Tutta colpa del barattolo

Prendete la fiera dell’Est e moltiplicatela per dieci: ecco a voi, in tutta la sua mirabolante prorompenza, il divertente albo illustrato di Luca Tortolini e Maria Gabriella Gasparri Tutta colpa del barattolo. Anche qui un topo, un gatto e un cane si inseguono l’un l’altro in un inarrestabile effetto a catena, ma in un crescendo stupefacente entrano poi in gioco bufali imbizzarriti, dighe crollate, cioccolato sciolto in quantità industriali e involontari spettacoli pirotecnici. Il tutto, manco a dirlo, per colpa di un barattolo calciato per noia!

Iperbolico e folle, Tutta colpa del barattolo travolge il lettore con una storia incredibile da cui è un piacere lasciarsi sorprendere. Stampato con caratteristiche di alta leggibilità come la font Leggimi, la spaziatura maggiore, la sbandieratura a destra e la presenza di un solo paragrafo (talvolta una sola frase per pagina), l’albo edito da Sinnos offre una lettura appagante e ricca, nonostante la sua brevità, grazie a una intensa ed efficace sinergia tra testo e illustrazioni.

Queste ultime, caratterizzate da grande dinamismo e da un numero limitato di colori accesi e fluo, la fanno infatti da padrone nell’aggiungere dettagli sfiziosi al racconto, dicendo molto di più di quel che esplicitano le parole. Ne vien fuori una narrazione dal forte impatto visivo, che ben asseconda la propensione di tanti lettori, riluttanti o dislessici per esempio, ad apprezzare storie che sanno essere ricchissime anche con testi piccini picciò.

Un viaggio gattesco

Con le avventure di Merlo (che comprendono, Merlo e la merenda, Merlo e i colori, Merlo e le emozioni, Merlo e gli opposti), messe a punto da Gloria Francella e Giulio Fabroni, Sinnos ha inaugurato una proposta editoriale intrigante, innovativa e dalle interessanti possibilità inclusive. Si tratta di cofanetti composti da 12 carte ciascuno, che raccontano storie minime ed essenziali da ricomporre come un puzzle. Ogni carta presenta, infatti, un brevissimo pezzo di testo (font maiuscolo e ad alta leggibilità) sul fronte e un pezzo di illustrazione sul retro. Messe l’una accanto all’altra dal lato delle figure, le carte compongono in alcuni casi una sorta di quadro complessivo della storia e in altri un riepilogo illustrato dei diversi passaggi narrativi.

La formula delle carte è semplice ma ingegnosa perché attiva il lettore in un gioco che rende la lettura dinamica e insolita, adatta a svolgersi anche in luoghi e posizioni inconsueti. Su un tavolo, sul pavimento, su un tappeto, in cortile: i cofanetti Sinnos amano gli spazi in cui ci si può sdraiare, muovere, allargare. La lettura qui può prendere strade diverse: può procedere, per esempio, di pari passo con la ricomposizione del quadro così come può scorrere liscia fino alla fine e poi lasciare spazio al gioco. Sta al lettore decidere, e questo non solo lo rende particolarmente partecipe ma gli consente anche di godere della storia in più modalità, reiterando ogni volta il piacere della scoperta.

Alla luce di questi felici aspetti, accogliamo con gioia la pubblicazione di due nuovi confanetti. Si tratta di Un viaggio gattesco e Chi abita qui?, scritti e illustrati questa volta da Angela Cascio e Sergio Olivotti.

In Un viaggio gattesco i protagonisti sono due gatti – Lola e Gordo – che fantasticano sui mirabolanti viaggi che vorrebbero fare. Le idee non gli mancano ma per ogni proposta che gli balza in testa, vien fuori un intoppo. I due non hanno, infatti, la patente, non arrivano i pedali della bici, patiscono il caldo della savana, non sanno come trasportare gli sci… difficile muoversi in queste condizioni. Non resta che trasformare in un luogo festoso la casa: per quello bastano gli amici e gli amici, grazie al cielo, non mancano! Contraddistinto da una struttura iterata che porta sorrisi, Un viaggio gattesco invita a immaginare nuove mete e nuovi intoppi, in un viaggio fantastico potenzialmente senza fine e sempre diverso.

Chi abita qui?

Con le avventure di Merlo (che comprendono, Merlo e la merenda, Merlo e i colori, Merlo e le emozioni, Merlo e gli opposti), messe a punto da Gloria Francella e Giulio Fabroni, Sinnos ha inaugurato una proposta editoriale intrigante, innovativa e dalle interessanti possibilità inclusive. Si tratta di cofanetti composti da 12 carte ciascuno, che raccontano storie minime ed essenziali da ricomporre come un puzzle. Ogni carta presenta, infatti, un brevissimo pezzo di testo (font maiuscolo e ad alta leggibilità) sul fronte e un pezzo di illustrazione sul retro. Messe l’una accanto all’altra dal lato delle figure, le carte compongono in alcuni casi una sorta di quadro complessivo della storia e in altri un riepilogo illustrato dei diversi passaggi narrativi.

La formula delle carte è semplice ma ingegnosa perché attiva il lettore in un gioco che rende la lettura dinamica e insolita, adatta a svolgersi anche in luoghi e posizioni inconsueti. Su un tavolo, sul pavimento, su un tappeto, in cortile: i cofanetti Sinnos amano gli spazi in cui ci si può sdraiare, muovere, allargare. La lettura qui può prendere strade diverse: può procedere, per esempio, di pari passo con la ricomposizione del quadro così come può scorrere liscia fino alla fine e poi lasciare spazio al gioco. Sta al lettore decidere, e questo non solo lo rende particolarmente partecipe ma gli consente anche di godere della storia in più modalità, reiterando ogni volta il piacere della scoperta.

Alla luce di questi felici aspetti, accogliamo con gioia la pubblicazione di due nuovi confanetti. Si tratta di Un viaggio gattesco e Chi abita qui?, scritti e illustrati questa volta da Angela Cascio e Sergio Olivotti.

Chi abita qui? fotografa i peculiari inquilini di un delizioso condominio, a ciascuno dei quali è dedicata una carta. Ci sono la dottoressa, il pescatore, l’imbianchina, il violinista e tanti altri, secondo una distribuzione delle professioni tra i generi attenta a non alimentare pregiudizi e cliché. La cosa interessante di questo cofanetto è la possibilità di costruire combinazioni narrative sempre diverse che delineano inattesi rapporti sentimentali, di amicizia, professionali o di semplice buon vicinato. Ogni carta presenta infatti un personaggio, indicandone la professione e un’azione ad essa legata, sempre rivolta a qualcun altro. Questo qualcun altro è lasciato in sospeso, consentendo al lettore di sceglierlo a piacere. Così, per esempio, Pino il postino può consegnare lettere d’amore a Marta la sarta, a Carlotta la poliziotta ma anche a Martino il Ciabattino o a Mario il bibliotecario e via dicendo. E questi a loro volta potranno cucire camicie, indicare la strada, fare calde pantofole e prestare libri ad altrettanti fortunati destinatari, in un intreccio di legami che è un inno leggero all’invenzione fantastica e alla coltivazione delle relazioni.

C’è qualcosa in casa

Passi trascinati nel corridoio, porte che si aprono misteriosamente, oggetti che si spostano: Andrea ne è certo, Qualcosa si intrufola regolarmente in casa sua per terrorizzarlo. Il problema è: cosa? Ma soprattutto: come fare per non farsi sopraffare dalla paura? Andrea le prova tutte: ignora quel Qualcosa, prova a pedinarlo, si dà delle regole come non guardare mai indietro e chiudere a chiave l’armadio, ma nulla. Qualcosa torna sempre.

Ad Andrea serve una soluzione più radicale e così, forte della sua passione per i fumetti, inizia a creare delle maschere che lo proteggano di notte e a dar forma a una sorte di supereroe personale – il temibile Maizena, ispirato dalla forza dei fluidi non newtoniani – che gli dia coraggio. In un percorso in cui vecchi amici riservano delusioni ma nuove amiche si mostrano preziose alleate, Andrea affronta un passo alla volta la sua paura. Sarà davvero una volta per tutte?

C’è qualcosa in casa fa parte dell’interessante collana Piccole piume di Pelledoca, giovane case editrice specializzata nella pubblicazione di titoli da brivido per bambini e ragazzi. La collana Piccole piume, in particolare, si rivolge a un pubblico di giovanissimi dai sei anni in su che non si facciano spaventare dalle storie misteriose.

Contraddistinti da trame avvincenti e non prive di una certa suspance, come nel caso di C’è qualcosa in casa, i libri che compongono la collana sono altresì accomunati da caratteristiche di alta leggibilità come la font leggimi, la spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe (purtroppo non tra paragrafi, però), sbandieratura a destra e l’uso del grassetto per evidenziare passaggi particolarmente salienti, che concorrono a rendere più amichevole la lettura anche in caso di dislessia.

Susan Duckling e il caso del raffreddore scomparso

La maestra di Susan è un tipo così gentile e premuroso che quando, di punto in bianco, inizia a mostrarsi scontrosa e arcigna, Susan si insospettisce immediatamente. Forte del successo della sua prima indagine (Susan Duckling e il caso del regalo di compleanno), la bambina ottiene di poter affiancare il padre nelle ricerche volte a svelare il perché di un cambio così inspiegabile e repentino. Grazie a pedinamenti, supposizioni e raccolta di indizi come orecchini spaiati e reazioni cagnesche, Susan riesce a ricomporre l’intricato puzzle investigativo con una logica da 10 e lode!

Ambientato in una Londra del secolo scorso, tra pipe, bombette e vetture scoppiettanti, Susan Duckling e il caso del raffreddore scomparso fa seguito al primo volume  della serie che vede protagonista la figlia del commissario Duckling. Fresca e accattivante, la serie è intrisa di un certo humour inglese ed è animata da alcuni personaggi ricorrenti – come l’immodesto papà di Susan o il paziente agente Puddle – che ruotano attorno alla bambina e aggiungono tocchi british e qualche sorriso alle sue indagini. Queste ultime, dal canto loro, sono tutte molto lineari e minimali, capaci di risolversi in un tempo misurato, senza correre il rischio che i lettori meno forti si annoino.

Questo aspetto, unito alla frequenza delle illustrazioni e al ruolo importante che viene loro riservato, così come alla scelta di stampare il testo con alcune caratteristiche di alta leggibilità (font leggimi, spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe, sbandieratura a destra, come tipico di tutti i titoli della collana Piccole piume di Pelledoca), fanno dei libri di Susan Duckle una proposta frizzante e abbordabile anche per lettori dislessici.

Susan Duckling e il caso del regalo di compleanno

Che i bambini siano acuti osservatori è risaputo. Che abbiano una logica pungente, pure. Difficile pensare, quindi, a soggetti migliori per risolvere casi misteriosi. E infatti, quando il noto commissario Duckling cede alle richieste della figlia Susan e le affida una dei suoi casi, la bambina si dimostra perfettamente all’altezza di risolverlo. Le basterà seguire con attenzione le tracce, drizzare le orecchie anche di fronte alle notizie più frivole e fidarsi del suo istinto anche a notte fonda, per riportare a casa il rinoceronte sparito dallo zoo della città e guadagnarsi addirittura la prima pagine del London Time.

Ambientato in una Londra del secolo scorso, tra pipe, bombette e vetture scoppiettanti, la serie di Susan Duckling è fresca e accattivante. Intrisa di un certo humour inglese, è animata da alcuni personaggi ricorrenti – come l’immodesto papà o il paziente agente Puddle – che ruotano attorno alla giovane protagonista e aggiungono tocchi british e qualche sorriso alle sue indagini. Queste ultime sono tutte molto lineari e minimali, capaci di risolversi in un tempo misurato, senza correre il rischio che i lettori meno forti si annoino.

Questo aspetto, unito alla frequenza delle illustrazioni e al ruolo importante che viene loro riservato, così come alla scelta di stampare il testo con alcune caratteristiche di alta leggibilità (font leggimi, spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe, sbandieratura a destra, come tipico di tutti i titoli della collana Piccole piume di Pelledoca), fanno dei libri di Susan Duckle una proposta frizzante e abbordabile anche per lettori dislessici.

10 cani in città

Che spasso, 10 cani in città! Nato dalla matita folleggiante di Charles Dutertre, l’albo edito da Sinnos è  un concentrato di invenzioni bizzarre, piccole narrazioni urbane dai tratti surreali e figure particolareggiate tra le quali sostare, zigzagare e sfidarsi a lungo.

Qui si seguono in particolare le avventure di Camillo, un bambino che decide di inoltrarsi in città dove pare si aggirino in totale libertà dieci cani. A ogni doppia pagina, che ritrae Camillo in una cornice diversa, i cani aumentano (uno nella prima, due nella seconda e via dicendo…) e il lettore è invitato a scovarli insieme ad altri oggetti (tre per doppia pagina) più o meno evidenti, più o meno bislacchi.

E così, sull’autobus come al museo, in biblioteca come al mercato, chi legge si può scatenare nella ricerca delle cose più disparate, dai granchi che leggono i libri ai gatti coi bigodini. Già, perché la città immaginata e dipinta dall’autore è tutto fuorché ordinaria, al punto che, tra le sue pagine ci abituiamo presto a veder passare pinguini imparruccati, palombari, lupi di mare e cowboy. Meno abituati a tanta stranezza sono invece i genitori di Camillo, che tornati a casa proprio all’ultima pagina scoprono loro malgrado che cani e cittadini possono continuare le loro folli avventure anche in un comune appartamento. Il loro!

Dal punto di vista dell’accessibilità, 10 cani in città adotta una formula davvero vincente. Non solo infatti il libro presenta alcune caratteristiche di alta leggibilità che lo rendono amichevole anche in caso di dislessia, ma inserisce il meccanismo del cerca-trova all’interno di una micro-narrazione, così da incentivare senza alcuno sforzo l’avanzare della lettura.

Forte di pagine fittissime e ricche di dettagli tutti da scoprire, l’albo di Charles Dutertre invita inoltre a un’esplorazione della pagina del tutto personale, in cui le cose da guardare, da vedere e da gustare sono decisamente più numerose di quelle indicate dal testo. Ecco allora che la lettura visiva, così congeniale a tanti lettori riluttanti o fragili, viene incessantemente solleticata. Il tratto dell’autore, ricco di inventiva, humour e colore dà vita, infatti, a pagine brulicanti di fronte alle quali c’è sempre qualcosa di nuovo e di insolito da rilevare. Questo, unito alla capacità di creare continuità narrativa tra le pagine, attraverso personaggi che tornano con costanza, cambiando magari solo d’abito, rende la narrazione per immagini prima e più che per parole un’avventura irresistibile.

Stella procione

Scoprire una nuova specie animale è un’autentica avventura per uno scienziato. Ma anche scegliere il nome per la nuova specie scoperta può non essere da meno, parola di dottor Storr.

Quando quest’ultimo – tipo eccentrico e curioso – si trova faccia a faccia con un animale che assomiglia moltissimo a un cane ma che a tutti gli effetti è una creatura a sé, inizia infatti un appassionante lavoro di osservazione e nominazione, non del tutto privo di imprevisti. Le bestiole con cui si trova ad avere a che fare sono di fatto procioni intraprendenti e vivaci. Mica facile starci dietro! Un aiuto imprevisto al dottor Storr arriverà però dal cielo che con le sue costellazioni e le storie che queste custodiscono si rivelerà fonte di ispirazione inesauribile e preziosa.

La storia che lega la specie dei procioni all’astronomia è ispirata a una storia vera ed è proposta da Sinnos in un volume smilzo e piacevole della collana Leggimi, curato da Letizia Iannaccone e Alessandro Parodi. Oltre a raccontare una storia curiosa, Stella procione vanta caratteristiche di alta leggibilità che concernono font, spaziatura e allineamento e che rendono la lettura particolarmente agevole anche in caso di dislessia.

L’aquilone di Noah

Imperturbabile, chiuso nel suo silenzio e all’apparenza interessato, visceralmente interessato, solo a far volare il suo aquilone, Noah non ha vita facile. Non ce l’ha perché il periodo storico in cui vive – siamo a Cracovia nel bel mezzo della seconda guerra mondiale – non ammette tenerezza nei confronti di chi come lui è ebreo e ignora le tante norme via via più restrittive imposte dal nazismo. Ma non ce l’ha anche perché la famiglia che gli capita in sorte è tutto fuorché accogliente e capace di far spazio a un bambino atipico come lui.

Con una madre e una sorella del tutto anaffettive e preoccupate solo di sé stesse, un padre pavido e frustrato che dedica ogni sua attenzione agli orologi della sua bottega, Noah può fare affidamento solo su Joel, suo fratello maggiore, che da sempre di lui si prende cura. Per Joel, fare in modo che al piccolo Noah non accada nulla di male e che il suo aquilone possa continuare a volare è una sorta di missione, di compito autoassunto che intende portare a compimento costi quel che costi. Anche quando la vita nel ghetto si fa durissima, quando la famiglia Baumann è costretta a cambiare dimora e a dividere uno striminzito appartamento con degli sconosciuti, quando iniziano i rastrellamenti e quando anche una cosa banale come il volo di un aquilone può diventare motivo per trovare una morte violenta. E così, al fianco di questo scricciolo silenzioso e del gigante buono che lo accompagna, il lettore si inoltra tra le pieghe della storia, attraverso le diverse tappe che hanno dato forma all’orrore dell’Olocausto e da cui gli stessi protagonisti non sono lasciati indenni.

Intorno a loro, lungo un racconto in cui trovano spazi amori e sodalizi fraterni, tradimenti e imprevista compassione, crudeltà e generosità, si muove un’umanità palpabile e variegata che rende le categorie dei buoni e dei cattivi piuttosto labili e sfumate, un catalogo vivo di figure e caratteri animati dai sentimenti più diversi, dai più infimi ai più elevati. Tra queste pagine in cui la storia entra con prepotenza e senza remore, anche nei suoi episodi più duri, il lettore vede sfiorarsi o incrociarsi i percorsi di persone che paiono agli antipodi le une dalle altre, che mettono fortemente in discussione l’idea classica di famiglia, che in un nonnulla arrivano vicinissime alla redenzione come alla disperazione. I loro destini fragili fanno i conti con una pagina di storia vergognosa e immonda che la penna di Salmerón ha il merito di tradurre nella quotidianità di individui veri – adulti, anziani e bambini – rendendola così meno distante e impenetrabile.

Violetta e i topi del Titanic

Come ogni nave che compia lunghe tratte, anche il Titanic trasportava una serie di passeggeri senza biglietto e con una lunga coda: topi e topini viaggiatori. E proprio topi e topini sono i protagonisti della storia ad altra leggibilità scritta e illustrata da Cecco Mariniello per Sinnos, Violetta e i topi del Titanic.

Di due tipi diversi e rivali, i topi rossicci e quelli azzurrognoli non si possono nemmeno incrociare senza lasciarsi andare a risse e scontri verbali. In virtù di una lunga storia di lotte, guerre e soprusi, i due gruppi di roditori non fanno che insultarsi a vicenda e battersi gli uni contro gli altri. Due di loro, però, l’azzurrognola Eloisa e il rossiccio Abelardo, se ne infischiano altamente delle storiche beghe tra le rispettive fazioni di appartenenza e amano giocare insieme. E sarà proprio questa loro capacità di non lasciarsi condizionare dalla provenienza e di guardare al futuro più che al passato, a garantire loro una fuga riuscita al momento dell’impatto con l’iceberg e una prospettiva di nuova vita una volta giunti in America.

Costruito come una chiara metafora delle insensate lotte, soprattutto di classe, che nel tempo hanno animato la vita degli uomini e che nella clientela del Titanic trovavano una eloquente rappresentazione, Violetta e i topi del Titanic presenta un racconto fruibile per brevità, composizione sintattica e caratteristiche (tipo)grafiche.

Zoe Salvamondo (collana)

Zoe Salvamondo è una bambina curiosa, intraprendente e piuttosto incline a partecipare in maniera attiva alle faccende della comunità, piccola e grande, di cui fa parte. Il personaggio creato da Ruggero Poi e Alice Rossi incarna di fatto l’idea che non si è mai troppo piccoli per fare la propria parte e così, attraverso storie create ad hoc, la bambina conosce, sperimenta soluzioni e fa propri gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU: traguardi per lo sviluppo sostenibile che spaziano dalla tutela dell’ambiente all’educazione, dalla riduzione delle disuguaglianze alla cultura della pace.

In Zoe Salvamondo e la melenzana melanzanissima, per esempio, la protagonista esplora il tema della costruzione di città e comunità sostenibili (obiettivo 11). Lo fa spinta dal desiderio di preparare una deliziosa parmigiana di melanzane: occasione che la porta a conquistare una piccola isola verde in mezzo al traffico cittadino, a scontrarsi con la grande quantità di rifiuti, in parte superflui, che ogni giorno tutti noi produciamo, a fare la conoscenza di alberi che hanno un nome e a sperimentare quanto possano essere proibitive per il movimento e lo svago dei bambini le vie di una città.  Sul terrazzo del nonnino, infine, la bambina scopre che piccoli gesti di cura possono aiutarci a dare spazio a quelle creature come le api che altrimenti rischiano di scomparire dai nostri spazi a tutto cemento e come proprio quella cura costituisca il segreto di verdure buonissime, che più buone non si può!

In Zoe e il vestito di arancia, invece, a far da motore per il racconto è l’obiettivo dedicato al consumo e alla produzione sostenibili (obiettivo 12). Qui Zoe è intenta a cercare il regalo di compleanno perfetto per la sua amica Tilde. Difficile trovare qualcosa di meglio di un vestito originalissimo fatto di arance. Ma l’entusiasmo di Zoe in favore del pianeta non si ferma qui: insieme a lei a ai suoi amici, carte e pacchi dei regali diventano il materiale perfetto per costruire cartelli colorati e dar vita a un corteo di bambini. Un modo, questo, per dire a gran voce che il gioco dell’Usariusa è bellissimo e che anche gli adulti dovrebbero proprio provarlo!

Le storie di Zoe Salvamondo sono confezionate in collaborazione con la Fondazione Pistoletto e pubblicate da Beisler in forma di albo con caratteristiche di alta leggibilità. Font Testme, spaziatura maggiore e sbandieratura a destra caratterizzano da un punto di vista visivo, testi abbastanza semplici, dalla struttura lineare e perlopiù paratattica, ideali per prime esperienze di decodifica autonoma. Il racconto è piuttosto piano, privo di veri e propri guizzi inventivi, e accompagnato da illustrazioni vivaci che hanno un ruolo preminente e supportano in modo efficace la lettura.

Nelle vicende cittadine di Zoe, in cui trovano spazio personaggi ricorrenti come gli amici Tito e Tilde o il gatto Smangiucchio, questioni importanti e di spessore come quelle al centro dell’Agenda 2030 assumono una forma concreta e apprezzabile anche da bambini della scuola primaria. In questo senso i libri di Zoe offrono uno strumento interessante anche e soprattutto per un eventuale sviluppo del tema a livello scolastico.

Sono Vincent e non ho paura

Quell’età di mezzo in cui non si è né carne né pesce, in cui ci si sente troppo grandi per essere bambini e troppo piccoli per affrontare davvero il mondo da soli, è un affare proprio gramo. Scostarsi di una virgola dalla massa può voler dire subire prepotenze e prese in giro che sono talvolta tutt’altro che bravate, e Vincent lo sa bene. Così solitario e così fuori dagli schemi, lui che sa tutto dell’arte della sopravvivenza, è il bersaglio ideale per Dilan e la sua banda, che non perde occasione di deriderlo e prenderlo a botte appena fuori dalla scuola.

Denunciare i soprusi vorrebbe dire allarmare i suoi genitori – cosa peraltro già accaduta in passato – e ritrovarsi a tu per tu con la psicologa, e Vincent non ne ha nessuna voglia. Le giornate di lezione e l’attesa del famigerato campo scuola a cui Vincent è costretto a partecipare diventano così un vero tormento, un susseguirsi di ore lentissime in cui il ragazzino fa di tutto per non farsi notare e sfuggire alle vessazioni, rifugiandosi in una dimensione in cui dialoga con una cricca di animali immaginari dallo spiccato senso dell’umorismo.

Fino a quando in classe arriva una ragazzina che non potrebbe essere più diversa dal protagonista: sicura di sé, popolare e alla moda, Jasmijn – detta La Jas – si interessa in maniera autentica a Vincent e al suo mondo fatto di kit di sopravvivenza e conoscenze bizzarre. Anche La Jas, checché se ne possa pensare, sa cosa vuol dire essere vittima di discriminazioni e prepotenze (ché il bullismo prende tante strade e assume tante forme, scegliendo bersagli talvolta non scontati) e questo la aiuta e entrare in sintonia con Vincent. Tra i due nasce inaspettatamente un legame solido, un’amicizia che per il protagonista sarà preziosa per trovare il coraggio di affrontare ciò che lo spaventa senza rassegnarsi a subire e avere paura.

Con una grafica curata e accattivante, in cui lo sfondo scuro sottolinea la sensazione di buio che avvolge il protagonista all’inizio della storia e in cui gli elementi naturali a lui tanto familiari punteggiano le pagine con fare raffinato, il romanzo presenta una costruzione narrativa che tira pian piano il lettore per la manica fino a farlo ritrovare al fianco di Vincent mentre scappa dal campo scuola. A una prima parte in cui si alternano in maniera efficace il racconto delle giornate prima del campo scuola e alcune pillole da manuale di sopravvivenza, ne segue una seconda in cui la cronaca del campo scuola dal punto di vista di Vincent si fa serrata e travolgente. Di fronte all’ennesima concretissima minaccia di Dilan, il ragazzino scappa infatti nel boschi, mettendo finalmente a frutto tutto ciò che negli anni ha imparato sulla sopravvivenza e scoprendo che gli strumenti più utili in caso di pericolo  non sono in realtà fiammiferi e pietre focaie ma il poter contare sull’appoggio e il confronto con un amico vero come La Jas. Ché questo i manuali di sopravvivenza mica lo dicono!

Oltre a raccontare dall’interno e con toccante franchezza quanto possano essere complicate, delicate e multisfaccettate le dinamiche del bullismo, Sono Vincent e non ho paura si fa così apprezzare per una storia che viaggia veloce come una corsa a perdifiato nel bosco, per personaggi non scontati a cui ci si affeziona presto (non ultimi il verme e la sua combriccola di animali immaginari) e per una scrittura secca fatta perlopiù di frasi brevi che ben si sposano, dal punto di vista dell’accessibilità della lettura, con la stampa ad alta leggibilità proposta dall’editore Camelozampa. Avvincente e coinvolgente. In una parola: vincente. Consigliatissimo!

147 mostro che parla! (collana)

147 mostro che parla! è una collana di libri ad alta leggibilità corredati da audiolibro messa a punto dell’editore Telos. La collana si compone di 21 volumi (in via di pubblicazione), ciascuno dedicato a una diversa regione italiana e all’immaginario popolare che la caratterizza. Al centro di ogni volume ci sono infatti le creature fantastiche che animano i racconti folkloristici – 7 per ogni regione – rivisitati in una chiava nuova. Calati in contesti attuali e cornici narrative costruite ad hoc, sirene, folletti e mostri di ogni sorta rivivono tra queste pagine con un duplice effetto: recuperare e rendere palpitante un patrimonio culturale ricchissimo che altrimenti tenderebbe a svanire e restituire valore alla sua straordinaria forza immaginifica attraverso storie che parlano una lingua moderna.

Questo raffinato lavoro di recupero e riscoperta, supervisionato da Teresa Porcella che della collana è curatrice, è affidato di volta in volta a una coppia di autori e illustratori diversi, penne e matite autoctone della regione trattata. In questo modo la specificità culturale di ogni singolo territorio affiora in maniera palpabile anche nelle scelte lessicali e nelle espressioni idiomatiche così come in alcuni dettagli e atmosfere che prendono forma con le figure. Inoltre – cosa non da poco – questa scelta contribuisce a rendere particolarmente vivaci e multiformi i contenuti della collana che pur mantiene una sua forte identità e coerenza.

Ogni volume presenta sette racconti, ciascuno dedicato a una deversa creatura fantastica che, come tornata dal passato, si intrufola con naturalezza in scenari e situazioni d’oggi . I racconti sono brevi, snelli e accattivanti. Alla fine di ognuno, il libro propone una sorta di carta di identità del mostro protagonista che ne riassume le caratteristiche e che fornisce tutte le informazioni necessarie per evitarlo, difendersi o guarire dai suoi poteri. Le illustrazioni che accompagnano i racconti sono frequentissime (praticamente a ogni pagina) e in generale contraddistinte da uno spiccato ed espressivo uso del colore.

A questo aspetto, che senz’altro supporta e incentiva la lettura anche da parte di quei lettori che mal digeriscono pagine fitte fitte e dall’aspetto ostico, si somma una serie di altre caratteristiche che agevolano la lettura anche in caso di difficoltà legate per esempio (ma non solo) alla dislessia. In primo luogo il testo, come da consueta cura della casa editrice Telos, presenta caratteristiche di alta leggibilità. L’impiego del font EasyReading, la spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe e la sbandieratura a destra rendono infatti la pagina più ariosa e il riconoscimento delle lettere meno faticoso. In secondo luogo le parole meno comuni vengono evidenziate cromaticamente secondo una legenda che distingue nomi, verbi e aggettivi. E infine l’intero testo è reso disponibile per l’ascolto grazie a un semplice qrcode che, inquadrato, rimanda all’audiolibro letto direttamente dell’autore di ogni volume.

Accessibilità, originalità e cura compositiva sono dunque tre caratteristiche chiave della collana 147 mostro che parla! E che ne fanno un prodotto estremamente versatile e spendibile, dentro e fuori la scuola.

Insalata mista

Essere adolescenti è difficile per chiunque, esserlo in un contesto che di punto in bianco cambia, senza conoscere nessuno e dovendo ricostruirsi una vita da zero lo è ancora di più. Per questo, di fronte all’idea di trasferirsi con la famiglia da Parigi al villaggio di Morjac in Ardèche, la giovane Margotte non fa esattamente i salti di gioia. Anzi, lei che tende per indole a parlare poco e pensare molto, è a dir poco travolta dagli interrogativi, dalle rimostranze e dalle preoccupazioni.

Queste ultime si rivelano, d’altronde, tutt’altro che infondate: una volta arrivata nella sua nuova sperduta casa, Margotte si trova circondata da strade poco piacevoli per chi come lei soffra il mal d’auto, chili di mele cotogne da pelare, poche persone con cui legare, un dialetto strano con cui fare i conti e una coetanea tutt’altro che amichevole con cui incrociarsi ogni santo giorno. Come si sopravvive in queste condizioni? Con tanta forza di volontà e qualche incontro folgorante, come quello con il giovane Théo che abita lì accanto e incanta alla vista con i suoi rasta biondi e il suo sorriso smagliante. Anche – o forse proprio – grazie a lui, Margotte trova il coraggio di provare ad affrontare la nuova vita rurale con un’intraprendenza diversa: un inizio mica male per scoprirsi meno allergica del previsto alle persone e per scoprire sulla propria pelle quanto il senso di comunità possa fare la differenza nella situazioni di difficoltà.

Con una voce adorabilmente cinica, Margotte ci accompagna all’interno di una storia che non manca di emozioni, suspense e un piccolo mistero. Qui si alterna e combina una sfilza di personaggi gustosamente caratterizzati – dalla mamma in preda a una conversione al bio alla sorellina a cui nessuno resiste, dalla giovane Justine tutta piercing e sfide al mondo all’enigmatico abitante numero 17 del  piccolo villaggio – che rendono la narrazione vivacissima e mai piatta.

Insalata mista è un libro dallo stile ricco, in cui le parole ricercate e le espressioni insolite non mancano soprattutto per bocca della protagonista Margotte, i cui pensieri sono acuti anche nella forma, e degli abitanti di Morjac, il cui dialetto trapassa sulla pagina per un maggiore realismo. A questo aspetto, che potrebbe scoraggiare i lettori meno forti, fa da contraltare una costruzione narrativa avvincente e un racconto che aderisce come una ventosa al mondo degli adolescenti. Il libro tira dunque il lettore dentro una storia capace di appagare e offrire interessanti possibilità di rispecchiamento. A rendere il tutto più amichevole anche nei confronti di chi sperimenta maggiori difficoltà di lettura concorre poi la scelta di Camelozampa di stampare il volume con alcune caratteristiche di alta leggibilità come il font EasyReading e una spaziatura più ampia: le stesse già adottate per un altro gustoso romanzo di Gaia Guasti uscito qualche anno fa e intitolato Maionese, ketchup e latte di soia.

Ellen e il leone

La penna di Crockett Johnson ha una specie di marchio: i personaggi che ne escono hanno, infatti, una carica ironica, rocambolesca e immaginifica inconfondibile. L’esempio più celebre è probabilmente quello di Harold, bambino intraprendente che con la sua matita viola sa dare forma a ciò che non c’è e spalancare la porta a inaspettate avventure. Ma c’è un altro personaggio creato dall’autore americano, che seppure meno noto non ha nulla da invidiare ad Harold quanto a inventiva e fare tosto.

Si tratta di Ellen, una bambina dall’immaginazione indomita che nel perimetro rassicurante della sua cameretta dà vita a viaggi in treno fino in Arabia e ritorno, ardite scalate in montagna, battaglie contro streghe malvagie e corse contro il tempo con tanto di valigetta e stetoscopio. A rendere queste peripezie davvero deliziose è in particolare la presenza fissa, insieme ad Ellen, del suo leone di pezza. Quest’ultimo è, infatti, coinvolto suo malgrado nelle diverse imprese e il contrasto tra il suo aplomb disincantato e l’energia incontenibile della bambina dà forma a dialoghi davvero divertenti.

Non solo, con lui Ellen condivide riflessioni mica da poco e una dimensione del gioco che, come è tipico dell’infanzia, si fa serissima e capace di un andirivieni fluido tra mondo reale e mondo fantastico. È proprio il leone di pezza, con un’imperturbabilità che fa sorridere, a tentare di riportare Ellen coi piedi per terra. Ma la bambina fa orecchie da mercante e ultimata un’avventura è già pronta a fantasticarne un’altra, con buona pace del felino e gran diletto del lettore. Ironico, vivo e capace di mantenere un equilibrio funambolico tra invenzione e pragmatismo, Ellen e il leone parla perfettamente la lingua dei bambini di quell’età magica in cui realtà e fantasia dialogano in maniera serrata e feconda.

Dal punto di vista dell’accessibilità, il libro di Crockett Johnson nell’edizione Camelozampa presenta una combinazione di caratteristiche interessanti. Stampato ad alta leggibilità, il volume vanta in primo luogo un carattere più grande del consueto, un’impaginazione ariosa, una spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe e una sbandieratura a destra, oltre a un font più amichevole come L’EasyReading. La frequente presenza di illustrazioni, peraltro contraddistinte dal tratto divertente e leggero dell’autore americano, dinamizza dal canto suo le pagine e restituisce loro un aspetto più rassicurante. 78 in tutto, queste ultime offrono a chi si cimenti con le prime letture autonome una sfida appagante e corposa. La divisione in 12 racconti, tuttavia, predispone traguardi intermedi meno ostici che incoraggiano e sostengono il lettore, soprattutto laddove ci siano maggiori difficoltà legate per esempio alla dislessia.

Fuga in punta di piedi

Il cambiamento può iniziare in molti modi. Con una scarpa che si dà alla fuga, per esempio! E in effetti quando la scarpa preferita di Adele decide di scomparire proprio alla vigilia della partenza per le vacanze, l’abitudinaria pennuta è costretta suo malgrado a rimettere in discussione le sue amate routine. Impossibile per lei partire con il solito treno, il solito giorno di luglio per andare nella solita località di montagna con il marito Alfio: tocca rimettere in discussione i piani. E così, in quello che si rivelerà essere l’agosto più movimentato della vita dei due protagonisti, la caccia alla scarpa li porterà a frequentare i luoghi più disparati, dalle chiese alle discoteche, e a far la conoscenza dei personaggi più inattesi, dall’inquilino abusivo Aristide ai due poliziotti vicini di casa Assenzio a Anastasio. Alla fine la famigerata scarpa farà ritorno a casa. Niente però sarà più come prima per Adele e Alfio, ché per una scarpa smarrita c’è un mondo di cose da fare, scoprire e non lasciare (forse) mai più.

Fuga in punta di piedi, che fa parte della collana Prima graphic di Sinnos, attira prima di tutto per le sue illustrazioni dinamiche e particolareggiate, in cui il contrasto tra il bianco e nero di fondo e i dettagli in giallo vivace attirano l’occhio e accendono la curiosità. Su questa scia, ci si fa strada in una trama che impasta un sottile umorismo e uno spiccato gusto per l’assurdo, mettendo insieme personaggi buffi e ben assortiti. Il risultato è una storia coinvolgente che, imprevedibile com’è, ci si chiede di continuo dove possa portare. Costruito mescolando racconto tradizionale e narrazione a fumetto, il libro di Daniela Palumbo e Francesca Carabelli vanta inoltre un ritmo insolito e meno affaticante che, spostato ad altre caratteristiche di alta leggibilità come la font leggimi, la spaziatura maggiore e la grafica pulita, incentiva e supporta la letture anche da parte di lettori meno forti o con maggiori difficoltà legate alla dislessia.

Il mostro di neve

Difficile immaginare qualcosa di più tenere e pacioso di un pupazzo di neve. Certo, a meno che il pupazzo di neve non si animi di notte, non mandi messaggi inquietanti e non si scagli con pericolosa forza contro coloro che gli hanno dato forma. E questo, in effetti, è esattamente ciò che accade a Sam, Jack e Ryan. Durante una nevicata particolarmente copiosa, i tre amici si ritrovano infatti vicino al loro rifugio segreto e costruiscono un grande pupazzo di neve, decorandolo con rami, rifiuti e un vecchio cellulare di proprietà di uno di loro. La sera, però, accade qualcosa di inspiegabile: i tre ragazzi ricevono un sms che li sfida a tornare dal pupazzo. Chi l’avrà spedito? La spiegazione più plausibile è anche la più assurda, ma Sam, Jack e Ryan hanno ben poco tempo per stare ad arrovellarvisi su. Arrivati al rifugio inizia, infatti, la loro folle notte, animata da una creatura di neve che prende misteriosamente e mostruosamente vita. Sangue freddo, spirito di squadra e fish&chips saranno le armi decisive che aiuteranno i tre a salvare la pelle e trovare, forse, un insolito amico.

Per ragazzi che temono più gli ostacoli di lettura che le avventure da brivido, Il mostro di neve è una proposta ideale. Avvincente e tenebroso ma anche scorrevole, ritmato e snello, il libro di Gillian Cross offre una lettura che appaga senza risultate troppo impegnativa e che incentiva il lettore ad avanzare tra le pagine non solo grazie a una giusta dose di mistero ma anche e soprattutto grazie a una scrittura pulita e puntuale. A tutto questo si aggiungono poi le caratteristiche tipografiche di alta leggibilità messe in campo dall’editore Biancoenero che danno forma a una pagina ariosa e amichevole a cui è più agevole approcciarsi. Il risultato è un libro che convince e che accoglie i giovani lettori dagli 8 anni in su, con o senza difficoltà legate alla dislessia, e di certo dotati di un po’ di coraggio.

La compagnia degli animali estinti

In un periodo storico in cui il tema dei cambiamenti climatici e della tutela dell’ambiente si fa sempre più urgente, un libro come La compagnia degli animali estinti lancia un monito importante e al tempo stesso omaggia il coraggio delle nuove generazioni, senz’altro più attente al rispetto del pianeta di quanto non lo siano quelle precedenti. Lo fa attraverso una storia avvincente in cui si mescolano realtà e sogno, enigmi e crucci familiari, vicende individuali e questioni di interesse collettivo.

Protagonista è Lucia, che alla soglia del suo nono compleanno riceve dal padre, lontano per lavoro, una misteriosa collana con dei pendenti a forma di animali. Apparentemente casuali, questi ultimi si rivelano in realtà scelti in base al comune e triste destino legato all’estinzione e i pendenti che li raffigurano mostrano presto dei poteri insoliti. Guidata da loro, in compagnia del fratello Tommaso e dell’amica Alessia, Lucia si lancia in una frenetica indagine che la porterà a cercare indizi, risolvere rompicapo e sfuggire a creature minacciose, nel tentativo di venire a capo della misteriosa e improvvisa scomparsa dalla terra di ogni creatura animale. La sua tenacia e il gioco di squadra con i suoi compagni di avventura saranno premiati con un’inattesa sorpresa ma anche con la solida consapevolezza che la salvaguardia dell’ambiente dipende delle nostre azioni più di quanto possiamo aspettarci.

Scorrevole e avventuroso, La compagnia degli animali estinti offre una lettura da cui farsi catturare. Forte di questa piacevolezza, oltre che delle apprezzabili caratteristiche di alta leggibilità e della presenza di fumetti che con regolarità si alternano al testo, riassumendone gli eventi salienti, il libro di Chiara Valentina Segré può rappresentare una proposta interessante e stimolante anche per giovani lettori che trovano difficoltà nei testi tradizionalmente stampati.

Un passero per capello

Non è mica facile concentrarsi, suonare il piano o persino ricordarsi di essere felici quando una moltitudine di uccellini decide di appostarsi sulla tua tesa e bisticciare notte e dì facendo un gran baccano: proprio ciò che accade a Sofia, che da un giorno all’altro si ritrova assediata da uno stormo cinguettante tutt’altro che piacevole. Per la bambina non sembra esserci via d’uscita – quegli uccellini sono proprio tosti e impertinenti – senonché a un certo punto incontra qualcuno che condivide la sua stessa assurda situazione. Quel che accade dopo ha un che di magico: ché l’amicizia, si sa, può fare veri prodigi!

Semplice e lineare nel contenuto e nella forma, Un passero per capello si fa apprezzare per la delicatezza del racconto e per l’efficacia della metafora che vede la solitudine come un tormento che affolla i pensieri e di cui non è semplice liberarsi. L’albo di Monika Filipina, in catalogo per Camelozampa dal 2015, viene ora riproposto dall’editore con una nuova veste che privilegia caratteristiche di alta leggibilità come il font EasyReading e una spaziatura maggiore: un’iniziativa, questa, che non può che rallegrare, nell’ottica di offrire, fin dalle prime letture autonome, libri il più possibile accoglienti e amichevoli anche per chi sperimenta difficoltà legate alla dislessia.

Una piccola cosa senza importanza

La vita in una missione umanitaria, nel bel mezzo dell’Africa Centrale e ben lontano da molte comodità, non è senza dubbio facile. Non lo è per nessuno, men che meno per un tredicenne come Sacha per cui lo spirito di adattamento non è esattamente un punto di forza. Autistico, e più nello specifico con la sindrome di Asperger, Sacha trova tuttavia meno faticoso costruirsi una routine rassicurante tra tende da campo e cibi liofilizzati di quanto non riuscisse a fare nel civilissimo occidente, dove a causa di un atto di bullismo scolastico era persino finito in ospedale in critiche gravi. Proprio quell’episodio convince la madre, medico di una ONG, a ritirarlo da scuola e a portarlo con sé in missione nella Repubblica Democratica del Congo, dove Sacha si dedica con grande dedizione a scrivere le sue Cronache lunari di un ragazzo bizzarro (che non a caso è proprio il sottotitolo di questo libro) e progetta di comporre un racconto in cui ogni parola abbia un numero di lettere corrispondenti ai successivi decimali del Pi greco.

Delle sue Storie del Pi greco, però, Sacha non parla con nessuno: né con la madre, né con Sunder, il soldato Onu con cui stringe amicizia e cerca di imparare il nepalese, né con Sophie, che gli fa lezione ogni mattina. L’unica con cui Sacha si sente di condividere questo suo progetto segreto è Destinée, una ragazza soldato che un giorno arriva presso la missione Monusco e che senza troppi pregiudizi attiva con Sacha un dialogo interessante. In lei Sacha trova un interlocutore rispettoso e attento, che si stupisce certo per le sue numerose stramberie, ma che non per questo lo tratta in maniera superficiale o accondiscendente. Destinée ha un passato molto tormentato, fatto di atrocità compiute e subite in guerra, di cose viste impossibili da dimenticare e di un figlio frutto di uno stupro che desidera con tutte le sue forze andare a salvare. Le loro fragilità esistenziali in qualche modo si interfacciano ed è così che tra i due nasce un’amicizia solida. Addirittura, contro ogni abitudine e predisposizione, Sacha arriva a dire alcune bugie per coprire Destinée nel suo piano volto a ritrovare e recuperare il figlio Espoir: un piano in cui il ragazzo dovrebbe avere un ruolo del tutto marginale e che invece finisce per travolgerlo senza scampo.

Senza avere il tempo di rendersene conto, Sacha si ritrova a bordo di una motocicletta, fugge sgommando nella giungla, incontra soldati senza scrupoli armati di kalashnikov, assiste a un crollo in una miniera, partecipa a un assalto in piena regola, fino ad assumersi il compito e la responsabilità di portare in salvo il piccolo Espoir. La sua è un’avventura al cardiopalma, totalmente agli antipodi rispetto al suo modo di vivere e alla dimensione che lo fa sentire al sicuro. Ed eppure Sacha arriva fino in fondo, prima trascinato e poi persino un poco intraprendente, in un percorso di crescita e confronto con i propri limiti portato all’estremo e con un finale tutt’altro che zuccheroso ma davvero molto forte.

Il romanzo di Catherine Fradier punta fari piuttosto intensi su tematiche delicate e complesse, come la neurodiversità, la guerra e il reclutamento dei bambini soldato, portando il lettore a saperne qualcosa (o qualcosa in più) e a desiderare, forse, di approfondirle un poco una volta chiuso il libro. Lo fa attraverso una trama serratissima e movimentata, sempre calata nel mondo reale anche se spinta al limite dell’incredibilità: una trama in cui la disabilità del protagonista si fa motore e lente narrativa (la voce è infatti quella dello stesso Sacha), senza gravare come un fardello ma anzi arricchendo non poco una vicenda dalla forte connotazione umana ed emotiva.

Attento dunque a offrire un ritratto multisfaccettato dell’autismo, Una piccola cosa senza importanza presta attenzionale alla questione dell’inclusione e della diversità anche da un punto di vista formale: il libro è infatti stampato con caratteristiche di alta leggibilità che ne agevolano la fruizione anche in caso di dislessia.

30 giorni per capire i disturbi visivi

L’attenzione rivolta al tema della disabilità da parte dell’editoria per ragazzi è andata crescendo negli ultimi anni . Storie potenti e meravigliose hanno squarciato tabù, offerto rappresentazioni e allargato sguardi, andando di pari passo a libri di qualità decisamente più discutibile, in cui chiari intenti prescrittivi risultano camuffati da racconti deboli e posticci. Sono volumi in qualche modo sleali, questi ultimi, che pur assumendo una forma squisitamente narrativa, si prefiggono in realtà di spiegare la disabilità e di offrire, per quanto in buona fede, istruzioni e ammonimenti in merito. Ecco allora che anche e soprattutto rispetto a queste proposte, la serie 30 giorni per capire… di Uovonero porta una significativa ventata di novità. Perché qui non ci sono travestimenti o inganni, i libri intendono aiutare i ragazzi a conoscere l’autismo, i disturbi visivi o i disturbi dell’apprendimento e per farlo scelgono la forma che più è congeniale a uno scopo divulgativo: il manuale.

I libri di 30 giorni per capire… sono, infatti, tre manuali costruiti con grandissima intelligenza sulle esigenze dei ragazzi: chiarezza, ironia e praticità sono le loro parole chiave. Ogni volume sfida infatti i lettori a cimentarsi con una serie di challenge – dinamica, questa, molto presente nei contenuti video di cui i ragazzi sono avidi fruitori – con cui sperimentare alcuni aspetti peculiari del modo di stare al mondo di chi vive una certa condizione. Tutt’altro che tediose, le challenge sono molto creative e si rivelano particolarmente divertenti se condivise in un clima sereno con i pari. La serie in questione si presta, così, a dare i suoi migliori frutti se impiegata come strumento di azione e riflessione di gruppo: uno strumento decisamente accattivante e fuori dagli schemi consigliatissimo per le classi, per esempio. Target ideale: scuola media (ma i libri sono fruibili già dalla fine della scuola primaria), un ordine di scuola che tra l’altro è spesso bistrattato e all’interno del quale è talvolta difficile trovare delle proposte di attività davvero stimolanti.

Le challenge sono corredate da un breve approfondimento che collega l’esperienza fatta a una specifica caratteristica del disturbo trattato. In questo modo esse diventano un’occasione concreta per mettersi nei panni di qualcun altro e per capire il perché di alcuni comportamenti altrui che potrebbero altrimenti apparire strambi e indecifrabili. A chiudere ogni capitolo, l’invito a condividere sui social foto e video che attestino gli esiti delle singole challenge, con specifici hashtag: aspetto, questo, forse più critico, se si considera lo scarto tra l’età di riferimento dei volumi e l’età minima teoricamente richiesta per iscriversi ai social network più diffusi.

A rendere questo progetto davvero innovativo e meritevole ci sono tanti aspetti, di cui tre particolarmente significativi: la scelta di interloquire in maniera efficace con i reali destinatari dei volumi; la capacità di sposare un tono umoristico (mai forzato!) a un atteggiamento sempre rispettoso nei confronti di coloro che i diversi disturbi li vivono in prima persona; e l’attenzione a restituire la complessità di questi ultimi con una chiarezza estrema che non compromette, tuttavia, il rigore scientifico delle informazioni fornite. E qui viene davvero fuori tutta la solidità e la serietà di una realtà editoriale come quella di Uovonero, in cui competenze specifiche molto trasversali si integrano in maniera efficace e vincente.

 

30 giorni per capire i disturbi visivi, in particolare, guida il lettore tra i diversi tipi di difficoltà visive in cui è possibile incappare – dal daltonismo all’ipovisione fino ad arrivare alla cecità – mettendo in luce il fatto che le persone che ne sono colpite possono essere autonome ma che spesso debbano adattarsi, non senza fatica, a un mondo che non è progettato per agevolarle in questo percorso.

Rispetto agli altri volumi della serie, questo dedica maggiore spazio a una parte scientifica introduttiva che illustra i fenomeni ottici alla base del funzionamento della vista, prima di addentrarsi nello specifico tra le implicazioni quotidiane di una vita in cui questo senso sia più o meno compromesso. Buona parte delle prime challenge proposte sono funzionali, infatti, a capire cos’è la luce e come opera l’occhio e si basano, per esempio, sulla proiezione, sulle illusioni ottiche o sul riconoscimento di immagini. Le sfide che seguono, invece, invitano il lettore a sperimentare attività comuni – dalla preparazione di cibi all’orientamento nello spazio, dal riconoscimento dei compagni all’identificazione di fonti sonore – senza fare affidamento sul senso della vista. Fil rouge è sempre la proposta di attività che siano calate nell’universo di riferimento dei ragazzi, che sappiano spiazzarli, appassionarli, divertirli o incuriosirli: perché è proprio vero che se ascolto dimentico, se guardo capisco e se faccio imparo.

Tariq

Che brava, Alice Keller, con quella sua scrittura che ti prende allo stomaco e te lo stropiccia come fosse di tessuto. Quando accosta la penna agli adolescenti, sembra sappia captare i loro pensieri, anche quelli sommersi o che sbucano appena, e restituirli con una lingua che è loro fedelissima. Così, in una manciata di pagine, il lettore si trova catapultato in una dimensione che sembra proprio dargli del tu.

In Tariq, quella dimensione si fa largo tra i palazzoni di periferia, dove drammi e fragilità sono tanto comuni che quasi non ci si fa caso e dove la prospettiva del futuro tende a sagomarsi su necessità troppo impellenti e su orizzonti troppo chiusi. In questa cornice, quando il giovane Tariq decide di iscriversi al liceo linguistico – scelta quantomai rara tra coloro che gli vivono accanto – sono ben pochi a dargli credito. Ma come si fa a trovare la propria strada fuori dal sentiero battuto, se nessuno intorno sembra credere che quella strada esista?

E così, strattonato da una famiglia faticosa e affaticata, da un contesto che trova ordinari una pistola nello zaino, una gravidanza su un pianerottolo o uno skate park di lamiere, Tariq quella strada rischia di perderla di vista. Diventa Tariq il pazzo, quello che disturba le lezioni, che incute timore agli insegnanti, che “ne hai combinata un’altra delle tue?”. È un attimo che dalla scuola arriva una lettera di sospensione che per Tariq pesa davvero come un macigno. Di fronte allo sbriciolarsi delle sue deboli speranze, ci sono per il ragazzo lo spaesamento, la paura, la fuga. Ma poi ci sono anche sguardi e (poche ma significative) parole di cura, soprattutto da parte della sorella e della coetanea Jasmine che con lui condivide inciampi e desiderio di riscatto. Ed così che Tariq può forse pensare di riprender fiato e far ripartire quella sua vita rimasta in standby…

Coinvolgente da trattenere il fiato e travolgente da scorrer via in un lampo, Tariq è una lettura davvero interessante per ragazzi di scuola secondaria. La brevità e le caratteristiche di alta leggibilità con cui è proposto da Camelozampa lo rendono, inoltre, particolarmente intrigante anche per lettori un po’ refrattari o ostacolati dalla dislessia nell’approccio al testo.

 

L’albero, la nuvola, la bambina

Chiara Valentina Segré e Paolo Domeniconi – la cui sintonia felice avevamo già apprezzato in Lola e io – torna a toccare il lettore nel profondo con un nuovo albo che è una specie di sussurro, un invito quieto a confrontarsi con timori complessi, come quello della fine e della vita esposta al cambiamento.

Nel dialogo tra una bambina preoccupata per la sorte del fratello malato e un pruno ormai prossimo all’abbattimento, i due autori indagano il legame che ci avvicina alla natura, lo scarto tra ciò che scompare e ciò che resta con la morte, il valore della trasformazione e la varietà di forme che possono assumere la cura e il ricorso. Con uno stampo squisitamente metaforico, che vede i pensieri cupi farsi nuvola tempestosa o una prugna succosa rappresentare la memoria che dà frutto – l’albo edito da Camelozampa esplora temi tutt’altro che banali e offre al lettore una forma di poesia che prescinde da versi e rime.

L’autrice sceglie e inanella, infatti, con grande misura le parole che dicono preoccupazione e speranza mentre l’illustratore dà vita a tavole magnetiche in cui tutto – dalle inquadrature alle palette, dalle ombre ai riflessi – concorre a dare spessore e intensità al dialogo tra la bambina e l’albero.

L’albero, la nuvola e la bambina chiede silenzio e tempo per sedimentare e rimestare dentro, offrendo una lettura di una certa complessità, nonostante il numero ristretto di pagine che lo compongono. Il libro costituisce dunque un esempio perfetto di come l’albo illustrato possa prestarsi a raccontare storie tutt’altro che banali che chiamano a sé un pubblico non proprio inesperto, capace di leggere non solo le parole, ma anche le figure e l’intreccio tra i due linguaggi. Questo, unito alla scelta di caratteristiche di alta leggibilità, ne fanno un volume particolarmente appagante e fruibile anche per bambini e ragazzi con dislessia.

Il principe Budino

Cosa capita se un re e una regina, tanto desiderosi di avere un figlio, non danno alla luce un bambino ma un budino? Capita che questi dovrà mettersi sulle tracce del terribile Vincislappo, sfidare mostri stravaganti e superare indenne un incantesimo originale: unica via per ritrovare sembianze umane e poter finalmente sposare la principessa Sofficina.

Insolita fiaba dal sapore gastronomico, Il principe budino ha una trama lineare e scorrevole che predispone una lettura abbordabile e leggera. Buffe illustrazioni accompagnano un testo in rima non sempre in discesa ma perlopiù piacevole.

Nato esclusivamente come audiolibro, Il principe Budino è ora disponibile anche in formato ebook e in formato cartaceo. Proposto con accorgimenti di alta leggibilità – come il font EasyReading, la spaziatura maggiore e lo sbandieramento a destra – quest’ultimo include anche la versione audio originale, tramite QRcode scansionabile dalla quarta di copertina: un’opportunità interessante, questa, per mettere i lettori – soprattutto ma non solo con difficoltà di lettura legate alla dislessia – nella condizione di disporre a piacimento di quanti più supporti e formati possibili e affrontare, così, la lettura con maggiore agio.

Dante Pappamolla

Occhialetti da quattrocchi, nome-fardello in memoria dell’Alighieri, tendenza ad assumere il color peperone in viso, genitori fissati con l’alimentazione ultra-vega-vegetariana. A Dante Tertuliani – noto a tutti, non a caso, come Dante Pappamolla – non potevano capitare più sfortune. Tranne una, forse: la morte dell’adorata e scapestrata nonna Leopoldina, quella che sognava di comprare una moto col nipote o che lo rimpinzava di nascosto di ragù.

Alla sua scomparsa, però, Dante riceve un’eredità impareggiabile: una pietra magica che trasporta in luoghi lontani dove scoprire popoli e persone. Gli Inuit, per esempio, nel freddissimo e incontaminato Polo Nord. Qui Dante entra in contatto con una cultura, dei paesaggi, delle abitudini e soprattutto un sé del tutto nuovi. Quasi inavvertitamente si scopre eroe e capace di fare scelte coraggiose e rispettose che non tarderà a riportare anche nel suo vecchio mondo con risultati straordinari.

Malgrado gli insegnamenti risultino un po’ marcati, la sua è una storia di crescita gustosa, in cui non mancano episodi buffi e avventure impreviste e che beneficia per di più di un carattere tipografico più leggibile e meno stancante. Camelozampa propone infatti il libro di Isabella Paglia e di Adriano Gon all’interno della bella collana Peli di gatto che si avvale di caratteristiche di alta leggibilità, tra cui l’uso del font EsayReading, la sbandieratura e destra, la spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe e la stampa su carta opaca. Questi aspetti, uniti a una storia leggera, a illustrazioni frequenti e a capitoli brevi fanno di Dante Pappamolla  un libro assolutamente abbordabile e consigliabile anche in caso di difficoltà o di resistenza alla lettura.

La famiglia sgraffignoni. Il furto di compleanno

Se tuo papà si chiama Mariolo, tua mamma Fia e tua sorella Ale (diminutivo, ça va sans dire, di Criminale), è facile immaginare che la tua vita di onesto e probo figliolo possa essere un tantino in salita. Lo sa bene Fausto, che un giorno sì e l’altro pure si trova coinvolto suo malgrado in furti domestici di calzini, visite non autorizzate ai negozi di giocattoli e occultamento di piedi di porco: lui, che è buono fino al midollo e che di dire bugie proprio non è capace. Così, all’approssimarsi del suo compleanno, Fausto inizia a desiderare due cose soltanto: dei calzini tutti suoi e un lecca legga gigante regolarmente acquistato nel negozio di dolciumi. Inutile dire che la famiglia ha tutt’altri piani per procurarsi gli oggetti in questione, piani che causeranno un bel po’ di trambusto, qualche effrazione e un lieto fine rocambolesco in cui le forze dell’ordine, nella persona del vicino di casa Paul Iziotto, sono per una volta benvenute in casa Sgraffignoni!

Leggereo e spiritoso, La famiglia Sgraffignoni. Il furto di compleanno è il primo volume di una serie firmata da Anders Sparring e Per Gustavsson e portata in Italia da Sinnos. Di formato smilzo e dal ritmo svelto, il libro offre un’occasione di lettura poco gravosa e piuttosto divertente, capace di solleticare anche lettori meno spediti. Il formato maneggevole, le illustrazioni frequenti, il font leggimi e le caratteristiche di impaginazione ad alta leggibilità concorrono infatti in maniera sinergica a fare della pagina un luogo piacevole in cui sostare.

La giostra degli scontenti

Con La giostra degli scontenti, Roberto piumini dà vita a una storia in rima semplice semplice, perfetta da leggere ad alta voce. Protagonisti sono i pezzi di una giostra di paese che, ispirati dal desiderio di fuga di uno di loro, provano e riprovano finché riescono a staccarsi dalla piattaforma che li fa girare in tondo. Da lì inizia il loro viaggio in libertà e, approdati nel giardino di Mago Merlino, coronano finalmente il loro desiderio di far divertire i bambini portandoli lontano, verso orizzonti sconosciuti.

Schietto e con un tono d’altri tempi, La giostra degli scontenti presenta alcune peculiarità interessanti dal punto di vista dell’accessibilità. Non solo, infatti, il libro risulta stampato con caratteristiche di alta leggibilità, che concernono il font (EasyReading), la spaziatura e il tipo di carta e che ne agevolano la fruizione in caso di dislessia, ma presenta anche una struttura compositiva che affianca al testo in rima e in stampatello minuscolo una sintesi a grandi caratteri e in stampatello maiuscolo che consente anche a bambini piccoli o con difficoltà cognitive di godere della storia e delle immagini.

Io e Leo

Vi ricordate Max Halters? Bè, la sua carriera da stuntman è ormai al tramonto ma il personaggio creato da Boonen e Melvin ha ancora molto da fare e da dire. Così, a sorpresa, lo ritroviamo coprotagonista di Io e Leo, il nuovo racconto illustrato targato Sinnos. Il giovane Leo del titolo è un ragazzino con un grosso, grossissimo problema: da un giorno all’altro, infatti, dopo l’incidente in bicicletta che ha causato la morte del padre, si ritrova ad essere inspiegabilmente invisibile. La mamma, la maestra, i compagni e persino il cane del vicino sembrano all’improvviso non accorgersi o non ricordarsi di lui. E Leo, per questo, non si dà pace.  Per fortuna, nel suo vagare per la città, il ragazzino incontra proprio Max Halters. In veste di saggio clochard, questi lo accompagna in un viaggio sul filo della realtà, in cui incontri sorprendenti e conversazioni bizzarre lo aiuteranno a ritrovare un pochino sé stesso e farsi a sua volta ritrovare anche da chi gli sta intorno.

Intenso e forte, ma non per questo disposto a rinunciare a quel tocco di folle leggerezza che contraddistingue i lavori dei due autori, Io e Leo racconta di un’amicizia profonda, di un vuoto che pare impossibile colmare e di sentimenti forti che possono trasformarci. La storia di Leo e del lutto che deve affrontare arriva così al lettore, forte come un carrello della spesa giù per una collina ripida, coinvolgendolo in modo travolgente. Il testo non è banale ma le illustrazioni a ogni pagina e le caratteristiche tipografiche di alta leggibilità ne agevolano la lettura, consentendo anche a lettori più riluttanti di confrontarsi con un racconto corposo. Forte di illustrazioni dal sapore fumettistico e dal tratto inconfondibile, di atmosfere surreali (rese ben evidenti da diffusi toni aranciati) e di personaggi che lasciano il segno, Leo e io porta sulla pagina una piccola sfida che riserva grandi soddisfazioni e forti emozioni al lettore che deciderà di affrontarla.

Un piano quasi perfetto

I bambini non leggono più e hanno occhi solo per gli schermi? No problem, da oggi c’è una soluzione! Con una grafica originalissima che trasforma ogni doppia pagina in un computer aperto, Un piano (quasi) perfetto fa della lettura un’esperienza sorprendente e diversamente tecnologica. Coloratissimo e dal tratto divertente, il libro scritto e illustrato da Silvia Baroncelli racconta di un coniglio di nome Cosimo che, vivendo lontano dai nonni, prova spesso una grande nostalgia per loro. Abituato a vederli e sentirli tramite computer (esperienza quanto mai comune di questi tempi!), Cosimo decide che per il suo compleanno vuole ricevere da loro un abbraccio vero e così organizza in gran segreto una spedizione per raggiungerli.

Per organizzare il viaggio servono intraprendenza e abilità con il computer che, non a caso, a Cosimo non mancano! E così, pagina dopo pagina, il coniglio mette a punto il suo piano sfruttando il computer di casa per cercare treni e strade: il tutto – data la segretezza dell’operazione – destreggiandosi e cercando di non farsi distrarre dalla ricerca di ricette e video rock per i famigliari. La missione si rivela così più complessa del previsto. Per fortuna ogni compleanno che si rispetti non manca di sorprese e – computer o meno – anche questo finirà per onorare la tradizione!

Molto accattivante grazie alle figure amichevoli e vivaci, alla struttura a pc che richiede una lettura in verticale e alla rivisitazione in chiave conigliesca di alcuni aspetti e dettagli del mondo umano, Un piano (quasi) perfetto si presenta come una lettura particolarmente originale per lettori alle prime armi, forte anche di un font e di caratteristiche tipografiche ad alta leggibilità, di testi minimi in maiuscolo (dialoghi) e in minuscolo, perfettamente inglobati nelle illustrazioni e di un apparato visuale che la fa nettamente da padrone. Difficile non provare curiosità di fronte a un libro così particolare e una volta aperto… bè, lì inizia davvero il viaggio!

Le felicità

Che delizia, la parola di Piumini quando scava nelle gioie a misura di bambino! Nel bel volume pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele, il giovane lettore può trovare una sfilza di piccoli grandi piaceri, cantati con la raffinatezza amichevole di cui il poeta bresciano è maestro. A ogni pagina, una poesia. A ogni poesia, una felicità. Non sempre l’oggetto della contentezza è esplicitato ma anche qui sta il bello: complici le illustrazioni inconfondibili e irresistibili di Sergio Olivotti, con le quali i testi di Piumini vanno a braccetto, sta al lettore intuire di cosa si parli, come in una sorridente caccia al tesoro linguistico. Da un regalo atteso alle feste di un cane, dalle figurine alle vacanze, da una nevicata notturna al ricordo di una nonna amata, i brevi componimenti che danno vita a Le felicità sono una coccola da gustarsi con parsimonia o da scartare una via l’altra come fossero cioccolatini.

Inserita all’interno della collana I bulbi dei piccoli, di cui presenta le consueta caratteristiche di alta leggibilità, questa raccolta stuzzicante di poesie suggerisce silenziosamente che anche i giovani lettori con maggiori difficoltà di lettura abbiano diritto a fare il pieno di parole ricercate e musicali, supportati da una grafica e da una stampa il più facilitante possibile ma al contempo stimolati da contenuti inattesi e generi che sono una vera appagantissima conquista.

30 giorni per capire l’autismo

L’attenzione rivolta al tema della disabilità da parte dell’editoria per ragazzi è andata crescendo negli ultimi anni . Storie potenti e meravigliose hanno squarciato tabù, offerto rappresentazioni e allargato sguardi, andando di pari passo a libri di qualità decisamente più discutibile, in cui chiari intenti prescrittivi risultano camuffati da racconti deboli e posticci. Sono volumi in qualche modo sleali, questi ultimi, che pur assumendo una forma squisitamente narrativa, si prefiggono in realtà di spiegare la disabilità e di offrire, per quanto in buona fede, istruzioni e ammonimenti in merito. Ecco allora che anche e soprattutto rispetto a queste proposte, la serie 30 giorni per capire… di Uovonero porta una significativa ventata di novità. Perché qui non ci sono travestimenti o inganni, i libri intendono aiutare i ragazzi a conoscere l’autismo, i disturbi visivi o i disturbi dell’apprendimento e per farlo scelgono la forma che più è congeniale a uno scopo divulgativo: il manuale.

I libri di 30 giorni per capire… sono, infatti, tre manuali costruiti con grandissima intelligenza sulle esigenze dei ragazzi: chiarezza, ironia e praticità sono le loro parole chiave. Ogni volume sfida infatti i lettori a cimentarsi con una serie di challenge – dinamica, questa, molto presente nei contenuti video di cui i ragazzi sono avidi fruitori – con cui sperimentare alcuni aspetti peculiari del modo di stare al mondo di chi vive una certa condizione. Tutt’altro che tediose, le challenge sono molto creative e si rivelano particolarmente divertenti se condivise in un clima sereno con i pari. La serie in questione si presta, così, a dare i suoi migliori frutti se impiegata come strumento di azione e riflessione di gruppo: uno strumento decisamente accattivante e fuori dagli schemi consigliatissimo per le classi, per esempio. Target ideale: scuola media (ma i libri sono fruibili già dalla fine della scuola primaria), un ordine di scuola che tra l’altro è spesso bistrattato e all’interno del quale è talvolta difficile trovare delle proposte di attività davvero stimolanti.

Le challenge sono corredate da un breve approfondimento che collega l’esperienza fatta a una specifica caratteristica del disturbo trattato. In questo modo esse diventano un’occasione concreta per mettersi nei panni di qualcun altro e per capire il perché di alcuni comportamenti altrui che potrebbero altrimenti apparire strambi e indecifrabili. A chiudere ogni capitolo, l’invito a condividere sui social foto e video che attestino gli esiti delle singole challenge, con specifici hashtag: aspetto, questo, forse più critico, se si considera lo scarto tra l’età di riferimento dei volumi e l’età minima teoricamente richiesta per iscriversi ai social network più diffusi.

A rendere questo progetto davvero innovativo e meritevole ci sono tanti aspetti, di cui tre particolarmente significativi: la scelta di interloquire in maniera efficace con i reali destinatari dei volumi; la capacità di sposare un tono umoristico (mai forzato!) a un atteggiamento sempre rispettoso nei confronti di coloro che i diversi disturbi li vivono in prima persona; e l’attenzione a restituire la complessità di questi ultimi con una chiarezza estrema che non compromette, tuttavia, il rigore scientifico delle informazioni fornite. E qui viene davvero fuori tutta la solidità e la serietà di una realtà editoriale come quella di Uovonero, in cui competenze specifiche molto trasversali si integrano in maniera efficace e vincente.

 

Nel volume 30 giorni per capire l’autismo, in particolare, le challenge proposte mirano a focalizzare l’attenzione sulla peculiarità delle percezioni sensoriali, dell’uso della memoria, delle abilità motorie e sociali e del rapporto con le parole e con la comunicazione non verbale da parte delle persone autistiche. Grazie ad attività curiose ma facilmente realizzabili nella pratica, come l’adozione di una routine giornaliera casuale, il trasporto di una lattina con uno spaghetto o una caccia al tesoro misteriosa, il lettore viene messo nella condizione di capire che l’autismo comporta un diverso modo del cervello di funzionare e di conseguenza un diverso modo di stare al mondo. Mettendo inoltre in evidenza le sensazioni, in particolare di disagio, che il lettore presumibilmente sperimenta nel corso di alcune challenge, il volume ha la capacità per nulla scontata di dare un senso a taluni comportamenti tipici e spiazzanti delle persone autistiche e di sottolineare il ruolo che ciascuno di noi può giocare nella costruzione di contesti di vita più a misura di neurodivergenti. Zero moralismi e tanta pratica, insomma: chapeau!

Guarda il gatto. Tre storie su un cane

David Larochelle è un autore poliedrico e versatile: se il suo romanzo young adult Io no… o forse sì colpiva per il vivo e autentico approccio a temi spinosi, Guarda il gatto sa conquistare bambini di età prescolare con tre storie brevi e spassosissime. Target e tipo di racconto sono dunque totalmente diversi, ma identica è la capacità di fare centro!

Protagonista in Guarda il gatto, è un buffo cane di nome Max che interagisce in maniera piuttosto accesa con l’autore del libro, fino a costringerlo a modificarne il contenuto. Inscritto all’interno di un gioco metanarrativo efficacissimo, il loro è un botta e risposta incalzante e divertente che si presta alla perfezione a una lettura ad alta voce e che non lesina su colpi di scena, sorprese e trovate spiazzanti.

In ogni doppia pagina, la parte a sinistra contiene una breve e incisiva frase che fa avanzare il racconto, mentre la parte a destra vede la reazione di Max a quanto appena scritto, in un dialogo che ogni volta fa prendere alla storia una piega inaspettata. Tra gatti, unicorni, serpenti e ippopotami la vita narrativa di Max non può certo dirsi tranquilla e, parimenti, il lettore non ha modo di annoiarsi.

Storie minime, testo essenziale, (meta)narrazione sorprendente (e, grazie a Biancoenero, anche font ad alta leggibilità): non è difficile capire come mai Guarda il gatto. Tre storie su un cane abbia vinto uno sfilza di premi e immaginare come possa dare vita a letture, condivise o autonome, di grande appagamento.

B.B. il clownboy

Pistole cariche, cavalli al galoppo, fratelli banditi e atmosfere polverose: gli ingredienti per un western coi fiocchi ci sono tutti. Ma poi arriva lui – B.B – e ogni previsione viene salta diritta all’aria. Armato di naso rosso, pistole ad acqua e polvere ridarella, B.B. non si accontenta, infatti, di essere un cowboy: B.B. è piuttosto un clown-boy!

Sotto il sole del west, il personaggio creato da Stefania Luisi e illustrato da Umberto Mischi si muove in sella al suo cavallo a dondolo e in compagnia del suo fido cane Banana. Quando si ferma in un villaggio, il suo spettacolo è sempre un successo, con grande soddisfazione di tutti gli spettatori. Tutti tranne tre, a dire il vero. I terribili fratelli G. – Gionni il furbo, Gimmi lo svelto e Gessi il grosso – detestano l’ottimismo gioioso con cui B.B. affronta ala vita e non perdono occasione per opporgli tutta la loro prepotente arroganza. E così, quando B.B. non si presenta per l’atteso spettacolo, i bambini del villaggio sospettano subito che possa essere stato rapito e che i colpevoli possano essere proprio i tre gradassi. Liberare il clown-boy non sarà facile, ma grazie al suo esempio sulla contagiosità del sorriso, nasi rossi e fuochi d’artificio possono tornare a illuminare le calde serate del west.

B.B. il clownboy propone una storia sorridente e semplice: qualità, queste, che ben si attagliano anche al testo e alla stampa. Il racconto procede infatti in maniera piana e lineare, sfruttando frasi perlopiù brevi o paratattiche e un lessico di facile accesso. Pubblicato ad alta leggibilità, come tutti i titoli della collana Minizoom di cui fa parte, il libro vanta una veste amichevole, grazie alle illustrazioni a ogni pagina, al font biancoenero, alla spaziatura maggiore, alla sbandieratura a destra e alla distinzione netta tra paragrafi.  Il volume si presta in questo modo a supportare e invogliare i giovanissimi lettori alle prese con le prime letture autonome, anche laddove siano presenti difficoltà legate alla dislessia.

Il nostro cane Max

Gli animali domestici sono, per tanti padroni e padroncini, autentici membri della famiglia. Con loro si condividono rituali, viaggi, esperienze, emozioni e così, quando muoiono, lasciano un vuoto grande e un segno indelebile. Proprio questa parabola esistenziale, tanto familiare a chiunque abbia posseduto e amato un cane o un gatto, trova posto tra le pagine de Il nostro cane Max.

Il libro scritto da Alessandra Bocchetti omaggia e ripercorre la vita del cane Max all’interno della famiglia che lo ha accolto quando era ancora piccolissimo e brutto. L’autrice racconta in particolar modo il rapporto speciale e unico che il cane instaura con i diversi membri della famiglia, dando un assaggio delle piccole gioie che, dal primo all’ultimo giorno, la sua presenza ha regalato. Fino a che la vecchiaia lo porta via, senza che tuttavia il suo ricordo svanisca. Tutt’altro: nel cielo, nelle rocce e persino nella forma di un’isola Max torna a far visita ai suoi padroncini, nel nome di un legame intenso e sempre vivo.

Lineare e senza particolari capriole narrative, Il nostro cane Max si presenta come un omaggio personalissimo a un cagnolino realmente esistito che suscita simpatia e affetto. Piacevole da leggere e commuovente nel finale, il libro fa parte della collana Minizoom di cui condivide tutte le apprezzabili caratteristiche di alta leggibilità.

Olle

Olle non è un cane come tutti gli altri: non solo perché agli occhi del suo padrone ha un nonsoché di speciale (cosa, in effetti, piuttosto frequente), ma anche e soprattutto perché pensa e parla proprio come un umano. Le sue riflessioni sono spiazzanti e ironiche. Il suo è un modo di guardare al mondo che invita ad assumere prospettive nuove, mettendo in conto per esempio che le paperelle di gomma possano avere sentimenti, che il vento si possa leggere al pari di un libro stampato e che per farsi obbedire sia meglio spiegare le richieste più che dare ordini. Ecco allora che ogni giorno accanto a Olle diventa un’occasione per lasciarsi stupire e interrogare, godendo di una quotidianità condivisa da assaporare in leggerezza.

Breve ma appassionante, Olle si compone di aneddoti gustosi e mai debordanti, nei quali la penna leggera e pensosa di Guus Juijer trova uno spazio ideale. Con gli occhi ora di Olle, ora del suo padrone, il libro racconta di un’amicizia che dura una vita intera e in cui il punto di vista a quattro zampe offre uno sguardo insolito sui piaceri e sui dolori della vita, umana o canina che sia. Lo fa con una prosa asciutta e scorrevole, in cui si mescolano riflessioni e minuscole avventure quotidiane: dall’assalto cortese al panettiere al tentativo di accoppiarsi con l’amata Dien, dalle giornate pigre in giardino al rifiuto di occuparsi di cose ridicole come il riporto di una ciabatta.

Misurato e piacevole da seguire, il racconto è inoltre reso particolarmente amichevole nell’aspetto tipografico, grazie ad alcuni accorgimenti ispirati all’alta leggibilità adottati da Camelozampa. Il libro non solo si compone infatti di capitoli brevi e abbordabili che non scoraggiano il lettore, ma non giustifica il testo e fa uso del font EasyReading.

Tra le sorprese che ci riserva infine Olle c’è anche l’incontro con un Thé Tjong-Khing decisamente insolito e piuttosto distante, nel tratto e nella composizione, dall’illustratore che abbiamo conosciuto per esempio negli albi brulicanti editi da Beisler come Tortintavola, Tortinfuga o Tortarté. Qui, in pieno accordo con lo stile di Guus Kuijer, il suo segno è più placido, quasi schizzato: un segno sorridente e un po’ malinconico che omaggia con garbo il legame intensissimo che può legare un umano e il suo animale domestico.

Barban, fate, tritoni e altri esseri fantastici della Liguria

Dell’editore Telos abbiamo già avuto modo di apprezzare la scelta di proporre al lettore testi ricercati ma di grande accessibilità e strumenti di lettura estremamente ben studiati, come nel caso dei libri cartacei e digitali Il mago Tre-Pi e L’archeologo delle parole. Con la nuova collana 147 Mostro che parla!, curata da Teresa Porcella e affidata nei testi e nelle illustrazioni ad autori sempre diversi, l’editore molisano conferma questa sua predisposizione alla cura per la qualità e la fruibilità dei suoi volumi.

I libri che compongono la collana si caratterizzano per una grafica accattivante, per l’unione di componenti narrative e divulgative, per la combinazione di testo cartaceo e audiolibro e per scelte tipografiche ad alta leggibilità concernenti non solo il font (EasyReading) e l’impaginazione ma anche l’adozione di colori diversi per identificare ed evidenziare i diversi tipi di parole chiave (nomi, verbi, aggettivi).

Dedicato ad una diversa regione, ogni volume rimpasta materiale folkloristico legato alla presenza di creature fantastiche come mostri, folletti e fate, inserendolo all’interno di cornici narrative moderne e attuali. Nascono così racconti brevi e godibili con personaggi e ambientazioni ben calati nel presente che interagiscono con creature e racconti senza tempo.

Così accade, per esempio, che due bambine perdano il sentiero proprio a causa del folletto Sciverto, che Mirta dissemini gusci di noce qua e là nella speranza che una fata ne scelga uno per dondolarsi in aria o che un Barban si decida a scrivere una lettera ai bambini che lo temono per metterli a parte delle vere e false voci che circolano sul suo conto. Protagoniste del volume dedicato alla Liguria, scritto da Anselmo Roveda e illustrato da Giulia Pastorino, queste creature ritrovano così nuova vitalità e invitano il lettore a riscoprire tradizioni e radici.

Una bottiglia nell’oceano

Sulle montagne venete di inizio ‘900 la vita dell’undicenne Emilio è dura, a tratti durissima. Nelle sue giornate, che pur non mancano di svaghi tra coetanei e giochi da scavezzacollo tra boschi e contrade, si avverte forte il peso della miseria, di un padre partito per l’America in cerca di fortuna, di un inverno che sembra non finire mai e di una scuola che riserva trattamenti diversi in base alla classe sociale di appartenenza. Emilio è un tipo tosto, però. Presi molto seriamente gli insegnamenti del padre e il ruolo di “uomo di casa” che questi gli affida alla partenza, l’undicenne non china il capo di fronte alle ingiustizie e si danna per trovare un modo di aiutare sua mamma e i suoi tre fratelli a sopravvivere. La sua è una ricerca costante di equilibrio tra lo spirito indomito del ragazzo e la responsabilità dell’uomo in formazione: una ricerca che lo porta a farsi molte domande, a cercare scampoli di speranza nelle sparute lettere che arrivano dal padre e a battersi senza risparmiarsi per un sacco di patate o un po’ di dignità. Fino a che dall’America arriva una lettera che preannuncia per lui e per il resto della famiglia la possibilità di raggiungere il padre. Il tempo dei saluti agli amici di sempre e a chi oltre alle montagne non vedrà probabilmente mai nulla, ed Emilio si imbarca su piroscafo diretto a New York: una nuova tappa, anch’essa non priva di incontri e imprevisti emozionanti, nel suo cammino per costruirsi un futuro senza subirlo soltanto.

Fresco vincitore del Premio Bancarellino, il libro di Cinzia Capitanio ha tutto ciò che serve per catturare il lettore: personaggi ben marcati, emozioni in cui specchiarsi, una storia di formazione incisiva. A tutto questo si aggiunge il merito di raccontare in maniera molto scorrevole e accattivante una parte di storia del nostro paese, cruciale ed eppure spesso trascurata a scuola, come quella dell’emigrazione di inizio secolo. Ultimo, ma non per importanza: Una bottiglia nell’oceano, così come tutti i titoli della bella collana Il parco delle storie, vanta caratteristiche tipografiche di alta leggibilità – dall’uso del font EasyReading su carta color crema alla spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe, dalla sbandieratura a destra all’assenza di sillabazione – che ne favoriscono l’accesso anche a ragazzi con difficoltà di lettura legate alla dislessia.

Persi di vista

Se da adolescente ti aspetta una desolante estate in città, senza alcuna possibilità di svago e per di più con la fidanzata lontano, ecco che la prospettiva di tre pomeriggi a settimana, oltretutto pagati, a fare compagnia a una vecchia signora possono diventare allettanti. Cos’ha in fondo da perdere il giovane Sofiane, che si ritroverebbe altrimenti a ciondolare sotto casa, in attesa di veder tornare stanca e triste sua madre o, peggio, di prendersele da suo fratello? E così il giovane, che si presenta a casa dell’anziana Régine giusto per sostituire la sua fidanzata volata in Spagna, finisce per restarci più a lungo del previsto, trovando in quell’anziana sconosciuta un’amica inaspettata e un’occasione per dare una piega nuova alla sua vita. Da che doveva limitarsi a leggere ad alta voce per lei, resa ipovedente da un grosso trauma del passato, Sofiane si ritrova a condividere con lei esperienze nuove e a metterla a parte di racconti molto confidenziali. Dalla contaminazione tra i loro due mondi, fatti di rap e di arte, di lettura e di internet, di conversazioni erudite e linguaggio da strada, nasce un cocktail sorprendente che dona a entrambi una serenità perduta da tempo.

Anziana, ricca e colta lei, tutto il contrario lui, Régine e Sofiane si scoprono più simili di quel che si aspettano. A unirli, in una vicenda che ricorda la bella storia di Philippe e Driss del film francese Quasi amici, c’è soprattutto una comunione di sentimenti legati ai rapporti con le rispettive famiglie. Se Régine, nel tentativo di conquistare l’affetto del padre, ha perso da anni i contatti con i figli, Sofiane ha sempre erroneamente pensato di essere stato abbandonato dal padre. In un intreccio di relazioni familiari complicate e ambivalenti, i due protagonisti si sostengono a vicenda nel tentativo di ristabilire un minimo di ordine nei propri sentimenti. Rispecchiando l’una nell’altro il proprio rapporto tormentato con il passato, Régine e Sofiane imparano a guardarsi con occhi nuovi. Come il titolo anticipa bene, con il suo calzante gioco di parole, la loro è una storia che mostra bene come la capacità di vedere, fisicamente e metaforicamente, sia qualcosa che si può perdere, allenare e finalmente riconquistare.

Scritto in maniera molto scorrevole, forte di un gustoso contrasto tra il modo di parlare di Sofiane e quello di Régine, il romanzo di Yael Hassan offre una lettura sorridente e abbordabile anche da parte di giovani lettori con Disturbi Specifici dell’Apprendimento. La storia curiosa e i frequenti dialoghi si sposano felicemente, infatti, con le caratteristiche di alta leggibilità – dal font leggimi alla spaziatura maggiore, dall’impaginazione ariosa alla sbandieratura a destra – che rendono la pagina visivamente meno ostica.

Un giorno perfetto

Ci sono tanti modi per vivere e nutrire l’amicizia. Condividere, per esempio, il gioco, gli scherzi, la buona cucina o le letture. Ma a volte nessuna di queste cose sembra cascare a fagiolo e far sì che la scintilla dell’amicizia possa davvero scoccare. È quello che succede al volpacchiotto protagonista dell’albo Un giorno perfetto: nonostante la placida atmosfera autunnale sembri propizia a trovare un amico, tutti i suoi sforzi per conquistare l’attenzione e il favore di un giovane coniglio sembrano vani. Saranno infine la sua tenacia e la sua capacità di stare semplicemente accanto all’altro, rispettandone nel profondo i bisogni, a permettergli di cogliere la differenza tra trovare un amico ed esserlo. Perché l’amicizia, in fondo, non è condividere solo cose ed esperienze ma anche e soprattutto emozioni.

Tenero e profondo, l’albo scritto e illustrato da Maria Gianola racconta una cosa semplice semplice ma spesso trascurata come l’importanza di riconoscere e accogliere i sentimenti di chi ci sta accanto per coltivare delle relazioni autentiche. Lo fa con uno stile tenue che delinea personaggi che ispirano immediata simpatia. Nella vitalissima volpe e nel coniglio corrucciato, ogni lettore può facilmente riconoscere sé stesso in momenti diversi della sua vita o più semplicemente della sua giornata, ritrovando nei due animali protagonisti stati d’animo e atteggiamenti umanissimi. Un giorno perfetto si contraddistingue poi per un testo diretto ed essenziale che si presta bene a sostenere anche primi tentativi di lettura autonoma grazie alle poche parole scelte per ogni pagina, alla puntuale corrispondenza tra figure e testo quasi in forma di didascalia, e all’impiego dello stampatello maiuscolo, peraltro proposto in font ad alta leggibilità EasyReading.

Dulcinea nel bosco stregato

C’è un pizzico di magia nell’ultimo libro di Ole Könnecke. C’è non solo perché una strega e i suoi incantesimi si trovano al centro della storia, ma anche perché nel volume si mescolano diversi aspetti che lo rendono estremamente appetibile anche per chi di lettura non vuol proprio sentir parlare. Di più agevole fruizione anche in caso di dislessia, grazie all’impiego del font testme, e in caso di prime letture, grazie alla scelta dello stampatello maiuscolo, Dulcinea nel bosco stregato ha l’aspetto di un volume corposo, proprio come un racconto da grandi, ma allo stesso tempo amichevole, con illustrazioni ampie e frequenti che ricordano l’albo illustrato e con testi immediati e lineari che non mettono in difficoltà. E se la forma del libro riesce bene nel compito di solleticare il lettore, più o meno riluttante che sia, il suo contenuto completa per bene l’opera. Ole Könnecke confeziona, infatti, una fiaba in cui tradizione e modernità si mescolano a puntino e in cui non mancano pericoli, astuzie e finali lieti.

Protagonista è la piccola Dulcinea che abita con il papà fattore in prossimità del bosco e che proprio all’inizio della storia festeggia il suo compleanno. Per l’occasione, come da tradizione famigliare, il papà si appresta a preparale una montagna di frittelle ai mirtilli con panna. Peccato che si sia scordato dei mirtilli! Rinunciare alle frittelle è fuori discussione e così l’uomo si decide ad andare a raccogliere i frutti nel bosco: proprio quel bosco da cui per anni ha messo in guardia la figlia, per via del pericolo di incontrare la strega che vi abita. Detto, fatto: pochi passi nella selva e il papà incontra la megera, ritrovandosi presto trasformato in un albero. Per fortuna Dulcinea è coraggiosa e furba e, messasi sulle tracce del padre, scova finalmente il castello della strega. Il pericolo di trovarsi a sua volta trasformata in un flauto è molto alto ma la bambina escogita un ingegnoso modo per salvare la pelle – sua e del papà – ma anche le frittelle!

Con il suo racconto limpido e diretto e le sue illustrazioni pulite e sorridenti, Dulcinea nel bosco stregato può vantare quella semplicità deliziosa che incanta il lettore. Misteriosa quanto basta per un poco di pelle d’oca, la storia di Ole Könnecke bilancia il brivido tipicamente fiabesco con figure dotate di spiccata e sottilissima ironia, ben rintracciabile, per esempio, negli strambi animali che popolano il bosco o nel fatto che con l’avanzare tra i rovi, i palloncini di compleanno di Dulcinea pian piano scompaiono.

Perfetto da condividere ad alta voce già in età prescolare, il libro offre una lettura gustosa e appagante anche per prime letture autonome: proprio quelle che lasciano un buon sapore e il desiderio di assaggiarne ancora!

Emme come. Il meraviglioso mondo di MAssimo

È dura esser bambini, quando gli adulti non sembrano voler fare la loro parte! Almeno, questa è l’esperienza dell’undicenne Massimo, le cui giornate sono un continuo confrontarsi con due genitori che litigano e lo mettono in mezzo senza troppe remore, con una scuola che non sempre valorizza i talenti degli alunni e con un carattere che non facilita la nascita di nuove amicizie. Timido, sensibile e curioso, Massimo cresce nel pieno degli anni ’80, chiedendosi senza posa come fare a essere felice. Presto fatto: non trovando supporto nei grandi, Massimo elabora una sua personalissima strategia di sopravvivenza e riscatto. Autoproclamandosi Illustre Imperatore dell’Universo, una carica che gli consente di scrivere una costituzione tutta sua, Massimo può infatti costruirsi una realtà in cui i desideri si avverano per decreto, le nonne non scordano di preparare torte, le emozioni possono manifestarsi senza timore e la fantasia è riconosciuta come valore. In questo modo, le relazioni che Massimo coltiva – con i familiari, con gli amici vecchi e nuovi, con i professori o con gli adulti del catechismo – prendono pian piano una piega nuova, più autentica e vitale.

Emme come. Il meraviglioso mondo di Massimo è uno dei primi titoli proposti a catalogo da Read Red Road, libreria romana che dal 2018 è diventata anche casa editrice. In virtù di una particolare attenzione alla questione dell’accessibilità, il volume è pubblicato con alcune caratteristiche di alta leggibilità, come il font EasyReading e una spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe. Ulteriori vantaggi in termini di agio nella lettura potrebbero venire, sempre a livello tipografico, dal ricorso a un testo non giustificato e da una più marcata separazione tra paragrafi. D’altra parte, da un punto di vista sintattico, il testo si compone di frasi perlopiù brevi, paratattiche o con una sola subordinata, risultando così di più semplice lettura anche da parte di bambini con dislessia.

Ho catturato uno gnomo

Mai fidarsi di uno gnomo! Furbo e dispettoso, questo è capace di tendervi tranelli e farvi dispetti a raffica senza quasi farsi notare. E questo è proprio quel che accade al narratore di Ho catturato uno gnomo che, dopo aver trovato vasi rotti, palloni bucati e bucce di banana sotto i piedi, è praticamente certo che il responsabile sia Anselmo, il malvagio gatto dei vicini. Quasi per caso, però, lo gnomo viene colto sul fatto – chiodi e martelletto in mano in cima al copertone della bicicletta – e finalmente intrappolato. Da lì in avanti i tentativi di approccio e contrattazione si rivelano tanto ardui quanto spassosi, fino a un ultimo tiro mancino che lascia inaspettatamente spazio a una dolce possibilità di tregua…

Molto divertente, per come è costruito e per come ribalta il comune immaginario che vuole gli gnomi creature di straordinaria gentilezza, Ho catturato uno gnomo è un libro dalle figure buffe e dai testi incisivi. Brevi, in stampatello maiuscolo e in numero limitatissimo per pagina, questi accompagnano con ironia le illustrazioni a mezza o a tutta pagine, cui è affidato il ruolo trainante nella narrazione. Anche per questo aspetto, oltre che per le caratteristiche di alta leggibilità che contraddistinguono il volume, il libro di Alberto Lot si candida a offrire una lettura accessibilissima e accattivante a lettori alle prime armi, anche poco propensi a tuffarsi tra le pagine.

Il bambino che faceva le fusa

Gatta curiosa e intraprendente, Pepe vive in una palazzina di città con i suoi due padroni (Mamma e Papi) e il loro bambino (Tato). Sui tetti, in cortile e dalla sua finestra al secondo piano, interagisce con diversi vicini a due e quattro zampe – l’odioso cane Crostino e il furbo piccione Nerone,  per esempio – e osserva molte cose con occhio attento. È lei, non a caso, la prima ad accorgersi che da pochi mesi al quarto piano abitano una donna e un bambino. Nessuno a parte lei, sembra averlo notato: la donna si vede poco e il bambino è sempre chiuso in casa. La faccenda ha un che di misterioso e il bambino un che di affascinante, così Pepe si convince ad andare in esplorazione per saperne di più. Le sue spedizioni al quarto piano gli rendono chiaro che il bambino ha un modo tutto suo di comunicare: un modo che gli altri umani spesso travisano o non colgono per nulla, costringendolo di fatto a una vita solitaria e reclusa. Pepe, che invece sembra riconoscerne facilmente intenzioni e sentimenti, mette  in atto un ingegnoso piano per consentire al bambino, da lei soprannominato No, a uscire e socializzare. Saranno necessari molti alleati, molta pazienza e molta inventiva ma alla fine il piano di Pepe si rivela efficace e l’intero condominio si ritrova coinvolto in una missione ad alto contenuto di fusa!

Gabriele Clima, che già con Roby che sa volare e con Il sole fra le dita  aveva felicemente e coraggiosamente portato la disabilità tra le pagine destinate ai bambini e ai ragazzi, trova anche qui un espediente interessante per raccontare l’autismo ai più piccoli senza trasformare la storia in un piccolo trattato didascalico. Facendo leva sull’idea che trovare la giusta chiave di comunicazione possa fare la differenza nel costruire relazioni autentiche e possibilità di incontro tra persone neurotipiche e persone neurodivergenti, l’autore racconta una storia ispirate a persone realissime (la sua famiglia e i suoi vicini di casa!) a cui il gatto Pepe aggiunge un tocco fantastico e un punto di vista originale.

Il bambino che faceva le fusa si distingue per un’attenzione particolare all’inclusione non solo da punto di vista contenutistico ma anche da quello formale: il libro è infatti stampato con caratteristiche di alta leggibilità quali il font leggimi, la spaziatura maggiore tra lettere, parole, righe e paragrafi,  la sbandieratura a destra e l’assenza di sillabazioni, ed è fruibile con le medesime caratteristiche anche in formato ebook (costo: 2,99 euro). Come il libro in questione, diversi altri titoli della collana Il battello a vapore di Piemme, in tutte le sue serie – bianco, azzurro, arancio e rosso – presentano gli stessi accorgimenti tipografici, resi riconoscibili fin dalla copertina grazie al bollino “alta leggibilità”.

Il sapore dei desideri. Betsy, Mr. Tigre e le bacche della felicità

Fate i bagagli, si parte per un luogo straordinario: “un’isola dimentica dalle mappe del mondo”. Poche parole e già si sente un profumo squisitamente fiabesco. È la bravissima Sally Gardner a confezionare per noi una storia magica, dando vita a un luogo sorprendente in cui incontrare creature minuscole e giganti timidi, principesse invidiose e sorelle rospe, sirene affabili e tigri eleganti. Ma andiamo con ordine.

Protagonista del racconto dell’autrice inglese è la piccola Betsy, figlia di un gelataio dalla sorprendente inventiva e di una sirena che conosce storie senza tempo. Betsy desidera sopra ogni cosa poter incontrare il famoso Mr. Tigre, felino dalla mise raffinata, con tanto di cappello a cilindro, che si dice viaggi per mare e diriga un circo delle meraviglie. Ogni giorno Betsy scruta l’orizzonte, speranzosa di avvistare tra le acque la cima del suo tendone da circo. Una mattina il tendone compare per davvero e lo fa, in effetti, proprio al momento giusto. Betsy e il suo papà, che di Mr. Tigre è amico di lunga data, hanno appena conosciuto la storia di una rospa che prima rospa non era e vorrebbero aiutarla a ritrovare le sue sembianze originali.  Per farlo, però, serve una vera e propria magia che si realizza solo quando la luna è blu, ossia una volta ogni mille mai. Ecco perché l’aiuto di Mr Tigre, che di autentici prodigi è capace, arriva provvidenziale. Insieme a lui, Betsy e i suoi genitori mettono in atto un delicatissimo piano che coinvolge i piccoli Gongalunghi, costretti alla macchia dalla perfida principessa Olaf, e il gigante Ivan, che da timido si trasforma in temerario. Grazie a loro e a un ingegnoso stratagemma, la luna si tinge per una notte di blu, consentendo al papà di Betsy di realizzare il prodigioso gelato alle bacche Gongalunghe e di regalare a molte creature dell’isola un prezioso desiderio ciascuna.

Primo episodio di una fortunata serie britannica che vede protagonisti Betsy e Mr. Tigre, Il sapore dei desideri scorre liscio liscio accarezzando l’immaginazione del lettore. Complici impagabili della penna di Sally Gardner, sono le fini illustrazioni di Nick Maland che, talvolta ampie, talvolta piccine, accompagnano, arricchiscono e dinamizzano ogni pagina. Anche grazie a loro il libro appare ricco di fascino e piacevolmente abbordabile, nonostante le 180 pagine abbondanti. L’impegno a far sì che la lettura assuma esattamente queste sfumature anche agli occhi di chi vede le parole scritte perlopiù come un nemico (impegno da sempre assunto anche dalla stessa Sally Gardner, che della dislessia parla e scrive spesso) si completa grazie alla scelta di Terre di Mezzo di ricorrere al font ad alta leggibilità Dyslexia, ad una spaziatura maggiore e a un inchiostro blu meno affaticante.  Il risultato di questa cura narrativa, grafica e iconografica è una lettura deliziosa che finisce più in fretta di quel che si vorrebbe, proprio come una pallina di gelato di bacche Gongalunghe

Leggere o non leggere

Di libri e lettura (così come della loro crisi) si scrive tanto, forse troppo. Nessuno dei numerosi volumi che affrontano l’argomento però può vantare un taglio originale e una struttura metariflessiva come Leggere o non leggere questo è il problema che, non a caso, porta la firma di quel genio di Jimmy Liao.

Il libro mescola infatti la forma del saggio, della raccolta di riflessioni e dell’albo per dare spazio a una sorta di dibattito illustrato che solletica il lettore (o il non lettore), invitandolo a porsi e a condividere una serie di domande cruciali. Come nascono i libri? Come mai se ne acquistano e leggono sempre meno? A cosa serve comprare libri se poi abbiamo sempre meno tempo per leggerli? Leggere fa diventare persone migliori? Di fatto l’autore mette sul tavolo questi e molti altri interrogativi, senza limitarsi, però, ad esporli sulla pagina. Quel che si inventa è infatti molto più sottile e articolato, comme d’habitude! Il libro è costruito come una sorta di matrioska: la cornice più esterna vede il figlio di un libraio, prossimo a chiudere la sua libreria, chiamare a raccolta i suoi amici per indire un dibattito sul libro e sul suo stato di salute.  Riuniti intorno a un tavolo, accomodati su sedie a forma di volumi, i bambini si scambiano opinioni, dando voce a posizioni anche molto diverse tra di loro. C’è chi legge, chi vorrebbe farlo ma non ha tempo, chi preferisce di gran lunga i video di Youtube e via dicendo… tra un argomento di discussione e il seguente, i bambini assistono alla proiezione di una serie di slide, e qui la matrioska si fa più piccina. Ogni slide contiene una citazione sul tema (con tanto di mini-biografia di chi l’ha partorita, da Bertrand Russel a Stephen King, da Bill Gates a Marylin Monroe ), di fronte alla quale i bambini si scambiano commenti e considerazioni lapidari in forma di fumetto, che racchiudono una grande ironia, molti riferimenti letterari e un certo cinismo nei confronti degli adulti. Da ultimo, e qui la matrioska si fa davvero piccina picciò, nella pagina a fianco ad ogni citazione, Jimmy Liao colloca un’illustrazione realizzata ad hoc – talvolta muta, talvolta accompagnata da un breve testo – che ne rielabora e rilancia l’argomento. Poetiche e ricchissime di rimandi, queste condensano uno sguardo nuovo sul libro e sulla lettura, contribuendo ad aprire domande piuttosto che a confezionare risposte.

Il risultato è un libro multiforme, impossibile da incasellare, che getta semi di riflessione e li innaffia di spunti interessanti. Imperdibile per chi di lettura si occupa o è appassionato, Leggere o non leggere si presta anche perfettamente a stimolare un dibattito e un lavoro insolito di condivisione tra ragazzi dalle medie in su. Molto apprezzabile, in questo senso, la scelta dell’editore Gruppo Abele di stampare il testo con caratteristiche di alta leggibilità come il font EasyReading, la spaziatura maggiore e la sbandieratura a destra, che ne spalancano la fruizione anche a chi sperimenta maggiori di decodifica legate alla dislessia.

Max Halters

Un tipo come Max Halters, scommettiamo, non l’avete mai incontrato! Audace, spericolato e ingegnoso, Max Halters è il re degli stuntman e sa tirarsi fuori dai guai con piani a dir poco sorprendenti. Come quella volta in cui doveva andare il bagno ma questo era pieno zeppo di ragni o quella volta in cui la sua dottoressa ha rivelato le sue doti da lanciatrice di coltelli.  Ogni capitolo presenta un’improbabile quanto spassosa circostanza di pericolo in cui il lettore potrebbe trovarsi e, al motto di “Fai come Max Halters”, la più strampalata ed efficace delle soluzioni.

Max Halters è, insomma, un piccolo manuale di temeraria genialità, un concentrato di surreali situazioni che cattura il lettore con l’esca più succulenta: il divertimento. A completare l’opera intervengono le illustrazioni spassose di Melvin, il cui sodalizio con Stefan Boonen è sempre frizzante, e una struttura compositiva dinamica che difficilmente viene a noia. A brevi paragrafi di testo ad alta leggibilità si alternano infatti figure di varia dimensione, fumetti, infografiche e istruzioni per compiere specifiche imprese: il tutto mantenendo una pulizia grafica apprezzabile, senza che i diversi elementi si sovrappongano, mescolino o intralcino a vicenda. In questo Sinnos si dimostra sempre attentissima a rispettare le esigenze dei giovani lettori, soprattutto con difficoltà legate alla dislessia, per i quali possono fare la differenza non solo le caratteristiche tipografiche come il tipo di font e la spaziatura ma anche il tipo di contenuto e la forma con cui questo viene presentato sulla pagina.

Il grande caos dei telefonini

Cosa succede se un guasto alla rete viene riparato malamente e tutte le linee telefoniche di un villaggio finiscono per mescolarsi? Un grande caos – questo è certo – ma forse anche una grande opportunità! Se ne rendono presto conto Margareth, Will e tutti i loro concittadini, quando i rispettivi telefoni iniziano a squillare molto più o molto meno del solito, portando alla cornetta voci e richieste del tutto inattese. E se in principio sono lo sconcerto e il fastidio ad avere la meglio di fronte a situazioni surreali che scatenano il divertimento del lettore, pian pianino l’intraprendenza e l’ottimismo prendono il sopravvento. Accade infatti che, iniziando a recapitare i messaggi ricevuti per errore ai reali destinatari, chi è appena arrivato in città trovi nuovi amici e nuove occupazioni, chi è era sopraffatto dalle cose da fare possa contare su validi aiuti, chi cercava le parole per dichiarare il proprio amore incappi in un modo insospettabile per farlo e chi vive in solitudine incontri una sorta di famiglia adottiva per sé e per il proprio gatto. Possibilità di incontro e conoscenza nuove cominciano così a correre sui fili del telefono e il tasso di felicità del villaggio squilla più forte di quanto non abbia mai fatto prima.

Con uno stile fresco e una trama essenziale e ben costruita, Sally Nicholls confeziona un racconto davvero brillante che si legge in un soffio e fa sorridere il lettore. I personaggi de Il grande caos dei telefonini (peraltro accuratamente descritti in apertura, a tutto vantaggio anche di chi necessita di punti fermi per inoltrarsi nella narrazione) sono assortiti e accattivanti. Al loro fianco si seguono con piacere i molti equivoci che si vengono a creare e gli intrecci che da questi ultimi prendono forma.

Attento a valorizzare l’unicità dei diversi protagonisti, tra cui anche la giovane Aditi che nonostante un incidente alle gambe continua a praticare l’arrampicata, il libro si mostra inclusivo anche dal punto di vista formale. Contraddistinto da un testo scorrevole e dalla struttura sintattica perlopiù semplice e lineare, Il grande caos dei telefonini rientra infatti nella bella collana Zoom di Bianconero di cui presenta tutte le caratteristiche tipografiche di alta leggibilità che vanno dal font più leggibile alla spaziatura maggiore, dallo sbandieramento a destra alla carta color crema. A rendere infine particolarmente godibile e fruibile la lettura, concorrono le illustrazioni di Naida Mazzenga. Tutte giocate sul rosso, sul blu e sul bianco, queste sono infatti molto frequenti e restituiscono con tratto ironico tutta la simpatia dei personaggi di Sally Nicholls.

Achille cane quadrato

Giulio Fabroni e Gloria Francella sono due autori che frequentano casa Sinnos da qualche tempo e che hanno un’interessante capacità di dialogare con i piccolissimi. I loro cofanetti dedicati al personaggio di Merlo – Merlo e la merenda, Merlo e i colori, Merlo e le emozioni, Merlo e gli opposti – sono per esempio prodotti semplici ma curati in cui gioco e lettura si contaminano felicemente. La stessa vincente abilità di parlare in piccolo e di costruire belle storie a partire da concetti maneggiabili da lettori molto in erba, la si ritrova anche in un titolo più recente – Achille cane quadrato – anch’esso pensato per soddisfare bambini taglia XXS.

Protagonista, qui, è un cagnolino a macchie bianche e nere e dal contorno vagamente tondeggiante. Decisamente più definito nella forma è suo zio Achille che, interrogato su come abbia fatto a diventare perfettamente quadrato, condivide con il nipote la sua storia: una storia fatta di iniziali prese in giro e di un lungo percorso alla ricerca della propria identità. L’incontro con un bruco, una gallina e una stella marina lo porta a sperimentare forme diverse, ma è solo quando incappa in una lumaca dalla forma bislacca che Achille trova finalmente la forma che gli calza a pennello e conosce il segreto di una piccola felicità.

Perfetto da leggere ad alta voce (ma ideale anche come prima lettura, dato il testo semplice e le caratteristiche di alta leggibilità), Achille cane quadrato vanta una storia piacevolmente iterata, un gustoso uso di onomatopee e un implicito invito a fare della lettura un’esperienza movimentata. Ogni volta che Achille cambia forma compie infatti gesti buffi che difficilmente lettori piccoli e grandi resistono dal replicare. Tutto questo, unito a illustrazioni dal tratto sorridente e amichevole, fa del libro – che è peraltro perfettamente quadrato, proprio come Achille – un ghiotto assaggio di lettura da proporre ai più piccini.

Le mani ballano la bocca canta

Non è mai troppo presto per rendere un libro più amichevole e leggibile. Ecco allora che Sinnos ci propone un volumetto piccino picciò adatto a giovanissimissimissimi – dall’anno e mezzo in su – che sfrutta a pieno il font leggimiprima, la spaziatura ampia e il testo non giustificato (oltre che a grande carattere). Perché è vero che il pubblico di riferimento non lo leggerà in autonomia ma magari lo farà un fratellino di poco più grande per il quale gli accorgimenti di alta leggibilità possono essere un validissimo aiuto per fare della lettura condivisa un momento piacevole che fila liscio.

Protagonista del libro è una bambina dall’aria vispa che invita il lettore a sperimentare le molte possibilità espressive offerte dalle mani e dalla bocca. Con le prime si può infatti, salutare, fare musica ed esplorare il proprio corpo. Con la seconda si può dare i baci, sorridere, fare gli indiani e mangiare i gelati. Ad ogni azione è dedicata una doppia pagina centrata sulla bambina e sul suo coniglietto di pezza, immancabile compagno di giochi. I testi brevi e diretti descrivono i movimenti che la bambina fa. Resi particolarmente coinvolgenti dalla frequente presenza di onomatopee, questi possono essere facilmente imitati dal lettore e divenire il fulcro di una sorta di danza o canto mimato da condividere con gioia nell’intimità familiare.

Granpà

Christoph Léon è un narratore di razza: sa come tirare il lettore al cuore delle storie e come dipanare temi potenti senza che questi gravino sulla pagina come una zavorra. Accade sulla lunga come sulla corta misura, come ben dimostra Granpà, racconto breve recentemente uscito per Camelozampa.

In una manciata di pagine (poco più di settanta), Léon mette in piedi un appassionante racconto di vita, che attraversa tre generazioni e in cui echeggiano questioni importanti come il rapporto tra uomo e natura e lo scarto spesso esistente tra legge e giustizia. Protagonisti, che ci pare dopo poche pagine di conoscere a fondo, sono il giovane John e suo nonno Granpà. I due si aggirano furtivi per l’America dell’Ovest, intenti a sabotare gli impianti dell’Arizona Oil Company che con i suoi pozzi per l’estrazione del petrolio sta distruggendo opere millenarie della natura ed espropriando per pochi spicci i possedimenti di intere famiglie. Granpà ha già subito questo destino una volta ed è disposto a tutto, ora, pur di difendere la sua terra e i suoi ideali di tutela dell’ambiente. A un certo punto, però, la spedizione si mette male e John è costretto a separarsi dall’amato nonno  in un epilogo intensissimo, che è insieme straziante e pieno di speranza.

Ricercato ma molto fruibile, anche grazie alle scelte orientate all’alta leggibilità compiute dall’editore Camelozampa, Granpà offre ai ragazzi dalle medie in su una lettura densa e appassionante, che rifugge la banalità delle forma e della sostanza, senza per questo risultare ostica. Il racconto si legge infatti con piacere e con deciso coinvolgimento, come immersi nelle calde e polverose notti del Colorado.

Hank Zipzer. Su il sipario, giù i calzoni

Hank Zipzer torna sulla scena. Letteralmente! Nell’undicesima avventura che lo vede protagonista, il giovane personaggio creato da Lin Oliver ed Henry Winkler si trova infatti alle prese con lo spettacolo teatrale della scuola: esperienza tanto emozionante quanto impegnativa per chi, come lui, non va proprio a nozze con copioni da leggere e battute da imparare a memoria. Non solo: a complicare la faccenda sopraggiunge anche un certo patto che Hank stringe con il papà. Se non riuscirà a prendere almeno nove nel compito di matematica sulle divisioni lunghe, può dire addio al palcoscenico, alla recitazione e alla parte di re del Siam che si è talentuosamente conquistato.  E così non gli resta che accettare il tutoraggio alla pari offerto da miss perfettina Heather Payne. Contro ogni aspettativa, la motivazione di Heather ad avere successo con il suo allievo la spinge a trovare metodi di insegnamento alternativi che valorizzano l’intelligenza visiva di Hank. Quella che si apre di fronte al ragazzo è così una possibilità del tutto nuova di fare un pochino amicizia non solo con i numeri ma anche con qualcuno che credeva diversissimo e incompatibile con lui.

Spassoso e godibile come i dieci titoli precedenti, Hank Zipzer. Su il sipario, giù i calzoni mette in azione la consolidata schiera di personaggi che animano la scuola SP 87 – dall’inflessibile signorina Adolf ai fidatissimi Ashley e Frankie, dall’arrogante McKelty all’originale famiglia Zipzer – a cui il lettore è probabilmente già affezionato e da cui dipendono meccanismi narrativi ben rodati. Davvero apprezzabile il fatto che nonostante la collana dedicata ad Hank abbia ormai raggiunto il titolo numero 11, l’ironia che la contraddistingue non sia venuta meno così come la capacità di rendere i Disturbi Specifici dell’Apprendimento del protagonista parte integrante dell’avventura e non mero tema didascalico. L’attenzione alla dislessia viene inoltre confermata a livello grafico e tipografico, dal momento che il volume presenta le consuete e funzionali caratteristiche di alta leggibilità quali un font privo di grazie, una spaziatura maggiore, una sbandieratura a destra e l’uso di una carta color crema.

 

Rossi contro blu

La rivalità tra Rossi e Blu è affare di lunga data: i due schieramenti, guidati rispettivamente da Rossofuoco e Barbablù, si sfidano, fronteggiano e tendono agguati fin da quando i componenti non erano che ragazzini. Un giorno, da entrambe le parti, i guerrieri si preparano a sferrare un attacco micidiale agli avversari: si prospettano ossa rotte e nemici al ragù. Ma nessuno dei due valorosi capifazione ha previsto l’incontro nel bosco con due marmocchi, uno verde e uno nero, intenti a sfidarsi al gioco delle code. Come resistere? Di fronte alla ludica prospettiva, i cavalieri bardati di tutto punto cambiano senza esitazione vesti e obiettivi, preparandosi a rubare quante più code possibile agli avversari. Nessuno di loro si aspetta, però, che anche i nemici siano stai coinvolti nella sfida e questo fa di loro degli inattesi compagni di gioco. Certo, la sera la partita finisce e l’antica rivalità può tornare a galla. Se non fosse che giusto per il giorno seguente è in programma un torneo ai ciottoli. La battaglia, forse, può ancora aspettare…

Benjamin Leroy, già in catalogo per Sinnos con una fitta serie di titoli spassosissimi – da Super P a Caccia alla tigre dai denti a sciabola, da Appuntamento nel bosco a Susi in piscina e taglia tutto – è autore e illustratore di quest’albo che guarda con benevola ironia al mondo degli adulti e fa del gioco una chiave di risoluzione di conflitti da non sottovalutare. Con un testo divertente (e perfetto anche da leggere ad alta voce) e illustrazioni dal tratto buffo, Rossi contro blu mescola con diletto elementi medievali e moderni, mette in scena personaggi dai nomi e dai caratteri spiritosi e dissemina le tavole di particolari gustosi. Contraddistinto inoltre da caratteristiche di alta leggibilità che riguardano sia l’aspetto tipografico, con font leggimi, spaziatura ampia tra lettere, parole, righe e paragrafi, e sbandieratura a destra, sia l’aspetto compositivo, con frasi perlopiù brevi, lineari e poco numerose su ogni pagina, il libro di Benjamin Leroy si presta a offrire una piacevole e lettura autonoma dai sei anni (o condivisa anche un po’ prima).

 

Scuola di mostri

Alzi la mano chi non ha avuto un po’ di tremarella il primo giorno di scuola! Giò non fa eccezione e quando varca la soglia della sua classe è letteralmente terrorizzato: l’operatore scolastico è un orco, i compagni sono mostri e la maestra una matrigna maligna. Sarà dura per lui districarsi tra attacchi ululanti, pozioni puzzolenti e piatti di riso e bruchi, fino a quando un inatteso incidente in giardino non sembra rimettere le cose a posto, trasformando l’esperienza scolastica come per magia.

Scorrevole e leggero, Scuola di mostri è un racconto perfetto per lettori alle prime armi, non solo perché racconta una storia di piccole paure vicinissima al loro vissuto ma anche perché è costruito e stampato secondo criteri di alta leggibilità. Il testo di Sabrina Guidoreni previlegia infatti un lessico piano e strutture sintattiche lineari e risulta stampato in font leggimi mutuato da Sinnos, con spaziatura maggiore tra lettere, parole, righe e paragrafi, sbandieratura a destra e frequente associazione alle illustrazioni. Firmate da Giulia Bracesco, queste ultime sono presenti pressoché a ogni pagina, con tono scanzonato e divertito, contribuendo fattivamente a rendere la lettura più abbordabile e amichevole.

Le caratteristiche di alta leggibilità che rendono Scuola di mostri particolarmente adatto anche a lettori dislessici contraddistinguono anche altri titoli della collana Oscar primi junior dalle firme note come quella di Miriam Dubini o Anna Sarfatti. Riconoscibili grazie al bollino “alta leggibilità”, questi titoli condividono l’intento di rendere storie semplici, divertenti e avventurose fruibili anche a un pubblico di lettori con Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

L’archeologo delle parole

L’archeologo delle parole è il secondo volume della felice collana Sottovento delle edizioni Telos e come il precedente – Il mago Tre-Pi–  si caratterizza per un’attenzione rara a fare della lettura un’esperienza pienamente fruibile e appagante anche per chi presenta difficoltà a decodificare e comprendere il testo scritto.

Punto di forza del libro, e più in generale dell’intera collana, è la libertà che viene offerta al lettore di muoversi tra diversi formati – cartaceo, digitale, audio o, perché no?, una combinazione dei tre – e tra diversi strumenti di sostegno alla lettura. Se, di per sé, la versione cartacea, presenta interessanti caratteristiche di alta leggibilità, legate alla scelta del font, della spaziatura, dell’allineamento del testo e della frequenza delle illustrazioni, la versione digitale amplia e valorizza queste caratteristiche grazie a un ricchissimo set di opzioni attivabili o disattivabili a piacimento dal lettore.

Tra queste spicca in particolare la possibilità di evidenziare unità minime di senso all’interno di frasi più complesse, di sfruttare le icone dei personaggi per mettere in evidenza chi di volta in volta parla o è al centro della scena, di attivare la registrazione audio su pezzi selezionati di testo o di rendere le parole meglio identificabili grazie alla sillabazione. Il lettore viene così accompagnato tra le pieghe di significato e significante e supportato sia a livello percettivo sia a livello cognitivo per godere a pieno del rapporto col testo.

Quest’ultimo, originale e raffinato, racconta di un oggetto magico e misterioso: un album di fotografie che si anima permettendo a chi lo sfoglia di entrare in contatto con personaggi del passato. Così Eki, intraprendente docente di musica, parte per un’avventura fuori dal tempo. Con animali e personaggi insoliti come uno zampognaro e un asino quali compagni di viaggio, Eki ripercorre il cammino compiuto tra la Calabria e la Germania da suo padre, meglio noto come il professor G. Come ne Il mago Tre-Pi, l’autrice Lilith Moscon si ispira a figure realmente esistite – in questo caso il linguista Gerhard Rohlfs – per confezionare un racconto in cui la storia, il folklore, la lingua e la tradizione aggiungono alla lettura sostanza e sapore. A questa si aggiungono le illustrazioni essenziali e suggestive di Francesco Chiacchio, contraddistinte da una forte carica espressiva.

Il mago Tre-Pi

Ci sono progetti editoriali apparentemente piccini ma così ricchi e curati che a volerli raccontare si fa difficoltà a decidere da dove iniziare. Ecco, il progetto editoriale di Telos, recentemente messo in piedi e diretto da Luana Astore, è esattamente uno di quelli.

La neonata casa editrice di Campobasso è infatti specializzata in libri che fanno dell’accessibilità una priorità e che per garantire quest’ultima nella maniera più proficua possibile valorizzano in modo innovativo l’interazione e l’integrazione tra cartaceo e digitale. I titoli finora proposti – due per la precisione – sono dunque frutto di un lavoro di ricerca e sperimentazione estremamente interessante rispetto agli strumenti che possono agevolare la lettura in caso di bisogni educativi speciali. Lavoro che, dal canto suo, si coniuga a un’attenta cura grafica, testuale e iconografia.

Il primo titolo messo in commercio, che inaugura la collana Sottovento, è Il mago Tre-pi scritto da Lilith Moscon. Il racconto è ispirato all’affascinante figura di Giuseppe Pitrè che qui compare in una veste intrigante, a ‘mo di fantasma o spirito guida, che a bordo di una originale carrozza-studio dialoga con il giovane e curioso protagonista di nome Nicola. Il loro è uno scambio in bilico tra sogno e realtà in cui viaggi,  aneddoti, tradizioni e quesiti filosofici sui sogni e sui pensieri si intrecciano e scorrono veloci, supportati dalle illustrazioni dal fascino antico di Marta Pantaleo. Il testo è originale e ricercato, le illustrazioni capaci di sottolineare il tono sospeso del racconto, impastato di storia e invenzione.

Ci troviamo dunque di fronte a un volume che non cede al luogo comune che vuole i libri accessibili – e i libri ad alta leggibilità soprattutto – come libri più semplici nella forma e nel contenuto. Tutt’altro! Qui il testo è orgogliosamente ricco, frutto della consapevolezza che la complessità è di fatto un diritto del lettore che non va sacrificato. Ciò che deve essere facilitato è piuttosto l’accesso al testo che, non a caso, è proprio il punto di forza della proposta di Telos.

Ciò che più di tutto colpisce in questo libro è infatti la ricchezza di possibilità offerte a sostegno di chi sperimenta maggiori difficoltà di lettura legate per esempio alla dislessia. Non solo il libro è stampato con font EasyReading e con caratteristiche tipografiche più amichevoli, come la spaziatura maggiore e lo sbandieramento a destra, ma la versione digitale di cui è corredato, accessibile tramite QR code e disponibile in quattro lingue, presenta una vera miniera di strumenti utili.

Oltre a disporre della registrazione audio del libro, il lettore può infatti modificare a piacere la dimensione del font e la spaziatura del testo, ma anche differenziare lo sfondo delle righe, dividere le parole in sillabe o evidenziare la riga che sta scorrendo. Originali ed estremamente utili sono poi gli strumenti a sostegno della comprensione del testo, come la possibilità di dividere le frasi più complesse in unità minime di senso, di visualizzare le icone che fanno riferimento ai personaggi quando questi compaiono o parlano, o ancora di scoprire il significato delle parole più inusuali grazie alla funzione dizionario.

Questa mole straordinaria di strumenti è messa disposizione del lettore in maniera molto agevole e intuitiva così da risultare effettivamente di supporto e non di intralcio. Il risultato è quello di mettere davvero chi si trova di fronte al libro nella conduzione migliore per affrontare con piacere la lettura, trovando e scegliendo gli strumenti che più gli si addicono. Perché l’accessibilità in fondo è esattamente questo: far sentire il singolo lettore sostenuto e accolto ma anche libero di trovare il percorso che gli è più congeniale.

 

I supereroi e lo sciopero della minestrina

Chi l’avrebbe detto che anche la vita da supereroe può rivelarsi noiosissima? Oltrepassata una certa età, quando gli acciacchi superano di gran lunga i poteri, anche le giornate dei supereroi cominciano a farsi monotone, soprattutto se neppure a tavola è concesso qualche sgarro. La dieta che il dottore infligge al povero Fulmine e alla sua combriccola nella casa di riposo Viale del Tramonto è a dir poco rigida: tutta pollo lesso, finocchi bolliti e riso in bianco. Nemmeno un po’ di formaggio nel brodo. È così che i supereroi, stufi del trattamento, improvvisano un improbabile sciopero della minestrina per rivendicare il loro sacrosanto diritto al trigliceride. Per qualche giorno si dilettano nella preparazione di manicaretti golosissimi ma gli esami del sangue sono dietro l’angolo rendendo la sommossa traballante come una gelatina!

Con il consueto humour, Davide Calì ci consegna una nuova avventura della spassosa serie dedicata agli anziani supereroi, inaugurata nel 2016 con La casa di riposo dei supereroi e arricchita in seguito da La supergita dei supereroi. Corredata dalle illustrazioni di Alice Piaggio, perfettamente intonate con il tono leggero del racconto, I supereroi e lo sciopero della minestrina offrono una lettura piacevole e abbordabile anche grazie alle caratteristiche di alta leggibilità che contraddistinguono la collana Minizoom. Le frasi brevi e della struttura semplice, i frequenti elenchi, la grafica dinamica, la spaziatura maggior e il font specifico biancoenero concorrono infatti a rendere le pagine amichevoli anche agli occhi di giovanissimi lettori con difficoltà legate alla dislessia. Ciliegina sulla torta: la speciale Canzone del brodino, scritta dallo stesso Davide Calì e interpretata da Marianna Balducci, che il lettore può ascoltare tramite qr code apposto sul libro o collegandosi al sito della casa editrice.

Una specie di scintilla

Che tosta, Addie! 11 anni, autistica, appassionata lettrice, amante degli squali e testarda battagliera per le cause in cui crede, la protagonista di Una specie di scintilla è un personaggio a cui ci si affeziona subito e che si dimentica con difficoltà. La sua vita si svolge nella placida cittadina scozzese di Jupiter, dove nulla di eclatante pare mai accadere, dove la comunità si riunisce ancora periodicamente per prendere decisioni collettive e dove tutti sembrerebbero più interessati a difendere il buon nome del villaggio che a permettergli di essere ricordato per qualcosa di davvero buono.

E così, quando durante una lezione di Miss Murphy, Addie scopre che in passato, proprio a Jupiter, diverse donne sono state pretestuosamente condannate a morte perché ritenute streghe, inizia una determinata battaglia affinché un memoriale cittadino renda loro omaggio e ricordi a tutti gli effetti nefasti e senza tempo a cui possono condurre l’ignoranza e la paura della diversità. Addie si deve però scontrare non solo con il bigottismo che impera in paese ma anche con una insopportabile forma di bullismo e discriminazione in ambito scolastico, perpetrata da una compagna particolarmente ostile, da una classe odiosamente indifferente e da una professoressa abiettamente incapace di fare il suo mestiere.

Umiliata e trattata da inetta da chi dovrebbe saperne piuttosto cogliere bisogni e talenti, Addie trova conforto e supporto in una nuova compagna sensibile e leale e in una famiglia presente e attenta. Il rapporto con sua sorella maggiore Keedie, anche lei autistica e apparentemente più capace e avvezza a dissimulare la sua neurodiversità, costituisce in particolare per Addie un aiuto prezioso per capire che cosa accade dentro e fuori di lei, per conoscere il prezzo di un mascheramento forzato e per trovare il coraggio di portare fino in fondo la sua importante e simbolica battaglia.

Incredibilmente incisivo, Una specie di scintilla è il pluripremiato romanzo d’esordio della giovane scrittrice scozzese Elle McNicoll. La sua forza sta senz’altro in una serie di personaggi indelebili, di fronte ai quali è impossibile mantenere una posizione neutra, e nella capacità di raccontare ciò che la protagonista prova e pensa con chirurgica efficacia e assenza di retorica. L’autrice, che è a sua volta autistica, non ha infatti remore o difficoltà a spazzare via tanti luoghi comuni sulla sindrome che la contraddistingue – luoghi comuni legati, per esempio, all’intelligenza, all’autonomia, all’empatia o alla capacità di costruire legami – mettendo bene in chiaro che ci sono tanti modi di essere neurodivergenti e che tentare di inquadrare in maniera unica e stereotipata tutti coloro che rientrano nello spettro non ha dunque alcun senso. Nel solco di Temple Grandin, che echeggia chiaramente in quel “L’oceano ha bisogno di tutti i tipi di pesci, proprio come il mondo ha bisogno di tutti i tipi di mente” pronunciato da Keedie, Elle McNicoll fa del suo punto di vista interno una chiave efficacissima per offrire una lettura nuova e meno rigida dell’autismo, in cui multisfaccettatura e complessità trovino finalmente il loro posto.

Oltre a raccontare con grande chiarezza e semplicità cosa provano Addie o Keedie in determinate situazioni (per esempio di eccessivo affollamento, rumore o luminosità) e quanto per loro possa essere faticoso mascherare il proprio disagio per rispondere il più possibile alle aspettative dei neurotipici, la sua scrittura schietta ci mette costantemente nella condizione di chiederci come noi stessi ci poniamo di fronte a chi percepisce, registra e affronta la realtà in modo diverso da noi.

In questo modo, a dispetto di tanta comunicazione e letteratura che tende a dipingerla in bianco e nero come una tragedia assoluta o come una superdote tout court, la neurodiversità viene piuttosto dipinta, con una fitta serie di sfumature, come una specie di scintilla.  “Il mio autismo – dice Addie durante un toccante discorso all’assemblea cittadina – non è sempre un superpotere. A volte è problematico. Ma nei giorni in cui sento l’elettricità nelle cose, quando vedo dettagli che altri potrebbero non vedere, mi piace molto.

L’assiduo impegno della casa editrice Uovonero nel promuovere la conoscenza e il rispetto della diversità e nel facilitare processi di inclusione e partecipazione attraverso il potente strumento del libro trova in questa pubblicazione una delle sue manifestazioni più riuscite. Perché non solo Una specie di scintilla è un romanzo bellissimo e forte, ma anche perché prova a raggiungere quanti più lettori possibili grazie a caratteristiche tipografiche di alta leggibilità – con font testme, sbandieratura a destra, spaziatura maggiore – e alla possibilità di godere della storia anche in formato audio. In contemporanea all’uscita del romanzo in formato cartaceo è infatti previsto il rilascio della versione audiolibro, pubblicata dalla casa editrice indipendente Fabler Audio (scaricabile al costo di 13,99 € dal sito della casa editrice): una scelta, questa, che presenta almeno altre due implicazioni interessanti. Da un lato essa riflette anche nella forma l’attenzione di Uovonero alle diverse caratteristiche di bambini e ragazzi e dall’altro essa mette in pratica quello che è già un principio chiave del progetto I libri di Camilla, ossia che l’accessibilità più ampia non deve in alcun modo compromettere la qualità del prodotto e che, per garantire entrambe, spesso può essere necessario e utile mettere insieme le forze e collaborare con altre realtà. Anche questo, in fondo (ma non troppo), significa valorizzare la diversità.

La musica di Ettore

Mica facile fare musica con quattro zampone da elefante: parola di Ettore! Trombe, fisarmoniche, arpe e xilofoni mal si accordano, infatti, con le movenze maldestre tipiche di un pachiderma e così, malgrado il suo amore spassionato per le melodie, l’elefantino Ettore si trova costretto ad assistere ai concerti della giungla invece che prendervi attivamente parte. Sarà una giornata iniziata col piede sbagliato a tirar fuori un suo inaspettato talento, che con lo strumento giusto diventa musica per le orecchie di tutti!

Semplice nella trama così come nel messaggio, La musica di Ettore è un albo scritto e illustrato dall’autrice polacca Monika Filipina. Si caratterizza per un testo minimo e lineare che lascia ampissimo spazio narrativo alle immagini. Sgargianti, movimentate, ricche di dettagli e dal tratto ironico, queste sono le vere protagoniste del libro e conducono il lettore per mano alla scoperta della storia: un aspetto, questo, che ben si sposa con gli accorgimenti di alta leggibilità – font EasyReading, spaziatura maggiore, testo non giustificato – messi in campo da Camelozampa per la stampa del volume. La sinergia tra leggibilità del segno grafico e facilità di accesso al testo è infatti determinante nello stimolare un approccio alla lettura il più possibile amichevole, accogliente e stimolante anche nei confronti di bambini con dislessia.

Caro signor F.

Elvira e Concetta sono due amiche che vivono insieme sul cucuzzolo di una montagna. Molto diverse tra loro – sedentaria, golosa e amante della scrittura la prima; avventurosa, smilza e appassionata di navi la seconda – le due trascorrono le giornate con una certa placida ritualità. Su quel cucuzzolo, in effetti, non succede mai nulla. Un giorno però dei rumori sospetti le mettono in allarme, costringendole a fantomatiche ipotesi su cosa possa averli generati, a qualche accusa reciproca e infine a rocambolesche indagini. Verrà fuori che il responsabile è un misterioso signor F., che frattanto manda lettere ad amici, parenti e ditte di trasloco, per informarli del suo felice trasferimento in montagna.

A suon di equivoci e soluzioni di emergenza per liberarsi dell’inquilino abusivo, Elvira e Concetta finiscono per scoprire che un intruso a quattro zampe può essere estremamente amichevole e che, grazie al trambusto generato dalla sua presenza, si può persino pensare a una ristrutturazione, non tanto della casa quanto piuttosto della propria vita!

Scritto e illustrato dal collaudato duo Alice Keller e Veronica Truttero, Caro signor F. è un racconto delizioso che scorre piacevole, fa sorridere e che mette in scena un piccolo protagonista a cui è difficile non affezionarsi. Stampato con alcune caratteristiche di alta leggibilità, come il font EasyReading, la sbandieratura a destra e la spaziatura maggiore tra le lettere, le righe e le parole, il libro presenta frequenti illustrazioni a matita che consolidano il tono tenero e buffo del racconto.

 

Golfo

Quando nasce Andy, suo fratello Tom è così felice da sentire di non aver più bisogno del suo inseparabile amico immaginario Figgis e così, da quel momento, Figgis diventa il nomignolo con cui Tom chiama affettuosamente Andy. Molto legato e protettivo nei confronti del piccolo, Tom si gode fino all’adolescenza la tranquillità di una vita normalissima in una normalissima famiglia inglese. La mamma – accudente, attiva e impegnata nel sociale – e il papà – ammirato imprenditore e giocatore di rugby – si spendono molto per crescere i figli in maniera serena. Ma, c’è un ma. Capita infatti di tanto in tanto che Figgis complichi la quotidianità familiare con quelle che tutti chiamano “le sue fisse”: momenti in cui si immedesima così tanto nei protagonisti di notizie sentite in tv o lette sul giornale, da non riuscire a far altro che pensarvi per giorni e giorni. Questione di empatia, un’empatia fortissima e del tutto fuori dal comune. Nella maggior parte dei casi le fisse portano un forte disagio in Figgis e un grande scompiglio in famiglia ma si risolvono abbastanza rapidamente. Purtroppo lo stesso non si può dire dell’ultima, sorta con l’inizio della guerra del Golfo. All’improvviso e sempre più spesso Figgis inizia ad assentarsi mentalmente pur senza muoversi da casa, a vivere la notte in una sorta di trance, a parlare arabo, a comportarsi in modo strano e a pronunciare con insistenza il nome di un certo Latif. Ricoverato in una clinica specializzata, Figgis finisce per non riconoscere più i suoi familiari, assorbendo a tal punto il dolore e la paura di un giovane soldato iracheno da vivere nei suoi panni 24 ore al giorno. Insieme al lungimirante direttore della clinica sarà proprio Tom, mai rassegnato, a intuire cosa stia davvero capitando nella testa del fratello e a stargli testardamente accanto fino a che questi non riesce, nel bene e nel male, a liberarsi dal suo incubo.

Intenso e coinvolgente, Golfo è un romanzo breve dal grande spessore narrativo. Scritto nel 1992, dedica attenzione a una guerra lontana nello spazio e nel tempo come quella del Golfo, ma la racconta in una maniera tale da farla suonare familiare anche a chi può essere nato una ventina di anni più tardi. Perché ben più di Saddam Hussein e degli attacchi in Iraq, al centro di questa storia coraggiosa e densa c’è il nostro modo di porci di fronte a notizie terribili. Quanto riusciamo a lasciarci toccare? Quanto ci sentiamo davvero implicati? E quanto riteniamo giusto attivarci per non lasciarci semplicemente scivolare addosso gli avvenimenti del nostro tempo? Robert Westall porta queste domande a ronzare insistentemente nella testa del lettore, senza fornire mai una semplicistica risposta. Sta a ciascuno di noi, in qualche modo, capire in che maniera e in che misura un po’ di Figgis possa dimorare dentro di sé.

Imperdibile per offrire una lettura forte e non scontata a ragazzi dai 12 anni in su, Golfo viene proposto da Camelozampa in una snella e maneggevole edizioni tascabile che mette in campo alcuni accorgimenti di alta leggibilità quali il font EasyReading, la spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe e la sbandieratura a destra.

 

Le catastrofi del giorno

Non è facile affrontare le giornate quando i pericoli – dall’inquinamento agli incidenti aerei, dai malintenzionati ai cibi poco sani – sembrano nascondersi minacciosamente dappertutto e diventano un chiodo fisso. Così è per la dodicenne Majken che, con fare più vicino a quello di un’anziana che non a quello di una ragazzina, formula pensieri molto maturi e nient’affatto privi di allarmismo. Nella sua vita non c’è spazio – sembrerebbe – per frivolezze preadolescenziali, amicizie del cuore e pomeriggi spensierati: tutte cose che poco le interessano e che giudica per di più sciocche. Questo suo modo di porsi di fronte al mondo, che agli occhi del lettore e dei coetanei oscilla tra lo strambo e l’assillante, preoccupa non poco la madre, con la quale Majken vive sola e che un giorno, per convincerla a uscire, a distrarsi e a socializzare, le regala un cagnolino di cui occuparsi. È un cane bruttarello e indisciplinato, Blunder, ma il suo arrivo segnerà una svolta nella vita della ragazzina, consentendole di fare incontri preziosi e di incrinare la solida gabbia emotiva dentro la quale si è da tempo rinchiusa.

Con una narrazione che, seguendo il filo dei pensieri di Majken, dipinge il mondo con un filtro diverso da quello comune, Cilla Jackert ci fa affezionare, spesso scuotere la testa, talvolta chiedere “ma come ti viene in mente?” di fronte a una protagonista tanto bizzarra. Fino all’ultimo capitolo, dove un finale liberatorio, tanto per Majken quanto per chi legge, ci conduce nel passato della ragazzina, offrendoci uno spiraglio di comprensione ed empatia per quella sua interiorità tanto tormentata. Senza alcuna pretesa né attitudine prescrittiva, la storia di Majken ci illumina su cosa possano portare con sé un lutto e il dolore che ne consegue e su quanto valga la pena interrogarsi su ciò che si nasconde dietro un atteggiamento strano o persino respingente.

In Le catastrofi del giorno si ritrova e si riconosce il piglio schietto e a tratti cinico dell’autrice e la sua radicata familiarità con la città di Stoccolma, di cui pare di percorrere strade e quartieri, percepire odori e rumori, respirare la cultura, proprio come accadeva in Ci si vede all’Obse, altro bel romanzo di Cilla Jackert pubblicato nel 2018 da Camelozampa. Anche qui la stampa presenta font EasyReading e spaziatura maggiore che rafforzano la leggibilità del libro anche da parte di ragazzi con dislessia. Una più ariosa distribuzione del testo, per esempio con paragrafi distanziati e pagine meno piene, potrebbe consolidare ulteriormente l’accessibilità del volume.

I tre funerali del mio cane

A scrivere con ironia e garbo una storia che pone al centro un lutto, mica son tutti buoni. Guillaume Guéraud però lo è: il suo I tre funerali del mio cane è infatti un delizioso racconto in cui la morte di una creatura cara, come può essere un animale domestico, diventa il fulcro narrativo intorno a cui orbitano dialoghi autentici, piccole disavventure di cui sorridere e un’ampia gamma di sentimenti veri: il tutto senza quasi spostarsi dal giardino di casa dove il protagonista, sua sorella e i suoi amici decidono di seppellire il povero Babino, dopo che è stato malauguratamente investito da un’auto.

Alla serietà delle intenzioni e delle emozioni dei giovani personaggii fanno da contraltare una serie di piccoli imprevisti logistici e la spontaneità con cui Babino viene affettuosamente ricordato. Il racconto mescola così, senza soluzione di continuità, aneddoti buffi e schietta tenerezza. E alla morte, lungi da essere un tema su cui dissertare, viene restituito il ruolo di cosa della vita con cui prendere le misure tra una partita di calcio, uno scherzo tra amici e una corsa in un prato di tulipani.

Divertente e delicato, I tre funerali del mio cane è proposto da Biancoenero all’interno della bella collana Maxizoom dedicata a giovani lettori a cavallo tra la scuola primaria e la scuola media. Come gli altri volumi della collana, il libro vanta dunque un’impaginazione ariosa, una spaziatura maggiore, un font ad alta leggibilità e una stampa su carta color crema che ne agevolano l’accesso anche a bambini con dislessia. A tale scopo concorrono inoltre in misura non meno significativa anche scelte sintattiche e lessicali orientate alla linearità, oltre che una storia coinvolgente che sa parlare la lingua dei bambini.

Broncio e Coda

libro Quando desideri un animale da compagnia ma cani e gatti, per i tuoi genitori, sono fuori discussione, i pesci rossi possono essere un ottimo ripiego! È così che Broncio e Coda – muso lungo il primo, coda appariscente il secondo – entrano a far parte della famiglia di Teresa il giorno del suo compleanno.

Sistemati nella loro vaschetta nuova di zecca, i due pesci diventano presto degli insostituibili confidenti per la protagonista che, incuriosita dalle loro qualità e abitudini, ne trae sovente sagge lezioni di vita. Perché i pesci come Broncio e Coda saranno pure muti come si usa dire ma possono insegnarci molte cose: che addomesticare animali e persone non è affar scontato, per esempio, o che ci si può sentire soli anche quando si vive vicino a qualcuno. Come una sorta di filtro silenzioso attraverso il quale Teresa osserva le piccole e grandi cose della sua quotidianità, Broncio e Coda diventano parte integrante di una famiglia in cui nessuno resta del tutto immune al fascino dei pinnati e in cui le relazioni, soprattutto tra fratelli, si nutrono di piccoli screzi e rappacificamenti.

Proprio quelle relazioni, in cui – pesci rossi o no – non sarà difficile per il lettore riconoscersi, sono al centro del libro di Silvia Nalon, con le briose illustrazioni di Martina Motzo.

Più ricco di pensieri che di peripezie, Broncio e coda offre un’occasione di lettura quieta e piacevole in cui immergersi. Inserito nella collana leggimi di Sinnos, il libro presenta inoltre tutte le caratteristiche di alta leggibilità che agevolano la lettura anche in caso di dislessia.

L’incredibile corsa dello sciroppo

Quella formata da Alex Cousseau e Charles Dutertre è una coppia collaudata da cui ci si aspetta frizzi, lazzi e magnifiche sorprese letterarie. Già creatori di quell’irresistibile personaggio che è Lucilla Scintilla, i due autori francesi tornano in libreria, sempre per Sinnos, con un volume ad alta leggibilità ugualmente gustoso ma di tutt’altro segno, intitolato L’incredibile corsa dello sciroppo.

Protagonisti del libro dal formato arioso, dalle illustrazioni densissime e dai colori accesi sono tanti intrepidi insetti pronti a sfidarsi nell’annuale Corsa dello sciroppo, una classicissima del mondo entomologico. Al via, ragni, bruchi, lumache e altri piloti in miniatura e perlopiù muniti di ali e parecchie zampe avanzano lungo un percorso tortuoso che si snoda in mezzo a una natura lussureggiante. I loro nomi sono buffi e i loro mezzi sono a dir poco stupefacenti: si va dai vasetti di yogurt volanti alle vasche da bagno a motore, dai trattori a molla ai piroscafi a elica. Ingranaggi e meccanismi sono tanto sofisticati quanto divertenti (mai più senza un treno fantasma con binario mobile!) e le affollate pagine che li ospitano sono un autentico luna park per l’occhio del lettore che può sollazzarsi a coglierne ingegnosità e tratti comici. La gara avanza senza esclusione di colpi, costringendo i protagonisti a deviazioni, decisioni, incidenti e incontri imprevisti, verso una linea del traguardo che si svela solo alla fine, con un delizioso colpo di scena.

Contraddistinto da caratteristiche di alta leggibilità – dal font leggimi alla spaziatura maggiore, dalla sbandieratura a destra all’evidenziazione dei dialoghi grazie all’uso del colore e del maiuscolo – L’incredibile corsa dello sciroppo può facilmente solleticare i giovani lettori, con e senza dislessia, in virtù del suo particolare impianto grafico e dell’efficacissimo dialogo che instaura tra parole e figure. Intorno a testi concisi che perlopiù introducono i protagonisti con i loro spassosi tratti e riportano gli eventi salienti della gara, si sviluppano infatti illustrazioni minuziosissime che raccontano molto di più di quanto si trovi scritto e che disseminano ghiotti dettagli sul funzionamento dei mezzi e sulle attitudini dei loro conduttori. Sono le immagini, insomma, a farla da padrone, a incentivare l’avanzamento nella lettura e, in qualche modo, a dettarne i tempi, rendendo del tutto legittimo quell’attardarsi sulla pagina che di norma può far sentire a disagio i bambini meno abili nella lettura.

E in questo suo temporeggiare di fronte al bello, il lettore non si discosta di molto dai personaggi del libro i quali, pur desiderando con forza avanzare verso il traguardo, conoscono il piacere di sedersi ai bordi di quell’oceano di sabbia bianca per assistere all’arrivo del sole “che già comincia a tingere il cielo di un bel rosso, rosso come lo sciroppo di amarena”.

Rolando Lelefante legge

Che Rolando Lelefante fosse un tipo colto lo sapevamo già, ma che fosse un vero divoratore di storie, bhe… quello lo scopriamo nel secondo volume che Sinnos gli dedica, intitolato per l’appunto Rolando Lelefante legge.

Qui seguiamo Rolando nella sua sfrenata passione per la lettura – cosa, dove, quando e come legge – in una buffa rassegna che mette in evidenza abitudini, trucchetti, rêverie e piccole manie in cui qualunque lettore potrà in qualche modo riconoscersi. Ma attenzione: Rolando sa bene che la lettura non è solo gioie. Il suo padroncino non legge infatti altrettanto bene perciò lui si prodiga in ogni maniera per rendergli la parola scritta più familiare. Deliziosa, in questo senso, la doppia pagina in cui Rolando interpreta con la sua goffa mole le diverse lettere dell’alfabeto, rendendo magistralmente evidente come la lettura sia un’esperienza che coinvolge tutto il corpo!

Come l’autrice riesca a condensare in pochi tratti di matita tanti spunti, ammiccamenti e persino citazioni, rimane un piccolo mistero: sta di fatto che, come la precedente, anche questa storia di Rolando fa di un nulla una piccola gustosa avventura che si legge con il sorriso sulle labbra. Piacevole nell’aspetto e attento alle esigenze dei lettori più inesperti o come maggiori difficoltà di decodifica del testo, Rolando l’elefante legge unisce le caratteristiche di alta leggibilità tipiche della collana Leggimi prima di Sinnos (font maiuscolo leggimiprima, spaziatura maggiore, testo non giustificato, pagina pulita, illustrazioni puntuali e frequentissime) a uno stile arioso, tanto nelle figure quanto nel racconto, che dice con garbo al lettore che il libro può essere amico e che addentrarsi tra le pagine può essere, sì, una sfida, ma non necessariamente spaventosa. Se non è un bell’inno alla lettura questo, è davvero difficile dire cosa lo sia!

Ecco a voi Rolando Lelefante

Attenzione, pericolo! La lettura di Ecco a voi Rolando Lelefante aumenta il rischio di desiderare un pachiderma per animale domestico. È l’effetto Rolando: un misto di tenerezza e sorpresa che coglie senza scampo chiunque incontri l’irresistibile personaggio creato da Louise Mézel.

Elefantino mini dall’appetito taglia XL, Rolando Lelefante ha un mucchio di qualità: riesce a stare in spazi ristretti, anche grazie ad acrobatici arrotolamenti di coda e proboscide, è colto, sportivo quanto basta, oltremodo goloso e pieno di passioni. Insomma, come si fa a non volergli bene?

L’autrice ce ne offre un ritratto delizioso in questo primo volume di una serie portata in Italia da Sinnos. Lettura sfiziosissima per bambini 4-5 anni accompagnati da un grande o per bambini di prima elementare che iniziano a leggere da soli, la storia di Rolando Lelefante presenta testi minimi, curati e ben leggibili (stampa in maiuscolo, font ad alta leggibilità, forte contrasto con la carta color crema, massimo una frase o due per pagina), puntualmente accompagnati da illustrazioni ironiche e delicate, realizzate a matita e con pochi tratti di colore.

Questo passo a due leggiadrissimo tra parole e figure regala alle pagine una pulizia che rassicura e un ritmo che incalza, accompagnando nell’avventura di leggere anche il lettore con dislessia o difficoltà di decodifica del testo, valorizzandone a pieno la preziosa capacità di muoversi tra le immagini.

Nella stessa serie si trova già anche il secondo volume intitolato Rolando Lelefante legge.

Giacomino già che sei in piedi

Già che sei in piedi… prendi questo? Fai quello? Mi passi quell’altro? A chiunque è senz’altro successo di sentirsi rivolgere una richiesta di questo tipo ma di certo a nessuno è capitato così di frequente come al protagonista della buffa storia firmata da Angelo Mozzillo e Umberto Mischi. Fin da piccolo, infatti, Giacomo – Giacomino per gli amici – è diventato Giacomino-già-che-sei-in-piedi proprio a causa delle insistenti preghiere dei suoi familiari, abituati a farsi fare favori, sporgere cose e prendere oggetti dal malcapitato giovanotto.

Questi, però, un bel giorno si stufa e mette in piedi uno sciopero d’effetto. Un vero a proprio sit in, a dirla tutta. Giacomino decide infatti di restare seduto a oltranza e così resta sia per mangiare, sia per dormire, sia per giocare. Irremovibile nella sua decisione persino quando si tratta di andare a scuola, Giacomino vien trasportato di peso in classe dai genitori. E qui succede l’inatteso: sulla scia del maestro di arte, il corpo docenti interpreta il gesto del giovane come una meravigliosa provocazione contro la frenesia moderna e, per valorizzarne la portata, tutti si recano in comitiva dal sindaco. Di Giacomino seduto si fa dunque un gran parlare, tanto che il ragazzo viene invitato a tenere un discorso. Ma mai sedersi sugli allori: gli imprevisti possono sollevarsi proprio quando meno te lo aspetti…

Simpatico e scorrevole, Giacomino già che sei in piedi unisce una storia surreale e divertente a uno stile ben ritmato che incentiva la lettura. Inserito all’interno della collana Minizoom di Biancoenero, il volume presenta tutte le caratteristiche di alta leggibilità che contraddistinguono quest’ultima, rendendola una proposta davvero appetibile per giovanissimi lettori, anche con difficoltà legate alla dislessia, alle prime armi con la lettura autonoma.

 

 

 

Joker

“In fondo erano contenti di tornare a scuola”, così inizia Joker, il racconto di Susie Morgenstern da poco uscito per i tipi di Biancoenero (ma in realtà pubblicato per la prima volta nel 1999 in Francia e nel 2002 in Italia). Difficile immaginare un incipit più ficcante in questo preciso momento storico, se si considera che dopo mesi di DAD e scuole chiuse, il desiderio di tornare fra i banchi è quantomai acceso nei bambini e nei ragazzi. Ecco dunque che la loro attenzione ha subito di che esser catturata da una storia che non delude anche oltre la prima pagina. L’autrice, pluripremiata e di conclamata bravura, si conferma infatti abilissima nel mantenere accesa la curiosità del lettore con un racconto brillante e molto vicino al sentire dei bambini.

Protagonista è  Biagio Natale, anziano maestro che, nonostante l’apparenza dettata dall’età, sa come sorprendere la sua nuova classe. Il primo giorno, infatti, in luogo di sterili presentazioni, Biagio distribuisce ad ogni allievo un mazzo di Jolly, ciascuno valido per far fare o non far fare qualcosa a chi decida di giocarselo. In ogni mazzo c’è il jolly per ballare in classe, per esempio, quello per restare a letto, quello per dire una bugia o quello per fare una carezza a chi si vuole. Spiazzati e divertiti, i bambini scoprono presto il valore di quelle carte ma lo stesso non si può purtroppo dire dell’arcigna preside Candida Peres, perfetta incarnazione della didattica più stantia e meno empatica. Nonostante i suoi provvedimenti, i semi piantati da Biagio Natale finiranno tuttavia per germogliare, dando risalto all’imbattibile capacità dei bambini di fare tesoro di quanto vien loro con gioia trasmesso. E a quella di alcuni adulti di trasformare l’insegnamento in Educazione con la E maiuscola.

Coinvolgente e brioso, Joker lascia trapelare una profonda conoscenza dell’infanzia, del pensiero che la attraversa e degli interruttori che ne accendono la partecipazione. La sua lettura si fa così scorrevole e accattivante, complici anche i personaggi ben costruiti, la narrazione snella e gli accorgimenti con cui il libro è stampato. Le caratteristiche di alta leggibilità proprie della collana Minizoom di cui Joker fa parte, che coinvolgono la struttura testuale ma anche gli aspetti di stampa come la spaziatura, il font e la sbandieratura, concorrono infatti ad alleggerire il confronto con la pagina scritta e a sostenere l’avanzamento nella storia anche da parte di giovani lettori con dislessia.

La supergita dei supereroi

Avevamo lasciato Tritone e la sua cricca di ormai attempati supereroi al termine di una entusiasmante impresa contro il malefico Vortice e li ritroviamo ora alle prese con le consuete faccende da casa di riposo: attività blande e ripetitive che ben poco si addicono a degli ex paladini della giustizia. Il clima è mogio, per non dire mortalmente noioso: quel che occorre è un po’ di azione! Ecco allora che al termine di una lunga e divertente trattativa (ma quanto possono dilungarsi i vecchietti?!), la combriccola parte alla volta di una gita speciale. Non si sa molto della destinazione ma sembrerebbe offrire molte cose da vedere, anche se difficilmente si tratterà delle auspicate corse di cavalli, gare di lotta o vasche giganti di pesci. Ne nascerà un’escursione sorprendente, pur nella sua ordinarietà, e capace di non lasciare a bocca asciutta nessuno dei partecipanti, né tantomeno il lettore!

Divertente e ricco di trovate sorridenti, in pieno stile Davide Calì, La supergita dei supereroi offre un racconto snello e abbordabile che sostiene anche i lettori più riluttanti o con difficoltà legate alla dislessia, e lo fa con il superpotere dell’irriverenza e dell’alta leggibilità. Il font biancoenero, le frasi brevi e lineari, la spaziatura maggiore e le illustrazioni quasi a ogni pagina agevolano infatti la lettura e fanno squadra con una narrazione ironica che solletica e che invita ad arrivare presto alla fine. La possibilità, inoltre, che il lettore abbia già familiarizzato con i personaggi grazie alla precedente avventura sempre edita da Biancoenero, fa sì che l’ingresso nella storia sia più immediato e coinvolgente. Interessante, in questo senso, anche la scelta di proporre figure che richiamano felicemente lo stile del precedente volume (firmato per intero da Davide Calì), pur essendo realizzate in questo caso da un’illustratrice diversa (Alice Piaggio).

Cane, lupo e cucciolo

Ricordate Lupo e Cane, i due cugini a dir poco insoliti nati dalla penna di Sylvia Vanden Heede e dalla matita di Marije Tolman? Protagonisti di Lupo e Cane, insoliti cugini, uscito per Beisler nel 2015, i due animali tornano sulla scena con una nuova avventura ad alta leggibilità intitolata Cane, lupo e cucciolo.

Come il titolo lascia facilmente intuire, alla coppia di nemici-amici si aggiunge questa volta un terzo compare, più precisamente un giovane spitz di pura razza che poco sa del mondo e che necessita di molte cure. Il padrone di Cane lo ha preso perché questi avesse compagnia ma per Cane il nuovo arrivato è più che altro una scocciatura, dal momento che si trova a fargli da balia e a prendersi le sgridate al posto suo. Così, quando gli si offre l’occasione di togliersi di torno il cucciolo e al contempo di liberarsi delle angherie di Lupo, non gli par vero: subito Cane ne approfitta e torna a godersi la sua serenità. Non ha però fatto i conti con l’affetto che presto prende dimora anche nei confronti di chi ci pare distante e così, in quattro e quattr’otto, Cane torna sui suoi passi, dimostrando che anche i tipi più carini e coccolosi sanno e possono all’occorrenza tirare fuori i denti per difendere i propri cari.

Senza bisogno di dichiararlo e sbandierarlo tanto in giro (ottimo segnale!), il libro svela dunque un catalogo variegato e interessante di emozioni – dalla rabbia alla paura, dalla felicità alla nostalgia – con cui il lettore frequentemente si misura e in cui può facilmente riconoscersi. Le micro-vicende dei due cugini e del loro nuovo compagno, perciò, non solo compongono un racconto non convenzionale e a tratti ironico in cui immergersi, ma offrono anche un terreno fertilissimo per confrontarsi con e su un tema delicato come la gestione emotiva delle diverse situazioni.

Dotato di un umorismo tutto particolare e scritto in una forma originale che mescola prosa, cadenza poetica e indole teatrale, Cane, lupo e cucciolo si compone di 16 capitoli abbastanza brevi, il cui animo delicato viene amplificato dalle illustrazioni dalle linee sottili e dalle sfumature accese che frequentemente animano la pagina. Questo, unito alla scelta di un font meno affaticante per la vista come il TestMe e di caratteristiche di impaginazione ad alta leggibilità (spaziatura maggiore, testo allineato a sinistra…), concorre a rendere la lettura del libro più amichevole anche in caso di dislessia.

Non solo: Cane, Lupo e cucciolo rivela un alto grado di accessibilità anche per un’altra ragione. Il libro inaugura, infatti, l’interessante progetto Leggieascolta di Beisler che prevede l’unione del testo cartaceo e del relativo audiolibro. Quest’ultimo è ascoltabile tramite l’app gratuita leggieascolta, disponibile per dispositivi Android e iOS. Inquadrando il QRcode che compare sul risguardo di copertina, l’app apre infatti l’audiolibro corrispondente al volume, all’interno del quale il lettore può muoversi con grande libertà. A sua disposizione ci sono in particolare i tasti per scegliere il capitolo da leggere, per far avanzare la lettura di 60 secondi in 60 secondi, per accelerare o rallentare la velocità di lettura, per inserire dei segnalibri o per stabilire un tempo predefinito dopo il quale l’audiolibro si spegna automaticamente.

Molto intuitiva nell’uso e curata nella registrazione, l’app che rende disponibile la versione audio del libro segna un passo importante nel lavoro che alcune attente case editrici stanno pian piano facendo in favore dell’accessibilità. Mettere infatti il giovane lettore nella condizione di poter accedere al testo attraverso porte diverse, che sarà lui a scegliere a seconda delle necessità personali e del momento, concorre in maniera non indifferente a rendere la lettura più agevole e dunque più piacevole.

Il cavaliere saponetta e la terribile strega

L’avevamo lasciato al termine di una avventurosa caccia al drago, più lindo e scintillante che mai, ed ora eccolo di nuovo qui, il lustro e illustre Cavaliere Saponetta! Innamorato della sua Lucy, disordinata quanto basta per mettere alla prova la sua insofferenza per la confusione, il Cavaliere più pulito del reame è diventato papà. La faticosa e itinerante vita da paladino, tuttavia, lo ha tenuto a lungo fuori casa e lontano dal piccolo Max che nel suo ingenuo immaginario altro non è che un galantuomo in miniatura. Grande è, dunque, il suo sconcerto quando Lucy parte per il tradizionale Ballo delle dodici principesse e lui, rimasto da solo ad occuparsi del pargolo, scopre la vera natura del suo pupetto. Quel poppante non sa mangiare con le posate, pulirsi la bocca col tovagliolo, dire pardon quando gli scappa un ruttino né lavarsi con il sapone! Per non parlare dell’odore insopportabile che con frequenza lo avvolge: per il Cavaliere Saponetta è davvero troppo e così si convince a cercare l’aiuto di una strega. Scoperto, però, che questa intende recarsi al Ballo delle dodici principesse per avvelenarne almeno una e prenderne il posto, il Cavaliere rivede le sue priorità, si carica il puzzolente figliolo a cavallo e insieme al fido apprendista Elmo parte all’inseguimento della strega. Segue un’incalzante catena di tallonamenti, travestimenti e rivelazioni che fino all’ultima riga fa fare al lettore il pieno di risate.

Con questa nuova avventura dedicata al paladino della pulizia, intitolata Il Cavaliere Saponetta e la terribile strega, Mattia de Leeum si conferma abilissimo nel tessere trame tutto sommato semplici ma dal ritmo galoppante e dallo spirito irriverente. Stare al passo del Cavaliere Saponetta significa lasciarsi travolgere da imprevisti spassosi e situazioni buffe che rovesciano il côté più prevedibile delle fiabe pur conservandone ambientazioni, personaggi e motivi. Con un effetto divertente e spiazzante, l’autore riesce a mettere in discussione alcuni cliché di genere, ma più in generale sociali, tenendosi però alla larga dalla pesantezza delle storie a tema così come dal rischio di trasformare il rovesciamento di uno stereotipo in uno stereotipo nuovo, solo di segno opposto. E questo accade perché le sue sono prima di tutto buone storie con ottimi personaggi: tutto il resto viene dopo, di conseguenza. Anche per questa ragione il libro scorre così liscio e piacevole, solleticando anche chi della lettura proprio non vuole saperne.

Sinnos, che di solletico al lettore se ne intende eccome, lo colloca non a caso tra I narratori a colori, una collana che propone storie spigliate e ricche di immagini, oltre che stampate con font leggimi e con caratteristiche tipografiche di alta leggibilità. Il lettore a cui Il Cavaliere Saponetta e la terribile strega idealmente si rivolge, che potrebbe essere un bambino dagli 8 anni in su che con la lettura inizia a prendere dimestichezza ma che può ancora facilmente inciampare, viene così stuzzicato con una storia di un certo corpo ma al contempo rassicurato con un’impaginazione gradevolissima e incoraggiante. Perché diventare genitori è un’impresa epica (che si sia o meno Cavalieri Saponetta), ma crescere lettori può non essere da meno!

Un drago per amico

Piero è un raro drago che, lasciata la dimora dei genitori, decide di stabilirsi in una valle popolata dagli uomini. Questi lo accolgono con favore a patto che rinunci a sputare il fuoco. Tutto subito Piero accetta ma si rende ben presto conto che rinunciare alla propria natura non può che portargli tristezza. Sarà l’arrivo di un rigido inverno e la necessità di asciugare la legna del villaggio a restituire al drago il diritto di essere sé stesso e di sfruttare le sue peculiarità in favore della collettività.

Un drago per amico è un libro tattile che si colloca, per almeno due ragioni, al di fuori della più consueta produzione ad uso di giovani lettori con disabilità visiva. La prima è legata al rapporto tra testo e immagini: il testo è infatti molto più lungo del solito e nella stragrande maggioranza dei casi occupa l’intera pagina senza essere affiancato da alcuna figura. Questo fa sì che la storia possa essere un po’ più corposa rispetto agli albi tattili più diffusi e che il target di riferimento sia composto da bambini un po’ più grandi, indicativamente in età scolare. La seconda ragione concerne invece il tipo di illustrazione tattile proposta. Delle poche figure che popolano il libro – sei in tutto – circa la metà non sfruttano la tecnica del collage materica ma prediligono la messa in rilievo puntinata del contorno. Ne risultano illustrazioni dalla decifrabilità piuttosto complessa e talvolta criptica. Al contrario le illustrazioni che sfruttano il collage materico sono molto più basiche e risultano più immediate anche a chi esplori la pagina al tatto.

In definitiva testo e illustrazioni condividono un certo aspetto acerbo che rischia di comprometterne l’attrattiva nei confronti dei lettori. Resta invece interessante la scelta di percorrere una strada nuova, rivolgendosi a un pubblico di lettori spesso trascurati dall’editoria tattile come quelli che iniziano ad affrontare prime letture in autonomia.

Dieci piccole volpi

Le vite di Camillo e Beppino sono agli antipodi: benestante e figlio di un potente petroliere il primo, umile e figlio di una coppia venuta da lontano il secondo. Eppure i due, che frequentano la stessa scuola, sono amici per la pelle. Così, quando dei temibili pirati rapiscono Camillo, Beppino non ci pensa due volte e si mette subito a cercarlo, sfidando il pericolo di una ciurma senza scrupoli e la fatica di arrivare alla meta collezionando un indizio dietro l’altro. Ad accompagnarlo c’è un curioso branco di 12 volpi che si rivelano determinanti nel reperire notizie utili al rintracciamento del rapito e nell’aiutare Beppino a dare ai pirati la lezione che si meritano.

Il racconto scritto e illustrato da Cecco Mariniello è avventuroso e serrato quel tanto che basta per tenere desto e sulle spine il lettore, incentivandone l’avanzamento tra le pagine. La ricerca di Camillo procede infatti a ritmo sostenuto e scandito dall’incontro con animali sempre diversi. Questo, unito alla brevità del racconto, alle frequenti e colorate immagini e alle caratteristiche di alta leggibilità tipiche della collana leggimi di Sinnos, fa di Dieci piccole volpi un bocconcino gustoso per bambini alle prime armi con la lettura autonoma, con o senza difficoltà legate alla dislessia.  Cecco Mariniello aggiunge inoltre alla sua storia avvincente uno spunto di riflessione importante sull’amicizia e sulla scuola: la prima si fa infatti  occasione per superare le differenze sociali e la seconda spicca come luogo eletto proprio per coltivare quel superamento.

Non è colpa della pioggia

Cape cod è una tranquilla località di villeggiatura balneare, uno di quei luoghi che stagionalmente cambia volto, i cui residenti si riconoscono dal modo di parlare e dalle caffetterie frequentate. Dalsie, gambe veloci e grande passione per i temporali, è una di loro: vive qui da sempre, cresciuta dai nonni fin da quando, piccolissima, la madre l’ha abbandonata per motivi di dipendenze. In un quartiere in cui tutti si conoscono e le cui storie familiari si intrecciano, Dalsie abita con la nonna e la aiuta con le pulizie alberghiere: lavoro che consente loro di vivere dignitosamente ma non senza qualche preoccupazione. Ogni anno la ragazzina attende con trepidazione l’estate che porta con sé la sua amica storica Brenda con cui da tempo immemore condivide piccoli riti, passioni e giochi.

Un anno, però, Brenda arriva e a sorpresa appare diversa, comportandosi in modo strano: i loro segreti sembrano non interessarle più e alla compagnia di Delsie preferisce quella di una nuova ragazza di nome Tressa tanto sicura di sé quanto prepotente. Dopo qualche goffo e doloroso tentativo di ritrovare il feeling perduto, Delsie fa i conti col fatto che esistono amicizie solide ed altre meno affidabili ma questo scombussolamento emotivo porta a galla altri tormenti interiori, fino ad allora sopiti: quello per l’abbandono della madre, in primis. Sarà l’incontro con un ragazzo nuovo del posto – Ronan – e la rete di sicurezza tessuta negli anni dalla famiglia di Delsie ad accompagnarla nell’occhio di questo ciclone emotivo fino a farle ritrovare una nuova prospettiva da cui godere di un tempo finalmente sereno.

Capace di scavare nei sentimenti con precisione chirurgica ed empatia rara, Lynda Mullaly Hunt ci offre un nuovo romanzo in cui la vita vera scalpita. Dentro Non è colpa della pioggia ci sono infatti le tante sfumature dell’amicizia, la fatica di crescere, i legami di sangue e quelli elettivi: temi cari all’autrice che già vi aveva dedicato attenzione in Una per i Murphy. Ci sono le mancanze e i “cosa avrebbe potuto essere se…”, il coraggio di essere quello che si è e la consapevolezza che non sono gli errori a definirci ma ciò che decidiamo di fare di loro. Quello edito da Uovonero è, insomma, un libro denso e avvincente, con tante cose da dire. Qui si affollano molti interrogativi e qualche risposta in cui i giovani lettori possono trovare rispecchiamento e forse conforto. L’autrice prende infatti di petto questioni che li toccano da vicino, qualunque sia la loro storia, e sa parlare loro con una schiettezza pacata che fa leva su immagini e metafore di grandissima efficacia. Questo, unito alle caratteristiche di alta leggibilità con cui il libro è stampato, ne fa una proposta di grande valore e appeal anche per quei ragazzi che dalla lettura faticano maggiormente a lasciarsi coinvolgere.

Il grande Nate e la lista smarrita

Benvenuto Nate! Protagonista di una serie di smilze avventure investigative marchiate USA di gran successo fin dagli anni ‘70, il personaggio creato da Marjorie Weinman Sharmat è approdato in Italia per i tipi de Il Barbagianni editore. Instancabile divoratore di pancake e serissimo conduttore di indagini taglia mignon, Nate è un tipetto ostinato e acuto, il cui sguardo sagace accompagna piacevolmente il lettore nella raccolta di indizi e nella risoluzione di piccoli misteri di quartiere. A commissionare le indagini sono perlopiù amici e compagni: gli stessi che immancabilmente finiscono nella lista dei sospetti interrogati dall’arguto Nate e dal suo fido segugio Fango!

I libri che compongono la collana offrono occasioni di lettura davvero ghiotte per bambini alle prese con le prime esperienze di lettura autonoma. A renderli perfetti per sostenere lettori poco esperti o con difficoltà di decodifica legate alla dislessia, concorrono non solo le caratteristiche di alta leggibilità (spaziatura, sbandieratura e font Easyreading, nella fattispecie) ma anche una sintassi semplice e lineare, uno stile agile e ironico, illustrazioni praticamente a ogni pagina e uno sviluppo narrativo abbordabile sia nella lunghezza che nella struttura. Il bambino si trova cioè di fronte dei libri che sorridono nella forma e che lo fanno sorridere nel contenuto, libri che fin dallo spessore e dall’aspetto della pagina offrono una sfida di lettura che non pare persa in partenza. La speranza è dunque che i numerosi titoli della collana americana vengano man mano tradotti, così come ad oggi è accaduto per Il grande NateIl grande Nate e la lista smarrita e (a breve) Il grande Nate e la falsa pista.

Il grande Nate è il primo volume della collana. Qui facciamo la conoscenza del protagonista, delle sue passioni e del suo professionalissimo metodo di lavoro. Per la prima volta lo vediamo alle prese con un’indagine: quella volta a scoprire che fine abbia fatto il disegno in cui la sua amica Annie ha ritratto l’amato cane Zanna. Saranno necessari interrogatori, scavi, raccolta di indizi e applicazione della teoria dei colori per scoprire che, come nel celebre racconto di Edgar Allan Poe, la soluzione del mistero può essere più vicina di quel che si creda.

Ne Il grande Nate e la lista smarrita il caso è altrettanto complesso. Claude, che agli smarrimenti non è nuovo, chiede infatti a Nate di aiutarlo a ritrovare la lista della spesa che ha perso. Dove l’abbia perduta e cosa ci fosse scritto Claude non sa dirlo con esattezza e per questo a Nate toccano percorsi a ritrovo, il coinvolgimento di testimoni e deduzioni che richiedono un certo fiuto, in tutte le accezioni del termine. A sorpresa sarà la smodata passione di Nate per i pancake a rivelargli la soluzione del caso regalando al lettore un finale (più o meno) appetitoso!

 

Il grande Nate

Benvenuto Nate! Protagonista di una serie di smilze avventure investigative marchiate USA di gran successo fin dagli anni ‘70, il personaggio creato da Marjorie Weinman Sharmat è approdato in Italia per i tipi de Il Barbagianni editore. Instancabile divoratore di pancake e serissimo conduttore di indagini taglia mignon, Nate è un tipetto ostinato e acuto, il cui sguardo sagace accompagna piacevolmente il lettore nella raccolta di indizi e nella risoluzione di piccoli misteri di quartiere. A commissionare le indagini sono perlopiù amici e compagni: gli stessi che immancabilmente finiscono nella lista dei sospetti interrogati dall’arguto Nate e dal suo fido segugio Fango!

I libri che compongono la collana offrono occasioni di lettura davvero ghiotte per bambini alle prese con le prime esperienze di lettura autonoma. A renderli perfetti per sostenere lettori poco esperti o con difficoltà di decodifica legate alla dislessia, concorrono non solo le caratteristiche di alta leggibilità (spaziatura, sbandieratura e font Easyreading, nella fattispecie) ma anche una sintassi semplice e lineare, uno stile agile e ironico, illustrazioni praticamente a ogni pagina e uno sviluppo narrativo abbordabile sia nella lunghezza che nella struttura. Il bambino si trova cioè di fronte dei libri che sorridono nella forma e che lo fanno sorridere nel contenuto, libri che fin dallo spessore e dall’aspetto della pagina offrono una sfida di lettura che non pare persa in partenza. La speranza è dunque che i numerosi titoli della collana americana vengano man mano tradotti, così come ad oggi è accaduto per Il grande Nate, Il grande Nate e la lista smarrita e (a breve) Il grande Nate e la falsa pista.

Il grande Nate è il primo volume della collana. Qui facciamo la conoscenza del protagonista, delle sue passioni e del suo professionalissimo metodo di lavoro. Per la prima volta lo vediamo alle prese con un’indagine: quella volta a scoprire che fine abbia fatto il disegno in cui la sua amica Annie ha ritratto l’amato cane Zanna. Saranno necessari interrogatori, scavi, raccolta di indizi e applicazione della teoria dei colori per scoprire che, come nel celebre racconto di Edgar Allan Poe, la soluzione del mistero può essere più vicina di quel che si creda.

Ne Il grande Nate e la lista smarrita il caso è altrettanto complesso. Claude, che agli smarrimenti non è nuovo, chiede infatti a Nate di aiutarlo a ritrovare la lista della spesa che ha perso. Dove l’abbia perduta e cosa ci fosse scritto Claude non sa dirlo con esattezza e per questo a Nate toccano percorsi a ritrovo, il coinvolgimento di testimoni e deduzioni che richiedono un certo fiuto, in tutte le accezioni del termine. A sorpresa sarà la smodata passione di Nate per i pancake a rivelargli la soluzione del caso regalando al lettore un finale (più o meno) appetitoso!

 

Io non sono sola

Giulia ha poco più di una manciata d’anni ma di una cosa è già più che certa: “Quando i grandi vi rispondono “Vediamo”, stanno solo prendendo tempo prima di rifilarvi un bel… NO”. La convinzione, maturata nel tempo a suon di cuccioli e maschere di carnevale richiesti e mai ottenuti, attende l’ennesima scontata conferma ora che Giulia ha appena avuto una sorellina – Anita – e che tutta in famiglia sembra ruotare intorno a lei. “Vediamo”, è infatti la risposta della mamma quando Giulia le chiede speranzosa se per Natale andranno comunque in montagna, come di consueto, insieme a Giulia, a Toni e alle loro famiglie. È un appuntamento che Giulia aspetta tutto l’anno ma… Vediamo, perché la mamma deve riposare, Anitina ha un mucchio di esigenze, in montagna fa troppo freddo per un neonato… insomma, la solfa è nota. E così Giulia, indispettita da questa prospettiva, inizia a vedere non troppo di buon occhio quella sorellina inattesa, complici anche tutti quegli adulti che non la piantano di ripeterle quanto debba essere contenta di non sentirsi più sola. Sarà un Vediamo dall’esito insospettabile ad aprire, per Giulia, una possibilità di considerare la piccola Anitina con sguardo più conciliante e di scoprire che per apprezzare la compagnia di qualcuno non si ci deve necessariamente prima sentire soli.

Io non sono sola è un racconto breve adatto a bambini che iniziano a mollare un po’ da soli gli ormeggi della lettura. Ironico e a tratti impertinente, il testo di Mila Venturini risulta godibile ben al di là della questione della nascita di un fratellino che più che un tema appare qui come un motore narrativo. Supportato da illustrazioni frequenti, sorridenti e capaci di restituire la disordinata complessità di pensiero e di azione dell’infanzia, Io non sono sola può contare inoltre su caratteristiche di alta leggibilità che lo rendono una lettura più amichevole anche in caso di dislessia.

La torre fantasma

Ci vuole fegato per avventurarsi nei dintorni della Torre Fantasma. E ancor di più ce ne vuole per farlo di notte. La torre è infatti un luogo spettrale e diroccato che da tempo immemore incombe, ben piantata in cima alla collina, sul villaggio in cui vivono Ryan e Meg. Ma ai due amici il fegato non manca – quantomeno a Meg, Ryan perlopiù si adegua per non sfigurare – e così una sera, al calar della notte, i due decidono di sgattaiolare fuori di casa e andare a caccia di fantasmi nei pressi della torre. Quello che nasce come un gioco si trasforma ben presto in qualcosa di serio e importante, che richiede ai due protagonisti un grande impegno civico in prima persona. Le esplorazioni notturne di Ryan e Meg saranno infatti determinanti per convincere il Comune a non abbattere la Torre, preservandone così il prezioso (ed enigmatico!) contenuto e con esso il suo elettrizzante alone di mistero.

Smilzo e intrigante, La torre fantasma propone un racconto breve e facilmente abbordabile anche da parte di lettori riluttanti o con maggiori difficoltà di lettura fluida. Serrato nel ritmo e nei dialoghi, il testo di Gillian Cross presenta caratteristiche di alta leggibilità che coinvolgono sia l’aspetto tipografico, con font biancoenero, spaziatura maggiore e sbandieratura a destra, sia quello sintattico, con frasi perlopiù brevi e brevissime, struttura prevalentemente lineare, dialoghi attribuiti esplicitamente e lessico quotidiano.

Cibo, ragazze e tutto quello che non posso avere

Se l’estate dei suoi 15 anni avessero detto a Andy che giusto qualche mese più tardi sarebbe diventato un campione popolare di football, circondato di amici e capace di chiedere a una ragazza di uscire, a stento avrebbe potuto crederci. Abituato a fare di tutto pur di non farsi notare – cosa piuttosto difficile visti i suoi 140 kg – e a mantenere un basso profilo per evitare prese in giro e bullismo, il protagonista del bel romanzo di Allen Zadoff si considera lontano anni luce dalla possibilità di cambiare il suo modo di guardarsi e di essere guardato. E invece qualcosa di inaspettato succede nella sua vita, scolastica e non. Complici il desiderio di far colpo su April e un posto vacante nel ruolo di centro nella squadra della scuola, Andy inizia ad allenarsi con O. e gli altri ragazzi del football, sperimentando la carica dello spirito di squadra, l’ebrezza della notorietà e il coraggio che può venire dalla loro combinazione E poco importa se una serie di incontri e opportunità apparentemente fuortuiti si rivelano essere precise mosse di un piano di cui Andy non è che una pedina. A lui spetterà comunque il guadagno più grande: la spinta necessaria a uscire dalla propria comfort zone, una maggiore capacità di ascoltarsi e una consapevolezza del tutto nuova di sé. Esattamente quello che gli serve per chiedersi chi davvero voglia essere e come possa diventarlo.

Straordinariamente vicino alle frequenze adolescenziali, Cibo, ragazze e tutto quello che non posso avere è un romanzo young adult che sa muoversi con grande naturalezza tra la leggerezza frivola di questa età e la pesantezza granitica dei cambiamenti che essa reca con sé.  Molto credibili nei pensieri e dei dialoghi, Andy e i personaggi che lo circondano – dai genitori in crisi, alla sorella con abitudini alimentari opposte alle sue, dall’amico storico con cui condivide le simulazioni ONU alla variegata gamma di compagni di scuola – danno vita a una storia tanto coinvolgente quanto capace di sedimentare. Scorrevole e ben ritmato, oltre che stampato con le caratteristiche di alta leggibilità che contraddistinguono la produzione di Biancoenero, il romanzo di Allen Zadoff sembra cucito apposta per incentivare la lettura anche da parte dei ragazzi meno motivati o con difficoltà legate alla dislessia. Carta vincente, in questo senso, è l’invidiabile ironia che l’autore regala al suo protagonista, rendendolo immediatamente familiare e capace di restituire vissuti complessi senza cedere di un millimetro al vittimismo.

Il sogno di Martin

Ci sono figure storiche la cui forza, il cui carisma e la cui storia sono a dir poco ammalianti ed emblematici, e che in quanto tali meritano di arrivare alle orecchie e all’immaginario dei ragazzi. A loro dedica un’attenzione speciale una collana di biografie proposta da Coccole Books e curata da autori diversi: una collana che ha il pregio di mettere in luce il lato squisitamente umano di personaggi che potrebbero apparire distanti dai più giovani, anche solo per ragioni anagrafiche, e che invece approdano su carta con tutta la loro iconicità. Si va da Gianni Rodari a Wangari Maatha, da papa Francesco a Muhammad Alì: profili, esperienze e contesti molto variegati e di grande impatto.

Tutti i volumi che ne fanno parte presentano il font ad alta leggibilità Testme di più agevole lettura anche in caso di dislessia.

Uno di questi volumi – Il sogno di Martin – è dedicato alla figura di Martin Luther King. Il simbolo della lotta pacifica contro il razzismo e per l’uguaglianza dei diritti viene ritratto attraverso alcuni momenti particolarmente significativi della sua vita: da quando ancora ragazzo si ribella a un episodio di discriminazione razziale sul bus a quando vince il premio Nobel per la pace, da quando riesce a portare a Washington 250.000 persone e pronuncia il suo celebre discorso a quando viene ucciso a Memphis in una delle fasi più delicate della sua battaglia non-violenta.

Il libro di Dino Ticli non propone una fotografia dettagliata e puntigliosa dell’intera biografia di Martin Luther King ma preferisce concentrarsi su alcuni momenti, ben scelti e descritti, capaci di restituire ciò che più conta: la forza rivoluzionaria delle sue idee, il valore morale delle sue scelte, la capacità rara di contagiare positivamente le persone intorno a sé così da rendere la lotta indipendente dalla sua figura. E in questo senso appare efficace e apprezzabile la scelta fatta dall’autore di intervallare gli episodi narrati con altrettanti racconti che vedono dei protagonisti diversi dal pastore di Atlanta, distanti da lui sia temporalmente sia geograficamente, ma profondamente vicini ai suoi insegnamenti o capaci di farci cogliere l’estrema attualità e trasversalità di questi ultimi. C’è, per esempio, la storia di Sankar, che in India si mobilità per cambiare il suo destino e quello di tanti bambini del luogo, dalit come lui; c’è la storia di Aziz che sperimenta sulla sua pelle come l’odio tra israeliani e palestinesi vacilli se messo alla prova degli affetti personali; e c’è la storia di Azibo che dall’Africa riesce ad arrivare in Italia, dopo un viaggio terrificante in cui l’umanità appare soffocata e calpestata in molti modi.  Storie multiformi e diversissime con un comune denominatore: la consapevolezza che la battaglia per i diritti non si è interrotta a Memphis nel 1968, che tanta strada ancora e in tanti luoghi c’è da fare e che la forza di una figura come Martin Luther King sta proprio in un messaggio che ha germogliato ovunque e ancora continua a germogliare.

Se la scelta di Dino Ticli complica un poco, da un lato, il compito del lettore di seguire lo sviluppo narrativo, ha dall’altro il merito di rendere omaggio al protagonista del libro, nella maniera più fedele possibile al messaggio da questi lanciato e difeso a costo della vita.

Il regalo magico

Chi non ha mai desiderato di far scomparire dalla propria vista – temporaneamente, si intende! – una persona antipatica, furiosa o sgradevole? La prospettiva è in effetti allettante, tant’è che, invitata da uno zio un po’ inventore e un po’ mago a scegliere un regalo speciale per il suo compleanno, Costanza chiede in dono una pila a buioni, particelle appena scoperte che trasformano la luce in buio. Detto fatto: proprio il giorno della sua festa la bambina riceve dallo zio Vanni l’oggetto desiderato, capace di rabbuiare fino al successivo click la persona o la cosa verso cui viene puntata. Incredula e felicissima, la bambina si gode grazie alla pila ambìti momenti di pace e tranquillità. Fino al giorno in cui qualcosa va storto e la pila finisce in mille pezzi, non prima però di aver fatto prendere un discreto spavento a Costanza che l’aveva appena puntata contro il fratellino urlante!

Perfetto per lettori fantasiosi che hanno da poco imparato a destreggiarsi autonomamente nella lettura, Il regalo magico offre un racconto dal bel ritmo e con il giusto sprint fantastico. Stampato con font specifico per dislessia (Testme) e con caratteristiche di impaginazione che affaticano meno la vista, il libro rientra tra le proposte ad alta leggibilità che uniscono attenzione all’accessibilità e godibilità della lettura.

Bilù, l’inventa sorrisi

Quando sia accaduto che Buonvicino, paese noto per la cordialità e il buonumore dei suoi abitanti, sia diventato luogo di diffidenza e incomprensione nessuno lo sa. Così come nessuno sa da dove sia spuntato fuori Bilù, bambino dal sorriso contagioso che un giorno arriva a Buonvicino e inizia a interagire con gli abitanti con una gentilezza e una cortesia ormai a loro sconosciute. Un grazie dove serve, una risposta garbata, un saluto all’ingresso e all’uscita dai negozi bastano a innescare nell’imburberito paese una positiva inversione di tendenza che – manco a dirlo – trae lo sprint decisivo proprio dai bambini che vi abitano. E così, senza quasi accorgersene, i cittadini di Buonvicino tornano a parlarsi e a capirsi, a tutto vantaggio dell’intera collettività.

Breve, sorridente (proprio come Bilù) e agevole da seguire, la storia scritta da Daniela Palumbo e illustrata da Elisa Enedino si rivolge a lettori alle prese con prime letture autonome. Stampata con alcune caratteristiche di alta leggibilità come il font Testme minuscolo, la spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe e la sbandieratura a destra, Bilù l’inventa sorrisi intende dedicare un’attenzione particolare anche a quei bambini che si cimentano con le prime esperienze di lettura fronteggiando le difficoltà imposte dalla dislessia.

Madelief. I grandi, buoni giusto per farci il minestrone

Avevamo lasciato la vulcanica Madelief, al termine del volume Madelief. Lanciare le bambole, in procinto di salutare la sua casa e i suoi amici e di traslocare in un’altra città con la mamma. E proprio in questa nuova città la ritroviamo ora, all’inizio del secondo volume che la vede protagonista, intitolato Madelief. I grandi, buoni giusto per farci il minestrone.

Senza i suoi compagni storici di giochi – Roos e Jan-Willem – e nel pieno della chiusura della scuola, Madelief rimugina sull’ingiustizia di quel trasferimento e si guarda intorno alla ricerca di qualche appiglio che restituisca alle sue giornate vuote una parvenza di normalità. Impegnata più del solito nel suo lavoro, la mamma di Madelief è particolarmente assente e, nonostante sia affidata per alcune ore al giorno a una giovane tata di nome Mieke, la bambina lamenta con insistenza questa assenza ai suoi occhi ingiustificata.   Animata da un sentimento di incomprensione e di insofferenza verso il mondo degli adulti, così ottusi e noiosi, Madelief allarga il raggio delle sue esplorazioni e si spinge fino a una casa abbandonata: un rifugio misterioso, un luogo perfetto per starsene in pace e coltivare una nuova amicizia con un bambino da poco conosciuto di nome Robbie. Con lui Madelief condivide segreti, scorribande e sentimenti contrastanti: piccoli avvenimenti ordinari che, grazie al talento inestimabile di Guus Kujer, dipanano un fluire narrativo che sembra di poter toccare e vivere da dentro.

Stampato con caratteristiche di alta leggibilità, proprio come l’episodio precedente, Madelief.  I grandi, buoni giusto per farci il minestrone si caratterizza però per una struttura leggermente differente. Mentre nel primo volume, infatti, ogni capitolo proponeva un’avventura quasi a sé stante, qui i capitoli risultano più legati tra loro a formare un’unica vicenda. Rimane invariata, tuttavia, la loro brevità che ne agevola l’approccio anche da parte di bambini che percepiscono il testo scritto come un possibile ostacolo con cui cimentarsi.

 

 

 

 

 

 

Gli inventatutto

Paura e amicizia sono ospiti abituali delle pagine rivolte all’infanzia. Libri per bambini sulla paura, sull’amicizia o sulla paura di perdere un’amicizia sono, infatti, più che numerosi. Non è impresa semplice, dunque, inserirsi in questo prolifico filone con un titolo che racconti davvero qualcosa di nuovo. E ciononostante Rasmus Bregnhoi ci prova e ci riesce con una storia dal finale decisamente sorprendente e fuori da ogni schema e retorica.

Protagonisti sono il gatto Mis e il topo Mus, già noti agli affezionati lettori di Sinnos grazie al volume Gli Acchiappacattivi. Amici per la pelle, i due coabitano in una casa da loro stessi fabbricata in cima alla collina e danno vita a mirabolanti invenzioni nel loro laboratorio supersegreto. Qui il loro legame si consolida giorno dopo giorno a suon di idee condivise e progetti costruiti a quattro mani. L’arrivo del tutto imprevisto di una papera sconosciuta di nome Pap, dal primo istante in grande sintonia con Mis e mal tollerata da Mus, incrina tuttavia quella che pareva un’amicizia inscalfibile e porta Mus a sperimentare una forma di paura forse nuova. Perché si può provare una paura concretissima e ben riconoscibile, come quella di non disporre di un rifugio sicuro o di cibo a sufficienza come ben descritto da Pap, ma si può anche provare una paura più nascosta e inafferrabile, che tocca in maniera sottile gli affetti e le sicurezze in cui ciascuno di noi si culla.  E così Mus si ritrova da un giorno all’altro a covare un certo astio verso la papera che minaccia di portargli via la sua speciale amicizia con Mis, al punto da allontanare malamente l’intrusa con la prodigiosa scacciacani (che oltre a funzionare bene con i gattacci funziona evidentemente benissimo anche con i pennuti). Ed è a questo punto che ci aspetterebbe una chiusura politically correct fatta di scuse reciproche e chiarimenti, legami nuovi e legami rinsaldati, amicizie a due che diventano serenamente amicizie a tre. E invece no. È proprio qui, invece, che la storia ci semina con un guizzo inatteso, dando spazio a sentimenti negativi e azioni disonorevoli – la disillusione, l’inganno, la delusione – da cui, tuttavia, non è detto che qualcosa di buono non si possa comunque inventare. Parola di Inventatutto!

Contraddistinto da una storia ben ritmata e dalla fotografia di sentimenti molto vicini all’esperienza dei lettori, Gli inventatutto ripropone la forma grafica vincente del primo episodio dedicato a Mis e Mus. Anche qui, infatti, le più classiche caratteristiche di alta leggibilità – font, spaziatura, sbandieratura, frequenza di illustrazioni – si accompagnano alla scelta di mescolare racconto e fumetto (pur senza balloons visibili) e di prediligere illustrazioni ricche di dettagli in cui sostare con gusto, così da offrire un’occasione di lettura davvero accessibile a accattivante anche per bambini con difficoltà legate ai disturbi specifici dell’apprendimento.

Vi stupiremo con difetti speciali

Proposto con un titolo ad effetto (Vi stupiremo con difetti speciali), pubblicato e promosso da una grande casa editrice (Giunti) e fortemente voluto da un papà (Luca Trapanese) recentemente divenuto noto per una vicenda ampiamente coperta dai media (l’adozione di una bambina con Sindrome di Down di nome Alba), il libro scritto da Patrizia Rinaldi e illustrato da Francesca Assirelli arriva circondato da altissime aspettative. Aspettative che, malgrado l’eccellenza del progetto, finiscono però per risultare deluse a lettura compiuta.

Si avverte un gusto dolceamaro, in effetti, tra le pagine di questo libro perché, a fronte di vicende fortissime a cui con coraggio viene dedicata attenzione e di illustrazioni che non mancano di tocchi poetici, non si può fare a meno di percepire un marcato e mai nascosto intento pedagogico, di vedere quelle vicende perdere per strada la loro qualità di Storie con la S maiuscola e di sentirsi smarriti di fronte a un testo che vorrebbe parlare la lingua dei bambini (accogliendo in questo senso anche espressioni semplici o colloquiali ma ampiamente discutibili in un’ottica di rispetto della disabilità come per esempio “bimba Down”) ma che si rivolge in realtà, nel contenuto, prettamente ad adulti.

E così, della storia di Alba che, nonostante o proprio grazie alla sua Sindrome, trova l’amore incondizionato di un papà; di Akin che fa dono agli adulti della sua fiducia grazie alla quale si risolleva – fisicamente e simbolicamente – da una situazione di grave svantaggio; e di Huang che viene dato dai medici per inadatto alla vita ma poi sorprende tutti con un canto solo suo, si coglie solo una flebile traccia, resa sfocata dalla folta schiera di riflessioni filosofiche che l’accompagnano e che forse poco si prestano a fare del libro uno strumento incisivo per consentire alla disabilità di entrare nell’immaginario dei più piccoli e arrivare, così, a dialogare con loro su di un tema così delicato e potenzialmente distante dalla loro esperienza quotidiana.

Susi taglia tutto

Susi, Susi, inarrestabile Susi! Dopo aver sbaragliato la concorrenza nella piscina dei grandi (Susi in piscina) e dato prova della sua vena artistica con tele d’autore (Susi disegna), la bambina dal caschetto color carota creata da Jaap Robben e Benjamin Leroy torna alla carica con un’altra avventura al profumo di guai. Evidentemente a corto di idee di svago, dopo aver usato e strapazzato tutti i giocattoli della stanza, Susi sente una vocina chiamarla dal cassetto: è una forbicina desiderosa di uscire e saziare il suo appetito. Pronti, via: Susi non aspettava altro per scatenarsi in una caccia alle cose da tagliuzzare. E non c’è tenda, capello o cactus che tenga: tutto cade sotto le grinfie di Susi e le lame della forbicina, in un crescendo di ciac ciac ciac che non risparmiano nemmeno i pantaloni del signor Fosco o, infine, il dito della stessa Susi. A quel punto il gioco giunge a una repentina fine. Poco male, l’indomani il cassetto fornirà senz’altro qualche nuovo strumento con cui sollazzarsi…

Le scorribande della piccola Susi fanno parte della collana leggimi di Sinnos e come tale si avvalgono di caratteristiche di stampa ad alta leggibilità che concernono il font (leggimiprima), la spaziatura (maggiore tra lettere, parole e righe), la sillabazione e la giustificazione (assenti): caratteristiche che agevolano la lettura anche in caso di dislessia. Il carattere maiuscolo, le poche righe per pagina, le illustrazioni ampie e ricche di dettagli spassosi e la storia leggera costituiscono dal canto loro un ulteriore e fondamentale incentivo nei confronti di lettori alle prime armi e con difficoltà di approccio al testo.

A fare la differenza poi, nel creare una dinamica narrativa solleticante, è la sintonia perfetta che si crea tra le parole di Jaap Robben e le figure di Benjamin Leroy. Poche e ironiche, le prime diventano infatti esilaranti proprio quando messe in relazione alle seconde che tanto svelano del non detto, arricchendolo di sfumature divertenti. Come quando il lettore scorge in un angolo un pupazzo infilzato con una spada giocattolo e coglie il pieno senso di quell’ ”Orsetto ha mal di pancia e non vuole più giocare”. Il risultato è una lettura che fa leva forse più sulle immagini che sul testo, chiedendo di soffermarsi sui dettagli illustrati a lungo e mettendo così a proprio agio anche quei lettori che, pur inciampando nelle parole, di storie e narrazione hanno grande fame e desiderio.

Le disavventure del Barone Von Trutt

Il Barone Von Trutt è un tipo raffinato e a tratti irresistibilmente snob. Abituato a lussi inauditi e accudito da una schiera di servitori inconsapevoli, il Barone coltiva una passione straordinaria per la poesia e vanta un lessico a dir poco forbito, soprattutto se si considera che è un bassotto!

Nato dalla penna di Alice Keller e dalla matita di Veronica Truttero, il Barone Von Trutt esordisce nel 2018 sul giornale per bambini Lo Spunk. Da qui grazie a Sinnos, che delle due autrici aveva già pubblicato Hai preso tutto? e Contro corrente, l’elegante bassotto approda alla sua prima avventura libresca che sa mantenere ed esaltare a pieno il suo surreale aplomb nobiliare. Sarà bello, dunque, per i suoi fan, ritrovarlo protagonista di un lungo racconto illustrato, ma sarà altrettanto piacevole, per chi ancora non l’ha incontrato, farne la conoscenza tra queste pagine di grandissima ironia.

Le disavventure del Barone Von Trutt vedono il bassotto, suo malgrado, al centro di una vacanza di famiglia in direzione mare. Compagni di viaggio dell’insofferente Barone sono i componenti della famiglia Sigismondi: papà e mamma, l’adolescente Giovanni detto John Lennon, la giovane Antonia che più di tutti è affezionata al cane e i due piccoli gemelli Duccio I e II. Il viaggio parte con le peggiori premesse: il Barone viene catapultato in macchina senza preavviso, chiuso in un misero trasportino. Come se non bastasse, il traffico intenso, il meteo instabile, le lamentele infantili e gli smarrimenti di rotta rendono il percorso particolarmente difficile. Per non parlare della scadenza del concorso di poesia cui Von Trutt tanto tiene: decisamente vicina, lo costringe a optare per partecipare in extremis nella sezione Viaggi. Peccato che la vacanza si riveli infine più breve del previsto, costringendo tutti – famigliari a due e a quattro zampe – a una ritirata a tratti fantozziana.

Moderno e blasonato Snoopy dalle analoghe sorti letterarie, il Barone Von Trutt regala al lettore un originale punto di vista sulla realtà che rende divertenti e appassionanti anche gli eventi più ordinari. Ad accentuarne l’eccentricità sopraggiunge, poi, la frequente citazione da parte sua di poesie auliche opportunamente distorte che offrono una scherzosa riscoperta di grandi voci del passato, da Petrarca in poi. Così, a leggere Le disavventure del Barone Von Trutt ci si lascia solleticare dall’idea di parlare ai più giovani di poesia a partire da spunti tanto inaspettati quanto stuzzicanti. Un motivo in più per apprezzare un volume tutt’altro che prevedibile, la cui forma grafica difficilmente trova soddisfazione in un’etichetta tradizionale. Il libro mescola infatti racconto illustrato e fumetto, rendendo così la lettura estremamente dinamica e piacevole: aspetto questo che gioca un ruolo non marginale nella costruzione di una proposta accessibile e accattivante anche per quei lettori che per ragioni diverse – dislessia in primis, ma non solo – vedono il libro come un possibile nemico.

Il vestito dei sogni di Rose

Che siate bambine degli anni ’80, armate di fogli, pastelli e ruote da girare, o che siate figli di un millennio più giovane, a cui il gioco Gira la moda non dice proprio nulla, poco importa: Il vestito dei sogni di Rose saprà trasmettervi il fascino di un mondo fantastico in cui forme, textures, tessuti e colori possono dare vita a meraviglie da indossare.

Qui si viene catapultati grazie a Rose, ragazza di fine settecento appassionata d’abiti e desiderosa fin dalla più tenera età di creare vestiti sorprendenti. Tenace e visionaria, Rose non si fa condizionare dalla sfiducia dei familiari e un giorno parte per la capitale francese, decisa a coronare il suo sogno. Qui inizia a lavorare presso la boutique di Mademoiselle Pagelle ma è la fortuna – quella che in effetti aiuta gli audaci – a offrirle l’occasione giusta per fare il salto di qualità. L’incontro sotto mentite spoglie con la principessa de Conti farà infatti di lei la prima vera stilista della storia.

Ispirato alla storia vera di Marie-Jeanne Rose Bertin, di cui si riporta alla fine del volume una breve biografia, Il vestito dei sogni di Rose è un libro piacevole e di agevole lettura, sia per la vicenda narrata sia per le caratteristiche compositive e di stampa. Il libro fa parte infatti della collana leggimi di Sinnos e si contraddistingue, oltre che per font ad alta leggibilità e spaziatura particolari, anche per la frequenza e il brio delle illustrazioni. Dominate dai toni di rosa, queste strizzano chiaramente l’occhio a lettori e lettrici amanti della moda. La storia che supportano va però ben oltre la passione per modelli e bozzetti: Rose è infatti un personaggio femminile forte ed emancipato, capace di seguire un sogno e di coltivarlo nonostante gli ostacoli posti dalla cultura dominante. In sintonia con la fitta schiera di donne esemplari – dalle Cattive ragazze ad Annie Kopchovsky di Annie e il vento – raccontate con intensità e impegno da Sinnos, Rose dà vita a un racconto da cui lasciarsi ispirare e avvolgere.

Pasticci fra le nuvole

Dimenticate gli angeli pacati e serafici di tradizionale memoria: il protagonista di Pasticci fra le nuvole è sì un angelo, ma decisamente di altro stampo. Irrequieto e impertinente, con una certa propensione a escogitare scherzi e dispetti, Gabriel è un giovane cherubino che frequenta il collegio Castel Nuvola. Nelle sue giornate si alternano a identico ritmo lezioni angeliche – si va dal canto al volo, dall’invisibilità alla lettura – e punizioni di varia entità. A ogni marachella combinata da Gabriel segue infatti, puntualmente, il castigo inflitto dalla rigida Madame Longbec, preside dell’istituto. Un giorno Gabriel la combina particolarmente grossa, rovinando il concerto scolastico, e Madame Longbec gli impedisce di andare in gita con i compagni. Non tutti i mali vengono per nuocere, però: la sua reclusione diviene infatti l’occasione di mettersi alla prova come angelo custode di un giudizioso bambino rimasto sprovvisto del suo protettore e di dimostrare a tutti il suo talento.

Ironico e leggero, Pasticci fra le nuvole si fa apprezzare per le gustose invenzioni narrative che trasformano in ottica celestiale attività e oggetti tipicamente umani e per un ritmo scanzonato e dinamico che allontana il pericolo di una lettura noiosa. Questo, unito alle caratteristiche di alta leggibilità che contraddistinguono il libro – font leggimi, spaziatura maggiore tra lettere, righe e paragrafi, sbandieratura a destra e carta color crema -, ne favorisce l’approccio anche da parte di bambini con difficoltà di lettura legate per esempio alla dislessia.

Graines de montagne (Francia)

In un paese piatto e interamente ricoperto di sassi, vivono due tribù: quella degli uomini piccoli piccolissimi e quella degli uomini grandi grandissimi. La convivenza tra le due non è proprio felice: i grandi approfittano infatti della loro superiorità fisica per appropriarsi delle risorse migliori e lasciare ai piccoli solo gli scarti. Ma i piccoli non ci stanno e iniziano a inventare soluzioni via via più ardite per ribaltare il rapporto di forza che li lega ai grandi. L’idea che risulta vincente pare essere, dopo alcuni tentativi, quella di piantare dei semi di sasso e farli crescere fino a potervi salire su ed ergersi così al di sopra dei grandi. Ma questo dà vita a un’escalation nella coltivazione delle pietre che porterà le due tribù a confrontarsi per trovare infine una soluzione condivisa.

La peculiarità di questo albo illustrato dal racconto lineare e dalle illustrazioni originali sta nella maniera in cui il testo viene stampato: una semplice alternanza di colori evidenzia infatti la  sillabazione delle diverse parole mentre un sistema di sottolineature e archi indica, rispettivamente, lettere mute e liaison. Si tratta di un accorgimento tipografico che rende più semplice la distinzione tra i diversi caratteri e il riconoscimento del loro ruolo dal punto di vista orale, agevolando la lettura silenziosa o ad alta voce da parte di lettori alle prime armi o con difficoltà legate alla dislessia

Favole di pace

Qualche decina di anni sulle spalle ma uno spirito bambino inscalfibile: così le Favole di pace scritte dal maestro Mario Lodi continuano a mantenere una freschezza che le fa gustare con autentico piacere. Ispirate dagli stessi bambini che di Mario Lodi erano allievi e insieme a loro composte, così come accaduto per il forse più celebre Cipì, le Favole di pace sono 14 racconti brevi, perlopiù in prosa ma qualcuno anche in versi, che gettano uno sguardo fantastico ma anche molto lucido sulle storture del mondo che l’uomo crede a torto di possedere e sugli esiti luminosi che una cultura della solidarietà, del rispetto e della pace potrebbe invece portare con sé.

Macchine che permettono lo scambio dei pensieri, intere classi di bambini in volo al motto di “basta volerlo”, prati che custodiscono segreti musicali, isole sospese in cui ritrovare i propri cari perduti, bambini capaci di entrare nel televisore: i personaggi e le cornici messe in scena da Mario Lodi sono i più variegati e dinamici. Ad accomunarli, il ruolo decisivo che bambini e animali hanno nel rimettere in sesto un mondo  sottosopra. E così, intorno alla penna lievissima ma pungente dell’autore crescono foreste rigogliose e invenzioni straordinarie, scoperte sensazionali e ribellioni salvifiche che trasformano uno sguardo disinteressato e curioso come quello infantile in un’occasione di riscatto per il pianeta intero.

Pubblicate in precedenza da la meridiana, le Favole di pace vengono ora riproposte dalle Edizioni Terra Santa in una deliziosa versione illustrata da Desideria Guicciardini. Impreziosita e irrobustita da una copertina rigida così come gli altri titoli della bella collana Gli Aquiloni, il volume presenta un’impaginazione tutt’altro che claustrofobica che grazie a una spaziatura maggiore tra lettere, parole, righe e paragrafi, alla sbandieratura a destra del testo e all’adozione di un font ad alta leggibilità (Easyreading) si presenta amichevole e invitante anche agli occhi di lettori riluttanti o meno a loro agio di fronte a un libro, per ragioni di abitudine o di difficoltà di lettura. L’invito d’altro canto non è ingannevole: i testi di Mario Lodi sono infatti godibilissimi, con guizzi fantastici che accendono l’immaginazione e tocchi ironici che schiudono sorrisi. Le figure di Desideria Guicciardini  che li affiancano passo passo, minuti nei centimetri occupati e nei dettagli colti, spargono dal canto loro una vivace allegria sulla pagina, cogliendo con finezza la leggerezza pensosa del maestro di Vho.

Il volo di Nura

Con Il volo di Nura, racconto illustrato dal sapore antico, le Edizioni Terra Santa inaugurano una collana interessante, intitolata Gli Aquiloni e contraddistinta da veste grafica molto curata e da caratteristiche di stampa ad alta leggibilità. Insieme al libro di Paola Caridi e Maria Teresa de Palma, vi si trovano da gennaio 2020 anche le Favole di pace di Mario Lodi e figureranno a breve due titoli dalle firme significative quali quelle di Daniela Palumbo e Roberto Piumini.

Il volo di Nura, dal canto suo, anticipa bene le qualità della collana, presentandosi come un volume raffinato dalla copertina rigida, dall’impaginazione ariosa e dalle illustrazioni suggestive. La storia che contiene è quella della giovane Nura, amante del racconto orale e animata da un sentimento misto di incanto e timore nei confronti dello zio Abu-Elias da tutti apprezzato come cantastorie. Anche Nura vorrebbe seguire le sue orme ma la tradizione non prevede una simile carriera per le donne. A trasformare il sogno della bambina in una realtà adatta a tempi moderni, sarà l’incontro onirico con un personaggio misterioso e un po’ inquietante: un baffo parlante di Abu Elias. In sua compagnia, Nura compie un viaggio notturno sulla città di Gerusalemme scoprendone da una prospettiva insolita bellezze e ferite e trovando nella cultura profonda che la città custodisce l’ispirazione necessaria per seguire il suo destino.

Suggestivo ma non immediatissimo, per via di una narrazione riflessiva più che votata all’avventura e di una profonda ricchezza di riferimenti alla storia e alla cultura araba, il racconto di Paola Caridi propone una lettura sospesa tra dimensione reale e dimensione onirica, la cui commistione viene amplificata dalle affascinanti e armoniche illustrazioni di Maria Teresa de Palma. Se può risultare un po’ ostico, soprattutto se proposto a lettori che vedono nel libro un potenziale scoglio, Il volo di Nura si presta però bene a offrire uno spunto intrigante per approfondire insieme ai giovani lettori  la complessità della cultura racchiusa in una città straordinaria come Gerusalemme.

Pomodori da scartare

Il signor Ennio è grande e grosso, i suoi capelli sono un po’ brizzolati, ma il suo sguardo assomiglia piuttosto a quello di un bambino. È uno sguardo curioso e attento il suo – capace di riconoscere in un istante i pomodori buoni da quelli da scartare – che si accompagna a movenze istintive, talvolta ingenue, così come a parole semplici e circoscritte. Il suo apparire e comportarsi in maniera non ordinaria non sfugge alla piccola narratrice, figlia del proprietario dell’azienda agricola per cui Ennio lavora, che con lui instaura una conversazione profonda che parla di libertà e dignità, possibilità e riscatto. Tra le righe ma non troppo scopriamo infatti che il signor Ennio è stato rinchiuso per anni dentro un ospedale psichiatrico e che l’opportunità di lavorare tra pomodori e ortaggi è per lui l’occasione preziosissima di ritrovare un po’ di respiro in mezzo la nebbia calata in tanti anni di reclusione sui suoi pensieri.

Scritto in punta di piedi da Valentina De Pasca e illustrato con altrettanto sospeso garbo da Brunella Baldi, Pomodori da scartare è un libro forte e delicato al contempo, in cui si percepiscono una grandissima e rispettosa attenzione nei confronti di quel complesso processo che ha portato alla chiusura degli istituti psichiatrici a seguito della legge Basaglia e dell’impatto che quel tipo di esperienza può aver avuto sulle persone come Ennio. Il ricercato equilibrio tra il detto e il non detto, tra la schiettezza e la metafora, che autrice e narratrice coltivano in sincrono predispone il volume a una lettura di grande suggestione e stimolo per lettori di età anche moto diverse tra loro. A concorrere a una lettura il più possibile ampia concorre inoltre la scelta delle Edizioni Gruppo Abele di stampare il volume con caratteristiche di alta leggibilità che ne agevolano la fruizione anche in caso di dislessia. Pomodori da scartare si fa così notare per una generale sensibilità nei confronti delle fragilità, tanto nel contenuto quanto nella forma.

Il piccolo principe – ed. Biancoenero

Di versioni de Il Piccolo principe, soprattutto a partire dal 2015, quando il titolo si è svincolato dal diritto d’autore, il mercato editoriale ne ha prodotte moltissime. Integrali, ridotte, a fumetti, ad albo illustrato, con nuove parole e con nuove illustrazioni, alcune valide, tante altre del tutto trascurabili. Quella da poco proposta da Biancoenero fa parte della prima categoria e merita attenzione poiché riesce a unire, con grande cura, rispetto per l’opera originale e attenzione alle esigenze specifiche di una grande fetta di lettori.

Il volume presenta infatti le illustrazioni originali che tutti noi associamo automaticamente alla storia del principe dai capelli color del grano, così come il testo integrale di Saint-Exupéry. Ciò che fa la differenza rispetto ad altre versioni sono la traduzione e la stampa: due elementi che concorrono a garantire caratteristiche di alta leggibilità al libro. Oltre all’uso della font biancoenero che riduce fenomeni come la sovrapposizione e la confusione di lettere tipici della dislessia, alla spaziatura maggiore tra lettere, parole, righe e paragrafi, alla spezzatura delle righe secondo il ritmo narrativo e alla scelta di una carta color crema che affatica meno la vista, Il piccolo principe targato Biancoenero si contraddistingue per una versione del testo molto fedele all’originale – niente tagli, dunque, o rimaneggiamenti massicci – ma al contempo capace di risultare più lineare e amichevole anche a lettori la cui lettura è meno fluida. Così, per esempio, laddove è possibile senza discostarsi troppo dal ritmo originale, le frasi risultano più brevi o con una struttura sintattica meno contorta, la forma privilegiata è quella attiva, il lessico è scelto in modo da risultare più vicino al quotidiano.

Il risultato è un libro che festeggia i suoi quasi ottant’anni cercando di parlare a lettori spesso trascurati, grazie a un lavoro editoriale di grande qualità. Ciliegina sulla torta: facendo parte della collana Raccontami di Biancoenero, il libro è corredato da un CD MP3 che consente di godere della lettura del testo attraverso la voce affabile di Giulio Scarpati e di modulare la lettura secondo le proprie esigenze avendo a disposizione quanti più formati e supporti possibili.

Tipi

Il 2020, anno rodariano per eccellenza, è appena iniziato ma le proposte editoriali che celebrano lo scrittore di Omegna hanno già iniziato a moltiplicarsi, in un tripudio di bollini e fascette che ne marcano gli intenti. E tuttavia è nel 2019 e senza tanto frastuono che ha visto la luce un libro delizioso che tra i suoi tanti meriti ha quello di apparire, nell’essenza più che nell’aspetto, un bellissimo e ficcante omaggio a Rodari e alla sua poetica. Si tratta di Tipi scritto da Cristina Bellemo e illustrato da Gioia Marchegiani: un libro-catalogo che, nutrito di feconde invenzioni linguistiche e narrative, trasforma la descrizione di diverse tipologie di individui in occasioni per dar forma a micro-storie gustose e profonde.

Qui, in una sorta di mappa catastale human edition, ci muoviamo tra i piani del Condominio Giardini, periferia sud di un’indefinita città, alla scoperta dei diversi tipi che lo popolano. A guidarci è Luce, giovane inquilina del quarto piano che brilla (nomen omen!) per curiosità e acutezza di sguardo. Di ogni tipo che abita sopra o sotto di lei, la bambina riporta infatti le caratteristiche, le abitudini, gli aneddoti più insoliti: tratti che concorrono a dare vita a piccoli racconti sospesi tra il reale (difficile non riconoscere sé stessi o i propri conoscenti in alcuni dei ritratti offerti) e il surreale. Grazie alle accurate annotazioni che Luce riporta sui suoi taccuini, incontriamo, o per meglio dire sbirciamo dall’uscio, tipi di ogni genere: sicuri di sé come il tipo che ha tutte le risposte e pieni di interrogativi come quello che ha tutte le domande, sfuggenti come il tipo sempre assente o brontoloni come il tipo delle proteste, premurosi come il tipo che aggiusta le cose non ancora rotte o ricchi sfondati come il tipo che  compra tutto.

Nel censimento narrativo del Condominio Giardini si trova insomma uno straordinario catalogo di personaggi da cui scaturiscono racconti che paion fatti per far germogliare nuove idee narrative. Come non inventare un ipotetico dialogo con la signora Celestina, che capisce una cosa per un’altra e per questo finisce per perdersi un marito? O come non prolungare l’elenco di cose da cui la signora Savia, che ha paura di ciò che cade, si tiene alla larga? O, ancora, come non immaginare nuove storie a partire dai campanelli di un condominio qualunque, sulla scia della signora Lucia? Dal tipo che collezione barattoli di vento a quello che coltiva parole aromatiche, dal tipo che ha tantissime scarpe ma non va nessuna parte a quello con quattro pensieri, Cristina Bellemo dà vita a una carrellata di personaggi che stuzzica, diverte e fa riflettere. Lo fa con un gusto sapiente per i giochi di parole, per le liste, per le ipotesi fantastiche e per gli errori creativi, che pare proprio un bellissimo e silenzioso omaggio a quell’arte di inventare storie a cui tutti siamo debitori.

Ad arricchire poi il racconto, sottolineando quanto i dettagli possano dirci sul tutto, intervengono le illustrazioni di Gioia Marchegiani, tutte giocate sui toni del salvia e del beige e intrecciate strettamente ai testi, proprio come figurassero su autentici taccuini. L’effetto d’insieme è efficacissimo e intrigante: autrice e illustratrice paiono una coppia fatta per danzare insieme. Una pacatezza gentile, infatti, e una quieta predisposizione a guardare le cose quotidiane con occhio accorto accomuna parole e figure, dando forma a una chicca editoriale da rileggere più volte senza il rischio di stufarsi, da prendere e riprendere in mano, da cui lasciarsi avvolgere e ispirare.

Tipi costituisce in definitiva un placido invito a riconsiderare con una certa relatività l’idea di stramberia e unicità, poiché ciascuno a suo modo non vi sfugge, a cogliere il potere narrativo sopito nell’ordinario e a riconoscere il valore delle etichette solo quando non mirano a incasellare e definire le persone a cui si applicano ma, al contrario, a incentivarne la conoscenza. Tipi ci aiuta, insomma, a ricordare che le persone sono prima di tutto storie e che foss’anche solo per questo meritano di essere scoperte e ascoltate.

Curioso, infine, è il fatto che proprio un volume dedicato ai tipi umani, si caratterizzi per un altro genere di tipo: quello inerente alla stampa. Tipi è infatti pubblicato con caratteristiche di alta leggibilità, ossia con font EasyReading, spaziatura maggiore tra lettere, parole, righe e paragrafi, sbandieratura a destra. Al rendere il volume più fruibile anche in caso di dislessia concorrono inoltre la costruzione stessa del libro, che risulta come composto da tante micro-storie godibili non solo nell’insieme ma anche nella loro individualità e come tali capaci di soddisfare anche una lettura più dilatata o frammentata nel tempo, e la scelta di una carta color crema, che oltre ad affaticare meno la vista, predispone una cornice dal sapore antico a testi e immagini dalla preziosa cura artigianale.

Guarda, c’è un porcello che vola

La storia dei tre porcellini la conosciamo più o meno tutti ma la versione che ci propone Guido Quarzo ha qualcosa di speciale. Certo, anche qui ci sono tre fratelli maialini, un lupo dal grande fiato, una casa di paglia, una di legno e una di mattoni, ma il modo in cui intorno ad essi si delinea il racconto, rende la fiaba piacevolmente sorprendente. E così finisce che in quel bosco a noi tutti noto un lupo si ritrovi all’ospedale per indigestione di sciroppo per la tosse e un porcellino sognatore voli via nella sua casa color del grano, immerso in una lettura appassionante. Modificando di poco, insomma, l’ordine degli avvenimenti, il risultato cambia eccome!

Brevissima, di facile approccio e divertente, Guarda c’è un porcello che vola costituisce una proposta di lettura ghiotta per lettori alle prime armi. La presenza di illustrazioni ampie e ad ogni pagina, unita a scelte tipografiche ispirate all’alta leggibilità – come il font leggimi mutuato da Sinnos, la spaziatura maggiore, la sbandieratura a destra e la carta opaca caratteristica della collana Il Battello a Vapore – rendono inoltre il libro particolarmente amichevole e abbordabile anche in caso di maggiori difficoltà di lettura legate alla dislessia. Il libro è disponibile anche in formato ebook (2.99 €)

Ci vorrebbe

Ci vorrebbe una bacchetta magica per trasformare cose e situazioni che ingrigiscono il presente dei bambini in cose e situazioni che invece ne alimentano la gioia. Manuela Mapelli, autrice e illustratrice di Ci vorrebbe, la bacchetta magica non ce l’ha ma in compenso ha delle matite. E forse un po’ magiche lo sono pure loro se con un tocco di colore, le ciminiere si fanno alberi, il filo spinato fiorisce, e le bombe divengono cieli stellati. Non solo. Magica è la possibilità di riportare in piccola scala criticità grandissime e aprire ai bambini la possibilità di immaginare un futuro migliore. L’autrice questo prova e forse riesce a farlo, dando vita a un volumetto piccino picciò che dà voce al potere trasformativo dell’immaginazione.

Delicato come un tocco di bacchetta magica, Ci vorrebbe si compone di illustrazioni e testi minimi. Le prime giocano con intelligenza sul cambio di senso e prospettiva che colori e dettagli possono portare su ogni oggetto. I secondi, invece, sono stampati in OpenDyslexic: un font open source ad alta leggibilità che privilegia forme rotondeggianti nella parte inferiore delle lettere per evitarne la confusione. Data la semplicità del volume, che ben lo predispone a una lettura ad alta voce, è chiaramente difficile che un bambino con dislessia vi si approcci in autonomia, ciononostante la scelta di un font accessibile e inclusivo non è indifferente o superflua perché crescere, fin da ascoltatori, tra parole a stampa dall’aria amichevole concorre a viverle con positiva curiosità.

Incubi al formaggio

Che il formaggio mangiato la sera sia causa di incubi notturni è convinzione comune. Ben più che una convinzione, tuttavia, è per Hal: per lui, infatti, la correlazione tra latticini e brutti sogni è una vera e propria ossessione! Da quella sera in cui la cena a base di formaggio francese ha scatenato nel suo sonno vampiri vestiti da cowboy, il bambino non si dà infatti pace e intende risolvere una volta per tutte il famigerato mistero degli incubi al formaggio. Partendo dal venditore locale, Hal risale l’intera filiera degli alimenti incriminati. La scoperta che fa però a questo punto è a dir poco sorprendente: all’interno della Casa del formaggio della Contessa (per-niente-malvagia) Von Udderstein le mucche non solo producono il latte, ma lo rendono deliberatamente perfetto per causare i peggiori incubi ai bambini. Stufi di vedersi rubare la materia prima in nome delle scorpacciate di mascarpone e brie, i bovini hanno deciso, infatti, di vendicarsi in segreto. La fuga di Hal dalle grinfie – o per meglio dire dagli zoccoli – della contessa Von Udderstein, contribuirà a mettere fuori gioco la fabbrica dei sogni puzzolenti (non senza causare, tuttavia, qualche remora del bambino a continuare a divorare pennette ai formaggi!).

Scritto e illustrato da Ross Collins, Incubi al formaggio mescola in maniera insolita e a tratti perturbante (il che non è sempre cosa negativa) avventura, ironia e pensiero critico sullo sfruttamento degli animali. Incisivo e interessante, in questo senso il ruolo delle illustrazioni  che affiancano e talvolta sostituiscono completamente il testo, contribuendo a rendere l’approccio al libro meno ostico. La stampa ad alta leggibilità – apprezzabile consuetudine della casa editrice Biancoenero – completa infine il quadro di una lettura (letteralmente) appetibile per un pubblico di bambini anche alle prese con difficoltà legate alla dislessia.

I gatti dell’Hermitage

Le pericolose missioni segrete dell’Agente Sharp non sono nuove ai lettori della casa editrice Biancoenero. Il gatto soriano in servizio per l’agenzia felina Gattaka ha dato prova, infatti, della sua astuzia e del suo coraggio in occasione dell’offensiva contro l’evaso Karlos Gnam e delle indagini parigine sul dottor Robotec. Ma per un agente segreto l’allerta è sempre massima e così, proprio mentre Sharp si gode la quiete di casa Martini, arriva via citofono la parola d’ordine: “C’è un pacco per Mario”. Pochi minuti per dedificare il messaggio cifrato contenuto nel pacco ed ecco che Sharp è sulla via di San Pietroburgo. Direzione: Hermitage! Qualcosa di losco sta infatti accadendo al famoso museo: vari reperti e opere d’arte sono stati spostati senza apparente motivo. Per capire cosa si nasconda sotto quegli strani movimenti, la squadra di Gattaka inizia a collaborare con i colleghi russi, dando vita a una missione internazionale che sgominerà una banda e riporterà al suo posto un quadro di inestimabile valore.

Ispirato dagli insoliti guardiani felini, che da anni proteggono dai topi il museo simbolo di San Pietroburgo, Agente Sharp. I gatti dell’Hermitage propone una nuova avventura ad alta leggibilità. Stampato con tutte le caratteristiche più utili a rendere il testo amichevole anche a lettori con dislessia, il racconto di Alessandro Cini appare gustoso e non troppo impegnativo, ideale in particolare per piccoli amanti di indagini e misteri.

Processo al lupo

Assoldato in qualità di cattivo dalla maggior parte delle fiabe, il lupo non scampa infine a un solenne processo per le sue malefatte. Questo, perlomeno, è ciò che accade nel racconto immaginato da Stéphane Henrich. Di fronte a una corte di tutto rispetto presieduta da un giudice suino con tanto di pelliccia di ermellino, il malcapitato risponde alla grave accusa di aver ucciso un agnello. E di averlo divorato crudo, per giunta. Nell’aula gremita di erbivori che ogni tre per due vengono richiamati all’ordine per le esclamazioni di sconcerto che si lasciano sfuggire, si susseguono testimonianze più o meno attendibili (“Io ho visto tutto, signor Giudice!”, dichiara non creduto Leo talpa, tra il sostegno del signor Cinghiale e le accuse dei tre porcellini), perizie di investigatori e psichiatri e arringhe finali pro o contro la condanna. La sentenza è tutt’altro che scontata e in questo restituisce al lettore tutta la complessità etica sottesa a un giudizio. Lo fa però all’interno di una cornice – quella appunto del tribunale degli animali – che mescola citazioni fiabesche e ammicchi al reale che, dalla prima allultima pagina, sorprendendo e divertono il lettore.

Proposta insolita per il catalogo di Biancoenero, Processo al lupo è incluso non a caso tra i Fuori collana. Albo illustrato che fonde efficacemente testo (ad alta leggibilità) e immagini, il libro di Stéphane Henrich ricorda per certi versi anche un fumetto poiché procede quasi esclusivamente per dialoghi (solo privi di nuvoletta) che si affiancano a specifiche illustrazioni. Queste ultime, dal tratto ironicamente nervoso e capace di rendere con poche linee dettagli e sentimenti di cui volutamente il testo tace, risultano davvero efficaci nel restituire le espressioni dei personaggi e nel proporre inquadrature insolite che danno al lettore la sensazione di trovarsi nel bel mezzo dell’aula di tribunale. L’effetto è senz’altro spiazzante come spiazzante, peraltro, è il racconto di Henrich che schiude più domande che risposte ed invita, con un sorriso un po’ dolce e un po’ amaro, a interrogarsi sul senso della giustizia e sul filo sottilissimo lungo il quale si confrontano il giusto e lo sbagliato.