Yunis

Yunis è un abilissimo e generoso pasticcere. Tutti i giorni confeziona con le sue mani delizie prelibate e le lascia di nascosto in dono ai bambini del villaggio. Il suo marchio è un uccellino azzurro sulla confezione, identico all’uccellino in piume e ossa che ogni sera fa visita a Yusif nella sua cucina. Da qui il ragazzo si sposta poco, non mostrandosi in pubblico praticamente mai. Chi crederebbe, infatti, che dolci così così sopraffini e ben realizzati possano essere fatti da una ragazzo con la sindrome di Down?, pensa. Ma quando, un giorno, Yunis si ammala e il consueto pacchetto di dolci non può raggiungere i bambini, questi fanno due più due e svelano il mistero dei pasticcini dell’uccellino azzurro. Il talento di Yunis può a quel punto uscire allo scoperto, sostenuto da un atteggiamento collettivo libero dai fardelli del pregiudizio.

La storia di Yunis è semplice e a misura di piccole orecchie, seppur non avulsa da una serie di stereotipi come quello che vede i ragazzi con sindrome di Down come paladini dell’amore e dell’affettuosità. Ciò che rende il libro particolarmente interessante è piuttosto l’aspetto iconico. Le illustrazioni non temono infatti una rappresentazione schietta e riconoscibile della disabilità, peraltro qui inserita in una importante e significativa cornice di bellezza, piacere e cura.

Il libro scritto da Amal Naser e illustrato da Anita Barghigiani fa parte della collana Libri ponte sul Mediterraneo di Gallucci, realizzata in collaborazione con la casa editrice degli Emirati Arabi Kalimat. La collana si contraddistingue per la scelta di storie che vengono da lontano, raccontate sia in italiano sia in arabo. Utilissimi per agevolare la condivisione di storie in classe, tra compagni di origine diversa, ma anche in casa, tra genitori e figli con una padronanza differente della lingua italiana, i Libri ponte sul Mediterraneo muovono da un’idea di libro come connettore e detonatore di incontri a cui si ispira d’altronde anche l’intero comparto dei libri accessibili.

Io sono blu

A righe nere e ble dalla punta del pungiglione alla punta delle zampe: così appare la protagonista del silent book Io sono blu. Mica facile, per un’ape con questo aspetto, trovare il proprio posto in uno sciame rigorosamente nero e giallo, in cui nessuno si discosta dalla norma. Soprattutto perché questa anomalia cromatica genera nelle compagne isolamento e scherni  duri da digerire.

“Perché sono così?”, sembra chiedersi allora la protagonista del libro mentre consulta manuali di enotomologia che non fanno che confermare la sua bizzarria. “E come posso rimediare?”, pare domandarsi nel disperato desiderio di farsi accettare. E così, ferri e fili alla mano, l’apetta corre ai ripari e si procura un bel travestimento: un travestimento che sembrerebbe pure funzionare all’inizio ma che a lungo andare mostra tutto il suo posticcio valore. Sarà un incontro casuale con una variegata compagnia di insetti a dare un’autentica svolta alla situazione, consentendo alla protagonista, e con lei al lettore, di scoprire che diversità può significare unicità e che là dove ognuno è libero di essere a suono modo, isolamento e scherni appaiono d’un tratto cosa assai sciocca.

Finalista del Silent Book Contest 2021 e vincitore, nell’ambito dello stesso concorso, del premio assegnato dalla giuria Junior, Io sono blu racconta una storia di diversità e accettazione che arriva in maniera molto diretta al lettore. Le situazioni in cui l’apetta protagonista viene ritratta e le emozioni che ne derivano sono infatti rese dell’autrice in modo molto efficace e riconoscibile. Irene Guglielmi è, in questo senso, molto brava, nel sottolineare con pochi tratti e senza tanti passaggi narrativi gli atteggiamenti chiave dei personaggi coinvolti.

Dopo una prima doppia pagina in cui si scorge in lontananza un grande sciame giallo in cui spicca un puntino blu, ci si trova infatti di fronte a un’illustrazione efficacissima che restituisce la grande varietà di reazioni generate dalla diversità della protagonista: stupore, diffidenza, paura, disgusto, superiorità, il tutto reso attraverso semplici posture o espressioni facciali. In questo modo non risulta difficile, per il lettore, seguire e interpretare ciò che accade dopo – la ricerca di risposte, il tentativo di sentirsi normale e farsi accettare, la curiosità accesa da altri esseri non convenzionali – facendosi guidare da un forte senso di empatia nei confronti dell’apetta. Questo, dal canto suo, agevola il lettore nelle operazioni di decodifica della storia per immagini, supportandolo in una sfida di lettura coinvolgente.

Ad abbracciar nessuno

Cogliere, osservare e dipingere la diversità, nelle sue molteplici forme, non è affar semplice: servono sguardo profondo e tocco lieve. Ecco perché Ad Abbracciar nessuno, albo firmato nei testi e nelle figure da Arianna Papini, merita un’attenzione particolare. Capace di scavare a fondo e cogliere fili impalpabili, di vedere l’invisibile e di dire ciò che è segreto, il libro non ha paura di dedicarsi a un tema delicatissimo con una storia, un testo e delle illustrazioni di grande raffinatezza che sfuggono ai canoni a cui è perlopiù abituata l’infanzia. Eppure, opportunamente mediato, l’albo sprigiona un fascino impalpabile che attraversa in pieno il lettore invece che sfiorarlo soltanto.

Al suo centro ci sono Damiano e Maddalena, due compagni di scuola materna. Stretto di frequente dalla nostalgia della mamma e con un pensiero fisso sul lago e la sua quiete, Damiano riesce a “sentire” Maddalena, nel senso più autentico e istintivo del termine. Maddalena è infatti una bambina misteriosa, si comporta talvolta in maniera stramba e non parla mai. Nel nome del silenzio che in qualche modo abita entrambi, Damiano e Maddalena stringono un’amicizia unica e sottile, che poggia su sensibilità vicine e su un lessico familiare del tutto esclusivo, costruito poco a poco e capace di resistere anche lunghe e inattese separazioni.

Uscito diversi anni fa per Fatatrac, con una copertina, una grafica e soprattutto delle cromie diverse, Ad abbracciar nessuno è ora ripubblicato da Uovonero con una nuova veste. Più tenue e solare, questa tende a sottolineare la levità del legame che unisce Damiano e Maddalena più che il mistero che in essi muove, contribuendo così a rendere l’albo meno cupo e forse meno respingente nell’aspetto: un’interessante e apprezzabile scelta, questa, per ridare nuova (e speriamo lunga) vita a un libro dal segno e dalla parola profondissimi.

L’aquilone di Noah

Imperturbabile, chiuso nel suo silenzio e all’apparenza interessato, visceralmente interessato, solo a far volare il suo aquilone, Noah non ha vita facile. Non ce l’ha perché il periodo storico in cui vive – siamo a Cracovia nel bel mezzo della seconda guerra mondiale – non ammette tenerezza nei confronti di chi come lui è ebreo e ignora le tante norme via via più restrittive imposte dal nazismo. Ma non ce l’ha anche perché la famiglia che gli capita in sorte è tutto fuorché accogliente e capace di far spazio a un bambino atipico come lui.

Con una madre e una sorella del tutto anaffettive e preoccupate solo di sé stesse, un padre pavido e frustrato che dedica ogni sua attenzione agli orologi della sua bottega, Noah può fare affidamento solo su Joel, suo fratello maggiore, che da sempre di lui si prende cura. Per Joel, fare in modo che al piccolo Noah non accada nulla di male e che il suo aquilone possa continuare a volare è una sorta di missione, di compito autoassunto che intende portare a compimento costi quel che costi. Anche quando la vita nel ghetto si fa durissima, quando la famiglia Baumann è costretta a cambiare dimora e a dividere uno striminzito appartamento con degli sconosciuti, quando iniziano i rastrellamenti e quando anche una cosa banale come il volo di un aquilone può diventare motivo per trovare una morte violenta. E così, al fianco di questo scricciolo silenzioso e del gigante buono che lo accompagna, il lettore si inoltra tra le pieghe della storia, attraverso le diverse tappe che hanno dato forma all’orrore dell’Olocausto e da cui gli stessi protagonisti non sono lasciati indenni.

Intorno a loro, lungo un racconto in cui trovano spazi amori e sodalizi fraterni, tradimenti e imprevista compassione, crudeltà e generosità, si muove un’umanità palpabile e variegata che rende le categorie dei buoni e dei cattivi piuttosto labili e sfumate, un catalogo vivo di figure e caratteri animati dai sentimenti più diversi, dai più infimi ai più elevati. Tra queste pagine in cui la storia entra con prepotenza e senza remore, anche nei suoi episodi più duri, il lettore vede sfiorarsi o incrociarsi i percorsi di persone che paiono agli antipodi le une dalle altre, che mettono fortemente in discussione l’idea classica di famiglia, che in un nonnulla arrivano vicinissime alla redenzione come alla disperazione. I loro destini fragili fanno i conti con una pagina di storia vergognosa e immonda che la penna di Salmerón ha il merito di tradurre nella quotidianità di individui veri – adulti, anziani e bambini – rendendola così meno distante e impenetrabile.

Hank Zipzer. Un viaggio da vomito

Di fronte alla prospettiva di un campionato di cruciverba, le reazioni del giovane Hank Zipzer e di suo papà non potrebbero essere più diverse: l‘entusiasmo del secondo risulta infatti, per il primo, totalmente incomprensibile. Che Hank e le parole non vadano proprio d’accordo lo sappiamo ormai bene, in effetti. Protagonista di una fortunata serie edita da Uovonero, Hank fa infatti quotidianamente i conti con le sue difficoltà di lettura e scrittura che sono spesso fonte di guai inattesi e soluzioni creative. E anche in questo nuovo volume – ça va sans dire – inconvenienti e avventure non mancano, complici un lungo viaggio di famiglia e un grosso pacco di compiti che la signorina Adolf riserva al protagonista per le vacanze invernali.

L’intera famiglia Zipzer, accompagnata da Frankie, l’amico del cuore di Hank, e da Katherine, l’iguana domestica della sorella, parte infatti alla volta di Charlotte, dove si tiene il Campionato Nazionale di Cruciverba tanto agognato da papà Zipzer. Ogni partecipante al viaggio può scegliere una meta sul percorso, ma i patti sono chiari: Hank potrà andare sulle mirabolanti montagne russe del Colossus Coaster Kingdom solo se avrà finito i compiti assegnatigli dalla signorina Adolf. Le buone intenzioni del ragazzo non si discutono, sono purtroppo i fatti a lasciare a desiderare. E tra distrazioni davvero irresistibili, pisolini non previsti e quel grande grandissimo intoppo del pacco di compiti dimenticato per strada proprio all’inizio del viaggio, venire a capo dell’impresa sarà più facile a dirsi che a farsi. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: là dove non arrivano le montagne russe, ci pensa il campionato di cruciverba a rendere il viaggio davvero indimenticabile!

Divertente e disseminato di colpi di scena, Hank Zipzer. Un viaggio da vomito ci regala, nell’improbabilità delle avventure messe in scena, un ritratto efficace e fedele delle reazioni che letture, operazioni e compiti vari possono generare in chi come Hank riscontra in numeri e parole un autentico ostacolo. Distrazioni, repulsione, evasione: il campionario delle risposte, più o meno consapevoli, che Hank mette in atto di fronte al pacco che la signorina Adolf gli appioppa come fosse una ricetta miracolosa, la dice infatti lunga su quanto utile sarebbe una didattica più attenta alle esigenze dei singoli ragazzi. Stampato come di consueto con caratteristiche di alta leggibilità, Hank Zipzer. Un viaggio da vomito offre una lettura piacevole, leggera e amichevole non solo nei contenuti ma anche nell’aspetto.

Sono Vincent e non ho paura

Quell’età di mezzo in cui non si è né carne né pesce, in cui ci si sente troppo grandi per essere bambini e troppo piccoli per affrontare davvero il mondo da soli, è un affare proprio gramo. Scostarsi di una virgola dalla massa può voler dire subire prepotenze e prese in giro che sono talvolta tutt’altro che bravate, e Vincent lo sa bene. Così solitario e così fuori dagli schemi, lui che sa tutto dell’arte della sopravvivenza, è il bersaglio ideale per Dilan e la sua banda, che non perde occasione di deriderlo e prenderlo a botte appena fuori dalla scuola.

Denunciare i soprusi vorrebbe dire allarmare i suoi genitori – cosa peraltro già accaduta in passato – e ritrovarsi a tu per tu con la psicologa, e Vincent non ne ha nessuna voglia. Le giornate di lezione e l’attesa del famigerato campo scuola a cui Vincent è costretto a partecipare diventano così un vero tormento, un susseguirsi di ore lentissime in cui il ragazzino fa di tutto per non farsi notare e sfuggire alle vessazioni, rifugiandosi in una dimensione in cui dialoga con una cricca di animali immaginari dallo spiccato senso dell’umorismo.

Fino a quando in classe arriva una ragazzina che non potrebbe essere più diversa dal protagonista: sicura di sé, popolare e alla moda, Jasmijn – detta La Jas – si interessa in maniera autentica a Vincent e al suo mondo fatto di kit di sopravvivenza e conoscenze bizzarre. Anche La Jas, checché se ne possa pensare, sa cosa vuol dire essere vittima di discriminazioni e prepotenze (ché il bullismo prende tante strade e assume tante forme, scegliendo bersagli talvolta non scontati) e questo la aiuta e entrare in sintonia con Vincent. Tra i due nasce inaspettatamente un legame solido, un’amicizia che per il protagonista sarà preziosa per trovare il coraggio di affrontare ciò che lo spaventa senza rassegnarsi a subire e avere paura.

Con una grafica curata e accattivante, in cui lo sfondo scuro sottolinea la sensazione di buio che avvolge il protagonista all’inizio della storia e in cui gli elementi naturali a lui tanto familiari punteggiano le pagine con fare raffinato, il romanzo presenta una costruzione narrativa che tira pian piano il lettore per la manica fino a farlo ritrovare al fianco di Vincent mentre scappa dal campo scuola. A una prima parte in cui si alternano in maniera efficace il racconto delle giornate prima del campo scuola e alcune pillole da manuale di sopravvivenza, ne segue una seconda in cui la cronaca del campo scuola dal punto di vista di Vincent si fa serrata e travolgente. Di fronte all’ennesima concretissima minaccia di Dilan, il ragazzino scappa infatti nel boschi, mettendo finalmente a frutto tutto ciò che negli anni ha imparato sulla sopravvivenza e scoprendo che gli strumenti più utili in caso di pericolo  non sono in realtà fiammiferi e pietre focaie ma il poter contare sull’appoggio e il confronto con un amico vero come La Jas. Ché questo i manuali di sopravvivenza mica lo dicono!

Oltre a raccontare dall’interno e con toccante franchezza quanto possano essere complicate, delicate e multisfaccettate le dinamiche del bullismo, Sono Vincent e non ho paura si fa così apprezzare per una storia che viaggia veloce come una corsa a perdifiato nel bosco, per personaggi non scontati a cui ci si affeziona presto (non ultimi il verme e la sua combriccola di animali immaginari) e per una scrittura secca fatta perlopiù di frasi brevi che ben si sposano, dal punto di vista dell’accessibilità della lettura, con la stampa ad alta leggibilità proposta dall’editore Camelozampa. Avvincente e coinvolgente. In una parola: vincente. Consigliatissimo!

Una piccola cosa senza importanza

La vita in una missione umanitaria, nel bel mezzo dell’Africa Centrale e ben lontano da molte comodità, non è senza dubbio facile. Non lo è per nessuno, men che meno per un tredicenne come Sacha per cui lo spirito di adattamento non è esattamente un punto di forza. Autistico, e più nello specifico con la sindrome di Asperger, Sacha trova tuttavia meno faticoso costruirsi una routine rassicurante tra tende da campo e cibi liofilizzati di quanto non riuscisse a fare nel civilissimo occidente, dove a causa di un atto di bullismo scolastico era persino finito in ospedale in critiche gravi. Proprio quell’episodio convince la madre, medico di una ONG, a ritirarlo da scuola e a portarlo con sé in missione nella Repubblica Democratica del Congo, dove Sacha si dedica con grande dedizione a scrivere le sue Cronache lunari di un ragazzo bizzarro (che non a caso è proprio il sottotitolo di questo libro) e progetta di comporre un racconto in cui ogni parola abbia un numero di lettere corrispondenti ai successivi decimali del Pi greco.

Delle sue Storie del Pi greco, però, Sacha non parla con nessuno: né con la madre, né con Sunder, il soldato Onu con cui stringe amicizia e cerca di imparare il nepalese, né con Sophie, che gli fa lezione ogni mattina. L’unica con cui Sacha si sente di condividere questo suo progetto segreto è Destinée, una ragazza soldato che un giorno arriva presso la missione Monusco e che senza troppi pregiudizi attiva con Sacha un dialogo interessante. In lei Sacha trova un interlocutore rispettoso e attento, che si stupisce certo per le sue numerose stramberie, ma che non per questo lo tratta in maniera superficiale o accondiscendente. Destinée ha un passato molto tormentato, fatto di atrocità compiute e subite in guerra, di cose viste impossibili da dimenticare e di un figlio frutto di uno stupro che desidera con tutte le sue forze andare a salvare. Le loro fragilità esistenziali in qualche modo si interfacciano ed è così che tra i due nasce un’amicizia solida. Addirittura, contro ogni abitudine e predisposizione, Sacha arriva a dire alcune bugie per coprire Destinée nel suo piano volto a ritrovare e recuperare il figlio Espoir: un piano in cui il ragazzo dovrebbe avere un ruolo del tutto marginale e che invece finisce per travolgerlo senza scampo.

Senza avere il tempo di rendersene conto, Sacha si ritrova a bordo di una motocicletta, fugge sgommando nella giungla, incontra soldati senza scrupoli armati di kalashnikov, assiste a un crollo in una miniera, partecipa a un assalto in piena regola, fino ad assumersi il compito e la responsabilità di portare in salvo il piccolo Espoir. La sua è un’avventura al cardiopalma, totalmente agli antipodi rispetto al suo modo di vivere e alla dimensione che lo fa sentire al sicuro. Ed eppure Sacha arriva fino in fondo, prima trascinato e poi persino un poco intraprendente, in un percorso di crescita e confronto con i propri limiti portato all’estremo e con un finale tutt’altro che zuccheroso ma davvero molto forte.

Il romanzo di Catherine Fradier punta fari piuttosto intensi su tematiche delicate e complesse, come la neurodiversità, la guerra e il reclutamento dei bambini soldato, portando il lettore a saperne qualcosa (o qualcosa in più) e a desiderare, forse, di approfondirle un poco una volta chiuso il libro. Lo fa attraverso una trama serratissima e movimentata, sempre calata nel mondo reale anche se spinta al limite dell’incredibilità: una trama in cui la disabilità del protagonista si fa motore e lente narrativa (la voce è infatti quella dello stesso Sacha), senza gravare come un fardello ma anzi arricchendo non poco una vicenda dalla forte connotazione umana ed emotiva.

Attento dunque a offrire un ritratto multisfaccettato dell’autismo, Una piccola cosa senza importanza presta attenzionale alla questione dell’inclusione e della diversità anche da un punto di vista formale: il libro è infatti stampato con caratteristiche di alta leggibilità che ne agevolano la fruizione anche in caso di dislessia.

Io parlo come un fiume

La poesia sa sorprendere e spiazzare, vestendo talvolta abiti insoliti e abitando case che di rado la vedono ospite. Così accade, per esempio, in Io parlo come un fiume, intenso albo a firma di Jordan Scott e Sydney Smith di recente pubblicato da Orecchio Acerbo. Qui, la scrittura intensa, cadenzata e capace di cantare l’inquieto convivere del giovane protagonista con la sua balbuzie, assume infatti la forma di una profonda melodia che prende dimora tra le pagine illustrate, ora tesissima ora lenta. La sua è una musicalità che attende discreta e che chiede di esser letta ad alta voce per spigionarsi a pieno.

È il miracolo delle parole, fatte sì di senso ma anche di suoni: proprio quelli che il giovane protagonista del libro fatica a pronunciare fluidamente, attirando gli scherni dei compagni e accumulando giorno dopo giorno vergogna e tormento. Ma proprio come possono causare ferite difficili da vedere e da dire, le parole sanno anche e soprattutto essere il balsamo che le lenisce: così, le parole di un papà attento e accogliente non trasformano la realtà ma possono certo offrire un modo diverso di osservarla in un’ottica di cura, intesa come riguardo più che come rimedio. Quel papà, taciturno ma capace di guardare con attenzione suo figlio e di vedere ciò che gli altri non scorgono – il pino che mette radici nella sua bocca, la cornacchia che si attacca al fondo della sua gola o la luna che gli spolvera le labbra con un incantesimo – riesce a trovare per lui le poche parole che servono.

Mio padre dice che parlo come un fiume, afferma il protagonista in una doppia pagina centrale che mozza letteralmente il fiato del lettore. Sotto un primissimo piano del ragazzo assorto, questa si sdoppia e si apre in quattro facciate, mostrandolo intento a immergersi tra acque placide e scintillanti. Si avverte una grande pace e insieme un forte coraggio di fronte a questa immagine. È un punto di autentica svolta. Riconoscersi balbettante come il fiume da lui tanto amato, è per il ragazzo l’occasione di ripensarsi diversamente e di accogliere difficoltà e irregolarità nel parlare come un modo del tutto naturale di stare al mondo. Cosa c’è di più naturale, in effetti, dell’acqua, di un fiume che scorre ora placido ora tumultuoso, vorticoso, gorgogliante, dirompente?

A far risuonare queste parole in tutta la loro potenza, dando un respiro poetico altissimo alla storia, sono le illustrazioni di Sydney Smith, illustratore che come pochi altri sa dare voce ai silenzi che dimorano tra le righe. I suoi acquerelli che giocano puntualissimi con primi piani e campi larghi, contrasti e trasparenze, immagini nette e dissolvenze fanno salire in superficie, proprio come la poesia, ciò che altrimenti resterebbe sommerso. Sono tavole commuoventi, le sue, in cui il confine tra il dentro e il fuori si fa cosa labile e indefinita.

Ed è così che la storia del protagonista arriva al lettore come un pizzicotto e una carezza, entrambi verissimi. Non solo e non tanto perché di storia reale si tratta – l’autore racconta infatti quella che è stata la sua esperienza di ragazzo balbuziente – ma perché in essa la complessità dei sentimenti e delle relazioni si fa palpabile e condivisibile. L’affanno della diversità, l’abbraccio della natura, la forza delle parole, la cura dello sguardo travalicano infatti il tema particolare della balbuzie per accogliere smarrimenti diversi e far sentire a chiunque un poco propria questa storia di identità e rappresentazione. Lungi dall’offrire una mera pillola di illuminazione e di conforto per chi nel disturbo del protagonista si identifica in maniera specifica, Io parlo come un fiume si presenta come luogo potenziale di ristoro e scossa per qualunque lettore e come tale merita di essere raccontato, letto, condiviso e promosso.

Persi di vista

Se da adolescente ti aspetta una desolante estate in città, senza alcuna possibilità di svago e per di più con la fidanzata lontano, ecco che la prospettiva di tre pomeriggi a settimana, oltretutto pagati, a fare compagnia a una vecchia signora possono diventare allettanti. Cos’ha in fondo da perdere il giovane Sofiane, che si ritroverebbe altrimenti a ciondolare sotto casa, in attesa di veder tornare stanca e triste sua madre o, peggio, di prendersele da suo fratello? E così il giovane, che si presenta a casa dell’anziana Régine giusto per sostituire la sua fidanzata volata in Spagna, finisce per restarci più a lungo del previsto, trovando in quell’anziana sconosciuta un’amica inaspettata e un’occasione per dare una piega nuova alla sua vita. Da che doveva limitarsi a leggere ad alta voce per lei, resa ipovedente da un grosso trauma del passato, Sofiane si ritrova a condividere con lei esperienze nuove e a metterla a parte di racconti molto confidenziali. Dalla contaminazione tra i loro due mondi, fatti di rap e di arte, di lettura e di internet, di conversazioni erudite e linguaggio da strada, nasce un cocktail sorprendente che dona a entrambi una serenità perduta da tempo.

Anziana, ricca e colta lei, tutto il contrario lui, Régine e Sofiane si scoprono più simili di quel che si aspettano. A unirli, in una vicenda che ricorda la bella storia di Philippe e Driss del film francese Quasi amici, c’è soprattutto una comunione di sentimenti legati ai rapporti con le rispettive famiglie. Se Régine, nel tentativo di conquistare l’affetto del padre, ha perso da anni i contatti con i figli, Sofiane ha sempre erroneamente pensato di essere stato abbandonato dal padre. In un intreccio di relazioni familiari complicate e ambivalenti, i due protagonisti si sostengono a vicenda nel tentativo di ristabilire un minimo di ordine nei propri sentimenti. Rispecchiando l’una nell’altro il proprio rapporto tormentato con il passato, Régine e Sofiane imparano a guardarsi con occhi nuovi. Come il titolo anticipa bene, con il suo calzante gioco di parole, la loro è una storia che mostra bene come la capacità di vedere, fisicamente e metaforicamente, sia qualcosa che si può perdere, allenare e finalmente riconquistare.

Scritto in maniera molto scorrevole, forte di un gustoso contrasto tra il modo di parlare di Sofiane e quello di Régine, il romanzo di Yael Hassan offre una lettura sorridente e abbordabile anche da parte di giovani lettori con Disturbi Specifici dell’Apprendimento. La storia curiosa e i frequenti dialoghi si sposano felicemente, infatti, con le caratteristiche di alta leggibilità – dal font leggimi alla spaziatura maggiore, dall’impaginazione ariosa alla sbandieratura a destra – che rendono la pagina visivamente meno ostica.

Il mago di Oz

Con i suoi audiolibri ad alto tasso di grazia, Locomoctavia ci ha abituati ad esperienze di ascolto davvero straordinarie. Da Pinocchio ad Alice, da Gianburrasca ad Augusta Snorifass, con la voce calda e versatile di Daniele Fior diversi classici della letteratura per l’infanzia (ma anche qualche chicca meno nota, come Il drago di K e altre fiabe polacche) hanno trovato una nuova rispettosa veste, oltre che una via piacevolissima per arrivare a chi fatica a confrontarsi con la pagina scritta. Se possibile, però, Il mago di Oz – l’ultimo titolo aggiunto a catalogo dalla piccola casa editrice udinese – stupisce ancor di più dei precedenti, per il curato e curioso percorso attraverso il quale è stato confezionato.

Rilasciata alla fine del 2020, questa versione tutta da ascoltare del libro di L. Frank Baum coinvolge un numero consistente di attori (ben 16!), la più piccola dei quali aveva all’epoca della registrazione solo 5 anni. Le voci registrate sono tutte ben cucite sulle rispettive parti e risultano molto variegate: aspetto, questo, non trascurabile sia dal punto di vista della gradevolezza dell’ascolto, sia da quello della fruibilità, soprattutto per chi fatica a seguire e a orientarsi in mezzo a storie molto articolate. Capaci di rendere con puntualità la moltitudine e l’assortimento di personaggi che contraddistingue il viaggio verso e dalla Città di Smeraldo, le diverse interpretazioni sono accompagnate da sottofondi sonori suggestivi, catturati durante un viaggio lungo lo Stivale.

Al gusto di una storia ricchissima, proposta come sempre in versione integrale, si aggiunge quindi il fascino di una narrazione che sfrutta minimi intramezzi musicali e che trasforma i suoni della natura e della città in puntelli acustici all’immaginazione del lettore. L’abbaiare di un vero cane che dà voce a Toto, il cinguettio degli uccellini che spesso cantano lungo il percorso di Dorothy, le campane che suonano in lontananza mentre il pallone del mago si solleva in volo: la minuzia con cui queste tracce ambientali vengono raccolte e inserite nel racconto contribuisce a fare di quest’ultimo un’immersione profonda nel meraviglioso regno di Oz.

Disponibile sia su Cd (13 €) sia in versione scaricabile (7,99 €), Il mago di Oz è inoltre fruibile come gli altri titoli Locomoctavia, tramite un’apposita app (Locomoctavia audiolibri) messa a punto dalla stessa casa editrice e scaricabile gratuitamente da App store. Estremamente interessante in termini di accessibilità, l’app sfrutta un particolare sistema di scroll (già attivo per i titoli precedenti e presto disponibile anche per Il mago di Oz) che evidenzia cromaticamente le diverse frasi del testo nel momento esatto in cui vengono pronunciate. La corrispondenza tra testo e audio risulta molto fluida e puntuale e l’app fa avanzare automaticamente l’audio se il lettore fa scorrere velocemente in avanti il testo. L’esperienza di lettura e ascolto risulta, così, piacevole e tutt’altro che macchinosa.

Il lettore può in questo modo godere della cura e della bellezza delle registrazioni proposte e al contempo seguire più agevolmente il testo su schermo. Egli può disporre cioè di un ampio ventaglio di strumenti e possibilità di lettura, perfettamente integrate tra loro, tra cui destreggiarsi sulla base delle sue esigenze specifiche: un’opportunità preziosa per sostenere soprattutto quei bambini e quei ragazzi che, a causa di disturbi come la dislessia, si tengono alla larga dai libri non per disamore delle storie ma per l’enorme fatica che la lettura tradizionale di queste ultime può implicare ai loro occhi.

Il bambino che faceva le fusa

Gatta curiosa e intraprendente, Pepe vive in una palazzina di città con i suoi due padroni (Mamma e Papi) e il loro bambino (Tato). Sui tetti, in cortile e dalla sua finestra al secondo piano, interagisce con diversi vicini a due e quattro zampe – l’odioso cane Crostino e il furbo piccione Nerone,  per esempio – e osserva molte cose con occhio attento. È lei, non a caso, la prima ad accorgersi che da pochi mesi al quarto piano abitano una donna e un bambino. Nessuno a parte lei, sembra averlo notato: la donna si vede poco e il bambino è sempre chiuso in casa. La faccenda ha un che di misterioso e il bambino un che di affascinante, così Pepe si convince ad andare in esplorazione per saperne di più. Le sue spedizioni al quarto piano gli rendono chiaro che il bambino ha un modo tutto suo di comunicare: un modo che gli altri umani spesso travisano o non colgono per nulla, costringendolo di fatto a una vita solitaria e reclusa. Pepe, che invece sembra riconoscerne facilmente intenzioni e sentimenti, mette  in atto un ingegnoso piano per consentire al bambino, da lei soprannominato No, a uscire e socializzare. Saranno necessari molti alleati, molta pazienza e molta inventiva ma alla fine il piano di Pepe si rivela efficace e l’intero condominio si ritrova coinvolto in una missione ad alto contenuto di fusa!

Gabriele Clima, che già con Roby che sa volare e con Il sole fra le dita  aveva felicemente e coraggiosamente portato la disabilità tra le pagine destinate ai bambini e ai ragazzi, trova anche qui un espediente interessante per raccontare l’autismo ai più piccoli senza trasformare la storia in un piccolo trattato didascalico. Facendo leva sull’idea che trovare la giusta chiave di comunicazione possa fare la differenza nel costruire relazioni autentiche e possibilità di incontro tra persone neurotipiche e persone neurodivergenti, l’autore racconta una storia ispirate a persone realissime (la sua famiglia e i suoi vicini di casa!) a cui il gatto Pepe aggiunge un tocco fantastico e un punto di vista originale.

Il bambino che faceva le fusa si distingue per un’attenzione particolare all’inclusione non solo da punto di vista contenutistico ma anche da quello formale: il libro è infatti stampato con caratteristiche di alta leggibilità quali il font leggimi, la spaziatura maggiore tra lettere, parole, righe e paragrafi,  la sbandieratura a destra e l’assenza di sillabazioni, ed è fruibile con le medesime caratteristiche anche in formato ebook (costo: 2,99 euro). Come il libro in questione, diversi altri titoli della collana Il battello a vapore di Piemme, in tutte le sue serie – bianco, azzurro, arancio e rosso – presentano gli stessi accorgimenti tipografici, resi riconoscibili fin dalla copertina grazie al bollino “alta leggibilità”.

La scuola è di tutti. Le avventure di una classe straordinariamente normale

Olmo fa terza elementare e la sua classe, come spesso accade, è una sorta di mondo in miniatura. Qui ci sono, infatti, bambini di ogni tipo: con origini diverse, culture diverse, abilità diverse, talenti e punti deboli diversi. Nella classe di Olmo, però, c’è anche una maestra con la M maiuscola che sa come far sì che quelle diversità suonino in maniera armoniosa, che dalla loro unione nasca qualcosa di positivo. E così ogni giorno, nella classe di Olmo, episodi ed esperienze apparentemente insignificanti diventano occasione per capire qualcosa di più del mondo al di fuori della scuola, per avvicinarsi agli altri con curiosità e per trasformare tanti io in un noi che affronta con più forza le difficoltà. Come quando in classe iniziano a sparire delle cose – caramelle, cartucce e persino libri -, quando Ravi scappa per i corridoi ripetendo meccanicamente le diciture dei cartelli antincendio, o quando Noah viene preso di mira dai bulli. In questa cornice, affiancato da amici fidati come la tostissima Gea, Olmo si pone domande serissime e condivide problemi apparentemente insormontabili, perché, come giustamente dice a un certo punto: nella vita di un bambino ci sono problemi enormi. In questa cornice, Olmo impara a riconoscere il valore degli altri ma anche il suo, venendo infine a patti con il suo fisico mingherlino e la sua odiata ipermetropia.

Come una ripresa in diretta di un anno scolastico, La scuola è di tutti si presenta come un racconto lungo che pullula di voci ed esperienze, che mette insieme cose piccolissime e questioni grandi, che parla di individui ma anche di società. Attraverso un modo attivo, coinvolgente e innovativo di fare lezione, la maestra di Olmo mette infatti i suoi bambini nella condizione di incontrare interrogativi importanti e di cercare con spirito critico e civico le risposte più giuste. È così che, per esempio, l’insegnante di sostegno viene presentata e vista come l’insegnante che sostiene l’intero gruppo classe e che, tra le altre presenze, quella di un bambino autistico come Ravi viene accolta con le sue esigenze senza concessioni compassionevoli. Anche in questo modo di raccontare la scuola si avverte la lunga esperienza scolastica dell’autrice Cinzia Pennati e il suo pluriennale impegno nello sperimentare una modalità di insegnare più inclusivo e rispettoso delle potenzialità e delle esigenze dei bambini.

La fisica degli abbracci

Crescere con un quoziente intellettivo di molto superiore alla media può sembrare un’enorme fortuna ma non sempre necessariamente lo è. Leggere e scrivere in due lingue all’asilo nido, frequentare l’università quando l’adolescenza non ha nemmeno bussato alla porta, e insegnare fisica in un college prestigioso prima ancora di poter guidare un motorino può essere, infatti, molto motivante ma al tempo stesso anche molto provante. Soprattutto se, come nel caso di Will Malvasi, la famiglia in cui cresci non fa nulla per aiutarti ad affrontare con tanto anticipo esperienze così complesse  e a relazionarti con le persone con la stessa facilità con cui ti relazioni con i numeri. Risultato: le persone come Will spesso arrivano in giovanissima età a non reggere più la pressione e si rendono presto conto che la medaglia dorata dell’intelligenza  ha anche un retro e che questo può essere molto meno felice.

Ecco allora che Will sceglie – e non è né il primo né l’ultimo a farlo – di dire addio al mondo accademico cui si è dedicato fin da piccolissimo, inscenando la sua morte e scomparendo nel nulla. Lo fa con l’aiuto del vecchio Anantram, professore di origine indiana e premio Nobel sotto mentite spoglie, che ne condivide e ne comprende a pieno le difficoltà. Dopo un periodo nascosto in Svizzera, Will si sposta a Torino ed è qui che in modo del tutto fortuito fa la conoscenza di Dora. Badante di origine rumena, Dora lo accoglie in casa sua e instaura con lui un legame, un po’ materno, un po’ amichevole, il primo forse di cui Will abbia davvero fatto esperienza. È lei a mostrargli l’importanza di alcune cose apparentemente banali ma lontanissime dall’orizzonte di pensiero di Will, come la gratitudine o l’empatia. Lo fa con molta naturalezza, forte di quell’intelligenza emotiva di cui il ragazzo è tanto carente. Ma anche questo tipo di relazione, con tutto il corollario di sforzi che richiede, sembra diventare troppo per Will, sicché il ragazzo nuovamente scompare. Non per sempre, però. Perché la fisica degli abbracci, al pari di quella scientifica, richiede molto impegno ma si può anche, a quanto pare, a poco a poco apprendere…

Romanzo tanto asciutto quanto intenso, La fisica degli abbracci racconta la plusdotazione in tutti i suoi aspetti: quelli di successo così come quelli di grande, grandissima frustrazione. Il personaggio di Will, autistico ad alto funzionamento, li incarna profondamente entrambi, mettendo il lettore a parte di una sofferenza autentica e spesso taciuta – quella del misurare ovunque la propria inadeguatezza e del rivelarsi in qualche modo un prodigio importuno. Il romanzo di Anna Vivarelli rispolvera, così, un lato dell’autismo che ha sempre affascinato molto il cinema e la letteratura ma lo fa in maniera schietta e multisfaccettata. Dando spazio ai chiaroscuri che caratterizzano un modo molto brillante anche molto fragile di affrontare il mondo, l’autrice rende profondamente vivo, vero e umano il suo personaggio.

Fratelli di silenzio. La storia di Antonio Magarotto

Dopo Jean il sordo e La figlia di Jean, la cooperativa Il treno torna a raccontare, attraverso l’efficace linguaggio del fumetto, la storia di personaggi che hanno segnato la storia della comunità sorda. L’ultimo volume, curato da Alessandro Marras, Armando Delfini, Giuseppe Maggiore e Valerio Paolucci, si intitola Fratelli di silenzio ed è dedicato alla figura di Antonio Magarotto.

Nato udente e divenuto sordo a seguito di una forma acuta di meningite, Magarotto si attiva e si batte per tutta la sua vita affinché le persone sorde possano vedere riconosciute le loro abilità e i loro diritti. Cresciuto in un’epoca- quella immediatamente precedente la prima guerra mondiale – in cui i non udenti erano considerati completamente incapaci di acquisire un’istruzione e apprendere un mestiere, di difendere la patria e di vivere una vita piena e autonoma, Magarotto si rende presto conto di come la concezione della disabilità necessiti di un profondo rinnovamento, da un punto di vista culturale ma anche normativo. Basti pensare che l’articolo 340 del vecchio codice civile, contro il quale il protagonista a lungo si scaglia, recitava: “il sordomuto e il cieco dalla nascita, giunti all’età maggiore, si reputeranno inabilitati di diritto eccettoché il tribunale li abbia dichiarati abili a provvedere alle cose proprie”. Ecco allora che fin da giovanissimo Magarotto lavora senza scoraggiarsi a una modifica di quello stesso articolo e alla parallela costruzione di opportunità concrete di formazione ed emancipazione dei giovani con disabilità uditiva. Questa sarà la sua missione personale, condotta attraverso due guerre mondiali, il fascismo e il dopoguerra, con tutte le complicazioni che ciascuno di questi momenti storici porta con sé: dai ripetuti attacchi squadristi alla sua scuola di tipografia alle scissioni interne alla comunità di sordi. La costituzione di un’associazione unica, unitaria e compatta, che porti con una sola voce le istanze dei sordi, è non a caso uno dei traguardi più importanti per i quali Antonio Magarotto viene ricordato e che il libro Fratelli di silenzio a suo modo celebra. Lo stesso titolo, molto evocativo, rende omaggio a una concezione della comunità sorda come una vera e propria famiglia, con la quale poter condividere gioie, difficoltà, battaglie e aspirazioni.

Ricchissimo di fatti storici significativi, Fratelli di silenzio si fa apprezzare per la capacità di raccontarli in maniera molto fruibile, anche da parte di un pubblico di giovani. Attraverso poi una sezione finale, che riporta infografiche, documenti e paragrafi più dettagliati, il lettore può ulteriormente approfondire la storia dei sordi legata alla figura di Antonio Magarotto.

Achille cane quadrato

Giulio Fabroni e Gloria Francella sono due autori che frequentano casa Sinnos da qualche tempo e che hanno un’interessante capacità di dialogare con i piccolissimi. I loro cofanetti dedicati al personaggio di Merlo – Merlo e la merenda, Merlo e i colori, Merlo e le emozioni, Merlo e gli opposti – sono per esempio prodotti semplici ma curati in cui gioco e lettura si contaminano felicemente. La stessa vincente abilità di parlare in piccolo e di costruire belle storie a partire da concetti maneggiabili da lettori molto in erba, la si ritrova anche in un titolo più recente – Achille cane quadrato – anch’esso pensato per soddisfare bambini taglia XXS.

Protagonista, qui, è un cagnolino a macchie bianche e nere e dal contorno vagamente tondeggiante. Decisamente più definito nella forma è suo zio Achille che, interrogato su come abbia fatto a diventare perfettamente quadrato, condivide con il nipote la sua storia: una storia fatta di iniziali prese in giro e di un lungo percorso alla ricerca della propria identità. L’incontro con un bruco, una gallina e una stella marina lo porta a sperimentare forme diverse, ma è solo quando incappa in una lumaca dalla forma bislacca che Achille trova finalmente la forma che gli calza a pennello e conosce il segreto di una piccola felicità.

Perfetto da leggere ad alta voce (ma ideale anche come prima lettura, dato il testo semplice e le caratteristiche di alta leggibilità), Achille cane quadrato vanta una storia piacevolmente iterata, un gustoso uso di onomatopee e un implicito invito a fare della lettura un’esperienza movimentata. Ogni volta che Achille cambia forma compie infatti gesti buffi che difficilmente lettori piccoli e grandi resistono dal replicare. Tutto questo, unito a illustrazioni dal tratto sorridente e amichevole, fa del libro – che è peraltro perfettamente quadrato, proprio come Achille – un ghiotto assaggio di lettura da proporre ai più piccini.

Il segreto di Milla

Uno sguardo vivace, un unicorno sempre accanto e curiosità da vendere: signore e signori, ecco a voi Milla! Al fianco di questa bambina scatenata potrete scalare montagne e scendere a bordo di slittini da bucato, ascoltare il silenzio del bosco e imparare a usare viti e chiavi inglesi. Tenere ferma Milla è infatti un’impresa e la sua intraprendenza è gioiosamente contagiosa. La sua gamba robot è a volte un formidabile alleato, altre motivo di nostalgia per un tempo in cui al suo posto c’era una gamba in carne e ossa. È in questi casi che Milla fa ricorso al suo segreto: uno stratagemma semplice ma efficace per riscoprire le proprie risorse e trovare l’entusiasmo di vivere nuove avventure.

Positivo e carismatico, il personaggio di Milla è al centro di una storia semplice che parla di emozioni universali: nella tristezza, nella resilienza, nel coraggio e nella forza dell’amicizia che animano la bambina può infatti rispecchiarsi qualunque lettore, al di là del fatto che abbia o meno una disabilità. Di quest’ultima il racconto offre, dal canto suo, un ritratto positivo ma non mistificato. La protesi di Milla infatti c’è e fin da subito viene mostrata al lettore, prima con le figure e solo in un secondo momento con le parole. Ma così come non si nega che proprio quella protesi possa portare talvolta dei pensieri bui, allo stesso modo si mette in evidenza come essa non sia un limite alle molteplici esperienze che la bambina può e intende fare. Milla gioca, esplora, arrampica e va in barca proprio come e con i suoi amici, mostrando in tutta semplicità che disabilità e sport, disabilità e divertimento, disabilità e amicizia possono andare tranquillamente a braccetto.

Nato non a caso da un’idea di Alberto Benchimol, che di professione è maestro di sci con larga esperienza nel campo dell’insegnamento a persone con disabilità, Il segreto di Milla è un vero e proprio progetto di comunicazione sociale a misura di bambino. Al personaggio di Milla è associata anche una pagina facebook che persegue i medesimi obiettivi di promozione dell’inclusione attraverso lo sport.

Una specie di scintilla – audiolibro

Che tosta, Addie! 11 anni, autistica, appassionata lettrice, amante degli squali e testarda battagliera per le cause in cui crede, la protagonista di Una specie di scintilla è un personaggio a cui ci si affeziona subito e che si dimentica con difficoltà. La sua vita si svolge nella placida cittadina scozzese di Jupiter, dove nulla di eclatante pare mai accadere, dove la comunità si riunisce ancora periodicamente per prendere decisioni collettive e dove tutti sembrerebbero più interessati a difendere il buon nome del villaggio che a permettergli di essere ricordato per qualcosa di davvero buono.

E così, quando durante una lezione di Miss Murphy, Addie scopre che in passato, proprio a Jupiter, diverse donne sono state pretestuosamente condannate a morte perché ritenute streghe, inizia una determinata battaglia affinché un memoriale cittadino renda loro omaggio e ricordi a tutti gli effetti nefasti e senza tempo a cui possono condurre l’ignoranza e la paura della diversità. Addie si deve però scontrare non solo con il bigottismo che impera in paese ma anche con una insopportabile forma di bullismo e discriminazione in ambito scolastico, perpetrata da una compagna particolarmente ostile, da una classe odiosamente indifferente e da una professoressa abiettamente incapace di fare il suo mestiere.

Umiliata e trattata da inetta da chi dovrebbe saperne piuttosto cogliere bisogni e talenti, Addie trova conforto e supporto in una nuova compagna sensibile e leale e in una famiglia presente e attenta. Il rapporto con sua sorella maggiore Keedie, anche lei autistica e apparentemente più capace e avvezza a dissimulare la sua neurodiversità, costituisce in particolare per Addie un aiuto prezioso per capire che cosa accade dentro e fuori di lei, per conoscere il prezzo di un mascheramento forzato e per trovare il coraggio di portare fino in fondo la sua importante e simbolica battaglia.

Incredibilmente incisivo, Una specie di scintilla è il pluripremiato romanzo d’esordio della giovane scrittrice scozzese Elle McNicoll. La sua forza sta senz’altro in una serie di personaggi indelebili, di fronte ai quali è impossibile mantenere una posizione neutra, e nella capacità di raccontare ciò che la protagonista prova e pensa con chirurgica efficacia e assenza di retorica. L’autrice, che è a sua volta autistica, non ha infatti remore o difficoltà a spazzare via tanti luoghi comuni sulla sindrome che la contraddistingue – luoghi comuni legati, per esempio, all’intelligenza, all’autonomia, all’empatia o alla capacità di costruire legami – mettendo bene in chiaro che ci sono tanti modi di essere neurodivergenti e che tentare di inquadrare in maniera unica e stereotipata tutti coloro che rientrano nello spettro non ha dunque alcun senso. Nel solco di Temple Grandin, che echeggia chiaramente in quel “L’oceano ha bisogno di tutti i tipi di pesci, proprio come il mondo ha bisogno di tutti i tipi di mente” pronunciato da Keedie, Elle McNicoll fa del suo punto di vista interno una chiave efficacissima per offrire una lettura nuova e meno rigida dell’autismo, in cui multisfaccettatura e complessità trovino finalmente il loro posto.

Oltre a raccontare con grande chiarezza e semplicità cosa provano Addie o Keedie in determinate situazioni (per esempio di eccessivo affollamento, rumore o luminosità) e quanto per loro possa essere faticoso mascherare il proprio disagio per rispondere il più possibile alle aspettative dei neurotipici, la sua scrittura schietta ci mette costantemente nella condizione di chiederci come noi stessi ci poniamo di fronte a chi percepisce, registra e affronta la realtà in modo diverso da noi. In questo modo, a dispetto di tanta comunicazione e letteratura che tende a dipingerla in bianco e nero come una tragedia assoluta o come una superdote tout court, la neurodiversità viene piuttosto dipinta, con una fitta serie di sfumature, come una specie di scintilla.  “Il mio autismo – dice Addie durante un toccante discorso all’assemblea cittadina – non è sempre un superpotere. A volte è problematico. Ma nei giorni in cui sento l’elettricità nelle cose, quando vedo dettagli che altri potrebbero non vedere, mi piace molto.”

Una specie di scintilla è disponibile in una duplice versione: cartacea e audio. La prima è curata da Uovonero con caratteristiche di alta leggibilità. La seconda è invece proposta da Fabler audio, una nuovissima casa editrice specializzata in audiolibri. Nata nel 2020 per iniziativa di Carlotta Brentan che da anni, l’Italia e gli Stati Uniti, si occupa di teatro, cinema e doppiaggio, Fabler propone libri da ascoltare molto curati sia a livello di qualità della registrazione sia a livello di piacevolezza dell’interpretazione. Una specie di scintilla è il primo titolo per ragazzi inserito in catalogo.

Hank Zipzer. Su il sipario, giù i calzoni

Hank Zipzer torna sulla scena. Letteralmente! Nell’undicesima avventura che lo vede protagonista, il giovane personaggio creato da Lin Oliver ed Henry Winkler si trova infatti alle prese con lo spettacolo teatrale della scuola: esperienza tanto emozionante quanto impegnativa per chi, come lui, non va proprio a nozze con copioni da leggere e battute da imparare a memoria. Non solo: a complicare la faccenda sopraggiunge anche un certo patto che Hank stringe con il papà. Se non riuscirà a prendere almeno nove nel compito di matematica sulle divisioni lunghe, può dire addio al palcoscenico, alla recitazione e alla parte di re del Siam che si è talentuosamente conquistato.  E così non gli resta che accettare il tutoraggio alla pari offerto da miss perfettina Heather Payne. Contro ogni aspettativa, la motivazione di Heather ad avere successo con il suo allievo la spinge a trovare metodi di insegnamento alternativi che valorizzano l’intelligenza visiva di Hank. Quella che si apre di fronte al ragazzo è così una possibilità del tutto nuova di fare un pochino amicizia non solo con i numeri ma anche con qualcuno che credeva diversissimo e incompatibile con lui.

Spassoso e godibile come i dieci titoli precedenti, Hank Zipzer. Su il sipario, giù i calzoni mette in azione la consolidata schiera di personaggi che animano la scuola SP 87 – dall’inflessibile signorina Adolf ai fidatissimi Ashley e Frankie, dall’arrogante McKelty all’originale famiglia Zipzer – a cui il lettore è probabilmente già affezionato e da cui dipendono meccanismi narrativi ben rodati. Davvero apprezzabile il fatto che nonostante la collana dedicata ad Hank abbia ormai raggiunto il titolo numero 11, l’ironia che la contraddistingue non sia venuta meno così come la capacità di rendere i Disturbi Specifici dell’Apprendimento del protagonista parte integrante dell’avventura e non mero tema didascalico. L’attenzione alla dislessia viene inoltre confermata a livello grafico e tipografico, dal momento che il volume presenta le consuete e funzionali caratteristiche di alta leggibilità quali un font privo di grazie, una spaziatura maggiore, una sbandieratura a destra e l’uso di una carta color crema.

 

A Said piaceva il mare

C’è Said, che nel mare vedeva un amico rassicurante e una possibilità di futuro nuova. C’è Andrea che, ispirato dal giovane Holden, decide di mettersi alla ricerca di sé stesso. C’è Gabriele che ha un segreto che lo divora dentro fino a che non incontra qualcuno con cui condividerlo. C’è Rico che trova il coraggio di ribellarsi all’imposizione di un sogno che non gli appartiene. E c’è Maya che scova la bellezza nei cambiamenti e la immortala con la sua fotocamera. Said, Andrea, Gabriele, Rico e Maya: tuti loro abitano, ciascuno con la propria storia, la raccolta di racconti inediti firmata da Roberto Parmeggiani e intitolata A Said piaceva il mare. I racconti sono brevi e scivolano via veloci ma sedimentano con calma nel lettore, come sassi nelle tasche. Perché Roberto, che ha una lunga esperienza come educatore, i ragazzi li conosce bene e li sa raccontare da vicino, vicinissimo. Le emozioni contrastanti dei protagonisti, le loro passioni, i loro crucci, la loro quotidianità che si apre al futuro sono qualcosa di vivo e tangibile e in essi è bello e facile ritrovarsi anche se, come lettori, non si porta sulle spalle una storia specifica di emigrazione, di omosessualità o di trascuratezza familiare. Perché questo, in fondo, fanno le storie: farci sentire più simili di quel che crediamo, grazie a ciò che ci unisce davvero come i sentimenti e le relazioni.

A Said piaceva il mare è il quarto volume della collana Parimenti, proposta da la meridiana e realizzata in collaborazione con il Centro Documentazione Handicap di Bologna e con l’associazione Arca Comunità l’Arcobaleno di Granarolo. A differenza dei precedenti volumi, che presentano adattamenti di romanzi o racconti preesistenti come Il diario di Anna FranK, Dracula o Novelle fatte a macchina, A Said piaceva il mare presenta storie inedite che più facilmente, forse, possono incontrare il favore di giovani lettori con abilità diverse. Proprio come i precedenti volumi, invece,  A Said piaceva il mare abbraccia la significativa scelta di raccontare storie da grandi con una forma comunicativa – quella dei simboli della CAA – che troppo spesso l’editoria riserva ai piccoli lettori. Parimenti è infatti ad oggi la sola collana in simboli pubblicata in Italia per un pubblico di adolescenti e anche per questo merita di essere conosciuta. Il volume è in particolare realizzato secondo il modello inbook e presenta pertanto simboli WLS in bianco e nero, riquadrati insieme all’elemento alfabetico corrispondente, riferiti ai singoli elementi della frase e corredati di qualificatori per esempio di genere, numero e tempo verbale. I testi sono composti ricorrendo a strutture sintattiche lineari e non troppo complesse. Ciononostante essi non risultano per nulla banali e possono agevolmente soddisfare lettori anche lettori senza difficoltà comunicative o cognitive. Il volume è arricchito infine da un’immagine per ogni racconto contenuto. Firmate da Attilio Palumbo, le illustrazioni aggiungono una nota suggestiva e pensosa, in piena sintonia con il tono della narrazione.

Il germoglio che non voleva crescere

Quando si fa primavera, tutti i semi si preparano a crescere. Non tutti, però, mettono radici e germogliano con la stessa prontezza. Chi resta indietro parte svantaggiato perché privato della luce da chi si è fatto alto e dritto più in fretta e perché destinato a districarsi tra foglie e radici altrui che in anticipo hanno trovato posto. Tenacia e coraggio diventano allora indispensabili per farsi strada ma, quando il cammino si fa più tortuoso, ecco che il sostegno e la vicinanza degli amici possono fare la differenza.

Proprio questo succede al piccolo seme protagonista de Il germoglio che non voleva crescere, la cui difficoltà viene accolta da un gruppo di animali premurosi che lo accompagnano e sostengono, ciascuno come può e come gli si confà. Chi custodisce le sue radici, chi trova con lui i sentieri più agevoli, chi lo aiuta a scovare gli angoli più accoglienti, chi semplicemente non cessa di stargli a fianco, nonostante il percorso sia lungo e lento: la comunità del sottobosco si stringe solidale intorno al seme perché possa diventare grande ed esprimere il meglio di sé. E così accade. Rami, fiori e foglie iniziano a crescere con l’avanzare delle stagioni. Sopraggiunti l’estate e l’autunno, la pianta che era un seme si fa dapprima rigogliosa e poi del tutto spoglia, fino all’arrivo dell’inverno. Qui la neve sospende il tempo e crea grande attesa. Tra gli animali del bosco si alimenta il desiderio di rivedere l’amico. Desiderio che la natura, a suo modo, non lascia inascoltato…

Caratterizzato da testi minimi e intensi che risuonano in illustrazioni di grande respiro, Il germoglio che non voleva crescere è un libro che può sbocciare in molti modi: attraverso la bellezza mozzafiato delle tavole, di cui il lettore può godere profondamente, o attraverso i molti spunti e semi di riflessione che il lettore può coltivare secondo il suo sentire. Tra queste pagine che Britta Teckentrup compone in maniera splendida, creando atmosfere suggestive in cui pare di potersi immergere fisicamente, c’è infatti la saggezza della natura, c’è l’amicizia, c’è il valore della perseveranza, c’è il rispetto dell’unicità e dei tempi di ognuno. E in mezzo a quelle foglie delicatissime, in un sottobosco che brulica di vita, c’è soprattutto una storia universale di comunità: una storia in cui tutti si fanno naturalmente carico, senza che questo venga avvertito come un peso, della possibilità anche per chi è più fragile di trovare la propria strada e germogliare. Perché il fiorire di ognuno è il fiorire di tutti, e l’inclusione in fondo è proprio quella cosa lì.

Una specie di scintilla

Che tosta, Addie! 11 anni, autistica, appassionata lettrice, amante degli squali e testarda battagliera per le cause in cui crede, la protagonista di Una specie di scintilla è un personaggio a cui ci si affeziona subito e che si dimentica con difficoltà. La sua vita si svolge nella placida cittadina scozzese di Jupiter, dove nulla di eclatante pare mai accadere, dove la comunità si riunisce ancora periodicamente per prendere decisioni collettive e dove tutti sembrerebbero più interessati a difendere il buon nome del villaggio che a permettergli di essere ricordato per qualcosa di davvero buono.

E così, quando durante una lezione di Miss Murphy, Addie scopre che in passato, proprio a Jupiter, diverse donne sono state pretestuosamente condannate a morte perché ritenute streghe, inizia una determinata battaglia affinché un memoriale cittadino renda loro omaggio e ricordi a tutti gli effetti nefasti e senza tempo a cui possono condurre l’ignoranza e la paura della diversità. Addie si deve però scontrare non solo con il bigottismo che impera in paese ma anche con una insopportabile forma di bullismo e discriminazione in ambito scolastico, perpetrata da una compagna particolarmente ostile, da una classe odiosamente indifferente e da una professoressa abiettamente incapace di fare il suo mestiere.

Umiliata e trattata da inetta da chi dovrebbe saperne piuttosto cogliere bisogni e talenti, Addie trova conforto e supporto in una nuova compagna sensibile e leale e in una famiglia presente e attenta. Il rapporto con sua sorella maggiore Keedie, anche lei autistica e apparentemente più capace e avvezza a dissimulare la sua neurodiversità, costituisce in particolare per Addie un aiuto prezioso per capire che cosa accade dentro e fuori di lei, per conoscere il prezzo di un mascheramento forzato e per trovare il coraggio di portare fino in fondo la sua importante e simbolica battaglia.

Incredibilmente incisivo, Una specie di scintilla è il pluripremiato romanzo d’esordio della giovane scrittrice scozzese Elle McNicoll. La sua forza sta senz’altro in una serie di personaggi indelebili, di fronte ai quali è impossibile mantenere una posizione neutra, e nella capacità di raccontare ciò che la protagonista prova e pensa con chirurgica efficacia e assenza di retorica. L’autrice, che è a sua volta autistica, non ha infatti remore o difficoltà a spazzare via tanti luoghi comuni sulla sindrome che la contraddistingue – luoghi comuni legati, per esempio, all’intelligenza, all’autonomia, all’empatia o alla capacità di costruire legami – mettendo bene in chiaro che ci sono tanti modi di essere neurodivergenti e che tentare di inquadrare in maniera unica e stereotipata tutti coloro che rientrano nello spettro non ha dunque alcun senso. Nel solco di Temple Grandin, che echeggia chiaramente in quel “L’oceano ha bisogno di tutti i tipi di pesci, proprio come il mondo ha bisogno di tutti i tipi di mente” pronunciato da Keedie, Elle McNicoll fa del suo punto di vista interno una chiave efficacissima per offrire una lettura nuova e meno rigida dell’autismo, in cui multisfaccettatura e complessità trovino finalmente il loro posto.

Oltre a raccontare con grande chiarezza e semplicità cosa provano Addie o Keedie in determinate situazioni (per esempio di eccessivo affollamento, rumore o luminosità) e quanto per loro possa essere faticoso mascherare il proprio disagio per rispondere il più possibile alle aspettative dei neurotipici, la sua scrittura schietta ci mette costantemente nella condizione di chiederci come noi stessi ci poniamo di fronte a chi percepisce, registra e affronta la realtà in modo diverso da noi.

In questo modo, a dispetto di tanta comunicazione e letteratura che tende a dipingerla in bianco e nero come una tragedia assoluta o come una superdote tout court, la neurodiversità viene piuttosto dipinta, con una fitta serie di sfumature, come una specie di scintilla.  “Il mio autismo – dice Addie durante un toccante discorso all’assemblea cittadina – non è sempre un superpotere. A volte è problematico. Ma nei giorni in cui sento l’elettricità nelle cose, quando vedo dettagli che altri potrebbero non vedere, mi piace molto.

L’assiduo impegno della casa editrice Uovonero nel promuovere la conoscenza e il rispetto della diversità e nel facilitare processi di inclusione e partecipazione attraverso il potente strumento del libro trova in questa pubblicazione una delle sue manifestazioni più riuscite. Perché non solo Una specie di scintilla è un romanzo bellissimo e forte, ma anche perché prova a raggiungere quanti più lettori possibili grazie a caratteristiche tipografiche di alta leggibilità – con font testme, sbandieratura a destra, spaziatura maggiore – e alla possibilità di godere della storia anche in formato audio. In contemporanea all’uscita del romanzo in formato cartaceo è infatti previsto il rilascio della versione audiolibro, pubblicata dalla casa editrice indipendente Fabler Audio (scaricabile al costo di 13,99 € dal sito della casa editrice): una scelta, questa, che presenta almeno altre due implicazioni interessanti. Da un lato essa riflette anche nella forma l’attenzione di Uovonero alle diverse caratteristiche di bambini e ragazzi e dall’altro essa mette in pratica quello che è già un principio chiave del progetto I libri di Camilla, ossia che l’accessibilità più ampia non deve in alcun modo compromettere la qualità del prodotto e che, per garantire entrambe, spesso può essere necessario e utile mettere insieme le forze e collaborare con altre realtà. Anche questo, in fondo (ma non troppo), significa valorizzare la diversità.

Se chiudi gli occhi

Terre di Mezzo porta in Italia un albo di origine spagnola che spicca per delicatezza e intelligenza in mezzo ai diversi volumi che negli anni hanno dedicato attenzione alla cecità e alla differente percezione del mondo che ne deriva. L’albo si intitola Se chiudi gli occhi ed è scritto e illustrato da Victoria Pérez Escrivà e Claudia Ranucci.

Protagonisti sono due fratellini che si confrontano – o discutono per meglio dire – rispetto a cosa siano e a che aspetto abbiano diversi oggetti che conoscono: un albero, un serpente, una lampadina, la notte e via dicendo. Di nessuno di questi oggetti le loro descrizioni combaciano: il primo fratello ne riporta infatti l’aspetto visivo più immediato mentre l’altro restituisce qualità che prescindono dalla vista, lasciandoci intuire che il suo modo di percepire e rappresentare le cose possa essere differente. Se ne ha conferma alla fine, quando l’invito della mamma a chiudere gli occhi, spalanca anche per il fratello vedente la possibilità di scoprire, conoscere e dire il mondo in una maniera del tutto nuova. Impossibile, a quel punto, anche per chi legge, resistere alla tentazione di guardarsi intorno e poi provare a reinterpretare la realtà lasciandosi guidare da orecchie, naso, mani ed emozioni.

Due, in particolare, sono i meriti di questo libro apparentemente così semplice. In primo luogo il rispetto delle diverse realtà percettive dei due personaggi: tra le pagine di Se chiudi gli occhi non si trova, cioè, la rincorsa spesso forzata a rappresentazioni di cose certo molto poetiche ma anche molto distanti e poco pregnanti per un bambino non vedente, come possono essere per esempio i colori. Al contrario, le autrici dedicano una precisa attenzione a cose che concretamente abitano la vita dei due bambini: alberi, animali, persone, oggetti domestici. In secondo luogo, il libro intreccia parole e figure in maniera davvero efficace: se le prime sono minime, essenziali e dirette, le seconde risultano evocative e capaci di mescolare i due diversi punti di vista considerati. Così l’albero guadagna una chioma d’uccello, dalla pipa del papà esce un fumo di baci e la superficie della luna si anima di grilli: la pagina si fa, cioè, incontro e dialogo tra letture diverse del mondo, alle quali vengono riconosciute pari dignità, verità e fascino.

Caro signor F.

Elvira e Concetta sono due amiche che vivono insieme sul cucuzzolo di una montagna. Molto diverse tra loro – sedentaria, golosa e amante della scrittura la prima; avventurosa, smilza e appassionata di navi la seconda – le due trascorrono le giornate con una certa placida ritualità. Su quel cucuzzolo, in effetti, non succede mai nulla. Un giorno però dei rumori sospetti le mettono in allarme, costringendole a fantomatiche ipotesi su cosa possa averli generati, a qualche accusa reciproca e infine a rocambolesche indagini. Verrà fuori che il responsabile è un misterioso signor F., che frattanto manda lettere ad amici, parenti e ditte di trasloco, per informarli del suo felice trasferimento in montagna.

A suon di equivoci e soluzioni di emergenza per liberarsi dell’inquilino abusivo, Elvira e Concetta finiscono per scoprire che un intruso a quattro zampe può essere estremamente amichevole e che, grazie al trambusto generato dalla sua presenza, si può persino pensare a una ristrutturazione, non tanto della casa quanto piuttosto della propria vita!

Scritto e illustrato dal collaudato duo Alice Keller e Veronica Truttero, Caro signor F. è un racconto delizioso che scorre piacevole, fa sorridere e che mette in scena un piccolo protagonista a cui è difficile non affezionarsi. Stampato con alcune caratteristiche di alta leggibilità, come il font EasyReading, la sbandieratura a destra e la spaziatura maggiore tra le lettere, le righe e le parole, il libro presenta frequenti illustrazioni a matita che consolidano il tono tenero e buffo del racconto.

 

Golfo

Quando nasce Andy, suo fratello Tom è così felice da sentire di non aver più bisogno del suo inseparabile amico immaginario Figgis e così, da quel momento, Figgis diventa il nomignolo con cui Tom chiama affettuosamente Andy. Molto legato e protettivo nei confronti del piccolo, Tom si gode fino all’adolescenza la tranquillità di una vita normalissima in una normalissima famiglia inglese. La mamma – accudente, attiva e impegnata nel sociale – e il papà – ammirato imprenditore e giocatore di rugby – si spendono molto per crescere i figli in maniera serena. Ma, c’è un ma. Capita infatti di tanto in tanto che Figgis complichi la quotidianità familiare con quelle che tutti chiamano “le sue fisse”: momenti in cui si immedesima così tanto nei protagonisti di notizie sentite in tv o lette sul giornale, da non riuscire a far altro che pensarvi per giorni e giorni. Questione di empatia, un’empatia fortissima e del tutto fuori dal comune. Nella maggior parte dei casi le fisse portano un forte disagio in Figgis e un grande scompiglio in famiglia ma si risolvono abbastanza rapidamente. Purtroppo lo stesso non si può dire dell’ultima, sorta con l’inizio della guerra del Golfo. All’improvviso e sempre più spesso Figgis inizia ad assentarsi mentalmente pur senza muoversi da casa, a vivere la notte in una sorta di trance, a parlare arabo, a comportarsi in modo strano e a pronunciare con insistenza il nome di un certo Latif. Ricoverato in una clinica specializzata, Figgis finisce per non riconoscere più i suoi familiari, assorbendo a tal punto il dolore e la paura di un giovane soldato iracheno da vivere nei suoi panni 24 ore al giorno. Insieme al lungimirante direttore della clinica sarà proprio Tom, mai rassegnato, a intuire cosa stia davvero capitando nella testa del fratello e a stargli testardamente accanto fino a che questi non riesce, nel bene e nel male, a liberarsi dal suo incubo.

Intenso e coinvolgente, Golfo è un romanzo breve dal grande spessore narrativo. Scritto nel 1992, dedica attenzione a una guerra lontana nello spazio e nel tempo come quella del Golfo, ma la racconta in una maniera tale da farla suonare familiare anche a chi può essere nato una ventina di anni più tardi. Perché ben più di Saddam Hussein e degli attacchi in Iraq, al centro di questa storia coraggiosa e densa c’è il nostro modo di porci di fronte a notizie terribili. Quanto riusciamo a lasciarci toccare? Quanto ci sentiamo davvero implicati? E quanto riteniamo giusto attivarci per non lasciarci semplicemente scivolare addosso gli avvenimenti del nostro tempo? Robert Westall porta queste domande a ronzare insistentemente nella testa del lettore, senza fornire mai una semplicistica risposta. Sta a ciascuno di noi, in qualche modo, capire in che maniera e in che misura un po’ di Figgis possa dimorare dentro di sé.

Imperdibile per offrire una lettura forte e non scontata a ragazzi dai 12 anni in su, Golfo viene proposto da Camelozampa in una snella e maneggevole edizioni tascabile che mette in campo alcuni accorgimenti di alta leggibilità quali il font EasyReading, la spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe e la sbandieratura a destra.

 

Le catastrofi del giorno

Non è facile affrontare le giornate quando i pericoli – dall’inquinamento agli incidenti aerei, dai malintenzionati ai cibi poco sani – sembrano nascondersi minacciosamente dappertutto e diventano un chiodo fisso. Così è per la dodicenne Majken che, con fare più vicino a quello di un’anziana che non a quello di una ragazzina, formula pensieri molto maturi e nient’affatto privi di allarmismo. Nella sua vita non c’è spazio – sembrerebbe – per frivolezze preadolescenziali, amicizie del cuore e pomeriggi spensierati: tutte cose che poco le interessano e che giudica per di più sciocche. Questo suo modo di porsi di fronte al mondo, che agli occhi del lettore e dei coetanei oscilla tra lo strambo e l’assillante, preoccupa non poco la madre, con la quale Majken vive sola e che un giorno, per convincerla a uscire, a distrarsi e a socializzare, le regala un cagnolino di cui occuparsi. È un cane bruttarello e indisciplinato, Blunder, ma il suo arrivo segnerà una svolta nella vita della ragazzina, consentendole di fare incontri preziosi e di incrinare la solida gabbia emotiva dentro la quale si è da tempo rinchiusa.

Con una narrazione che, seguendo il filo dei pensieri di Majken, dipinge il mondo con un filtro diverso da quello comune, Cilla Jackert ci fa affezionare, spesso scuotere la testa, talvolta chiedere “ma come ti viene in mente?” di fronte a una protagonista tanto bizzarra. Fino all’ultimo capitolo, dove un finale liberatorio, tanto per Majken quanto per chi legge, ci conduce nel passato della ragazzina, offrendoci uno spiraglio di comprensione ed empatia per quella sua interiorità tanto tormentata. Senza alcuna pretesa né attitudine prescrittiva, la storia di Majken ci illumina su cosa possano portare con sé un lutto e il dolore che ne consegue e su quanto valga la pena interrogarsi su ciò che si nasconde dietro un atteggiamento strano o persino respingente.

In Le catastrofi del giorno si ritrova e si riconosce il piglio schietto e a tratti cinico dell’autrice e la sua radicata familiarità con la città di Stoccolma, di cui pare di percorrere strade e quartieri, percepire odori e rumori, respirare la cultura, proprio come accadeva in Ci si vede all’Obse, altro bel romanzo di Cilla Jackert pubblicato nel 2018 da Camelozampa. Anche qui la stampa presenta font EasyReading e spaziatura maggiore che rafforzano la leggibilità del libro anche da parte di ragazzi con dislessia. Una più ariosa distribuzione del testo, per esempio con paragrafi distanziati e pagine meno piene, potrebbe consolidare ulteriormente l’accessibilità del volume.

Io sono sordo

Con un titolo schietto e diretto – Io sono sordo – l’albo di Manuela Marino Cerrato e Annalisa Beghelli mette subito sul tavolo il suo tema e il suo punto di vista: l’esperienza della sordità, vissuta e raccontata in prima persona. Più che contenere una vera e propria storia, l’albo edito da Carthusia raccoglie una serie di brevissime riflessioni a misura di bambino, su cosa implichi l’essere sordo, sulle emozioni che questa condizione reca con sé, sulle difficoltà e sulle opportunità che ne derivano. Ne viene fuori un ritratto composito che guarda e tiene insieme gli aspetti più bui e quelli più positivi della sordità, che della vita del protagonista è evidentemente una parte essenziale ma non totalizzante. Il libro dice cioè con grande chiarezza che la disabilità non può ridursi a un’etichetta e che le persone non sono mai – e mai devono essere viste – come la loro diagnosi.

Io sono sordo prende le mosse da un’esperienza reale e dal desiderio di una mamma di dare voce a un vissuto complesso e non sempre percepito come tale dall’esterno, quale è quello dei bambini sordi e delle loro famiglie. Nel racconto di Manuela Marino Cerrato, la cui autenticità arriva dritta al lettore a ogni pagina, trovano non a caso ampio spazio genitori e fratelli, oltre che amici e compagni, come persone toccate in maniera profonda e significativa dalla disabilità, seppur vissuta di riflesso. Questa viene tratteggiata in particolare da aggettivi forti come odiosa, spaventosa, deprimente ma anche intelligente, affascinante o buffa, che si svelano in una riga o due al massimo, attraverso situazioni quotidiane molto pratiche. Così, per esempio, la sordità è cattiva quando mi fa chiudere in me stesso o interessante perché fa imparare la lingua dei segni, in un succedersi di mini-quadri che la delineano come una presenza invisibile sì, ma per certi versi anche tangibile, quasi personificata.

Significativo, in questo senso, il contributo offerto dalle tavole di Annalisa Beghelli, tutte giocate sui toni del viola e dell’arancione, i cui tratti spigolosi restituiscono visivamente le tante sfaccettature emotive oggetto del libro. L’illustratrice interpreta con cura le parole dell’autrice, dedicando un’attenzione particolare alla gestualità e alla mimica facciale dei personaggi, così che la quotidianità priva di suoni di cui si parla possa emergere in tutta la sua forza e specificità.

Io sono sordo nasce dall’incontro tra l’Associazione Vedo voci, di cui fa parte la stessa autrice, e la casa editrice Carthusia, da tempo attenta a portare sulla pagina in forma di racconto illustrato tutta una serie di temi sociali. Rispetto a titoli precedenti di stampo analogo, Io sono sordo privilegia un approccio meno narrativo, prestandosi forse a destare più facilmente l’attenzione di chi della sordità ha già esperienza più o meno diretta. Per tema e struttura il libro offre in particolare uno spunto interessante per riconoscersi e riconoscere tutta una serie di vissuti emotivi che la disabilità tende talvolta a ingarbugliare o coprire e che invece meritano di essere detti e conosciuti.

Charlie e il misterioso professor Tiberius

Le giornate di Charlie si svolgono nel segno della regolarità: regolarità nel vestire (rigorosamente magliette neutre, felpe larghe, Crocs blu per stare in casa, nere per stare fuori), regolarità nel mangiare (preferibilmente se non esclusivamente nuggets di pollo), regolarità nel lavarsi le mani (né più né meno che 12 serie di insaponamento e risciacquo, una per ogni suo anno di vita), tanto per fare qualche esempio. Non sarà dunque difficile comprendere il tornado emotivo che investe Charlie quando suo papà, giornalista di guerra, torna ferito dall’Afghanistan e necessita di cure specifiche dall’altra parte degli Stati Uniti. In pochissimo tempo le routine e la rassicurante quotidianità di Charlie saltano e, come se non bastasse, sua sorella Davis, adolescente ribelle, convince lui e i gemelli Joel e Jake, pestiferi decenni, a mettersi in macchina per raggiungere la clinica in cui il papà è ricoverato.

Sarà un lungo e avventuroso viaggio quello che aspetta i quattro fratelli, accompagnati da una giovane di nome Ludmila il cui passato in Bosnia e il cui legame con il papà dei ragazzi si vela di mistero fino all’arrivo. Charlie accetta suo malgrado di partecipare alla spedizione, perlopiù motivato dalla possibilità di visitare i luoghi natali del professor Tiberius Shaw, ornitologo di cui è grandissimo estimatore e di cui possiede, per fortuite circostanze, un prezioso manoscritto. Non solo: quel viaggio di chilometri e chilometri attraverso montagne, foreste e pianure americane è per Charlie l’occasione perfetta per avvistare gli esemplari della Lista degli Uccelli da Vedere Prima o Poi che ha compilato tempo prima con il papà e a cui si aggrappa con tutte le sue forze nella convinzione che spuntarli tutti possa significare la guarigione del genitore. Un modo tutto suo, insomma, per tenere a bada le preoccupazioni e dimostrare un affetto che solo apparentemente non si manifesta.

Con il suo interesse spasmodico per gli uccelli, i suoi comportamenti bizzarri e la sua totale insofferenza verso norme sociali di dubbio senso, Charlie ricorda un poco Ted, il protagonista della serie Netflix Atypical, che condivide con il romanzo di Sally J. Pla una schiettezza ironica rispetto al tema della neurodiversità. Al seguito di Charlie e della sua sgangherata famiglia ci inoltriamo su territori che per la gran parte di noi risultano sconosciuti e sono resi insidiosi da pregiudizi e visioni stereotipate. Siamo portati a conoscere, per esempio, l’oppressione fisica che determinate sensazioni e situazioni generano in Charlie e lo sfiancante contrasto tra la sua difficoltà a esprimere sentimenti e la sua attitudine a provarli, ritrovando oltre che una storia appassionante e avvincente, anche un ritratto palpitante di cosa significhi interagire con il mondo e interpretarlo secondo schemi differenti.

Semplice la felicità

Il giorno del suo diciottesimo compleanno Chris si sveglia, trova la casa stranamente ordinata e si scopre improvvisamente solo: sua mamma se n’è andata. Per Chris, che cerca disperatamente di dare una giustificazione a questa scelta, inizia un percorso tutto nuovo in cui riscoprirsi inaspettatamente abile a cavarsela da solo, a trovare i suoi spazi, a coltivare le sue relazioni e a prendere in mano la sua vita. Non sarà facile perché, come lui stesso dice, “è un ragazzo in ritardo con la testa” perciò certe cose arranca ad afferrarle, ma con le mani ci sa fare e proprio da qui parte il suo riscatto. Assunto come portinaio e tuttofare dalla proprietaria del suo condominio, che per lui ha sempre avuto un occhio di riguardo, Chris inizia a destreggiarsi tra riparazioni e lavori di bricolage: mansioni che finiscono per assumere un ruolo quasi marginale in un percorso di crescita disseminato di avventure a dir poco rocambolesche.

Semplice la felicità del canadese Jean-François Sénéchal segue questo percorso dal punto di vista dello stesso Chris, che lo racconta come fosse in costante dialogo con la mamma. È dalle sue parole dunque che veniamo messi a parte delle tante domande che Chris si pone e delle risposte che prova a darsi, che ci facciamo strada nel suo groviglio di emozioni – che esser in ritardo con la testa non vuol dire affatto non provarne – e che conosciamo il variegato universo di personaggi che entrano a far parte della vita del ragazzo: dalla fidanzata Chloé con cui diventa a suo modo un imprenditore di successo, alla bella e impossibile Jessica che scopre in lui un cavaliere coraggioso; dall’amico e capo Joe che gli insegna a fare le riparazioni e che a Chris toccherà tirar fuori da un bel guaio, al papà mai conosciuto che a un certo punto spunta dal passato; dal prepotente Luc Boutin che bullo era da adolescente e bullo rimane da adulto, alla signora Sylvester, proprietaria di casa, che sa bene come la famiglia possa assumere molte forme. All’interno di questa rete di legami che piano piano si tesse, Chris è parte attiva, dà e riceve, in una costante rimodulazione del concetto di normalità.

La disabilità si fa qui filtro narrativo e motore degli eventi, molti dei quali certo accadono per l’ingenuità di Chris, ma è ben lungi dal monopolizzare il romanzo. L’abbandono, l’accettazione di sé e degli altri, la delusione e il riscatto, il rapporto con i genitori che ahinoi non si scelgono ma vanno accettati così come arrivano (interessante cambio di prospettiva!) sono in qualche modo temi ben più centrali e viscerali di Semplice è la felicità, e in questo sta forse il segreto della suo catturare il lettore e farlo sentire vicinissimo al protagonista. Quello di Chris è un racconto dannatamente irresistibile, in cui si ride e si piange, a volte anche nello stesso momento, perché ironia e sentimento vanno a braccetto senza esitazioni. E alla fine di quel ragazzo in ritardo con la testa ci si sente quasi orgogliosi, proprio come fosse uno di famiglia, e salutarlo a pagina 259 riesce davvero difficile.

Se un bambino

Sulla copertina di Se un bambino campeggia un bimbo smilzo dai vistosi occhiali tondi in sella a una tigre dall’aspetto bonario. Il loro sguardo è simile, vuoi per gli occhi sgranati del felino che richiamano la montatura del piccolo, vuoi per il sorriso abbozzato che caratterizza entrambi. C’è una complicità misteriosa tra i due, un’affinità elettiva che rompe le nostre consuetudini immaginative, prima ancora di aprire il volume. Un bambino amico di una tigre esce infatti dalle convenzioni e dalla norma e proprio per questo accende la curiosità e suscita un sentimento di positivo interesse.

Ecco, questo è in fondo esattamente ciò su cui il libro di Davide Musso e Anna Forlati ci propone di riflettere, invitandoci a osservare con attenzione ogni bambino, per conoscerne e riconoscerne le peculiarità, le difficoltà e i talenti nascosti prima di liquidarli con la frettolosa etichetta di “strani”. Perché di bambini che appaiono e vengono definiti tali ce ne sono a bizzeffe – chi non ha parole, chi non sa disegnare, chi arriva in ritardo, chi ha la testa al contrario e via dicendo – ma a ben guardare, quel loro modo di fare e di essere, ha spesso una ragione inattesa o denota un saper fare altro.  Un bambino che non ha le parole o non sa disegnare, per esempio, non è detto che non possa comunicare altrimenti e su questo, non a caso, lavorano i libri accessibili.

Se un bambino dice perciò molto della disabilità, pur senza citarla nel dettaglio, mostrandoci con garbo che, così come qualunque altra forma di diversità, dipende almeno in parte dall’occhio di chi guarda e da ciò che questi sa e vuole vedere. Il libro procede, nello specifico, per accumulazione, proponendo una sfilza di bambini dall’aspetto o dal comportamento insolito, tutti ritmicamente introdotti da quel “Se un bambino…” che contraddistingue anche il titolo. In questo modo le stranezze si susseguono, si affastellano e insieme iniziano a ronzare nella testa del lettore, rendendo particolarmente efficace il repentino cambio di prospettiva finale (di cui più non diremo!). Interessante e suggestivo, sempre nell’ottica di invitare chi legge alla riflessione, sono l’uso rarefatto delle parole dell’autore e il controcanto metaforico offerto dall’illustratrice, che riempiono di senso il volume senza appesantirlo con rigide soluzioni. Ne vien fuori un albo stimolante e suggestivo il cui messaggio è dunque molto chiaro ed esplicito ma la cui costruzione è tale da lasciare ampia possibilità di riconoscimento, interpretazione e pensiero.

Cane, lupo e cucciolo

Ricordate Lupo e Cane, i due cugini a dir poco insoliti nati dalla penna di Sylvia Vanden Heede e dalla matita di Marije Tolman? Protagonisti di Lupo e Cane, insoliti cugini, uscito per Beisler nel 2015, i due animali tornano sulla scena con una nuova avventura ad alta leggibilità intitolata Cane, lupo e cucciolo.

Come il titolo lascia facilmente intuire, alla coppia di nemici-amici si aggiunge questa volta un terzo compare, più precisamente un giovane spitz di pura razza che poco sa del mondo e che necessita di molte cure. Il padrone di Cane lo ha preso perché questi avesse compagnia ma per Cane il nuovo arrivato è più che altro una scocciatura, dal momento che si trova a fargli da balia e a prendersi le sgridate al posto suo. Così, quando gli si offre l’occasione di togliersi di torno il cucciolo e al contempo di liberarsi delle angherie di Lupo, non gli par vero: subito Cane ne approfitta e torna a godersi la sua serenità. Non ha però fatto i conti con l’affetto che presto prende dimora anche nei confronti di chi ci pare distante e così, in quattro e quattr’otto, Cane torna sui suoi passi, dimostrando che anche i tipi più carini e coccolosi sanno e possono all’occorrenza tirare fuori i denti per difendere i propri cari.

Senza bisogno di dichiararlo e sbandierarlo tanto in giro (ottimo segnale!), il libro svela dunque un catalogo variegato e interessante di emozioni – dalla rabbia alla paura, dalla felicità alla nostalgia – con cui il lettore frequentemente si misura e in cui può facilmente riconoscersi. Le micro-vicende dei due cugini e del loro nuovo compagno, perciò, non solo compongono un racconto non convenzionale e a tratti ironico in cui immergersi, ma offrono anche un terreno fertilissimo per confrontarsi con e su un tema delicato come la gestione emotiva delle diverse situazioni.

Dotato di un umorismo tutto particolare e scritto in una forma originale che mescola prosa, cadenza poetica e indole teatrale, Cane, lupo e cucciolo si compone di 16 capitoli abbastanza brevi, il cui animo delicato viene amplificato dalle illustrazioni dalle linee sottili e dalle sfumature accese che frequentemente animano la pagina. Questo, unito alla scelta di un font meno affaticante per la vista come il TestMe e di caratteristiche di impaginazione ad alta leggibilità (spaziatura maggiore, testo allineato a sinistra…), concorre a rendere la lettura del libro più amichevole anche in caso di dislessia.

Non solo: Cane, Lupo e cucciolo rivela un alto grado di accessibilità anche per un’altra ragione. Il libro inaugura, infatti, l’interessante progetto Leggieascolta di Beisler che prevede l’unione del testo cartaceo e del relativo audiolibro. Quest’ultimo è ascoltabile tramite l’app gratuita leggieascolta, disponibile per dispositivi Android e iOS. Inquadrando il QRcode che compare sul risguardo di copertina, l’app apre infatti l’audiolibro corrispondente al volume, all’interno del quale il lettore può muoversi con grande libertà. A sua disposizione ci sono in particolare i tasti per scegliere il capitolo da leggere, per far avanzare la lettura di 60 secondi in 60 secondi, per accelerare o rallentare la velocità di lettura, per inserire dei segnalibri o per stabilire un tempo predefinito dopo il quale l’audiolibro si spegna automaticamente.

Molto intuitiva nell’uso e curata nella registrazione, l’app che rende disponibile la versione audio del libro segna un passo importante nel lavoro che alcune attente case editrici stanno pian piano facendo in favore dell’accessibilità. Mettere infatti il giovane lettore nella condizione di poter accedere al testo attraverso porte diverse, che sarà lui a scegliere a seconda delle necessità personali e del momento, concorre in maniera non indifferente a rendere la lettura più agevole e dunque più piacevole.

Pinno un tuffo in aria

Elisa Mazzoli ha la grande capacità di guardare e ascoltare i bambini – che dei suoi libri sono i destinatari ma anche i protagonisti – riconoscendone i tratti più veri e andando oltre un’idea adulta e spesso stantia dell’infanzia. I suoi personaggi, anche quando hanno una disabilità, sono prima di tutto bambini e forse anche per questo i lettori si riconoscono facilmente e a fondo nelle sue storie, senza farsi frenare dal sentore di un trabocchetto moralistico. Questo accade con risultati di grandissimo valore in Noi (Bacchilega Junior, 2013), che è non a caso uno dei libri più belli finora usciti in Italia con un’attenzione al tema della diversità, e lo stesso si rileva per certi versi anche in Pinno un tuffo in aria (Bertoni, 2020), uno dei titoli più recenti dell’autrice, con illustrazioni di Roberto Grassilli.

Il protagonista, qui, pur vivendo nel mare, è un bambino a tutti gli effetti e non un pesce come si potrebbe pensare. Pinno vive in un sottomarino e ha un pescecane per animale domestico ma a parte questo, come tutti i bambini, non resiste all’idea di giocare con dei suoi coetanei. Così, uscito dalle profondità per un tuffo e udite delle giovani voci, Pinno si dirige senza esitazioni verso i bambini della spiaggia con il fermo intento di fare amicizia. Questi, dal canto loro, lo sommergono di domande – cosa che effettivamente di norma accade quando qualcosa o qualcuno di insolito irrompe nella quotidianità dell’infanzia – ma una volta soddisfatti nei loro interrogativi, non esitano a lasciarsi travolgere dal comune interesse per il gioco. Così come è venuto, Pinno torna infine alle sue onde, non senza la promessa di tornare presto dai suoi nuovi amici.

Semplicissima nella struttura, la storia di Pinno dice con gentilezza lo stupore e fors’anche lo spavento che l’incontro con la diversità può generare, restituendo a entrambi i sentimenti il loro diritto di essere. Al contempo rivela la spontaneità con cui i bambini esternano le domande urgenti che tale incontro può suscitare in loro e che, se non sepolte e messe a tacere, aprono la strada a possibilità di conoscenza reciproca. Significativo, in questo senso, è il contributo interessante che le illustrazioni di Roberto Grassilli apportano al libro: le sue figure dai colori saturi e al limite della fluorescenza, le sue inquadrature ricercate e i suoi dettagli a tratti deformanti restituiscono un senso di straniamento e sorpresa generale, come a sottolineare che in fondo l’altro siamo sempre anche noi.

Pinno un tuffo in aria è pubblicato dall’editore Bertoni junior in formato inbook e  presenta  dunque il testo in simboli WLS. La scelta ha accompagnato la progettazione del libro fin dall’inizio, il che ha permesso a Elisa Mazzoli di comporre un testo essenziale, lineare e realmente accessibile anche nella struttura sintattica senza bisogno di particolari rimaneggiamenti a posteriori. I simboli presentano, come da modello inbook, un riquadro ben marcato che comprende sia la componente alfabetica sia quella iconica, una distribuzione sulla pagina che segue la struttura della frase e un’indicazione puntuale dei diversi qualificatori (numero, genere…). Il libro unisce così una grande semplicità strutturale e un alto livello di dettaglio morfologico-sintattico, supportando e incentivando il miglioramento delle competenze di comprensione e lettura di bambini con difficoltà comunicative.

Questo (non) è un leone

Dal toro Ferdinando in avanti, più di un animale della letteratura per l’infanzia si è ribellato a ruoli ed etichette precostituiti. Il leone Leonard non fa eccezione: animo gentile e indole poetica, il protagonista di Questo (non) è un leone fatica a farsi riconoscere dai suoi simili come un leone a tutti gli effetti. I leoni – dicono questi – sono feroci, non possono essere gentili e soprattutto, senza dubbio alcuno, se si trovano una papera di fronte se la mangiano. Ma Leonard no. Lui con la papera Marianna non solo fa amicizia ma scrive pure poesie bellissime. E proprio la poesia, capace di “cambiare il mondo” perché “le parole fanno pensare”, diventa la sua personalissima e potentissima maniera di dire che non c’è un solo modo per essere un leone.

Dichiarazione spassionata e appassionata in favore del diritto a essere sé stessi, Questo (non) è un leone presenta un testo molto diretto e dal piglio filosofico, unito a illustrazioni dal tratto marcato e dalle tinte decise. Sono queste ultime, in particolare, a dire con chiarezza i sentimenti taciuti dalle parole e a restituire in certi dettagli (la papera e il leone che schizzano su monopattino e skateboard, per esempio, o il leone dall’attenzione labile che insegue farfalle mentre Leonard parla…) una leggerezza scherzosa che solletica il lettore.

A rendere particolarmente intrigante il libro di Ed Vere dal punto di vista dell’accessibilità è il fatto che si tratta di uno dei titoli resi disponibili in LIS dall’app Storysign: un’app straordinaria lanciata nel 2018 da Huawei e sviluppata in collaborazione con numerosi partner tra cui l’Unione Europea dei Sordi e la British Deaf Association.

L’applicazione, scaricabile gratuitamente e disponibile sia per Android sia per iOS, consente di arricchire alcuni libri cartacei di una simultanea traduzione in Lingua dei Segni condotta da un avatar di nome Star. Avviando l’applicazione sullo smartphone e inquadrandovi la pagina di uno dei libri a catalogo, si avvia infatti un video in cui Star interpreta il testo in Lingua dei Segni.

Ciò che rende davvero nuova questa proposta è il fatto che il video si attiva solo nel momento in cui lo smartphone inquadra la pagina corrispondente. Esso inoltre non solo restituisce la traduzione in Lingua dei Segni ma ne sottolinea anche la puntuale correlazione con il testo originale grazie a un efficace sistema di evidenziazione cromatica.

Quella che si innesca così tra libro cartaceo e tecnologia digitale è una necessaria e funzionale sinergia che, valorizzando e intersecando le specificità di ciascun mezzo, migliora concretamente le possibilità di lettura dei bambini con disabilità (uditiva in questo caso).

Nino e Taddeo dipingono la primavera

Che bella coppia di amici, Nino la talpa e Taddeo il topolino! Affiatati, vicendevolmente generosi e felici di godere della reciproca compagnia, i due sono protagonisti di un libro che ne racconta alcune avventure minime: una sessione di pittura en plain air, una domenica di pesca alla carpa e una dichiarazione specialissima all’amata di Nino. Le loro sono, per l’appunto, avventure minime poiché colpi di scena, imprevisti e peripezie non sono per nulla contemplate. Il fascino e il gusto saporito delle loro vicende illustrate stanno piuttosto in una quotidianità umana resa a misura di bestiola, in una freschezza di sentimenti non descritti ma ben riconoscibili dai piccoli gesti e in un’amicizia bellissima che poggia saldamente su un’ironia gentile.

Grazie a questo impianto, anche il tema della disabilità viene trasversalmente toccato, o per meglio dire carezzato, senza il peso di moniti o precetti. La cecità quasi totale della talpa Nino è infatti una delle caratteristiche che ne condiziona il fare e come tale è ben presente nel libro, tant’è che su di essa si giocano diverse scene buffe. Il fatto che sia assodata, tanto dal lettore che associa automaticamente l’animale al difetto di vista, quanto dal compare Taddeo, che con naturalezza ne parla e laddove necessario offre al suo amico una zampa, fa sì che essa non gravi sul racconto. La trama non è infatti incentrata sulla cecità di Nino ma da essa trae spunto e nutrimento per rafforzare il legame della talpa con Taddeo e per rendere le loro vicissitudine fuori dal comune. In un panorama ormai abbastanza ampio di libri per l’infanzia che avvicinano più o meno esplicitamente il tema della disabilità, Nino e Taddeo dipingono la primavera si lascia quindi apprezzare per la maniera spigliata e genuina in cui lo fa, dosando per benino ironia e rispetto: gli stessi ingredienti che – guarda un po’ – contraddistinguono le amicizie più convenzionali!

Nino e Taddeo dipingono la primavera è il primo volume di una serie scritta da Henry Meunier e illustrata da Benjamin Chaud, edita in Italia da Terre di Mezzo, ed è un libro dall’aspetto interessante. La dimensione né troppo grande né troppo piccola lo rende maneggevole e insieme lo distingue dall’albo illustrato standard, la copertina rigida gli dà un tocco di valore in più, il testo poco affollato e ben distribuito risulta facilmente approcciabile e le illustrazioni a ogni pagina, talvolta totalmente protagoniste, incentivano e arricchiscono la lettura. Ne risulta un prodotto di grande appeal per quei lettori nel bel mezzo della scuola primaria che iniziano ad avventurarsi tra letture autonome più consistenti ma allo stesso tempo trovano rassicurante un impianto che non rinunci all’apparato iconografico. Testo e illustrazioni si relazionano inoltre in modo giocoso, invitando il lettore a trovare tra i numerosi guizzi ironici che entrambi nascondono: un’attenzione che contribuisce a rendere la lettura un’esperienza appagante e da cui lasciarsi stuzzicare.

Questo posso farlo

Il protagonista di Questo posso farlo è un pulcino anonimo, identificato con un generico “lui”, che nell’aspetto è identico ai suoi fratelli ma che nel fare se ne discosta parecchio. Fin dal momento dell’uscita dal guscio, il pulcino manifesta maggiori difficoltà: le stesse che lo affanneranno nel prendere le bacche, nuotare, arrampicarsi, cantare e via dicendo. Ma il pulcino è tutto fuorché arrendevole, così prova a trovare nuove soluzioni e nuovi strumenti che gli consentano di mettersi in pari. Anche questi però finiscono per rivelarsi poco utili e la caparbietà del pulcino inizia a vacillare. “Non riesco a fare niente…”, pensa. Ma è a quel punto che qualcosa di inaspettato accade. Di fronte a alcuni fiori smarriti e privi di un posto dove stare, il pulcino non esita e si offre di ospitarli tra le sue piume arruffate. In un attimo il rassegnato “Non riesco a fare niente” si trasforma in un orgoglioso e consapevole “Questo posso farlo”: un cambio di rotta e di prospettiva che non ha nulla a che vedere con un ripiego o con l’accontentarsi di un compito più facile. L’impegno assunto richiederà al pulcino molti sforzi e sacrifici decisamente fuori dal comune: proprio quelli che consentiranno al suo talento, finalmente scovato e venuto alla luce, di fiorire come merita.

Delicatissimo nello stile ma capace di lasciare un segno forte nel lettore, Questo posso farlo è dotato di quella grazia caratteristica dell’immaginario e della poetica di Satoe Tone. Le figure che paion di cotone, le trame minuziosissime in punta di pennello, i dettagli inattesi e non privi di ironia e l’incontro tra dimensione reale e onirica dotano il libro di una leggerezza ariosa: la stessa che nasce dalla capacità dell’autrice di intrecciare e insieme rendere impalpabili temi di spessore. Questo posso farlo parla infatti di diversità, di tenacia, di resilienza, di morte, di trasformazione e di valorizzazione dei talenti ed eppure di nessuno di questi temi si può dire che esaurisca il libro. Ricchissimo e aperto a letture diverse, Questo posso farlo non si impone al lettore con un suo significato preconfezionato, preferendo piuttosto intonarsi alle sue corde  e alla sua sensibilità del momento. E per fare questo, è indubbio, serve da parte dell’autrice un orecchio assoluto!

Questo posso farlo di Satoe Tone è uscito per la prima volta in Italia nel 2011 per Kite, pochi anni prima che l’autrice giapponese ricevesse il prestigioso Premio Internazionale d’Illustrazione Fundaciòn SM alla Bologna Children’s Book Fair. Oggi, a poco meno di dieci anni di distanza dalla prima pubblicazione, il libro rifiorisce in una nuova forma, proprio come il pulcino che vede protagonista. Inserito all’interno della collana de I libri di Camilla, Questo posso farlo viene infatti, riproposto arricchito dai simboli WLS, a beneficio di quei lettori che trovano difficoltà nella decodifica del testo alfabetico. Come da sempre accade per i libri di questa preziosa collana, l’aggiunta dei simboli va di pari passo con il massimo rispetto per gli equilibri, la disposizione grafica e i contenuti originali, così che la nuova edizione, marchiata Uovonero e realizzata in collaborazione con la stessa Kite, risulta in tutto e per tutto accostabile alla prima, ma fruibile da un pubblico più ampio.

La versione simbolizzata di Questo posso farlo presenta i simboli riquadrati (con testo esterno) ma sperimenta un interessante uso di riquadri meno marcati e dunque meno invasivi per quanto presenti. I qualificatori di tempo e del plurale non sono indicati e due o più elementi lessicali (articolo e sostantivo o verbo e preposizione, per esempio) sono sovente riuniti al di sopra dello stesso riquadro. Ne risulta un testo in simboli che al dettaglio privilegia  l’immediatezza: scelta, questa, che appare attenta e coerente con una delle peculiarità del libro originale, basato su un efficace e raffinato gioco tra testo conciso e asciutto, e figure minuziose e di ampio respiro. Anche alla luce di questo particolare aspetto, il libro mostra bene come il proporre ai bambini storie lineari e con precisi agganci alla realtà non significhi necessariamente rinunciare a offrire loro un’opportunità poetica e di lettura su molteplici piani.

Amiche d’ombra – nuova edizione

Con la sua penna attenta e le sue figure inafferrabili, Arianna Papini sa come catturare il lettore. Quel suo tocco inconfondibile a cui ci ha abituati da tempo e che le è valso moltissimi premi, tra cui l’Andersen come miglior illustratrice nel 2018, lo ritroviamo senza eccezione anche in Amiche d’ombra, storia di un’amicizia che è insieme ordinaria e fuori dal comune.

Qui si racconta dell’incontro e del legame profondo che si instaura tra Arianna e Michela, nel caos spensierato, spaesato ed esplosivo delle scuole medie. In una quotidianità sincera e spiccia, fatta di compiti e concerti, piccole ribellioni e gite scolastiche, amori acerbi e confidenze, le due ragazzine riconoscono l’una nell’altra un’affinità che travalica due caratteri molto diversi – impulsiva ed esuberante la prima, riservata e silenziosa la seconda – e due modi differenti di approcciare il mondo. Michela, infatti, non vede ma la sua cecità si fa spazio nel racconto e nella vita dell’amica come un tassello sì insolito ma non intruso.

Arianna impara pian piano a entrare nel mondo senza vista dell’amica e a condurre quest’ultima attraverso il suo sguardo. Ma lo fa senza quasi accorgersene, con l’intimità spontanea che è tipica dell’infanzia. E proprio questo colpisce nello scorrere queste pagine: come la condivisione di esperienze, sensazioni, momenti e timori tra universi apparentemente non comunicanti trovi una sua naturale dimensione tra le faccende di ogni giorno.

Arianna Papini dà vita a tutto questo con una scrittura in cui ironia pungente e malinconia, frammenti di vita e flussi di coscienza, voci levate e pensieri sussurrati si mescolano senza soluzione di continuità. L’autrice segue, in particolare, il corso di un intero anno scolastico: periodo durante il quale l’amicizia tra Arianna e Michela si consolida. Lo fa attraverso la voce schietta di Arianna che lascia spazio a un ventaglio di sentimenti che riflette bene la complessità emotiva tipica della preadolescenza. Ad amplificare questo aspetto concorrono le splendide ed espressive illustrazioni realizzate dalla stessa autrice, che accompagnano con frequenza il racconto a parole. Sincero e profondo, il ritratto che Arianna Papini offre di una giovinezza e dei legami che la sostengono sa far specchiare i lettori del 2020, nonostante i  vent’anni pieni appena compiuti dal libro e resi qua e là evidenti da riferimenti volanti per esempio ai registratori di una volta e alle canzoni di Elton John.

Pubblicato per la prima volta nel 2000 da Fatatrac nella raffinata collana degli Ottagoni, Amiche d’ombra è ora riedito da Uovonero, che lo propone in un nuovo e leggermente più ampio formato, con una grafica differente e illustrazioni rinnovate. In questa nuova veste i singoli capitoli si esauriscono perlopiù in una doppia pagina e le figure occupano una facciata intera che ne valorizza l’intensità e il concorso emotivo alla narrazione. L’iniziativa è apprezzabilissima perché in un periodo storico di bulimica produzione editoriale fa sì che un racconto vivo e fuori dall’ordinario come questo non vada perduto o dimenticato. A gran voce gridiamo, insomma: bentornate, Amiche!

L’uovo nero

Il 2020 non è un anno qualunque per diverse case editrici che con passione e competenza danno vita a libri accessibili di qualità. È un anno, infatti, di festeggiamenti importanti tra cui il decimo compleanno di Uovonero. E se è vero che ogni compleanno che si rispetti vuole un regalo, lo è altrettanto il fatto che la casa editrice cremasca non è nuova alla pratica di ribaltare consuetudini e portare novità inattese. E così il regalo, invece che attenderlo, lo fa lei a noi con la pubblicazione di un albo speciale – per la cura con cui è confezionato e per il significato che riveste – intitolato per l’appunto L’uovo nero.

L’albo si rifà a una fiaba di Luigi Capuana, la stessa a cui la casa editrice si è ispirata nel 2010 per scegliere il proprio nome. Qui si racconta di una donna e della sua affezionata gallina che un giorno depone oltre al consueto uovo bianco anche un insolito uovo nero. Guardato con diffidenza dall’intero mercato, l’uovo rimane invenduto e su suggerimento della gallina stessa viene donato al re. Covato in seno alla regina, l’uovo si schiude e ne nasce un pulcino che cresce e diventa un bel galletto. Un galletto ingestibile, direbbe qualcuno. Un galletto che strilla forte il suo chicchirichì a ogni ora del giorno e della notte e nei confronti del quale nessun provvedimento pare efficace: né le buone come venire adottato dal re, né le cattive come finire in pentola. E anche quando il sovrano si rivolge disperato alla Fata Morgana per ottenere aiuto, le indicazioni che riceve per trasformare il gallo in un ometto non sono risolutive. Il giovane continua, anche dopo esser stato privato di cresta e speroni – ultimi segni estetici della sua peculiare origine – a provare l’irresistibile desiderio di cantare come un gallo. E allora sarà un cambio di rotta, un pensiero divergente che metta al centro un cambiamento dell’ambiente e dello sguardo in luogo di un cambiamento della persona, a fare davvero la differenza, consentendo al protagonista di seguire il suo reale – in tutti i sensi – destino.

Letta alla luce del prezioso lavoro svolto da Uovonero in questi anni, la fiaba di Capuana sembra proprio rivelare tra le righe l’approccio con cui da sempre la casa editrice guarda, racconta e si rapporta con la diversità: un approccio rispettoso e onesto, che fa del conoscere e del riconoscere l’altro la sua cifra. Nella reale attenzione al chicchirichì dei bambini con bisogni educativi speciali, tra cui soprattutto ma non solo quelli con disturbo dello spettro autistico, sono nati infatti i libri in simboli e ad alta leggibilità, il lavoro di rete per rendere accessibili alcuni albi di altre case editrici e la scelta di testi di narrativa che svincolino la disabilità o la dislessia dal ruolo di soggetto su cui fornire ammonimenti.

Ma L’uovo nero è prima di tutto una fiaba affascinante e non priva di umorismo: caratteristiche, queste, che la riscrittura di Sante Bandirale e le immagini di Alicia Baladan valorizzano pienamente. Il testo risulta infatti particolarmente snello, dilettevole e adatto a una lettura ad alta voce mentre le illustrazioni, con un’attenzione interessante e smaliziata ai colori, alle inquadrature e alle espressioni del viso, restituisce un mondo visivo dal sapore antico, che ricorda nel tratto e in certi guizzi irriverenti le atmosfere fiamminghe. In uno di questi quadri, tra gli uomini e le donne che animano la vita di palazzo, fanno capolino anche tre figure speciali che, con il loro aspetto e il loro sguardo fiero rivolto a ciò che l’uovo nero è infine divenuto, omaggiano con garbo sorridente le tre persone che negli ultimi dieci anni Uovonero l’hanno sognato, nutrito e fatto crescere.

L’uovo nero è insomma un albo pregiato che parla a tanti lettori di età diverse che in esso possono trovare un racconto d’altri tempi che ammalia, diverte e tocca nel profondo ma anche scintille di pensiero che vale la pena covare.

Passeggiata con il cane

Metti che un bambino porti a spasso il cane: aggancia il pelosone al guinzaglio, saluta la nonna e si avvia per la viuzza di paese. Tutto nella norma, il giretto si prospetta ordinario. Ma poi… ma poi il bambino sale su un trenino che sbuffa denso fumo grigio e sale lungo binari verticali e lì ti accorgi che la sua Passeggiata col cane probabilmente sarà tutto tranne che nella norma e ordinaria.

A partire dalla seconda pagina del silent book firmato da quel visionario di Sven Nordqvist, infatti, il viaggio del bambino e del suo gigante di pelo bianco, prende direzioni inattese e insieme a loro ci si trova catapultati in mondi stupefacenti che mettono letteralmente in discussione ogni certezza sulla realtà e sulla sua rappresentazione. Tutto, tutto, ma proprio tutto ciò che i due protagonisti incontrano manifesta uno scarto rispetto al reale: nell’aspetto, nelle dimensioni, nelle proporzioni, nelle funzioni, nei ruoli, o nell’osservanza delle leggi fisiche. Ricci giganti al guinzaglio di anziani barbuti, jazziste mastodontiche che allietano cagnolini, caprette che trasportano cartonati di nobili settecenteschi, animali fantastici che sparano con le cerbottane, topi che colgono mirtilli in sella a libellule o ometti a bordo di baguette non sono che la centesima parte delle invenzioni messe su carta dall’autore svedese secondo una logica interna sottile, decisamente sfuggente, ma tutt’altro che assente.

Il lettore ha quindi il suo bellissimo da fare nel cogliere e nel godere di questo scarto, capace di generare una continua sorpresa. Ma come se questa carica inventiva non bastasse, l’autore ne moltiplica l’effetto distribuendo le sue figure stranianti e strabilianti all’interno di quadri affollatissimi che pullulano letteralmente di dettagli. Ogni pagina è piena e densissima ma non si trova nemmeno un centimetro che sia riempito a caso, con un mero scopo decorativo. E questo mette il lettore in una posizione impegnativa ma esaltante, sollecitato senza posa a notare, scoprire e mettere in relazione elementi, lasciandosi travolgere da tanta ingegnosa bellezza. E ancora: scene e personaggi sottendono decine di citazioni popolari e colte che spaziano dall’arte alla letteratura, dal cinema alla storia, il che amplifica quella sensazione di tensione continua tra familiare ed estraneo che avvolge il lettore a lo porta perdersi e ritrovarsi più e più volte.

Alla luce di questo, leggere Passeggiata col cane diventa un’esperienza da capogiro. La sfida costante al riconoscimento e al discostamento da una realtà nota, il brulicare di figure, la fitta trama di rimandi interni ed esterni al libro e la surrealtà poetica delle diverse situazioni dipinte chiedono a gran voce un tempo lento di esplorazione e un numero di letture che non può essere uguale a uno per dirsi pienamente soddisfatto. E questo concorre a rendere il libro un amico straordinario con il quale dialogare a fondo e a lungo, senza mai esaurire domande e ipotesi narrative.

L’assenza di testo, in questo senso, appare più che calzante e sostiene al meglio il personalissimo viaggio di ogni lettore. Difficile è, infatti, immaginare parole che non siano briglia per una tale ricchezza visiva e per l’inafferrabile mistero che la anima, la cui interpretazione è tacitamente rimessa e anzi incoraggiata alla fantasia di ciascuno. Ogni angolo di Passeggiata col cane suggerisce la latenza di microstorie autonome o connesse tra loro che possono prendere direzioni molto diverse in base alla sensibilità, al bagaglio culturale e all’immaginazione di chi vi si pone di fronte. Ecco allora che il volume, di per sé meraviglioso e irresistibile, appare ancor più prezioso per tutti quei lettori che vedono nel libro un potenziale nemico essenzialmente perché faticano di fronte allo scritto ma che nelle figure e nelle storie da esse veicolate, anche quelle più complesse e sovversive rispetto al reale, riconoscono una possibilità di immersione appagante. Anche e soprattutto per loro, Passeggiata con il cane, con la sua esplosione caleidoscopica di mini-narrazioni dipinte, dice microscopicamente bene che il piacere della lettura può anche essere molto silenzioso.

Cibo, ragazze e tutto quello che non posso avere

Se l’estate dei suoi 15 anni avessero detto a Andy che giusto qualche mese più tardi sarebbe diventato un campione popolare di football, circondato di amici e capace di chiedere a una ragazza di uscire, a stento avrebbe potuto crederci. Abituato a fare di tutto pur di non farsi notare – cosa piuttosto difficile visti i suoi 140 kg – e a mantenere un basso profilo per evitare prese in giro e bullismo, il protagonista del bel romanzo di Allen Zadoff si considera lontano anni luce dalla possibilità di cambiare il suo modo di guardarsi e di essere guardato. E invece qualcosa di inaspettato succede nella sua vita, scolastica e non. Complici il desiderio di far colpo su April e un posto vacante nel ruolo di centro nella squadra della scuola, Andy inizia ad allenarsi con O. e gli altri ragazzi del football, sperimentando la carica dello spirito di squadra, l’ebrezza della notorietà e il coraggio che può venire dalla loro combinazione E poco importa se una serie di incontri e opportunità apparentemente fuortuiti si rivelano essere precise mosse di un piano di cui Andy non è che una pedina. A lui spetterà comunque il guadagno più grande: la spinta necessaria a uscire dalla propria comfort zone, una maggiore capacità di ascoltarsi e una consapevolezza del tutto nuova di sé. Esattamente quello che gli serve per chiedersi chi davvero voglia essere e come possa diventarlo.

Straordinariamente vicino alle frequenze adolescenziali, Cibo, ragazze e tutto quello che non posso avere è un romanzo young adult che sa muoversi con grande naturalezza tra la leggerezza frivola di questa età e la pesantezza granitica dei cambiamenti che essa reca con sé.  Molto credibili nei pensieri e dei dialoghi, Andy e i personaggi che lo circondano – dai genitori in crisi, alla sorella con abitudini alimentari opposte alle sue, dall’amico storico con cui condivide le simulazioni ONU alla variegata gamma di compagni di scuola – danno vita a una storia tanto coinvolgente quanto capace di sedimentare. Scorrevole e ben ritmato, oltre che stampato con le caratteristiche di alta leggibilità che contraddistinguono la produzione di Biancoenero, il romanzo di Allen Zadoff sembra cucito apposta per incentivare la lettura anche da parte dei ragazzi meno motivati o con difficoltà legate alla dislessia. Carta vincente, in questo senso, è l’invidiabile ironia che l’autore regala al suo protagonista, rendendolo immediatamente familiare e capace di restituire vissuti complessi senza cedere di un millimetro al vittimismo.

Tea. E se non ci riesco?

Tea è la protagonista di una collana di libri editi da Giunti Kids e rivolti a bambini in età prescolare. Attenta ai temi e alle domande che spesso animano la quotidianità dei bambini o il dialogo educativo che mette al centro questi ultimi, la collana cerca di trovare parole e risposte rassicuranti ma non banali. Dal canto suo la protagonista si muove animata da una curiosità mai sopita e da una mutisfaccettatura emotiva in cui il lettore può facilmente riconoscersi, supportato in questo anche da illustrazioni – anch’esse a firma di Silvia Serreli – semplici e ben marcate.

Con la nascita del progetto I libri per tutti, alcuni titoli della collana dedicata a Tea sono proposti dall’editore in collaborazione con Fondazione Paideia in una versione digitale e simbolizzata, che ne agevola la fruizione anche da parte di bambini con difficoltà comunicative legate per esempio all’autismo.

Uno di questi titoli è Tea. E se non ci riesco?. Qui la protagonista si confronta con la vergogna di non saper fare qualcosa che i suoi compagni padroneggiano già (nuotare senza braccioli, nella fattispecie) e con la paura di non riuscire a imparare mai a farla. Come spesso accade nei libri della collana, è l’intervento oculato di adulti attenti ad aiutare Tea a superare i suoi timori. Grazie ai suggerimenti della mamma prima e della nonna poi, Tea scopre infatti che ci sono cose che, al contrario del nuoto, lei sa fare e i suoi compagni no (andare in bicicletta senza rotelle, fare le capriolo, recitare una poesia…) e che anche gli adulti, apparentemente infallibili, non sono sempre (stati) capaci di fare tutto.

Leggermente asciugato rispetto alla versione originale, l’ebook inclusivo di Tea. E se non ci riesco? propone una storia lineare e abbordabile, nella forma come nel contenuto, in cui facilmente il lettore potrà riconoscersi. La scelta di dare spazio alla peculiarità di ciascun bambino – mostrando come ogni amico di Tea abbia punti forti e punti deboli – si presta inoltre particolarmente bene a ricondurre il racconto all’esperienza specifica di ciascuno.

In chiusura l’ebook accessibile di Tea. E se non ci riesco? presenta tre attività ludiche che prevedono di ricomporre alcune frasi con i simboli a disposizione; selezionare tra una serie di simboli proposti, quelli che indicano attività che il lettore sa fare; e di colorare, muovendo il dito sullo schermo, un’illustrazione del volume

 

I libri per tutti

I libri della serie di Tea proposti in questa nuova versione digitale e in simboli, rientrano nel progetto I libri per tutti, promosso da Fondazione Paideia in collaborazione con quattro grandi gruppi editoriali: Gems, Mondadori, Giunti e DeA Planeta libri.

I titoli che fanno parte del progetto, messi a disposizione dai rispettivi editori per l’adattamento e la simbolizzazione, vengono proposti in formato digitale: scelta questa che amplifica le possibilità di personalizzazione, cosa non da poco quando si parla di bisogni speciali di lettura. Allo stesso tempo questo nuovo formato incentiva l’interazione e il coinvolgimento e questo può costituire allo stesso modo un vantaggio o uno svantaggio a seconda del lettore che ci si trova davanti. La possibilità di compiere azioni sullo schermo – tappando i simboli che attivano così il modeling o toccando i punti sensibili delle illustrazioni che attivano così un movimento – può costituire infatti fonte di distrazione o al contrario motivo di aggancio al testo. In questo senso particolarmente significativi e versatili risultano quei titoli – come Brucoverde o I tre porcellini – che all’ebook uniscono anche il libro cartaceo, a sua volta adattato e simbolizzato.

La simbolizzazione dei testi, curata dall’équipe della Bottega Editoriale di Fondazione Paideia, prevede l’utilizzo della collezione WLS (Widgit Literacy Symbols) e non segue un modello particolarmente rigido di traduzione, optando piuttosto per la valutazione di soluzioni diverse – per esempio rispetto all’accorpamento di più elementi testuali all’interno di un  unico simbolo – a seconda dei casi. L’obiettivo è quello di trovare un equilibrio tra rispetto della complessità ed effettiva leggibilità del testo: equilibrio che può variare sensibilmente in base al tipo di testo e al target di riferimento.

Tutti gli ebook de I libri per tutti comprendono 3 sezioni, denominate ModelingLeggi e Gioca. La prima propone il testo in simboli nella parte bassa della pagina mentre in quella più alta colloca le illustrazioni, animabili in certi punti al semplice tocco o trascinamento. Il modeling dal canto suo può essere attivato in una duplice modalità: quella automatica, per cui l’audio scorre fluido e i simboli vengono evidenziati man mano che sono pronunciate le parole corrispondenti; e quella manuale, per cui l’audio si attiva solo nel momento in cui viene toccato il singolo simbolo. La seconda sezione propone una pagina divisa in maniera analoga ma qui il testo è esclusivamente alfabetico. L’audio può essere attivato o disattivato. Nel primo caso scorre in maniera automatica mentre simultaneamente vengono evidenziate le parole pronunciate. L’ultima sezione, infine, propone 3 attività ludico-didattiche che – seppur diverse nel contenuto da libro a libro – prevedono quasi sempre l’ordinamento o la scelta di simboli per completare una frase, l’ordinamento o la scelta di simboli e illustrazioni in base a specifiche istruzioni (trovare il colore giusto, ordinare per grandezza…), il completamento cromatico di un’immagine tramite passaggio del dito dello schermo.

Ogni ebook prevede in apertura una pagina essenziale che riassume e anticipa il significato delle icone che il lettore potrà trovarsi davanti durante la lettura e delle azioni che potrà compiere per districarsi tra le pagine. Tra queste, non manca per esempio il movimento per voltare pagina che prevede lo spostamento di un quadrato colorato all’interno di un quadrato bianco: azione studiata per risultare più agevole del più comune gesto di sfogliatura.

Personalizzazione la lettura, interazione, moltiplicazione degli spunti ludici e degli strumenti in un’ottica di accessibilità costituiscono in definitiva i veri punti di forza di questo progetto che ha senz’altro il merito di mettere in valore le specificità del digitale e di accendere un faro sulle possibilità aperte da quest’ultimo in favore dell’inclusione.

Vi stupiremo con difetti speciali

Proposto con un titolo ad effetto (Vi stupiremo con difetti speciali), pubblicato e promosso da una grande casa editrice (Giunti) e fortemente voluto da un papà (Luca Trapanese) recentemente divenuto noto per una vicenda ampiamente coperta dai media (l’adozione di una bambina con Sindrome di Down di nome Alba), il libro scritto da Patrizia Rinaldi e illustrato da Francesca Assirelli arriva circondato da altissime aspettative. Aspettative che, malgrado l’eccellenza del progetto, finiscono però per risultare deluse a lettura compiuta.

Si avverte un gusto dolceamaro, in effetti, tra le pagine di questo libro perché, a fronte di vicende fortissime a cui con coraggio viene dedicata attenzione e di illustrazioni che non mancano di tocchi poetici, non si può fare a meno di percepire un marcato e mai nascosto intento pedagogico, di vedere quelle vicende perdere per strada la loro qualità di Storie con la S maiuscola e di sentirsi smarriti di fronte a un testo che vorrebbe parlare la lingua dei bambini (accogliendo in questo senso anche espressioni semplici o colloquiali ma ampiamente discutibili in un’ottica di rispetto della disabilità come per esempio “bimba Down”) ma che si rivolge in realtà, nel contenuto, prettamente ad adulti.

E così, della storia di Alba che, nonostante o proprio grazie alla sua Sindrome, trova l’amore incondizionato di un papà; di Akin che fa dono agli adulti della sua fiducia grazie alla quale si risolleva – fisicamente e simbolicamente – da una situazione di grave svantaggio; e di Huang che viene dato dai medici per inadatto alla vita ma poi sorprende tutti con un canto solo suo, si coglie solo una flebile traccia, resa sfocata dalla folta schiera di riflessioni filosofiche che l’accompagnano e che forse poco si prestano a fare del libro uno strumento incisivo per consentire alla disabilità di entrare nell’immaginario dei più piccoli e arrivare, così, a dialogare con loro su di un tema così delicato e potenzialmente distante dalla loro esperienza quotidiana.

La porta

Dopo averci incantato con La piscina, l’autrice coreana Ji Hyeon Lee torna a deliziarci con un libro di grande impatto: La Porta, sempre edito da Orecchio Acerbo.

Protagonista di questa nuova avventura per sole immagini è un bambino che un giorno incappa casualmente in una grossa chiave. Il mondo in cui si muove è un mondo in bianco e nero e le persone che lo circondano hanno tutte un’espressione torva, diffidente. Ma il bambino no. Lui si guarda intorno, mosso piuttosto da un misto di curiosità e stupore: quelli che probabilmente gli consentono di scorgere una porta a cui nessun’altro ha badato. È una porta misteriosa, apparentemente abbandonata da anni, coperta di ragnatele e a ben vedere, nella sua toppa, la chiave trovata gira. Aperta la porta, quello che si schiude davanti agli occhi del bambino è un mondo straordinario. È un mondo a colori, tanto per cominciare, in cui si muovono creature fantastiche che parlano lingue ignote. Incuriosito, il bambino entra in relazione con queste figure, dapprima in maniera un po’ spaventata, poi circospetta, e infine sempre più coinvolta e sorridente. Queste lo accompagnano alla scoperta di una realtà per lui nuovissima in cui quasi tutto ha un che di sorprendente, fatto salvo per le relazioni che si attivano e che si manifestano nelle piccole azioni quotidiane. Così, anche in un paese in cui gli skateboard si realizzano con le foglie, i cocomeri più succulenti sono verdi dentro e gialli fuori e soprattutto le porte disseminate un po’ dappertutto non conducono in casa ma in luoghi e tempi surreali e inattesi, l’amicizia e l’affetto appaiono del tutto riconoscibili e autenticamente possibili anche tra creature dissimili, per aspetto o per lingua parlata. Tra un picnic al parco, una passeggiata nel verde e una sbirciata al villaggio, il bambino fa dunque esperienza di una diversità multiforme – cromatica, estetica e linguistica, per esempio – in cui si cala e da cui si lascia positivamente accogliere, fino a prender parte a quella che appare come una festa: una festa di matrimonio, nello specifico, ma più in generale una vera e propria festa dell’immaginazione. Da questa, infine, il bambino si congeda, rientrando nel suo mondo originario, non prima però di essersi premurato di lasciare aperta la porta misteriosa. In questo modo, si lascia intendere, potrà tornare in quel mondo fantastico, ma allo stesso tempo – perchè no? – anche quel mondo fantastico potrà venire da lui. Perché l’incontro è un movimento che segue sempre due direzioni, e prima della quarta di copertina qualcuno pare confermarcelo…

Stratificato nelle possibilità di senso e disseminato di dettagli che difficilmente si esauriscono in una, due o tre letture, La porta è un libro che sospende il tempo e fa librare l’immaginazione. Lo stile sussurrato di Ji Hyeon Lee si presta perfettamente a una narrazione che fa a meno delle parole e che come tale predispone un terreno accogliente e ricco di soddisfazione anche per giovani lettori normalmente ostacolati dalla presenza vincolante di un testo scritto ma del tutto a loro agio nel leggere immagini e compiere attraverso di esse viaggi fantastici anche di una certa complessità. In quest’ottica, i balloons che spesso accompagnano i personaggi, riempiti di scritte del tutto illeggibili e facenti capo a una lingua immaginaria,  non risultano esclusivi nei confronti di nessun lettore ma arricchiscono piuttosto la narrazione e ne delineano alcuni possibili percorsi, invitando chi legge a immaginare i dialoghi che contengono.

È un libro illuminante, La porta, sopratutto per chi crede nel potere dei libri come ponti. E non solo perché vi si legge della possibilità di costruire legami oltre le differenze, ma anche perché dà spazio alla curiosità come motore imprescindibile di scoperta; perché pone l’accento sulla varietà di modalità comunicative che possono esistere e sulla necessità di trovare tra di esse una convergenza; e perché interpreta con forza la pagina come soglia che divide da mondi altri ma che al contempo può spalancarli, se solo si possiede la chiave giusta da girare nella toppa (o se qualcuno ha la sensibilità di lasciare la serratura aperta): riflessioni che, ben al di là probabilmente delle intenzioni dell’autrice, rivelano una puntualità e una pertinenza particolarmente sorprendenti soprattutto se messe in relazione alla questione del diritto alla lettura e della sua concretizzazione in caso di disabilità. Quest’ultima invita infatti a chiedersi come si possa far partecipare tutti a quella straordinaria festa dell’immaginazione che è la lettura e quali chiavi consentano a lettori con esigenze diverse di superare davvero l’uscio oltre il quale la festa si svolge: perché la lettura è o dovrebbe essere partecipazione piena, immersione travolgente, esperienza di ricchezza.

Pomodori da scartare

Il signor Ennio è grande e grosso, i suoi capelli sono un po’ brizzolati, ma il suo sguardo assomiglia piuttosto a quello di un bambino. È uno sguardo curioso e attento il suo – capace di riconoscere in un istante i pomodori buoni da quelli da scartare – che si accompagna a movenze istintive, talvolta ingenue, così come a parole semplici e circoscritte. Il suo apparire e comportarsi in maniera non ordinaria non sfugge alla piccola narratrice, figlia del proprietario dell’azienda agricola per cui Ennio lavora, che con lui instaura una conversazione profonda che parla di libertà e dignità, possibilità e riscatto. Tra le righe ma non troppo scopriamo infatti che il signor Ennio è stato rinchiuso per anni dentro un ospedale psichiatrico e che l’opportunità di lavorare tra pomodori e ortaggi è per lui l’occasione preziosissima di ritrovare un po’ di respiro in mezzo la nebbia calata in tanti anni di reclusione sui suoi pensieri.

Scritto in punta di piedi da Valentina De Pasca e illustrato con altrettanto sospeso garbo da Brunella Baldi, Pomodori da scartare è un libro forte e delicato al contempo, in cui si percepiscono una grandissima e rispettosa attenzione nei confronti di quel complesso processo che ha portato alla chiusura degli istituti psichiatrici a seguito della legge Basaglia e dell’impatto che quel tipo di esperienza può aver avuto sulle persone come Ennio. Il ricercato equilibrio tra il detto e il non detto, tra la schiettezza e la metafora, che autrice e narratrice coltivano in sincrono predispone il volume a una lettura di grande suggestione e stimolo per lettori di età anche moto diverse tra loro. A concorrere a una lettura il più possibile ampia concorre inoltre la scelta delle Edizioni Gruppo Abele di stampare il volume con caratteristiche di alta leggibilità che ne agevolano la fruizione anche in caso di dislessia. Pomodori da scartare si fa così notare per una generale sensibilità nei confronti delle fragilità, tanto nel contenuto quanto nella forma.

Artù, il bambino dai capelli blu

Artù è una specie di alieno, in tutto e per tutto uguale a un umano nell’aspetto, fatto salvo per una evidente chioma blu. Coinvolto suo malgrado in un errore di consegna da parte della cicogna, Artù si ritrova su di un pianeta che non è il suo: la Terra. Qui si mostra in tutta la sua peculiarità ma questa non gli impedisce di avvicinarsi ai suoi coetanei dai capelli biondi o bruni e condividere con loro sereni momenti di divertimento comune. Al punto che, scoperto l’errore e invitato dal re del suo pianeta a tornare a casa, Artù declina l’invito, se non per approfittare di una vacanza straordinaria insieme ai suoi amici terrestri.

Nato per rispondere al bisogno di una mamma di parlare attraverso le immagini al suo bambino e del suo bambino, Artù, il bambino dai capelli blu è una storia semplice di diversità, rappresentata simbolicamente dall’insolita chioma del protagonista e resa evidente dai suoi comportamenti insoliti di fronte a colori, rumori o luci troppo forti, ma anche di uguaglianza, raccontata come possibilità di gioco e amicizia che si sviluppano al di là delle differenze.

Scritto in simboli, il racconto intende raggiungere anche bambini con difficoltà di decodifica del testo alfabetico. La scelta, inoltre, della stesura in rima agevola l’aggancio al tracconto anche laddove l’attenzione sia più complessa da mantenere. I simboli scelti sono quelli della collezione WLS, riquadrati insieme al testo alfabetico scritto in minuscolo e impiegati per simbolizzare ogni elemento della frase individualmente preso. Così composto, e supportato da illustrazioni che agevolano l’identificazione dei personaggi di volta in volta implicati dal testo e le azioni da essi compiute, il racconto si presta bene a una lettura da parte di bambini non alle primissime armi con la CAA.

L’uovo azzurro

Ohibò, un uovo azzurro a Boscoscuro è un’autentica novità. Di chi può essere? Cosa ne uscirà? Sarà pericoloso? Questi e altri interrogativi impellenti si diffondono tra alberi e tane, dopo che LeprotTina e ZamPaolo incappano per caso nell’insolito uovo e lo portano alla conoscenza della comunità del bosco. A nulla servono i consigli della saggia TalpAnna: a Boscoscuro si crea un gran scompiglio mentre confusione e timore spianano la strada a pregiudizi e ostilità nei confronti del diverso. E così, la generosa disponibilità di Zampacorta, che si offre di covare l’insolito uovo, viene accolta dagli altri abitanti con disprezzo e ostilità, costringendo il tosto coniglietto a mettere in campo affetto incondizionato e determinazione per portare a termine il suo impegno. Ed eppure, alla fine, sarà la sua tenacia gentile ad averla vinta e a dare tutto Boscoscuro una preziosa lezione di accoglienza.

L’intenzione di lanciare un messaggio forte al lettore in favore dell’apertura e del rispetto della diversità – sia essa fisica, legata alla provenienza o di qualunque altro tipo – traspare in maniera piuttosto esplicita all’interno del testo che in certi punti risulta, per questa ragione, un po’ appesantito. Per il resto il racconto si popola di numerosi personaggi del bosco che incarnano qualità positive o negative del tutto ravvicinabili a quelle umane. L’uovo azzurro si presenta infine con caratteristiche di stampa ad alta leggibilità quali il font Easyreading, la spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe (ma non tra paragrafi) e la sbandieratura a destra, intendendo così rivolgersi a un pubblico che non escluda i giovani lettori con dislessia.

Che bambino fortunato!

Parlare di fortuna in relazione alla disabilità può portare qualunque discorso, letterario e non, su di un terreno molto molto sdrucciolevole. Il rischio di scivolare dentro una vuota idealizzazione o di inciampare sul politically correct è infatti elevato. Quel rischio, l’albo illustrato Che bambino fortunato! se lo accolla con coraggio, camminando pagina dopo pagina lungo un crinale impervio su cui però mantiene sempre un certo equilibrio.

Come ci riesce? Probabilmente mettendo in scena dei personaggi credibili e una quotidianità concreta che permette a un cambio di prospettiva di fare capolino tenendo però i piedi ben piantati a terra. Protagonista e voce narrante del libro di Lawrence Schimel e Juan Camillo Mayorga è un bambino vivace che ama i soldatini, le storie e gli animali.  Queste passioni le condivide in parte con il suo amico Carlo, con cui conduce per interi pomeriggi battaglie da salotto ed esplorazioni preistoriche, e in parte con il fratello Davide, non vedente, con cui si immerge in appassionanti letture serali e da cui si lascia conquistare a suon di invenzioni fantastiche. Ma i rapporti si nutrono di differenze oltre che di somiglianze e così, nel suo racconto, il bambino sottolinea non solo ciò che lo avvicina anche ciò che lo distingue da Carlo – che per esempio ha un’iguana, può lasciare i soldatini in giro per casa, è figlio unico e deve rifarsi il letto ogni mattina – e da Davide – che non prende parte alle battaglie ma che ha potuto avere una cane tutto suo senza nemmeno chiederlo, dispone di una memoria eccezionale e può leggere anche quando la luce viene spenta. Nella vita di Davide, così come in quella di Carlo e in quella del protagonista, insomma, la fortuna non manca: semplicemente assume forme differenti che in fondo consentono a quel titolo spiazzante – Che bambino fortunato! – di potersi attagliare ugualmente a ciascuno di loro.

Nel caso di Davide, in particolare, la fortuna non ha a che fare in senso lato con la sua disabilità: non è la cecità in sé, cioè, ad essere una fortuna ma il fatto che, in parte a causa o in virtù di essa, il bambino abbia sviluppato qualità (come la memoria) e disponga di possibilità (come il possesso di un animale domestico) che il protagonista invidia. Il senso di questa fortuna non sta dunque in astruse e pseudoliriche interpretazioni della disabilità (non infrequenti anche nei libri per l’infanzia) che vogliono mostrarla a tutti i costi come un dono o addirittura come un superpotere, ma nell’apprezzamento di quanto di buono e di bello essa rechi con sé. La forza di Che bambino fortunato! sta proprio in questo: nel cogliere un bicchiere mezzo pieno a misura di bambino, un bicchiere fatto di cose concretissime come una lettura prolungata e proibita sotto le coperte o una memoria portentosa, funzionale al bisogno di muoversi in sicurezza e autonomia per casa o per strada.

Peraltro, pur acquisendo uno spazio centrale all’interno della storia, la disabilità di Davide non viene mai esplicitata a parole ma viene pian piano svelata e resa evidente dal contesto e dalle illustrazioni, queste ultime particolarmente gustose e fresche, nel loro tratto dinamico che ricorda un po’ Serge Bloch. Quegli occhi che Mayorga disegna sempre chiusi e che inizialmente potrebbero parere segno di immersione nella musica o assaporamento di una bevanda fresca, divengono cioè segno di una differenza fisica solo dopo un po’, quando gli indizi disseminati qua e là iniziano ad accumularsi e la personalità di Davide ha avuto modo di farsi apprezzare dal lettore senza pregiudizi. Davvero efficace, in questo senso, è la sinergia narrativa che si instaura tra testo e immagini che dialogano senza risultare mai le une una mera ripetizione dell’altro (e viceversa) e senza lasciare che l’intento didascalico prenda il sopravvento sul desiderio di raccontare una bella storia di amicizia e fratellanza.

Ad arricchire il volume, già di per sé interessante, la presenza tra le pagine di un brevissimo testo in Braille che offre al lettore l’occasione di scoprire e sperimentare questa scrittura.

La tredicesima fata

Che alla Bella Addormentata sia toccato un sortilegio soporifero bello lungo, causato da una strega cattiva, è storia nota. Meno noto, invece, è il dietro le quinte di quel gesto dalle conseguenze eclatanti. Chi è davvero la strega che lo ha compiuto? E perché lo avrebbe fatto? Ecco, La tredicesima fata di Kaye Umansky nasce da questi interrogativi bislacchi a cui risponde con un racconto a dir poco irriverente.

Protagonista è Grimbleshanks, una fata fuori dal comune che agli abiti pizzi e merletti, alle festicciole fru fru e alle tazze di tè tra i pettegolezzi, preferisce un look total black, la compagnia di un corvo e una quotidianità più spartana. Per questo le altre dodici fate del regno tendono a isolarla e a parlarle alle spalle, senza perdere occasione di punzecchiarla e farla ingelosire. Proprio come quella volta in cui le fanno sapere di non essere stata invitata al battesimo della principessina, a causa dei suoi modi rudi e poco eleganti. La rabbia di Grimbleshanks è tanta che la fata si reca a palazzo intenzionata mettere in atto una vendetta spettacolare ma innocua. Qualcosa però va storto, un qui pro quo prende la scena e trasforma la piccola rivincita in un grande, grandissimo malinteso della durata di 100 anni!

Ironico, sfacciato e per nulla politically correct, La tredicesima fata va perfettamente incontro alle ritrosie di bambini poco avvezzi alla lettura. Il racconto si legge infatti con gusto e si esaurisce in un tempo ragionevole. Inoltre, la stampa ad alta leggibilità – con font biancoenero, spaziatura maggiore, sbandieratura a destra, illustrazioni frequenti e carta color crema – contribuisce a rendere le condizioni di lettura più amichevoli e meno ostiche per tutti, soprattutto per chi si confronta con le difficoltò imposta della dislessia.

Lo squalo senza denti

Chi può avere paura di uno squalo senza denti? Nessuno! Per questo gli squali bulli dell’oceano, convinti che i denti servano solo a spaventare i bambini, deridono chi non ne è provvisto come il protagonista della storia. Non si rendono tuttavia conto che ciò che appare una mancanza, un errore o un limite può rivelarsi un punto di forza. Lo squalo senza denti è infatti il paladino dei bambini che apprezzano sopra ogni cosa il suo essere innocuo e gentile. Al punto che non solo lo cercano in acqua per giocare insieme ma lo riempiono anche di doni carichi di affetto. Uno in particolare si rivela fondamentale per porre fine alle prese in giro degli squali cattivi, mettendo bene in evidenza come non porti sempre fortuna mostrare… i denti!

La storia narrata e illustrata da Albertina Neri è contraddistinta da personaggi e situazioni semplificati al massimo, il cui carattere stereotipato rende chiara la critica di fondo a qualunque atto di bullismo e l’intento di valorizzare la diversità in tutte le sue forme. Le illustrazioni solleticano una certa immediata simpatia per il protagonista, mentre il testo delinea un racconto lineare e facile da seguire. Disponibile anche in versione inbook, Lo squalo senza denti presenta simboli WLS riquadrati e dedicati ad ogni elemento della frase (compresi, per esempio, articoli, preposizioni ecc…) per una lettura accessibile anche a bambini con difficoltà comunicative non alle primissime armi con la CAA.

Un compleanno fantastrofico

Teresa vuole, fortissimamente vuole, una festa di compleanno per i suoi imminenti 9 anni. A casa sua le feste non sono però ben viste: troppo impegnative, troppo caotiche, troppo fuori moda, per la sua inconsueta famiglia. Ma Teresa quest’anno è disposta a tutto pur di avere una festa come Dio comanda e per ottenerla si chiude a chiave nella legnaia. Ottenuto con scarso entusiasmo il sì dei famigliari, per Teresa iniziano i preparativi: ha una settimana davanti per rendere tutto perfetto. Le aspettative della bambina sono infatti altissime poiché da quella festa dipende la possibilità per lei di farsi conoscere meglio e apprezzare dai suoi compagni. Considerata un po’ strana per il suo modo di vestire e per i suoi interessi, Teresa ha infatti un solo vero amico mentre viene tenuta in disparte da tutti gli altri bambini. Inaspettatamente, saranno proprio imprevisti e stramberie di famiglia, nel giorno speciale della sua festa, a rimettere le carte in gioco e dare nuove chances ad amicizie apparentemente impossibili.

Scritto con piglio vivace, con grande empatia e con il coraggio di non zuccherare in eccesso la storia narrata, Un compleanno fantastrofico è un libro piacevole e capace di mescolare sentimenti realissimi con un pizzico di eccentricità. Pubblicato all’interno della serie azzurra de Il Battello a vapore, il racconto di  Annalisa Strada presenta caratteristiche di alta leggibilità che lo rendono più facilmente fruibile anche in caso di dislessia.

 

Due pirati come noi

Se c’è una cosa che rende piuttosto discutibili molti libri per bambini che affrontano il tema della disabilità è la generale bontà di sentimenti che tendono ad attribuire ai loro personaggi: una predisposizione ad accogliere il diverso senza porre domande, senza fare resistenza o senza sentirsi a disagio, che difficilmente rispecchia il vero. Perché la disabilità pone interrogativi scomodi e mette di fronte a sentimenti contrastanti che i giovani lettori hanno il diritto di ritrovare tra le pagine delle storie che offriamo loro. Anche e soprattutto per questo motivo Due pirati come noi è un racconto che non passa inosservato: perché quelle domande e quei sentimenti contrastanti che il lettore avverte, il racconto di Guido Quarzo non li cancella ma li accoglie pienamente, dando loro dignità e rappresentazione.

Protagonista del racconto è un bambino di nome Leo che in un noioso pomeriggio trascorso in solitaria si rende conto di non avere un amico che si possa davvero dire tale e di ricorrere per questo molto spesso all’immaginaria compagnia del Pirata Barban. Meglio questo – pensa Leo – piuttosto che passare il tempo con Massimiliano, il figlio di una cara amica della mamma. Massimiliano, infatti, ha la Sindrome di Down e per questo non parla bene, non sa fare i giochi ed è a dir poco appiccicoso. Così, quando si ritrova nella camera di Massimiliano, poco meno che costretto, Leo vorrebbe essere da tutt’altra parte e non nasconde al lettore i suoi pensieri ben poco lusinghieri nei confronti del compagno. Eppure, in quella camera qualcosa accade: senza la pretesa di annullare le differenze (ma quella di arrembare i pregiudizi, sì), il Pirata Barban compie forse la sua più straordinaria impresa, trasformando due bambini pressoché sconosciuti in una ciurma d’assalto che ha più di un’avventura da condividere. Guido Quarzo e Cinzia Ghigliano firmano così un racconto illustrato che è un inno alle seconde impressioni (quelle che si nascondono sotto le prime, spesso fallaci) e all’immaginazione come terreno fertilissimo di incontro e relazione.

Giorgia e Giorgio. Giro girotondo

C’è una scuola con un bel cortile, dove spicca un ulivo secolare che è teatro di bellissimi girotondi. È la scuola di Giorgia, la scimmietta creata da Cristina Obber e Silvia Vinciguerra (già protagonista insieme al fratello Giorgio dell’albo W i nonni). Nella scuola di Giorgia ci sono tanti alunni – dalle tigri ai camaleonti, dai topini alle tartarughe – e ciascuno è fatto a modo suo. Giorgia ce li presenta uno ad uno, mettendone in risalto le peculiarità. Quel che ne vien fuori è una carrellata sorridente di tipi animali che rimandano ad altrettanti tipi umani, ben riconoscibili. I tratti distintivi di ogni creatura – come avere manti sgargianti, essere piccoli di statura, l’andar lenti o veloci, per esempio – diventano chiavi per evocare ventagli di diversità che quotidianamente popolano le classi e le comunità. Qui trovano dunque posto, ritratte in maniera sottilissima, anche forme di disabilità, motoria, visiva e intellettiva per esempio, o disturbi specifici dell’apprendimento, e lo fanno in un diffuso clima di positiva accoglienza, come dimostrano le espressioni eloquenti dei personaggi.

Efficaci in questo senso, sono sia i testi essenziali sia le illustrazioni rassicuranti del libro, che ben si prestano a parlare in maniera diretta anche a bambini molto piccoli (già dai 3 anni, per esempio) e a fungere da spunto per un lavoro di classe sulle differenze e somiglianza che ci uniscono. Nella sua semplicità, di tratto e di contenuto, risulta particolarmente significativa la penultima tavola del libro, in cui i protagonisti si raccolgono in un girotondo lento che rispetta i tempi di tutti.  Qui l’illustratrice ha disseminato tanti dettagli che silenziosamente offrono spunti concreti di cosa significhino l’empatia e il valore delle diversità. Così, un fiore donato, uno scambio di dolciumi, una coda lunga che diventa corda per saltare, il tenersi chi per le zampe, chi per le ali, chi per la coda o una somiglianza inattesa tra una coda e una lingua arrotolate diventano segni tangibili di un modo di stare con gli altri che è davvero alla portata di tutti e che vale la pena coltivare.

Ada al contrario

Mangiare, bere, camminare, leggere e disegnare: non c’è azione quotidiana che Ada compia in maniera convenzionale. Fin da quando è nata e i suoi primi vagiti sono stati “èèèu, èèèu” in luogo di “uèèè, uèèè”, la bambina protagonista di quest’albo si è distinta per un modo di comportarsi del tutto inusuale. Non che la cosa la turbi, anzi: in quel suo fare le cose a modo suo Ada ritrova una forma di vitale libertà che è fonte preziosa di benessere. E ciononostante gli adulti che le sono cari – mamma e papà in primis – faticano a cogliere quel benessere, annebbiati dall’idea che tanta stramberia non vada proprio bene. Saranno necessari il consiglio di uno psicologo esperto e la scaltrezza di un’insegnante empatica per tranquillizzare i due genitori, così intimoriti da tanta esuberante diversità, e per permettere ad Ada di vivere con leggerezza la sua travolgente unicità.

Indomita, irresistibile e colma di energia, Ada è una paladina del diritto a essere sé stessi ma anche un simbolo di quell’infanzia che non di rado deve mostrare più cura e buonsenso degli adulti stessi. Ecco allora che il suo mondo ci appare al contrario non tanto o non solo perché fuori dagli schemi ma anche e soprattutto per questo rovesciamento di ruoli in cui la capacità di accogliere e assecondare modi diversi di stare al mondo viene coltivata e insegnata dai piccoli più che dai grandi.

Capace di evocare alcuni tratti caratteristici della Sindrome di Asperger, Ada al contrario è un libro che dice molto della disabilità senza nemmeno nominarla e che riesce in questa acrobazia tutt’altro che banale grazie a un uso sapiente dell’ironia – tanto nel testo quanto nelle illustrazioni – e grazie a un focus mirato sulle emozioni dei protagonisti invece che su presunte verità rispetto a ciò che la disabilità è o richiede. Così a emergere con forza dalle pagine di Ada al contrario sono soprattutto il senso di libertà che invade la protagonista quando sente di poter seguire la sua naturale indole, la difficoltà che la lega quando si sforza di aderire ad un modello che non le appartiene, o la sua soddisfazione nell’apprendere modalità di relazione nuove con i suoi cari. Al centro dell’obiettivo c’è dunque la questione della felicità – fragilissima e misteriosa, che tutti ma proprio tutti ci accomuna – e di come ciascuno abbia il diritto di coltivarla: a passo d’uomo, di lucertola o di granchio, sta a lui deciderlo.

Hank Zipzer. Il mio cane è un coniglio

Vampiri, streghe, scheletri e mummie: tutti costumi triti e ritriti per una festa di Halloween. Niente a che vedere con un costume da tavola imbandita alla maniera di un ristorante italiano: proprio quello che Hank intende indossare per la sfilata del 31 ottobre a scuola. E a nulla valgono i tentativi di dissuaderlo degli amici Frankie e Ashley: determinato, Hank porta in classe un costume decisamente originale ma soprattutto ingombrante che finisce per causargli inciampi e incastri. Per non parlare delle prese in giro, soprattutto da parte di Nick McKelty che non perde occasione per dar pessimo fiato alla bocca. E così, infuriato come di rado è stato prima, Hank si lascia ispirare dal saggio Papà Pete e costruisce una casa degli orrori da far venire la pelle d’oca a chiunque. L’obiettivo è dare una bella lezione a quel bullo di Nick. Oltre a questa soddisfazione, però, ciò che Hank guadagna dal suo spaventoso progetto è la consapevolezza che essere sé stessi può risultare davvero molto divertente e che si può essere un bambino fantastico indipendentemente da come si legge.

Con Hank Zipzer. Il mio cane è un coniglio, l’ingegnoso personaggio creato da Lin Oliver ed Henry Winkler raggiunge la sua avventura numero nove: un traguardo non da poco, soprattutto se si considera che la coppia di autori americani ha saputo mantenere lungo il tragitto una verve stilistica, una vena inventiva e una capacità di raccontare le difficoltà e le risorse dei bambini, soprattutto (ma non solo) legate alla dislessia, con apprezzabilissima levità. Anche qui, per esempio, non si nasconde l’ostico rapporto di Hank con la parola scritta, con le cose da ricordare o con l’immobilità nei momenti di stress, ma il suo amalgamarsi a una trama spassosa e coinvolgente ne restituisce l’importanza senza caricarlo di inutile (e dannosa) pesantezza.

Candido e gli altri

Delizioso, verissimo, umano. Quanto ti aspettavamo, Candido! Creato da Fran Pintadera e Christian Inaraja, Candido è il protagonista di un albo che in 46 coloratissime pagine riesce a mettere a fuoco le difficoltà implicate dal sentirsi diversi e al contempo a mostrare come proprio quelle difficoltà siano in fondo ciò che ci rende tutti simili. Il suo segreto è una leggerezza più unica che rara: qualità che permette alla storia, nella sua grande semplicità, di librarsi svincolata da briglie didascaliche, moltiplicando significati, riverberi e letture possibili. E così possiamo senz’altro inserire Candido e gli altri tra i libri più riusciti in circolazione sulla disabilità senza che tuttavia questa sia mai citata e senza che una lettura di tutt’altro genere e significato possa dirsi fuori strada.

Perché Candido, semplicemente, non è come gli altri, a volte si sente strano, fatica spesso a capire e a farsi capire dal mondo, e per tutte queste ragioni prova sentimenti controversi, tesi tra il desiderio di non essere osservato come una bestia rara e quello di non risultare del tutto invisibile. Con frasi direttissime e illustrazioni dai tratti mai fuori posto, l’albo dipinge questo suo ritratto in cui difficilmente un qualunque lettore non si riconoscerà almeno in parte, preparando al millimetro il terreno per un calzante finale a sorpresa. Un finale in cui entra in campo Fidel che, vestito di tutto punto in una spiaggia affollata amata da tutti, è evidente che non è come gli altri.  Con lui il libro si chiude ma il pensiero si spalanca, perché l’idea di una normalità tutta relativa che sta al centro dell’albo affiora con forza travolgente e invita senza possibilità di resistenza a una riflessione del lettore su quegli strambi personaggi, su di sé, e su coloro che lo circondano. Anche per questo il libro si presta perfettamente a una lettura condivisa, in classe per esempio, e ad avviare un lavoro profondissimo su cosa ci renda simili e dissimili dagli altri.

Vincitore dell’XI edizione del Premio Internazionale Compostela per gli albi illustrati, Candido e gli altri è un albo in cui i dettagli fanno la differenza. Dall’insolito formato (alto e stretto) alla costruzione di personaggi che stimolano la ricerca di tratti comuni e divergenti, dalle sottili citazioni di grandi artisti contemporanei all’uso pregnante dei colori, il libro edito da Kalandraka è un piccolo gioiello da non sottovalutare, capace di risuonare negli occhi e nelle orecchie di lettori di età anche molto diverse e di dare un volto indimenticabile all’idea mai sopita che “visto da vicino nessuno è normale”.

Sei unico

La Filastrocca di ciò che non sei è una di quelle che Bruno Tognolini chiama rime d’occasione, composte su richiesta di qualcuno: in questo caso la richiesta è arrivata da una mamma preoccupata per l’accoglienza che il nuovo ambiente e i nuovi compagni avrebbero potuto riservare a suo figlio, ragazzino con Sindrome di Down in procinto di iniziare la scuola media. È une filastrocca accorata che arriva diretta come una freccia ai grandi (a cui in effetti l’autore si rivolge in primis) ma che, forte della sua schietta semplicità, sa raccontare anche alle orecchie più piccole il valore della diversità e i legami strettissimi che essa può generare.

Poesia simbolo di un evento organizzato dalla splendida libreria per bambini Mio nonno è Michelangelo a Pomigliano d’Arco, con ospite lo stesso Tognolini, la Filastrocca di ciò che non sei ha dato vita all’albo edito da Salani Sei unico. Qui, interpretate dalle illustrazioni visionarie di Christophe Mourey, le parole di Tognolini si amplificano e sembrano poter risuonare ancora più vicine al sentire bambino. L’artista francese sceglie infatti un protagonista che ha i tratti di un pulcino nero dal cuore grande (tu non sei abile però sei buono) e dalle zampe che paiono corone (tu non sei abile, però sei nobile): un collage di sottili tratti scuri e di colorate forme geometriche che esprime con efficacia il concetto di unicità. Affiancato poi a una fitta schiera di esseri dall’aspetto bislacco, il pulcino di Mourey invita l’occhio del lettore a riconoscere tra di essi le spiccate differenze ma anche a cogliere qualche più sottile somiglianza, in un inno all’unicità fatta di cose che ci distinguono ma anche di cose che ci rendono inequivocabilmente e ugualmente umani.

La voce del branco

La scrittura di Gaia Guasti ha, su tutte, due caratteristiche che la rendono notevole: è incisiva come poche e sa scavare nell’animo degli adolescenti con una minuzia chirurgica. Forte di questi due tratti, il suo ultimo romanzo La voce del branco trascina letteralmente il lettore tra le pieghe più profonde dell’animo di Mila, Ludo e Tristan, tre ragazzi che dall’oggi al domani si trovano a fare i conti con una misteriosa metamorfosi e con l’ineludibile richiamo di una natura selvaggia tutt’altro che umana.

Amici fin dalla primissima infanzia ma progressivamente allontanatisi con la scelta di scuole superiori diverse, i tre si ritrovano ogni anno lo stesso giorno – il 15 novembre – nello stesso posto – la sorgente ai piedi del Picco delle anime – per festeggiare i loro compleanni. È una sorta di rito segreto il loro, un momento a cui nonostante le differenze sempre più marcate tra le loro vite non riescono a rinunciare. È sempre stato così ma qualcosa di inatteso, un 15 novembre diverso dagli altri, accade: i tre ragazzi, appena riunitisi, vengono  infatti attaccati da un branco di lupi. Non è un attacco mortale e non è un attacco casuale, quello che li coinvolge: dal momento in cui vengono morsi, Mila, Tristan e Ludo avvertono un cambiamento progressivo, apparentemente inspiegabile e senza dubbio spaventoso, che mescola la loro identità umana a quella di lupi. In maniera sempre più insistentemente, la loro nuova natura ferina si fa spazio e li chiama a gran voce, imponendo loro di abbracciare una vita via via più selvaggia e di imparare a misurarsi con istinti e bisogni mai sentiti prima. Perché questo, in fin dei conti, esige il destino da licantropi che il morso dei lupi ha disegnato per loro: mettere “a tacere la mia coscienza umana per scoprire un altro corpo, un altro passo, un altro sguardo sul mondo?”, come spiega bene Mila verso la metà del racconto.

E il lettore che fa? Travolto da una narrazione incalzante, segue i tre ragazzi nelle loro successive trasformazioni, nella paura di essere scoperti da familiari e amici, nella caccia spietata che una sinistra lupa rossa dà loro e nel tentativo di fare luce sulle inquietanti morti che hanno accompagnato la metamorfosi. Lo fa col fiato corto e il cuore in gola perché il ritmo che l’autrice riesce a imprimere alla narrazione aderisce come una seconda pelle ai sussulti emotivi e ai minimi cambiamenti che i ragazzi percepiscono nel loro essere, rendendoli tangibili all’immaginazione di chi scorre le pagine. È così che la metamorfosi si svela poco a poco, tra aspetti oscuri e verità che man mano prendono forma, proprio come accade ai protagonisti del romanzo. Nel cuore delle avventure e delle prove che Mila, Tristan e Ludo si trovano ad affrontare, si va delineando in maniera sempre più netta e distinta la forza protettiva, rassicurante e persino curativa dell’amicizia, chiarissima forse solo a chi – come i bambini e gli animali – sperimenta senza alcuna remora una vicinanza – fisica ed e motiva – quasi istintiva, con l’altro. In un crescendo di tensione ed emozione, il romanzo si chiude con una fuga nel bosco dei tre protagonisti che alimenta come un mantice la curiosità del lettore verso il seguito della saga (in uscita a novembre): un ingrediente da non sottovalutare, questo, che insieme alla scelta di Camelozampa di impiegare caratteristiche di stampa ad alta leggibilità, può fare la differenza nell’ardua sfida di solleticare anche lettori meno propensi a frequentare i libri o con maggiori difficoltà ad affrontare la lettura.

 

Hank Zipzer. Odio i corsi estivi

In Tiratemi fuori dalla quarta abbiamo lasciato Hank alle prese con un tormentato superamento della penultima classe e ora eccoci qui: è arrivata l’estate e con essa i temibili corsi estivi che Hank si trova a dover frequentare mentre i suoi migliori amici si godono lo spassoso programma dei Giovani Esploratori. Si aggiunga poi che i compagni di corso del povero Hank sono i peggiori in circolazione (compresa la fidanzata dello stolido Nick McKelty) e si capirà il perché dell’umore nero di Hank. Unica consolazione: a tenere i corsi estivi è il signor Rock, insegnante di musica e docente preferito di Hank. È lui a chiedere come compito la presentazione di un personaggio famoso ammirevole e ad Hank, in particolare, consiglia di scegliere Albert Einstein. Così il ragazzo inizia una forsennata ricerca di informazioni sullo scienziato: l’obiettivo è confezionare la più straordinaria introduzione mai vista alla SP 87 perché la posta in gioco è alta. In ballo, per Hank, c’è infatti la possibilità di partecipare al talent show finale dei Giovani Esploratori con la performance da urlo dei Magik 3.

Anche questa volta il protagonista brilla per la sua capacità di affrontare i problemi con creatività, per le sue associazioni mentali sorprendenti, per il suo saper fare di una motivazione forte un importante alleato. Ma rispetto agli episodi precedenti, il protagonista mostra qui un’ulteriore inattesa qualità: il saper accogliere con dolcezza persone indifese, come il piccolo Mason, riconoscendo nelle difficoltà altrui le proprie e vestendo i panni di un affettuoso e talentuoso insegnante.

Un riccio per amico

C’è una tenerezza diffusa e contagiosa, tra le pagine dell’albo Un riccio per amico: una tenerezza che si esprime attraverso uno storia che celebra il valore della gentilezza, attraverso le parole di un protagonista tenace e generoso, e attraverso le illustrazioni delicate che quella storia e quelle parole completano con grazia. Alice Campanini – autrice e illustratrice del libro – confeziona cioè un racconto che profuma di bosco e di amicizia e che fa dello sguardo premuroso e positivo su chi e su ciò che ci circonda, un approccio alla vita capace di ripagare sempre chi lo adotta.

Quello sguardo premuroso e positivo il lettore lo riconosce fin da subito nel riccio Filippo che un giorno, durante una passeggiata autunnale,  incontra per caso un suo simile nel bosco. È un suo simile un po’ particolare a dire il  vero, stranamente silenzioso e immobile, e questo fa pensare a Filippo che lo sconosciuto possa essere triste e desideroso di un amico. Convintosi di ciò, Filippo si prodiga in ogni modo per procurare al riccio appena incontrato ciò che potrebbe rallegrarlo – un po’ di compagnia, un delizioso fungo da rosicchiare, un riparo per la pioggia, una buona colazione. Tutto sembra inutile ma gli sforzi di Filippo troveranno infine la meritata soddisfazione quando quel riccio così taciturno e impassibile rivelerà la sua vera natura – non del tutto simile, in effetti, a quella del protagonista – rivelando a quest’ultimo che proprio nella diversità possono celarsi doni meravigliosi.

Un riccio per amico nasce in casa Storie Cucite in una doppia versione: tradizionale e in simboli. Quest’ultima  segue in particolare il modello inbook con ricorso a simboli WLS in bianco e nero e riquadrati, testo minuscolo e simbolizzazione di tutti gli elementi della frase singolarmente presi. Il testo contraddistinto da frasi variegate – brevi e semplici ma anche articolate e composte da più di una coordinata e/o subordinata -, elementi pronominali, soggetti talvolta non esplicitati e strutture sintattiche non sempre strettamente lineari appare piacevole e ricco e risulta particolarmente apprezzabile da parte di parte di bambini con difficoltà non troppo marcate o una pratica di lettura già rodata.

Farfariel

Farfariel è il titolo di un romanzo insolito e coraggioso pubblicato da Uovonero nel 2018 per un pubblico di lettori forti. È insolito e coraggioso perché racconta di un luogo e di un tempo distanti dal presente (eppure da questo per nulla scissi) quale la campagna abruzzese del periodo fascista, e lo fa scegliendo una lingua fedelissima al quadro scelto, in cui dialetto e italiano si fondono e si contaminano profondamente.

La storia narrata è quella di Micù, bambino tenace e intelligente a cui la poliomielite ha lasciato in eredità una costituzione gracile, una salute instabile, una statura ridotta e una gamba zoppa: caratteristiche che segnano profondamente la sua quotidianità, tra dolori fisici, prese in giro malevole e stupidi pregiudizi dettati dalla credenza popolare. Ma Micù è forte di spirito e questi ostacoli impara a saltarli col suo personalissimo passo, soprattutto quando l’arrivo di un diavolo impertinente di nome Farfariel lo costringe a mettersi sulle tracce di un libro misterioso che condizionerà radicalmente la sua vita e il suo modo di affrontarla.

È una vita tutt’altro che in discesa, quello di Micù, costretto a fare i conti con un periodo storico molto duro e un contesto socio-culturale molto arretrato e povero. Qui la distanza tra signorotti e braccianti è netta e apparentemente incolmabile, ben rappresentata da personaggi ben definiti e capaci di portare con sé una precisa visione dell’esistenza. Intorno a Micù si muove infatti una moltitudine di personaggi che incarnano valori molto diversi tra loro: due su tutti il papà di Micù, lavoratore infaticabile e a tratti violento che a testa china si rassegna al suo destino sottomesso e che in esso proietta anche il destino del figlio, e il nonno Tatà che, forte di un passato avventuroso in America (o per meglio dire, lamerica, di cui reca traccia la sua lingua misteriosa e affascinante), porta avanti e trasmette a Micù l’idea di un necessario e giusto  riscatto sociale.

Densissimo e ricco di memoria, Farfariel non è un libro immediato o leggero. La sua lettura – vuoi per la lingua impastata di dialetto, vuoi per le vicenda che affondano in un contesto sopito – mette il lettore di fronte a una sfida consistente e impegnativa ma che, se accolta e affrontata con determinazione, può offrire un bagaglio prezioso di spunti e nondimeno un certa ironia.

Un giorno di sole e di luna

Dalia è una farfalla che, a differenza di tante sue simili, non si limita a cantare, svolazzare e succhiare il nettare dai fiori ma si pone anche delle domande sulle cose e sulle creature che la circondano, senza accontentarsi di ciò che su di esse si dice in giro. Questo la rende forse scocciante agli occhi di chi, come un moscone qualunque, preferisce vivere nell’inerzia e nell’indifferenza, ma le consente di scoprire cose che le sue compagne non vedranno forse mai e di fare incontri che le cambieranno forse l’esistenza. Come quello con la balena Ba, apparentemente così diversa ed eppure così vicina a lei, nel momento in cui entrambe abbandonano remore e pregiudizi per provare a mettersi davvero l’una nei panni dell’altra. Complice un’eclissi solare, la farfalla e la balena vivono un istante di totale contaminazione – nel senso più proprio e positivo che questa parola reca con sé – che le renderà capaci di guardare oltre le proprio pinne o ali. Perché l’empatia e l’avvicinamento curioso all’altro è proprio questo che fanno: consentirci una trasformazione che cambia profondamente il nostro sguardo e da cui difficilmente vorremmo tornare indietro.

Stampato con caratteristiche di alta leggibilità (font Easyreading, spaziatura maggiore, testo non giustificato né sillabato), il racconto illustrato Un giorno di sole e di luna offre un’occasione di lettura accessibile anche a bambini con dislessia ma non per questo banale o piatta. Tutt’altro! le illustrazioni delicatissime firmate da Antonio Boffa e il testo dall’animo metaforico di Pino Pace dialogano in maniera straordinaria sul filo della poesia, stimolando interpretazioni molteplici, sedimentazioni profonde e domande importanti che tanto hanno da dire anche a lettori ormai cresciuti.

Le piccole vittorie

Le piccole vittorie è un racconto autobiografico a fumetti in cui l’autore, il canadese Yvon Roy, offre al lettore la sua personalissima esperienza di papà di un bambino con autismo. La graphic novel ripercorre infatti la storia della sua famiglia alla luce di quella diagnosi che ne ha fortemente segnato lo sviluppo. Dalla nascita di Olivier all’accettazione del suo peculiare modo di stare la mondo, dalla rottura della coppia genitoriale agli sforzi per mantenere comunque sereni i rapporti famigliari, dall’iniziale incomprensibilità di una diversità inattesa alla messa a punto di strategie creative per costruire un rapporto padre-figlio unico e solido. Yvon non fa mistero, infatti, dello spiazzamento che la diagnosi di autismo di Olivier ha portato nella sua vita e delle amorevole soluzioni che di giorno in giorno sperimenta per farlo crescere, per dimostrargli il massimo supporto e per consentirgli di affrontare con successo limiti e sfide che talvolta parrebbero (o verrebbero presentate come) insuperabili. Così Yvon si ingegna, per esempio, per accompagnare Olivier a fronteggiare piccole grandi paure, per accogliere cambiamenti dentro e fuori casa e per sperimentare nuove abilità, in un cammino che non manca di cadute ma nemmeno di possibilità di rialzarsi. Il risultato è un racconto vivo, forte ed emozionante, che mette in luce l’importanza di un ruolo spesso trascurato quale quello paterno  nella costruzione di un percorso di vita pieno da parte di bambini e ragazzi con disturbo dello spettro autistico.

Schiettissimo e disposto a soffermarsi anche su sfaccettature intime o dolorose di una vita famigliare segnata da una diagnosi complessa, Le piccole vittorie si rivolge soprattutto ai lettori adulti e condivide alcune profonde riflessioni con un altro bellissimo e recente fumetto sulla genitorialità, con un punto di vista squisitamente paterno, quale quello di Fabien Toulmé uscito per Bao Publishing con il titolo Non è te che aspettavo. Anche Yvon Roy, come il collego francese, rivendica la scelta di raccontare una storia personalissima che non pretende di offrire ricette, verità o rappresentazioni universali, ma prova piuttosto a condividere un percorso di vita particolare nel quale ci si possa riconoscere o si possa trovare un sostegno e un incoraggiamento.

Il mago di Oz

Il lavoro che negli ultimi anni Erickson ha portato avanti sul fronte dell’adattamento dei classici della letteratura per l’infanzia a uso di lettori con difficoltà comunicative è importante e prezioso. Lo è soprattutto perché condotto con grande rispetto a attenzione nei confronti dei testi originali e con il coinvolgimento di molteplici figure le cui diverse professionalità sono garanzia di un prodotto finale che unisce con efficacia accessibilità e qualità estetica. Lo avevano mostrato già i primi due titoli della collana I classici con la CAAPinocchio e Il piccolo principe – e tornano ora a confermarlo i titoli più recenti come Il mago si Oz.

Felicemente illustrato da Giulia Orecchia, il libro restituisce al lettore tutta la vivacità dell’immaginario di Lyman Frank Baum con tavole in cui i colori si fanno protagonisti e i personaggi  toccano nel vivo la fantasia del lettore. Le incisive illustrazioni dell’artista milanese sono frequentissime (una ogni doppia pagina), il che concorre a rendere il libro una vera delizia per gli occhi e a fare dell’immagini un elemento chiave per l’aggancio, la comprensione e la rappresentazione della storia nella mente del lettore.

Per quanto semplificato e adattato, infatti, il racconto non è affatto banale sia per la ricchezza di eventi e personaggi coinvolti, sia per la lunghezza e il corpo del testo. Dal punto di vista narrativo vengono mantenuti infatti tutti gli episodi principali del romanzo – dall’incontro con il Boscaiolo di stagno, lo Spaventapasseri e il Leone all’arrivo nel regno di Oz, dall’incontro con la strega dell’Ovest all’avventura con le Scimmie Volanti, dalle ricompense del grande Oz al ritorno a casa – mentre da quello sintattico non mancano frasi di una certa lunghezza o composte da subordinate ed elementi lessicali poco comuni. Il libro si pone dunque come proposta di lettura adatta a un pubblico con difficoltà non troppo marcate e/o con una certa dimestichezza già accumulata con la lettura in simboli.

Scelti all’interno della collezione di WLS (Widgit Literacy Symbols), questi coinvolgono tutte le parti del testo (non solo quelle lessicali, quindi) e comprendono sia l’elemento alfabetico sia l’elemento grafico all’interno del riquadro. La loro distribuzione sulla pagina, come da modello inbook, segue la punteggiatura della frase così da rendere più agevole la lettura. Allo stesso scopo va sottolineata l’iniziativa dell’editore di corredare il volume cartaceo di una registrazione audio del testo, scaricabile gratuitamente grazie a un codice inserito in prima pagina: un accorgimento tutt’altro che irrilevante nell’ottica di rendere la fruizione del racconto il più possibile ampia e adatta a esigenze differenti.

Prima o poi

Un filo può raccontare tante cose: un percorso, degli incontri, delle emozioni, una crescita. La vita, insomma. Questo è, in particolare, quello che ha saputo vedere in un (apparentemente!) banalissimo  filo di cotone Isabella Christina Felline, autrice dell’interessante libro tattile Prima o poi. Protagonista del volume è infatti proprio un filo bianco che da groviglio iniziale, attraverso un cammino non privo di ostacoli e preoccupazioni, trova finalmente la sua strada e capisce come diventare qualcosa di speciale (cosa non lo riveleremo per amor di sorpresa!). Nelle sue incertezze e défaillance ma anche nel suo tirare fuori la grinta e conquistare la propria identità si legge tutta la  fragilità umana, soprattutto in un momento di crescita e passaggio, al punto che nonostante l’apparente semplicità il libro parrebbe adattissimo ad esser letto e apprezzato non solo da bambini ma anche e soprattutto da adolescenti e preadolescenti.

Sfruttando le potenzialità fisiche e figurate di un oggetto semplice ma versatile come un filo – la lunghezza, la districabilità, la sottigliezza, per esempio – l’autrice crea un personaggio simbolico che invita a cogliere l’unicità di ciascuno e il suo diritto a riconoscersi speciale. Elegante nella sua veste bianca e nera (pagina nera su cui poggiano il filo bianco e il riquadro del medesimo colore che riporta il testo tradizionale e in Braille), Prima o poi propone un’occasione di lettura tanto accessibile quanto suggestiva. Le illustrazioni interamente composte dal filo che cambia forma, posizione e aspetto facilitano il riconoscimento tattile senza per questo renderlo banale o privo di sfumature. Le peculiarità e il valore metaforico di un filo di volta in volta, per esempio, aggrovigliato, liscio, composto, sfibrato o sferruzzato rafforzano e amplificano infatti il senso di una storia che non dice ma suggerisce, non indica ma evoca.  Frasi fulminee e parole che come prismi moltiplicano le sfaccettature e le possibilità di significato del racconto, offrono infatti la chiave per agganciare il lettore e risuonargli dentro a lungo.

Supercarlo

Ci sono supereroi e supereroi. Supercarlo, per esempio, non è il tipo di supereroe che potremmo definire classico. Il suo costume è un po’ minimal – un paio di occhiali scuri – e i suoi superpoteri sottilissimi – olfatto, tatto, udito e gusto ultrasensibili. Eppure le sue imprese sono davvero straordinarie. Ne conosciamo qualcuna grazie al racconto di un suo amico, voce narrante della storia: quella volta in cui Supercarlo ha ritrovato la strada di casa grazie ai soli profumi della via, per esempio. O quelle altre in cui ha percepito suoni leggerissimi come le foglie cadute sul prato o il respiro del vicino assopito. L’ammirazione dell’amico per queste abilità di Supercarlo è davvero grande e sincera, e su di essa si regge l’intero racconto che assume da cima a fondo la forma di un ritratto affettuoso e ammirato. Fino all’ultima pagina che con un  semplice ribaltamento di ruoli e superpoteri restituisce a Carlo la sua normalità e al suo amico un pizzico di quotidiana straordinarietà.

Snello e dall’aspetto accattivante, Supercarlo è un racconto illustrato costruito in maniera molto efficace da Daniele Movarelli e Liuna Virardi. Pur poggiando su un’idea un po’ rischiosa e frequentemente ripresa all’interno della letteratura per ragazzi che guarda al tema della disabilità – ossia quella di riabilitare quest’ultima attraverso una certa idealizzazione di chi ne è colpito  – Supercarlo trova il modo di mantenere i piedi ben saldi a terra, concentrandosi su quella quotidianità – le avventure in città, le sfide dell’immaginazione, i pomeriggi di giochi e di storie, le merende golose – che rende ogni bambino a suo modo uguale a tutti gli altri pur nella sua unicità. Interessante e felicissima in questo senso la sinergia tra testi e immagini: la disabilità visiva di Carlo non viene mai infatti nominata ma si intuisce poco a poco grazie agli episodi narrati dall’autore e si palesa all’occhio attento del lettore grazie ad alcuni dettagli inseriti dall’illustratrice (uno su tutti il libro con illustrazioni puntinate). Il risultato è una lettura gradevole e tutt’altro che pedante, capace di raccontare il valore e l’importanza dell’amicizia come fertile incontro di ricchezze e debolezze. Sempre.

Ridere come gli uomini

Fabrizio Altieri, autore e insegnante pisano, ha scritto un libro per ragazzi molto coraggioso. È un libro ambientato durante la seconda guerra mondiale e dell’orrore che questa ha recato con sé è da capo a fine pienamente intriso. Avanzando nella lettura, si piange, si ha paura e ci si chiede senza posa come sia stato possibile ciò che è accaduto, il che non è cosa da poco. Non ha avuto timore, lo scrittore, di mettere i giovani lettori di fronte alle numerose sfaccettature del dolore che hanno caratterizzato l’occupazione nazifascista, comprese quelle legate alla morte. Lo fa attraverso una storia che mescola abilmente verità storica e avventura, seguendo il tentativo di due fratelli di mettersi in salvo da un inseguimento nazista.

Uscito per fare delle commissioni insieme alla sorella Donata, Francesco trova infatti al suo ritorno i genitori impiccati dai nazisti. Francesco si rende allora conto di non essere più al sicuro e da lì inizia la fuga dei due fratelli per oltrepassare l’Arno e raggiungere la riva controllata dagli americani. Ma il viaggio a piedi è lungo e Donata, nata con la Sindrome di Down e proprio per questo perseguitata dalla SS che dà il tomento a lei e Francesco, rallenta un poco il cammino e lo rende talvolta più difficoltoso. Come quando si impunta per restare accanto ad ogni costo a Wolf, un cane lupo addestrato dalle SS e ad esse ribellatosi, che inizia a seguirli nel loro pericoloso viaggio. Sarà proprio Wolf, con il suo fiuto eccezionale e la sua profonda conoscenza del nemico, a proteggere i due protagonisti in più di un’occasione finendo per trovare in loro dei compagni affezionati e fedeli pienamente ricambiati. Quello del cane, peraltro, è uno dei punti di vista che l’autore assume per narrare la storia, creando un significativo effetto di risonanza agli eventi narrati e soprattutto ai pensieri che da essi possono scaturire.

Con una tensione narrativa mai smorzata, frutto di un periodo che davvero fu latore di pericoli e timori difficili da scacciare, Ridere come gli uomini riunisce intorno a una vicenda di fantasia numerosissimi spunti reali che, pur non essendo trattati nel dettaglio ma in qualche modo solo abbozzati in virtù di incontri più o meno fugaci, lasciano un segno nel lettore  e senz’altro concorrono a gettare in lui il seme della curiosità. Così, lungo il loro percorso Francesco e Donata incappano nelle SS, in un gruppo di anarchici generosi,  nei partigiani, nei disertori, nei fascisti di fede e in quelli per convenienza, nei contrabbandieri e negli alleati. Fanno esperienza diretta o vengono a conoscenza dei campi minati, delle rappresaglie, dei rischi corsi dai giusti come chi nascondeva gli ebrei e i perseguitati. Incontrano insomma a distanza ravvicinatissima tutto il male, anche il più irrazionale, che il conflitto mondale portò con sé, ma anche il bene che nonostante tutto trovò il mondo restare vivo. Il coraggio, la solidarietà, la pietà e la fiducia sono valori fortissimi che Francesco e Donata imparano presto a cogliere e condividere. La loro diventa così una storia singola che si fa anche storia plurale, capace inoltre di dare voce a una persecuzione poco sbandierata ma dolorosissima come quella operata dal nazismo nei confronti delle persone con disabilità.

Il bambino con le scarpe rotte

Il protagonista di questa storia di nome fa Dario ma quasi nessuno dei suoi compagni lo chiama così. Per tutti è “il bambino con le scarpe rotte”: appellativo sprezzante che ne sottolinea la condizione di indigenza e ne ferisce profondamente i sentimenti. Dario però non reagisce alle prese in giro, tende a tenere un basso profilo e a incassare i colpi senza dare grandi soddisfazioni ai suoi tormentatori. Un giorno però Bob e la sua gang si avvicinano minacciosi e fanno per togliere la sedia su cui Dario è seduto e questi, in uno scatto di rabbia, spinge via con forza il compagno facendogli battere la testa. Spaventato dalla sua stessa reazione e dal dolore causato a Bob, Dario corre via finendo per rompere il suo unico paio di scarpe. Quella che pare una disgrazia, tuttavia, apre per il bambino delle possibilità nuove: Dario scopre infatti di poter correre molto veloce, da scalzo, e proprio una gara a piedi nudi gli offrirà la chance di riappacificarsi con Bob.  “Tutto si aggiusta”, dice con dolcezza la mamma di Dario, in una chiosa che non ha certo a che vedere con le sole scarpe.

Racconto di altri tempi, capace di portare a galla una piaga tutt’altro che scomparsa come la povertà, Il bambino con le scarpe rotte si presenta come un albo ad alta leggibilità, grazie all’impiego del font Easyreading e di una serie di caratteristiche tipografiche come la maggiore spaziatura tra le parole, le lettere e le righe o la sbandieratura a destra: tratti che lo rendono particolarmente fruibile anche in caso di dislessia. Da non sottovalutare, in questo senso, anche la scelta di proporre la storia in forma di albo: la combinazione di testi snelli e immagini protagoniste a tutta pagine costituisce, infatti, un incentivo significativo alla lettura da parte di bambini della scuola elementare – cui frequentemente si propongono solo racconti con poche immagini –  anche con difficoltà legate ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

 

Confini

Capita talvolta di imbattersi in libri così ricchi e folgoranti che dirne diventa cosa difficile. Difficile scegliere da dove partire, difficile trovare le parole aderenti alla meraviglia, difficile condensare una gran mole di spunti in poco spazio. Ecco, Confini è in tutto e per tutto uno di quei libri: un volume cioè su cui vale la pena attardarsi e lasciar sedimentare folgorazioni e lampi.

Di un’attualità purtroppo disarmante, il libro curato da Antonella Veracchi e Michela Tonelli percorre i diversi tipi di barriere che limitano o impediscono non solo gli spostamenti delle persone ma anche e soprattutto le loro relazioni. I confini, così come il libro illustra in maniera davvero incisiva, sono infatti geografici ma anche mentali, culturali e comunicativi. Così, sfogliando ed esplorando le pagine essenziali ma densissime di pensiero che compongono questo albo, ci si trova ad attraversa corsi d’acqua e catene montuose, distese desertiche e muri altissimi, barriere metalliche e labirinti di parole: linee “accoglienti o respingenti”, a seconda dello sguardo che vi si posa e dell’atteggiamento che ne nasce. “Apriamo i confini” è l’invito conclusivo, che accompagna una busta in cui si raccolgono le testimonianze di chi lunghi viaggi e duri superamenti di confini, negli anni, li ha sperimentati sulla sua pelle e a cui si possono aggiungere i racconti degli stessi lettori. Un invito schiettissimo, chiaro e netto – in pieno e voluto contrasto con il tono evocativo delle altre pagine – reso necessario da un tempo in cui dire a voce alta da che parte si sta si è fatto drammaticamente importante.

Ecco, già così, per la maniera fortissima in cui il tema dello sconfinamento viene trattato, Confini meriterebbe una certa attenzione. Ma ciò che lo rende davvero straordinario, in realtà, è la maniera in cui il libro è costruito, latrice a sua volta di un messaggio forse ancor più potente. Confini non è infatti un comune libro tattile – composto cioè di illustrazioni a collage materico esplorabili e decodificabili anche al tatto e proposto dall’editore anche in una versione arricchita dal Braille – ma è un libro tattile in cui le mani non servono solo per godere delle illustrazioni ma anche e soprattutto per tessere relazioni.  In che modo? Il libro è costruito per essere aperto in verticale e per essere letto in tandem, da due lettori posti l’uno davanti all’altro grazie a un testo e a delle immagini che si presentano specularmente su una pagina e su quella di fronte. Questo fa sì che tra i due lettori si debba necessariamente stabilire una connessione, quantomeno per capire chi legge cosa e con che ritmo. Si legge insieme? Si legge un pezzo ciascuno? Ciò che c’è scritto su una pagina è uguale a ciò che c’è scritto su quella del compagno? L’unico modo per trovare delle risposte è mettere in moto la lettura, buttarsi, sperimentare. E questo di per sé chiede un primo moto di avvicinamento, di empatia. Dopodiché la spinta vera viene dalle immagini e in particolare dalla loro forma e collocazione. Costruite sfruttando meccanismi insoliti e ingegnosi come il labirinto o il popup e poste sempre a cavallo tra le due pagine, queste portano infatti inevitabilmente le mani dei lettori ad approssimarsi, toccarsi, prendere le misure e financo intrecciarsi in quella che pare una danza solitaria che diventa poco a poco un passo a due. Così, senza precise indicazioni se non quella di affrontare il viaggio della lettura insieme a qualcun altro posto di fronte, il libro si anima e un vero e proprio sconfinamento si attua, restituendo al lettore il senso più autentico del volume che ha tra le mani. Perché sconfinare, letteralmente e metaforicamente, significa avere l’occasione di allargare il proprio orizzonte, di guardare oltre, di incontrare l’inatteso.

Chiedendo silenziosamente di essere agito, Confini dà avvio a una possibilità di incontro inattesa e capace di smuovere nel profondo. Si fa cioè vero motore di relazione, il che ne rivela una potenza davvero straordinaria. Imperdibile.

 

 

 

Il brutto anatroccolo

Non è raro che le fiabe tradizionali affrontino il tema delicatissimo della diversità. Tra di esse, quella scritta da Andersen e dedicata alla vicenda del brutto anatroccolo è forse una delle più note e diffuse. Con grande semplicità, infatti, e senza pesanti artifici, questa offre un invito toccante e diretto a non fidarsi delle apparenze e a cogliere il valore aggiunto che una differenza più o meno evidente può celare.

Proposta, negli anni, in varie vesti editoriali, la fiaba del giovane cigno che crede di essere un anatroccolo viene proposta da Homeless Book in una versione accessibile anche a bambini con autismo e bisogni comunicativi complessi.

Per i tipi dell’editrice faentina, l’autrice Valentina Semucci ha infatti rielaborato il testo tradizionale in modo da renderlo più piano e semplice – frasi poco numerose, brevi e coordinate; struttura lineare e lessico quotidiano – ma comunque fluido e scorrevole. La simbolizzazione dal canto suo, che ricorre alla collezione WLS, prende in considerazione solo gli elementi con valore lessicale, risultando così accessibile anche a bambini più piccoli, con difficoltà più marcate o con minore dimestichezza alla decodifica dei simboli.

Le illustrazioni privilegiano uno stile grafico in cui i contorni sono netti, i colori pieni e i dettagli poco numerosi.

Ci si vede all’Obse

Non è un’estate facile quella che aspetta Annika. Non è un’estate facile né tantomeno prevedibile. Proprio quando la partenza per la casa di campagna si fa imminente, infatti, alla mamma di Annika si rompono le acque e un’inattesa corsa in ospedale si rende necessaria, tra lo spavento e la concitazione del momento. Annika ne è molto scossa e per un po’ cerca il più possibile di evitare casa sua, dove ancora il sangue della mamma lascia traccia e tutto sembra parlare di un evento che dovrebbe essere lieto e che invece è iniziato malissimo. Sono giorni  confusi, tormentati e solitari quelli che seguono la nascita del fratellino, giorni in cui la ragazzina alterna momenti in compagnia dell’affezionato nonno e momenti in compagnia di un improvvisato gruppo di amici conosciuto all’Obse, il parco dell’osservatorio astronomico di Stoccolma.

Sono amici strani – Kaja, Tubbe, Foglia, Biscotto e Finnico – amici che condividono i pomeriggi tra ozio, bravate e autentici atti vandalici in un tempo che scorre pigro e quasi sospeso. Il gioco più frequente è obbligo o verità, senza però la possibilità di scegliere la seconda opzione: perché la storia che ognuno di loro porta sulle spalle è a suo modo dolorosa e il tacito accordo su cui si regge il gruppo è che nessuno sappia nulla degli altri. Annika dal canto suo si adegua, mettendo a frutto la sua rinomata predisposizione a raccontare bugie e mostrando un lato di sé in cui lei stessa fatica a riconoscersi. Fino a quando le cose in ospedale prendono rapidamente una piega inaspettata, il gruppo trova abbastanza forza da concedere spazio a una condivisione più profonda e la verità si fa troppo pressante per essere tenuta dentro.

Disincantato e schietto, a tratti crudo e stridente, Ci si vede all’Obse offre un ritratto della preadolescenza tutt’altro che consueto. Con coraggio e autenticità fa emergere il lato più buio e doloroso dell’essere ragazzi, quando la vita ti mette davanti a situazioni difficili senza averti ancora fornito tutti gli strumenti per affrontarle. Che sia per una vita che rischia di spegnersi appena nata, una quotidianità povera, una situazione famigliare agiata ma con adulti ben poco presenti o un fatto che ti fa smettere di credere in Dio, poco importa: la sofferenza covata e irrisolta lascia strascichi evidenti e trova talvolta espressione  e sollievo in atti e vicinanze apparentemente inopportune ma forse vitali. Cilla Jackert questo lo rende molto bene, offrendo al lettore soprattutto di scuola media una lettura che scuote e anima, e forsanche turba, nel profondo. La consueta attenzione dell’editore Camelozampa a rendere la narrazione fruibile anche a giovani lettori con difficoltà legate a una disabilità o a un Disturbo Specifico dell’Apprendimento trova qui espressione non solo nell’apprezzabile stampa del volume ad alta leggibilità ma anche nella possibilità offerta di godere del racconto in formato audio mp3 (8,90 euro), audio ebook (9,90 euro) o ebook epub o mobikindle (7,90 euro)

Il circo del nano e della donna barbuta

La diversità è una forza… parola di uomo forzuto! Ma anche di donna barbuta, di equilibrista con una gamba sola, di bambino invisibile o di uomo volante: tutti protagonisti irresistibili del singolare circo messo in piedi da Fausto Gilberti nell’ultimo albo edito da Corraini. Il circo del nano e della donna barbuta è infatti un circo sui generis in cui i due proprietari e i loro undici singolari figli sbalordiscono il pubblico a suon di performances che di normale non hanno proprio nulla. Tra loro c’è chi agisce col pensiero, chi racconta fiabe senza voce, chi è alto come un gigante e chi sente suoni impercettibili grazie ad abilità che sono frutto di anomalie. Nel circo gilbertiano, infatti, “al netto del difetto, erano quasi tutti fenomeni fenomenali” e questo rende la lettura dell’albo uno spettacolo sbalorditivo.

Privo di fronzoli, come si confà a una fiaba di altri tempi, ma ricco di invenzioni, come si addice a un racconto modernissimo, Il circo del nano e della donna barbuta riesce a offrire uno sguardo scanzonato e irriverente sulla spinosissima questione della diversità, regalandole così tutta la leggerezza che merita per sottolineare il potenziali nascosto nella differenza. Nel circo senza pari di Fausto Gilberti, infatti, la disabilità, e con essa altre forme di diversità in senso lato, trovano posto senza essere distorte dal filtro della political correctness. Ciò che le rende dicibili e pensabili è piuttosto il loro pieno e coerente inserimento, senza alcuna forzatura, in una cornice fiabesca che restituisce loro con un certo distacco, visibilità e complessità.

Tutto giocato, fin dall’irresistibile copertina, sul contrasto netto et ipnotico del nero, del bianco e del giallo canarino, Il circo del nano e della donna barbuta mette in campo lo humour originale e lo stile grafico inconfondibile di Fausto Gilberti, che predispongono immediatamente il lettore a una lettura invitante e gustosa. Il testo essenziale, spesso incline alla rima e sempre votato al sottile e brioso sorriso, danza in piena sintonia con le illustrazioni stilizzate e insieme concorrono a rendere l’insolito circo davvero memorabile.

Celestino lo gnomo speciale di Babbo Natale

Quella di Celestino è una storia a sfondo natalizio che del Natale porta tutto lo spirito pervaso di bontà. Sono i buoni sentimenti, in effetti, i veri protagonisti di questa fiaba moderna in cui la disabilità ha un ruolo centrale e significativo.

Celestino è un aiutante di Babbo Natale: un aiutante speciale, però, che non può camminare e che anche per questo riceve un occhio di riguardo da chi gli sta accanto. Non solo Babbo Natale vuole un gran bene a Celestino ma anche gli altri gnomi manifestano affetto e comprensione straordinari nei suoi confronti. È benvoluto, insomma, Celestino, anche quando Babbo Natale gli consente eccezionalmente di girare per il mondo in compagnia di una renna per sondare i desideri dei bambini. Proprio durante uno di questi viaggi esplorativi, Celestino si imbatte in un bimbo con le sue stesse difficoltà e da quell’incontro matura un desiderio davvero prezioso e importante che solo la magia di Babbo Natale trasformerà in realtà.

Pur appesantito da diversi stereotipi relativi alla disabilità (come l’assoluta gentilezza e bontà disinteressata, l’affetto incondizionato delle persone circostanti, la tendenza a suscitare tenerezza, l’associazione all’essere speciali…), Celestino lo gnomo speciale di Babbo Natale accende un faro interessante sulla questione del diritto al gioco e dell’importanza che gli adulti – anche senza magia – si preoccupino di offrire strumenti e giocattoli davvero a misura di qualunque bambino.

Occhi da orientale

Ha un narratore insolito, Occhi da orientale. Alta e maestosa, sempre attenta a ciò che accade nel cortile, è infatti la vecchia quercia che fa ombra all’asilo a raccontare al lettore la storia di Chiara, bambina placida e taciturna che stenta a fare amicizia con i compagni. Di lei non sappiamo molto, se non che “ha qualcosa di diverso dagli altri bambini” – confermato in maniera appena accennata dal titolo del libro – e che se ne sta spesso sotto l’albero ad accarezzare il gatto Mattia. È gentile, Chiara, e la vecchia quercia la prende in simpatia a differenza di quanto fa con Goffredo, bambino prepotente e dispettoso. Così, quando il gatto Mattia si arrampica troppo in alto e non riesce a tornare a terra, la quercia non esita a sostenere Chiara nel suo coraggioso tentativo di arrampicarsi per salvare l’animale. È così che Chiara arriva in alto, dove nessun altro bambino è mai arrivato, fino a scorgere lo scoglio dei gabbiani in mezzo al mare. Ed è così che qualcosa, nella percezione dei compagni cambia, consentendo una prima felice possibilità di relazione.

Un po’ fuori dagli schemi a cui l’editoria per l’infanzia attenta alle tematiche della disabilità ci ha abituato, Occhi da Orientale sceglie la strada del sussurro, in parole ed immagini, per raccontare la sua storia. È una storia senza fretta, questa, e come tale viene narrata, chiedendo al lettore di prestare ascolto e prendersi il suo tempo per assaporare, cogliere, capire. I testi raffinati di Annamaria Piccione, votati talvolta al ricordo e alla riflessione pensosa, e le illustrazioni particolarissime di Monica Saladino, che uniscono in maniera efficace matita e collage, trovano un comune punto di incontro nell’apprezzabile scelta di mettere l’infanzia – tutta – al centro della narrazione, senza fare della questione della disabilità una bandiera forzatamente sventolata. Ne emerge un racconto pacato e poetico, che invita sommessamente a riconoscere le occasioni che la vita ci porge di superare e rimettere in discussione pregiudizi e distanze.

Yxxy. Il segreto non segreto

Avevamo conosciuto Alexander, detto YxxY, in occasione del suo ingresso alla scuola dell’infanzia. A questo era dedicato, infatti, il volume Yxxy. Un giorno speciale. Ora l’anno scolastico è finito e per Alexander e i suoi compagni è tempo di festa. L’appuntamento è a casa di nonni di Matteo, per un pomeriggio di giochi – di palcio soprattutto –, di scherzi in piscina e di merende. Ma quel pomeriggio diventerà per il protagonista anche un momento di scoperta rispetto alle differenze tra maschi e femmine e di emozioni che possono diventare preziosi segreti.

Curato, come il volume precedente, da Marinella Michielotto per la parte del testo e  da Licia Zuppardi per la parte delle illustrazione, Yxxy. Il segreto non segreto ha coinvolto numerose altre professionalità sia per quel che concerne l’attenzione agli aspetti pedagogici della storia sia per quel che riguarda la simbolizzazione del testo. L’intenzione alla base di questa scelta è quella di offrire uno strumento che rispetti e accolga il più possibile le esigenze del piccolo lettore, soprattutto se con disabilità. Apprezzabili, in questo senso, il coraggio di affrontare questioni di genere – delicate e ancora spesso oggetto di tabù, tanto più se riferite a un contesto quale quello della disabilità -, la scelta di offrire una rappresentazione “silenziosa” di una situazione di disabilità – che compare naturalmente nella storia, senza dover essere sottolineata né, al contrario, mimetizzata – e la capacità di raccontare una possibilità di inclusione – senza strepiti ma grazie, per esempio, all’introduzione di giochi realmente accessibili e tali da consentire una effettiva condivisione da parte di tutti i bambini (il palcio, per l’appunto, ma anche lo sguazzare in acqua).

Disponibile in una versione standard e in una versione inbook, che ne propone il testo in Widgit Literacy Symbols (WLS), Yxxy. Il segreto non segreto propone in maniera semplice e accessibile un messaggio positivo molto schietto e una possibilità interessante di dialogo intorno a tematiche complesse .

Mangia la foglia!

Anna, Magnus e Stina sono tre cugini. Durante i pranzi di famiglia il loro tavolo, piccolo e rotondo, diventa una postazione separata e privilegiata di osservazione degli adulti. È da qui che i tre assistono al grande litigio di maggio che porta lo zio Jan e la zia Betta, genitori di Stina, ad allontanarsi  per un po’ dalla famiglia. Ed è da qui che assorbono, più o meno inconsapevolmente,  le dinamiche divisive che gli adulti mettono in atto. Quelle stesse dinamiche non tarderanno a trovare una replica in scala ridotta anche tra i piccoli di casa, alimentate in particolar modo dalla dieta vegetariana di Stina. “Stina è una ragazzina inutile”, “Io una volta l’ho sentita fare muuuu”, dicono di lei Magnus e Anna, convinti così di consolidare la loro amicizia esclusiva. Fino al giorno del funerale della nonna di Stina, quando le prese in giro di Magnus passano il segno facendo correre un grosso rischio alla cuginetta e aprendo gli occhi di Anna su quanto un’amicizia che si regge sul dileggio altrui sia fragile e inconsistente.

Il racconto breve scritto da Bart Moeyaert (qui in una sorridente conversazione con l’editrice Della Passarelli in cui si racconta come nasce Mangia la foglia) è denso e avvincente, capace in pochissime parole di tratteggiare un’infanzia vera e palpitante, finanche politicamente scorretta. Nelle noiose ore a tavola, nei “facciamo finta che…” che si sviluppano sul prato, nelle promesse indissolubili, nella forza silenziosa del modello adulto, nella tentazione di costruire rapporti saldi su un comune nemico ma anche nella capacità di cogliere un’ingiustizia quando perpetrata, si leggono infatti quella fragilità e quella determinazione che rendono speciale l’età bambina. L’autore le coglie con un’efficacia rara, offrendo al giovane lettore un’occasione intensa di leggersi e riconoscersi. Le parole di Bart, stampate ad alta leggibilità e dunque rese più agevoli da scorrere anche in caso di dislessia, sono accompagnate dalle illustrazioni di Alice Piaggio che aggiungono una forte carica espressiva a una narrazione già molto intensa.

Io rispetto

C’è un paese di nome Armonia, in cui ogni persona vive serenamente, libera di giocare, crescere, imparare, esprimersi, realizzarsi nella maniera che le è più congeniale, anche nel caso in cui sia colpita da una disabilità. Armonia è certo un paese fantastico ma che traduce in immagini efficaci il senso di un documento importante come la Convenzione dei Diritti delle Persone con Disabilità e che si vorrebbe non distasse molto dalla realtà. I suoi abitanti accoglienti, le sue leggi amichevoli e i suoi luoghi ospitali rendono bene l’idea di come dovrebbe costruirsi una società inclusiva quale quella raccomandata dal documento redatto dall’ONU nel 2006. Questo, reso a misura di bambino grazie a un lavoro intitolato “Parliamo di abilità” promosso dall’UNICEF, funge proprio da ispirazione per i quattordici componimenti in rima di Io rispetto. Filastrocche per una lettura della Convenzione dei Diritti delle Persone con Disabilità, scritti da BendettoTudino e illustrati da MariannaVerì.

Il volume nasce da un progetto dell’Unicef, dell’Agenzia Politiche a favore dei Disabili del Comune di Parma e dall’associazione Rinoceronte Incantato. Forte dell’idea che le norme vadano il più possibile fatte proprie e interiorizzate, il libro sceglie la via della rappresentazione poetica per dare un senso pieno, comprensibile e vicino al sentire dell’infanzia a norme rigorose e astratte. Così il diritto di ridere, scegliere, esserci o decidere acquistano un significato più vivo e palpitante, più facile da riscontare e forse mettere in pratica nella vita di tutti i giorni. Tra tanti diritto, poi, non manca quello a noi tanto caro, di leggere, che l’autore chiude così:

Impara così un Mondo felice

Quel che si fa, si pensa e si dice.

Con le mani, gli occhi e la mente,

studia il sapere di tutta la gente.”

La bambina che andava a pile

Quello con La bambina che andava a pile è stato amore a prima vista. Tutto subito per quel titolo curioso e quelle illustrazioni graffiate e graffianti, che non passano inosservate fin dalla copertina. Poi per la testimonianza preziosa di una sordità vissuta da dentro, la ricchezza di piani di lettura, l’unione commuovente tra ironia e profondità che, davvero, è raro trovare in un albo che tocca il tema della disabilità. Ma andiamo con ordine.

La bambina che andava a pile è l’opera prima di una giovanissima autrice bresciana (classe 1992!), cresciuta con una sordità profonda diagnosticata all’età di due anni e poi con un impianto cocleare posizionato all’età di dieci. Proprio quell’esperienza d’infanzia, così particolare e distante da quella della maggior parte dei bambini, è protagonista del libro che raccoglie in forma lapidaria una serie di riflessioni su cosa significhi, concretamente, essere sordi in un mondo di udenti: la rincorsa delle parole, l’ostilità del buio che crea un distacco netto col resto del mondo, le voci – molteplici – su cui può fare affidamento, la vita in equilibrio tra più dimensioni, il valore relativo del concetto di diversità, il peso variabile dei nomi con cui si dice e si dà forma a una realtà. Quello di Monica Taini è un ritratto personale ma scorre fluido e avvincente come una storia avventurosa, forse perché propria come un’avventura è pieno di rivelazioni e colpi di scena. Ogni pagina è una bordata di senso, talvolta illumina talvolta colpisce allo stomaco, ma sempre invita a soffermarsi un attimo (e più) anche grazie all’eco generato da immagini in cui incisione e collage risultano molto espressivi. A chiudere il tutto, un glossario semiserio di cultura sorda che introduce con straordinaria ironia al mondo della sordità, tra oralismo, protesi e logopedia: una chicca utilissima per spiegare termini difficili e dire questa particolare disabilità con una precisione sorridente.

Morale: non lasciatelo sfuggire. La bambina che andava a pile è uno di quegli albi da conoscere e far conoscere. Assolutamente. E per il quale non solo l’autrice ma anche un lungimirante editore come Uovonero merita un grazie a lunga durata.

Divisioni senza resto

Solare e intraprendente, Francesco è un bambino che si muove in sedia a rotelle a causa della distrofia muscolare. I suoi compagni sono perlopiù gentili con lui e spesso si fermano a giocare in classe per non lasciarlo solo. Ma Francesco sa che talvolta non è ciò che preferirebbero fare, e questo un po’ lo incupisce. Trovare un amico vero, con cui trascorrere il tempo per puro piacere, quello sì sarebbe pazzesco. Per questo quando in classe arriva Valentino, un bambino di origine cinese che condivide con Francesco l’insegnante di sostegno a causa delle difficoltà linguistiche, la sua vita si trasforma. Valentino è un tipetto vivace ma anche disposto a chiacchierare di sport (di motori soprattutto!) e a divertirsi con giochi tranquilli. Con lui le giornate di Francesco prendono una nuova spinta: quella verso alcuni guai, nuove relazioni  e soprattutto verso una nuova consapevolezza delle proprie possibilità.

Ben scritto e contraddistinto da un certo dinamismo, Divisioni senza resto è un bel racconto sull’amicizia in cui la disabilità ha tanta parte nella vicenda ma non appesantisce la narrazione portando a derive buoniste. La capacità di Caterina Frustagli è quella di raccontare i sentimenti e le situazioni anche complicati, con grande chiarezza, trovando immagini efficaci per dire anche i pensieri e i concetti più critici. Il titolo stesso ne è un esempio significativa, poiché come dichiara più avanti il protagonista: “Mi piacciono le divisioni, perché dividono e danno a tutti in parti uguali. Se ci sono venti caramelle e cinque bambini, stai sicuro che ognuno avrà quattro caramelle, senza ingiustizie. La vita dovrebbe essere una divisione senza resto: a tutti parti uguali e stop.

Maionese, ketchup o latte di soia

Élianor è nuova a scuola: secca secca, pallida pallida e silenziosa come pochi, la ragazza è da subito vittima di scherni e angherie da parte dei compagni. Non che serva per forza un motivo per finire vittima dei bulli, ma questi pensano bene di bersagliarla per il suo presunto insolito odore. E così, in meno di un giorno di scuola, Élianor diventa per tutti la ragazza che puzza. Per tutti tranne uno, a dire il vero: per Noah, infatti, l’odore può raccontare a suo modo la storia delle persone, creando invisibili forme di relazione e contatto, e per questa ragione non esita ad avvicinarsi alla ragazza. Sarà un incontro turbolento il loro, sia perché li porta a sfidare la prepotenza di teppisti come Sylvester sia perché li porta a mettere faccia a faccia due quotidianità molto distanti tra loro. Come può una ragazza che vive con un guru scalzo e che si ciba di strani intrugli naturali  trovare qualcosa in comune con un ragazzo cresciuto a cola e merendine? Sarà necessario per i due andare più a fondo di una dieta per scoprire che ci si può incontrare nelle comuni esperienze di vita, emozioni e rispetto della diversità.

Fresco e avvincente, il racconto di Gaia Guasti parla in modo schietto e diretto alle orecchie dei giovanissimi, trovando così il modo più efficace di dare spazio a cose vere e complesse come il bullismo e la tolleranza. Nei pensieri di Noah ed Élianor, nelle dinamiche tra i banchi di scuola, nelle storie nascoste dei singoli personaggi, si percepisce infatti un’adolescenza palpitante. E brava davvero è l’autrice a coglierla e restituirla nella sua ricchezza. Già edito nel 2016 da Camelozampa, Maionese, ketchup o latte di soia è ora ripubblicato dall’editore padovano in una snella e apprezzabilissima versione ad alta leggibilità che sfrutta il font Easyreading e un’impaginazione più ariosa del testo.

Lo sport non fa per te

Lettori goffi, atleticamente insoddisfatti o poco performanti, attenzione: questo libro è per voi! Maniaci dello sport, difensori della performance al top e professionisti del “tu non puoi giocare”, attenzione: questo libro è anche per voi! Lo sport non fa per te è infatti un inno scanzonato allo sport come contenitore di tante abilità e talenti diversi e come fonte di autentica gioia e appagamento. Tra le sue pagine si susseguono bambini di ogni sorta che, pur apparendo schiappe in uno sport, scoprono di potersi divertire con successo in un altro. Così Michele,a cui il pallone scappa dai piedi, si scopre un asso della pallanuoto; Viola, che a pallanuoto beve solo un sacco d’acqua, può esprimersi con grazia nella ginnastica; e Sara, che a ginnastica non fa che aggrovigliarsi, impara a sfruttare la sua altezza fuori norma per canestri vincenti. E così via, secondo una struttura ciclica che restituisce a tutti (i bambini perlomeno!) il diritto allo sport.

Un tema importante, questo dell’attività fisica prima di tutto come occasione di benessere: tema che gli autori di Lo sport non fa per te declinano in modo felicemente scanzonato e brillante. Federico Appel- che per Sinnos aveva già firmato un importante lavoro dedicato allo sport con la graphic novel Pesi Massimi – torna qui a occuparsene con uno sguardo e un approccio completamente diversi. Versatilissimo nel suo modo di dare forma a un contenuto, l’illustratore dà qui vita a figure dinamicissime, brulicanti e divertenti che danno un bel ritmo alla pagina e vanno a braccetto con i testi ironici di Paolina Baruchello, anche lei già nota all’affezionato lettore di Sinnos per la graphic novel Pioggia di primavera, di tutt’altro segno rispetto a questo volume. Il loro lavoro è vivace su tutti i fronti, anche quello dell’impostazione grafica della pagina che, unita alle consuete scelte tipografiche di alta leggibilità, concorre a offrire anche a lettori con poca dimestichezza o con qualche difficoltà di approccio al testo, una lettura snella che cattura e coinvolge.

La scimmia abbracciona

Stufi di subire l’affettuosità smodata della scimmia Stella, gli animali della foresta decidono di mandarle un chiaro messaggio nascondendosi ogni qual volta il primate si faccia vedere. Un po’ triste e un po’ sconcertata, la scimmia inizia a vagare in solitudine  e incontra un riccio. Subito lo considera un grande amico e prova ad abbracciarlo come suo solito, sperimentando sulla sua pelle – o per meglio dire sui suoi peli – l’inopportunità di stringere d’impulso tutto ciò che le capiti a tiro.

Ecco in breve la storia che La scimmia abbracciona porta ai suoi lettori, in una forma fruibile anche in caso di esigenze di lettura particolari. Contraddistinta da frasi brevi o comunque dalla struttura lineare, da un lessico piano e da una simbolizzazione puntuale che sfrutta la collezione dei Widgit Literacy Symbols, La scimmia abbracciona si rivolge prima di tutto, ma non solo, a bambini con difficoltà comunicative legate all’autismo, privilegiando un racconto semplice che sfrutta al massimo il canale visivo.

Non è tanto per la qualità narrativa che lo contraddistingue, quanto per la specificità del progetto da cui nasce che La scimmia abbracciona merita interesse. Il libro che Papero Editore ha deciso di pubblicare come apripista di un’intera collana di in-book, ha infatti un’origine e una finalità sociale precise. Nato in seno all’associazione La matita parlante, La scimmia abbracciona è il frutto del lavoro di scrittura e illustrazione di due ragazzi con disabilità e intende andare a beneficio di bambini con difficoltà analoghe. Non solo con la scelta di una forma narrativa accessibile o con la proposta di una storia che rispecchia il quotidiano di diversi bambini (primo fra tutti l’autore stesso!) ma anche attraverso la dimostrazione che la disabilità non deve essere un limite alla realizzazione artistica e professionale.

Papu e Filo

Papu e Filo sono due personaggi tanto diversi – uno sbadato aggregato di pompon colorati e un preciso pezzo di corda bordeaux  – che non amano il loro aspetto e vorrebbero reciprocamente assomigliarsi. Ma cambiare non è così immediato, soprattutto se si è da soli. Insieme, invece, tutto è più semplice: così i due amici trovano il modo di assumere forme sempre nuove e differenti, mettendo insieme le qualità di ognuno. Un gelato, una chioccola, un’automobile o un viso sorridente: con un amico si può diventare qualunque cosa e farlo, forse, rende creature migliori.

Con una storia lineare, un testo misurato che non spreca una parola, e illustrazioni tattili che trasformano il poco in un’esplosione di creatività, Papu e Filo fa della semplicità la sua forza: una semplicità tutt’altro che banale e piatta e che, anzi, letteralmente conquista. Grazie a questa caratteristica, infatti, non solo il libro racconta una storia che è una carezza ma lo fa in un modo che risulta accogliente tanto per i bambini vedenti quanto per i loro compagni non vedenti. La disposizione di Braille e testo a stampa sulla pagina, la scelta dei materiali e l’essenzialità delle figure rendono infatti il libro godibilissimo e facilmente esplorabile anche al tatto.

Terzo classificato nella categoria “Miglior Libro Italiano” e primo classificato come “Miglior libro didattico” al III Concorso Nazionale Tocca a te! promosso dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, Papu e Filo si presta meravigliosamente a piccole letture intime  in famiglia ma anche a significativi lavori di gruppo in classe.

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Il coniglio di Alja

Se è vero che la disabilità, da qualche tempo, si è ricavata spazi di rilievo all’interno della letteratura per l’infanzia, è altresì un fatto che non tutte le disabilità trovano eguale rappresentazione in quella letteratura. Soprattutto quando è rivolta ai più piccoli. Gli albi proposti ai bambini in età prescolare tendono infatti  a concentrarsi sulle disabilità più note e diffuse, più facili da avvicinare e conoscere e, in generale, meno gravi e forse più normalizzabili. Più difficile, invece, trovare parole e figure che raccontino agli orecchi acerbi la disabilità grave o la pluridisabilità, quella stessa che più difficilmente gli stessi bambini incontrano sul loro cammino. Eppure questo incontro accade e avere tra le mani uno strumento che aiuti a trasformarlo in un’occasione di crescita è auspicabile e positivo.

Alla luce di tutto questo Il coniglio di Alja pare un libro insolitamente coraggioso, per la scelta schietta e controcorrente di dare spazio a una disabilità rara e complessa. La protagonista dell’albo edito da Asterios, infatti, non cammina, non parla, non vede e non sente bene: Alja è affetta dalla rara sindrome di Leigh, ci dice la nota per adulti a fondo libro, il che la rende gravemente non autosufficiente. Quale che sia la sua sindrome precisa, tuttavia, al lettore e agli autori non importa granché, poiché parole e immagini si concentrano su ciò di cui i bambini concretamente si accorgono e sulle domande reali che popolano le loro menti. Perché è nel passeggino? Perché è in questo modo? E come farà a giocare con noi?, per dirne qualcuna. Tutte domande che qualunque maestra si sentirebbe porre di fronte a una diversità così marcata e alle quali non è così semplice rispondere. Le parole di Brane Mozetič  sono tuttavia misurate e mirate, capaci di nominare con correttezza e senza sbavature una realtà delicatissima e di sposarsi con pacata armonia alle illustrazioni morbide ma decise di Maja Kastelic. In entrambi i suoi aspetti comunicativi il libro mantiene uno sguardo positivo che non sfocia nell’irrealistica edulcorazione della realtà e presta un’attenzione di riguardo alla gestualità, agli sguardi, alle distanze e alle posizioni assunte dai protagonisti: un modo rispettoso e sincero di dire il rapporto che lega disabilità e infanzia, non castrando la naturale curiosità dei bambini ma offrendo loro risposte e azioni soddisfacenti. 

Ne Il coniglio di Alja,  in fondo, non c’è che il racconto di un’esperienza, di una quotidianità per certi versi insolita: l’arrivo all’asilo di una bimba dai bisogni più che speciali, il confronto con una diversità che spiazza e pone interrogativi importanti, le esperienze che, grazie a maestre accorte, la bambina e i suoi compagni riescono a condividere, l’incontro al di fuori della scuola per un compleanno e  la scoperta di un amico comune – un coniglietto nella fattispecie – che incentiva e sostiene la relazione nonostante le gravi difficoltà. Il libro pone cioè un focus molto esplicito sulla disabilità e ciononostante mantiene – cosa tutt’altro che scontata – una freschezza e una profondità apprezzabili che trasformano una narrazione apparentemente ordinaria in un seme di attenzione e apertura.  

Mira Kurz capelli rosso cuoco

Essere disortografici come Mira, la protagonista di Mira Kurz capelli rosso cuoco, può essere davvero molto faticoso e provante. Soprattutto se le persone – genitori, insegnanti e compagni – che ti circondano non danno troppo credito alle difficoltà che lamenti e anzi ci mettono del loro per complicarti la vita. Così, di fronte a una maestra poco attenta e un po’ superficiale, stanca dell’indisciplina degli alunni ma incapace o priva delle forze necessarie a porvi freno, una classe fuori controllo e guidata da alcuni bulli si accanisce contro Mira, deridendola per le sue difficoltà scolastiche. Dapprima sono prese in giro verbali, poi, esclusioni fisiche, atti di vandalismo ai danni dei suoi oggetti, menzogne riportate alla direttrice e vere e proprie trappole per metterla nei guai. Mira dal canto suo si guarda bene dal fare la spia e cerca di arginare la situazione elaborando piccole vendette, che peggiorano ulteriormente la situazione, e cercando il supporto di pochi amici rimasti. Sarà un adulto della scuola dalla spiccata sensibilità a cogliere per primo e per davvero il malessere della bambina, consentendo alla verità di saltare fuori e all’intera classe di rimediare a  quanto accaduto e a Mira di trovare il proprio posto e valorizzare le proprie capacità.

Contraddistinto da un tono leggero e scherzoso, forte anche del bel caratterino della protagonista, il libro di Anja Janotta affronta con brio il tema delicato delle difficoltà scolastiche e delle dinamiche di bullismo che spesso intorno ad esse si vengono a creare. Efficace e centrato è soprattutto il focus sull’escalation di gravità delle angherie, sull’impatto significativo che queste hanno sull’autostima dei bambini e sulla loro difficoltà a chiedere aiuto quando gli adulti si mostrano disattenti (più che sulla disortografia in sé, piuttosto calcata e in parte deformata per alimentare i giochi di parole che rendono particolare il racconto). Interessante e meritevole la capacità dell’autrice di rendere tutto questo con un racconto votato all’ironia, disseminato di piccole avventure e piacevolmente scorrevole nonostante le oltre 200 pagine che compongono il volume.

L’uomo che lucidava le stelle

L’uomo che lucidava le stelle è un uomo munito di secchi, stracci e  spazzolone con i quali si dedica – così  dice – a far brillare gli astri della notte. Non che Nicola, protagonista e narratore della storia, lo abbia mai visto all’opera ma quella figura adulta così strana e suggestiva segna profondamente i suoi ricordi di bambino e acquisisce una credibilità che stenta a trovare consensi nel mondo adulto. Non a caso quest’ultimo trova spazio nelle giornate e nei racconti di Nicola solo quando, per una ragione o per l’altra, dimostra di conservare uno spirito genuino e sognatore che è tipico dell’infanzia. Così, nei pomeriggio di gioco intorno al laghetto, insieme a Nicola e agli altri ragazzi, ci sono solo adulti sui generis – gli strambi del paese – quelli che avrebbero tante cose da dire ma faticano tra i grandi a trovare ascolto. Così le loro storie di matrimoni pluririmandati a cui i maialini, ahimé, non sono invitati, di incomprensibili reclusioni e di pietre da collezione capaci di parlare trovano ascolto solo negli orecchi acerbi dei piccoli come Nicola a cui appare molto chiara l’importanza di non fermarsi all’apparenza per guardare nel profondo degli individui.

L’uomo che lucidava le stelle è un libro dai toni spiccatamente onirici e metaforici, fuori dagli schemi abituali. Anche per questo, nonostante l’impaginazione ad alta leggibilità che lo rende più fruibile e amichevole alla vista anche in caso di DSA, non risulta immediatissimo e facilissimo da seguire. Si tratta però di un libro molto suggestivo e denso, che si presta a stimolare riflessioni, interpretazioni e confronti nei bambini e nei ragazzi.

Io rispetto. Filastrocche per una lettura della Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità

C’è un paese di nome Armonia, in cui ogni persona vive serenamente, libera di giocare, crescere, imparare, esprimersi, realizzarsi nella maniera che gli è più congeniale, anche nel caso in cui sia colpito da una disabilità. Armonia è certo un paese fantastico ma che traduce in immagini efficaci il senso di un documento importante come la Convenzione dei Diritti delle Persone con Disabilità e che si vorrebbe non distasse molto dalla realtà. I suoi abitanti accoglienti, le sue leggi amichevoli e i suoi luoghi ospitali rendono bene l’idea di come dovrebbe costruirsi una società inclusiva quale quella raccomandata dal documento redatto dall’ONU nel 2006. Questo, reso a misura di bambino grazie a un lavoro intitolato “Parliamo di abilità” promosso dall’UNICEF, funge proprio da ispirazione per i quattordici componimenti in rima di Io rispetto. Filastrocche per una lettura della Convenzione dei Diritti delle Persone con Disabilità, scritti da Bendetto Tudino e illustrati da Marianna Verì.

Il volume nasce da un progetto dell’Unicef, dell’Agenzia Politiche a favore dei Disabili del Comune di Parma e dall’associazione Rinoceronte Incantato. Forte dell’idea che le norme vanno il più possibile fatte proprie e interiorizzate, il libro sceglie la via della rappresentazione poetica per dare un senso pieno, comprensibile e vicino al sentire dell’infanzia a norme rigorose e astratte. Così il diritto di ridere, scegliere, esserci o decidere acquistano un significato più vivo e palpitante, più facile da riscontare e forse mettere in pratica nella vita di tutti i giorni. Tra tanti diritto, poi, non manca quello a noi tanto caro, di leggere, che l’autore chiude così:

Impara così un Mondo felice

Quel che si fa, si pensa e si dice.

Con le mani, gli occhi e la mente,

studia il sapere di tutta la gente.”

Io Disjessica

Chiamarsi Jessica e scoprirsi dislessica: se non è ironia della sorte questa… Eppure Jessica non si lascia svilire da una situazione che potrebbe scatenare facili prese in giro, ma anzi la trasformarla in un’occasione di riscatto. Con humour e capacità di sorridere dei propri difetti, la bambina diventa infatti la supereroina Disjessica, paladina delle h scordate e delle cifre scambiate. Il libro che la vede protagonista racconta con leggerezza le sue difficoltà e le sue abilità, delineando un percorso scolastico e di vita ricco di soddisfazioni, nonostante le difficoltà legate al disturbo dell’apprendimento.

Io Disjessica è un libro insolito, a metà tra l’autobiografico e il divulgativo. Senza narrare una vera e propria storia, il volume mette in evidenza alcuni aspetti particolarmente scoccianti della dislessia e suggerisce alcune strategie che si possono rivelare utili per farvi fronte. Nessuna ricetta, si badi bene, ma piuttosto trucchetti e stratagemmi che per l’autrice, cui Jessica è dichiaratamente ispirata, si sono rivelati efficaci. È una sorta di confidenza tra chi condivide le medesime difficoltà, come se l’autrice dicesse al lettore “Anche a me è capitato. Hai provato a…”, mettendolo a parte di un’esperienza che può essere d’aiuto. Contraddistinto da uno spirito entusiasta e positivo, il libro invita a non farsi sopraffare dai limiti in modo da avere la lucidità e l’energia necessari per riconoscere i propri talenti.

Scritto e illustrato  con un tono confidenziale e amichevole, Io Disjessica sfrutta inoltre un font ad alta leggibilità che lo rende più fruibile anche da parte di lettori con disturbi specifici dell’apprendimento.

Cecilia passeggia nel parco

Cecilia passeggia nel parco insieme al suo uccellino Pilù, che fa capolino dalla borsa della ragazza perché non sa volare. Il loro è un viaggio sensoriale tra profumi che solleticano il naso, foglie che crocchiano sotto i piedi e grandi alberi che offrono ombre ristoratrici. Ma è anche una catena di incontri: alcuni più felici, come quello con Lucio che vorrebbe donare un palloncino a Pilù per aiutarlo a spiccare il volo, altri più ostili come quello con lo scoiattolo scorbutico che in malo modo caccia l’uccello dal suo nido. È infine è anche e soprattutto una scoperta, di quelle che forse ti cambiano la vita: Cecilia inciampa infatti in un violoncello e le sue note regaleranno a lei nuovi colori e a Pilù nuove ali per volare.

Che Cecilia sia ipovedente, come ci dice la quarta di copertina, possiamo immaginarlo dall’intensità con cui le sue sensazioni vengono descritte e dall’altrimenti improbabile inciampo in uno strumento così grosso come un violoncello. Il che non è male. Perché così le possibilità di identificazione da parte del lettore si rafforzano, restituendo alla metafora della musica come porta preziosissima sul e verso il mondo, la dimensione universale che merita. Il rimando al deficit visivo, dal canto suo, contribuisce a fare di Cecilia passeggia nel parco un invito a fare esperienza nuova dei propri sensi, vivendo attività comuni – come una passeggiata al parco appunto – con spirito insolito e curioso. Sperimentare in prima persona, con una lettura e una camminare reale magari, il potere dei sensi che affiancano o sostituiscono la vista, può costituire infatti una maniera efficacissima per cogliere anche da piccoli il senso della parola resilienza. Claudia Ferraroli e Fuad Aziz ce lo suggeriscono con pacata poesia, con parole e immagini ben sposate, sospese e sussurrate.

A silent voice

C’è sempre una prima volta, anche per la recensione di un manga. A silent voice è infatti il primo fumetto giapponese che arriva su Di.To, in virtù di una storia che mette al centro una disabilità invisibile come quella uditiva e soprattutto le dinamiche di che intorno ad essa possono attivarsi. Il protagonista del fumetto è infatti  un ragazzo tediato dalla vita e piuttosto superficiale – Shoya Ishida – che trascorre le sue giornate a trovare un modo di sconfiggere la noia quotidiana. Che sia un tuffo da altezze improponibili o il battersi con energumeni, poco importa: quel che sta a cuore al ragazzo è il divertimenti fine a sé stesso e del tutto indifferente agli effetti su chi lo circonda. Per questo quando nella sua classe arriva Shoko Nishimiya, una ragazzina sorda, Shoya Ishida non perde occasione di darle il tormento, anche in maniera piuttosto pesante. Sono espliciti messaggi di disprezzo o atti di autentica crudeltà, i suoi, che feriscono profondamente Shoko Nishimiya che si mostra sempre paziente ma che alla fine abbandona la scuola. Sarà allora che il ragazzo si renderà conto di ciò che ha fatto e degli effetti che hanno causato le sue azioni: malvagità che gli si ritorceranno contro con l’avversione dell’intera comunità scolastica. Il bullo finisce quindi per trovarsi dall’altra parte della barricata, vittima di un biasimo e  di un’emarginazione che tanta parte avranno nel convincerlo a rimediare per tutti i danni fatti.

La storia di Shoya Ishida e Shoko Nishimiya è narrata da Yoshitoki Oima nella tradizionale forma del manga che si legge da destra a sinistra. Contraddistinto da un ritmo serrato, da vignette fitte (talvolta con disegni e scritte piccolissimi) in bianco e nero, da testi diretti e non troppo ricercati (a partire dall’utilizzo dell’espressione linguaggio dei segni al posto di lingua), A silent voice non propone una storia particolarmente segnante e travolgente ma mette l’accento su aspetti della vita scolastica in caso di disabilità su cui spesso la letteratura per bambini e ragazzi tace. Quello del bullismo, perpetrato in forme anche molto mortificanti, è un tema qui centrale che viene trattato con un’esasperazione e un crudezza poco abituali.

A silent voice è in realtà una serie composta da altri sette volumi, oltre quello in questione. In ciascuno si approfondisce la relazione tra Shoya Ishida e Shoko Nishimiya,passando attraverso riavvicinamenti e drammatiche distanze che cercando in maniera piuttosto calcata di rendere conto degli effetti, anche a lungo termine, che il fenomeno del bullismo può generare.

Giulio Coniglio e il picnic con la balena

Quando la balena Bernarda e il pinguino Pedro vanno fanno visita a Giulio Coniglio e ai suoi amici è una vera festa. L’accoglienza calorosa a base di succo di carota e frittelle è ben gradita dai due ospiti che ben si prestano a far trascorrere ai padroni di casa un intenso pomeriggio di sguazzate al fiume. C’è chi come topo Tommaso si tuffa senza timore tra le onde e chi come Giulio preferisce guardare. Ognuno è a suo modo, e va bene così. Poi scende la sera e la fatica cala, ma anche il momento di dormire può trasformarsi in una bella occasione per dimostrarsi amici affettuosi e accoglienti.

I testi di Giulio Coniglio e il picnic con la balena sono leggermente più brevi rispetto ad altri della medesima serie, il che rende il volume particolarmente adatto a un primo tentativo di approccio autonomo. Essi risultano inoltre arricchiti da brevissimi fumetti (composti da una o due parole) che dinamizzano la pagina e il racconto, offrendo tra l’altro una possibilità di divisione nei compiti di lettura (“io leggo questi, tu leggi il resto”) che può contribuire a rendere le prime esperienze autonome più graduali  e in quanto tali piacevoli.

 

La collana Le giocastorie ad alta leggibilità

Giulio Coniglio e il pic nic con la balena fa parte della collana Le Giocastorie, ora in parte pubblicata da Franco Cosimo Panini Editore ad alta leggibilità. L’utilizzo del font leggimiprima rende infatti  le avventure del noto coniglio creato da Nicoletta Costa più accessibili anche in caso di dislessia: scelta editoriale apprezzabilissima perché concretizza realmente la possibilità di condividere narrazioni e immaginari al di là delle differenze imposta da un disturbo o una disabilità. Poter accedere autonomamente e più agevolmente alle avventure del coniglio più conosciuto dai bambini significa, per chi ha qualche difficoltà, potersi agganciare a pieno a un mondo che i propri pari condividono con piacere, ritrovandovi fertili occasioni di divertimento comune. La collana Le Giocastorie si contraddistingue per un formato snello e maneggevole, storie brevi ma  ben strutturate, una narrazione lineare, un rapporto bilanciato tra immagini e testo, illustrazioni inconfondibili e una scrittura piana ma mai sciatta. In  chiusura, piccoli giochi ispirati alla storia ed adesivi staccabili concorrono ad aumentare per vie traverse l’appeal del volume nei confronti dei lettori meno forti.

Con le ali di Aurora

Nella vita di Lorenzo qualcosa sta cambiando: il papà si è trasferito per lavoro in Australia, la mamma non è più solare come in passato e nella sua classe, da qualche tempo, tutto sembra più caotico e complicato. Una volta era diverso: la vita in famiglia nella tranquilla Pesaro era piacevole, la mamma Lola inventava storie buffe senza diventar matta per trovare un editore e il suo amico Maurizio stava bene con lui, sia a casa sia a scuola. Ma ora non più. E così Lorenzo si dedica in solitaria a passioni come il basket e prova a ritrovare una sintonia con chi gli sta accanto, alla disperata di ricerca di un equilibrio con sé stesso e con il mondo intorno. In questo delicato passaggio è l’arrivo in classe di una nuova bambina, Aurora, a fare la differenza. Affetta da sindrome di Down, Aurora ha modi e tempi tutti suoi, necessita di un insegnante di sostegno e crea non poco scompiglio in classe mettendo a dura prova la pazienza delle maestre e le dinamiche rodate del gruppo. Proprio questo suo modo insolito di stare al mondo porta però Lorenzo a una riflessione importante su cosa sia la normalità e a un’idea vincente che metterà insieme la passione di Aurora per il disegno e l’abilità di Lola nel narrare storie.

Con le ali di Aurora è un libro con un ritmo pacato che parte piano piano e accelera sul finale dopo essersi preso il tempo di far conoscere i suoi protagonisti al lettore. Le situazioni di vita scolastica che dipinge sono impastate di realtà e danno conto del ruolo determinante giocato, per una buona soluzione inclusiva, dalla personalità, dall’inventiva e dalla buona volontà delle singole maestre . Nel comportamento di Maurizio e di Aurora, ma anche dei loro compagni, c’è tutto lo scarto tra le etichette di cui sono infarcite le direttive e la pratica con cui gli insegnanti si trovano quotidianamente  ad avere a che fare, ci sono le soddisfazioni enormi di chi abbraccia la missione  educativa ma anche le sue difficoltà non trascurabili, c’è la necessità ben espressa di trovare spazi di conforto per ciascuno e possibilità di valorizzazione che travalichino i limiti imposti dall’handicap. Nel libro potranno trovare tracce di sé, quindi, sia gli adulti che i bambini, il che rende Con le ali di Aurora particolarmente adatto a una lettura in classe che stimoli il confronto e la condivisione di esperienze.

Eppure sentire

Silvia va per i quindici anni, frequenta il liceo classico, gioca a pallavolo e ha recentemente avuto un incidente sulla corriera che la portava a scuola: un grosso schianto con un tir proprio in corrispondenza del suo sedile e una ferita importante in testa. Ma soprattutto un aumento del danno all’udito con cui la ragazza combatte fin dalla nascita a suon di protesi – due giraffe a macchie che sono ormai parte di lei – e di instancabili esercizi di ascolto e lettura del labiale condotti insieme all’amorevolissima mamma. Insomma, l’incidente non ci voleva proprio, soprattutto perché concorre a rendere inderogabile la decisione che Silvia rimanda da tempo: sottoporsi o meno all’intervento per l’impianto cocleare.

Accanto e intorno a questa decisione ruotano eventi, incontri, pensieri in un turbinio che solo l’adolescenza è in grado di tenere insieme: le amicizie che nascono e che muoiono, l’amore che sboccia, le attività di volontariato, le feste, le prime responsabilità, il senso di esclusione, il desiderio di mascherare la propria diversità, i sentimenti complessi nei confronti dei propri familiari. Il tutto con l’inscalfibile consapevolezza che la sordità resta un marchio a cui è difficile sottrarsi, un fardello che condiziona ogni azione e rappresentazione di sé nel presente e nel futuro. Lo dice chiaramente, Silvia:

Se hai già fallito una volta, nascendo sorda, non puoi fallire più. Anzi, come minimo, per recuperare non devi essere solo normale, devi essere eccezionale, sorprendente, sorprendere tutti, che progressi la bambina, chi l’avrebbe mai detto, , chi si aspettava questi risultati, meglio del previsto…”

Forte anche di un personaggio ispirato a una persona reale e davvero ben delineato,  Eppure sentire appare un romanzo forte, coinvolgente e vero, che tocca corde profonde e commuove fino alle lacrime. È un romanzo che parla chiaro alle orecchie dei ragazzi, anche a quelle di chi non sente bene o non sente affatto, scoprendo al contempo tutta la normalità e tutta l’unicità di un’adolescenza segnata da una disabilità invisibile come la sordità. Ma è anche una celebrazione degli spazi di possibilità che ciascuno ha il diritto e il dovere di ritagliarsi, qualunque sia la sua forma di diversità rispetto agli altri.

Vacanze

Trascorrere le vacanze in campagna con il nonno, godersi una libertà avventuriera che pare senza tempo ed esplorare la natura in una scatenata solitudine. Questa è l’estate per la bambina del libro di Blexbolex. Ma poi arriva lui: quell’elefantino in tenuta da marinaretto che giunge a bordo di un treno locale per occupare un posto importante in casa, al tavolo, in giardino e in definitiva nelle giornate e nelle notti della protagonista. Vissuta come una sgradita invasione di campo, questa sfocia in una serie di dispetti e scortesie, fino a quando l’ospite fugge nel bosco costringendo il nonno a una ardita ricerca notturna. Ritrovato il fuggitivo, all’adulto non resta che coinvolgere i due cuccioli nell’organizzazione di un’attesa festa in maschera. È qui che la bambina, come ipnotizzata dalle scintille che salgono al cielo da un falò, compie un viaggio immaginario e avventuroso in compagnia di un simpatico bambino: lo stesso che per un attimo rivedrà il giorno seguente, sul treno che riporta a casa l’elefantino tanto bistrattato.

Visionario e raffinatissimo come sempre, con figure e tinte dal sapore vintage (in cui si inseriscono però elementi di ordinaria modernità), Blexbolex sovverte qui alcune convenzioni legate alla rappresentazione dell’infanzia (chi non avrebbe desiderato un elefantino con cui giocare?), portando il lettore a non dare nulla per scontato e a interrogarsi sul reale significato di quella convivenza così tribolata. Chi è quel pachiderma e come mai il nonno lo accoglie nella sua casa? Ma soprattutto perché, per una frazione di secondo, sul treno del ritorno, assume le fattezze del simpatico bambino incontrato la sera della festa? Con fare ammiccante e mai invadente l’autore lascia a chi legge l’onere e l’onore di trovare le sue risposte, mostrando grande rispetto e dedizione per il delicato e prezioso ruolo interpretativo di chi sta dall’altra parte delle pagine.

Privo di parole, Vacanze procede per immagini in maniera molto chiara e lucida, rendendo a misura (anche) di bambino un racconto pur lungo (138 pagine sono un bel numero per un silent book) e contraddistinto da una sovrapposizione tra piano reale e fantastico. Alternando doppie pagine piene e riquadri più piccoli l’autore scandisce un ritmo variegato, anima la narrazione e rende a pieno il senso di relatività spazio-temporale(-sentimentale) vissuto dalla protagonista e caratteristico dell’infanzia.  “Vacanze è un minuscolo dramma – racconta non a caso Blexbolex in un’intervista – al quale ho tentato di dare una dimensione più importante di quella dei fatti effettivamente riportati  perché questo è per me tutto il sale e il valore dell’infanzia”.

Il mio tempo con Olly

Il mio tempo con Olly è l’affettuoso ritratto che di Olly, all’anagrafe Olimpia, offre il fratello. Con il pretesto di un compito delle vacanze che recita “ Scrivere un racconto su qualcuno di importante per me”, questi si propone di dipingere la straordinaria normalità di una persona con sindrome di Down come la sua sorellina.

Attraverso i ricordi e alcuni episodi di vita familiare particolarmente significativi, il giovane narratore affronta questioni delicatissime e importanti per chiunque viva più o meno direttamente una disabilità: il ruolo del sibling come equilibrista che si dondola tra un affetto smisurato e un senso di sacrificio; le battaglie per una reale inclusione scolastica; la diffusa ignoranza e scarsa sensibilità da parte di molti adulti; l’orgoglio e la soddisfazione per i piccoli e grandi traguardi raggiunti dal proprio caro, il tanto discusso “dopo di noi”. Tutto questo emerge attraverso una voce amica, che è quella di un bambino che parla ai suoi pari. Per questo motivo il libro si presta particolarmente bene a offrire uno spunto per confrontarsi – magari in classe – su un tema importante come quello della diversità e della sua accettazione. Accettazione che passa prima di tutto attraverso la conoscenza, come Il mio tempo con Olly pare sapere bene.

Scritto da Francesca Gallo con un linguaggio a misura di bambino che supporta a dovere un’intenzione divulgativa oltre che narrativa, Il mio tempo con Olly sfrutta un font ad alta leggibilità. Spiazzanti e ironiche, le illustrazioni del libro sono affidate all’estro di Andrea Rivola che sceglie di dare a Olly e alla sua famiglia un aspetto non umano. Le coloratissime talpe a cui dà vita l’autore producono quindi un certo scarto rispetto al tono piuttosto realistico del testo, sottolineando l’idea che ognuno, in fondo, è a suo modo diverso.

I racconti dei vicoletti

Questo libro è una delizia. Per lo stile gioiosamente meravigliato dell’autore, per la tenerezza dei suoi personaggi e per lo sguardo insolito che ci regala sulla Cina. E infine, non da ultimo, per il modo delicato e rispettoso che ha di dare spazio alla disabilità nelle sue brevi narrazioni.

I quattro racconti a fumetti che compongono il volume – curato anche all’esterno, grazie alla copertina rigida che gli dona consistenza e valore – vedono infatti protagonista la piccola Yu’er che si muove tra i vicoletti del suo villaggio in sella a un tre ruote amorevolmente guidato dal florido nonno. Curiosa e tenace, la bimba conquista il lettore con grande facilità, contagiandolo con il suo modo vitale e positivo di affrontare ogni situazione, malgrado la difficoltà a camminare. Che si tratti di prepararsi alle paralimpiadi in una piscina immaginaria, ascoltare un concerto nel paradiso degli insetti, rispolverare la storia d’amore del nonno o cimentarsi con l’arte, Yu’er non manca di stupire il suo lettore con un’attitudine votata all’entusiasmo.

Intorno a lei, insieme al nonnino verso il quale manifesta un affetto smisurato e profondamente ricambiato, si attivano i personaggi più diversi – dai bulli di quartiere al burbero anziano con la passione della pittura – che nel bene e nel male rendono vivo il villaggio in cui tutto ha luogo. Quei vicoletti, non a caso citati anche nel titolo del libro, si fanno cornice viva e vitale di un’infanzia lontana migliaia di chilometri ma vicinissima al sentire di qualunque bambino.

Gli errori del coccodrillo

Le parole sono per il coccodrillo Crocco una croce e una delizia: se da un lato passerebbe ore a sollazzarsi tra giochi linguistici e storie inventate, dall’altra gli errori ortografici sono il suo cruccio scolastico. Al punto che i suoi compagni di classe prendono a chiamarlo scherzosamente Errore. Ma dagli errori può nascere molto, e Crocco avrà occasione di dimostrarlo con forza a chi lo prende in giro per i suoi sbagli nel dettato.

Accade infatti nella seconda storia contenuta ne Gli errori del coccodrillo (Errore l’eroe), che in classe faccia la sua comparsa un nemico spaventoso che terrorizza allievi e maestra. In preda al panico questi gridano a squarciagola il soprannome di Crocco, confuso dal cattivo con la parola Eroe. Preoccupato dal possibile arrivo di un prode combattente il nemico quindi fugge, garantendo nuova fama al piccolo coccodrillo.

La storia costituisce un invito leggero a fare dell’errore un’occasione di creatività, cosa che può accadere e dare buoni frutti soprattutto in una scuola capace di accogliere le differenze e mostrarsi flessibile. Efficacissima, in questo senso, la prima storia del volume (Salti e voli), in cui la maestra di Crocco sa valorizzarne la predisposizione all’osservazione attenta, all’immaginazione e alla divagazione poetica, trasformando il suo tragitto da casa a scuola di ogni giorno in una possibilità di apprendimento per l’intera classe.

 

LA COLLANA TANDEM

Gli errori del coccodrillo fa parte della collana Tandem, la cui idea di base è sfiziosa: due storie indipendenti ma comunque legate tra loro, l’una più breve, semplice, stampata in maiuscolo e composta di frasi perlopiù essenziali; l’altra più lunga, più articolata, stampata in minuscolo e composta da frasi non prive di subordinate. La lettura della prima, più agevole e a misura di principiante, crea le condizioni e gli incentivi (conoscenza dei personaggi e della situazione di partenza, voglia di scoprire cosa succede in seguito, sfida a mettersi alla prova con un testo adatto a lettori un pelo più arditi) per affrontare la seconda nonostante il livello di difficoltà maggiore. Entrambe, poi, sono stampate dall’editrice Il Castoro rispettando criteri di alta leggibilità grazie a una font specifico denominato Sassoon e a una sbandieratura a destra. Ulteriori accortezze potrebbero venire dall’uso di una carta non lucida come quella attuale e da una più ampia spaziatura.

Nuvole di drago

Non tutti i draghi sono uguali: c’è chi sputa fuoco, come nella miglior tradizione, e chi dalla bocca non produce nemmeno un po’ di fumo. Così Beo, protagonista di Nuvole di drago, non presenta nessuna attitudine alla produzione di  fiamme. Ogni volta che prova a imitare i suoi fratelli, il risultato è un disastro anche perché per accendere il fuoco tra le fauci occorre pensare cose davvero spaventose, attività che a lui riesce proprio difficile. Perché Beo è in realtà un draghetto sognatore, che ama passeggiare in riva al lago, fare pensieri e osservare le nuvole.

Non a caso, nella prima avventura raccolta nel libro (Beo salva una nuvola) il draghetto si incanta di fronte a una nuvoletta incastrata tra i rami di un albero e sogna di portarla a casa con sé. Ma il desiderio di possesso si scioglie facilmente di fronte alla possibilità di fare una buona azione e spingere con un soffio la nuvoletta dalla sua mamma.

Ma l’amore per le nuvole non è solo una velleità da drago poeta. Nella seconda avventura che lo vede protagonista (Fuoco o nuvole?) Beo scopre infatti che produrre fuoco dalla bocca può essere molto utile, ma che altrettanto può esserlo sapere spegnere le fiamme producendo nuvole temporalesche dal naso. Ecco allora che la sua conoscenza, la sua peculiarità e la sua passione consentono di domare un piccolo incendio divampato in casa, suscitando ammirazione e gratitudine nei draghi che gli stanno accanto.

 

LA COLLANA TANDEM

Nuvole di drago fa parte della collana Tandem, la cui idea di base è sfiziosa: due storie indipendenti ma comunque legate tra loro, l’una più breve, semplice, stampata in maiuscolo e composta di frasi perlopiù essenziali; l’altra più lunga, più articolata, stampata in minuscolo e composta da frasi non prive di subordinate. La lettura della prima, più agevole e a misura di principiante, crea le condizioni e gli incentivi (conoscenza dei personaggi e della situazione di partenza, voglia di scoprire cosa succede in seguito, sfida a mettersi alla prova con un testo adatto a lettori un pelo più arditi) per affrontare la seconda nonostante il livello di difficoltà maggiore. Entrambe, poi, sono stampate dall’editrice Il Castoro rispettando criteri di alta leggibilità grazie a una font specifico denominato Sassoon e a una sbandieratura a destra. Ulteriori accortezze potrebbero venire dall’uso di una carta non lucida come quella attuale e da una più ampia spaziatura.

Revolution

In tempi di muri e barriere, nei quali il pericolo di dividersi in un pretestuoso noi e voi si fa palpabile, i buoni libri e il loro contenuto potente possono fare la differenza. A maggior ragione se sono albi illustrati che parlano a occhi più e meno maturi e che con sbalorditiva incisività riescono a fare breccia nell’immaginario. Di certo è il caso di Revolution, libro senza parole ideato e illustrato da Arianna Papini, meritatamente vincitore del Silent Book Contest 2017: un libro che sfida l’illusione di poter classificare gli esseri viventi in base a origini rigidissime, per le quali la contaminazione è qualcosa di necessariamente negativo.

Attraverso la rappresentazione di creature fantastiche che man mano si incontrano e ne generano altre che ne assommano i caratteri, l’autrice porge al lettore una riflessione molto significativa sul valore della differenza e sulla meraviglia che da esse può avere origine.  Così dall’incontro romantico tra una sorta di talpa su ruotini e una bizzarro uccello con tre ali sul capo e una veste variopinta nasce  un cucciolo peloso su ruotini con tre piume sul capo che crescerà e incontrerà una specie di elefante dalla zampe lunghissime e snelle con cui darà vita a un cucciolo dai tratti misti che a sua volta deciderà di mettere su famiglia. E così si procede fino a quando, dopo numerosi incontri e incroci tra animali stranissimi e affascinanti, non  ci si ritrova davanti a due creature dall’aspetto davvero piuttosto familiare. E lì il libro finisce e ricomincia, in un ciclo vitalissimo per il pensiero di chi legge.

La cura che Arianna Papini abitualmente dedica alle sue creature di carta trova qui massima espressione. Sono infatti i dettagli, anche quelli più minuti come la fantasia della punta di una coda, il numero di zampette, la presenza di piccolissimi ruotini o la combinazione di colori di un manto, a guidare il lettore nella comprensione del meccanismo narrativo che soggiace alle illustrazioni. Non immediatissimo, quest’ultimo richiede una certa attenzione e capacità di decodifica dell’immagine attraverso una serie di inferenze non banali. Una volta scoperto, tuttavia, risulta piacevolmente e agevolmente fruibile  anche in caso di maggiori difficoltà poiché la struttura ritmica della narrazione procede in maniera iterata presentando via via un incontro tra due creature e il cucciolo che ne nasce, secondo un andamento ciclico molto chiaro. Il gusto e la soddisfazione, poi, offerti di volta in volta dal riconoscimento dei caratteri genitoriali che ogni creatura assomma sono grandi e costituiscono un incentivo ulteriore alla lettura, tanto dei bambini quanto degli adulti. L’operazione, d’altronde, non si discosta di molto dagli immancabili “Ha il naso del papà”, “Gli occhi sono tutti della nonna”, “la punta delle orecchie è indiscutibilmente quella dalla prozia” che accompagnano gioiosamente la nascita di un bimbo.

Il brutto anatroccolo

Anche solo osservato superficialmente, tenendo chiusa la copertina o sfogliando velocemente le pagine, Il brutto anatroccolo di Uovonero offre la netta e veritiera impressione di avere tra le mani un libro prezioso. Sono senz’altro le illustrazioni avvolgenti di Arianna Papini, così malinconiche e poetiche come è caratteristico dell’illustratrice fiorentina, a dire in maniera immediata al lettore quanta cura ci possa e ci debba essere in un libro progettato per risultare fruibile anche in caso di esigenze speciali.

Accolti da questa sensazione di piacevole benvenuto, ci si sofferma poi sulle pagine interne e sui testi, curati da Enza Crivelli, e anch’essi capaci di garantire l’accessibilità della storia senza per questo sacrificarne l’intensità.

In quelle frasi molto brevi e lineari, rafforzate dai simboli PCS riquadrati e affiancate da figure dall’aria imperturbabile e immortale – come d’altronde una fiaba dovrebbe essere – ritroviamo tutta la potenza di un racconto che parla in modo ancora straordinario di diversità. E che da oggi può farlo anche a bambini che faticano a leggere un testo tradizionalmente stampato e che beneficiano invece di un supporto alla comunicazione attraverso i simboli.

Questo brutto anatroccolo fa infatti parte dell’apprezzatissima collana I pesci parlanti di Uovonero che propone fiabe tradizionali in una versione adattata, con testi asciugati, simbolizzati e disposti in maniera molto pulita e chiara sulla pagina, per venire incontro alle esigenze di lettura di bambini con autismo o disturbi della comunicazione. Forte inoltre del sistema brevettato Sfogliafacile, il volume risulta più resistente anche nel caso in cui sia maneggiato con poca praticità, con frequenza o in situazioni poco agevoli.

L’idea di accoglienza e di abbraccio caloroso che sta alla base della collana trova qui una delle sue più piene concretizzazioni grazie alle scelte fatte dalle autrici. Il risultato è un libro che con il suo aspetto concorre fisicamente alla costruzione di un piacevole momento di lettura condivisa in famiglia, in classe e in biblioteca. E questo non è poco. Che poi il libro celebri il diritto e il bello di essere sé stessi, con tutte le complicazioni che questo comporta, non solo con il suo contenuto ma anche con la sua forma, è cosa ancor più rara che dà a quella iniziale e sfuggente impressione di preziosità un solido e motivato fondamento.

Per venire incontro a esigenze diverse di lettura, dal 2018 Il brutto anatroccolo e e le altre fiabe de I Pesci parlanti sono proposte dall’editore cremasco anche in una nuova collana chiamata I Pesciolini i cui volumi, identici nel contenuto ai loro “fratelli” maggiori, fanno a meno del formato Sfogliafacile e della cartonatura, risultando così più snelli ed economici (12.90 €).

 

Lo sguardo fragile

Mattia è un bambino particolare. Alcuni suoi comportamenti – come l’insofferenza verso i rumori forti o il contatto fisico, lo sfarfallio delle mani in caso di agitazione o la fatica a gestire un flusso eccessivo di emozioni e pensieri – lo rendono strano agli occhi di chi, come il compagno Andy, non si soffermi a coglierne le ragioni profonde ma si limiti a giudicarli con sufficienza perché distanti dal proprio modo di essere. Chi invece fa lo sforzo di capire cosa si nasconda dietro quei comportamenti, riesce a vedere anche il retro della medaglia e a cogliere così la fortissima sensibilità di Mattia. Quella sensibilità, per esempio, che gli fa dire alla maestra “Mi fa male la tua testa”, con un’espressione che rende in modo straordinario il grado di empatia di cui è capace.  Nel caso di Mattia e non solo, tutto dipende, insomma, da come si guardano le cose e le persone. Lo spiega bene il vigile Luigi, chiamato affettuosamente Gigile dai bambini e protagonista di un brutto incidente proprio fuori dalla scuola, quando illustra alla classe di Mattia il potere del gesto di una mano, capace di fermare un’intera colonna di macchine per far attraversare dei pedoni. Lo sguardo fragile parte proprio da lì e dall’idea che la forza non coincida con la prepotenza, per offrire un ritratto accessibile e godibile di una sindrome poco nota come quella da cui è colpito Mattia.

Coerente con i precedenti volumi della collana Uniti per crescereIl puzzle di Matteo e Il deserto fiorito, editi da Kite – Lo sguardo fragile vede coinvolti come autori Luigi Dal Cin e Chiara Carrer e presenta una cornice narrativa che funge da pretesto per introdurre e dettagliare, con un linguaggio a misura di bambino, le caratteristiche principali della sindrome trattata. Così anche qui, l’incontro della maestra e dei bambini con il vigile Luigi diventa l’occasione per mettere in luce i sintomi più significativi della sindrome del cromosoma X fragile: quelli che anche un bambino – un amico, un compagno di classe, un fratello – potrebbe facilmente riconoscere anche nella realtà  e che sono perlopiù riportati da una bambina, Anna. E non è certo casuale questa scelta: tutto il libro infatti ruota intorno all’idea che la forza stia nello sguardo e che a fare la differenza sia il punto di vista con cui ciascuno di noi decide di guardare e di vedere le cose. E così come l’autore Luigi Dal Cin sottolinea questo aspetto cruciale attribuendo con cura le parti espositive ai diversi  personaggi e costruendo una metafora narrativa molto potente, anche l’illustratrice Chiara Carrer vi contribuisce dando vita a illustrazioni che richiamano profondamente – nel tratto e nelle tinte – lo spirito dell’infanzia e dando forma alla confusione emotiva e di pensiero che popola talvolta la mente dei bambini come Mattia.

La presenza di schede operative per gli operatori e di alcuni passaggi un po’ meno diretti (per esempio quello in cui si legge “Se invece non facciamo lo sforzo di prendere il suo punto di vista, uno sforzo di immedesimazione, il nostro sguardo – sempre centrato su noi stessi – coglierà solo quei comportamenti che giudicheremo “strani”, ma non avremo capito nulla di Mattia”) lasciano intendere che il destinatario adulto sia ben presente, accanto a quello bambino, nella mente degli autori, dell’editore e dell’associazione che ha promosso l’intero progetto editoriale Uniti per Crescere. Ma questo non è un male, semplicemente ci dice quanto un libro che mescola divulgazione scientifica e narrazione possa essere utile anche ai grandi e come possa farsi strumento prezioso per dire quel che pare  a volte troppo difficile: perché poter e riuscire a dire la disabilità è un passo tanto complesso quanto fondamentale per poter far sì che una corretta cultura dell’inclusione possa farsi strada.

Il nido

Steve ha 12 anni, una famiglia abbastanza normale, una babysitter esperta di insetti e una certa difficoltà a vivere con serenità le piccole difficoltà quotidiane. È un bambino “molto sensibile!”, Steve – così lo definiscono i genitori – un bambino con piccole ossessioni e il bisogno di contenere le ansie ripetendo delle liste e affidandosi a personalissimi rituali. Data la situazione di partenza, l’arrivo di un fratellino – Theo – con una patologia non definita che lo rende fragile e diverso, non contribuisce a rasserenare il protagonista. Dopo essere stato punto da uno strano tipo di vespa cui peraltro è allergico, questi inizia infatti a fare strani sogni in cui dialoga con la regina e in cui progetta una soluzione per i problemi di Theo. L’idea di ritrovarsi con un fratellino normale, e anzi perfetto, dapprima lo affascina e tranquillizza ma quando capisce in cosa consiste l’inquietante piano della vespa i suoi pensieri accelerano e il suo diventa un percorso di accettazione della diversità tormentato in cui spendersi e rischiare in prima persona.

Il libro di Kenneth Oppel è tutt’altro che usuale e rassicurante. L’intreccio tra reale o onirico in cui lascia sospeso il lettore, stimola, interroga e spiazza  quest’ultimo. Forte di questo doppio piano narrativo, mai nettamente definito, Il nido affronta il tema della diversità da un’angolatura insolita e proprio per questo illuminante. Senza che il protagonista sia in prima persona toccato dall’imperfezione causata da una malattia o da una disabilità, questa trova un posto preminente nella narrazione attraverso il tormentato percorso del bambino. Non ci sono moralismi spicci o lunghi discorsi sul tema, tra queste pagine,  e questo fa sì che la messa in discussione di  un’idea di perfezione auspicabile a tutti i costi, non puzzi di retorico o artificioso. Sono i sogni, le decisioni riviste, le azioni e le relazioni di Steve a portarci a riflettere, supportati in maniera puntualissima dalle illustrazioni in bianco e nero di Jon Klassen che fanno del loro caratteristico gioco di ombre, spessori e inquadrature distorte la lente perfetta per mettere a fuoco un racconto così suggestivo.

One

Grace e Tippi portano i nomi di due muse del cinema hitchcockiano, il che – come loro stesse notano – ha un che di ironico se si considera il lato innegabilmente inquietante del loro aspetto. Gemelle siamesi, le due ragazze condividono il corpo dall’intestino in giù, sfidando ogni santo giorno la curiosità morbosa e la maleducazione malcelata della gente,  che si scatenano di fronte a una diversità tanto marcata. Abituate  a una quotidianità  che richiede sincronia e sostegno reciproco, Grace e Tippi si trovano dall’oggi al domani a dover rinunciare alle lezioni private e frequentare una scuola vera e propria. Servirà loro una dosa massiccia di pazienza e di coraggio per far fronte agli sguardi stupiti, alle domande sfacciate e ai gesti scortesi che frotte di coetanei riverseranno loro addosso. Ma Grace e Tippi sono ben allenate a far fronte a tutto questo, al punto che quando dalla massa di studenti emergono Jon e Yasmeen, due amici disposti ad accogliere le due ragazze per come sono, senza troppe domande o condizioni, queste non possono credere ai loro occhi. Sarà invece un’amicizia stramba e schietta quella che legherà i quattro ragazzi, anche e soprattutto quando le cose si metteranno male, quanto a quattrini e salute.

È in particolare la voce di Grace, la più timida e fragile delle due gemelle, a portare il lettore dentro questo momento di svolta, mettendolo a parte del contemporaneo incontro con Jon e Yasmeen, dell’affetto smisurato per la sorellina Drago, del rapporto con un padre caduto nella trappola dell’alcolismo e con una madre travolta dal lavoro, dell’improvvisa necessità di valutare l’ipotesi di un’operazione separante e di un contratto televisivo per racimolare denaro. Attraverso la sua voce si delinea il versante emotivo di una vita a due gambe e quattro braccia, nella quale l’intimità e la dipendenza dall’altro diventano parte integrante di sé, nonostante i limiti che impone. Il racconto di due che sono uno e di uno che è due, in una dualità dinamica e sfuggente, procede come una poesia: forma che ne accentua il carattere intenso e coinvolgente.

Malgrado la vicenda scorra veloce e il tratteggio dei personaggi non risulti molto approfondito, One appare come un libro forte e di stacco, un libro che smuove qualcosa dentro il lettore costringendolo a chiedersi quanto potrebbe somigliare alle persone che circondano le protagoniste, con il loro carico di pregiudizi e crudeltà più o meno consapevoli, e a interrogarsi sulla sua reale capacità di comprendere e accettare una concezione della vita e dell’ identità probabilmente distante dalla propria.