suo approdo reca con sé un piccolo colpo di scena che, come una secchiata d’acqua in viso, risveglia improvvisamente il lettore dal ruolo di spettatore per catapultarlo in un presente da cui nessuno può tirarsi fuori e far finta di non essere coinvolto.

Senza rinunciare al suo tocco magico, Ji Hyeon Lee ci mette di fronte a una realtà drammaticamente vera, una realtà in cui i cambiamenti climatici si fanno sempre più evidenti e pressanti nella loro urgenza e con tutte le conseguenze, non ultima la necessità di migrare di migliaia di persone. Quella realtà che da tempo ormai bussa ostinatamente alle nostre porte ma da cui incoscientemente tendiamo a sottrarci, come se di fatto non ci riguardasse in via diretta, trova nella capacità immaginativa dell’autrice una via potente per arrivare a un pubblico trasversale, toccandolo sul vivo e nel profondo. In questo senso l’assenza di parole risulta particolarmente efficace nella misura in cui veicola contenuti stratificati e complessi che lettori diversi possono modellare sul proprio grado di conoscenza e interpretazione del reale. L’ultima isola si presenta così, non solo come un racconto godibilissimo e toccante ma anche uno strumento estremamente accessibile a partire dal quale muoversi nel presente.

Il grande volo

Quello della violenza assistita e subita in ambito domestico è un tema spinoso e complesso. Un tema che, tuttavia, riflette una realtà esistenze e vissuta sulla propria pelle da un numero non trascurabile di bambini e bambine e che come tale necessita di parole e figure in cui questi possano riconoscersi. Questa possibilità è offerta, per esempio, da un libro come Il grande volo scritto da Fulvia degl’Innocenti e illustrato da Silvia Colombo. Qui si racconta di Nina, nella cui casa le cose volano. Vola di tutto: piatti, libri, cuscini. E soprattutto mani, che lasciano segni rossi sulla pelle e parole, che possono essere taglienti come lame. Nina assiste a tutto questo, con paura e con dolore. Nina vede, terme, agisce e subisce. E così anche Nina vola. Vola perché spinta e vola per salvarsi. Sopra tutto e sopra tutti. Fino a quando le parole rassicuranti e decise della mamma non annunciano un cambiamento salvifico. Ad accompagnare il racconto tutto incentrato sulla metafora del volo, entrano in gioco illustrazioni dai colori accesi in cui figure reali e riconoscibili si mescolano ad elementi di contorno più insaturi ed espressivi che valorizzano la dimensione simbolica della narrazione.

Il grande volo è un libro due volte coraggioso. Per il tema che tratta, poco o per nulla presente nei volumi destinati ai più piccoli. E per la scelta di ampliare il più possibile la fruibilità di una narrazione così delicata. Il libro scritto da Fulvia degl’Innocenti e illustrato da Silvia Colombo viene infatti proposto dall’editore Astragalo in una doppia versione: albo illustrato tradizionale e inbook. Quest’ultima presenta il testo in simboli WLS che ne agevolano la comprensione anche da parte di giovani lettori con difficoltà comunicative.

Data la lunghezza del testo di partenza e la scelta (propria del modello inbook seguito dal libro) di non modificarlo, i riquadri che contengono i simboli risultano giocoforza di dimensioni ridotte, richiedendo una certa dimestichezza con questo tipo di lettura. D’altro canto, la struttura sintattica raffinata e il racconto a forte carica metaforica presuppongono a loro volta un lettore modello non alle prime armi e capaci di muoversi con agio anche tra le sfumature e le capriole del testo. La grafica, infine, tende a ricalcare quella originale dando vita ad alcune pagine più pulite, lineari e leggibili ed altre un poco più ostiche per via del minore contrasto tra sfondo e testo o della sistemazione arcuata della sequenza di simboli. Come da modello inbook, questi ultimi traducono individualmente ogni elemento lessicale e prevedono qualificatori di numero e genere. Inoltre – peculiarità di questo volume – mentre la maggior parte dei simboli presenta la parte lessicale in minuscolo, come normalmente accade, alcune parole chiave sono proposte in maiuscolo. Sono al massimo tre-quattro per pagina e si tratta delle parole più significative di ogni pezzo di racconto. Un espediente che mira a ricalcare con fedeltà l’originale, focalizzando l’attenzione sugli elementi più pregnanti e guidando così l’attenzione del lettore.

Rachele, artista contorsionista

Di fronte a un libro tattile come Rachele, artista contorsionista si può rimanere un po’ spiazzati. Si percepisce, infatti, un certo contrasto, tra la veste curatissima e raffinata del volume e l’aspetto molto più ordinario del suo contenuto.

Proviamo a spiegare meglio: il libro si presenta con un ricercato formato quadrato e un’elegante copertina rigida ricoperta di stoffa nera su cui, in bianco, spiccano titolo e autore (sul fronte) e una breve descrizione (sul retro). Da entrambi i lati, le parole appaiono incise nel tessuto, risultando così suggestive anche al tatto. Sempre in bianco, compare sulla copertina la protagonista del libro – il serpente Rachele – il cui corpo delinea uno zigzag sul fronte e prosegue più sinuoso sul retro. Realizzata in cartoncino, risulta perfettamente percepibile e riconoscibile non solo con gli occhi ma anche con i polpastrelli.

La medesima pulizia grafica e attenzione ai contrasti così come alla leggibilità delle figure la ritroviamo nelle pagine interne. Quella di sinistra contiene sempre il testo in nero e in braille – mentre quella di destra propone sempre uno sfondo colorato e un’illustrazione in cartoncino bianco. Quest’ultima rappresenta sempre Rachele che di volta in volta, grazie al suo carattere flessuoso, assume una forma diversa. Il volume nasce, infatti, con l’intento di far scoprire e familiarizzare i bambini, soprattutto ma non solo non vedenti, con le forme geometriche. A tale scopo, le figure tattili appaiono essenziali e mirate e vengono accompagnate da semplici e brevissimi testi (due-tre righe al massimo) in rima. E proprio questi – tutto sommato un po’ piatti e scontati – creno uno scarto rispetto alla cornice ben più sofisticata in cui sono inseriti. Si pensi, per esempio, al connubio stelle-belle che chiude il volume. Da un libro così fine e così curato nella forma, frutto evidentemente di un grande investimento di tempo, pensiero ed energia, ci si aspetterebbe forse una limatura maggiore, una ricerca più sensibile, una scelta meno prevedibile.

Nonostante questo, il libro risulta apprezzabile, spendibile (anche all’interno di percorsi scolastici inclusivi), attraente e soprattutto efficace nel suo intento primario. Solo, qualche capriola in più, sulla scia della sua protagonista, lo avrebbe reso una piccola gemma.

Il segreto del Codirosso

I protagonisti de Il segreto del Codirosso non sono nuovi alle avventure su carta. Il procione Pascal, la volpe Amelia, il barbagianni Cuorbianco e tutti gli altri abitanti del bosco di Querciantica sono gli stessi che abbiamo conosciuti tra le pagine di Storie di Querciantica, libro in simboli scritto da Francesca Casadio Montanari e illustrato da Marina Cremonini. Al risveglio dal letargo, le creature del bosco si trovano alle prese con una casa diroccata e misteriosa dalla quale sembrerebbe meglio tenersi alla larga e che invece attira la curiosità dei più intrepidi tra gli animali. Amelia in primis. Quella casa, che custodisce storie di un passato doloroso, è rimasta a lungo abbandonata, come avvolta da una maledizione che la voleva pericolosissima. Il coraggio delle creature del bosco porta però alla luce una verità diversa, perché anche i luoghi meno ospitali e possono farsi nido per la bellezza e per la natura.

Rispetto al primo libro dedicato al popolo di Querciantica, che presentava più storie collegate tra loro, Il segreto del Codirosso predilige una storia unica che vede contemporaneamente coinvolti tutti i personaggi. La lunghezza del racconto e il numero di protagonisti coinvolti rende dunque la lettura più complessa. In generale il volume offre una narrazione che per sintassi, lessico, articolazione e ricchezza si rivolge a un pubblico di lettori almeno della scuola primaria e soprattutto che presentino una certa dimestichezza nella lettura con i simboli. Il testo, infatti, appare non banale e la simbolizzazione secondo il modello inbook fa sì che il numero di simboli coinvolti sia piuttosto elevato.

Molto apprezzabile è, tuttavia, il fatto che vengano proposte ai lettori in crescita delle storie dalla complessità crescente, peraltro raccontate con grande precisione e illustrate in maniera molto raffinata. Il segreto del Codirosso muove infatti dalla conoscenza e dall’amore profondi per la natura dell’autrice Francesca Casadio Montanari, che si evince per esempio dalla minuzia con cui descrivere la flora e la fauna del bosco. Le illustrazioni di Marina Cremonini, dal canto loro, offrono rappresentazioni molto realistiche ma allo stesso tempo scelgono tagli e inquadrature tutt’altro che scontati. Testi e figure sono peraltro spesso collocati sulla stessa pagina, dinamizzando la lettura senza tuttavia rendere la pagina confusiva.

Come vorrei…

Privo di coda e dotato di ali piccolissime, il kiwi è un tipo di uccello totalmente inadatto al volo. Incapacità però non significa disinteresse e proprio da questo spunto prende le mosse il silent book Come vorrei… Qui il pennuto protagonista guarda con fare sognante uno stormo di uccelli migratori e decide di provare a sua volta a cimentarsi con il volo. A nulla valgono però i suoi tentativi, neanche quando sono supportati da piume posticce trovate a terra. Lo sconforto si fa allora grande.

Per fortuna il kiwi non è solo. Il libro ce lo presenta, infatti, a bordo di uno strampalato trabiccolo condiviso con un lemure che non soltanto è molto affettuoso ma anche molto ingegnoso. Ecco allora che calcoli e cacciaviti alla mano, il kiwi riesce finalmente a coronare il suo sogno.

Ideato e illustrato da Francesca Pirrone, autrice e illustratrice versatile che si è cimentata anche con la realizzazione di libri tattili, Come vorrei… è un libro senza parole che presenta una trama semplice e lineare, ben scandita da riquadri netti e narrata attraverso figure essenziali nella scelta dei dettagli e dei colori impiegati. Il libro edito da La Margherita presenta infatti pagine pulite tutte giocate sui toni di rosso, grigio e giallino, la cui delicatezza pastello rispecchia quella del racconto.

Qui spiccano due soli personaggi con pochi elementi di contorno e pochi particolari ben studiati, funzionali alla comprensione dell’accaduto, come per esempio la zigrinatura del becco del kiwi o la comparsa del bernoccolo sulla sua testa dopo i primi tentativi di volo. La narrazione, seppur priva di parole, procede dunque in maniera piuttosto chiara e agevole da seguire, non richiedendo al lettore inferenze particolarmente complesse.

30 giorni per capire i Disturbi dell’Apprendimento

L’attenzione rivolta al tema della disabilità da parte dell’editoria per ragazzi è andata crescendo negli ultimi anni . Storie potenti e meravigliose hanno squarciato tabù, offerto rappresentazioni e allargato sguardi, andando di pari passo a libri di qualità decisamente più discutibile, in cui chiari intenti prescrittivi risultano camuffati da racconti deboli e posticci. Sono volumi in qualche modo sleali, questi ultimi, che pur assumendo una forma squisitamente narrativa, si prefiggono in realtà di spiegare la disabilità e di offrire, per quanto in buona fede, istruzioni e ammonimenti in merito. Ecco allora che anche e soprattutto rispetto a queste proposte, la serie 30 giorni per capire… di Uovonero porta una significativa ventata di novità. Perché qui non ci sono travestimenti o inganni, i libri intendono aiutare i ragazzi a conoscere l’autismo, i disturbi visivi o i disturbi dell’apprendimento e per farlo scelgono la forma che più è congeniale a uno scopo divulgativo: il manuale.

I libri di 30 giorni per capire… sono, infatti, tre manuali costruiti con grandissima intelligenza sulle esigenze dei ragazzi: chiarezza, ironia e praticità sono le loro parole chiave. Ogni volume sfida infatti i lettori a cimentarsi con una serie di challenge – dinamica, questa, molto presente nei contenuti video di cui i ragazzi sono avidi fruitori – con cui sperimentare alcuni aspetti peculiari del modo di stare al mondo di chi vive una certa condizione. Tutt’altro che tediose, le challenge sono molto creative e si rivelano particolarmente divertenti se condivise in un clima sereno con i pari. La serie in questione si presta, così, a dare i suoi migliori frutti se impiegata come strumento di azione e riflessione di gruppo: uno strumento decisamente accattivante e fuori dagli schemi consigliatissimo per le classi, per esempio. Target ideale: scuola media (ma i libri sono fruibili già dalla fine della scuola primaria), un ordine di scuola che tra l’altro è spesso bistrattato e all’interno del quale è talvolta difficile trovare delle proposte di attività davvero stimolanti.

Le challenge sono corredate da un breve approfondimento che collega l’esperienza fatta a una specifica caratteristica del disturbo trattato. In questo modo esse diventano un’occasione concreta per mettersi nei panni di qualcun altro e per capire il perché di alcuni comportamenti altrui che potrebbero altrimenti apparire strambi e indecifrabili. A chiudere ogni capitolo, l’invito a condividere sui social foto e video che attestino gli esiti delle singole challenge, con specifici hashtag: aspetto, questo, forse più critico, se si considera lo scarto tra l’età di riferimento dei volumi e l’età minima teoricamente richiesta per iscriversi ai social network più diffusi.

A rendere questo progetto davvero innovativo e meritevole ci sono tanti aspetti, di cui tre particolarmente significativi: la scelta di interloquire in maniera efficace con i reali destinatari dei volumi; la capacità di sposare un tono umoristico (mai forzato!) a un atteggiamento sempre rispettoso nei confronti di coloro che i diversi disturbi li vivono in prima persona; e l’attenzione a restituire la complessità di questi ultimi con una chiarezza estrema che non compromette, tuttavia, il rigore scientifico delle informazioni fornite. E qui viene davvero fuori tutta la solidità e la serietà di una realtà editoriale come quella di Uovonero, in cui competenze specifiche molto trasversali si integrano in maniera efficace e vincente.

 

30 giorni per capire i Disturbi dell’Apprendimento presenta specchietti e challenge dedicati a dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia. Il volume prova in particolare a far sperimentare in prima persona al lettore le difficoltà con cui le persone con DSA si confrontano abitualmente. Associare simboli e suoni, eseguire più istruzioni contemporaneamente, seguire testi scritti con forme o grafiche affaticanti, orientarsi tra numeri e grandezze, scrivere in maniera disagevole, solo per fare qualche esempio. Così, il lettore viene invitato ad eseguire concerti secondo spartiti insoliti, unire puntini tenendo la penna in posizioni ardite, mettere in ordine di grandezza oggetti poco noti, scrivere il testo di una canzone amata e insieme tenere il tempo. Gli vengono cioè proposte prove molto variegate e che difficilmente si aspetta. Allo stesso tempo, le autrici si premurano di offrire sempre un retro della medaglia, proponendo soluzioni e strumenti che possono aiutare a ovviare alle difficoltà create dai diversi disturbi.

Il lavoro fatto in questa direzione è particolarmente delicato e prezioso in relazione ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento: spesso, infatti, gli strumenti dispensativi e compensativi di cui possono beneficiare gli studenti dislessici, discalculici, disgrafici o disortografici vengono percepiti dai compagni (e prima ancora anche dagli insegnanti) come dei privilegi e non come delle soluzioni che garantiscono equità. Conoscere e riconoscere le difficoltà che possono bilanciare costituisce un tassello importante affinché la società, che prima di tutto si forma tra i banchi, possa crescere sempre più inclusiva e rispettosa.

Il ninja innamorato

L’amore ha tante forme, tanti modi di esprimersi, tante direzioni. Così, per esempio, il ninja protagonista del libro di Ale Puro, vincitore del Silent Book Contest 2023, si innamora della luna – in particolare quando non è né piena né nuova – e sfrutta la sua invidiabile agilità per avvicinarsi a lei il più possibile, financo a conquistarla. Il suo è un vero e proprio colpo di fulmine: la nota nel cielo mentre saltella di tetto in tetto e da lì in avanti non fa che pensare a lei, nelle situazioni più disparate. La ammira, la sogna, cerca in diversi modi, alcuni davvero molto buffi, di raggiungerla. Il lieto fine è dietro l’angolo e porta letteralmente il sorriso, non solo sul volto del lettore…

Semplice e contraddistinto da alcuni guizzi surreali, Il ninja innamorato è un libro senza parole caratterizzato da forme minime e poco rifinite, colori pieni e giochi cromatici che aiutano a seguire l’avanzare del racconto. Sulle tavole a predominanza scura – il nero e il blu dei ninja e della notte la fanno, infatti, da padroni – spiccano, per esempio, il rosso del palloncino con cui il protagonista cerca di alzarsi nel cielo o l’arancione della zuppa in cui scorge la sagoma adorata. E il giallo, chiaramente, della luna tanto amata.  Lo sviluppo del racconto è lineare e questo, unito all’assenza di dettagli confusivi o superflui, gioca a favore della fruibilità del volume anche in caso di difficoltà di lettura visiva e interpretazione.

Hello Talk

È un’applicazione online molto utile per imparare le lingue in modo divertente scrivendo o parlando con persone di lingua madre. È una piattaforma social in cui è possibile selezionare i tuoi interlocutori e iniziare a conversare, sfruttando diverse opzioni per imparare correttamente la lingua selezionata.

È necessario creare un proprio profilo, inserire la mail di riferimento e le lingue che si vogliono imparare per poter visualizzare la schermata iniziale ed entrare nella rete dei partner linguistici. Uno degli aspetti più interessanti dell’applicazione è lo scambio linguistico che si genera con gli utenti: se noi siamo italiani e vogliamo imparare l’inglese, selezioneremo utenti che siano di lingua inglese (inglesi, americani o australiani) che vogliano imparare l’italiano.

Nella sezione “Impostazioni” è possibile selezionare la corrispondenza di lingua esatta, quindi scegliere gli utenti che parlano la lingua nativa che si è scelto e chi ha scelto di imparare la propria lingua nativa, è possibile farsi trovare da utenti dello stesso sesso, decidere quale fascia di età, impostare l’aspetto grafico della chat. È possibile effettuare chat di gruppo.

Il servizio di traduzione di HelloTalk permette di tradurre il parlato nella lingua che scegli. Nella conversazione scritta è possibile selezionare il testo ricevuto dall’utente e tradurre, correggere ed inviare al destinatario, nonché ascoltare la pronuncia della parola o frase inviata e ricevuta.

Essendo una piattaforma social che utilizza lo strumento della chat, si consiglia la supervisione di un adulto per gli utenti al di sotto dei 18 anni. La segnaliamo perchè può essere un efficace strumento di potenziamento per lo studio di una lingua straniera, in una modalità accattivante per i ragazzi e i giovani.

 

Tanto amore non può morire

Un romanzo può essere commuovente dalla prima all’ultima pagina (letteralmente) senza per questo apparire melenso. Può raccontare la morte senza per questo risultare funesto. Può scavare nel dolore e nonostante, anzi proprio grazie a questo, far affiorare la gioia delle relazioni. Tanto amore non può morire di Moni Nilsson dimostra, dal canto suo, tutte e tre queste cose.

Lo fa attraverso la storia e il punto di vista di Lea, dieci anni, una famiglia unita e ordinaria, una passione per il calcio, un carattere tosto, un’amica che è praticamente una sorella e una mamma malata di cancro. Lea sa della malattia della madre ma, anche in virtù di un’età in cui consapevolezza ed elaborazione fantastica tendono a mescolarsi, rifiuta in fondo l’idea che possa morire a breve. Così, quando la sua migliore amica Noa le dice di aver visto sua madre al Galà del Cancro e di essere dispiaciuta per la sua morte imminente, la fragile e tutto sommato rassicurante idea di realtà imbastita da Lea improvvisamente crolla. Noa diventa una traditrice per aver saputo prima di lei e per averle rivelato ciò che lei non vedeva o non voleva vedere. Lea fa di lei una sorta di capro espiatorio e al contempo di soggetto scaramantico: finché la odierà e rinuncerà alla sua amicizia, forse la mamma non morirà. Accade, allora, che mentre la malattia di Johanna peggiora, lasciandole sempre più di rado dei momenti buoni in cui fare scorta di piccole felicità, Lea sperimenta la paura del distacco in maniera ancora più dolorosa perché non può contare sulla sua amica più cara. Proprio quella che, nonostante, tutto, continua a cercarla e a tentare un riavvicinamento dopo il pasticciaccio del Galà. Arriva un momento, però, in cui gli allontanamenti forzati, i tentativi di distrazione e le nuove amicizie non bastano più a coprire il vuoto enorme che si fa spazio dentro Lea. Ed è proprio lì che le relazioni importanti, che si stringono in quella che è una famiglia allargata a tutti gli effetti, affiorano con forza e si fanno rete di sicurezza. Quella a cui affidarsi senza timore e di cui sentirsi indissolubilmente filo.

Asciutto, intenso e meravigliosamente scritto, Tanto amore non può morire prende di petto un tema delicatissimo scansando in uno slalom ardito le trappole del sentimentalismo e dello sbrodolamento. Qui, verosimilmente, il tempo e il ritmo cambiano in funzione della situazione che vive Lea e degli stati emotivi che essa reca con sé. Le relazioni – grandi protagoniste del romanzo – palpitano autentiche nelle parole e nei gesti dei personaggi, portando alla luce tutto ciò che di buono può esserci nel dolore più buio. È un romanzo forte, appassionante, incisivo, questo di Moni Nilsson, che merita di essere proposto e consigliato ai ragazzi e alle ragazze nonostante tema portante e copertina possano apparire respingenti. Ultimo ma non meno importante: Uovonero lo propone con caratteristiche di alta leggibilità evidenti e importanti che a loro volta sostengono una lettura già di per sé densa e magnetica.

Le puzzole Agata e Romeo e il primo giorno di scuola

Pepe è un cane furbo e vivace e ha uno zaino magico che porta sempre con sé. Nel suo zaino c’è un libro di storie da cui trae piccoli racconti, uno per ogni volume che lo vede protagonista.

In Le puzzole Agata e Romeo e il primo giorno di scuola, per esempio, leggiamo di Pepe che aiuta le puzzole Agata e Romeo ad affrontare in maniera serena l’inizio dell’avventura scolastica e a superare il timore di essere isolate dai compagni a causa del loro odore. La storia delle due puzzole, così come le altre che compongono la collana dedicata al cane Pepe, è evidentemente molto breve, lineare e piacevole, seppur priva di veri e propri guizzi narrativi: caratteristiche che in parte rispondono a un preciso intento, quello di offrire racconti il più possibile fruibili anche da parte di bambini con disabilità uditiva.

Le storie di Pepe sono state confezionate, infatti, con un’attenzione particolare alle difficoltà di lettura dei bambini sordi: difficoltà legate soprattutto al riconoscimento e all’attribuzione di significato a componenti del testo come preposizioni, pronomi, congiunzioni e articoli. Le puzzole Agata e Romeo e il primo giorno di scuola dedica particolare attenzione agli articoli. Il volume privilegia, infatti, frasi – per esempio in forma di elenco – che ne contengano diversi. Difficili da percepire a livello labiale ma anche da riempire di senso poiché prive di un referente concreto, queste particelle del testo tendono infatti a essere trascurate dal giovane lettore sordo, compromettendone l’effettiva comprensione del testo oltre che il piacere della lettura.

Alla luce di queste constatazioni, gli articoli non vengono solo ampiamente usati nel testo ma anche valorizzati dal punto di vista grafico, grazie a caratteri più grandi e colorati che invitano implicitamente il lettore a non trascurarli. Il volume tiene inoltre conto della difficoltà sperimentata da molti bambini sordi nell’interpretare le espressioni idiomatiche come “vuotare il sacco” o “tagliare la corda”. Entrambe le espressioni vengono perciò inserite nella narrazione e al protagonista Pepe che le pronuncia viene affidato il compito di spiegarle in maniera semplice. In questa cornice, l’aggiunta di giochi-esercizi posta al fondo dei volumi e normalmente discutibile nell’ambito della produzione per l’infanzia che voglia essere veramente libera da una certa pesantezza didattica, risultano funzionali a favorire una reale appropriazione del testo.

Sempre nella medesima ottica, i volumi valorizzano il ruolo che le figure possono avere nel sostenere la comprensione del testo, dedicando per esempio grande attenzione alle espressioni del viso dei personaggi o la puntuale correlazione con ciò che dicono le parole. Allo stesso modo essi rendono evidente l’attribuzione dei dialoghi attraverso un semplice ma ingegnoso espediente. A fianco di ogni battuta compare, infatti, l’icona del personaggio che in quel momento sta parlando: in questo modo il testo non viene gravato e la fluidità di lettura e comprensione ne guadagna. Si tratta in generale di accorgimenti minimi ma significativi, che predispongono un terreno di lettura amichevole e abbordabile non solo per i bambini sordi per cui sono specificamente progettati ma anche per tanti altri bambini che ne condividono le difficoltà pur manifestando altri disturbi o disabilità.

La collana de Le storie di pepe e del suo zaino magico è nata per intuizione dell’autrice Paola Secchi, particolarmente sensibile rispetto alla questione del diritto alla lettura di bambini con disabilità uditiva, ed è cresciuta grazie al coraggio della casa editrice Astragalo, decisa a rispondere a un bisogno poco noto ma molto delicato e importante, e al confronto con Francesca Volpato e Carmela Bertone dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, specializzate nello studio del rapporto tra apprendimento linguistico e sordità. La collana lavora concretamente in un’ottica inclusiva anche grazie alle illustrazioni accattivanti dal tratto fumettistico firmate da Simona Capovilla, con la supervisione grafica di Bruno Testa.

Tiny Village

Tiny Village è un’app che propone un gioco di ruolo in cui è possibile costruire un villaggio preistorico dove far crescere risorse, costruire case e negozi. E’ possibile assegnare agli abitanti lavori diversi e far utilizzare tutte le 7 risorse per creare oggetti come attrezzi, abiti, dolciumi e altro ancora. Al centro del villaggio è presente la Roccia Magica con cui si possono sbloccare spinte premium, nuovi edifici e nuove decorazioni.

Una bella grafica, fantasiosa, che propone un gioco collaborativo e leggero, in cui possono essere sviluppate la capacità di gestire l’area visuo-spaziale del tablet e la coordinazione oculo-manuale.

La fantastica corsa volante

Il bosco è in fermento per l’evento dell’anno: sta per iniziare la Fantastica Corsa Volante. Dieci squadre di pennuti sono pronte a sfidarsi, ciascuna a bordo di un mezzo capace in vario modo di solcare i cieli. C’è chi punta sulla classica mongolfiera, come l’affiatata coppia Struzzo&Pinguino, e chi investe su jet aerodinamici come i Super Falchi; chi si lancia su ingegnosi trabiccoli a pedali come il Flamingo Team e chi sfodera mezzi spaziali come la Bat Squadra. La gara si prospetta avvincente ma, inspiegabilmente, una dopo l’altra, tutte le squadre sono costrette al ritiro. Possibile che in una sola corsa capitino avarie di ogni tipo, dai palloni sgonfi alle eliche fuori uso, dalle fusoliere bucate agli scontri in volo? La faccenda si fa sospetta e in effetti in un rush finale tutto trambusto e colpi di scena, salta fuori un’insospettabile verità (mai e poi mai fidarsi dei polli!) e la gara finisce per trovare degli imprevedibili vincitori.

Ciò che rende davvero speciale e ben congegnato questo albo illustrato di Tjibbe Veldkamp &Sebastian Van Doninck è, da un lato, l’inventiva con cui sono costruiti i diversi mezzi volanti e il modo con cui ciascuno di essi esce di gara, e dall’altro il dialogo che si instaura tra testo e figure, costruito in maniera tale per cui le seconde sanno e dicono sempre molto di più rispetto al primo. Una caratteristica, questa, che appare apprezzabile per più di una ragione. In primo luogo perché mette in valore un tipo di lettura – quella visiva – che non ha nulla da invidiare a quella alfabetica e che anzi qui risulta fondamentale per capire che cosa succede nella storia. Questo significa che anche i bambini che magari faticano di più di fronte al testo scritto – qui peraltro stampato ad alta leggibilità e in misura breve con non più di un paragrafo per pagina – ma la cui capacità di esplorazione e interpretazione delle figure è minuziosa, possono qui trovare grande soddisfazione. Il volume risulta in questo senso ideale anche per invogliare e appagare anche i lettori meno forti e/o dislessici.

Ma non è tutto. Il particolare equilibrio che lega testo e illustrazioni genera dinamiche di lettura votate alla sorpresa e per questo molto accattivanti. Accade infatti che, con buona probabilità, il lettore arrivi alla fine della corsa senza aver davvero colto che cosa sta accadendo ai partecipanti. La pagina è infatti così ricca di figure e di dettagli che i tentativi di sabotaggio che vi hanno luogo riescono a camuffarsi molto bene. Solo tornando indietro – operazione che viene immediatamente da compiere di fronte alla notizia della squalifica di una squadra – ci si rende conto di quante cose siano accadute senza che ce ne accorgesse. Ogni pagina diventa a quel punto un terreno di sfida da esplorare a tappeto per cogliere con gusto particolari sempre nuovi e inattesi, trovando di volta in volta un senso e una ricchezza nuovi nel libro appena letto. Viceversa, chi fosse così attento da scorgere subito le industriose scorrettezze del Team Pollo può egualmente godere di una lettura in cui lo scarto tra parole e figure diverte e appassiona, chiedendo al lettore di mettersi alla prova con un occhio davvero scaltro.

Crepe d’oro

Lavorare la mollica di pane con le dita per dar forma a minuziose statuette non è un hobby diffuso. Tantomeno è semplice. Bisogna lavorare con precisione e in fretta, altrimenti si formano delle crepe che rovinano il risultato. Nico odia le crepe, ma odia forse ancora di più il fatto che i suoi genitori non capiscano né condividano la sua passione. Statuine e sculture sono sciocchezze per loro, tempo prezioso sottratto allo studio. E così, ogni volta che una sua opera finisce nel cestino e che il suo impegno viene sminuito, anche in Nico si aprono delle crepe. Sul suo cammino, però, il ragazzo incontra qualcuno – un insegnante attenta, prima, e un maestro scultore poi – che le crepe sa non solo risanarle ma anche metterle in valore. Perché, come insegna l’antica arte giapponese del Kintsugi, proprio le crepe sono ciò che ci rende unici, forti e preziosi.

Scritto da Antonio Ferrara, Crepe d’oro condensa in meno di sessanta pagine un racconto spigoloso e motivante. E c’è più di una ragione per tenerlo d’occhio e consigliarlo ai ragazzi. Una è che l’autore conosce bene l’adolescenza e sa raccontarla con lucidità, senza tanti fronzoli o storture. Un’altra è che il suo racconto unisce brevità e intensità, offrendo una lettura ricca ma allo stesso tempo abbordabile: cosa per nulla trascurabile agli occhi di lettori meno forti, poco attratti dai libri o con difficoltà legate di lettura legate per esempio alla dislessia. In questo senso Biancoenero confeziona una proposta interessante e intelligente che non solo mette in campo tutti gli accorgimenti di alta leggibilità (font, spaziatura, sbandieratura, colore della carta…) ma li applica a un testo coinvolgente che non spaventa il lettore ma anzi lo abbraccia con una misura amichevole.

La piccola strega

Cosa significa essere una buona strega? Fare cose generose o, al contrario, esercitare a puntino la malvagità propria della categoria? Su questo amletico dubbio e sull’equivoco che può generare poggia il gustoso racconto scritto dall’autore tedesco Otfried Preussler.

Tutto ha inizio quando la piccola strega protagonista decide di partecipare di nascosto all’annuale sabba della notte di Valpurga, nonostante abbia soltanto centoventisette anni e alle fattucchiere così giovani non sia consentito avvicinarsi al monte Block. Colta in flagrante, la strega viene punita ma ottiene il permesso di presentarsi l’anno successivo per dimostrare di aver acquisito abbastanza esperienza. E così, proprio per diventare una buona strega, la giovane studia, si esercita ma soprattutto segue i consigli del suo corvo Abraxas che le suggerisce di rigare dritto e di dedicare i suoi incantesimi a nobili fini. Come aiutare delle vecchiette a fare legna nel bosco, dare una lezione a ragazzacci dispettosi, salvare tori dall’essere arrostiti o riscaldare venditori di caldarroste nei giorni più rigidi dell’inverno. Dopo un anno, il momento del verdetto arriva e il qui pro quo sull’essere una buona strega finisce per venire a galla. Poco male, però: scaltra e ormai convinta del cammino intrapreso, la piccola strega trova il modo di averla vinta, con buona pace di chi dedica incantesimi e sortilegi a scelleratezze e meschinità.

Pubblicato per la prima volta più di sessant’anni fa, La piccola strega si caratterizza per una freschezza senza tempo che la rende godibilissima anche per i bambini di oggi. L’autore, maestro nello scrivere storie divertenti e ricche di guai, sotterfugi e idee portentose, costruisce il racconto attraverso una serie di episodi perlopiù slegati tra di loro che introducono di volta in volta sulla scena personaggi e situazioni emblematici e saporiti. Il gusto del narrare avvolge dunque i buoni sentimenti, che pur non mancano ma che tutto fanno tranne che appesantire la trama. Ne vien fuori una storia vivace, mai noiosa e il cui stile piano e affabile invoglia e rende davvero gradevole la lettura.

Questo aspetto, che concorre dal canto suo a coinvolgere anche i lettori meno forti, viene ulteriormente messo in valore dall’iniziativa di Locomoctavia che del racconto offre un’incantevole versione audio. Aida Talliente, che qui presta la voce alla piccola strega e a tutti i suoi interlocutori, legge con brio e interpreta in maniera buffa i diversi personaggi, contribuendo a rendere l’immersione travolgente e leggera. Ad accompagnarla, ci sono poi le note del sax di Antonello Gravela. Ora effervescenti, ora malinconiche, queste assecondano il ritmo variegato della narrazione, restituendo in chiave musicale il suo carattere mai monotono.

Come di consueto, l’audiolibro de La piccola strega è reso disponibile da Locomoctavia in due diverse versioni – su CD audio e in MP3 scaricabile – così da assecondare esigenze e preferenze di fruizione differenti.

Facile! Leggere bene. Leggere tutti – Gribaudo (collana)

La collana Facile! leggere bene. Leggere tutti proposta da Gribaudo è stata una delle prime a mutuare la font leggimi di Sinnos e ad adottare accorgimenti grafici di alta leggibilità per proporre prime letture amichevoli nella forma anche agli occhi di lettori dislessici.

Attiva da quasi dieci anni (i primi titoli risalgono al 2015), la collana offre storie brevi, che si esauriscono in una cinquantina di pagine a colori, tutte provviste di illustrazioni. Il formato dei volumi è snello e maneggevole: cosa, questa, che può contribuire a rafforzare l’impressione di trovarsi davanti a una lettura abbordabile. In catalogo figurano storie delicate, come quelle scritte e illustrate da Petr Horácek e che vedono protagonista un delizioso topolino (Il topino che si mangiò la luna; Il topino che non aveva paura; Il topino che cercava casa); storie che hanno dato vita a serie di successo, come quelle create da Orianne Lallemand e dedicate a un famoso lupetto (Il lupo che voleva cambiare colore; Il lupo che voleva fare il giro del mondo; Il lupo che aveva la testa tra le nuvole, per esempio), o ancora storie buffe (come La bottega di dolci della signora Tortinsù), poetiche (come Il signor Paltò) o rocambolesche (come Il ladro di risate). Le pubblicazioni più recenti, in particolare, sono perlopiù affidate a penne italiane come Anna Sarfatti, Lodovia Cima e Simone Frasca.

Tra le caratteristiche che contraddistinguono i volumi di collana in termini di accessibilità può essere utile rimarcare, oltre all’uso della font specifica leggimi, anche:

che ne accentuano la fruibilità in caso in dislessia.

La banda dei vecchi bacucchi

Dalla penna di Florence Thinard escono romanzi ricchi di personaggi memorabili e avventure rocambolesche. Camelozampa, che ce l’ha fatta conoscere nel 2018 con Meno male che il tempo era bello. La stessa casa editrice pubblica ora, sempre con caratteristiche di alta leggibilità, un secondo volume dell’autrice francese: un romanzo il cui titolo buffo – La banda dei vecchi bacucchi – anticipa perfettamente il carattere irriverente della narrazione e la presenza di protagonisti fuori dal comune.

Al centro del racconto c’è, infatti, un gruppo di anziani che mal sopportano di essere considerati un inutile peso dalla società contemporanea. È un gruppo bizzarramente assortito, il loro. C’è Nonno Ferraglia, che sposa ideali anarchici e l’abitudine di raccogliere ferri vecchi per tirar su qualche soldino. C’è Giselle alias Miss Scarlett, pasionaria dai vestiti vistosi. C’è Victor alias Zorro, che nonostante gli acciacchi non rinuncia a fare murales in giro per la città. E c’è Rose, alias Polvere di riso, vecchietta gentile e inaspettatamente scaltra. È proprio lo scippo subito in strada da Rose a portare i quattro a incontrarsi e a formare un’autentica banda. Il gruppo si riunisce dapprima con il pretesto di catturare l’autore dell’aggressione ma si consolida, poi, con la chiara intenzione di combattere le ingiustizie più diverse, rivendicando il diritto degli anziani ad essere riconosciuti come risorse e non come zavorre.

È in questo modo che la Banda dei vecchi bacucchi – così si autonominano i quattro – mette in piedi piccole ma incisive missioni, che di volta in volta prendono di mira individui prepotenti e simboli di una società iniqua. Le missioni finiscono per coinvolgere, suo malgrado, anche il giovane Jules: ragazzino fragile e scapestrato catturato dopo lo scippo a Rose e messo in riga dalla banda. Quello di riportare Jules a scuola, di toglierlo da un brutto giro di ricettatori e, infine di farlo notare da Roxane, la giovane di cui si è innamorato, diventerà per i vecchietti una sorta di missione d’onore, quella forse a cui tengono di più oltre che quella davvero capace di far nascere, crescere e cementare relazioni inattese.

Deliziosamente ironico, La banda dei vecchi bacucchi è un romanzo corposo ma molto scorrevole, ricco di eventi e colpi di scena che danno una veste avvincente a una riflessione, tutt’altro che banale, su tematiche attualissime come il consumismo, la lotta di classe, il rapporto tra generazioni e il valore dell’istruzione. Camelozampa lo propone ai suoi lettori con un’impaginazione amichevole, forte soprattutto di un font ad alta leggibilità come l’EasyREading, di una spaziatura più ampia del consueto e della sbandieratura a destra. Pur essendo rivolto a un target dai 10 anni in su, inoltre, il libro ha il merito di non rinunciare a inserire di tanto in tanto delle illustrazioni che dinamizzano la pagina e sostengono la lettura.

Anna e l’ora della nanna

Creato dall’autrice olandese Kathleen Amant, il personaggio di Anna ha conosciuto molti piccoli lettori italiani grazie a una ricca serie di albi che la vedono protagonista. Dedicati alle più comuni esperienze quotidiane – dai litigi alle emozioni, dai giochi alle routine – questi ricalcano facilmente l’esperienza vissuta dal potenziale lettore e risultano ben riconoscibili grazie alle ampie figure dai colori accessi, ai contorni netti e alle sagome minimali. Ogni volume predilige inoltre storie piane e aderenti al reale, attente non tanto a sorprendere e incuriosire il lettore quanto a farlo immedesimare e riconoscere.

Anna e l’ora della nanna, per esempio, segue la protagonista nel suo rituale serale: pigiama, denti, pipì ma soprattutto piccoli espedienti per rimandare il momento di salutarsi e accogliere il sonno con tranquillità. Ogni doppia pagina segue un passaggio della preparazione optando per scelte compositive votate alla chiarezza. Testo e illustrazioni appaiono in questo senso nettamente separati, ogni illustrazione mette in scena solo gli elementi chiave di cui parla il testo e la rappresentazione risulta evidente, netta e rassicurante.

Il libro, disponibile in versione tradizionale dal 2012 per i tipi di Clavis, è ora proposto dal medesimo editore anche in una versione in cui il testo viene supportato visivamente dai simboli. A differenza dei precedenti volumi basati sulla Comunicazione Aumentativa e Alternativa pubblicati dall’editore, quest’ultimo non segue il modello inbook ma predilige una simbolizzazione meno rigida. Qui, per esempio, i pronomi e gli articoli non vengono individualmente associati a un simbolo ma uniti al relativo sostantivo, le locuzioni verbali vengono espresse con un simbolo complessivo e alcune parole strettamente legate dal punto di vista del significato (es: dolce profumo) vengono inserite all’interno del medesimo riquadro. Curata dalla Fondazione Paideia, la simbolizzazione di Anna e l’ora della nanna si ispira, infatti, a principi di economia, iconicità e coerenza interna.

Cercasi gamba!

C’è una sedia in mezzo al nulla. Come sia finita lì non si sa ma in fondo non ha nemmeno tanta importanza. Quel che si sa è che a quella sedia manca una gamba. Non che la cosa la renda meno sedia ma chi passa da quelle parti è portato a pensare che possa farle comodo un supporto supplementare. Ecco allora che le cose più disparate, dalle baguette agli ombrelli, dai palloni alle trombe, vengono sistemate a mo’ di protesi là dove la gamba davanti a destra non c’è. Ma le baguette sono facile preda di topini affamati, gli ombrelli attraggono avventori sorpresi dalla pioggia, i palloni volano via e le trombe sono fatte per essere suonate. Morale: una dopo l’altra, le gambe posticce vengono tolte e poi rimpiazzate. Fino a quando la situazione sembra tornare al punto di partenza. È solo un’impressione, però. Ché a ben guardare, anche nel nulla qualcosa si muove e la soluzione più duratura può richiedere attesa e pazienza ma offrire in cambio solidità e bellezza.

Delizioso, divertente e capace di aprire riflessioni interessanti attraverso la metafora della sedia a cui manca un pezzo, Cercasi gamba è un libro senza parole anche estremamente accessibile. Le sue ampie pagine di formato quadrato – come caratteristico dei volumi della collana Silent Book di Carthusia – accolgono infatti un’inquadratura fissa in cui la sedia protagonista è rappresentata in primo piano. Non vi sono elementi di contorno che possono creare confusione o distrarre il lettore. Gli unici dettagli che circondano il soggetto principale sono le poche ed essenziali linee delle montagne sullo sfondo che contestualizzano il racconto e quelle che scandiscono il tempo o delineano agenti atmosferici funzionali alla narrazione.

Quest’ultima si fonda inoltre su di una struttura iterata in quattro tempi (e due doppie pagine) che agevola l’aggancio e la comprensione: un personaggio si accorge che manca la gamba – mette un oggetto che funga da supporto – l’oggetto viene rimosso da qualcun altro – il problema iniziale si ripropone, e via da capo. Da ultimo, il volume si caratterizza per uno stile minimale in cui i pochi oggetti sulla scena vengono rappresentati con pochi tratti significativi attraverso i quali risulta più agevole interpretare sentimenti e azioni. Il risultato è un racconto per immagini molto eloquente che si presta tanto a letture individuali quanto a letture ad alta voce.

Opera dell’autrice torinese Irene Frigo, Cercasi gamba è uno dei libri finalisti del Silent Book Contest 2022. All’interno della medesima edizione del premio ha inoltre vinto la sezione Junior, ossia è stato preferito tra gli altri finalisti da una giuria di bambini della scuola primaria.

Look book

Come è possibile che nessuno lo pubblichi da noi?, ci si chiede spesso a proposito di libri stranieri bellissimi e intramontabili che circolano tra gli addetti ai lavori o che si ammirano in fiera. Straordinario, traversale e accattivante, Look Book di Tana Hoban è esattamente uno di questi libri. Per questo motivo, è grandissima la riconoscenza verso Camelozampa che finalmente lo ha portato in Italia.

Con questo titolo, che è stato pubblicato per la prima volta più di 25 anni fa e che è uno dei più famosi e diffusi libri fotografici per bambini (e non), l’editore padovano inaugura una promettente collana interamente dedicata agli albi fotografici: una categoria di libri ancora troppo poco diffusa sui nostri scaffali e al contempo estremamente apprezzata dai bambini, piccoli e noi. La riconoscibilità delle immagini e la possibilità di giocarci su attraverso un uso più o meno ingegnoso delle inquadrature e delle sequenze rende infatti i libri fotografici particolarmente appetibili.

Look Book, in particolare, unisce questi aspetti a un semplice espediente cartografico che crea un coinvolgente dinamica ludica. Grazie a un piccolo foro tondo, il libro invita dapprima a osservare il dettaglio di un’immagine fotografica. Solo in un secondo momento, fatte le dovute ipotesi su cosa possa rappresentare e voltata la pagina, egli ha modo di vedere la fotografia integrale da cui il dettaglio è stato tratto. Ma non è tutto, voltando ancora la pagina, si allarga ulteriormente l’inquadratura della fotografia o cambia la sua angolatura così che il lettore possa coglierne il soggetto in un contesto più ampio. Attraverso micro-sequenze composte da 3 pagine ciascuna, il volume di Tana Hoban riesce così a giocare sull’indizio, sul riconoscimento, sulla sorpresa, sullo sguardo che si amplia. Queste pagine così pulite e così ben congegnate offrono così l’occasione di guardare e di vedere, trasformando cavoli, girasoli, struzzi e bretzel in soggetti davvero intriganti e fuori dall’ordinario.

Semplice e raffinato come solo i buoni libri sanno essere, Look Book è un libro prezioso anche dal punto di vista dell’accessibilità. L’assenza di parole, la pulizia grafica, la brevità delle singole sequenze, il ricorso a un medium aderente al reale come quello fotografico, la scelta di soggetti noti o facilmente riconoscibili, la dinamica ludica e l’aumento progressivo dei dettagli cui prestare attenzione costituiscono, infatti, elementi chiave per facilitare la piena fruizione del volume e dei suoi contenuti anche da parte di bambini che fatichino a confrontarsi con la parola scritta, con pagine confuse o affollate, con immagini troppo astratte o con narrazioni troppo lunghe. Ecco allora che attraverso pagine forate e immagini che catturano lo sguardo, un solo libro come Look Book ha la capacità di intercettare bambini con abilità diverse, offrendo loro un’occasione di lettura visiva appagante, curata e particolarmente coinvolgente.

Lettere d’A-mare

La balena azzurra che spicca acquerellata sulla copertina offre un assaggio affidabile e seducente della bellezza raffinata che il lettore potrà trovare all’interno di Lettere d’A-mare. Il volume si caratterizza infatti per una significativa cura compositiva e un’ammirevole armonia grafica che fanno risaltare al massimo le illustrazioni delicate dell’autrice. Acciughe, polpi, stelle e cavallucci marini sono i protagonisti deliziosamente ritratti ad acquerello da Pierangela Massolo che immagina tali creature possano scambiarsi inviti, ricordi e messaggi d’amore e d’amicizia, attraverso lo strumento della lettera.

I testi che inquadrano di volta in volta i personaggi e che sviluppano il contenuto di ogni missiva sono scritti in rima e proposti nei simboli della Comunicazione Aumentativa e Alternativa, questi ultimi impiegati secondo il modello inbook che prevede, tra le altre cose, la simbolizzazione individuale di tutti gli elementi lessicale, la riquadratura di parola e immagine e l’uso dei diversi qualificatori. I simboli che compongono le lettere, in particolare presentano uno sfondo azzurro: questa scelta, che può risultare spiazzante per qualche lettore, mira in realtà a evidenziare la differenza tra il testo di cornice e il cuore dei singoli racconti. Il volume non propone infatti una storia unica ma raccoglie piuttosto una serie di piccole narrazioni, ciascuna incentrata su una coppia di personaggi variamente legati e sviluppata attraverso una lettera e la sua risposta.

I testi delle lettere presentano un lessico in buona parte ricercato o comunque non basico e una sintassi che tende ad assecondare la struttura in rima. Ne risultano versi piacevoli da ascoltare anche se di più complessa decifrazione. In questo la scelta di Homeless book è davvero interessante perché ci aiuta a ricordare alcune cose importanti. Per esempio che i simboli possono essere utili a persone con competenze linguistiche diverse, alcune delle quali possono padroneggiare anche testi meno immediati. E che vale la pena proporre testi di complessità differente, senza rinunciare ad alzare l’asticella così da offrire esperienze di lettura diverse e sfidanti, che magari non vengono afferrate a pieno ma possono egualmente lasciare una traccia o aiutare a tararsi per il futuro. Perché la cura e la bellezza, in qualche modo, fanno la loro parte.

This is not a book

Viaggiare, divertirti, nutrirti, metterti nei panni di un esploratore, di un campione di tennis o di un famoso pianista …. Sono tante le cose che un libro di qualità ti permette di fare. Vero è che se quel libro nasce dal genio irriverente di Jean Jullien è probabile che tutte quelle cose tu possa fare non solo metaforicamente ma letteralmente. Provare per credere!

In un libro come This is not a book, infatti, le pagine rinunciano a raccontare una storia lineare per trasformarsi in una successione di oggetti e contesti con i quali il lettore può interagire. Giocando sul confine segnato dalla rilegatura tra le pagine, sul movimento che consente al volume di essere sfogliato e sulla possibilità di variare l’angolo formato da ogni doppia pagina, il libro diventa, infatti, di volta in volta un computer, una cassetta degli attrezzi, un frigo o – perché no? – una tenda da campeggio. A ogni doppia pagina, dunque, si apre una nuova sorprendente possibilità e così il lettore può scrivere un’email picchiettando su tasti disegnati, afferrare uno spuntino, fingere di suonare una sinfonia o, ancora, far applaudire le pagine.

Come intuibile dal titolo, il libro è inglese ma essendo del tutto privo di parole e facilmente reperibile online,                 l’origine non costituisce un ostacolo. Il libro di Jean Jullien merita, anzi, di essere cercato e proposto perché offre un raro mix di ingredienti capaci di incentivare e sostenere il rapporto con il libro anche laddove siano presenti difficoltà di lettura: la sorpresa, la dimensione ludica, l’assenza di parole e l’autonomia di ogni doppia pagina predispongono un terreno felice per incontrare il libro in una veste inattesa, coinvolgente e del tutto svincolata dalla performance. Da non sottovalutare, infine, la delizia dell’impertinenza: le linee essenziali che d’emblée trasformano la pagina in un paio di chiappette faranno cedere anche i non-lettori più diffidenti (almeno quanto faranno risvegliare l’indignazione di qualche adulto)!

Vieni con me

Pigiama, coperte, medicine sul comodino: tutti gli indizi in prima pagina lasciano intendere che una mattina non proprio entusiasmante attenda il protagonista di Vieni con me. Il sorriso della bambina che entra dalla porta della sua stanza con una pila di fogli e colori cambia però le carte in tavola. Con sé tiene anche un palloncino. Che piani avrà mai in mente? Gonfiarlo, chiaramente! Fino a farlo diventare grandissimo e trasformare il letto in una sorta di rudimentale mongolfiera. Ché disegnare, certo, aiuta ad ammazzare il tempo ma trasformare i disegni in viaggi avventurosi è tutta un’altra faccenda!

Qualche tratto colorato sul foglio ed ecco, infatti, che stormi di uccelli variopinti circondano il letto e lo accompagnano tra le nuvole. Da lì si ammira un panorama incantevole, anche di notte. Ma non c’è tempo da perdere, sono tanti i luoghi ancora da visitare. Capre di montagna, pinguini, piovre giganti e pesci prendono rapidamente forma sui fogli e guidano il letto magico tra vette innevate, foreste tropicali e abissi animati. Serve forse una pausa. Che strada prendere ora? Basta seguire le frecce sul foglio e immaginare nuove straordinarie destinazioni….

Con i suoi disegni ad acquerello che spalancano atmosfere incantate, Linde Faan ci regala un libro senza parole in cui il desiderio di evasione la fa da padrone e in cui i colori intensi sono un invito irresistibile ad accodarsi alla coppia di viaggiatori. L’escursione è dal canto suo lineare e segue uno schema iterato che facilita la previsione e la comprensione di quel che accadrà. L’autrice è inoltre brava a delineare con pochissimi e sottili tratti a matita posizioni, movimenti ed espressioni del volto dei protagonisti che favoriscono l’immedesimazione e la partecipazione del lettore, anche laddove la lettura visiva non sia così allenata.

Attraverso pagine ricchissime e silenziose e un’idea di fondo nota ma sempre potente come quella del disegno che spalanca possibilità inventive, Vieni con me celebra il potere dell’immaginazione e in particolar modo dell’immaginazione condivisa. Non è solo il fatto di poter viaggiare con la fantasia, infatti, a cambiare di segno il tempo e l’umore del protagonista quanto anche e soprattutto il fatto di poterlo fare con una compagna affettuosa e vicina come la ragazzina che gli porta sorridente fogli, palloncino e pennarelli. Ché in due, si sa, le idee si alimentano, spiccano il volo e arrivano più lontano di quanto mai potrebbe accadere in piena solitudine.

Gli animali selvaggi

Si potrebbe pensare che Gli animali selvaggi sia un comune libro dedicato ad animali esotici. E invece no, il libro di François Delebecque, così come gli altri che fanno parte della stessa serie edita in Francia da Les Grandes Personnes e portati in Italia dall’Ippocampo, è decisamente molto di più. Qui il bambino non si limita infatti a trovare leoni, tigri, struzzi e babbuini disegnati ma ha l’occasione di conoscere e riconoscere questi animali da vicino, da diverse prospettive e in un crescendo di complessità che asseconda le sue abilità cognitive.

Come lo fa? Attraverso una scelta stilistica orientata alla pulizia e all’essenzialità (grandi sfondi bianchi su cui si stagliano silhouette nere), una particolare attenzione al tema della somiglianza e della varietà (animali della stessa famiglia sono affini ma non identici così come lo stesso animale può avere aspetti differenti a seconda dalla prospettiva e dal contesto in cui lo si guarda), e un impianto a finestrelle che invita all’interazione, al gioco e al confronto tra differenti forme di rappresentazione.

Ogni doppia pagina  presenta 4-5 finestrelle – una più grande sulla sinistra e altre 3-4 più piccole sulla destra – su cui figura la sagoma nera del soggetto. Ben distinguibile anche in caso di ipovisione, questa illustra l’animale mettendone in evidenza i tratti più pertinenti. I soggetti sono perlopiù rappresentati di profilo nella pagina di sinistra, così da risultare più riconoscibili al primo impatto, mentre sono spesso proposti di fronte, a figura non intera o a gruppi nella pagina di destra: aspetto, questo, che invita il lettore a cimentarsi con operazione di riconoscimento via via più articolate e sfidanti.  Le sagome, dal canto loro, non sono disegnate a caso ma ricalcano esattamente la fotografia dell’animale nascosta sotto la finestrella. Tra il sotto e il sopra di quest’ultima si viene così a creare un gioco di richiami e rimandi che non solo diverte ma supporta efficacemente l’acquisizione di dimestichezza con forme di rappresentazione più e meno realistiche. Un’ultima doppia pagina, infine, ripropone sempre in forma di finestrella tutti gli animali incontrati dal lettore all’interno del libro, offrendogli un’ulteriore occasione di scoperta, gioco e conferma delle abilità fin lì messe alla prova.

Versatile e intrigante, Gli animali selvaggi si presta a essere utilizzato in molti modi diversi, rispettando e stimolando le diverse abilità dei diversi lettori. Rispetto ad altri volumi della collana, come quello dedicato agli animali della fattoria, questo spinge la curiosità del lettore un poco più in là, andando a fotografare animali esotici più e meno noti – dal leone al suricate, dal babbuino al fenicottero – con cui i bambini hanno con tutta probabilità avuto meno possibilità di interfacciarsi nella realtà.

Lingua dei Segni Italiana – Piccolo Vocabolario bebè e genitori

Pratici, spendibili, accattivanti: i libretti dedicati alla Lingua del Segni Italiana da poco pubblicati da Logos sono strumenti di cui davvero si sentiva la mancanza. Progettati in un’ottica squisitamente inclusiva, si presentano come manuali snelli e di facile uso e si rivolgono a un pubblico ampio, tutt’altro che limitato ai bambini sordi o ai loro familiari. Il progetto da cui prendono le mosse – SegniAmo Bimbi – promuove, infatti, la diffusione della LIS tra i bambini udenti più e oltre che tra i bambini sordi, forte dell’idea che la conoscenza della Lingua dei Segni può riservare benefici importanti non solo in termini di superamento di barriere comunicative e culturali ma anche di supporto all’apprendimento della lingua vocale. Per tutti.

I libri ad oggi pubblicati da Logos in questa direzione sono due: Piccolo vocabolario bebè e genitori e Alfabeto manuale.

Piccolo vocabolario bebè e genitori raccoglie circa 120 segni divisi per argomento e scelti tra quelli che più facilmente possono toccare la quotidianità di un bambino e, dunque, risultare utili nella comunicazione in famiglia. Troviamo, per esempio, segni inerenti alla famiglia, al cibo, al corpo, alla natura o ai sentimenti. Di ogni segno viene offerta la rappresentazione grafica, resa con il suo stile inconfondibile da Roger Olmos, e la corrispettiva parola. Ogni doppia pagina si presenta, perciò, molto pulita ed essenziale, con un efficace sfondo bianco su cui si stagliano al massimo quattro segni. In alto compare inoltre sempre un QR code che in maniera molto pratica consente di visualizzare gli stessi segni in formato video: una modalità, questa, che ne valorizza l’aspetto dinamico e ne chiarisce al meglio la modalità di esecuzione.

Il volume, come indicato dal titolo stesso, nasce per facilitare la comunicazione tra genitori e bebè, quando questi ancora non padroneggiano la parola. In questo senso Piccolo vocabolario bebè e genitori si avvicina, per intento, al programma Baby Signs il quale sfrutta però allo stesso fine sia segni tratti dalla LIS sia segni altri. Occorre tuttavia precisare che molti dei segni inclusi all’interno del volume di Logos sono assolutamente spendibili anche molto più avanti, per esempio in età prescolare o durante la scuola primaria. In questo senso, se è vero che il titolo scelto concorre a sottolineare l’utilità dell’uso della LIS con i bambini piccolissimi, speriamo non disincentivi la scoperta e l’impiego del volume con e da parte di bambini più grandi.

La forza di volumi come Piccolo vocabolario bebè e genitori e Alfabeto manuale risiede, invece, in almeno tre qualità. La prima è fare della LIS uno strumento trasversale che possa esprimere le proprie potenzialità ben al di là dell’ambito della disabilità uditiva. La seconda è coinvolgere a questo fine un illustratore del calibro e della bravura di Roger Olmos, grazie al quale il confine tra rappresentazione grafica del segno e illustrazione espressiva diventa molto labile. La terza, infine, è sfruttare in maniera intelligente ed efficace la sinergia tra cartaceo e digitale, sfruttando le potenzialità di quest’ultimo non per inserire inconsistenti orpelli ma per apportare un significativo valore aggiunto.

Lingua dei segni italiana – Alfabeto manuale

Pratici, spendibili, accattivanti: i libretti dedicati alla Lingua del Segni Italiana da poco pubblicati da Logos sono strumenti di cui davvero si sentiva la mancanza. Progettati in un’ottica squisitamente inclusiva, si presentano come manuali snelli e di facile uso e si rivolgono a un pubblico ampio, tutt’altro che limitato ai bambini sordi o ai loro familiari. Il progetto da cui prendono le mosse – SegniAmo Bimbi – promuove, infatti, la diffusione della LIS tra i bambini udenti più e oltre che tra i bambini sordi, forte dell’idea che la conoscenza della Lingua dei Segni può riservare benefici importanti non solo in termini di superamento di barriere comunicative e culturali ma anche di supporto all’apprendimento della lingua vocale. Per tutti.

I libri ad oggi pubblicati da Logos in questa direzione sono due: Piccolo vocabolario bebè e genitori e Alfabeto manuale.

Alfabeto manuale si propone di accompagnare i bambini, sordi ma anche e soprattutto udenti, alla scoperta della dattilologia, ossia della rappresentazione delle lettere attraverso specifiche configurazioni delle mani. Si tratta, nello specifico, di uno strumento impiegato dalle persone sorde per rendere comprensibili delle nuove parole o per esprimere nomi propri a cui non corrisponde un segno specifico. Agli occhi di un udente, l’alfabeto manuale può ricordare l’alfabeto muto usato nei giochi infantili e proprio valorizzando un analogo approccio ludico e piacevole viene proposto in questo libro. L’alfabeto manuale può, infatti, risultare utilissimo a chiunque per inviare messaggi segreti, per comunicare senza farsi sentire o per farsi capire in condizioni di caos e inquinamento acustico: tutte forme di scambio e interazione che possono peraltro coinvolgere anche bambini sordi in una dinamica assolutamente paritaria. È proprio quando uno strumento messo a punto per una disabilità trova il modo di uscire dai confini ristretti di quest’ultima per diventare patrimonio di tutti che possiamo a tutti gli effetti parlare di inclusione.

Come in una sorta di alfabetiere, ogni pagina di Alfabeto manuale è dedicata a una diversa lettera. Quest’ultima viene riportata in minuscolo e in maiuscolo, viene associata al nome di un animale di cui è iniziale (scritto a sua volta in stampatello minuscolo e in corsivo) e viene soprattutto resa attraverso la configurazione manuale corrispondente, vera protagonista della pagina. La peculiarità del volume risiede senz’altro nel tocco artistico aggiunto da Roger Olmos, a cui è affidata la rappresentazione della configurazione di ogni lettera e l’illustrazione dell’animale di cui è iniziale. Non solo perché questo rende molto attraente la pagina, invitando a scoprirne e sperimentarne il contenuto, ma anche perché crea un’interazione tra mano e animale (per esempio, il koala appare come abbracciato al polso, il collo del fenicottero si insinua tra le dita mentre l’iguana si arrampica agile sul dorso) che favorisce la memorizzazione. Su ogni pagina compare inoltre sempre un QR code che in maniera molto pratica consente di visualizzare in formato video i segni relativi agli animali rappresentati così come la loro indicazione tramite alfabeto manuale: un formato, questo, che valorizza l’aspetto dinamico dei segni e ne chiarisce al meglio la modalità di esecuzione.

La forza di volumi come Piccolo vocabolario bebè e genitori e Alfabeto manuale risiede in almeno tre qualità. La prima è fare della LIS uno strumento trasversale che possa esprimere le proprie potenzialità ben al di là dell’ambito della disabilità uditiva. La seconda è coinvolgere a questo fine un illustratore del calibro e della bravura di Roger Olmos, grazie al quale il confine tra rappresentazione grafica del segno e illustrazione espressiva diventa molto labile. La terza, infine, è sfruttare in maniera intelligente ed efficace la sinergia tra cartaceo e digitale, sfruttando le potenzialità di quest’ultimo non per inserire inconsistenti orpelli ma per apportare un significativo valore aggiunto.

Le quattro stagioni

Ali Mitgutsch è considerato un maestro, se non addirittura l’inventore, dei cosiddetti libri-affresco (o wimmelbucher), ossia quei libri senza parole che racchiudono in ogni doppia pagina un mondo brulicante di personaggi impegnati in varie azioni, più o meno collegate tra di loro. Si tratta di libri attraenti e stimolanti, che invitano lo sguardo a sostare sulla pagina e ad avventurarsi in sfiziose esplorazioni. In questo modo, seguendo percorsi liberi e non prestabiliti, il lettore ha la possibilità di scovare dettagli divertenti e inattesi, di immaginare e intrecciare piccole narrazioni, di riconoscere azioni note e scoprirne di sconosciute. In altre parole, di perdersi e di ritrovarsi.

I libri-affresco dell’autore tedesco, in particolare, si caratterizzano per la presenza di personaggi dalle fattezze poco rifinite ma estremamente espressive, resi significativi non tanto dal loro aspetto fisico (tant’è che molti si assomigliano e potrebbero tranquillamente essere confusi tra loro) ma dalla mimica del volto, dalle posizioni assunte e dalle azioni in cui sono coinvolti. Tutti resi con pochi, pochissimi tratti. Le sue tavole sono poi contraddistinte da un’umanità vivace ed estremamente variegata, composta da bambini, adulti ed anziani, lavoratori e persone che oziano, tipi seriosi e monelli. La monelleria, a onor del vero, ha sempre un posto di rilievo, tra furti di fiori e frutti, gavettoni e bagni notturni. Tutelato anche dall’affollamento delle pagine e dallo stile poco dettagliato, l’autore non teme da lasciare spazio al corpo in tutte le sue forme, anche quella priva di vesti, sicché non mancano quasi mai personaggi che fanno pipì di nascosto o che per ragioni varie sfoggiano al vento le loro nudità. Inutile dire quanto questo aspetto susciti divertimento e soddisfazione, quando scovato nel pullulare dell’illustrazione.

Ne Le 4 stagioni, troviamo inquadrato un grande parco in cui, di giorno e di notte, d’estate come d’inverno, accadono innumerevoli cose. In funzione della stagione, del clima e del paesaggio che si genera, c’è chi gioca, chi costruisce, chi vende, chi sorveglia, chi rema, chi pattina… La stessa cornice accoglie così un brulicare di attività che seguono lo sviluppo dell’anno rendendo la scena sempre nuova e sorprendente. Abilissimo è, infatti, l’autore nel cogliere e valorizzare gli spunti narrativi offerti dalle diverse stagioni, come i bambini che costruiscono coroncine di fiori in primavera, i signori che fanno ginnastica a torso nudo in estate, gli ombrelli che volano via in autunno o il malcapitato che cade nel lago ghiacciato in inverno.

Il libro-affresco di Ali Mitgutsch potrebbe essere idealmente affiancato, per tema e per tipo di composizione a I libri delle stagioni di Susanne Rotraut Berner. Rispetto a questi ultimi presenta, però, una struttura meno articolata e complessa perché ogni doppia pagina fa in qualche modo storia a sé. L’inquadratura sembra spostarsi ora di poco, ora di molto, predisponendo scenari coerenti e riconoscibili, ma ciò che accade nella pagina precedente non è rilevante per capire, interpretare e apprezzare ciò che accade in quella successiva. Se questo aspetto concorre a ridurre la complessità della costruzione narrativa e dell’avventura ermeneutica a cui questa può dare luogo, contribuisce d’altra parte a rendere la lettura più accessibile anche a chi manifesti maggior difficoltà a padroneggiare storie lunghe che si sviluppano su più pagine. Esaurendosi nello spazio di una stagione, la micro-avventure messe su carta da Ali Mitgutsch risultano così godibilissime nella loro individualità e istantaneità, permettendo al lettore di immaginare ciò che c’è prima e ciò che c’è dopo in grande libertà.

Sector 7

Una gita sull’Empire State Building promette una vista spettacolare e imbattibile di New York. Certo, a patto che non ci sia una nebbia da tagliarsi col coltello, altrimenti non resta che accontentarsi di un vago e indistinto biancore. Anche il quel caso, però, non è detto che la gita sia destinata al fallimento. Può capitare, per esempio, che una nuvola burlona ti rubi sciarpa e cappello e che in cambio ti offra un set 100% cumulonembo: un modo come un altro per sancire una nuova amicizia e dare avvio a un’avventura incredibile. È proprio così, infatti, che il bambino protagonista di Sector 7, trasportato dal suo amico vaporoso, arriva in un misterioso edificio sospeso nel cielo e invisibile dalla Terra. Da qui, come fosse una grande stazione centrale, partono e arrivano tutti i tipi di nube. annunciati da appositi e riconoscibili tabelloni. Ma qui le nubi vengono anche studiate, progettate e formate con scrupoloso rigore da un team di serissime persone. Vietato sgarrare e variare di forma: come mai si potrebbero accettare nuvole con sembianze di pesce, di polpo o persino di medusa? Eppure le nuvole sono stufe di avere tutte la stessa sagoma. Così, grazie all’aiuto del bambino, mettono in atto una protesta sorprendente che trova la sua cornice migliore proprio nel cielo di Manhattan!

Da qualunque parte lo si guardi, Sector 7 porta la firma inconfondibile di David Wiesner. Il tratto minuzioso, la scansione rigorosa dei passaggi, l’uso narrativo delle cornici e degli spazi bianchi, l’incontro fertile tra realtà e immaginazione e la costruzione di una storia che chiede di essere raccontata con una logica e una struttura squisitamente visive sono, infatti, aspetti caratteristici della produzione dell’autore americano, che ritroviamo per esempio anche in Martedì o in Flutti. Quella che qui viene offerta al lettore è cioè un’autentica, profonda e complessa esperienza di lettura che non ha assolutamente nulla da invidiare a quella che potrebbe offrire un racconto scritto. Ci sono infatti una trama articolata, dialoghi impliciti da svelare, dettagli da cogliere e mettere in relazione e atmosfere di ampio respiro da esplorare in tutta la loro raffinata coerenza.

Ecco allora che, messi di fronte a un’avventura per immagini di tale respiro, anche lettori poco attratti dal testo scritto o contraddistinti da disabilità o disturbi che ostacolano la lettura pur non coinvolgendo la dimensione cognitiva, possono sentirsi fortemente motivati, apprezzati e sollecitati in un’esperienza che non è sterile esercizio ma fonte di appagante piacere. Sempre dal punto di vista dell’accessibilità, un libro come Sector 7 vanta un’altra caratteristica non trascurabile, ossia la capacità di mettere sulla pagina tutti gli elementi che occorrono a chi legge per avanzare e interpretare il racconto. Per come sono costruite e collegate tra loro, le illustrazioni accompagnano, infatti, la lettura senza lasciarla in sospeso, sposando così la ricchezza della rappresentazione a un’apprezzabile evidenza narrativa.

Orsi in salita

AAA, osservatori incalliti cercasi. Astenersi soffritori di vertigini! C’è tanto da scrutare e altrettanto da salire, infatti, tra le pagine pullulanti di Corinne Zanette. Qui, orsi, galletti, maiali e un’ampia gamma di altre deliziose bestiole si gode una giornata di sole ad alta quota. Si parte da un’altezza base, quella dei tetti più bassi, e da lì si sale, si sale, si sale, tra campanili, ruote panoramiche, gru, elicotteri e cime innevate. Girando pagina, è come se la telecamera che inquadra la scena si elevasse di qualche metro. Ciò che si trova nella parte bassa della pagina scompare dunque in quella successiva, mentre ciò che si trova nella parte in alto scende in fondo. E così via, alla pagina seguente. Come l’inquadratura, anche il tempo non è immobile e così a ogni sfogliatura ritroviamo buona parte dei personaggi che popolano la pagina precedente, intenti a proseguire o concludere l’azione che già li vedeva protagonisti. Chi si stava facendo la doccia si asciuga, chi faceva stretching inizia la coreografia, chi saliva in seggiovia si avvia con gli sci o con lo slittino e via dicendo.

L’architettura narrativa su cui poggia Orsi in salita è a tutti gli effetti mirabolante e mostra una straordinaria coerenza di fondo. C’è coerenza in ciò che fa il singolo personaggio e c’è coerenza nell’intreccio tra le azioni che vedono protagonisti personaggi diversi. Così Gianni canaglia, l’elefante dispettoso, appare intento a disturbare e giocare brutti tiri ad altri animali dall’inizio alla fine del libro. O Gulliver, il maiale osservatore, trova sempre nuove postazioni da cui guardarsi intorno con il suo binocolo. Ogni doppia pagina riunisce così da due a tre decine di personaggi – quadrupede più, bipede meno – intenti a fare cose. Qualcuno compare dalla prima all’ultima pagina, qualcuno scompare e riappare, qualcuno sopraggiunge a un certo punto: come uno spazio aperto, le pagine di Corinne Zanette accolgono così un viavai interminabile che si fa costante motivo di sorpresa e solletico decifrativo.

Dinamicissime, brulicanti e letteralmente zeppe di dettagli, queste sono in realtà del tutto prive di decorazioni accessorie. Tutti i numerosi particolari presenti sono, infatti, funzionali alla narrazione e questo, unito al tratto pulito dell’autrice, rende l’esplorazione particolarmente piacevole, ancorché non banale. Aggirarsi tra i tetti e le cime di Orsi in salita implica infatti una caccia ininterrotta a minuzie significative, uno sforzo di riconoscimento e memoria, di figure e luoghi, che il continuo slittamento di spazio e di tempo segnato dal voltare di pagina e la relativa somiglianza tra diversi protagonisti rendono particolarmente sfidante. Ecco allora che lettori non ancora o non del tutto a loro agio di fronte alla parola scritta, ma le cui facoltà cognitive risultino integre, possono trovare nel libro di Corinne Zanette uno spazio estremamente stimolante in cui cimentarsi con la lettura visiva.

L’orso antennista, i due conigli innamorati, il cane menestrello, la lumachina Lia – minuscola ma sempre presente-, il volatile postino non tanto pratico, la famiglia Fracasso con piccoli tremendi e mamma sull’orlo di una crisi di nervi: l’universo formicolante di Orsi in salita è popolato da decine di personaggi, contraddistinti da ruoli sociali, personalità, passioni e attività ben definiti e precisi, che si sviluppano di pagina in pagina con grande inventiva e profusione dei dettagli. Puntellato di guizzi inventivi particolarmente riusciti, il libro di Corinne Zanette si fa così apprezzare per il piacere dalla scoperta e del ritrovamento, per il gusto delle attività quotidiane riviste in chiave animale, per la moltiplicazione delle azioni e delle relazioni che si intrecciano e per il tocco surreale che anima l’intero racconto.

La forma in-forma

Quintessenza del libro-gioco accessibile, La forma in-forma è un libro di stoffa che si può srotolare, leggere, esplorare, smontare (in parte) e usare per inventare personaggi e storie. Ideato da Federica Mammoliti e pubblicato da E.T. – Editoria tattile, il libro si presenta all’interno di una scatola di cartone all’interno della quale è custodito un leporello di stoffa dalle pagine quadrate e dai rassicuranti colori verde pastello e beige che richiamano immediatamente la natura. E naturalissimo, in effetti, è l’istinto di scoperta che questo libro solletica e soddisfa, mettendo il lettore nella condizione di conoscere le forme più essenziali che popolano il nostro mondo e farsi ispirare da essere per immaginare le cose più disparate.

Ecco allora che un lato del libro dedica ogni pagina a una forma – cerchio, quadrato, triangolo, semicerchio, rettangolo, spirale – proponendo di ciascuna la parola corrispondente in nero e in Braille e la forma da toccare in feltro bianco (più un pezzo di corda per la spirale). Ma non è tutto: sorpresa! Ogni forma si rivela in realtà essere una tasca che contiene elementi in gomma crepla nera che riproducono la forma in cui sono contenuti, semplicemente più in piccolo.

Per scoprire a cosa servono tali elementi occorre girare il libro: il retro, infatti, offre una sorta di tavola in feltro su cui è possibile attaccarli per comporre forme più articolate e riprodurre in maniera stilizzata oggetti e personaggi che possono diventare i protagonisti di innumerevoli storie. Accanto alle pagine con le figure, il libro presenta un breve testo in nero e in braille a uso principalmente dei genitori, che illustra come si possano utilizzare le forme.

Essenzialità è senz’altro la parola chiave e la chiave di valore di un libro come La forma in-forma. La grafica pulita, le forme elementari, i materiali semplici, e le parole indispensabili aprono infatti a uno spazio immaginativo insaturo in cui muoversi con agio a piacere. Uno spazio oltretutto molto accessibile, non solo per chi ha una disabilità visiva o non ha nessun tipo di disabilità, ma anche per chi sperimenta difficoltà diverse: motorie, cognitive e comunicative, per esempio. Le forme sono infatti abbastanza spesse e pratiche da maneggiare, la (pressoché) assenza di testo a uso del giovane lettore non pone alcun vincolo di tipo decifrativo, la dinamica ludica sottesa al volume incentiva la scoperta e il coinvolgimento e la semplicità delle forme consente a ciascuno di combinarle secondo il suo grado di abilità. Il lavoro di Federica Mazzoleni appare, in questo senso davvero ben studiato e ampiamente spendibile, sia in un’ottica squisitamente conoscitiva (pensiamo per esempio a un percorso scolastico) o immaginativa sia un’ottica che combini e contamini le due in maniera felicemente fruttuosa.

Oscar Primi Junior – Mondadori (collana)

Nel 2021 Mondadori avvia la sua prima collana di narrativa ad alta leggibilità per bambini: Oscar Primi Junior. Si tratta, in realtà, di una collana preesistente che dal 2021 inizia ad assumere regolarmente caratteristiche di alta leggibilità. I volumi che la compongono si rivolgono a una fascia di età compresa tra i 6 e i 9 anni – quella, non a caso, in cui più frequentemente vengono diagnosticati i Disturbi Specifici dell’Apprendimento – e presentano storie variegate e generalmente accattivanti: da alcuni racconti di successo di grandi autori (come Incantesimi e starnuti e A cavallo della scopa di Bianca Pitzorno) alle storie di personaggi chiave della contemporaneità (per esempio La storia di Malala di Viviana Mazza o Il maestro che sfidò la guerra di Alberto Melis), passando per le storie di scuola (per esempio Non mi piace leggere di Miriam Dubini o Un segreto a scuola di Carola Susani) e le proposte che muovono da temi di attualità (come L’isola delle regole di Anna Sarfatti o Operazione Salvapianeta! di Isabella Paglia).

I volumi di Oscar Primi Junior vantano un formato maneggevole, carta opaca che evita fastidiosi riflessi e illustrazioni a ogni pagina che incentivano e alleggeriscono la lettura. Queste ultime, peraltro, sono talvolta affidate a illustratori di calibro come Giulia Orecchia o Paolo D’Altan.

Quanto alle caratteristiche grafiche e tipografiche – quelle che maggiormente incidono sulla leggibilità del testo-, i libri che rientrano nella collana presentano:

Ne risultano volumi piacevoli da leggere, tanto per le storie, divertenti o affascinanti, quanto per la forma ariosa e invitante.

Morbido e snella

Due personaggi diversissimi tra loro e un amore apparentemente impossibile: Morbido e Snella è una storia di opposti che si attraggono generando sorpresa e bellezza. I protagonisti sono un punto (Morbido) e una linea (Snella): tanto timido e silenzioso lui, quanto intraprendente e impertinente lei. L’incedere vanitoso della seconda, in particolare, attira le attenzioni del primo, in un crescendo di esibizioni che danno forma alle figure più diverse. L’ammirazione suscita in Morbido tentativi di imitazione, che lasciano però il tempo che trovano. Decisamente più divertente e fruttuoso è, invece, unire forze e specificità per creare insieme qualcosa di nuovo e di bello!

Costruito a leporello, con solide ed essenziali pagine in cartoncino, Morbido e Snella è un libro tattile illustrato che parla di diversità, sentimenti e relazione. Il testo in nero e Braille stampato non direttamente sulla pagina (bensì su un cartoncino poi apposto su quest’ultima), le rime facili e la storia convenzionale oltre che molto vicina, nello sviluppo, a quella offerta dal bellissimo Papu e Filo, lo rendono forse meno raffinato e sorprendente di altri libri editi dalla Federazione pro Ciechi. La sua forza sta, piuttosto, nell’essenzialità – della pagina e delle figure – che agevola notevolmente l’esplorazione tattile, rendendola appagante e accessibile. La costruzione narrativa, a cavallo tra reale e simbolico, può inoltre farsi prezioso spunto didattico per un piacevole e inatteso lavoro sulle forme geometriche e non.

Moby Dick

Come la balena agli occhi del cacciatore, un libro come il capolavoro di Melville può generare sentimenti contrastanti: grande attrazione per un’avventura che ha contorni straordinari e grande timore per una lettura corposa e impegnativa, tanto nella mole quanto nello stile. Ecco, allora, che, come una scialuppa, la versione audio di Moby Dick di Locomoctavia può venire provvidenzialmente in soccorso del lettore che vacilla. Una scialuppa ultraccessoriata e confortevole, però, che culla e abbraccia chi ascolta grazie alla cura minuziosa e competente con cui è stata realizzata.

Qui il testo integrale di Melville, nella traduzione rigorosa di Cesare Pavese, tro

va infatti una vivacità e una vitalità nuove, grazie alla voce ora pacata ora veemente, ma sempre suadente, di Daniele Fior, e alle note al pianoforte, puntuali, incisive ma mai invadenti, di Alessandro Scolz. Come i precedenti titoli, l’audiolibro proposto dalla casa editrice friulana tiene insieme, infatti, parole e musica in un connubio armonico, dinamico e di grande forza espressiva: aspetto questo che aiuta non poco a sostenere l’attenzione e a favorire il coinvolgimento anche da parte dei lettori meno forti.

Certo, Moby Dick resta comunque un romanzo impegnativo, ma il fatto di poter contare su un supporto affascinante e suggestivo contribuisce a rendere l’incontro (spesso peraltro richiesto dalle scuole) con la balena  meno spaventoso e più abbordabile. Le oltre 25 ore di registrato (che impresa!) mettono così anche i giovani più ostili alla pagina scritta e/o con disabilità visiva o disturbi specifici dell’apprendimento, nella condizione di potersi imbarcare in un’avventura mastodontica, in una dimensione di piacere prima e più che di fatica.

L’audiolibro è disponibile in doppia versioni: su CD audio o in digital download.

Il leone e Ellen

Squadra che vince non ci cambia. Ecco, allora, che Ellen e il suo leone di pezza tornano alla carica! Scoppiettante, imprevedibile e perfettamente assortita, quella composta dalla bambina e del suo pupazzo è, in effetti, una squadra su cui si può scommettere. Il tempo in loro compagnia è un tempo ricco e solleticante, scandito da giochi fantasiosi in cui il confine tra realtà e immaginazione si fa labile e in cui avventure ardite possono nascondersi negli oggetti più ordinari e insospettabili.

Ciò che rende, poi, davvero irresistibili le vicende descritte da Crockett Johnson è la dinamica dialogica che si instaura tra i due protagonisti. Come quando Ellen invita il leone a raccontare le sue avventure prima del loro incontro e poi si complimenta con lui per una storia che lei stessa ha raccontato, quando gli intima di stare fermo e zitto (più di quanto un pupazzo già non faccia) per poter leggere in santa pace, quando lui dichiara di non saper ruggire ma lei ha già organizzato uno spettacolo circense da migliaia di spettatori o quando lui si lamenta di esser stato dimenticato nella neve e lei trasforma l’inconveniente in un’artistica impresa invernale. Allo stesso modo, lo scarto tra i voli fantastici compiuti ad alta voce dalla bambina e le considerazioni terra terra che aggiunge il leone generano un corto circuito ironico di fronte al quale trattenere il sorriso è impresa ardua.

In Il leone ed Ellen troviamo insomma otto avventure nuove di zecca e tutte le qualità già apprezzate all’interno di Ellen e il leone: dall’irresistibile umorismo all’adesione rispettose del mondo infantile, dai perfetti tempi comici al gioco equilibrato tra finzione ludica e consapevolezza del reale. Questo secondo volume, firmato nei testi e nelle figure da Crockett Johnson, si conferma così, anche grazie ai brevi capitoli autoconclusivi e alla stampa a grande carattere e ad alta leggibilità, una perfetta prima lettura per lettori della scuola primaria così come un delizioso volume da leggere in condivisione alla stessa età o anche un paio d’anni prima.

A spasso per la città

A spasso per la città è il primo volume senza parole pubblicato da Storie Cucite. La casa editrice milanese, da tempo impegnata a promuovere l’accessibilità della lettura soprattutto attraverso la pubblicazione di libri in simboli (ma più di recente anche di libri ad alta leggibilità), sperimenta così un’ulteriore modalità narrativa capace di arrivare a lettori con esigenza e abilità diverse.

Nel libro a firma di Cristina Lanotte seguiamo una giovane artista in cerca di ispirazione. Pennelli e taccuino alla mano, la ragazza percorre le vie della città, si sofferma ad ammirarne gli scorci, coglie dettagli nascosti e fa scorta di visi che trasferisce poi su carta. Pullulante e viva, la città è una superba fonte di incontri e stimoli che possono stimolare l’estro e la creatività. Palazzi colorati, volti baffuti, postini sorridenti, timidi innamorati e avventori da bar: l’occhio accorto si lascia attirare dai particolari più disparati e, lesta, l’artista segue su due ruote il percorso che questi invisibilmente tracciano.

Sulla sua scia, il lettore di immagini non decifra una storia articolata ma se ne va a sua volta a zonzo tra le vie, lasciandosi trasportare dal medesimo spirito curioso che muove la protagonista, cogliendo dettagli che possono contenere in nuce microstorie cittadine e provando a riconoscere negli disegni su taccuino e su tela, cose e persone incontrati tra le pagine. In questo senso la continuità tra lo stile dell’autrice e quello della protagonista, entrambi votati alla valorizzazione del colore allo schizzo di pochi ma significativi tratti, crea un’intrigante comunicazione tra il fuori e il dentro, contribuendo a proiettare il lettore all’interno della storia.

Prendimi per mano

Una notte in ospedale può cambiare la vita. Non solo o non sempre per l’esito di un intervento ma anche e più, talvolta, per via degli incontri che qui possono avere luogo. Incontri fortuiti tra sconosciuti, le cui storie apparentemente non si sfiorano nemmeno ma che in alcuni casi trovano punti di contatto magnetico. È quel che accade ad Antoine e Chloé, ricoverati nella stessa stanza per due motivi completamente diversi: una piccola operazione al dito lui, un intervento più complesso all’anca lei. Nelle poche chiacchiere che i due ragazzi scambiano in attesa che giunga il mattino, scatta un’intesa fuori dal comune in cui si intrecciano non solo attrazione fisica e sensibilità vicine ma anche paure e vissuti comuni, segnati da perdite precoci e lancinanti sensi di vuoto. Al di là dei vetri di quella camera silenziosa, la neve cade disegnando un paesaggio che chiama a stare nella bellezza del presente. E così, quasi senza pensarci, Antoine e Chloé si lanciano in una fuga notturna che fa crescere la complicità e il desiderio di restare attaccati alla vita, nonostante tutto. Alla fine di quella notte, narrata efficacemente a due voci, i due ragazzi si separano senza avere il tempo di salutarsi. Così l’attesa e la speranza di rincontrarsi, flebilmente attaccate a un biglietto con un numero di telefono lasciato da Antoine su un comodino, finiscono per apparire tanto intense e coinvolgenti quanto l’incontro fugace che le ha generate.

Prendimi per mano ha almeno tre assi che lo rendono molto appetibile per un lettore Young Adult, anche non particolarmente allenato o predisposto alla lettura: un racconto che incalza e fa leva su sentimenti forti e vibranti; una narrazione intensa che si consuma con soddisfazione in un numero circoscritto di pagine; e una stampa amichevole che sfrutta alcune caratteristiche di alta leggibilità. Il libro di Olivier Adam viene proposto, infatti, da Camelozampa all’interno della collana Le spore che raccoglie ottimi testi rivolti a lettori adolescenti e li pubblica adottando la font EasyReading, una spaziatura maggiore tra le lettere e tra i macro-paragrafi (poco accentuata, invece, quella tra le righe), la sbandieratura a destra del testo e la stampa su carta opaca e color crema. Il lettore si trova così tra le mani un romanzo denso ma non spaventoso né nella mole né nella forma, capace di dilatare e accorciare il tempo con il potere del racconto e di confezionare con i soli eventi di una notte una storia che insieme appaga e fa desiderare di poter seguire i protagonisti ancora per un poco…

L’albero del riccio

Ne L’albero del riccio sono raccolte alcune delle lettere scritte da Antonio Gramsci ai suoi familiari, e ai suoi figli in particolar modo, durante gli anni di detenzione in carcere. Si tratta di lettere tenere e rigorose, in cui l’autore fa della scrittura un modo per mantenere saldo e vivo il legame con i suoi cari distanti e per non rinunciare al ruolo educativo di padre, benché impossibilitato a vedere crescere di persona i suoi figli.  Nelle lettere si alternano così racconti di vita quotidiana in carcere, aneddoti dell’infanzia, consigli, incoraggiamenti e ammonimenti, colmi di un senso della giustizia e del dovere che non soffocano l’affetto e la premura.

Nel corso dei circa 100 anni che ci separano dalla loro stesura, le lettere di Gramsci sono state pubblicato in molteplici versioni da editori differenti. A queste se ne aggiunge ora una del tutto nuova e capace di raggiungere pubblici prima trascurati. Si tratta della versione in simboli proposta da la meridiana all’interno della collana Parimenti. L’albero del riccio – titolo che richiama proprio una delle lettere in cui l’autore racconta un episodio curioso della sua infanzia in cui con un amico osservò una famiglia di ricci fare ingegnosamente scorte di mele – trova così una forma semplificata e più snella, che ne agevola la fruizione. Il testo presenta qui una forma orientata alla linearità e alla brevità e risulta supportato da simboli WLS che ne restituiscono visivamente il significato. Molto dettagliati, questi ultimi privilegiano la traduzione dei singoli elementi testuali (compresi pronomi, articoli, congiunzioni…) e sfruttano tutti i tipi di qualificatori (genere, tempo, numero…).

Ne risulta un testo che, nonostante la semplificazione formale, appare ricco e non banale, anche per i riferimenti al contesto storico in cui le lettere sono scritte. Quello che viene offerto al lettore è dunque un volume di peso che offre molteplici spunti di riflessione, approfondimento e lavoro soprattutto (ma non solo) nell’ottica di un lavoro in ambito scolastico.

Lo sgabuuuzzino

A un occhio distratto, alcuni muri di casa potrebbero sembrare più importanti di altri. In bella vista e illuminati dal sole, quei muri di ingressi, salotti, camere da letto vengono curati e abbelliti con ogni sorta di complemento. E dei muri degli sgabuzzini, invece, che ne è? In pochi, in effetti, se ne preoccupano. Tanto quelle pareti se ne stanno lì, al chiuso e al buio, a contenere carabattole e oggetti di poco conto. Può succedere, però, che uno di quei muri se la prenda a male, decida che non ci sta e metta in piedi una protesta bella e buona, con tanto di brutti tiri ai proprietari di casa distratti. Al signor Gino, protagonista de Lo sgabuuuzzino, per esempio, è capitato. Colto alla sprovvista da ululati e spaventi dalla misteriosa provenienza, l’anziano signore viene portato a vedere sotto una nuova luce gli oggetti che ha riposto nella stanza più bistrattata della casa, riscoprendo ricordi a cui restituire un nuovo valore.

Lo sgabuuuzzino nasce in seno a un progetto dedicato all’accessibilità della lettura curato da una rete di biblioteche toscane e intitolato Biblioteca per tutti i sensi. Scritto da Anisa Durmishai e illustrato da Veronica Sarti, il libro è stato confezionato seguendo il modello di simbolizzazione inbook che prevede simboli wls in bianco e nero, testo e icona racchiusi all’interno del medesimo riquadro, supporto visivo per i singoli elementi testuali e presenza di qualificatori di tempo, genere e numero. Contraddistinto da illustrazioni piacevoli prive di dettagli superflui, dai colori pastello e dalla funzione perlopiù rafforzativa rispetto al testo, il libro risulta apprezzabile per una lettura ad alta voce soprattutto in virtù della presenza di numerose onomatopee e di una struttura narrativa iterata.

Sdeng Bum Splash! Il grande libro dei rumori

All’interno di Vietato Non Sfogliare accogliamo spesso i bambini raccontando loro che i libri accessibili sono libri incredibili perché si ascoltano con gli occhi, si guardano con le dita e si toccano con le orecchie. Sarà facile intuire, dunque, come mai un libro come Sdeng, bum splash! di Benjamin Gottwald – da poco insignito della menzione speciale nella categoria Fiction del Bologna Ragazzi Award – costituisca per noi una sorta di libro-manifesto.

Le sue pagine coloratissime e del tutto prive di parole offrono, infatti, una sequenza di oltre un centinaio di figure che suonano letteralmente agli occhi del lettore: dal cavallo che trotta al vulcano che esplode, dal corvo che gracchia alle biglie che rimbalzano, dalle onde che si infrangono al trapano che buca il muro. Cosa lo rende possibile? Una scelta intelligente e mirata di soggetti, inquadrature, dettagli e concatenazioni. L’autore è, infatti, bravissimo a selezionare oggetti e situazioni dai rumori iconici, a rendere con pochi tratti i movimenti delle cose o le loro qualità squisitamente sonore così come a costruire ponti narrativi tra figure distanti basati proprio su affinità uditive. Accade così che, di fronte alle sue illustrazioni, venga d’istinto non di nominare ciò che si vede o raccontare che cosa accade sulla scena bensì di dargli voce, farlo risuonare. E l’impulso a farlo non solo nella testa ma proprio a voce alta – attenzione – è davvero molto forte!

Ciò che questo libro fa, meglio e più di molti altri volumi promossi sul mercato editoriale come coinvolgenti e interattivi, è attivare uno stretto patto collaborativo con il lettore, senza il quale, di fatto, il libro non trova compimento. È nel momento esatto in cui la pagina incontra l’occhio, infatti, che qualcosa scatta e il suono echeggia nella testa e nella bocca di chi legge: un fatto, questo, che le neuroscienze sanno probabilmente spiegare nel dettaglio e che si manifesta agli occhi del lettore come una sorta di meccanismo prodigioso frutto della perizia e della genialità dell’autore.

Quest’ultimo, dal canto suo, coglie con Sdeng, Bum, Splash! una sfida interessante e nuova: proporre (con successo) un libro basato sui rumori – su quelle che potremmo definire delle onomatopee implicite – a un pubblico diverso da quello della prima infanzia cui di solito questo tipo di volume si rivolge. Conscio che il piacere di giocare con i suoni e con forme di comunicazione che precedono o affiancano la lingua vera e propria non ha di fatto età, Benjamin Gottwald inanella 160 pagine silenziose fuori e rumorose dentro: una misura lunga che strizza l’occhio a bambini non nuovi alla lettura, anche di scuola primaria oltre che dell’infanzia, e in cui trovano posto micro-strutture narrative basate su associazione di diverso tipo e con diversi gradi di complessità che sta proprio al lettore scovare.

Così, per esempio, troviamo affiancati soggetti accomunati da suoni simili, come una nave e una mucca; soggetti identici o diversi ripresi in due fasi della stessa un’azione, ciascuna con una sua specificità sonora, come una persona che fa una bolla con il chewing gum e poi la scoppia o come un calciatore che segna e il pubblico che esulta; soggetti immortalati in due contesti differenti, come l’acqua che batte sul vetro o che scende dalla doccia; soggetti simili per forma ma diversi per suono, come un soffione al vento e l’elica di un aeroplano e via dicendo. Si tratta di collegamenti spesso sovrapposti, come nel caso del cantante dalla bocca spalancata e del pubblico che sbadiglia, che spesso proseguono anche oltre la doppia pagina, come nel caso della sequenza cannone che spara – signore che fa una puzzetta – signore che annusa i fiori – signore che starnutisce (in due tempi) – tuono – masso che rotola. La narrazione segue insomma un’associazione di idee talvolta più e talvolta meno evidente, in una sorta di caccia al nesso divertente e stimolante.

Questo aspetto, dal canto suo, non è privo di interesse anche dal punto di vista dell’accessibilità, poiché i nessi a più livelli e con maggiore e minor grado di evidenza arricchiscono la narrazione senza vincolarne l’apprezzamento. Ciascuno può cioè muoversi tra queste pagine cogliendo più o meno associazioni, rimandi, e collegamenti, senza che il loro numero e la loro sottigliezza condizioni il piacere di base dato da una lettura puramente sonora. Sdeng, bum splash! ha il pregio, peraltro, di abbracciare e solleticare lettori con abilità ed esigenze differenti grazie a molteplici qualità. Pensiamo all’assenza di parole, in primo luogo, che sorride a tutti quei bambini che trovano un ostacolo nella decodifica del testo scritto. Ma anche alla valorizzazione di un tipo di comunicazione più immediata di quella prettamente linguistica, quale quella basata sui suoni; o alla rappresentazione di soggetti facilmente padroneggiabili per esperienza diretta o indiretta, dato il loro abitare l’immaginario comune; o ancora alle inquadrature ravvicinate che mettono bene in evidenza il soggetto e il suo aspetto sonoro senza inutili dettagli o fronzoli. Si capisce allora bene perché il libro di Benjamin Gottwald, oltre a entusiasmare per la sua carica innovativa, rappresenti un lavoro di grandissimo interesse anche per chi abbia a cuore la diffusione di proposte di lettura che fanno della creatività una chiave di inclusione.

 

Lilo

Emi ha 11 anni, vive con i nonni e ha un cane dall’aspetto buffo di nome Lilo. Quando era più piccola, Lilo era il suo insostituibile compagno di giochi, capace di strapparle un sorriso in ogni momento. Da qualche tempo, però, le cose sembrano andare diversamente: la ragazzina appare scontrosa, parla a malapena con i suoi nonni, non mostra più alcun interesse per Lilo e la sua attenzione è completamente rapita dal cellulare. Non solo, ogni volta che Emi guarda lo schermo del telefono, il suo volto si rabbuia e non di rado si riempie di lacrime. Qualcosa evidentemente non va e il primo a notarlo è proprio Lilo, che del racconto è non solo il protagonista ma anche la voce narrante. È attraverso il suo sguardo che scopriamo, infatti, la storia di Emi e della sua famiglia ed è sulle sue tracce che cerchiamo di cogliere il legame tra il mutato atteggiamento della padroncina e la presenza nei paraggi di una coetanea misteriosa. A supportare Lilo nella sua investigazione, peraltro non riva di pericoli, c’è un’assortita compagine di cani che movimentano, ampliano e svoltano la vicenda. Ne vien fuori un’indagine a quattro zampe, condotta con imbattibile fiuto e connotata da una prospettiva tanto insolita quanto illuminante sulle vicende umane.

Pubblicato da Uovonero nella collana I geodi con la traduzione di Francesco Ferrucci, il libro di Inés Garland offre una storia che parla di faccende ed emozioni molto riconoscibili e vicini al giovane lettore – amori, amicizie e rivalità, vergogna, lutto, paura e cyberbullismo, solo per citarne alcuni – ma che lo fa da un punto di vista inatteso come può essere quello di un cane: scelta, questa, che dona al racconto un distacco, un filtro e un’ironia davvero apprezzabili e gustosi. Due altri aspetti del libro, dal canto loro, meritano particolare attenzione: le fini illustrazioni di Maute Matuberria, che uniscono un tratto lieve e un uso mirato e incisivo del colore, e le caratteristiche grafiche di alta leggibilità, che restituiscono alla pagina un aspetto arioso e poco opprimente.

Il signor Balena ha il mal di pancia

I protagonisti de Il signor Balena ha il raffreddore tornano ad affrontare i malanni di stagione in una nuova avventura scritta e illustrata da Manuel Vertemara. Di fronte al fastidioso mal di pancia del signor Balena, causa di sgradevoli ondate che scombussolano l’isola dei pinguini, questi ultimi si ingegnano e sperimentano le soluzioni più ardite. Ma se dieta e meditazione si rivelano deludenti allo scopo, non resta che andarsene. Direzione: Shangai. La cosa non ha chiaramente alcun effetto sul benessere intestinale del cetaceo ma, inaspettatamente, si rivela risolutiva!

Il signor Balena ha il mal di pancia si contraddistingue per una struttura narrativa iterata che ricalca quella già conosciuta dal lettore nel precedente titolo dell’autore e che agevola l’appropriazione del racconto. In virtù di riferimenti non scontati (come quello alla meditazione o alla Cina) così come delle inferenze richieste al lettore (per esempio rispetto al collegamento tra il mal di pancia e le onde che colpiscono i pinguini), quest’ultimo risulta meno semplice di quanto la concisione delle frasi e la linearità sintattica potrebbero lasciar pensare. Analogamente, le illustrazioni ricche di dettagli e spunti ironici così come la simbolizzazione dettagliata secondo il modello inbook, richiedono al lettore in minimo di dimestichezza con la lettura per coglierne a pieno le sfumature.

La città che dorme

Cosa succede quando sulla città cala la notte? Persone, oggetti e animali si fermano e riposano. C’è un mondo, però, che si anima proprio quando il cielo si fa buio: è il mondo dei sogni dei bambini, che fa tesoro del sonno per dare vita ad avventure imprevedibili.

La città che dorme si presenta come una sorta di fotografia della città notturna, in cui ogni elemento tace e il silenzio regna. Come una lunga ripresa fuori e dentro le case, il libro mette in evidenza l’atmosfera taciturna e rilassata che con il buio avvolge ogni cosa. Lo fa con frasi brevissime composte da soggetto e verbo, facendo ricorso a un’ampia gamma di sinonimi della parola dormire. In questo modo risalta maggiormente l’elemento di stacco finale, ossia il riferimento a quel mondo dei sogni che appare invece in piena attività.

Dall’andamento piano, nella trama così come nei testi e nelle figure, il libro risulta di lettura agevole anche in caso di difficoltà cognitive e comunicative. Le immagini si contraddistinguono infatti per inquadrature ordinarie e per la scarsa presenza di dettagli minuziosi. Il testo, dal canto suo, risulta supportato visivamente dall’uso dei simboli WLS, impiegati secondo il modello inbook e resi particolarmente evidenti dal contrasto con lo sfondo scuro delle illustrazioni.

Il cappello

50 anni (e poco più) e non sentirli! Surreale, irriverente, scanzonato, Il cappello di Tomi Ungerer torna arzillo come un ragazzino a deliziare i lettori italiani, in una nuova edizione targata biancoenero. La casa editrice romana, da sempre attenta a proporre storie accattivanti stampate con caratteristiche di alta leggibilità, inaugura con questo irresistibile racconto la sua nuova collana doppiopasso. Lo fa scegliendo un ampio formato, capace di restituire il giusto valore a illustrazioni così ironiche, eloquenti e ricche di dettagli quali quelle dell’autore francese. Un’attenzione – questa rivolta al contenitore che delle parole e delle figure diventa casa – tutt’altro che trascurabile anche in un’ottica di accessibilità e trasversalità d’uso: un libro che dia ampio spazio a figure di qualità, infatti, non solo facilita il coinvolgimento di bambini nella lettura ad alta voce ma supporta anche i primi incontri autonomi con la parola scritta.

Il cappello si presenta, in questo senso, come una narrazione versatile, capace di solleticare orecchie più e meno piccole. Fruibile già a partire dalla fine della scuola dell’infanzia in lettura condivisa, si presta anche e soprattutto a offrire una ghiotta e amichevole lettura a quei bambini della scuola primaria che iniziano a confrontarsi con la decodifica alfabetica. Le grandi e dinamiche illustrazioni dallo stile inconfondibile aggiungono infatti ritmo e gusto alla lettura, oltre a rendere meno ostico e demotivante l’impatto con il testo, soprattutto per chi sperimenta maggiori difficoltà legate per esempio alla dislessia. Il giovane lettore si trova così davanti un racconto illustrato dai colori sgargianti, dalle figure buffe e dal dinamismo incontenibile che è come gridasse a gran voce: “Per di qua, provaci, il libro può essere un amico!”

A contribuire alla causa, poi, concorrono chiaramente le caratteristiche di alta leggibilità di cui biancoenero è fiera sostenitrice – dalla font specifica alla spaziatura maggiore, dalla sbandieratura a destra all’a capo dopo il punto fermo – così come la qualità del racconto. Le vicende del cappello magico che cambia le sorti di chi lo incontra e di chi lo indossa, salvando crani da vasi in caduta libera, acciuffando rari uccelli smarriti, facendo arrendere pericolosi briganti o fermando cavalli imbizzarriti, incuriosiscono, divertono e catturano con facilità. La maestria di Ungerer sta d’altronde anche in questo: nell’offrire storie dallo spirito indomito e colme di personaggi iconici, storie in cui succedono davvero delle cose (e molte) anche nel giro di poche pagine, in una brevità densa e appagante che lascia chi legge non solo soddisfatto ma anche desideroso di sperimentare ancora il medesimo piacere.

Di chi è il nido?

Di chi è il nido? è un racconto di gentilezza e accoglienza, che fa dell’inclusione il suo perno. Protagonista è una cinciallegra solare e generosa che un giorno decide di costruire un nido in cui chiunque possa sentirsi benvenuto. La sua impresa, portata avanti con entusiasmo contagioso, viene supportata da un’ampia gamma di amici, ciascuno motivato a fare la propria parte. Così, per esempio, il sole aggiunge raggi calorosi, la lucciola illumina lo spazio quando cala la notte e il gatto offre un po’ di pelo caldo e morbido, rendendo quello del nido un progetto partecipato e come tale ancora più bello.

Contraddistinto da un testo in rima semplice e supportato visivamente dai simboli della CAA, Di chi è il nido? propone una storia di agevole comprensione anche in caso difficoltà comunicative. Le illustrazioni che accompagnano il testo, ponendosi sempre nella pagina a fianco ad esso così da facilitarne la distinzione, presentano linee essenziali e fanno leva sulla combinazione di tre soli colori (rosso, nero e bianco) per rendere immediatamente evidente il soggetto ma non appaiono, dal canto loro, particolarmente raffinate e accattivanti.

La lavatrice della fantasia

Avere una mente sempre all’opera, intenta a progettare ed inventare, può essere faticoso. Le idee, infatti, si accumulano, si mescolano e si rincorrono generando caos e confusione. Così capita, per esempio, a Ilaria ogni volta che una sua mirabolante creazione sta per prendere forma. Che sia un nido per uccelli fatto con un ombrello, una corsa in pattini a rotelle per i corridoi di casa o una penna dotata di lente di ingrandimento, ogni invenzione è anticipata da un momento di agitazione e smarrimento.  Ci penserà il dottor Sotutto a rassicurare la bambina, permettendole di scoprire, attraverso una singolare immagine, di avere una testa come la lavatrice di casa: vorticosa ma anche efficace e ingegnosa.

Con La lavatrice della fantasia, Il ciliegio aggiunge un nuovo titolo alla sua collana di libri in simboli Inbook, in buon parte scritti da Elisa Vincenzi e puntualmente supervisionati dal Centro Sovrazonale di Comunicazione Aumentativa di Milano e Verdello. Il testo del volume si presenta dunque corredato da simboli WLS che ne agevolano la comprensione anche da parte di bambini con difficoltà comunicative. Composto da frasi anche abbastanza lunghe e articolate, non prive di subordinate e coordinate, questo si rivolge in particolar modo a giovani lettori non alle primissime esperienze di lettura in simboli. Il volume è completato poi da illustrazioni colorate e dinamiche, che appaiono tanto vivaci quanto la protagonista del libro.

Tu sei

Tu sei è letteralmente un libro più unico che raro. Non solo perché vanta una raffinatezza e una bellezza minimalista che lasciano incantati ma anche e soprattutto perché può contemporaneamente dirsi un libro tattile, un libro in simboli e un libro in lingua dei segni.

Composto da eleganti pagine in velluto nero, rilegate in modo da restare agevolmente aperte a 180°, il libro di Michela Tonella e Antonella Veracchi (le due anime di E.T. Editoria tattile) è progettato in maniera ingegnosa, tale da consentire al singolo lettore (o, più facilmente, al mediatore che è con lui), di scegliere il codice a lui più congeniale. Se il testo in nero è infatti cucito sulla pagina, le sue traduzioni in LIS, Braille e simboli WLS sono rese disponibili su pratici cartoncini, contenuti in apposite taschine al fondo del libro e applicabili di volta in volta sulle pagine corrispondenti. Queste ultime contengono infatti dei piccoli tagli in cui i cartoncini possono essere agevolmente inseriti e da cui, altrettanto agevolmente possono essere sfilati. Oltre a risultare molto pratico per adattare la lettura alle esigenze del singolo lettore, questo sistema si presta perfettamente a far sperimentare a un gruppo classe le diverse e spesso sconosciute modalità di lettura che l’editoria ci offre. In questo senso la forza di Tu sei sta anche nella capacità di trasformare un limite oggettivo – quello di far stare sulla pagina molti codici diversi e piuttosto ingombranti – in una possibilità di ricchezza e creatività.

Dedicato al tema delle relazioni, qui rappresentate attraverso la metafora delle costellazioni, Tu sei presenta testi in versi, brevi e ricercati, e illustrazioni essenzialissime realizzate con un semplice filo bianco e sobri bottoncini del medesimo colore. Di grande effetto per il contrasto con le pagine scure, fili e bottoni vanno a illustrare stelle e costellazioni in una maniera suggestiva e perfettamente percepibile al tatto. Qui, così come in Ombra, le due autrici si cimentano con un soggetto potenzialmente ostico per il lettore non vedente, che può percepire le stelle solo attraverso il racconto di chi vede, trovando la maniera di renderlo esperibile e intellegibile.

Il risultato è un libro da accarezzare, sognare, con cui riflettere e da condividere. Un libro che apre a interrogativi e confronti, che tiene insieme la poesia e la scienza, e che mette in luce la bellezza della diversità tanto nella forma quanto nel contenuto.

Aurora e la tigrona

Aurora è nata e cresciuta con molte aspettative da parte della sua famiglia: per questo ci tiene ad apparire in tutto e per tutto impeccabile e fatica ad accettare i propri difetti. Ecco allora che questi ultimi iniziano ad assumere un aspetto minaccioso. Sempre più frequentemente emergono infatti con le sembianze di una grossa tigre che pare non voler mai abbandonare la bambina e che via via tende ad allontanare i suoi compagni. A nulla varranno le visite dai dottori o le consulenze dei domatori più famosi: starà ad Aurora trovare il modo di venire a patti con il grosso felino che le abita dentro e con tutto ciò che esso rappresenta. Solo allora potrà guardare con lucidità a sé stessa e a chi le sta intorno, scoprendo che chiunque ha la sua fiera nascosta e che imparare a conoscerla e accettarla è il modo migliore per stare bene.

Sospeso tra dimensione fantastica e metaforica e costruito a partire da un messaggio netto, Aurora e la tigrona fa parte della collana ad alta leggibilità I bulbi dei piccoli, pubblicata dalle Edizioni Gruppo Abele. Come tale impiega il font EasyReading e distribuisce il testo in maniera ariosa sulla pagina. Questo, unito alla sbandieratura del testo e al ricorso a margini piuttosto ampi fa sì che il volume appaia particolarmente accogliente anche nei confronti dei lettori dislessici

La casa piena di cose

Il signor McDuff ama collezionare le cose. Non cose come francobolli o monete, bensì oggetti vecchi, rotti e perlopiù gettati nell’immondizia dai suoi concittadini. Potrebbero sempre servire, è solito, infatti, pensare. Nessuno dei vicini gli dà, però, corda e anzi la gente tende a guardare con sospetto e disgusto il cumulo di rottami che pian piano cresce dentro e fuori la sua casa. Quando però la bicicletta del piccolo Mo si rompe proprio lì davanti, il signor McDuff e il suo cumulo hanno finalmente una chance di riscattarsi. Ne seguirà un grande e caotico cambio di rotta in tutta la città….

L’albo di Emily Rand ha una qualità particolare: la profusione di dettagli e l’uso arguto di soli quattro colori (bianco, nero, marrone e azzurro) fanno sì che a un’occhiata distratta, rapida o non troppo ravvicinata le pagine abbiano tutte un aspetto simile, quasi sovrapponibile. Guardandole più da vicino e con più attenzione, però, esse svelano la loro unicità e il loro ipnotico brio: un pullulare di particolari che non solo accompagna puntualmente gli sviluppi del racconto ma ne arricchisce e di molto il respiro, invitando il lettore a una sosta prolungata. Scorgere nel cumulo di oggetti recuperati dal signor McDuff gli esemplari più bizzarri e individuare nelle ultime pagine gli usi originali che ne fanno le diverse persone rende infatti la lettura particolarmente coinvolgente e curiosa.

Come gli altri volumi della colla Upupa, anche La casa piena di cose di Emily Rand presenta una specifica attenzione al tema dell’accessibilità e del multilinguismo. Non solo, infatti, il libro offre il testo in doppia lingua – inglese (la lingua originale dell’albo) e italiano, ma mette anche a disposizione del lettore, tramite QRcode, la versione audio del testo in entrambi gli idiomi.

La guerra di Nina

La guerra di Nina è un libro in simboli di piccolissimo formato che racconta una storia di guerra che finisce per diventare una storia di vita. Quando nel paese di Nina, infatti, arrivano le bombe e le case vanno a fuoco, Nina scappa ma non è sola. Prima di morire, un passerotto ha deposto tre piccole uova tra i suoi capelli arruffati e così Nina fa di quel tempo di fuga e smarrimento un tempo di segno completamente diverso: un tempo di cura e di attesa che non tarderà a dare i suoi frutti, restituendo alla bambina una possibilità di speranza.

Malinconico, tanto nei testi quanto nelle figure, La guerra di Nina è un adattamento di un omonimo albo pubblicato dallo stesso editore: Zefiro. Simbolizzato secondo il modello inbook, il libro prevede testi abbastanza concisi e densi, privi di costruzioni sintattiche troppo ostiche. Le illustrazioni intense e a tratti perturbanti sottolineano il ventaglio di emozioni che il racconto si propone di affrontare.

Testone

Guai a dire che a Monte Quiete non succede mai niente! Qui hanno infatti luogo le avventure tutt’altro che barbose di Giustino e Mia. Se il primo si era ritrovato nel bel mezzo di una faccenda piratesca in compagnia del burbero Sgrunt!, la seconda mette ora in atto, insieme al suo amico Giorgio, il piano del secolo per far chiudere la scuola. Mica bruscolini!

Mia, che come vorrebbe indicare il nome, è un tipetto indipendente che odia essere reclamata e avvinghiata da familiari e compagni, è l’unica in classe a manifestare interesse nei confronti di Giorgio. In primo luogo Giorgio è l’unico che non pensa mai di abbracciarla senza il suo consenso e in secondo luogo è il socio perfetto per portare a termine un piano come quello che Mia ha in mente. Giorgio, infatti, è il palo ideale: non dà confidenza, è un fine osservatore e in caso di necessità dà l’allarme urlando a gran voce “Cetrioliniiiiiiii”. I cetriolini sono infatti la sua ossessione e per questo, così come per tante altre sue stranezze, i compagni lo evitano e le maestre lo trattano con pietistica accondiscendenza. Mia invece no, lei ne coglie le grandi potenzialità e non a caso lo chiama Testone, ossia persona dotata di un grande cervello. Insieme, i due ridono come matti, compiono marachelle e progettano di rubare tutti i gessetti della scuola. E anche quando qualcosa, in questo piano diabolico, sembra andare storto, il loro sodalizio ne esce più rafforzato che mai grazie a una complicità speciale e – ça va sans dire – a una bella dosa di Cetrioliniiiiiiiiii.

Pubblicato da Sinnos con l’efficace formula ibrida che mescola racconto illustrato e fumetto già collaudata anche in Sgrunt!, Testone vanta una storia coinvolgente, un testo ironico, illustrazioni spiritose e caratteristiche grafiche di alta leggibilità. Amichevole anche nei confronti di lettori dislessici, il libro di Daniele Movarelli e Alice Coppini presenta un’attenzione particolare nei confronti dell’inclusione anche da un punto di vista contenutistico. Attraverso il personaggio di Giorgio, così bizzarro e imperscrutabile, ma soprattutto attraverso il personaggio di Mia, così capace di guardare oltre le etichette e il buonismo dei grandi, Testone trasforma la diversità in uno spunto narrativo leggero ma che lascia il segno.

Valentino Senzafretta

Valentino Senzafretta è un bradipo e, come tutti i bradipi, la mattina se la prende comoda. Quando i suoi amici lo invitano ad andare al fiume a giocare, lui accetta con piacere. Non prima, però, di aver sbrigato, con i suoi tempi, tutti i suoi affari. Così, piano piano, Valentino si sveglia, fa colazione, scende dall’albero, fa i suoi bisogni e solo alla fine, sempre piano piano, si incammina verso il fiume. Qui lo aspettano i suoi amici e, insieme a loro, un’avvincente gara di nuoto il cui risultato sarà tutt’altro che scontato!

Scritto e illustrato da Raffaella di Vaio e già pubblicato da Homeless book in una precedente versione non simbolizzata, Valentino Senzafretta propone una storia molto semplice e assomma alcune caratteristiche compositive che lo rendono particolarmente fruibile anche da parte di piccoli lettori con maggiori difficoltà di aggancio, attenzione e comprensione.

Il libro presenta, in primo luogo, una struttura molto regolare e iterata. Il protagonista incontra, infatti, a ogni passaggio un diverso personaggio dal quale riceve la proposta di andare al fiume e al quale puntualmente risponde che deve ancora fare qualcosa ma che lo raggiungerà più tardi. Ogni volta ci sono dunque minimi cambiamenti (l’amico incontrato, il motivo del rinvio…), scanditi dall’avanzare della mattina e delle routine del bradipo, inseriti all’interno di una cornice invariabile, anche dal punto di vista linguistico. Formule ricorrenti introducono infatti i diversi amici che interpellano Valentino, le loro proposte, le reazioni del bradipo e le sue riposte, con una ciclicità che crea piacere nell’ascolto, familiarità col testo e supporto alla sua comprensione. Con il medesimo intento ed effetto, il racconto predilige un lessico e una composizione sintattica piani e di agevole fruizione, resi ancora più accessibili dalla presenza dei simboli WLS.

Ne risulta un libro accogliente, amichevole e davvero propizio alla condivisione.

Mezzanotte e cinque

Atmosfere dickensiane, personaggi vividissimi e una trama avvincente: così Malika Ferdjoukh costruisce un racconto breve e incalzante che in una manciata di pagine ci catapulta nella Praga di tanti anni fa, quando le strade erano battute da carrozze e lo sfarzo di corte dominava la vita mondana.

Protagonisti sono tre orfani che vivono la strada con una dimestichezza e una furbizia sorprendenti: Mezzanottecinque, così chiamato per via di un misterioso tatuaggio che fin da piccolissimo sfoggia sul braccio, sua sorella Bretella, che quanto a sangue freddo non invidia nessuno, e il loro amico Emil, che condivide gioie e dolori della vita errabonda con tre topolini ammaestrati. Abituati a vivere alla giornata senza adulti che si occupino di loro, i tre sono costretti a smaliziarsi e a crescere più in fretta del dovuto ma custodiscono un lato bambino che li porta a sognare natali spensierati (la vicenda è ambientata proprio in una vigilia), a immaginare modi stravaganti con cui far parlare dei roditori o a compiere inaudite acrobazie per accaparrarsi dei bottoni. E forse proprio questo loro intonso lato infantile li porta a vivere con sprezzo del pericolo e totale coinvolgimento un’avventura piena zeppa di rischi come quella che tiene insieme una preziosissima collana rubata, assassini senza scrupoli, ladri insospettabili e una coppia di circensi.

Coinvolgente e non privo di humour, Mezzanotte e cinque allestisce agli occhi dei lettori una cornice fascinosa e una storia mozzafiato. Un poco di amaro in bocca lo lascia forse la risoluzione della vicenda, con tanto di agnizione e ricongiungimenti, che accade e scorre così veloce che quasi non si fa in tempo a godersela. D’altro canto il ritmo serrato del racconto e la sua rapidità di svolgimento garantiscono una lettura snella e fruibile che consente anche a chi mal affronta lunghe misure di godere di una storia appassionante. Questo aspetto, insieme alle illustrazioni frequenti e puntuali di Eleonora Antonioni, rafforza dal canto suo l’accessibilità del volume, garantita dall’impiego del font EasyReading, dalla spaziatura più ampia e dalla sbandieratura del testo. Pubblicato con grande successo in Francia, Mezzanotte e cinque arriva, infatti, in Italia con Camelozampa che lo propone ai lettori in una piacevole edizione con accorgimenti ispirati all’alta leggibilità.

Neve, neve, neve!

Che magia, vedere la neve per la prima volta! Di fronte a una luna che misteriosamente promette fiocchi candidi, il protagonista del libro Neve, neve, neve! attende con trepidazione l’arrivo del mattino. E siccome le promesse si mantengono, la giornata che lo aspetta sarà a dir poco speciale tra scuola chiusa, battaglie e pupazzi.

Come si legge giustamente nel bel mezzo del racconto: Tutto cambia quando nevica. Si possono fare tante cose insolite e divertenti, per esempio. E la routine quotidiana non è più la stessa. E se è vero che questo è perlopiù motivo di gioia ed emozione, lo è altrettanto il fatto che per alcuni bambini che più faticosamente vanno incontro ai cambiamenti possa diventare ragione di malessere.

Ecco allora che con la sua struttura ibrida, che integra nel racconto indicazioni pratiche su come può svolgersi una giornata sulla neve, su quali indumenti bisogna indossare e su cosa accade prima, durante e dopo la caduta dei fiocchi, Neve, neve, neve! si presta bene a offrire una storia piacevole ma anche un supporto efficace per affrontare delle ore potenzialmente critiche.

Contraddistinto dall’impiego di simboli WLS a sostegno visivo del testo, il libro edito da Homeless Book risulta accessibile anche a bambini con difficoltà comunicative. Il lavoro di simbolizzazione, in particolare, segue le linee guida del modello inbook prevedendo l’uso di qualificatori e di un pittogramma per ciascun elemento lessicale del testo.