Fuga in punta di piedi

Il cambiamento può iniziare in molti modi. Con una scarpa che si dà alla fuga, per esempio! E in effetti quando la scarpa preferita di Adele decide di scomparire proprio alla vigilia della partenza per le vacanze, l’abitudinaria pennuta è costretta suo malgrado a rimettere in discussione le sue amate routine. Impossibile per lei partire con il solito treno, il solito giorno di luglio per andare nella solita località di montagna con il marito Alfio: tocca rimettere in discussione i piani. E così, in quello che si rivelerà essere l’agosto più movimentato della vita dei due protagonisti, la caccia alla scarpa li porterà a frequentare i luoghi più disparati, dalle chiese alle discoteche, e a far la conoscenza dei personaggi più inattesi, dall’inquilino abusivo Aristide ai due poliziotti vicini di casa Assenzio a Anastasio. Alla fine la famigerata scarpa farà ritorno a casa. Niente però sarà più come prima per Adele e Alfio, ché per una scarpa smarrita c’è un mondo di cose da fare, scoprire e non lasciare (forse) mai più.

Fuga in punta di piedi, che fa parte della collana Prima graphic di Sinnos, attira prima di tutto per le sue illustrazioni dinamiche e particolareggiate, in cui il contrasto tra il bianco e nero di fondo e i dettagli in giallo vivace attirano l’occhio e accendono la curiosità. Su questa scia, ci si fa strada in una trama che impasta un sottile umorismo e uno spiccato gusto per l’assurdo, mettendo insieme personaggi buffi e ben assortiti. Il risultato è una storia coinvolgente che, imprevedibile com’è, ci si chiede di continuo dove possa portare. Costruito mescolando racconto tradizionale e narrazione a fumetto, il libro di Daniela Palumbo e Francesca Carabelli vanta inoltre un ritmo insolito e meno affaticante che, spostato ad altre caratteristiche di alta leggibilità come la font leggimi, la spaziatura maggiore e la grafica pulita, incentiva e supporta la letture anche da parte di lettori meno forti o con maggiori difficoltà legate alla dislessia.

Io e Leo

Vi ricordate Max Halters? Bè, la sua carriera da stuntman è ormai al tramonto ma il personaggio creato da Boonen e Melvin ha ancora molto da fare e da dire. Così, a sorpresa, lo ritroviamo coprotagonista di Io e Leo, il nuovo racconto illustrato targato Sinnos. Il giovane Leo del titolo è un ragazzino con un grosso, grossissimo problema: da un giorno all’altro, infatti, dopo l’incidente in bicicletta che ha causato la morte del padre, si ritrova ad essere inspiegabilmente invisibile. La mamma, la maestra, i compagni e persino il cane del vicino sembrano all’improvviso non accorgersi o non ricordarsi di lui. E Leo, per questo, non si dà pace.  Per fortuna, nel suo vagare per la città, il ragazzino incontra proprio Max Halters. In veste di saggio clochard, questi lo accompagna in un viaggio sul filo della realtà, in cui incontri sorprendenti e conversazioni bizzarre lo aiuteranno a ritrovare un pochino sé stesso e farsi a sua volta ritrovare anche da chi gli sta intorno.

Intenso e forte, ma non per questo disposto a rinunciare a quel tocco di folle leggerezza che contraddistingue i lavori dei due autori, Io e Leo racconta di un’amicizia profonda, di un vuoto che pare impossibile colmare e di sentimenti forti che possono trasformarci. La storia di Leo e del lutto che deve affrontare arriva così al lettore, forte come un carrello della spesa giù per una collina ripida, coinvolgendolo in modo travolgente. Il testo non è banale ma le illustrazioni a ogni pagina e le caratteristiche tipografiche di alta leggibilità ne agevolano la lettura, consentendo anche a lettori più riluttanti di confrontarsi con un racconto corposo. Forte di illustrazioni dal sapore fumettistico e dal tratto inconfondibile, di atmosfere surreali (rese ben evidenti da diffusi toni aranciati) e di personaggi che lasciano il segno, Leo e io porta sulla pagina una piccola sfida che riserva grandi soddisfazioni e forti emozioni al lettore che deciderà di affrontarla.

Fratelli di silenzio. La storia di Antonio Magarotto

Dopo Jean il sordo e La figlia di Jean, la cooperativa Il treno torna a raccontare, attraverso l’efficace linguaggio del fumetto, la storia di personaggi che hanno segnato la storia della comunità sorda. L’ultimo volume, curato da Alessandro Marras, Armando Delfini, Giuseppe Maggiore e Valerio Paolucci, si intitola Fratelli di silenzio ed è dedicato alla figura di Antonio Magarotto.

Nato udente e divenuto sordo a seguito di una forma acuta di meningite, Magarotto si attiva e si batte per tutta la sua vita affinché le persone sorde possano vedere riconosciute le loro abilità e i loro diritti. Cresciuto in un’epoca- quella immediatamente precedente la prima guerra mondiale – in cui i non udenti erano considerati completamente incapaci di acquisire un’istruzione e apprendere un mestiere, di difendere la patria e di vivere una vita piena e autonoma, Magarotto si rende presto conto di come la concezione della disabilità necessiti di un profondo rinnovamento, da un punto di vista culturale ma anche normativo. Basti pensare che l’articolo 340 del vecchio codice civile, contro il quale il protagonista a lungo si scaglia, recitava: “il sordomuto e il cieco dalla nascita, giunti all’età maggiore, si reputeranno inabilitati di diritto eccettoché il tribunale li abbia dichiarati abili a provvedere alle cose proprie”. Ecco allora che fin da giovanissimo Magarotto lavora senza scoraggiarsi a una modifica di quello stesso articolo e alla parallela costruzione di opportunità concrete di formazione ed emancipazione dei giovani con disabilità uditiva. Questa sarà la sua missione personale, condotta attraverso due guerre mondiali, il fascismo e il dopoguerra, con tutte le complicazioni che ciascuno di questi momenti storici porta con sé: dai ripetuti attacchi squadristi alla sua scuola di tipografia alle scissioni interne alla comunità di sordi. La costituzione di un’associazione unica, unitaria e compatta, che porti con una sola voce le istanze dei sordi, è non a caso uno dei traguardi più importanti per i quali Antonio Magarotto viene ricordato e che il libro Fratelli di silenzio a suo modo celebra. Lo stesso titolo, molto evocativo, rende omaggio a una concezione della comunità sorda come una vera e propria famiglia, con la quale poter condividere gioie, difficoltà, battaglie e aspirazioni.

Ricchissimo di fatti storici significativi, Fratelli di silenzio si fa apprezzare per la capacità di raccontarli in maniera molto fruibile, anche da parte di un pubblico di giovani. Attraverso poi una sezione finale, che riporta infografiche, documenti e paragrafi più dettagliati, il lettore può ulteriormente approfondire la storia dei sordi legata alla figura di Antonio Magarotto.

Sgrunt!

Non è facile, dopo una vita di scorribande in mezzo al mare, adattarsi alla tranquilla quotidianità di un paesino come Monte Quiete: 37 cani, 54 gatti e 345 anime. Così il burbero Sgrunt, pirata coraggioso, affronta con una certa insofferenza le giornate tutte uguali, tra case tutte uguali, nella placida cittadina in cui si è ritirato dopo la pensione. L’unico abitante che pare non spazientirlo è Giustino, un bambino smilzo e amante della matematica, che con un pirata come Sgrunt parrebbe aver poco a che vedere. E invece tra i due si instaura un’inattesa amicizia, fatta di molti silenzi e qualche avventura. Così, Giustino, che in compagnia di Sgrunt diventa nientepopodimeno che Cuordipatata, si trova ad assistere a un duello tra il suo pirata preferito e il cowboy Peldiferro o ad affrontare la ciurma di bulli che gli bloccano quotidianamente la strada. Perché in fondo un animo da pirata può nascondersi anche nel più insospettabile dei mingherlini!

Estremamente accattivante nelle illustrazioni, dallo stile fumettistico e tutte giocate sui toni del blu e dell’arancio, Sgrunt! si fa leggere con gusto anche grazie a una storia che mescola ironia e avventura e a una composizione grafica e tipografica di più agevole lettura anche per bambini che frequentano poco i libri o che faticano di fronte a testi tradizionali. Il libro di Daniele Movarelli e Alice Coppini, che rientra tra le graphic novel di Sinnos destinate ai giovanissimi – diciamo dai sei anni in su –  unisce infatti in maniera molto efficace caratteristiche di alta leggibilità (font specifica, sbandieratura a destra, carta opaca, spaziatura maggiore), uso combinato di maiuscolo e minuscolo – l’uno per le parti dialogiche e l’altro per le parti narrative -, illustrazioni a ogni pagina e determinanti nel dipanare la storia. Come gli altri titoli della collana, Sgrunt! presenta inoltre una struttura ibrida, in cui fumetto e racconti di intrecciano per fare della lettura un’esperienza dinamica e accogliente, in cui il testo non si presenta come un ostico blocco all’apparenza inespugnabile.

La mossa del coccodrillo

Per leggere La mossa del coccodrillo servono un occhio fino, una grande attenzione e una certa predisposizione a non lasciarsi sfuggire alcun dettaglio in un quadro che ne è pieno zeppo. Il libro racconta infatti un piccolo giallo, con tanto di furto di diademi, indagini e inseguimenti, ambientato durante una festa in cui compare un numero altissimo di bizzarri e divertenti personaggi. Dentro, fuori, intorno e sopra la magione in cui la festa si svolge si muovono e interagiscono nobili e bambini, servitori, aviatori e detective in incognito, cani di ogni taglia e non di meno coccodrilli. Accuratamente introdotti e descritti in apertura, in quella che non è affatto solo una forma di orientamento per il lettore ma è parte integrante e gustosa del racconto, i personaggi danno vita a una storia dinamicissima e surreale che tiene inevitabilmente desto il lettore.

Sta a lui, infatti, attribuire gli sparuti dialoghi che compaiono qua e là sulla pagina alle figure che fanno capolino sulla scena. E non sempre, questa, è operazione semplice. Per comprendere e seguire davvero ciò che accade in ogni quadro e come si sviluppa la faccenda narrata occorre prestare attenzione agli indizi che l’autore fornisce nella descrizione dei personaggi e che dissemina all’interno delle illustrazioni. Sono queste, infatti, a parlare più dei dialoghi, offrendo un interessante terreno di sfida e appagamento a chi normalmente trova difficoltà nel testo ma manifesta una certa dimestichezza nella lettura visiva.

Federico Appel, che a questo libro ha dato forma nei testi e nelle immagini, è un autore versatilissimo e creativo che non ha paura di sperimentare forme narrative sorprendenti e poco o per nulla sondate. Lo avevamo appurato in La grande rapina al treno, sempre targato Sinnos, in cui la narrazione procedeva per soli dialoghi al seguito di immagini dal piglio cinematografico; e lo riscopriamo ora, ne La mossa del coccodrillo, dove nuovamente il testo si compone di soli dialoghi ma in cui il racconto assume i tratti di un insolito fumetto senza divisione in vignette.

Questo approccio fortemente visivo alla narrazione, unito alla scelta di sfruttare testi davvero minimi e di impiegare font, impaginazioni e spaziature ad alta leggibilità, rendono La mossa del coccodrillo una proposta editoriale originale e stimolante, forse non immediata da padroneggiare ma senz’altro dalle potenzialità interessanti nell’ottica di coinvolgere anche i lettori meno a loro agio di fronte a forme narrative più convenzionali.

Campo Bravo

Presto, fate largo: torna in pista l’irresistibile duo composto da Boonen e Melvin! Noti ai lettori italiani per i divertenti Weekend con la nonna e Mammut!, entrambi editi da Sinnos, i due autori fiamminghi ripescano il personaggio di Teo per catapultarlo in una nuova e tutto fuorchè desiderata avventura.  La minaccia in vista è questa volta rappresentata dal campeggio: un’esperienza che il giudizioso Teo eviterebbe con piacere, tanto più che Campo Bravo sbandiera a destra e a manca la sua specialità in avventure grandiose e pericolose.

Ogni protesta del bambino, chiaramente, risulta vana: tutti – dai genitori alla Tata Pelosa – sono convinti che sarà per Teo un’occasione di grande divertimento. E così, caricata la valigia da 100 kg sullo scoppiettante sidecar della Tata, Teo parte alla volta di Campo Bravo. Qui le avventure in effetti non mancano, e con loro neppure la grandiosità e il pericolo promessi: arrampicate e tuffi mozzafiato sono all’ordine del giorno e Teo finisce in infermeria (dove – sorpresa! – lavora l’immancabile Tata Pelosa) più di una volta. Eppure a Campo Bravo Teo non trova solo questo. La compagnia dell’amico Jack, con cui divide la tenda e la malinconia di casa, e i test improbabili del capo Osvaldo al motto di “Immaginate che…” gli offriranno un’opportunità preziosa e inattesa: quella di vivere l’errore e le paure come una strada per il coraggio.

Strutturato, così come Mammut!, intrecciando vignette, fumetti senza balloons e didascalie, Campo Bravo si contraddistingue per un uso ironicissimo dei dialoghi e delle figure e per un gioco cromatico, che coinvolge sia il testo sia le illustrazioni, tutto basato sul salmone e sul blu. Rispetto alla precedente avventura che vede protagonista Teo, Campo Bravo ha però un ritmo più irregolare e imprevedibile che si riflette anche dal punto di vista grafico in una distribuzione meno regolare di testo e vignette. Ciononostante la pagina resta pulita e le parole non si affollano, lasciando così intatto il piacere della lettura. La stampa ad alta leggibilità, in cui giocano un ruolo prezioso gli spazi, l’uso del colore e l’impiego della speciale font leggimigraphic messa a punto da Sinnos, contribuisce dal canto suo a spianare la strada alla lettura anche a bambini la cui dislessia complica la decodifica del testo.

Le piccole vittorie

Le piccole vittorie è un racconto autobiografico a fumetti in cui l’autore, il canadese Yvon Roy, offre al lettore la sua personalissima esperienza di papà di un bambino con autismo. La graphic novel ripercorre infatti la storia della sua famiglia alla luce di quella diagnosi che ne ha fortemente segnato lo sviluppo. Dalla nascita di Olivier all’accettazione del suo peculiare modo di stare la mondo, dalla rottura della coppia genitoriale agli sforzi per mantenere comunque sereni i rapporti famigliari, dall’iniziale incomprensibilità di una diversità inattesa alla messa a punto di strategie creative per costruire un rapporto padre-figlio unico e solido. Yvon non fa mistero, infatti, dello spiazzamento che la diagnosi di autismo di Olivier ha portato nella sua vita e delle amorevole soluzioni che di giorno in giorno sperimenta per farlo crescere, per dimostrargli il massimo supporto e per consentirgli di affrontare con successo limiti e sfide che talvolta parrebbero (o verrebbero presentate come) insuperabili. Così Yvon si ingegna, per esempio, per accompagnare Olivier a fronteggiare piccole grandi paure, per accogliere cambiamenti dentro e fuori casa e per sperimentare nuove abilità, in un cammino che non manca di cadute ma nemmeno di possibilità di rialzarsi. Il risultato è un racconto vivo, forte ed emozionante, che mette in luce l’importanza di un ruolo spesso trascurato quale quello paterno  nella costruzione di un percorso di vita pieno da parte di bambini e ragazzi con disturbo dello spettro autistico.

Schiettissimo e disposto a soffermarsi anche su sfaccettature intime o dolorose di una vita famigliare segnata da una diagnosi complessa, Le piccole vittorie si rivolge soprattutto ai lettori adulti e condivide alcune profonde riflessioni con un altro bellissimo e recente fumetto sulla genitorialità, con un punto di vista squisitamente paterno, quale quello di Fabien Toulmé uscito per Bao Publishing con il titolo Non è te che aspettavo. Anche Yvon Roy, come il collego francese, rivendica la scelta di raccontare una storia personalissima che non pretende di offrire ricette, verità o rappresentazioni universali, ma prova piuttosto a condividere un percorso di vita particolare nel quale ci si possa riconoscere o si possa trovare un sostegno e un incoraggiamento.

Il piccolo vagabondo

Il piccolo vagabondo è un essere dall’aspetto reale e dall’indole fantastica, un ometto dall’aria affabile che viene in soccorso di viaggiatori e viandanti per aiutarli a ritrovare la strada e forsanche loro stessi. Con questo scopo egli compare con regolarità, facendo da trait d’union tra le sette storie che compongono la bellissima raccolta di brevi racconti senza parole firmati dalla giovane Crystal Kung. Cinese di nascita, taiwanese d’adozione e infine cosmopolita di spirito, l’autrice ha infuso ne Il piccolo vagabondo  la sua personalissima inclinazione al viaggio e tutto il ventaglio di emozioni e di epifanie che questo può recare con sé.

Dallo smarrimento al riscatto, dalla rinascita alla memoria: il variegato carico di esperienze che può nascere dall’incontro con il mondo è prima racchiuso e poi schiuso dai sette personaggi che escono dal suo finissimo pennello con una forza e una vividezza rare. C’è per esempio un ciclista che si perde e si ritrova finalmente tra le strade tortuose del Tibet, una giovane donna che riscopre la sua identità in una città apparentemente estranea o un anziano che grazie a un ombrello giallo ricevuto in dono riassaggia per un istante la sua giovinezza: tutte figure che interpretano sfaccettature differenti di un percorso di ricerca ed esplorazione, e che in qualche modo arrivano a una svolta sul loro sentiero grazie al provvidenziale intervento di quel piccolo vagabondo che all’occorrenza compare e scompare.

L’universo narrativo che grazie al particolare stile di Crystal Kung pare letteralmente prendere vita a filo di pagina è sospeso tra la dimensione reale e quella squisitamente onirica. Immergervisi offre al lettore un’occasione preziosa di confrontarsi non solo con sette storie emblematiche ma anche con il proprio personale bagaglio di ricordi e propositi, di orizzonti e radici, in un viaggio che dalla pagina muove nel profondo. Si tratta di un viaggio incantevole e struggente che l’autrice rende possibile grazie a un racconto per immagini che cattura il lettore e gli domanda un costante e raffinato coinvolgimento. Tutt’altro che immediata ed elementare è dunque la decodifica dei quadri che compongono il volume e della loro successione, a riprova del fatto che un’educazione all’immagine è tanto necessaria quanto quella al testo e che l’assenza di testo non significa automaticamente accessibilità della storia. Lettori curiosi e predisposti a itinerari narrativi arditi che manifestino spiccato interesse per il potenziale narrativo delle figure possono trovare qui una proposta appagante, avvincente, ricca e stimolante.  E ben sappiamo quanto di questo ci sia bisogno per tutti quei ragazzi che pur scontrandosi con forti difficoltà nella decodifica del testo, mostrano grande piacere, abilità e soddisfazione nell’attardarsi e confrontarsi con la sfida delle immagini.

Contro corrente

Emily è una ragazzina degli anni venti, curiosa e intraprendente. A differenza di molte coetanee, della madre e della sorella, non mostra grande interesse per pizzi e merletti ma coltiva una grande passione per il nuoto. È stata la cugina Gertrude, professionista della disciplina e vincitrice negli stessi anni di un’olimpiade e del record di traversata femminile della Manica, ad accendere la scintilla per questo sport il giorno in cui le ha regalato il suo costume da bagno. Come un segno del destino, quel dono sosterrà Emily nei suoi allenamenti segreti e osteggiati in compagnia dell’amico Leo, fino al compimento della sua piccola grande impresa di nuoto al lago.

La vicenda di Emily, inventata ma ispirata alla storia vera della nuotatrice newyorkese Gertrude Ederle, è portata all’attenzione dei lettori dal fumetto edito da Sinnos con un garbo e una cura rari. Alice Keller ha infatti la capacità speciale di raccontare le storie, vere o inventate che siano, con una pacatezza che ammalia e tiene sospesi, un po’ come quando si tira il fiato e ci si immerge in fondo a un lago. È un racconto pulito il suo, talvolta ironico e talvolta secco, un racconto che non prova mai a spiegare le emozioni preferendo di gran lunga lasciare che vengano a galla da sé, naturalmente. A sostenerlo, echeggiarlo e completarlo, le leggiadrissime tavole – ora a tutta pagina ora in formato mignon – di Veronica Truttero. Il risultato è un fumetto che appassiona con grande leggerezza, facendo dell’apprezzabilissima sintonia tra le autrici, la chiave di volta per tenere agganciato il lettore.

Non è te che aspettavo

Dire tutto quel che c’è da dire e farlo con un’ironia fine e profonda, ecco la dote rara di Fabien Toulmé, autore, voce narrante e protagonista dello splendido fumetto Non è te che aspettavo. Nella graphic novel portata in Italia da Bao Publishing c’è il racconto di una diagnosi  temuta, di una paternità travagliata, di un amore genitoriale che arranca prima di spiccare il volo.

Facciamo la conoscenza di Fabien in Brasile, durante la seconda gravidanza della moglie Patricia, in occasione delle primissime ecografie che sembrano non rivelare alcuna criticità per la bimba in arrivo. Poi lo seguiamo nella periferia parigina,  dove la coppia con la prima figlia Louise, si trasferisce a gravidanza inoltrata: i mesi passano, nuovi esami si accumulano, ma nulla ancora  lascia presagire un’anomalia nel feto. Eppure Fabien ha come un presentimento e l’irrazionale timore che la sua bimba possa avere qualcosa che non va. Che possa avere la Sindrome di Down, più nello specifico: una forma di diversità che fin dall’infanzia lo turba e gli reca un senso di respingimento. Perciò quando dopo il parto è proprio questa diagnosi ad arrivare, non è una tegola che gli cade sulla testa ma un tetto intero. Trascorrono settimane di tormento, in cui Fabien si sente lacerato da sentimenti contrastanti: c’è la delusione per una figlia che non somiglia affatto a quella che si era immaginata e per una vita che prenderà una strada diversa da quella che aveva programmato; c’è la rabbia verso quei dottori che non hanno saputo prevedere il problema; c’è l’invidia verso i genitori più fortunati; c’è  il senso di colpa verso una moglie che sa accettare la figlia con una naturalezza sbalorditiva e c’è lo spaesamento più totale rispetto a una forma di paternità che non sente affatto propria. Tutto si riflette in una quotidianità che si trascina pesante, in cui anche i momenti di più intima relazione con la piccola Julie diventano fardelli, in cui tocca trovare il modo di dire, a conoscenti e sconosciuti, la diversità della propria figlia e infine quella diversità guardarla in faccia. E forse è proprio quando Fabien trova quel coraggio lì, quello cioè di guardarla negli occhi la diversità di Julie, che qualcosa davvero cambia e che l’autore finalmente dice: “Mi sentii felice, felice di essermi evoluto, di non vedere più l’handicap ma il bambino”.

Ecco, qui forse sta il punto più delicato della faccenda: siamo umani e la diversità ci spaventa, anche quando riguarda persone a noi carissime e a cui siamo strettamente legati. L’handicap può distorcere la nostra percezione degli individui e dei rapporti, richiedendo un preciso sforzo di rimessa a fuoco dello sguardo. È dunque un vero e proprio percorso quello che porta a mettere da parte l’irrazionale per cogliere l’umanità di ciascuno e scongelare le emozioni: un percorso non semplice ma possibile, e che come tale va promosso. Il percorso di Fabien, tanto più duro e tormentato perché vissuto in veste di papà, è dunque il percorso che riguarda noi tutti e che sta alla base della costruzione di una società inclusiva. Ecco perché un libro come Non è te che aspettavo merita, fortissimamente merita, una lettura attenta e appassionata, non solo da parte di chi una disabilità la sperimenta o l’ha sperimentata in qualità di genitore e che in queste pagine può ritrovarsi e ritrovare un sentiero.

E poi, aspetto tutt’altro che secondario, non solo il libro racconta così tanto della disabilità, della genitorialità, della fratellanza, della relazione e del rapporto tra mente ed emotività ma lo fa con la provvida leggerezza che solo un maturo e ponderato lavoro di elaborazione personale, oltre che di talento innato, può generare. Le tavole che compongono Non è te che aspettavo, pulite e giocate sul monocromatismo (un colore per ogni capitolo), colgono nel segno grazie a un’ironia che aiuta a dire ciò che non è facile dire e che restituisce, in maniera ancor più autentica e irresistibile, il lato profondamente umano del protagonista. Anche e soprattutto per questo Non è te che aspettavo è un libro raro. Un libro che sa portare alla luce un carico pesante di sofferenza, con una delicatezza saporitamente umoristica.

A silent voice

C’è sempre una prima volta, anche per la recensione di un manga. A silent voice è infatti il primo fumetto giapponese che arriva su Di.To, in virtù di una storia che mette al centro una disabilità invisibile come quella uditiva e soprattutto le dinamiche di che intorno ad essa possono attivarsi. Il protagonista del fumetto è infatti  un ragazzo tediato dalla vita e piuttosto superficiale – Shoya Ishida – che trascorre le sue giornate a trovare un modo di sconfiggere la noia quotidiana. Che sia un tuffo da altezze improponibili o il battersi con energumeni, poco importa: quel che sta a cuore al ragazzo è il divertimenti fine a sé stesso e del tutto indifferente agli effetti su chi lo circonda. Per questo quando nella sua classe arriva Shoko Nishimiya, una ragazzina sorda, Shoya Ishida non perde occasione di darle il tormento, anche in maniera piuttosto pesante. Sono espliciti messaggi di disprezzo o atti di autentica crudeltà, i suoi, che feriscono profondamente Shoko Nishimiya che si mostra sempre paziente ma che alla fine abbandona la scuola. Sarà allora che il ragazzo si renderà conto di ciò che ha fatto e degli effetti che hanno causato le sue azioni: malvagità che gli si ritorceranno contro con l’avversione dell’intera comunità scolastica. Il bullo finisce quindi per trovarsi dall’altra parte della barricata, vittima di un biasimo e  di un’emarginazione che tanta parte avranno nel convincerlo a rimediare per tutti i danni fatti.

La storia di Shoya Ishida e Shoko Nishimiya è narrata da Yoshitoki Oima nella tradizionale forma del manga che si legge da destra a sinistra. Contraddistinto da un ritmo serrato, da vignette fitte (talvolta con disegni e scritte piccolissimi) in bianco e nero, da testi diretti e non troppo ricercati (a partire dall’utilizzo dell’espressione linguaggio dei segni al posto di lingua), A silent voice non propone una storia particolarmente segnante e travolgente ma mette l’accento su aspetti della vita scolastica in caso di disabilità su cui spesso la letteratura per bambini e ragazzi tace. Quello del bullismo, perpetrato in forme anche molto mortificanti, è un tema qui centrale che viene trattato con un’esasperazione e un crudezza poco abituali.

A silent voice è in realtà una serie composta da altri sette volumi, oltre quello in questione. In ciascuno si approfondisce la relazione tra Shoya Ishida e Shoko Nishimiya,passando attraverso riavvicinamenti e drammatiche distanze che cercando in maniera piuttosto calcata di rendere conto degli effetti, anche a lungo termine, che il fenomeno del bullismo può generare.

I racconti dei vicoletti

Questo libro è una delizia. Per lo stile gioiosamente meravigliato dell’autore, per la tenerezza dei suoi personaggi e per lo sguardo insolito che ci regala sulla Cina. E infine, non da ultimo, per il modo delicato e rispettoso che ha di dare spazio alla disabilità nelle sue brevi narrazioni.

I quattro racconti a fumetti che compongono il volume – curato anche all’esterno, grazie alla copertina rigida che gli dona consistenza e valore – vedono infatti protagonista la piccola Yu’er che si muove tra i vicoletti del suo villaggio in sella a un tre ruote amorevolmente guidato dal florido nonno. Curiosa e tenace, la bimba conquista il lettore con grande facilità, contagiandolo con il suo modo vitale e positivo di affrontare ogni situazione, malgrado la difficoltà a camminare. Che si tratti di prepararsi alle paralimpiadi in una piscina immaginaria, ascoltare un concerto nel paradiso degli insetti, rispolverare la storia d’amore del nonno o cimentarsi con l’arte, Yu’er non manca di stupire il suo lettore con un’attitudine votata all’entusiasmo.

Intorno a lei, insieme al nonnino verso il quale manifesta un affetto smisurato e profondamente ricambiato, si attivano i personaggi più diversi – dai bulli di quartiere al burbero anziano con la passione della pittura – che nel bene e nel male rendono vivo il villaggio in cui tutto ha luogo. Quei vicoletti, non a caso citati anche nel titolo del libro, si fanno cornice viva e vitale di un’infanzia lontana migliaia di chilometri ma vicinissima al sentire di qualunque bambino.

Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative – edizione a colori

Graphic novel + alta leggibilità = bingo! L’idea che sperimenta Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative è insieme semplice e geniale: rendere amichevole e invitante per gli adolescenti l’esperienza della lettura, combinando il genere del fumetto e il font ad alta leggibilità Leggimi!. Quello di Sinnos è il primo e finora unico esperimento di questo tipo, volto a saggiare nuove strade che incontrino i gusti e le aspettative dei giovani lettori, non ancora adulti ma nemmeno più bambini.

Anche il tema, d’altra parte, ci mette del suo. Dedicando una storia a 15 donne esemplari e coraggiose, capaci di emergere e far valere, ciascuna nel proprio ambito, una battaglia importante di libertà ed emancipazione, gli autori solleticano l’indole ribelle e grintosa dei ragazzi, e delle ragazze soprattutto. Dalla musica alla Resistenza, dal giornalismo allo sport, dalla scienza al cinema, le vicende di Miriam Makeba, di Marie Curie e delle altre protagoniste trovano un megafono affascinante e commuovente nei fumetti in bianco e nero che ne sottolineano efficacemente il vigore e l’incisività.

Edita per la prima volta nel 2013, la graphic novel curata da Assia Petriccelli e Sergio Riccardi torna ora in libreria con una nuova veste a colori e un nuovo formato (più piccolo e spesso) che ne aumenta considerevolmente l’appeal. Lo stesso percorso editoriale ha caratterizzato anche il lavoro di Federico Appel dedicato ai campioni dello sport e intitolato Pesi massimi che mostra un altro importante volto del coraggio  e della dignità civile.

Mammut

Conquistare i lettori con un primo fumetto è umano, farlo anche con un secondo, è diabolico! Ebbene, quei due diavoli di Melvin e Boonen ci sono riusciti: dopo il successo di Weekend con la nonna i due autori fiamminghi sfornano ora una seconda storia davvero all’altezza delle aspettative di spasso e coinvolgimento di chi ha amato il loro primo lavoro. Anche in Mammut, infatti, la penna di Boonen e la matita di Melvin rivelano una sintonia ammirevole nel condividere uno spirito ironico e costantemente sospeso tra il reale e il fantastico. I testi brevi e secchi del primo, le sue didascalie buffe, e il suo intreccio collaudato di pensieri, discorsi e narrazione incalzante si sposano alla perfezione con i disegni divertenti e comunicativi del secondo, tutti in scala di grigio e salmone e capaci di catapultare il lettore in un’insolita era preistorica. Estremamente dinamiche e cariche di ritmo, tanto da dar l’impressione di assistere a un cartoon, le vignette di Mammut tirano il lettore per la giacchetta. Risultato: impossibile restare impassibili e impedirsi di sorridere!

Protagonista di questa storia travolgente è un bambino di nome Teo, da poco trasferitosi in una casa lussuosa, seguito da una tata paziente e sorprendente denominata tata pelosa, piuttosto trascurato da una mamma e un papà molto impegnanti con il lavoro ma attenti a vietare al figlio un sacco di cose divertenti: uscire di notte, per esempio, e andare a caccia di mammut. Ma quando lo spirito di avventura chiama non si può non rispondere e così Teo si ritrova ad esplorare un imprevedibile mondo preistorico che si nasconde poco distante da casa sua. È qui, proprio dietro l’alto muro di legno che reca l’insegna “Preistoria”, che il bambino incontra la druvida Marga, sfida i kraggak, rischia la pelle, percorre montagne russe mozzafiato, incappa in un coniglio gigante dai denti a sciabola e, manco a dirlo, si trova faccia a faccia con un vero Mammut (la cui cacca, occorre dirlo a onor del vero, è piuttosto ingombrante). Certo, si potrebbe obiettare che come sistema per fare nuove amicizie sia un po’ pericoloso ma l’avventura ha un sapore così irresistibile che anche la pacata tata pelosa finisce per cedervi, condividendo con Teo uno dei segreti più belli della sua vita.

Nel suo impetuoso gusto per il divertimento, anche questo lavoro di Melvin e Boonen non dimentica di offrire un ritratto, e con esso una riflessione silenziosa, sull’infanzia moderna e sulle contraddizioni di una quotidianità scandita da corsi di ogni sorta e attività formative ma pericolosamente tenuta al riparo da avventure, reali o immaginarie, in compagnia di persone fidate. Le espressioni, le esclamazioni e le reazioni del giovane Teo la dicono lunga sulla qualità del tempo condiviso che i ragazzi meritano e chiedono, non sempre con successo. Sicché quella tata che trascorre con Teo più tempo dei suoi genitori, che esegue quanto le viene da loro richiesto senza soffocare del tutto l’entusiasmo del bambino e che si improvvisa compagna di peripezie da scavezzacollo conquista tutta la simpatia del lettore, grande o piccolo che sia. Accolto da un’impaginazione e da un font fruibili anche in caso di dislessia, questi può dunque godersi un racconto straordinario in cui riconoscersi, ridere ed emozionarsi. Si può chiedere di più?

Supersorda

Supersorda è un racconto a fumetti, dallo stile buffo e dal tono estremamente ironico, in cui l’autrice statunitense si rifà alla sua personale esperienza di bambina divenuta improvvisamente sorda a causa di una malattia e al percorso di integrazione cui questo episodio l’ha portata. Lo fa costruendo un mondo in cui la protagonista – che non a caso si chiama proprio Cece – e chi la circonda assumono le sembianze di simpatici conigli, collocati in un mondo perfettamente umanizzato.

Lungo le oltre 240 pagine di questo romanzo a fumetti, colorate e divertenti, si legge di una bambina come tante che si ritrova a dover fare i conti con una forma di diversità invisibile e insieme ingombrante. L’enorme orecchio fonico che Cece è costretta a portare con sé con non poco imbarazzo diventerà nelle sue fantasie di bambina il simbolo di un superpotere che sì la distingue, ma in positivo. Grazie all’apparecchio, Cece riesce infatti a sentire cose che gli altri non sentono (come la maestra quando è in pausa o persino alla toilette) e a conquistare così l’ammirazione dei compagni. Ma quello verso l’accettazione di sé, base imprescindibile anche per l’accettazione degli altri, è per la bambina un vero percorso a ostacoli, in cui le difficoltà non sono celate. Sono difficoltà piccole e grandi, dettate dal sentirsi inadeguate, dall’avvertire costantemente il curioso sguardo altrui sopra di sé, dal non riuscire, banalmente, a vivere a pieno un pigiama party in cui ci si scambi confidenze a luce spenta.

Grazie a una narrazione che parte da un vissuto e che fa leva su un’autoironia straordinaria, Supersorda riesce a far conoscere al lettore un personaggio fuori dal comune ma vicinissimo nei sentimenti, ad appassionarlo e a farlo ridere con una storia in cui la positività è la chiave del successo e a rendere la sordità una differenza più facile da comprendere e forse approcciare.

Jean il sordo

Jean il sordo è un fumetto dedicato alla figura di un giovane orfano francese del ‘700 attraverso la cui vita si delinea una sintetica storia dell’educazione delle persone sorde. Il protagonista è infatti colpito da disabilità uditiva e vive questa sua condizione con grande sofferenza: nel suo lavoro di falegname, per esempio, viene discriminato nonostante l’evidente talento e le sue relazioni interpersonali vengono ostacolate dalle difficoltà comunicative che la disabilità gli impone. Sono alcuni incontri particolarmente felici – come quello con Pierre Desloges – a offrigli le occasioni e gli strumenti necessari per prendere coscienza delle sue capacità e farle valere all’interno di una società in cui i sordi erano tendenzialmente destinati alla mendicanza. In questo modo, attraverso le vicende di un personaggio inventato, presentate con un genere accattivante come il fumetto, gli autori mettono in luce alcuni momenti storici particolarmente importanti per il progresso della cultura dell’inclusione. Emergono con particolare forza le figure della abate De l’Èpée, che dà vita alla prima forma di francese segnato e cura l’alfabetizzazione di molti giovani sordi, o di Pierre Desloges, che difende con forza il ruolo della lingua dei segni per la comunicazione e la socializzazione delle persone sorde.

Quello dedicato a Jean il sordo è un fumetto messo a punto dalla cooperativa romana Il treno, specializzata nella produzione di materiali e strumenti dedicati al mondo della disabilità uditiva. Molto curato nei riferimenti storici e nell’attenzione alla resa, all’interno dei fumetti, dei segni  con cui si esprimono i personaggi, il libro risulta particolarmente (ma tutt’altro che esclusivamente) fruibile ed apprezzabile da chi già padroneggi almeno un’infarinatura degli episodi storici cui si fa riferimento. Tutti gli altri possono senz’altro beneficiare dell’appendice che racconta in maniera dettagliata la biografia e il  dei personaggi coinvolti e che si sofferma su alcuni elementi di contestualizzazione storica, di particolare interesse per un pubblico adulto o per un utilizzo scolastico. Il fumetto, di cui è possibile visualizzare un’anteprima qui, trova infine un seguito in un lavoro, a cura dei medesimi autori, intitolato La figlia di Jean.

Officina Millegiri

Sono tante e sfaccettate le storie a due ruote che si intrecciano in questo fumetto: una moltitudine di personaggi, epoche, panorami, contesti, vicende ed emozioni si fanno largo a suon di pedalate. È proprio la passione per le biciclette dei suoi protagonisti – dall’aggiustatutto al corridore, dall’orsa equilibrista al ciclista acchiappanuvole, dalla band a pedali al tifoso sfegatato – a fare da filo conduttore a un fumetto che dice tra le curve di sogni, amori, progetti e amicizie.

Le parole sono scelte dal cantante dei Tête de Bois Andrea Satta e trovano forma visiva nella matita di Eleonora Antonioni (anche se è proprio da quest’ultima che l’idea di portare tante biciclette in un solo libro è partita). L’incontro tra le due voci è ben calibrato e non scontata: tale insomma da lanciare un amo insolito a lettori adolescenti, soprattutto se amanti delle corse in velocità.

La brevità delle storie, unita alla consueta attenzione di Sinnos per l’alta leggibilità (qui applicata al genere del fumetto grazie alla font leggimi graphic), rende Officina Millegiri particolarmente fruibile anche da parte di giovani lettori poco a proprio agio tra le pagine fitte.

Garrincha. L’angelo dalle gambe storte

La storia di Garrincha – mitica ala destra del Brasile e stella del Botafogo – ha fatto impazzire migliaia di appassionati di calcio degli anni cinquanta e sessanta. Con tutta probabilità, gli adolescenti del nuovo secolo il nome di Manoeal Franciscos Dos Santos non dice assolutamente nulla ma la sua parabola esistenziale è talmente avvincente che tempo e periodo storico finiscono per contare proprio poco quando ci si addentra tra le pagine che Uovonero dedica a questa figura dalle tinte chiaroscure, instancabilmente altalentante tra povertà e ricchezza, dedizione e sregolatezza, talento e disabilità. Quella dell’uccellino Garrincha, che con le sue gambe storte ha saputo conquistare un’intera generazione di tifosi, diventa così facilmente una figura emblematica di contraddittoria umanità fornendo inoltre una rappresentazione piuttosto inedita dell’handicap e dei suoi inattesi risvolti.

La composizione di questa graphic novel, firmata nei testi e nelle illustrazioni da Antonio Ferrara, è affascinante. I baloons veri e propri, ridotti nel numero in verità, portano alle orecchie del lettore voci autentiche e un parlato stringato che sa di vero. Il racconto che invece sta fuori dalle nuvole riporta puntualmente il punto di vista del protagonista, seguendo un ritmo tormentato che calza a pennello sulla sua vicenda personale. La scelta di immagini dal tratto serigrafico sottolinea il sapore leggendario di quanto narrato, mentre l’uso sapiente di riquadri di diversi dimensioni, di vuoti e pieni, di figure abbozzate che rinunciano ai dettagli per privilegiare l’espressività, regala a questo volume un aspetto originale e intrigante.

La leggenda di Zumbi l’immortale

Per chi ha avuto la fortuna di assaporare dal vivo la straordinaria cultura brasiliana, La leggenda di Zumbi l’immortale è un concentrato di richiami e madeleines proustiane (al doveroso profumo di cocco!). Per chi invece è totalmente digiuno di capoeira, divinità del candomblé e villaggi nella foresta amazzonica La leggenda di Zumbi l’immortale è un’occasione interessante per raccogliere qualche spunto, godendo al contempo di un racconto forte e piacevole.

Tutta incentrata sulla vita di una figura cardine della storia del Brasile (e non solo), la nuova graphic novel edita da Sinnos accende un faro sui valori della libertà e delle scelte atte a difenderla. Zumbi è infatti un ragazzo del XVII secolo che si ribella alla conquista portoghese e guida la lotta durata decenni per mantenere libero e autonomo il Quilombo dos Palmares. La sua figura è diventata quasi mitica in Brasile, come il libro lascia ben intendere fin dal titolo, e viene commemorata da statue, intitolazioni e celebrazioni in tutto il paese (il 20 novembre, che corrisponde al giorno della morte di Zumbi, si festeggia, per esempio,  il Giorno della Coscienza Nera). Dalla nascita che già recava tratti di soprannaturalità all’infanzia trascorsa presso i gesuiti, dalle innumerevoli battaglie fino al tradimento che lo porterà alla morte, la vita di Zumbi è raccontata attraverso i testi asciutti di Fabio Stassi, che si focalizzano sui fatti ma lasciano anche spazio a riflessioni e magia, e attraverso i disegni inconfondibili di Federico Appel (già noto ai fedelissimi delle graphic novel Sinnos per aver firmato Pesi Massimi), che trasformano il bianco e il nero in uno strumento efficacissimo per rendere i chiaroscuri di un periodo così tormentato come quello della conquista e schiavizzazione.

Anche grazie a questa attenzione stilistica, la storia narrata si fa esemplare e risuona forte nella nostre orecchie in questi tempi in cui la schiavitù e la libertà assumono semplicemente forme e aspetti diversi. Non a caso la stessa casa editrice, da anni impegnata in favore dello scambio tra culture e dell’inclusione (qui sostenuta sia nei temi sia nella forma, dato il carattere di alta leggibilità del volume), racconta come il libro dovesse originariamente riportare le vicende di moderni migranti e abbia solo in un secondo momento abbracciato la storia di Zumbi che in qualche modo le riecheggia e omaggia egregiamente. Perché come ricorda bene uno dei personaggi della cornice del libro proprio in chiusura: “Finché ci sarà un uomo in catene, da qualsiasi parte, nessun uomo sarà libero davvero “.

 

Pioggia di primavera

La collana di graphic novel ad alta leggibilità targata Sinnos, arrivata ormai al suo quarto titolo, ci ha abituati a un’attenzione particolare alle tematiche dello sport e della parità di genere. Con l’ultima uscita, Pioggia di primavera, le due tematiche convergono in una storia tutta orientale che parla di kung-fu, di dignità e di riscatto femminile.

Qui si incontrano le storie di due ragazze. Una, Shu Mei, è una monaca guerriera che scappa dal suo monastero sotto attacco e trova rifugio presso un’altra congrega di monache. L’altra, Chun Yu, si trasferisce a vivere dal vecchio zio dopo la morte della madre e si trova a dover respingere la violenta proposta di matrimonio del boss del quartiere, Wong la tigre. Guidata dalla Shu Mai, Chun Yo apprende le basi dell’arte Kung-fu e sfida Wong in un combattimento. In palio c’è la sua stessa libertà, duramente e onorevolmente conquistata dalla ragazza.

Scritta di Paolina Baruchello e illustrata da Andrea Rivola, Pioggia di primavera adotta i criteri dell’alta leggibilità (font leggimigraphic e carta color crema, soprattutto) che rendono il volume particolarmente fruibile anche in caso di dislessia. Rispetto ai precedenti titoli, poi, quest’ultimo presenta testi meno fitti e predilige un’impaginazione più ariosa e a primo impatto più amichevole. Se questo da un lato rende più azzardati alcuni passaggi da una vignetta alla successiva, dall’altro lascia campo più libero al segno grafico e ai significati che, anche senza testo, può portare con sé.

Downtown

Downtown è un fumetto per ragazzi curato da due pubblicitari spagnoli – Noel Lang e Rodrigo Garcia. Ispirato alla figura dello zio di uno degli autori, affetto da Sindrome di Down, il racconto segue un bambino di nome Edo affrontare insieme ai suoi amici diverse situazioni quotidiane, più o meno complesse, in oltre un centinaio di sketch grafici ironici e leggeri.

Il titolo del volume – Downtown – e la frase di apertura – “Il brutto dell’avere la Sindrome di Down è che il giorno in cui nasci i tuoi genitori diventano un po’ tristi. Il bello è che, dopo quel giorno, non lo saranno mai più” – lasciano intendere che la Sindrome costituisca il fulcro del racconto e che a farla da padrone, a riguardo, sia un certo atteggiamento tutto rose e fiori. In realtà, addentrandosi nella lettura, la sindrome non viene pressoché più citata, intenti moralistici non trovano spazio e tutta l’attenzione è concentrata sulla maniera buffa e originale in cui Edo affronta la vita. Il suo essere Down emerge cioè, sottilmente, da un certo modo di parlare e dare senso alle situazioni, nel suo modo di relazionarsi con le cose e con le persone, nella sua fatica e concentrarsi e nel sistema originale che adotta per isolarsi all’occorrenza dal mondo. Ma è bene o male il suo essere bambino – un bambino fantasioso, affettuoso, a tratti petulante come d’altronde sono tutti i bambini –  ciò che emerge in primo piano. Il che costituisce forse la maniera più efficace per lanciare un messaggio positivo a proposito della Sindrome di Down (o più in generale di una qualunque disabilità) poiché invita a considerare la persona prima dell’etichetta.

Attraverso un tratto asciutto e spiritoso, in linea con testi essenziali e arguti, il fumetto di Noel Lang e Rodrigo Garcia offre un ritratto scanzonato e sorridente del mondo infantile. Insieme a Edo, a popolare le vignette di Downtown, altri amici tutt’altro che comuni: da Michelone, buono come il pane e imponente come una montagna a Bea, la fidanzata preferita nonché unica del protagonista; da Ben, timido e gentile, a Noemi, effervescente e frivolamente sognatrice. La loro è una quotidianità ingenua e briosa, proprio come il disco di Petula Clark che dà il titolo al volume e che, non a caso, Edo porta sempre con sè.

Adesso scappa

Spigolosa, decisamente spigolosa. Così appare Adesso scappa, la nuova graphic novel ad alta leggibilità pubblicata da Sinnos. È spigolosa nei temi abbordati e nei sentimenti messi a nudo ma anche nel tratto asciutto impiegato da Marta Baroni e nella lingua ruvida scelta da Patrizia Rinaldi. Tutto concorre a fare di questo libro una scommessa sulla schiettezza: nei contenuti come nell’espressione.
La realtà fotografata è quella di tante scuole superiori italiane, in cui le etichette di “sfigato” sono facilissime da affibbiare e difficilissime da rimuovere, in cui episodi di violenza e bullismo scandiscono la quotidianità e in cui l’indifferenza offre agli insegnanti uno scudo efficace contro le grane. Scuole in cui, ciononostante, le eccezioni sopravvivono, forme di resistenza trovano spazio e la bellezza, di tanto in tanto, può tornare a far rifiorire la speranza di chi crede in modi di stare al mondo non basati sul sopruso e sul disinteresse. Questa realtà tanto comune assume qui la figura di Maddalena che sopporta con terrore le angherie di Zago e delle sue scagnozze fino a quando un amore appena nato con il compagno Alessandro non le offre la motivazione necessaria per ribellarsi, tirare fuori la voce, gridare con coraggio che le cose e le persone non si possono semplicemente prendere con la forza. In parallelo alla sua storia, quella del professor Rigilli che chiude metodicamente ogni capitolo del libro. Anche questa, a suo modo, è una storia di disfatte apparenti, di motivazioni insufficienti, di delusioni nei confronti di una scuola che appare pericolosamente inerme e inerte ma anche una storia che finalmente trova un riscatto e un’apertura verso il futuro. È proprio quando il cammino di Maddalena e quello di Rigilli si incontrano e si intrecciano, in quelle che appaiono come due ore di un banale corso di recupero di latino, che la vita si fa sentire più forte agli occhi e alle orecchie del lettore, mostrandogli come destini e corazze diverse (che un italiano aulico e, al contrario, un romanesco marcato sottolineano bene) possono nascondere sentimenti di giustizia, positività e coraggio comuni.
Rispetto alle precedenti proposte di graphic novel (Cattive ragazze e Pesi Massimi) attente ai gusti di un pubblico giovane, rispettose delle esigenze di lettori con disturbi dell’apprendimento e coraggiosamente volute dalla casa editrice romana, Adesso scappa azzarda forse qualcosa in più, andando a scavare nel profondo quotidianità e animi tormentati di scottante attualità e lanciando così agli adolescenti un appello chiaro e potente.

Pesi massimi. Storie di sport, razzismi e sfide

Nel 2013 la pubblicazione di Cattive ragazze ha concretizzato la felice intuizione di Sinnos di realizzare prodotti ad alta leggibilità che sposino generi variegati, per esempio il fumetto, e che possano rivolgersi a target diversi, per esempio i (pre)adolescenti. La scelta, premiata non a caso con la selezione per la finale dell’Andersen, trova oggi rinnovata vitalità grazie a un secondo titolo a catalogo. Si tratta di Pesi massimi, graphic novel curata nei testi e nelle illustrazioni da Federico Appel.

Introdotte da una vicenda-cornice che vede protagonisti un bambino arrogante e nientedimeno che il pluripremiato pugile Muhammad Ali, sei storie di campioni – dello sport e della vita – vengono raccontate ai ragazzi in forma di fumetto facilmente leggibile. Personaggi di diverse nazionalità, epoche e discipline vengono qui ritratti per il loro valore, prima di tutto umano.  Si passa dal tennis alla corsa, da Gino Bartali a François Pienaar, dai tempi dell’Apartheid in Sudafrica a quelli delle Pantere Nere in America: ciò che non cambia è l’esemplarità delle vicende selezionate che parlano di rispetto degli avversari, lealtà, impegno politico, diritti civili, battaglie contro la discriminazione. Il tutto attraverso un tratto e un stile narrativo per nulla pesanti e che fanno, anzi, dell’ironia un potente strumento che non travisa ma anzi rafforza il potere delle storia.

Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative

Graphic novel + alta leggibilità = bingo! L’idea che sperimenta Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative è insieme semplice e geniale: rendere amichevole e invitante per gli adolescenti l’esperienza della lettura, combinando il genere del fumetto e il font ad alta leggibilità Leggimi!. Quello di Sinnos è il primo e finora unico esperimento di questo tipo, volto a saggiare nuove strade che incontrino i gusti e le aspettative dei giovani lettori, non ancora adulti ma nemmeno più bambini.

Anche il tema, d’altra parte, ci mette del suo. Dedicando una storia a 15 donne esemplari e coraggiose, capaci di emergere e far valere, ciascuna nel proprio ambito, una battaglia importante di libertà ed emancipazione, gli autori solleticano l’indole ribelle e grintosa dei ragazzi, e delle ragazze soprattutto. Dalla musica alla Resistenza, dal giornalismo allo sport, dalla scienza al cinema, le vicende di Miriam Makeba, di Marie Curie e delle altre protagoniste trovano un megafono affascinante e commuovente nei fumetti in bianco e nero che ne sottolineano efficacemente il vigore e l’incisività.

Cico e Pippo

Cico e Pippo sono due personaggi anni ’70 creati da Altan e rispolverati oggi da Gallucci in una raccolta essenziale e dilettevole. I protagonisti, padre e figlio, non sono che due linee sottili – l’una più grande e l’altra più piccina – che fanno del loro tratto appena abbozzato la chiave della loro moderna critica sociale.  Messi a confronto sulla pagina nuda, senza nemmeno la traccia di un riquadro o di una cornice, calpestano con disinvoltura i luoghi comuni sull’handicap, di cui Cico, cieco, è degno rappresentante. Dissacrante e irriverente, Pippo non risparmia, infatti, battute ciniche e scherzi irriguardosi nei confronti del papà, tendendogli trappole fisiche e verbali sui terreni minati del piacere, dello sport, dell’arte e delle relazioni.

La reazione di chi legge cede quasi certamente a un timido sconcerto, in prima battuta. Come porsi, d’altronde, di fronte a un personaggio che si dice triste per dover sempre condurre un papà cieco e che poi, a posizioni invertite, porta il genitore a sbatter contro un tronco? Un secco “mah..”, un po’ stizzito e straniato, è certo una buona sintesi dell’impatto inatteso con le vignette. È solo dopo, con sguardo acuto e disincantato, che le strisce crude e persin crudeli suggeriscono tutto un altro senso. Dipingendo efficacemente l’assillo e il tormento incarnato da Cico – non di rado pedante e insistente -, l’autore restituisce alla cecità (e più in generale alla disabilità) il diritto di essere, nel bene e nel male, umana e come tale di esser trattata. In barba ai favoritismi ispirati al politically corretc, un sorriso malizioso lancia un messaggio ambizioso. Perfetto stile Altan, insomma.