Più grande, più piccolo

Quanta creatività, quanto pensiero e quante possibilità può racchiudere una fotografia! Tana Hoban, che della ricerca fotografica è maestra assoluta, ce lo ha mostrato in molti suoi libri. Giocando in maniera sapiente con la scelta dei soggetti e delle inquadrature e mettendo in fruttuoso dialogo scatti apparentemente distanti, l’autrice americana allestisce per il lettore uno spazio di scoperta e interpretazione visiva estremamente interessante.

Così accade anche nel recente Più grande, più piccolo. Pubblicato da Camelozampa, che sta facendo un preziosissimo lavoro di recupero di proposte fotografiche ormai quasi storiche ma perlopiù inedite in Italia, il libro si sviluppa in formato orizzontale e propone una fotografia per ogni pagina. Si tratta di fotografie ampie, a colori, dal sapore un po’ vintage nella definizione, nei toni e nelle atmosfere. Le popolano, infatti, ceste di vimini, servizi in porcellana, abiti, giocattoli, mezzi e accessori dichiaratamente anni ’80. Il libro è, non a caso, datato 1985 ma tante cose ha ancora da raccontare. In più, vale la pena considerare che l’evidente scarto estetico rispetto all’attualità può farsi motore aggiuntivo di curiosità.

Ma cosa ci chiamano a osservare, ricercare, collegare queste fotografie? Ce lo suggerisce il titolo: Più grande, più piccolo. Al centro dell’indagine proposta da Tana Hoban c’è dunque il rapporto di misura: un rapporto apparentemente neutro e privo di guizzi narrativi ma, in realtà, declinabile in modi suggestivi, per non dire sorprendenti. Una sola immagine può contenere, per esempio, cucchiai e cucchiaini, fruste e frustine, spatole e spatoline, ciotole e ciotoline. Un’altra due bambini di età diverse ciascuno col suo mezzo: una bici e un passeggino, le cui ruote sono chiaramente di dimensioni diverse. E poi valigie vere e valigette giocattolo, scarpe, formine, mani e forbici. Ma anche mamme e bambini, scrofe e maialini. Il concetto di grandezza viene dunque esplorato in relazione allo spazio così come al tempo. Il bello sta nel fatto che il libro non dichiara in ogni pagina quanti e quali oggetti occorra cercare: sta al lettore intuirlo e mettersi a caccia! Per farlo, quel che gli occorre è un buona capacità di osservazione. Servono dunque tempo, pazienza e intuizione: abilità che il libro solletica e sostiene attivando un’implicita dinamica ludica, privilegiando oggetti e situazioni familiari e prediligendo la riconoscibilità dei soggetti garantita dal medium fotografico.

Quelle che potrebbero apparire come pagine statiche e poco eloquenti, rivelano dunque a ben guardare un grande potenziale. Perché stimolano una lettura visiva attenta e mirata, perché portano il bambino a farsi e a condividere domande, perché incentivano l’interpretazione personale e la moltiplicazione dei percorsi d’uso. In questo senso, oltre a bypassare l’ostacolo della decodifica alfabetica, l’assenza di parole diventa un autentico facilitatore della partecipazione attiva del lettore. Considerato, a ragione, competente, questi può soffermarsi, chiedersi, guardare, fare ipotesi, dialogando con delle immagini che solleticano senza giudicare.

 

L’aringa rossa

Questo libro senza parole si intitola L’aringa rossa. Dentro ogni pagina di questo libro si trova un’aringa rossa. Giocoforza, chi legge questo libro è portato a cercare ripetutamente, come prima cosa, proprio un’aringa rossa. Eppure – colpo di scena – l’aringa rossa non è la protagonista del racconto, anzi! È, infatti, un espediente per distrarre il lettore, proprio come nel genere giallo in cui l’espressione “aringa rossa” indica quella tecnica attraverso la quale chi legge viene deliberatamente portato su una falsa pista.

Qui, tutt’intorno all’aringa, che in ogni pagina si sposta in una posizione diversa e assume dimensioni differenti, succedono molte cose interessantissime: nella cornice di un parco cittadino, decine di personaggi – bambini, adulti e anziani – agiscono e si relazionano dando vita a micro-storie variegate e intriganti. Alcune più istantanee, altre più dilatate, queste intense narrazioni silenziose rendono viva l’inquadratura – fissa, dal canto suo, pagina dopo pagina – chiedendo al lettore di affinare lo sguardo.

Ecco, il senso dell’aringa sta forse proprio lì: nel portare lo sguardo di chi legge a zonzo per la pagina, per gioco e senza un apparente senso. Tra uno spostamento ittico e l’altro, il lettore si accorge infatti presto che val la pena allargare la prospettiva e soffermarsi su ciò che accade lì vicino, poco più distante o addirittura dall’altra parte della scena. È così che può intercettare, tra gli altri, bambini e talpe che giocano a nascondino, concerti bestiali, portatori di farfalle in valigia, siepi che cambiano forma, innamoramenti geriatrici e temporali emotivi, solo per fare una manciata di esempi.

Tutto sembra identico e fermo eppure tutto cambia e si muove. Lo stile di Alicia Varena, dal tratto sottile e i dettagli eloquenti, ha la capacità di chiamare l’occhio a soffermarsi, di chiedere tempo e cura. Solo guardando con attenzione, infatti, si distinguono chiaramente i personaggi, si colgono evoluzioni narrative, si avverte la necessità di tornare un attimo indietro per verificare cosa sia cambiato.

Abituati a vedere i wimmelbuch come libri essenzialmente destinati ai più piccoli – perché tale, perlopiù, è la produzione in Italia –, di fronte a L’aringa rossa dobbiamo proprio ricrederci. Qui il respiro delle storie, la raffinatezza stilistica e i rimandi quotidiani sanno solleticare e abbracciare un pubblico molto ampio per età e abilità, predisponendo un terreno fertile anche per approcci e lavori molto diversi tra loro. A questo concorre senz’altro anche l’apporto che Gonzalo Moure (tradotto per l’Italia da Chiara Carminati) fornisce al volume: una busta in terza di copertina raccoglie infatti le potenziali storie di alcuni personaggi del libro scritte dall’autore. Uno spunto aggiuntivo che non interferisce con la libertà di movimento offerta dal libro senza parole ma che al contempo delinea alcuni sentieri che è possibile percorrere. Al lettore, come sempre, la scelta di come e quanto seguirli.

Fatto per te

Finalista del Silent Book Contest 2025, Fatto per te racconta per immagini una storia di altruismo e amicizia, di comunità e di empatia. I protagonisti sono un coniglio bianco e un orso bruno che si prodigano per portare un po’ di calore agli infreddoliti animali del bosco. Dopo essere stato riscaldato dall’orso bruno che, con generosità, ha condiviso con lui il suo mantello rosso, è proprio il coniglio ad avere l’idea: perché non darsi da fare e sferruzzare il necessario affinché topolini, uccelli e scoiattoli possano affrontare confortevolmente il rigido inverno?

Detto, fatto: i due intraprendenti animali trasformano la tana dell’orso in un vero e proprio laboratorio di sartoria. Muffole, sciarpe, cappelli e mantelle: armati di gerle, orso e coniglio attraversano il bosco per recapitare a ogni creatura l’accessorio che può fare al caso suo. Il loro è un gesto di prezioso di generosità e, come tale, non solo non passa inosservato ma innesca un circolo virtuoso e solidale. In fondo, ci sono tanti modi per dire grazie…

Lineare nello sviluppo e sobrio nelle tavole, il libro senza parole di Lara Kaminsky sceglie la via dell’essenzialità per raccontare una storia semplice ma intensa. L’autrice si concentra su piccoli dettagli come posture ed espressioni del viso per veicolare non solo i fatti ma anche le emozioni che animano il racconto. L’uso misurato del colore, inoltre, evidenzia i protagonisti e gli elementi chiave di ogni tavola, contribuendo a guidare il lettore nella comprensione degli eventi.

Pacu pacu

Pacu Pacu è un libro d’artista, un libro-gioco, un silent book. È tante cose, Pacu pacu, come spesso accade alle opere di autori straordinari quale appunto è stato Katsumi Komagata. In Italia, sfortunatamente, questo libro non è (ancora, chissà…) stato pubblicato, ma in Francia sì. Lo ha fatto Les Grandes Personnes (dopo una prima edizione Les Trois Ourses), che vanta da sempre un catalogo raffinatissimo e versatile, e data l’assenza di parole, affidarsi all’edizione francese può essere una buona soluzione per poter incontrare questa storia minima e affascinante.

Pacu Pacu è il nome di un pesce, un pesce persico per la precisione. La qualità più spiccata di questo pesce, ha spiegato lo stesso autore, è che mangia di tutto: dagli insetti acquatici ai sassi, che divora per appesantire il proprio corpo ed evitare di essere trascinato via in caso di corrente forte. Ha un che di buffo, questo pesce. E ha un che di molto simile a qualunque essere umano al di sotto dei due anni, per il quale mettere le cose in bocca è abitudine quotidiana, nonché motivo e occasione di scoperta.

Ecco dunque che quella che potrebbe sembrare la comune storia di un pesce inizia a svelare un lato inatteso, in cui confluiscono l’esperienza personale dell’autore come papà (la stessa che lo ha portato a sviluppare progetti straordinari come la serie Little Eyes) e una riflessione sulle molte forme che l’apprendimento può assumere. Talune, in particolare, molto fisiche e legate all’esperienza del corpo. Ma non è solo questo a fare di Pacu Pacu un libro più interessante di quel che potrebbe apparire.

Qui si ritrova, infatti, tutto lo stile inconfondibile dell’artista giapponese, fatto di forme minime e talvolta appena abbozzate, di equilibri cromatici studiatissimi e di stimolanti giochi di intagli, fori e pieghe. Con una maestria che è sinceramente incantevole, Komagata allestisce le pagine come fossero scenari, e trasformando la storia del pesce Pacu Pacu in un pretesto di contatto ed esplorazione della carta, dei suoi bordi, dei suoi contorni e dei suoi contenuti. L’esperienza di lettura rivela, in questo senso, un elevato grado di accessibilità sia in ragione della predisposizione a un’interazione fisica con l’oggetto libro, sia in ragione di un racconto che procede in maniera molto essenziale senza far uso di parole scritte.

Pacu Pacu procede infatti in mezzo e sotto le onde, divorando tutto ciò che gli capita a tiro – pesci, alghe, sassi … – e lasciando dietro di sé una sorta di scia. Il suo è un viaggio placido e instancabile in cui non mancano, però, gli incontri inattesi e i pericoli, come onde forti e correnti. Komagata ha la capacità rara di dare vita con un numero infinitesimale di tratti a personaggi e oggetti, rendendoli non solo  riconoscibili e facili da individuare ma anche profondamente vivi e forieri di emozioni. È questione, di volta in volta, di posizione sulla pagina, di angolatura, di contrasto con lo sfondo, di definizione dei contorni. È sempre, cioè, questione di dettagli apparentemente invisibili ma in realtà studiati con cura maniacale fino a comporre una pagina tanto sobria quanto immediata.

Migranti

Lo stile di Issa Watanabe è inconfondibile, la sua poetica profondissima. Si prenda, ad esempio, il suo silent book Migranti. L’autrice riesce a coniugare un tema attuale e drammatico come quello della migrazione con illustrazioni meravigliose e dal potere ipnotico. Gravità e bellezza. Incanto e dolore.  Le sue figure antropomorfe dai tratti minuziosi e dai dettagli vivaci, si stagliano su uno sfondo nero che pare quasi tenerle sospese. Su quello sfondo denso che tutto sembra assorbire, quelle figure antropomorfe si muovono ora timorose, ora rassegnate, ma sempre resilienti. Sono Migranti, per l’appunto. Il loro è un viaggio evidentemente forzato e duro: lo dicono i loro volti segnati e chini, lo dicono i loro bagagli minimi e raffazzonati, lo dicono i loro tentativi di tenersi vivi anche quando tutto, intorno, sembrerebbe invitare alla rinuncia.

Compatte e solidali, queste figure dalle sembianze animali ma dallo spirito profondamente umano, si muovono nel buio, verso l’ignoto. Si aiutano, si tengono, si stringono. Affrontano come un unico corpo le paure e i lutti che, inevitabili, il viaggio porta con sé. Insieme a loro viaggia in sella a uccello azzurro una creatura minuta e discreta con volto di teschio. È la morte, certo, compagna inesorabile e pietosa che si fa carico di chi si perde per strada mentre gli altri sono costretti a proseguire. Li aspetta, sul finale, uno scenario potenzialmente fiorito: un anelito di speranza che l’autrice offre al lettore.

Commuovente, intenso e perturbante, Migranti riesce a dire tutto lo strazio e la forza resistente di chi fugge da guerre e povertà senza fare uso di parole. È la potenza evocativa di un racconto per immagini che rende riconoscibili fatti ed emozioni. In quegli animali erranti rivediamo, infatti, senza difficoltà le immagini che da tempo la televisione ci offre a spron battuto, restituendo loro l’impatto che meritano. È la forza dell’arte. Da qui, può essere estremamente significativo partire per costruire percorsi di attualità, consapevolezza, espressione e cittadinanza attiva che muovano da una narrazione capace di arrivare nel profondo, aggirando barriere di comunicazione e decodifica alfabetica.

Il pettirosso

La morte e la vita, l’assenza e la relazione, il vuoto e il calore: Il pettirosso di Mania Eghrarian, vincitore del Silent Book Contest 2025, è un libro senza parole in cui i contrasti si pacificano e le molte sfumature dell’esistenza trovano posto. Il protagonista è un signore anziano che si trova a fare fronte alla mancanza della moglie. Sono le foto sui mobili e lo sguardo con cui lui ci si sofferma a farcelo intuire ma ne abbiamo certezza quando lo vediamo lentamente avviarsi verso il cimitero. La sua sembra essere una sosta rituale: dire due parole, forse una preghiera, portare un fiore, pulire la tomba dalla neve. Ma proprio questo gesto porta con sé una piega narrativa inaspettata.

Mezzo sepolto dalla neve depositatasi sulla tomba, l’anziano trova infatti un uccellino quasi assiderato. Con delicatezza, l’anziano lo prende in mano, lo sguarda. Che sia ancora vivo? Solo quando torna a casa, lo scopriamo: scaldato, nutrito, coccolato, il pettirosso si rianima e, come a dire grazie, si affida all’anziano. Insieme si scaldano, riposano, si tengono compagnia. Ma un passerotto è pur sempre una creatura selvatica e il suo posto è fuori, in natura. Comprensivo nella sua taciturna compostezza, l’anziano non ci pensa due volte e lascia andare il suo piccolo amico ma costruisce nel frattempo qualcosa per lui. Qualcosa che possa farlo sentire sempre accanto. Perché la presenza può essere fatta anche di giuste distanze e anche in quella che è un’assenza apparente, la presenza di chi o cosa abbiamo amato, può farsi sentire molto forte.

Mania Eghrarian ha uno stile realistico e uno sguardo accorto. I pochi dettagli su cui si concentra amplificano, infatti, la dimensione emotiva del protagonista, permettendo al lettore di sentirsi partecipe. La neve fuori dai vetri, il silenzio della casa, del bosco e del cimitero, la pazienza dei gesti e l’essenzialità asciutta degli interni concorrono, infatti, a dire la solitudine e la tristezza ma anche ad accendere il lumino di una possibile nuova serenità.

Toccante, vivo e commuovente, Il pettirosso non è solo un silent book bellissimo ma è anche un silent book molto accessibile. La narrazione per immagini procede, infatti, in maniera puntuale e dettagliata, lasciando pochi vuoti da riempire e accompagnando passo passo il lettore. Costruito come se una telecamera seguisse via via i protagonisti, ora in campo largo, ora più nel dettaglio, il libro avanza senza fretta e misurato, lasciando il tempo a chi legge di osservare, sentire e capire quel che accade, senza sentirsi in ritardo o in difetto. Il tempo lento della lettura va, cioè, qui perfettamente al passo con il tempo lento di un’assenza che sembra non lenirsi e di un legame che pian piano cresce.

Un aspetto, questo, che gioca un ruolo fondamentale rispetto alla possibilità di vivere la lettura come un’esperienza piacevole e accomodante anche per chi normalmente fatica un po’ di più a seguire la narrazione.

Forte il vento forte!

Quando soffia il vento forte può succedere di tutto! Possono volare strisce del manto e pellicce, si si può affrontare un certo numero di pericoli e si può volare fino nello spazio. A tutto questo assiste il lettore immergendosi in Forte il vento forte! e seguendo la formica protagonista fin dove la portano le correnti. il suo sarà un viaggio pieno di incontri – elefanti, scimmie, delfini, serpenti, zebre e aquile – e non privo di una buona dose di emozione.

Firmato da Pino pace e da Irene Frigo per Bummy Edizioni, Forte il vento forte! è un libro senza parole che colpisce per la sua vitalità cromatica e per lo stile minimale delle figure. La storia dal canto suo è semplice e lineare anche se la costruzione narrativa risulta piuttosto ostica per il lettore. La struttura iterata dell’albo in due tempi (comparsa di un nuovo personaggio – effetto del vento su di lui), fino alla chiusura a sorpresa, crea un minimo di appiglio a cui affidarsi nell’attribuire significato alle immagini. Tuttavia, i colori espressivi e non basati sulla realtà, le forme poco dettagliate e la presenza di alcuni consistenti vuoti narrativi rendono complesse la decifrazione dell’immagine e la comprensione del racconto, richiedendo al bambino di mettere in campo abilità di inferenza e di decodifica visiva non scontate, soprattutto (ma non solo) in caso di disabilità cognitiva.

La merenda

Il topolino uscito dalla matita di Monique Félix è senza ombra di dubbio un tipo intrepido e curioso. Le pagine dei libri diventano per lui ogni volta scenari avventurosi in cui lanciarsi a capofitto. Accade in C’era una volta un topo chiuso in un libro… Accade ne Il vento. E, puntuale, accade anche in questo secondo volume portato in Italia da Camelozampa: La merenda.

Come di consueto, trovatosi prigioniero della pagina bianca, il topolino inizia a osservare, origliare e spingere in ogni direzione, ma soprattutto inizia a rosicchiare i bordi del foglio. Ecco che la storia nella storia ha inizio: sulla pagina di destra, sotto l’angolo rosicchiato, fa capolino una scena campagnola, con tanto di campi, alberi, animali da cortile e fattorie. Tira che ti tira, la pagina si strappa e la scena appare in tutti i suoi dettagli. È una scena viva e animata, perché pagina dopo pagina cambia il tempo e accadono cose. Il topolino, nel frattempo si dà da fare sulla pagina di sinistra. Con maestria piega e ripiega la pagina staccata, dandole la forma di un aeroplano. È voilà, è tutto pronto: il topolino può finalmente superare la rilegatura centrale e lanciarsi tra le spighe. Il titolo del libro, d’altra parte, è eloquente!

Contraddistinto da una misura breve, da una dimensione compatta e da un meccanismo narrativo collaudato, La merenda offre un racconto senza parole molto raffinato nella sua semplicità. La sua forza non sta tanto in ciò che accade sotto la pagina ma in ciò che vi accade sopra e accanto. È dunque il lavorio incessante e ingegnoso del protagonista a prendersi la scena, rendendo la lettura così sfiziosa. Il cortocircuito che si crea tra narrazione e metanarrazione, tra libro come contenitore e come parte del racconto si fa, infatti, attivatore di curiosità e sorpresa, invitando il lettore a osservare le pagine con sguardo nuovo e divergente.

Il cappello

Con l’andamento ritmico di una cantilena d’altri tempi, Il cappello di Paolo Ventura racconta le vicissitudini di un pupazzo di neve e lo spirito resiliente di chi, come lui, conosce la gioia del donare. Immobile e imperturbabile, il protagonista subisce, infatti, una serie di furti senza smettere di mostrarsi impassibile. Quelli che per lui, in fondo, non so che accessori, per qualcun altro diventano possibilità di far fronte al rigido inverno: una sciarpa per scaldarsi, una carota pe nutrirsi, un ramo per costruirsi un nido. Resiste, resiste, il pupazzo, fino a che di lui non resta che un mucchietto di neve e un cappello. La speranza a quel punto vacilla, la tenace letizia si affievolisce. Ma la primavera è dietro l’angolo e una nuova trasformazione può finalmente compiersi…

Il libro di Paolo Ventura è un silent book dall’indole poetica e dal passo misurato. Le illustrazioni che lo animano appaiono infatti sobrie e avvolgenti, capaci di raccontare l’inverno con pochi tocchi significativi. Più di una caratteristica, poi, rende Il cappello interessante dal punto di vista dell’accessibilità.

Si tratta innanzitutto di un volume che, facendo a meno delle parole, intercetta più facilmente di altri un’ampia fetta di pubblico che trova maggior agio nella lettura visiva. Esso offre, poi, una storia gustosa e compiuta che si risolve, però, nella misura contenuta dell’albo illustrato ossia nella canonica trentina di pagine. Le pagine presentano, infine, un’inquadratura fissa, frontale, che riprende il protagonista sempre nella stessa posizione e che ne agevola il riconoscimento.

Analogamente, la struttura narrativa si caratterizza per un’apprezzabile regolarità. Il ritmo in tre tempi – fotografia del pupazzo, fotografia di un personaggio secondario che si appropria di un suo accessorio, fotografia dell’uso che di quell’accessorio viene fatto – crea una condizione di prevedibilità che gratifica il lettore e che, allo stesso tempo, lo sostiene nel cogliere i continui cambiamenti che coinvolgono il protagonista A ogni passaggio, infatti, il pupazzo risulta sempre identico – nella posizione, nell’espressione, nell’inquadratura – fatto salvo per un elemento di volta in volta viene sottratto. Ne risulta un equilibrio tra prevedibilità e sorpresa che consente alla storia di procedere fitta ma allo stesso tempo di essere goduta anche da parte di chi necessita di qualche punto di ancoraggio in più.

Chalk

Saranno le illustrazioni iperrealistiche, sarà la storia intrigante, sarà la scansione narrativa di stampo cinematografico… fatto sta che Chalk di Bill Thomson è un un silent book americano (purtroppo mai pubblicato in Italia)  a cui è difficile resistere.

Racconta di tre bambini che in una giornata piovosa trovano un sacchetto di carta abbandonato in un parco giochi. Il sacchetto è appeso a un gioco a forma di dinosauro e dentro ci sono dei gessetti colorati. Piove forte ma la tentazione di usarli è grande. Grande almeno quanto la sorpresa di fronte a ciò che accade quando uno dei tre disegna un sole a terra. Un sole vero e abbagliante sbuca, infatti, immediatamente tra le nuvole non appena il disegno prende forma. Che sia un portento? I bambini non esitano a scoprirlo e si lanciano subito a testare gli altri colori. Ecco che, come sperato, fiori e farfalle invadano il campo da gioco. Bellissimo! Ma cosa succede se al posto di animali e oggetti innocui si disegna, chessò, un dinosauro? Succede che bisogna scappare, trovare rifugio, nascondersi… e trovare una soluzione creativa! Fortunatamente i bambini hanno ancora con sé i gessetti colorati e con un po’ di inventiva le cose possono tornare alla normalità. Fino al prossimo disegno…

Contraddistinto da un ritmo incalzante, da un tratto magnetico e da inquadrature inattese e coinvolgenti, Chalk dà forma a una storia suggestiva che gioca in maniera originale e interessante sul contrasto (e sull’incontro) tra reale e fantastico. Gli avvenimenti incredibili fanno, infatti, da contraltare alle figure estremamente realistiche, conducendo il lettore a crogiolarsi sui confini dell’immaginazione. Lo stile scelto dall’illustratore, inoltre, contribuisce a rendere estremamente riconoscibili i soggetti e i fatti narrati, agevolando loro decodifica anche da parte di lettori che faticano maggiormente a muoversi sul piano dell’astrazione. A questo stesso scopo, d’altro canto, concorre anche la scansione narrativa molto puntuale e l’attenzione che l’autore riserva ai dettagli delle figure.

Di chi è quest’orma?

Quando un bambino curioso si mette qualcosa in testa può essere davvero difficile fermarlo. Prendete per esempio il protagonista di Chi è quest’orma?. Attrezzato come un provetto esploratore e munito di un foglio che riporta nei dettagli un’impronta di animale, questi inizia una ricerca a dir poco instancabile. Sorriso in volto e binocolo alla mano, il bambino avanza nella foresta interrogando ogni bestiola che gli capiti a tiro, sia questa un’innocua farfalla o un minaccioso serpente a sonagli. Nessuna sembra però corrispondere al titolare dell’impronta misteriosa, così al bambino non resta che avanzare.  Su, su, sempre più su. Fino alla cima di quella che sembra una montagna ma che forse, a guardare da vicino, una montagna proprio non è. E poi ancora oltre. Fino a dove, sta al lettore deciderlo…

Avvincente e contraddistinto da un tratto scanzonato, Di chi è quest’orma? racconta per immagini una storia coinvolgente e dal finale aperto. Le tavole ampie invitano il lettore a un’osservazione attenta non solo perché attraenti ma anche perché i dettagli non sono molti ma fanno la differenza. A un certo punto, sarà infatti utile al lettore tornare indietro di qualche pagina per guardare meglio, confrontare, unire i pezzi e, infine, approdare a una gustosa rivelazione: proprio quella che apre al finale inatteso e lascia un sorriso stampato in volto.

La forza di questo albo senza parole sta proprio nel giocare con equilibrio tra regolarità (per esempio nei successivi incontri con i diversi animali, ciascuno dei quali indica al protagonista di salire ancora un poco) e sorpresa, alternando inquadrature diverse che di volta in volta celano o svelano dettagli chiave. Questo fa sì che al lettore siano richieste alcune inferenze non scontate e una certa scioltezza di movimento tra le pagine. Grande soddisfazione aspetta dunque quei lettori che si muovono con agio tra le figure. D’altra parte, la trama è molto lineare e non c’è mai eccessivo affollamento sulla pagina. Per questo, se opportunamente guidato, anche chi sperimenta difficoltà di tipo cognitivo può felicemente godere di questa lettura.

Touché (Francia)

Touché di Woshibai è un libro unico nel suo genere. È un libro senza parole, certo, ma per alcuni versi avremmo potuto annoverarlo anche tra i libri tattili. Honoris causa, magari. L’autore ha la capacità straordinaria, infatti, di confezionare delle immagini non solo capaci di evocare il soggetto rappresentato con uno stile che dire minimale è dire poco, ma anche in grado di evocare in maniera molto chiara la sensazione tattile che quel soggetto può offrire a contatto con le dita.

A muoversi tra le pagine di questo libro, esplorabile in maniera piuttosto libera dal momento che non c’è un legame preciso tra un’immagine e quella successiva, si avverte il freddo pungente del ghiaccio, lo scivolare ruvido della sabbia, il fruscio leggero dei un volume sfogliato, la zigrinatura netta di una chiave, l’impalpabilità di una tenda sottile,  il calore non delente di una fiammella appena fiorata, il solletico lieve di un soffione ancora integro… le immagini, in qualche modo, si vedono ma soprattutto si percepiscono con altri sensi: il tatto, in primis, ma anche l’udito. Lo stile di Woshibai ha, cioè, una sorta di intrinseca qualità multisensoriale il cui effetto è sinceramente sorprendente.

Ogni figura, peraltro, prende forma all’interno di un riquadro fisso e attraverso semplici linee nere su sfondo bianco. Nessuno spessore, nessuna sfumatura. Eppure questo segno squisitamente grafico ha il potere di evocare qualcosa, di spolverare ricordi, di solleticare memorie che, come sappiamo, non si formano solo a partire dalla vista. Come una rinnovata madeleine proustiana, Touché ci rimette in contatto con la nostra esperienza fisica del mondo e con tutto il sedimento narrativo che questa può alimentare.

Curioso, inatteso, accessibile. Da scoprire!

Le nid (Francia)

Un libro, soprattutto se accessibile, può assumere tante forme. Rilegature variegate, elementi removibili, storie non precostituite, confini labili tra gioco e lettura… Lucie Félix fa tesoro di tutti questi spunti e li mette a frutto contemporaneamente in un’unica proposta. Il suo Le nid, al momento edito solo in Francia grazie alle visionarie Editions des Grandes Personnes, è infatti un concentrato di caratteristiche fuori dall’ordinario. E ciononostante, non lo vediamo per nulla fuori luogo sullo scaffale dei libri.

Le nid è a tutti gli effetti un progetto editoriale originale che offre al lettore grande libertà di movimento, interazione e scoperta. Composto da 9 pagine di cartone spesso e robusto che possono essere piegate e spiegate in diversi modi, il volume può diventare un tappeto, un fortino, uno scenario, un contenitore… e chissà cos’altro! Grazie a questa versatilità, che di fatto è la sua forza, anche lettori molto piccoli e/o con difficoltà di approccio a proposte narrative e dispositivi di gioco troppo vincolanti possono trovare piacere e possibilità di partecipazione attiva.

Le pagine, dal canto loro presentano da un lato uno sfondo blu con alcuni dettagli bianchi, rossi e gialli che vanno a formare l’immagine di una colomba. Dall’altro, presentano sfondi di diversi colori, sempre accesi e pieni, su cui si stagliano ad alto contrasto figure minime e ben riconoscibili: un sole, delle nuvole, la pioggia, dei rami, un fiore, un uccellino, un nido, un fiore, dei semi, un uovo: tutti elementi semanticamente collegati tra loro e tra i quali è possibile tracciare un filo narrativo sottile, discreto e mutevole. Quegli oggetti si possono guardare, nominare, toccare, collegare. Ci si può salire sopra e li si può far interagire con le sagome di uccellini in carta che l’autrice stessa fornisce.  Li si può seguire come caselle di un gioco della campana sui generis, li si può nascondere a uno a uno piegando le rispettive pagine, li si può trasformare in soggetti di una canzone inventata su due piedi (o su uno!)…

In quella possibilità multiforme di abitare, letteralmente, pagine e figure, il bambino ha l’occasione di prendere dimestichezza con loro, di conoscerle in una forma accogliente, di sperimentarle secondo modalità che sono personali: un passaggio, questo, prezioso sia per costruire occasioni di benessere e piacere attraverso l’oggetto libro, sia per facilitare l’incontro con quelle che potranno essere forme di narrazione più codificate e di complessità via via crescente.

Animales salvajes – Nowordbooks (Spagna)

Nowordsbooks è un editore spagnolo specializzato nella pubblicazione di libri fotografici per bambini. La sua collana principale si compone di un’ampia serie di libretti di formato quadrato (15×15), maneggevoli e con un numero di pagine ridotto (10 ciascuno). Ogni volume è dedicato a un tema – perlopiù animali, oggetti, paesaggi e relazioni – sviluppato attraverso il medium fotografico.

Le fotografie impiegate – sempre e solo una per pagina – sono chiare, eloquenti e riconoscibili. I libri nascono infatti per soddisfare i gusti e le esigenze di lettori piccolissimi, la cui conoscenza del mondo e capacità di astrazione risultano ancora ridotte. Ad oggi ne sono stati pubblicati circa una cinquantina grazie ai quali i bambini possono esplorare con soddisfazione e ritrovare su carta alcune delle esperienze e dei soggetti a loro più vicini o per loro più attraenti.

Animales Salvajes, per esempio, propone una raccolta di immagini di animali selvatici di diverso tipo – rettili, mammiferi, rapaci – e tipici di diversi ambienti – foresta, savana, deserto, alta quota. Sempre posti al centro dell’inquadratura, rappresentai nella loro interessa e con elementi di sfondo poco confusivi, i soggetti appaiono netti e riconoscibili. Un supporto semplice e al contempo ben progettato per facilitare l’incontro con le pagine, la lettura visiva e la rappresentazione della realtà.

Intrusi

Bastien Contraire è un artista intrigante e fuori dagli schemi. Il suo libro-gioco Intrusi, uscito in Italia per Edizioni Clichy, ne è la prova. Il meccanismo, qui, è semplice ed è quello anticipato dal titolo: trovare in ogni pagina l’elemento che non c’entra nulla con gli altri. L’intruso, per l’appunto, tra una decina di soggetti.  E fin qui non ci sarebbe proprio nulla di stravagante o geniale. Ma è il modo in cui l’autore propone e declina questo gioco assai noto a fare la differenza.

Le figure che l’autore propone si caratterizzano, infatti, per due aspetti: le forme minimali ma eloquenti e i colori ridottissimi (fucsia, verde, bianco e marrone) ma ipnotici. La combinazione di questi due aspetti fa sì che la distinzione tra le diverse figure che popolano ogni pagina risulti tutt’altro che banale o immediata. Per venirne a capo occorre, infatti, osservare, confrontare, riconoscere, associare e discriminare, districandosi tra forme simili e tinte ricorrenti. Così, se a volte sembra più facile, come quando un pallone da calcio si mimetizza tra i frutti, talaltra è una discreta impresa, come quando un’aragosta si confonde tra gli insetti.

Ecco allora che tra quelle pagine dai dettagli fluo e dalla composizione ordinata si è portati a sostare a lungo. Si leggono le figure, si nominano eventualmente, si creano categorie, si notano somiglianze, si trova la soluzione: un esercizio di lettura visiva straordinario e insieme di catalogazione del reale. Sembra semplicissimo ma in realtà richiede abilità raffinate. E un libro come questo permette di affinarle con molto, molto, molto piacere. Non solo. Di fronte alle associazioni visive imbastite dall’autore potremmo iniziare a chiederci: che gusto può avere un gelato a forma di ombrello? Chi sono gli antenati dell’upupa? Il porta-scotch è ispirato alla forma delle chiocciole?, aprendo così una nuova possibilità di ricerca, dialogo e di invenzione. Se non è creatività questa…

Il filo

La protagonista de Il filo è una bambina timida. Ce lo dicono con pochi tratti le prime due vignette del libro, dove la vediamo rannicchiata in disparte mentre guarda a distanza e con un po’ di tristezza le compagne che giocano insieme. La vediamo, la riconosciamo, ci immedesimiamo. E siamo pronti a seguirla! Dalla terza vignetta, infatti, la bambina diventa protagonista di un viaggio movimentato e ricco di incontri che cambierà non poco la sua sorte. Tutto merito di un filo viola, metafora consolidata della relazione che ci tiene uniti agli altri, che poggia accanto a lei e di cui lei, fino a quel momento, non pareva essersi accorta.

Un filo che spunta dal nulla e che porta chissà dove è cosa ben bislacca e merita senz’altro di indagare.  Così la bambina inizia a seguirlo e, contemporaneamente, ad arrotolarlo in una matassina, ritrovandosi ad attraversare labirinti sotterranei e boschi intricati, cieli nuvolosi e profondità marine. A ogni cambio di scenario la bambina fa degli incontri – una talpa, un lupo, dei gabbiani e delle sirene – segnati da un istintivo rapporto di mutuo aiuto. A volte è la bambina a venire in soccorso delle creature che incontra, a volte è lei stessa a beneficiarne. E intanto la matassa si infittisce, si infittisce, si infittisce. Fino all’incontro finale che qui non sveleremo. Del filo la bambina non trova, in effetti, il capo. Ma poco importa: è la trama e non la fine a renderci, come umani, felici e soddisfatti!

Il racconto per immagini di Sandrine Kao si caratterizza per uno stile minimale in cui gli sfondi servono essenzialmente a identificare i cambi di scena e a far risaltare le figure in primo piano; in cui i pochi tratti che animano i volti indirizzano in maniera significativa la comprensione di ciò che accade; e in cui il tratto fine che delinea le figure regala alla narrazione un passo lieve e piacevolissimo.

Della collana – Le nuvolette di Arka – di cui Il filo fa parte abbiamo già detto (per esempio qui) un gran bene. Si tratta, nella fattispecie, di un apprezzabile progetto editoriale francese che unisce le qualità inclusive dei libri senza parole a quelle dei fumetti. Assenza di testo, valorizzazione della comunicazione visiva, scansione regolare e rassicurante in vignette, passaggi narrativi dettagliati ed espliciti offrono, infatti, anche ai lettori con difficoltà legate alla decifrazione e alla comprensione una possibilità interessante, accessibile e appagante di lettura, sia autonoma sia condivisa.

Ulteriore valore aggiunto: la collana coinvolge autori da accomunati da una capacità narrativa per immagini molto spiccata ma allo stesso tempo dagli stili molto diversi. Troviamo così volumi più divertenti e altri più teneri, illustrazioni più nette e altre più schizzate, vicende più avventurose e altre più votate all’invenzione. E questo non è un aspetto da sottovalutare perché il diritto alla lettura si nutre anche della varietà di proposte che ai bambini possono essere offerte. Perché non tutti i gusti dei lettori sono uguali e perché uno scaffale più ricco, anche all’interno della medesima tipologia testuale, significa maggiori possibilità di scoperta, pensiero e immaginazione.

Ode all’estate

Ode all’estate è un silent book che offre al lettore una duplice esperienza: il riconoscimento di alcune sensazioni tipiche della stagione estiva e l’immersione in una storia piccola e ordinaria che riserva per il finale un sorridente guizzo fantastico. Tra le sue pagine senza parole firmate da Francesca Aiello si avvertono il calore del sole a picco, il piacere di piccoli gesti rinfrescanti, la concentrazione assorbente di un progetto di sabbia e la frustrazione di fronte all’invadenza incontrollabile delle onde.

Il ritratto che l’autrice di offre di una bimba alle prese con le più comuni attività da spiaggia è molto vivo e molto vero. Tra quelle immagini riconoscibili l’autrice dissemina, però, alcuni dettagli curiosi: indizi di una storia che può prendere una piega inattesa. Quei dettagli assumono, in particolare, la forma di un granchietto dai colori sgargianti che spia partecipe le attività costruttive della protagonista, goffamente nascosto dietro una formina gialla. A cosa si debba tanto interesse lo si scopre alla fine, quando quello che sembra un comune castello di sabbia, prende inaspettatamente vita…

Apparentemente semplice e rivolto a bambini piccoli e con poca esperienza di lettura – per quelle sue figure grandi, quei suoi colori pastello e quella sua protagonista dalle guance paffute – Ode all’estate richiede in realtà un certo spirito di osservazione e una certa abilità di decodifica visiva. Il libro è infatti, tutto giocato su inquadrature più o meno ravvicinate, su sequenze narrative che si sviluppano all’interno della stessa pagina e su piccoli dettagli che cambiano da un passaggio all’altro. Occorre dunque riconoscere gli oggetti che rimangono inalterati nonostante il cambio di prospettiva o capire, per esempio, che le sei mani che compaiono su una pagina sono in realtà le stesse due immortalate in tre momenti successivi. In questo senso, il libro richiede un minimo di dimestichezza con l’interpretazione delle figure o può, per altri versi, diventare un supporto interessante proprio per allenare questo tipo di abilità.

Ogni cosa al suo posto

Ogni cosa al suo posto è un (quasi) silent book che invita alla riflessione. Le poche parole che contiene, tutte concentrate nelle prime due pagine, suggeriscono infatti di chiedersi se davvero ogni cosa – come si dice – abbia un suo posto e soprattutto se questo sia quello più giusto. Quelle che seguono sono doppie pagine che mettono a confronto due scene silenziose in cui cose e persone trovano collocazioni e contesti diversi, per non dire del tutto opposti: un bambino seduto in solitaria alla sua tavola di compleanno o circondato da amici festanti in giardino, una bicicletta immersa nello smog e nel traffico cittadino o sfrecciante su una strada di montagna, un libro posto a mo’ di rialzo per il tavolo traballante o tra le mani di una lettrice appassionata e via dicendo…

La regolarità della struttura e la godibilità di ogni doppia pagina individualmente presa, costituiscono due elementi significativi di accessibilità di questo volume. D’altra parte, nella sua apparente semplicità, Ogni cosa al suo posto richiede al lettore di compiere non poche inferenze: capire quale sia il soggetto di ogni doppia scena, riconoscere il duplice contesto in cui viene inserito (non di rado reso da pochi dettagli), coglierne dettagli minimi ma determinanti (come le espressioni del viso) e capire, in effetti, quale sia il posto per lui più auspicabile. E non è una bazzeccola. Ecco, allora, che il libro si presta benissimo a stimolare confronti e riflessioni condivise, ad accendere dibattiti, a suggerire domande. Perché dietro ogni immagine confezionata da Francesca Aiello c’è un mondo di storie possibili in cui ci si può riconoscere o di cui è bene parlare con i ragazzi affinché il loro posto nel mondo non sia ai margini ma al centro. E sia, per l’appunto, il posto giusto.

Linette. Concime per i piedi

Linette ha i piedi perennemente scalzi, uno spirito intraprendente, la predisposizione a mettersi nei guai e una fantasia galoppante: i requisiti per animare pagine buffe e rocambolesche si direbbe, dunque, non manchino. Spericolato e mosso da vivace curiosità, il suo è un avanzare fragoroso, in cui un’idea in bilico tra la monelleria e l’esperimento può innescare imprevedibili reazioni a catena.

In Concime per i piedi – primo titolo di una serie che la vede protagonista – Linette prova a far crescere una folta chioma sulla testa calva del nonno con del fertilizzante liquido, il cui uso le era stato chiaramente proibito. Se funziona con i pomodori, perché non dovrebbe farlo con i capelli? L’innaffiatoio però è pesante, così il concime finisce per sbaglio sui piedi della bambina che in un attimo diventano enormi. Prova evidente del divieto infranto, quei piedi da dinosauro vanno nascosti: cosa che Linette, in effetti, si impegna a fare, anche se questo porta con sé una lunga scia di complicazioni in cui non mancano soprammobili rotti, salti acrobatici, mastini da guardia e fantasmi in fuga.

In una manciata di pagine, né più né meno di quelle di un albo illustrato, Catherine Romat e Jean-Philippe Peyraud danno vita a una movimentata avventura molto domestica e poco addomesticata, in cui l’immaginazione fa capolino quel tanto che basta per dare un twist e una piega inaspettati a un tranquillo pomeriggio di giardinaggio. Ciò che rende, però, davvero peculiare Concime per i piedi è la sua formula narrativa. Il libro procede, infatti, come un fumetto privo di parole in cui anche i pochi balloon presenti prediligono un contenuto di tipo iconico. Scandite da una partitura molto regolare e costruite in modo da accompagnare per mano il lettore, limitando al minimo ogni elemento di contorno, concentrandosi sulle azioni e rendendo evidente ogni passaggio, le vignette danno forma a un racconto visivo singolare, immediato e in definitiva molto fruibile.

Palla di neve

Quella di Palla di neve è una storia di smarrimento e di ricerca, di solidarietà e di crescita. Protagonista è un cucciolo di volpe bianca che, nel bel mezzo di una tempesta di neve, perde la sua famiglia e si trova improvvisamente sola. Da lì in avanti, il suo cammino sarà costellato di incontri, alcuni pericolosi come quello con un umano arrabbiato, altri felici, come quello con la grande balena. Fino a quello determinante con l’orso bruno, rimasto bloccato da un albero caduto. Vedendolo e riconoscendone la difficoltà, Palla di neve supera il timore di venire attaccato e trova una soluzione per liberarlo. Da quel momento non sarà più sola: condizione vincente per rimettersi in cammino e ritrovare finalmente i cari smarriti.

Tenera e avventurosa, la storia di Palla di neve è raccontata attraverso l’efficace formula del fumetto senza parole, caratteristica della collana Le nuvolette di cui il libro fa parte. Si tratta di una formula efficace e stimolante che mescola la regolarità rassicurante della partitura in vignette al potere comunicativo delle figure. L’accessibilità legata all’assenza di testo alfabetico si unisce dunque a quella garantita da una scansione rigorosa delle illustrazioni che guida il lettore nella comprensione ed eventualmente nella verbalizzazione di ciò che accade. Il risultato è un racconto per immagini ricco di avvenimenti e che ciononostante accompagna passo passo chi legge.

L’albero e il fiume

Aaron Becker ha un talento indiscusso nel raccontare le storie attraverso le immagini. La sua trilogia – Viaggio, Scoperta e Ritorno – ne è la prova evidente e un’ulteriore conferma ci viene ora dal recente silent book L’albero e il fiume pubblicato da Feltrinelli.

Qui la modalità narrativa adottata dall’autore americano è diversa rispetto a quella scelta per i volumi precedenti. Non ci sono, infatti, cambi repentini di scenario, avventure rocambolesche e personaggi a profusione ma un’unica inquadratura che cambia di pagina in pagina in base al susseguirsi delle epoche e al mutare degli eventi.

Quello che in origine appare come un angolo di natura abbastanza incontaminato subisce man mano, infatti, gli effetti dell’antropizzazione e soprattutto del rapporto sovente scriteriato che l’essere umano intrattiene con i suoi simili e con l’ambiente che lo circonda. La medesima ansa del fiume diventa così teatro non solo di abitudini edilizie diverse – capanne che lasciano il posto a strutture in muratura e castelli che lasciano il posto a città moderne e poi futuristiche – ma anche e soprattutto di attività umane variegate e dalla spiccata indole autodistruttiva. Dal futuro ipertecnologico si passa perciò in un lampo a scenari apocalittici e desolanti, nei quali solo la tenace e impassibile resistenza della natura offre un’occasione di speranza.

Duro e verissimo, attuale e pungente, L’albero e il fiume offre una riflessione profonda attraverso il potere delle figure. Lo fa invitando ed esigendo una lettura lenta, lentissima: l’unica che consente di cogliere somiglianze e differenze tra le pagine che si susseguono e di individuare i minuziosi dettagli che contraddistinguono ogni passaggio epocale e narrativo (tipi di mezzi, strade, oggetti, case, faccende umane…). Le inferenze richieste al lettore per riconoscere periodi, cambiamenti e concatenazioni di eventi sono piuttosto raffinate e tutt’altro che banali. Questo fa de L’albero e il fiume un volume particolarmente ricco e stimolante per quei giovani lettori che sperimentano magarti una difficoltà di fronte al testo scritto e che invece accolgono con piacere le sfide decifrative proposte dalle immagini.

Prima dopo

Quanto può essere essenziale una narrazione? Forse bastano un prima e un dopo affinché un racconto, per quanto minimo, possa darsi. Ecco allora che un libro straordinario come Prima dopo di Anne-Margot Ramstein e Matthias Aregui si rivela essere un contenitore inatteso di microstorie tutte da esplorare.

Il volume, edito da L’ippocampo, presenta una successione di mini-sequenze ciascuna composta da due tempi: quel che c’è prima e quel che c’è dopo. La notte e il giorno, la ghianda e la quercia, il lavoro all’uncinetto e il gioco nella neve, la casa vissuta e quella diroccata, l’alveare e il barattolo di miele, la zucca e la carrozza… Sono più di 80 i racconti minimi che i due autori mettono su carta, attingendo al mondo naturale e a quello fantastico e spingendosi talvolta oltre la misura della doppia pagina (gli ingredienti che diventano torta, che a sua volta diventa briciole; l’albero che affronta tutte e quattro le stagioni) o imbastendo più livelli temporali (la candela che arde e che si consuma e, subito dopo, il lume olio che cede al posto all’abat-jour elettrica) e semantici (la tela vuota e il quadro finito seguiti dalle matite intere e dalle matite mozze).

Le modalità e le direzioni secondo cui esplorare queste pagine sono dunque molteplici e aperte: aspetto, questo, che condiziona positivamente la fruibilità anche da parte di lettori che faticano a stare dentro i binari di narrazioni troppo rigide. Allo stesso modo l’assenza di parole e la brevità dei costrutti narrativi facilita il godimento e la partecipazione anche da parte di chi trova un ostacolo nei racconti troppo lunghi e complessi. Il tutto senza rinunciare, però, alla ricchezza e alla raffinatezza compositiva che fanno di questo corposo volume un piccolo gioiello editoriale.

A pile of leaves

Un libro come A pile of leaves è una sfida, un solletico, una carezza, uno slancio. Certo, le sue pagine in acetato del tutto prive di parole scritte e pure di una vera e propria storia, possono lasciare un po’ interdetti e portare a chiedersi “Ma come lo leggo, un libro così?”. Ma è proprio la libertà d’uso che qui dimora a rendere questo libro, purtroppo inedito in Italia, una chicca dalle molte potenzialità.

Composto da una ventina di pagine trasparenti su cui sono stampati in colori saturi e caldi foglie, insetti e oggetti di umana fattura, A pile of leaves invita di fatto ad aguzzare lo sguardo per studiare come cambia lo scenario man mano che le pagine vengono voltate. Come se si trovasse in effetti di fronte a un mucchio di foglie sovrapposte, il lettore vede e non vede ciò che c’è sotto e scopre dettagli prima celati o solo intravvedibili ogni volta che una pagina viene girata.

Così le formiche, il guanto smarrito, le foglie frastagliate o quella lungiforme appaiono poco a poco, accendendo piccole scintille di sorpresa e desideri di scoperta. Il processo di lettura che qui si attiva, dal canto suo, è libero è pluridirezionale: si guarda, si avanza, si torna indietro, si scopre qualcosa di nuovo. Le pagine diventano, cioè, terreno di un piacere euristico tutto giocato su forme riconoscibili, giochi di trasparenze e sovrapposizioni. Una delizia!

Il bosco

I leporelli in cartone della collana Primi libri di Fatatrac sono dei gioielli. Lo sono per qualità estetica del prodotto, per ricchezza del contenuto, per trasversalità d’uso. E lo sono per ragioni di accessibilità: tra queste pagine spesse, ampie e robuste, prive di parole ma dense di narrazioni, è autenticamente possibile, anche per bambini con difficoltà di lettura, trovare posto e trovare piacere.

Sono libri che, in primo luogo, non richiedono di essere sfogliati e che, stando su da soli, possono per esempio essere esplorati girandoci intorno oppure stando seduti o sdraiati per terra. Sono, poi, libri che fanno a meno delle parole, dialogando in maniera efficace anche con chi abitualmente fa a pugni con il testo scritto e trova invece ristoro nei racconti per immagini. E sono, infine, libri, che prediligono l’istantaneità alla sequenzialità, offrendo una moltitudine di micro-storie di cui è più facile appropriarsi anche in caso di difficoltà cognitive.

Tutte queste caratteristiche, già evidenziate e apprezzate nel meraviglioso La montagna di Andrea Antinori, si ritrovano ora ne Il bosco di Sebastián Ilabaca. Anche in questo caso, ogni lato del leporello presenta uno scenario diverso da esplorare. Da una parte, tra distese erbose e alberi di ogni tipo, si muovono animali dalle caratteristiche e dai comportanti antropomorfici. C’è chi fuma la pipa e chi corre in carriola, chi va in bicicletta e chi improvvisa una jam session, chi balla e chi si rilassa con una tazza di tè. In questo universo animato votato alla multiformità si notano dettagli curiosi, come gli abiti che richiamano epoche anche molto diverse, i funghi e i fiori che creano una cornice fantastica, le citazioni di albi molto molto noti o la presenza di un misterioso piedone peloso.

Dall’altro lato, come ci trovassimo al limitare del bosco stesso, il contesto si fa antropizzato. Qui si vedono case e fienili, orti e cortili, stalle e mulini. I personaggi sono umani dai diversi tratti e dalle diverse età: ciascuno, proprio come i compari animali, è impegnato in attività variegate, perlopiù di gioco e relax. Anche in questo caso, pur nella distensione appagante dello scenario, il lettore può scovare un proliferare di dettagli buffi e intriganti da cui farsi solleticare.

La bravura di Sebastián Ilabaca sta nel costruire un quadro ampissimo e vivo, in cui trova posto una moltitudine di personaggi dalla funzione tutt’altro che decorativa. Ciascuno ha un ruolo da coprotagonista e una postura riconoscibile in cui potenzialmente identificarsi. Le attività rappresentate riflettono, in particolare un’idea di infanzia molto precisa e concreta, da cui è facile lasciarsi guidare nello spazio dell’esplorazione e dell’immaginazione. All’interno di questo scenario composito e vivace, il lettore può dal canto suo muoversi con grande libertà, soffermandosi su ciò che lo intriga maggiormente e seguendo percorsi non vincolanti. Sollecitato, poi, dalla presenza di buchi e finestrelle (alcune camuffatissime!), può trovare ne Il bosco un affidabile compagno per scoperte e giochi d’invenzione durevoli ed entusiasmanti.

Apri gli occhi!

Sorprendente, poetica, ammaliante: Claire Dé, già apprezzatissima in Imagine. C’est tout blanc…, si conferma autrice visionaria e originale nel silent book fotografico Apri gli occhi!, edito in Italia da Editoriale Scienza.

l libro è eloquente già dalla copertina. Tutta giocata sul contrasto cromatico tra un fronte immacolato e un retro sgargiante, questa trasforma, infatti, la foto di un manto nevoso in un volto dormiente. Fin dall’involucro del volume, si coglie dunque la sua propensione a trasformare la realtà in qualcos’altro, a trovare un guizzo narrativo negli oggetti più inaspettati, a giocare con ciò che è e con ciò che sembra, a creare collegamenti inattesi tra le cose del creato.

I punti di forza in ottica inclusiva di un libro come questo sono diversi. C’è prima di tutto l’elemento dello stupore: di fronte alle pagine di Apri gli occhi!, è infatti impossibile non restare ipnotizzati. Dentro c’è tutta la meraviglia mozzafiato della natura. Poi si può non capire tutto, non riconoscere qualcosa, trovare difficoltà di orientamento tra le figure, ma questo viene comunque dopo: l’incanto, intanto, ci diene dentro tutti.  C’è poi l’aderenza al reale garantita da un medium come la fotografia che, più di altri, viene incontro anche a chi sperimenta delle difficoltà di astrazione. I soggetti sono reali, tangibili, perlopiù noti. Tra di loro ci si può muovere con agio e familiarità. C’è poi il tema della lunghezza: un libro come questo non impone necessariamente, infatti, una narrazione lineare e lunga ma accoglie senza difficoltà anche letture più frammentarie e discrete di cui la doppia pagina costituisce la misura minima.

E c’è infine la versatilità d’uso: un libro come Apri gli occhi! Non ha istruzioni d’uso e nasce per accogliere percorsi diversi. Tra queste pagine si può guardare, ci si può stupire, si possono scovare dettagli nascosti, si può imparare, si può indovinare, si può immaginare, si può cercare, si può classificare, si possono cogliere somiglianze e differenze, nessi e fili narrativi. La bravura dell’autrice sta proprio, infatti, nell’immortalare soggetti curiosi e attraenti di per sé e/o per la relazione che possono instaurare con quelli cui sono affiancati. Ci sono insetti e vegetali ripresi da molto vicino, tanto da cogliere venature e dettagli piccolissimi. Si sono soggetti sfocati che chiamano a essere riconosciuti. Ci sono ombre curiose che paiono dare nuove identità ai loro proprietari. Ci sono scorci e squarci da cui guardare.

È tutto un gioco di scelta, di inquadratura e di affiancamento: un gioco che Claire Dé padroneggia con maestria ma nel quale i bambini, ispirati da queste pagine, possono a loro volta cimentarsi.

Un’estate

Il tratto di Ji-Hyun-Kim è magnetico. Nel suo modo di raccontare per immagini le posture umane, la natura, la magia del creato e le emozioni si mescolano uno sguardo attentissimo e una capacità di non dire, una grande adesione al reale e un alone di mistero. E quel modo di raccontare emerge con grande limpidezza all’interno di Un’estate, il primo silent book dell’autrice coreana, portato in Italia da Emme Edizioni.

Qui si racconta di un viaggio estivo, di una fuga familiare dalla città verso la pace ristoratrice del lago, e dei ricordi indelebili che una quotidianità ordinaria ma distante dalle proprie abitudini può regalare. Il protagonista è un bambino che, con i genitori e l’affezionato cane, si reca a far visita a persone care, presumibilmente i nonni. È un tempo lento, quello che lo aspetta. Un tempo in cui guardarsi intorno e guardarsi dentro, in cui esplorare i dintorni e il passato della famiglia, in cui passeggiare, tuffarsi, ammirare e godersi i raggi del sole sulla faccia. Un tempo di niente e di tanto, che lascia una traccia indelebile da portare con sé.

Privo di parole e di colori abbaglianti, Un’estate fa della pacatezza dei toni e del racconto la sua cifra. Non ci sono strepiti o colpi di scena, qui: solo un viaggio verso e dentro quella natura che sempre più spesso ci è sconosciuta. Lo stupore è tuttavia tangibile e le tavole dell’autrice lo trasmettono con forza al lettore. Quest’ultimo è accompagnato passo passo in questo percorso affascinante, senza essere chiamato a faticosi sforzi interpretativi. La necessità di comprensione cede il passo al piacere della contemplazione. E questo, dal canto suo, non può che aprire possibilità di fruizione ampia.

Lumaca

Esplorare la pagina con i polpastrelli è più complesso e meno immediato che farlo con gli occhi. Per questo, la lettura tattile richiede un tempo lento. Chi meglio di una lumachina può, dunque, accompagnare l’esplorazione di pagine concepite per le dita? Probabilmente nessuno.

Sulla scia della chiocciola protagonista del libro di Francesca Danovaro, al lettore non verrà messa fretta: ad ogni pagina troverà, sempre identica (salvo per l’orientamento) e ben distinguibile, la sagoma dell’animale che si muove in direzioni diverse: verso sinistra e verso destra, verso il basso e verso l’alto, in diagonale e infine lungo tutto il perimetro della pagina. E questo è quanto! Sagoma, scia e piano sottostante: con tre semplici elementi, l’autrice disegna un percorso via via più complesso da seguire per dita curiose. Non c’è storia e non c’è testo, insomma, tra queste pagine tattili, ma una proposta essenziale e curata per prendere confidenza con le linee e lo spazio. Un luogo di carta dall’accessibilità trasversale, capace di intercettare bisogni ed abilità diverse.

Il libro appare estremamente pulito nella grafica e minimale nei contenuti: aspetti, questi, che ne facilitano l’esplorazione la fruizione e che aprono, volendo, a scenari immaginifici: dove va la chiocciolina? Cosa insegue? E quali storie potrebbe contenere quella pagina da lei così ben delineata?

Guarda e scopri la città

Guarda e scopri la città, wimmelbuch contemporaneo nato in Spagna e portato sugli scaffali italiani da Il leone Verde piccoli, è un libro brulicante ma anche un libro-gioco. Tra le sue pagine pullulanti è infatti possibile muoversi secondo approcci diversi: girovagando senza una meta precisa per cogliere i molti dettagli che animano ogni scena o setacciando quest’ultima con minuzia per trovare cose e personaggi suggeriti dall’autrice. Non c’è un approccio giusto e uno sbagliato. L’autrice caratterizza, infatti, ogni doppia pagina con una moltitudine di micro-situazioni che possono essere parimenti godute a ritmo lento e a ritmo serrato.

Ciò che le rende particolarmente vitali e attraenti è da un lato il tratto ironico e dinamico con cui vengono dipinte e dall’altro il proliferare di dettagli curiosi che contrastano con l’ordinarietà della cornice. Insieme a un coccodrillo che sbuca dal tombino e a un alieno che interagisce in modo buffo con il mondo degli umani, per esempio, l’autrice si diverte a disseminare in ogni doppia pagina personaggi delle fiabe molto noti, contestualizzandoli a modino (Pinocchio, per esempio, se ne sta tra i banchi di scuola!) e facendoli talvolta interagire con gli abitanti della città (la musica del Pifferaio di Hamelin, a quanto pare, non è così gradevole da ascoltare).

Cristina Losantos costruisce il suo racconto brulicante attraverso sette grandi tavole senza parole che immortalano scorci diversi della città. Qui il lettore ritrova, di fatto, personaggi ricorrenti, come se una cinepresa li seguisse nel loro percorso attraverso le vie del luogo. Possiamo così accompagnare, per esempio, la corsa di un uomo ginnico, il tour di una coppia di turisti, gli spostamenti di una classe, le performance di un musicista di strada e via dicendo. Come spesso accade quando questo tipo di modello di racconto per immagini viene proposto, il lettore ha modo di muoversi con particolare agio tra le diverse scene, scegliendo secondo i suoi gusti e/o le sue capacità, di godere delle singole scene che contengono di per sé delle situazioni narrativamente appaganti, o di godere del loro succedersi in maniera diacronica.

Della stessa seria di Guarda e scopri la città, Il leone verde piccoli ha pubblicato anche Guarda e scopri i mestieri.

La mia casa

Dal mondo mitteleuropeo, culla fertilissima dei cosiddetti wimmelbucher, arrivano con frequenza sempre maggiore titoli brulicanti da cui lasciarsi assorbire e conquistare. Ali Mitgutsch e Susanne Rotraut Berner sono i maestri indiscussi e gli autori più noti di questo tipo di narrazione. A loro si ispirano spesso gli autori più giovani o meno conosciuti, le cui proposte possono essere cionondimeno valide e interessanti. La mia casa di Anne Suess è una di queste.

Portato in Italia da Gallucci, questo volume-affresco senza parole, presenta un rapporto densità narrativa/spessore decisamente sorprendente. Sottile sottile e composto da sole 8 pagine, il libro contiene in realtà una moltitudine di quadri pullulanti. Ogni doppia pagina fotografa, infatti, la sezione di un condominio, mostrando al lettore cosa accade dentro ogni stanza. Una dozzina di ambienti per ogni doppia pagina, per un totale di circa 50 micro-mondi da osservare. Nel condominio di Anne Suess ci sono appartamenti e negozi, spazi culturali e servizi educativi, uffici e soffitte, laboratori e teatri. C’è tutta una vita, variegata e autentica, che pulsa tra queste mura, dando luogo a micro-scene riconoscibili ma gustose. Lo stile realistico dell’autrice facilita dal canto suo l’identificazione dei contesti e delle azioni mentre il suo guizzo inventivo aggiunge un tocco gustosissimo alle diverse situazioni. Mai piatte, queste ultime ospitano di fatto delle narrazioni istantanee che lasciano però immaginare dei prima e dei dopo suggestivi. Come ci sarà finita la bambina dentro la pendola del gioielliere? Come avranno fatto a portare una mucca fino in soffitta? E la macchina del tempo progettata all’ultimo piano funzionerà davvero?

Anne Suess mette in scena una straordinaria varietà umana: bambini, adulti e anziani (alcuni, peraltro, molto atletici!), professioni pratiche e intellettuali, diversi tipi di tratti somatici e disabilità. La sua è una realtà vera e multiforme, in cui i mestieri non hanno vincoli di genere (c’è una donna meccanico così come un premuroso maestro di asilo) e la quotidianità non cede alla tentazione dell’infiocchettamento. Così, non mancano salsicce rovesciate, buchi involontari nel muro, mal di denti e litigi tra compagni. E tutto questo fa crescere il desiderio e il piacere di avanzare nella lettura per riconoscere (e riconoscersi ancora), per stupirsi, per ridere, per immaginare. Le scene allestite dall’autrice, d’altro canto, non mancano di citazioni e riferimenti intriganti (basti pensare allo scienziato dagli iconici baffi grigi!). Ciascuna di esse può essere apprezzata e goduta individualmente, cosa che ne agevola la fruizione anche da parte di bambini che faticano a padroneggiare sequenze articolate e complesse, ma spesso si intreccia con quelle accanto, come nel caso della cantante lirica che scatena l’ira e le reazioni di tutti i vicini. Nascono così collegamenti ulteriori e inattesi sui quali il racconto e l’immaginazione di ciascuno possono continuare a muoversi e trovare nuovo nutrimento.

Contare sulle dita

Del talento di Claire Dé nel coniugare riconoscibilità delle immagini e moltiplicazione dei sentieri interpretativi attraverso la fotografia avevamo già detto, raccontando lo splendido Imagine… c’est tout blanc. Quello stesso talento lo ritroviamo ora all’interno di Contare sulle dita, un progetto editoriale che per fortuna, a differenza del precedente, è arrivato ora anche in Italia. Lo ha portato Editoriale Scienza che sta dedicando particolare attenzione a una promettente valorizzazione di titoli fotografici.

Contare sulle dita, dal canto suo, è un libro ibrido, multiforme, difficile da incasellare. È un libro per contare? È un libro per guardare? È un libro per creare collegamenti tra le cose? Sì, sì e sì, è in effetti tutte e tre queste cose, e probabilmente non solo. Ogni doppia pagina di questo robusto cartonato di formato quadrato, propone due fotografie (in una manciata di casi, una sola fotografia che occupa l’intero spazio) nitidissime e dai colori attraenti, associate a un numero o una semplice addizione che interpreta matematicamente gli elementi che la compongono. Più difficile a dirsi che a vedersi, in effetti! Qualche esempio può forse venirci in soccorso: un sasso a sinistra, una conchiglia a destra, la scritta “1”; due insetti a sinistra, due foglie a destra, la scritta “1+1 = 2”; tre coleotteri grandi e uno piccolo a sinistra, quattro foglie a destra, la scritta “3+1 = 4”; quattro foglie gialle e una rossa a sinistra, tre sassi gialli e due rossi a destra, la scritta “4+1 = 3+2” e via dicendo…

Descritto a parole, potrebbe sembrare un libro semplice semplice, che facilmente può esaurire l’interesse. Bene, la verità è che questo libro è l’esatto contrario! Contare sulle dita sottende, infatti, un’architettura raffinatissima, all’interno della quale crescono non solo i numeri ma anche la complessità dei soggetti e delle operazioni matematiche ad essi correlate e soprattutto all’interno della quale tutto, ma proprio tutto, chiede di essere letto: i colori con cui sono scritti i diversi numeri, la loro posizione sulla pagina, i richiami cromatici tra fotografie affiancate, gli sfondi, le luci i giochi di vuoti e pieni, di proporzioni e di contrasti. Di fronte a questo libro risulta, infatti, davvero difficile ostinarsi a ritenere la lettura visiva una lettura di serie B!

Lo sguardo e l’intelletto del bambino, non necessariamente piccolo (anzi!), sono sollecitati senza posa, invitati a cogliere nessi ed equivalenze, a godere di composizioni esteticamente meravigliose, a scoprire che la matematica è intrinsecamente custodita in ogni cosa del mondo, a riconoscere figure, colori e tesori della natura. A fare tutte queste cose o farne anche solo una: e questo è proprio il bello, anche in termini di potenzialità inclusive. In un libro piccolo come questo sono pronti a dipanarsi innumerevoli possibilità di letture e altrettanti percorsi didattici, in cui scienza e poesia possono viaggiare a braccetto.

I libri del topolino – Il vento

Di topini è pieno zeppo il mondo letterario che guarda all’infanzia. Quelli di Monique Felix, però, sono topini davvero speciali. Le loro avventure, già amate da intere generazioni di giovani lettori e ora fortunatamente riportate sugli scaffali da Camelozampa, sono, infatti sorprendentemente deliziose e si sviluppano sempre a cavallo tra dimensione narrativa e metanarrativa.

Qui si trova sempre, infatti, un piccolo roditore che rosicchia la pagina del volume in cui si trova immerso, svelando un mondo sottostante con il quale finisce per confrontarsi. La pagina diventa ogni volta, cioè, una soglia che separa il protagonista (e con lui il lettore) da un mondo altro e inatteso ma anche un oggetto di scena con cui questi interagisce e si destreggia, per poter esplorare e infine uscire indenne dal mondo che di volta in volta va svelando.

Così, per esempio, ne Il vento, il topolino sembra dapprima guardarsi intorno smarrito, come se si trovasse in trappola circondato del bianco disorientante della pagina. Poi, però, il bordo di carta appena mordicchiato lascia intravedere qualcosa subito sotto e la curiosità si fa irresistibile. Topino rosicchia e rosicchia ma non fa in tempo a strappare l’intero perimetro della pagina che questa si stacca e lo spinge con forza: quella che si agitava lì sotto era una tempesta di prim’ordine con tanto di vento impetuoso, fiocchi di neve e piume svolazzanti. Topino si nasconde dapprima dalle grinfie di un’aquila, studia rapito il movimento di un aeroplano e si adopera infine per mettere in opera un semplice ma efficace piano cartotecnico: ecco, infatti, che la pagina strappata si fa girandola. Topino è decisamente pronto per buttarsi a capofitto in quel mondo fatto di colori, oggetti e avventure tutti da scoprire.

Impeccabile nel formato (piccolo e quadrato) e nella composizione (essenziale e sempre in equilibrio tra i diversi piani narrativi), Il vento offre ai lettori più giovani, idealmente di età prescolare ma anche dei primi anni di scuola primaria, una gustosa e minima avventura letteraria, tutta raccontata senza far uso di parole scritte. Il tratto dell’autrice è realistico ed efficace nella resa di movimenti ed emozioni. Non cede inoltre alla tentazione di inserire dettagli superflui. Una volta compreso il meccanismo narrativo che gioca con la pagina e che crea una gustosa e non banale sfida interpretativa, il lettore può dunque seguire con discreto agio le silenziose e ingegnose avventure del protagonista.

Quello incontrato de Il vento appare a tutti gli effetti come un format originale che l’autrice riprende e sviluppa con esiti sempre diversi in una vera e propria serie. La potenziale difficoltà di comprensione data dall’incontro tra piano narrativo e piano metanarrativo può venir dunque mitigata, sul lungo periodo, dalla regolarità della struttura narrativa che caratterizza e accomuna i differenti volumi. Contemporaneamente a Il vento, Camelozampa ha pubblicato anche La merenda. La speranza è che anche gli altri volumi della serie possano presto trovare posto sugli scaffali delle nostre librerie.

Yipo

Il fascino che le creature buffe esercitano sui piccolini è fuor di dubbio. Se poi quelle creature portano il segno riconoscibile e vivace dell’artista messicano Juan Gedovius, è facile che l’attrazione si faccia ancora più forte. Con le loro sagome bitorzolute, i loro occhi tondi e la loro mostruosità amichevole, le sue figure generano infatti un’immediata simpatia che favorisce l’affezionamento e incentiva la scoperta.

Tutto fuorché sterili esercizi di disegno, le figure di Gedovius animano infatti piccole e significative narrazioni in cui la varietà dei soggetti si fa motore del racconto. Si prendano ad esempio i protagonisti di Yipo, leporello cartonato che mette in scena un’improbabile cordata di piccoli e grandi esseri mostruosi. Ciascuno di loro presenta una conformazione e alcune peculiarità fisiche che ne condizionano la presenza sulla pagina e la relazione con gli altri personaggi. Così, il vermone sinuoso si fa trainare poggiando ognuna delle sue gobbe su di un mezzo con le ruote e tira con la sua coda la lumaca sul monociclo; il mostriciattolo più paffuto e piccino salta la corda, mentre quello che ricorda un pipistrello se ne sta comodamente appeso a testa in giù. E via dicendo… Quello che si viene a creare è una sorta di lungo piano sequenza che scorre sotto gli occhi del lettore in cui il semplice avanzare diventa occasione di invenzione, sorpresa e divertimento.

Costruito in modo da proseguire fronte e retro, senza un vero inizio e senza una vera fine, Yipo fa di un comune filo di lana azzurra il filo conduttore lungo il quale si manifesta la sgangherata combriccola. Chi siano, dove vadano, che intenzioni abbiano i suoi membri è tutto la inventare: l’autore lascia infatti le figure libere dalle parole, incentivando così una certa libertà di lettura, sia nelle modalità di approccio al libro sia nei percorsi di interpretazione.

Non cancellarmi

Il diritto al gioco, il diritto al cibo, il diritto a una casa, il diritto a un ambiente familiare sereno, il diritto ai sogni… quante cose cancella la guerra ai danni dei bambini? Angelo Ruta prova a esplorare questo tema delicato attraverso le pagine di un albo totalmente privo di parole e di grande impatto simbolico.

Il suo Non cancellarmi, nato dalla collaborazione tra Carthusia e l’associazione culturale U-mani-tà, mostra  due bambini all’interno di normalissime situazioni quotidiane – in cortile, al parco, in casa, a tavola… – rappresentando in bianco e con i contorni tratteggiati tutti quegli elementi quotidiani che una situazione di deprivazione può portare via. Così dello scivolo non resta che la scaletta, della casa una porta, del pasto la tavola vuota e via dicendo. Certo, la resilienza è qualità principe dei bambini che infatti provano a sopperire alle mancanze e a ricucire i danni con l’ingegno e la fantasia, ma a quale prezzo?

L’espediente del tratteggio trovato dall’autore è molto efficace perché riesce a dire in maniera eloquente ed evocativa una realtà scomoda e complessa. Il contesto della guerra, dal canto suo, è citato in quarta di copertina ma non risulta di fatto evidente all’interno del libro: aspetto questo che rende la lettura particolarmente versatile e adatta più in generale a un lavoro sui diritti dei bambini.

Piantala

Piantala! è una storia di scontro e di riavvicinamento tra l’uomo e la natura. All’inizio del libro incontriamo infatti un uomo munito di sega che con metodo abbatte, uno dopo l’altro, gli alberi di un bosco. Il paesaggio si fa sempre più desolato ma gli animali che lo popolano non ci stanno e a turno mettono in atto la loro personale vendetta. Così, se prima sono cacche che cadono dagli uccelli in volo, poi sono pigne scagliate dagli scoiattoli e punture di api e infine sono minacce ringhiose di lupo. Impaurito, l’uomo di rifugia sull’unico albero rimasto e qui rimane fino al calare della sera. Sarà allora che il valore di fusti e chiome gli sarà finalmente chiaro e che il suo atteggiamento nei confronti della natura cambierà di segno, a tutto vantaggio degli animali così come suo.

Finalista del Silent Book Contest 2023, l’albo senza parole di Alessia Roselli riesce a tenere insieme in maniera puntualissima atmosfera elegiaca e tocchi ironici. Il suo è un tratto molto particolare in cui dettagli netti si stagliano su paesaggi sfumati. I toni caldi dell’ocra che dominano la pagina, in particolare, facilitano la messa in evidenza dei dettagli più scuri con cui si delineano le sagome degli animali coinvolti. Il risultato è un racconto per immagini dalla composizione raffinata ma dallo sviluppo chiaro e dalla comprensione agevole che ben si presta ad essere goduto tanto in lettura autonoma quanto in lettura condivisa.

Il cappello di Topolina

In catalogo per Bohem press dal 2016, Il cappello di Topolina è un minuscolo libro senza parole che custodisce una storia genuina di amicizia e resilienza. Protagonista è una topolina munita di un elegante copricapo rosso fiammante corredato di un bel fiore blu. Quel cappello piace davvero a tutti e la topolina, molto generosamente, lo presta senza indugio. Il cappello passa così di testa in testa, adattandosi di volta in volta alle antenne della lumaca, alla cresta del gallo, alle corna dell’alce, al testone dell’elefante e alle orecchie dalle variegate forme del gatto, del coniglio, del lupo e dell’orso. Così, quando Topolina torna in possesso del suo accessorio, questo appare completamente deformato, pressoché irriconoscibile. Ma oltre a essere generosa, Topolina sa anche trovare il lato positivo delle cose e così, dopo un comprensibile e fugace momento di sconforto, riesce a valorizzare in modo sorprendente le gobbe e i bitorzoli che ormai caratterizzano il copricapo. Ché di fronte agli imprevisti e agli ostacoli della vita, si sa, possiamo rassegnarci oppure metterci comodi per trovare il modo di abitarli.

Essenziale nei contenuti e nella forma, come nello stile di Eric Battut, Il cappello di Topolina è un esempio puntualissimo di silent book di grande accessibilità. La sua forza inclusiva risiede in una struttura iterata, in una pagina pulita e popolata proprio solo dagli elementi funzionali al racconto, nella presenza di un numero fisso e basso (due) di personaggi di volta in volta presenti sulla pagina, in un uso comunicativo e orientante del colore (il rosso del cappello che cambia forma spicca sempre rispetto a tutte le altre figure che compongono le illustrazioni) e in una trama semplice e lineare. I personaggi scelti sono poi piuttosto comuni e riconoscibili e le posture ed espressioni loro attribuite sono dicono silenziosamente desideri e sentimenti. L’unico elemento che può costituire un ostacolo alla comprensione è rappresentato dal vuoto narrativo che separa ogni doppia pagina da quella successiva, quello in cui fondamentalmente chi sta indossando il cappello lo cede a chi glielo ha chiesto e quest’ultimo se lo mette in testa. Una volta esplicitato, per esempio in seno alla lettura condivisa, può diventare tuttavia anch’esso padroneggiabile.

Missione al chiaro di luna

Missione al chiaro di luna di Aleksandra Artymowska è una dimostrazione lampante che nello spazio di poche pagine e senza parole scritte può prendere vita una storia avvincente, compiuta e felicemente accessibile.

Il libro, finalista del Silent Book contest 2023 e pubblicato da Carthusia, è ambientato in una serena notte di campagna e racconta di una bambina intraprendente e capace di compiere un’impresa spericolata. Svegliatasi di soprassalto, la bambina si accorge che qualcosa o qualcuno che dovrebbe stare sotto il suo letto manca all’appello. La sua passione per lo spazio, testimoniata da poster e complementi a tema, le dà l’ispirazione necessaria per avviare ricerche e recupero. A cosa potranno mai servirle, però, quadri, presine, paralumi e grucce? Il lettore è portato a chiederselo e a formulare congetture man mano che la protagonista si accinge a raccattare questi e altri oggetti più stravaganti dalla casa. Ogni cosa trova però un senso nello spettacolare finale che chiude in bellezza questa piccola avventura.

Capaci di incuriosire e al contempo di orientare chi legge, grazie a una scelta oculata degli elementi da inserire nelle tavole e a un uso efficace di colori e ombre. Missione al chiaro di luna offre una lettura lineare e chiara ma tutt’altro che prevedibile che ben si presta anche a condivisioni ad alta voce.

Una giornata per immagini

Una giornata per immagini è un cofanetto di librotti senza parole che portano l’inconfondibile firma di Attilio. Le figure che lo popolano – oggetti e animali, non di rado antropomorfizzati – si caratterizzano infatti per forme minime e contorni netti, colori pieni e inquadrature chiare, proprio come nello stile unico dell’autore genovese.

I libri che compongono il cofanetto, tutti di formato quadrato e contraddistinti da pagine robuste, sono quattro, rispettivamente dedicate a Il mare, La campagna, La città e La montagna. Ognuno di essi, presenta una sequenza di immagini – una sola, netta, per pagina – collegate tra loro da un punto di vista tematico. Occhiali, infradito, paletta e secchiello, pesci e animali in costume, per esempio, nel volume dedicato al mare. O alberi, frutti, attrezzi da lavoro e animali nelle vesti di contadini in quello dedicato alla campagna. L’idea è che il bambino possa trovare soddisfazione nel guardare le figure, nel riconoscerle, nel nominarle, nel collocarle in una medesima cornice e – non va escluso – nel metterle in relazione attraverso semplicissimi fili narrativi. Così, per esempio, nel volume dedicato alla montagna si può intravedere una sequenza di azioni – dalla vestizione, alle scivolate sulla neve, al rientro al calduccio – che va potenzialmente a delineare una protostoria.

Questa libertà di esplorazione, unita all’imbattibile essenzialità compositiva che è cifra di Attilio, fa sì che i volumi di Una giornata per immagini possa risultare molto trasversale per età e abilità, moltiplicando le possibilità di accesso anche in caso di disabilità cognitiva o comunicativa.

Ho bisogno di te

Ripresi nel bel messo di una traversata tra i ghiacci polari, mamma e cucciolo di orso procedono a passo spedito diretti chissà dove. Il cucciolo è curioso e questo talvolta lo porta a rallentare, a distrarsi e seguire percorsi alternativi. Così gli succede di restare indietro, attratto per esempio da un branco di socievoli foche. La mamma, dal canto suo, procede diritta, senza guardarsi praticamente mai alle spalle. È fiducia estrema o imperdonabile imprudenza, la sua? Man mano che la storia procede, il lettore è portato a chiederselo. Quel cucciolo, ci viene da pensare anche in virtù del titolo del libro, andrebbe forse protetto.

Cosa capita, infatti, se il supporto dell’adulto di riferimento viene a mancare? Che i predatori possano farsi minacciosi, che la neve possa disorientare e che un guado possa sembrare insuperabile. Per fortuna, l’aiuto può arrivare anche da figure esterne, amiche e di fiducia, che come un ponte possono aiutare a superare momenti difficili.

Contraddistinto da tavole silenziose, non solo perché prive di parole ma anche perché capaci di catapultare in una natura dal fascino ovattato, Ho bisogno di te di Angelo Ruta racconta della cura e del ruolo fondamentale che essa gioca all’interno delle relazioni. Nato da un progetto congiunto di Carthusia e Cesvi, il libro trasforma l’assenza di testo nella chiave per suscitare ipotesi e interrogativi nel lettore, attivando un processo di pensiero che può scavare molto nel profondo.

Storielline

Le Storielline di Miguel Tanco sono come le ciliegie: ne assaggi una e poi finisci per snocciolarne una sfilza, che preso il giro diventano a dir poco irresistibili. Piccine picciò, hanno la durata di una pagina e si fanno spiluccare con diletto. Proprio come dei fumetti a strisce (senza parole però, fatto salvo per il titolo di ognuna) si sviluppano in orizzontale, sfruttando la lunga doppia pagina come scena per moltiplicare interpretazioni e punti di vista rispetto a un medesimo tema. La fine delle vacanze può coincidere con la mogia fine delle corse in spiaggia o con il gioioso ritrovamento delle amicizie di scuole. Si può essere senza paura attraversando il parco con tutto ciò che è proibito portarvi o guardando un elefante da distanza ravvicinata. Si può sperimentare la grande evasione tra pile di libri o campi di grano. E vi dicendo…

E proprio qui stanno la peculiarità e il grande fascino di queste storie mignon: nel raccontare le molte sfaccettature che uno stesso sentimento, esperienza o situazione possono avere. Attraverso i suoi personaggi bambini, indomiti e creativi, Miguel Tanco celebra, cioè, la bellezza dell’umanità, variegata e imprevedibile, soprattutto quando sa conservare l’intraprendente spirito infantile.  È così, infatti, che gli scalini possono diventare montagne e le strisce pedonali tronchi sul fiume infestati dai coccodrilli, che a ping pong si può pensare di giocare con palla, racchetta e mazza da baseball o che può valer la pena affrontare una lunga passeggiata nel bosco solo per bagnare una piantina nascente.

Estremamente concise ma capaci di solleticare grandi aperture di pensiero e immaginazione, le Storielline di Miguel Tanco ci dicono che la vita può essere in un modo ma anche nel suo esatto contrario, e che non è affatto detto che solo l’uno o l’altro sia quello giusto. Lo fa con un approccio freschissimo, ironico e positivo, riflesso da un tratto vivace e dinamico.  Ne risultano vignette quasi istantanee e immediate che mescolano adesione al reale e piccole evasioni fantastiche e che trasformano titoli neutri in contenitori di grandi e variegate avventure.

Finestre

Vincitore del Silent Book Contest 2024, Finestre è un libro senza parole giocoso e sorprendente, tutto basato sull’ingannevolezza delle apparenze. Vietato farsi fuorviare dai toni cupi che non mancano né in copertina né negli interni: il volume è tutt’altro che triste e, anzi, delizia il lettore giocando proprio sul contrasto tra le figure malinconiche o paurose suggerite dalle ombre e le realtà dinamiche e sorridenti che dietro di esse si celano.

Il libro assume il punto di vista di una bambina che troviamo assorta nei suoi pensieri mentre guarda fuori dalla sua finestra di casa. L’immagine di apertura ci dice che il palazzo in cui la bambina vive è alto e circondato da edifici simili: le cose da osservare sono dunque potenzialmente numerose. Attraverso lo sguardo della protagonista, ci soffermiamo su alcune finestre illuminate, mentre fuori il buio della notte avvolge la città. Le sagome che si delineano sembrano appartenere a inquilini isolati, litigiosi, minacciosi o inquietanti: vecchiette chine sul loro solitario lavoro a maglia, coniugi in preda alla disperazione, uomini mastodontici o desolati e persino coccodrilli furibondi… ma la realtà, spesso, non è come appare e così a ogni doppia pagina in cui emerge un’ombra perturbante, ne segue un’altra che inquadra il soggetto dall’interno della stanza, perfettamente illuminato.

Ed è qui che emerge con gioiosa allegria, l’equivoco generato dalla semioscurità. Ciò che sembrava non è: abbuffate di sushi, balli sfrenati, coccole confortanti, tentativi di rinfrescamento e appassionate sessioni di hobbistica vengono alla luce in tutta la loro vivacità, anche cromatica. I toni caldi e avvolgenti diventano protagonisti e catapultano il lettore all’interno di contesti dinamici che molto fanno immaginare. Anche la bambina incontrata in apertura non è esente dal gioco delle apparenze: con lei e con il suo affettuoso gatto si chiude, infatti, questa narrazione fatta di molti inganni, pochi colori e nessuna parola.

Sfizioso e ammaliante, Finestre presenta una struttura iterata che ne agevola la comprensione. Il tratto denso ed espressivo dell’autrice, Lola Svetlova, gioca un ruolo chiave insieme al contrasto tra realtà e apparenza nel solleticare l’immaginazione del lettore. L’ampio formato e il meccanismo ludico lo rendono infine particolarmente adatto anche a una lettura condivisa e ad alta voce.

Tanti auguri!

Che graziosa sorpresa riserva un libro come Tanti auguri! di Kaori Takahashi! L’autrice costruisce infatti una piccola storia sfruttando un ingegnoso sistema di pieghe del cartoncino e dando vita a un volume in cui le pagine non sono rilegate ma si aprono ora in orizzontale ora in verticale fino a comporre una sorta di poster.

Man mano che le pagine si aprono, il semplice ma compiuto racconto si sviluppa: una bambina esce di casa, incontra due amici – l’uno in possesso di un palloncino e l’altro in possesso di una caramella appena comprati nei relativi chioschi sul ciglio della strada –, si cruccia di non aver nella con sé, vede dei fiori in un prato lì accanto, ne raccoglie alcuni e infine ne fa dono, come gli altri fanno con il palloncino e la caramella, all’amica che li aspetta per il giorno di festa. Buon compleanno!

Fresca nel tratto e gioiosa nei colori, Kaori Takahashi confeziona un libro che contiene in sé, per come è costruito, un minimo elemento ludico capace di rendere speciale il racconto. Il fatto di aprire le pagine in maniera insolita e di dare fisicamente forma al percorso compiuto dalla protagonista attraverso uno scenario che diventa via via più grande fa sì che il volume risulti non solo particolarmente appetibile ma anche particolarmente fruibile. La familiarità dei soggetti e della situazione rappresentati e lo stile essenziale e privo di fronzoli dell’autrice contribuiscono, dal canto loro, a facilitare la comprensione e l’apprezzamento del racconto.

Il compleanno

Difficile immagine un compleanno più incredibile di quello di Angelica: invitati, festa e regali sono tutto fuorché ordinari. La bambina protagonista di questo adorabile silent book firmato dalla pluripremiata artista Albertine ha la fortuna infatti di condividere preparativi e ricevimento con una squadra di creature insolite -un po’ animali, un po’ pupazzi, un po’ mostriciattoli – fortemente motivate a rendere indimenticabile questa giornata speciale. Insieme, Angelica e i suoi amici dormono, si fanno belli, cucinano e preparano gli addobbi e infine si scatenano, dentro e fuori casa, insieme agli invitati venuti da fuori. La festa dura fino a sera quando infine la stravagante casa torna alla sua quiete sorridente.

È un tripudio di gioia e libertà bambina, Il compleanno. C’è una casa immaginaria senza figure adulte, c’è una giocosa convivenza con amici di ogni tipo, c’è la libertà di fare cose da grandi alla maniera dei piccoli, c’è il gusto di realizzare con il massimo impegno decorazioni casalinghe e c’è il gioco, autoregolato e creativo, che assume mille e una forma. A mettere in valore questa dimensione dinamica e festosa concorrono in particolare i colori vivaci che popolano le tavole, il tratto sottile e mai stereotipato con cui Albertine dà vita ai suoi personaggi e la costruzione del libro come un autentico wimmelbuch.

Ogni pagina pullula, infatti, di personaggi diversi che fanno cose diverse. A questi si aggiunge una miriade di oggetti, altrettanto buffi e attraenti, che definiscono il contesto e rendono viva la scena. Così, i giochi nella stanza, i quadri in bagno o gli alimenti sul tavolo della colazione, bel lungi dall’essere meri elementi decorativi, contribuiscono attivamente ad arricchire e moltiplicare le ipotesi narrative che il lettore può fare in merito alla stravagante compagine che anima il libro. Il risultato è una sequenza di pagine spumeggianti in cui l’occhio del lettore viene costantemente sollecitato e chiamato a destra e a manca. Tante sono le cose da osservare e nessuna, in fin dei conti, ha priorità effettiva o più valore delle altre: aspetto, questo, che può mettere maggiormente a proprio agio quei lettori che faticano a individuare il focus della storia. Certo, si potrebbe pensare che la festeggiata (che è peraltro l’unica umana) esiga maggiore attenzione ma a ben guardare, il suo stesso atteggiamento nei confronti dei compagni e delle cose da fare, sembrerebbe dirci il contrario, ossia che la festa è di tutti, è un gioco collettivo.

Benvenute sono dunque le esplorazioni libere della pagina, le attenzioni a dettagli apparentemente insignificanti, il gioco di ritrovare personaggi e oggetti man mano che la storia scorre e la propensione a dare voce a storie parallele ma mai marginali. Perché se non c’è un vero fuoco, anche il margine sfuma e quando questo accade, anche chi fatica a stare dentro binari narrativi rigidi può finalmente trovare il suo posto e sentirsi parte della festa.

Scatola con sorpresa

Edizioni Arka ha portato in Italia un delizioso progetto editoriale di origine francese: una collana di fumetti senza parole per bambini intitolata Le nuvolette (originariamente: Mini bulles). I volumi che la compongono si caratterizzano per un tipo di racconto estremamente fruibile nella misura in cui l’accessibilità legata alla narrazione per immagini si somma a quella dettata dalla partitura regolare delle vignette.

La collana si rivolge idealmente a un pubblico di età prescolare, come intuibile dai personaggi e dal tipo di vicende narrate, dalla predilezione per il codice iconico e dall’attenzione a rendere i passaggi da una vignetta all’altra particolarmente chiari ed evidenti. In questo senso, i diversi autori che hanno collaborato a questa collana hanno dato a vita a storie facili da seguire nel loro sviluppo grazie a sequenze che lasciano pochi vuoti narrativi e dunque accompagnano il lettore passo passo. L’idea che sta alla base della collana è, non a caso, che i volumi che ne fanno parte possano prima di tutto essere letti in autonomia dai bambini, senza che debba necessariamente essere un adulto a guidarli (cosa che, in ogni caso, è sempre possibile e offre una diversa possibilità di lettura).

Scatola con sorpresa di Édouard Manceau si apre, manco a dirlo, con una scatola rossa ben chiusa. Da quella scatola, a partire dalla seconda vignetta, fa capolino un micio che esce, trova a sua volta una scatola azzurra da cui – sorpresa! – esce un amico, un piccolo coniglio. I due si avviano insieme (muovendosi sempre verso destra) e compiono un lungo viaggio durante il quale incontrano un gran numero di scatole, ciascuna delle quali contiene nuovi incontri e/o nuovi ambienti in cui muoversi. Così, in una sequenza molto dinamica, i due si imbattono in un’orchestra allegra, in un mostro buffo, in una motocicletta, in un pesce, in una foresta, in un equipaggiamento da campeggio, in una mongolfiera, in un barattolo, in un arco, in un’auto e in un paesaggio marino… Come si combinino questi elementi per dar vita a piccole spassose e ingegnose vicende non lo riveleremo. Si sappia, però, che quelle che possono sembrare delle innocue scatole di cartone possono contenere tutti gli ingredienti necessari per vivere un’avventura degna di questo nome. Potere dell’immaginazione!

I molteplici cambi di scenario, la dimensione magica che trasforma le scatole in veri e propri mondi in cui immergersi e la varietà di personaggi incontrati ed eventi sopraggiunti rendono Scatola con sorpresa leggermente più complesso rispetto a Coco e Mosca, l’altro titolo che ha inaugurato la collana de Le Nuvolette. Ciononostante troviamo anche qui un’apprezzabile attenzione a rendere agevolmente decodificabile ciò che accade nelle vignette, a esplicitare passaggi anche minimi e a guidare il lettore all’interno di scene mutevoli grazie a efficaci cambi di sfondo (un colore diverso per ogni scatola esplorata) e a precise espressioni del viso dei personaggi. Ne vien fuori un racconto denso ma amichevole che può riservare grandissima soddisfazione!

La prima storia che abbiamo raccontato

Grande nel formato e nella minuzia compositiva, La prima storia che abbiamo raccontano è un silent book straordinario che celebra la potenza delle storie. Frutto del lavoro a quattro mani di Rafael Yockteng e Jairo Buitrago, il libro si compone di ampie tavole in bianco e nero realizzate a matita con un’accuratezza impressionante. Dinamico e palpitante, ogni passaggio narrativo prende vita grazie a figure definite a tratto fine e a scenari di ampio respiro.

La storia è ambientata nel Pleistocene e ritrae una eterogena tribù di ominidi che si sposta nel bel mezzo di una natura sconfinata e zeppa di pericoli, mentre si dedica ad attività fondamentali come la caccia e la pesca. Ogni passo è un rischio, ogni giorno è una scommessa. Ci sono pareti ripide da superare, intemperie da affrontare, massi da spostare e soprattutto bestie feroci da cui fuggire o contro cui combattere. Non sempre gli esiti sono positivi e il libro non lo nasconde, anzi. Proprio il durissimo combattimento dei protagonisti con un branco di enormi bisonti fa da prologo alla storia e occupa le pagine che precedono il titolo stesso, catapultando immediatamente il lettore in un mondo ostile, in cui stare all’erta è prerequisito fondamentale alla sopravvivenza.

Servono riflessi pronti e sguardo attento. Ma lo sguardo, è bene precisare, può modularsi in tanti modi: si può guardare per trovare delle prede, si può guardare per trovare delle vie di fuga, e si può guardare per trovare delle storie. Così fa, infatti, la più piccola della tribù: una bambina dalla chioma ribelle che silenziosamente, in ogni situazione, si distingue dai suoi compagni di viaggio per la maniera in cui osserva le cose intorno a sé. Nei suoi occhi c’è spazio anche e soprattutto per la curiosità e per la meraviglia: esattamente le scintille che consentono di trasformare legno e fuoco in arnesi per dipingere le pareti di una grotta. Ed ecco che con  questa straordinaria scoperta, tutte le avventure affrontate dalla tribù possono rivivere ancora e ancora. Ma questa è un’altra storia…

Estremamente affascinante, La prima storia che abbiamo raccontano mette in scena molti personaggi e scenari diversi offrendo al lettore una grande varietà di stimoli tra cui districarsi. I passaggi narrativi non sono sempre espliciti e questo rende l’esperienza di lettura particolarmente densa e sfidante. Le cose da osservare sono molte, compresi dettagli dell’ambiente e della fauna ricostruiti in maniera meticolosa: il grado di assorbimento, il tempo di immersione e la ricchezza di questa narrazione per immagini risultano perciò davvero elevati. Immaginate quanti percorsi – inventivi e didattici – possano prendere vita tra questi vulcani e foreste, grotte e animali preistorici?

Piccoli tesori

È un piccolo e vivissimo mondo in miniatura, quello dipinto dall’illustratrice francese Charlotte Klein: un mondo accogliente e a misura di bambino, in cui è pressoché impossibile ritrovarsi senza nulla da fare. O senza nulla da osservare, se ci si pone dal punto di vista del lettore. Ciò che quest’ultimo si trova tra le mani, sfogliando il board book Piccoli tesori, è infatti una successione di irresistibili quadri dedicati ai diversi spazi cittadini – al chiuso e all’aperto – in cui incontri e attività pullulano a dismisura. È a tutti gli effetti un wimmelbuch (quasi) senza parole, Piccoli tesori: un libro brulicante in cui immergersi seguendo a proprio gusto la molteplicità di stimoli offerti dalla pagina. Ma è anche un libro-gioco: sotto ogni tavola si trova, infatti, una raccolta di dieci oggetti che il lettore può divertirsi a cercare all’interno della scena.

Assenza di parole, gioco e moltiplicazione dei percorsi di esplorazione della pagina costituiscono una bella combinazione, anche e soprattutto in ottica di accessibilità. Tra le scene confezionate da Charlotte Klein, infatti, anche il lettore che normalmente fatica a mantenere salda l’attenzione o a seguire percorsi narrativi troppo rigidi o lunghi può muoversi con agio, rispettare il proprio ritmo, trovare le proprie parole per dire ciò che accade e seguire i suoi binari, perché di fatto non c’è un giusto e uno sbagliato. Le microstorie che l’autrice imbastisce si consumano inoltre nello spazio di una scena, sono cioè istantanee e non proseguono di pagina in pagina, e questo fa sì che anche la memoria di lavoro richiesta possa essere ridotta. La presenza, infine, di elementi da rinvenire, oltre a incentivare l’esplorazione e a mantenere vivo l’interesse attivando un appetibile meccanismo di sfida, può aiutare il lettore a riconoscere (anche linguisticamente) gli oggetti e a orientarsi in una scena potenzialmente caotica, trovando cioè una direzione lungo la quale muoversi per dare un senso a ciò che vede. Il gioco può farsi dunque divertimento, stimolo, prova e bussola, contribuendo a definire la multisfaccettatura di un libro solo all’apparenza semplice.

Piccoli tesori è infatti un libro da guardare, da esplorare, da nominare, da giocare. I suoi personaggi, piccini piccini e delineati da pochi tratti abbozzati, danno vita a un mondo vivace e gioioso in cui grandi e piccoli quasi non si distinguono e in cui anche l’identità del singolo non è così prioritaria, perché in fondo è ciò che accade a sollecitare il lettore.  L’azione si fa cioè motore di narrazione e di scoperta, proprio in linea con quello che è il modo di stare al mondo dei più piccoli.

La canzone degli insetti

Franco Cosimo Panini ha portato in Italia una piccola serie di deliziosi cartonati di grande formato firmati da Thierry Dedieu, poliedrico autore francese che sa combinare in maniera originale ed efficace sguardo scientifico e indole artistica.

La collana si rivolge a un pubblico di piccolissimi e si compone di volumi in bianco e nero dalle pagine ampie, resistenti e sufficientemente spesse da potersi tenere in piedi da sole. Attraenti fin dalla nascita, i titoli che la compongono si caratterizzano per le grandi figure nere che spiccano senza fronzoli sulla pagina bianca e che delineano un mondo naturalmente incantevole.

La canzone degli insetti, in particolare, propone una breve successione di pagine (12 in tutto) su cui si stagliano dapprima le grandi sagome di un coleottero, di una mantide e di una libellula (uno per doppia pagina), poi uno scenario erboso che pullula di creature volanti e non, e infine una raccolta di onomatopee che descrivono acusticamente quanto visto vino ad allora. A una prima parte del tutto priva di parole fa seguito, dunque, una seconda composta solo di suoni. Gli insetti cantano, come ci dice in effetti il titolo del libro, e il loro concerto è un’armonica combinazione di Bzzz, Cricricri, ssh ssh ssh e flap falp flap tutta da ascoltare e da riprodurre.

Le figure di Dedieu sono ad alto contrasto, precise e nette, così da risultare ben riconoscibili da parte di bambini che abbiano in minimo di esperienza della natura, e allo stesso tempo ammalianti per chi da poco si sia affacciato al mondo. Il libro si presta in questo senso a letture, osservazioni ed esplorazioni trasversali per età e abilità all’interno delle quali è l’incanto dei contrasti e delle sonorità a fare da guida e da filo conduttore.

I giorni del mare

Dopo Nel mio giardino il mondo e Su e giù per le montagne, Irene Penazzi torna in vacanza con spirito bambino. Per il terzo volume della serie edita da Terre di Mezzo, l’autrice sceglie una meta marittima. Il titolo è, infatti, I giorni del mare. Come negli altri libri, anche qui troviamo una narrazione che procede per sole immagini e incontriamo tre personaggi: due bambine e un bambino. Eppure a ben guardare non sono davvero loro al centro del racconto. Sembrerebbero piuttosto il gioco e il tempo, i protagonisti assoluti di queste tavole meravigliose.

Il gioco è declinato in tutte le sue forme: strutturato e improvvisato, solitario e condiviso, sulla sabbia e tra le onde, con il supporto di giocattoli o della sola fantasia, corto o lungo, calmo o sfrenato, di ricerca o di sfida… quante opportunità riserva, in effetti, il contesto della spiaggia a chi voglia godersi a pieno le vacanze? Non c’è un minuto da perdere!

Il tempo, dal canto suo, appare silenzioso sulla pagina. I giorni del mare ritrae, infatti, le attività dei tre personaggi in un ipotetico arco temporale che va da inizio giugno a fine agosto. L’affollamento che cambia, l’arrivo delle stelle cadenti, il clima via via meno clemente, gli indumenti sempre più pesanti, i ritmi più lenti… Irene Penazzi non si limita a fotografare l’estate ma ne segue gli sviluppi con attenzione, premurandosi di costruire le sue illustrazioni con dovizia di dettagli che possano guidare la lettura sequenziale. Il suo tratto a matita leggero e inconfondibile, le sue tinte tenui e allegre e il suo sguardo fresco su un mondo mai sopito come quello infantile fanno de I giorni del mare una delizia in cui immergersi per un tempo lungo, godendo dei particolari e dei ricordi che questi senza dubbio attivano in ognuno di noi. La pista delle biglie, la sfida ai cavalloni, i gelati, le altalene a testa in giù, gli scherzi, le costruzioni con la sabbia e le partite a bocce o racchettoni ma anche, più sottilmente, l’allegria spensierata – diversa inevitabilmente da quella di città – con cui queste attività si susseguono e si intrecciano e la curiosità indomita che un ambiente naturale come quello marittimo può solleticare. Irene Penazzi sa guardare, ricordare, fotografare e restituire benissimo non solo le cose ma anche i sentimenti e proprio questo rende speciali i suoi libri senza parole.

La costruzione narrativa, dal canto suo, è particolare come nei volumi precedenti e tende a trattare in maniera dinamica e non lineare la doppia pagina. Gli stessi protagonisti compiono cioè più azioni all’interno della stessa cornice, senza soluzione di continuità, e questo richiede al lettore grande spirito di osservazione e capacità di inferenza: due qualità spesso presenti nei bambini con disturbi specifici dell’apprendimento o con una disabilità in cui sia compromessa la sola decifrazione testuale (per esempio la sordità) ma che possono faticare a emergere all’interno dei libri tradizionali e che invece, all’interno di silent book come questi, trovano terreno fertilissimo per risplendere ed essere messe a frutto.

Fuori piove!

L’immaginazione trova sempre nuove strade: leggere Fuori piove! per credere! Nel libro di Jane Massey, la piccola protagonista viene bloccata dentro casa dal maltempo, trovandosi così faccia a faccia con  un ospite imprevisto: la noia. Di certo la bambina non può giocare a palla con il suo cagnolino (non che non ci abbia provato…) ma nulla le vieta di trasformare le cose di casa in ciò che occorre per evadere con la fantasia. Così i cuscini diventano sassi per guadare il fiume, i pupazzi dei perfetti compagni di degustazione di tè, le scale strade di collina su cui arrampicarsi. E poi si possono fare le bolle, suonare gli strumenti, travestirsi… e quando anche la scatola dei giochi finisce per svuotarsi, la sua utilità non si esaurisce. Basta un palloncino e si è già pronti a partire per un viaggio, giusto il tempo che il sole torni a fare capolino e che si formino per bene le pozzanghere in cui saltare!

Delizioso nel tratto e nel racconto, Fuori piove! dice bene del potere dell’immaginazione e del motore creativo che può essere la noia. L’autrice sa rendere in maniera molto efficace il viaggio multidirezionale tra mondo reale e mondo fantastico che la protagonista compie, grazie a un tratto minimale, a un efficace uso del colore e a una studiata scansione narrativa. Il rosso del vestito e di pochi altri oggetti chiave di scena, che spicca su scene in bianco e nero con qualche tocco tenuissimo di azzurro e rosa pastello, aiuta infatti a sottolineare l’azione. Il passaggio da un mondo all’altro avviene, dal canto suo, sempre in coincidenza con il voltare della pagina, trasformando il movimento della sfogliatura in una sorta di rituale funzionale al compiersi della magia. Questa ricorrenza, inoltre, facilita la comprensione di ciò che sta accadendo, al pari della riquadratura che scandisce la narrazione senza trascurare mai dei passaggi essenziali. Il fumetto senza parole che prende così forma appare di conseguenza molto fruibile, oltre che capace di suscitare sincera identificazione da parte del piccolo lettore.

È rosso? È giallo? È blu?

Si scrive Tana Hoban, si legge versatilità. I libri della nota fotografa statunitense, che iniziano finalmente ad arrivare anche in Italia grazie soprattutto al lavoro di Camelozampa, hanno infatti la rara e apprezzabile capacità di prestarsi ad approcci e modalità di lettura diversi, che ciascun lettore può calibrare sulle sue preferenze e abilità. I percorsi visivi allestiti da Tana Hoban prendono forma, infatti, a partire da fotografie molto riconoscibili e attraenti, esplorabili nella loro individualità o nelle sottili e molteplici relazioni che le legano. Con quelle immagini, poi, il lettore può guardare, analizzare, giocare, collegare, immaginare, e questo, probabilmente è il senso più profondo di quell’educazione allo sguardo che sta al cuore della pratica artistica dell’autrice.

È rosso? È giallo? È blu? è, in questo senso, un libro particolarmente emblematico. Come la maggior parte dei volumi di Tana Hoban si presenta privo di parole e dedica ogni pagina a una singola fotografia. Rispetto agli altri libri della fotografa, però, questo propone sotto ogni immagine uno o più pallini colorati che ne riprendono i colori dominanti. Quei pallini possono essere una guida o una sfida nell’esplorazione della figura (come a dire, implicitamente: cosa c’è di rosso, di giallo e di blu in questa foto? oppure: Riesci a trovare tutti questi colori?). Sollecitato da questa traccia, il lettore si trova a scannerizzare con particolare attenzione l’immagine che si trova sotto gli occhi, soffermandosi sui dettagli e cogliendo armonie, risonanze, motivi e collegamenti con le altre figure che altrimenti potrebbero risultare più sfuggenti. È un’attività, questa, che genera soddisfazione e interesse sia che venga condotta in solitudine sia che si faccia pretesto di condivisione: e anche questo è elemento di versatilità.

In quanti modi, poi, si possono leggere le fotografie di È rosso? È giallo? È blu?, tutte peraltro contraddistinte da inquadrature nette per quanto non scontate, soggetti decifrabili (ombrelli, foglie, caramelle e occhiali popolano senza dubbio la quotidianità del lettore, anche a distanza di 35 anni dalla prima pubblicazione del libro), assenza di dettagli superflui, chiara presenza dei colori indicati? Moltissimi! Tra quelle figure si può sperimentare il piacere del riconoscimento dei soggetti, del ritrovamento cromatico, del confronto tra figure ravvicinate, della minima costruzione narrativa e dell’invenzione, solo per fare qualche esempio. Un estintore che pare quasi un personaggio animato o un bambino con una scatola in testa invitano quasi istintivamente a ritrovare in un’immagine statica lo spunto per andare oltre, per inventare. Allo stesso modo, l’accostamento apparentemente neutro di una bambina in bicicletta e di un parcheggio affollato porta a far emergere un numero inatteso di categorie – singolare/plurale, staticità/movimento, ordine/disordine, umano/inanimato… – con le quali interrogare ciò che ci si trova davanti e ad attivare così una sorta di dialogo figurato.

E poi ancora,  a lasciarsi solleticare dalle somiglianze e dai contrasti che creano relazioni tra fotografie, dalla tensione tra ciò che è familiare e ciò che è insolito (un’anguria è cosa nota, un’anguria con un taglio quadrato genera un poco di straniamento…), dai sottili fili che possono legare immagini apparentemente estranee (fili formali come un disegno che ritorna su una cartaccia e su un vestito o fili semantici come l’acqua che schizza da una fontana e quella che, invisibile, che è contenuta in un tubo…) si scoprono mille e uno modi di entrare nelle figure e di leggerle. Sicché, occorre essere davvero miopi per non riconoscere in questo tipo di esperienza una forma di lettura piena e autentica al pari di quella alfabetica.

La montagna

C’è il reale e c’è il fantastico. C’è il dentro e c’è il fuori. C’è il minuscolo e c’è il gigante. C’è il colore e ci sono i toni di grigio. C’è tutto questo ne La montagna, regno gioioso dei contrari che si intrecciano e si contaminano.

Costruito come un solido leporello di  spesso cartone che resta agevolmente su da sé, il libro di Andrea Antinori è deliziosamente sorprendente. Da un lato del volume, quello più colorato, il lettore può esplorare l’esterno della montagna, (ri)conoscendone profili, elementi e abitanti più familiari. Dall’altro lato del volume, quello in cui primeggiano il bianco e il nero, egli può sondare la montagna nelle sue profondità, scoprendone profili, elementi e abitanti più misteriosi. Ai campanili, alle vette e alle mucche del fronte, fanno dunque da contraltare le stalattiti, gli gnomi e le variegate creature sotterranee.

Sopra come sotto la superficie, c’è un mondo pullulante da scandagliare attentamente perché, sotto come sopra la superficie, gemme e storie inaspettate attendono di essere portate alla luce. Chi si aspetterebbe, per esempio, che nella pancia della montagna si celi un autentico forno da pizza e che, tra rocce e fiumi arcobaleno, gnomi, funghi e animali stravaganti se ne gustino fette fumanti (anche da asporto!)? Che dai mammut dipenda il trasporto delle pietre preziose estratte con perizia da una squadra di piccoli esseri dal cappello a punta? Che tra i pini si allevino mucche a pallini rossi, che bislacchi professionisti misurino le cime con lunghissimi righelli o che papere intrepide possano darsi alla guida degli elicotteri?

Il confine tra vero e immaginario è talmente labile nel segno di Andrea Antinori, vincitore nel 2023 dell’International Illustration Award della Bologna Children’s Book Fair, che l’unica cosa da fare è immergersi nel mondo inconfondibile da lui delineato e abbandonarsi al diletto di scoprirlo ora estraneo ora familiare. Non c’è di fatto, niente da capire, solo da assaporare, muovendosi senza vincoli tra ciò che è noto e ciò che non lo è.

Questo, d’altra parte, è uno dei punti di forza, in termini di accessibilità, mostrati da questo volume straordinario che può essere fruito in maniera molto libera e trasversale sia per età sia per abilità. C’è letteralmente posto per tutti ne La montagna e questo accade non solo in virtù di un racconto visivo votato al piacere dell’esplorazione più che a quello della comprensione, ma anche in virtù di una narrazione a tutti gli effetti istantanea. Il libro non segue, infatti, una serie di eventi successivi ma immortala una serie di situazioni simultanee che avvengono nel medesimo scenario. Questo significa che al lettore non viene richiesto di padroneggiare la sequenzialità e la concatenazione dei passaggi narrativi: competenza che spesso può essere compromessa dalla presenza di una disabilità, soprattutto relativa alla sfera cognitiva. Di fatto, scorrendo la lunghezza del leporello è come se seguissimo una telecamera che si muove in orizzontale inquadrando via via ciò che compare sulla scena. Non c’è dunque un prima e un dopo, una causa e una conseguenza: il lettore è messo nella condizione di muoversi con grande agio e libertà. Se a questo si unisce, poi, il fatto che lo stile dell’autore ha un fascino assolutamente magnetico, che cattura al primo sguardo, anche solo per la scelta dei colori accesi e per il richiamo a un universo naif, si capirà facilmente quanto questo volume possa offrire il terreno perfetto per molteplici possibilità di incanto, godimento e invenzione. Un gioiellino (di grande formato!) per bellezza e condivisibilità: provare per credere!

La casa di notte

Siamo proprio sicuri che il momento in cui scende la sera sia il più tranquillo della giornata, quello in cui di fatto tutti dormono e poco accade? Il libro di Joub e Nicoby sembrerebbe mostrarci l’esatto contrario. Pur essendo apparentemente molto ordinaria e abitata da una famiglia poco numerosa, La casa di notte che ci offrono è tutt’altro che silenziosa, immobile e quieta. C’è chi fa amicizia, chi si ama, chi rubacchia, chi esplora, chi scappa e chi festeggia.

Perché ogni casa nasconde qualche segreto, più o meno noto a chi vi risiede: ospiti imprevisti come mostri buffi o topolini ma anche azioni segrete e intime che si consumano a porte chiuse. Ecco allora che il lettore de La casa di notte, tutto può permettersi salvo che di pisolare: c’è tanto da scoprire, seguire, intuire, tra queste pagine senza parole.

Del tutto privo di testo, La casa di notte presenta un’architettura narrativa intrigante che poggia su un efficace contrasto tra regolarità e imprevisto. Ogni pagina vanta, infatti, una partitura regolarissima a sei riquadri e inquadrature ricorrenti che fotografano in maniera sempre identica alcuni interni (più un esterno) della casa. All’interno di quelle cornici stabili, però, succede di tutto e proprio questo scarto tra ciò che è fisso e ciò che cambia, si anima e succede, dà vita a una lettura dinamicissima e appassionante, in cui anche i personaggi apparentemente più collaterali portano guizzi narrativi spassosi (imperdibili, in particolare, gli uccellini insaziabili che vivono sul tetto).

Il gioco di inquadrature ricorrenti che caratterizza il volume predispone un’intelaiatura fissa con cui il lettore può familiarizzare e che le lo aiuta a orientarsi. I fitti fili che legano ciò che accade nelle diverse stanze danno però vita a una narrazione tutt’altro che banale che richiede dal canto suo un lettore abbastanza scaltro, capace di muoversi tra situazioni distinte (per quanto intrecciate), tra personaggi diversi e tra avvenimenti che richiedono alcune inferenze.

È permesso?

Non c’è forse gioco infantile più replicato e al contempo più moltiforme del progettare e costruire un rifugio. Cuscini, lenzuola, mobili e qualunque supporto capiti a tiro può contribuire a dare forma a tane e fortini in cui nascondersi, stipare proviste, condividere segreti e inventare avventure. Alzi la mano chi non l’ha mai sperimentato! Ecco allora che il libro di Elena Rossini e Irene Penazzi – È permesso? – che a questa comune pratica ludica è dedicato diventa per il lettore occasione di riconoscimento e spunto per nuovi allestimenti. Non solo: tra le pagine di questo libro in cui c’è tanto da guardare e poco da leggere, si trova una fitta trama di relazioni familiari e amicali che danno vita a micro-narrazioni e dettagli da trovare. È dunque un libro quasi senza parole, È permesso?, un simil-wimmelbuch e un libro che ha qualcosa del gioco: un libro decisamente ibrido, dunque, che come tale prometta ampia libertà di movimento e molteplici possibilità di esplorazione.

Protagonisti sono, in prima battuta, cinque bambini di età e stature diverse, che si dirigono con fare deciso verso il salotto. In un attimo – il tempo di un voltar di pagina – la stanza viene ripresa con un’inquadratura più ampia e presto invasa da mollette, lenzuola, scatole, sedie rovesciate a giocattoli. Il gioco è partito! Da lì in avanti il fortino appare allestito e il lettore ha modo di immaginare cosa vi accada all’interno solo da sparuti dettagli – una teiera, un ciuccio, biscotti, fogli e pennelli – che spuntano da sotto le lenzuola appese. In parallelo sopraggiungono nuovi potenziali ospiti che educatamente chiedono di poter entrare. Come una sorta di parola d’ordine votata alla gentilezza, l’È permesso? fa via via crescere l’accampamento e le attività in esso custodite. Sono le ultime due doppie pagine, che si aprono come una sorta di sipario, a rivelare il pullulare di giochi, chiacchiere, scherzi e lavori che nel rifugio hanno trovato posto. I dettagli spuntati qua e là nel corso della lettura trovano allora nuovo senso e invitano a ripercorrere da capo le pagine affollate per riconoscere e ricollocare i personaggi, metterli in relazione e ricostruire ciò che per buona parte del libro è rimasto celato nel fortino.

Dinamicissimo, autentico e predisposto a soddisfare molteplici letture consecutive, È permesso? dà spazio a un disordine creativo che profuma di famiglia vera. Tra quelle scope che diventano puntelli, quei tappeti che ospitano picnic informali e quei divani che si fanno, all’occorrenza, letto, supporto o parco-giochi, il lettore può muoversi senza un ordine predefinito, cogliendo dettagli disseminati con perizia dalle autrici. Là dove la confusione (ricercata) della pagina non crei insofferenza e dove l’avanti e indietro tra le pagine per mettere a posto i tasselli non costituisca un ostacolo al godimento della lettura, È permesso? offre una storia per immagini (ché di fatto le poche e ricorrenti parole sono praticamente accessorie) in cui il lettore può prendersi il tempo di sostare, in cui è chiamato a fare ipotesi (chi sono questi personaggi e che tipo di relazione li lega? Perché il bambino con la tshirt della montagna toglie una molletta? Cosa pensa il gatto di tutto questo trafficare tra tappeti e coperte?…) e in cui, in definitiva, il gioco simbolico che ispira la narrazioni si fa cornice di nuove imprevedibili invenzioni che trovano forma e parole proprio grazie a chi legge.

La matita

La matita di Hyeeun Kim è un libro senza parole in cui immaginazione e riflessione vanno a braccetto. Il libro si apre infatti con una matita che viene temperata e i cui trucioli fanno crescere una rigogliosa foresta: uno spazio accogliente e affascinante in cui la biodiversità può trovare casa. Specie diverse di animali e piante convivono in uno spirito di armonia ben espresso dal delicato concerto cromatico messo a punto dall’autrice.

Pochi colori e pochi tratti danno forma, infatti, a un bosco ricco e quasi ipnotico, su cui posare e far vagabondare piacevolmente lo sguardo. Quando però le chiome si scuotono e i volatili iniziano a fuggire si intuisce che qualcosa sta accadendo. In rapida successione i tronchi cadono, i camion sgasano, le fabbriche triturano. Ed ecco che gli spessi tronchi diventano oggetti al servizio dell’uomo: matite, per esempio, con cui una bambina paziente ridisegna un futuro possibile.

Grazie a una struttura circolare e a un sottile gioco di richiami interni, questo volume pubblicato da Terre di Mezzo fa di un oggetto semplice come una matita colorata il fulcro intorno al quale può ruotare una storia evocativa in cui fantasia e realtà si rincorrono senza posa. Il tratto essenziale di Hyeeun Kim è capace di dar vita a una straordinaria ricchezza visiva in cui perdersi e da cui lasciarsi ispirare. È un tratto un po’ magico, il suo, che inventa connessioni tra piani del reale differenti e che fa dell’assenza di parole la chiave per interrogare, pungolare e deliziare il lettore.

Braille

Michela Tonelli e Antonella Veracchi, le due anime di E.T. – Editoria tattile, ci hanno abituati a lavori di grandissima raffinatezza in cui l’esplorazione tattile non è mai solo un modo per conoscere e riconoscere le cose ma anche e soprattutto un valore aggiunto per trasformare la pagina in un’esperienza che tocchi corde profonde.

In Braille, le due autrici giocano sull’apparente neutralità del codice che dà il titolo al volume. Lo fanno immaginando a occhi chiusi cosa potrebbero evocare i punti in rilievo disposti in vario modo sulla pagina. Davvero non sono altro che una traccia aliena per qualcuno e un alfabeto per qualcun altro? A seguire i loro spunti si direbbe decisamente di no. Ecco, infatti, che a sfogliare ed esplorare le pagine di Braille, quei puntini così immobili e quasi impercettibili schiudono al lettore le porte di campi dorati e cieli burrascosi, alte montagne e sinfonie travolgenti.

Come di consueto, le pagine confezionate a mano dalle autrici sono ispirate a un principio di essenzialità. Ecco allora che oltre ai punti che ricordano la pioggia e i chicchi, le stelle, la neve e le note musicali, non troviamo che semplici tracce di contesto come nuvole di ovatta, vette di carta o papaveri di tessuto. Ogni quadro è inoltre offerto a chi legge in grande libertà. Le uniche parole che si trovano nel libro sono infatti poste in prima pagina, come una sorta di breve introduzione al lavoro che ne illustra il senso. L’effetto di un’esplorazione così proposta è suggestivo e straniante, senz’altro non immediato ma davvero capace di spalancare possibilità immaginative nuove e inattese.

Coco e Mosca

Edizioni Arka ha portato in Italia un delizioso progetto editoriale di origine francese. Mini bulles, qui diventato Le nuvolette, è una collana di libri fumetti senza parole per bambini. I volumi che la compongono si caratterizzano, cioè, per un tipo di racconto estremamente fruibile nella misura in cui l’accessibilità legata alla narrazione per immagini si somma a quella dettata dalla partitura regolare delle vignette.

La collana si rivolge idealmente a un pubblico di età prescolare come intuibile dai personaggi e dal tipo di vicende narrate, dalla predilezione per il codice iconico e dall’attenzione a rendere i passaggi da una vignetta all’altra particolarmente chiari ed evidenti. In questo senso, i diversi autori che hanno collaborato a questa collana hanno dato a vita a storie facili da seguire nel loro sviluppo grazie a sequenze che lasciano pochi vuoti narrativi e dunque accompagnano il lettore passo passo. L’idea che sta alla base della collana è, non a caso, che i volumi che la compongono possano prima di tutto essere letti in autonomia dai bambini, senza che debba necessariamente essere un adulto a guidarli (cosa che, in ogni caso, è sempre possibile e offre una diversa possibilità di lettura).

In Coco e mosca di Mathis, uno dei primi due titoli pubblicati all’interno de Le Nuvolette, il protagonista è un piccolo lupo fortemente motivato a usare tutti i pezzi della sua scatola di costruzioni per realizzare una torre altissima. Se i primi piani del progetto non gli creano particolari problemi, da un certo punto in poi il lupetto deve trovare degli stratagemmi per arrivare più in alto. Una scaletta? Non basta. L’aiuto dell’amica cicogna? Non pervenuto. L’uso di una pinza? Apprezzabile nella teoria, fallimentare nella pratica. La frustrazione di Coco cresce e come se non bastasse una mosca continua a tormentarlo, poggiandosi sulla costruzione e compromettendone il già precario equilibrio. Ne nasce un’accanita caccia all’insetto che non darà gli esiti sperati. Ma questo non è necessariamente un male…

Contraddistinto da una grafica pulita, da figure con contorni netti e tratti buffi, da situazioni divertenti e da espressioni estremamente eloquenti, Coco e la mosca propone un racconto per immagini molto lineare e agevole da interpretare. Laddove necessario, l’autore inserisce anche dei balloons il cui contenuto è però a sua volta iconico e privo di parole. Davvero una proposta interessante per prime letture autonome senza parole, accessibili ma non prive di una certa raffinatezza compositiva.

La voce delle cose

La voce delle cose è un libro particolare perché dedica alla disabilità una doppia attenzione. Firmato dall’autrice francese Cécile Bidault ed edito in Italia da Comicout, il volume racconta la storia di una bambina sorda e lo fa attraverso una sorta di fumetto silenzioso in cui le vignette si susseguono facendo uso di pochissime parole. Si tratta dunque di un libro (quasi) accessibile e che al contempo che fa della disabilità oggetto di narrazione.

Costruito in quattro tempi – le quattro stagioni che compongono un anno – il volume è ambientato in un tempo non troppo lontano ed eppure molto diverso da quello presente, soprattutto nel vissuto di chi, come la protagonista, sperimenta una difficoltà di tipo uditivo.  In Francia, dove il libro nasce, la LSF (Langue dei Signes Française) è stata vietata, infatti, fino alla metà degli anni ’70 e La voce delle cose racconta precisamente il disagio, le difficoltà e l’inutile frustrazione che tale scelta ha portato con sé.

La piccola protagonista del volume sperimenta sulla sua pelle non solo lo straniamento di vivere in un mondo indecrifrabile, ben rappresentato da balloons vuoti o contenenti segni incomprensibili, ma anche la mortificazione di sentirsi chiamata ad apprendere una lingua che sente non appartenerle. Per questo, quando si trasferisce con i genitori (udenti) in una nuova casa in campagna e trova un vecchio manuale di segni usati dai sub, il suo approccio alla vita cambia. Il mondo esplorato, sognato e visto assume, infatti, nuovi contorni nel momento in cui può essere detto in una maniera per lei significativa. Di fatto è come se per la prima volta quel mondo iniziasse davvero a esistere. Lo notiamo all’interno delle dinamiche familiari ma anche nei momenti di intima solitudine e nel gioco con il nuovo amico che accompagna la bambina in avventurose esplorazioni. Ma curiosamente il mondo subacqueo si intreccia a quello della bambina lungo tutto il racconto, quando i discorsi non uditi e dunque compresi assumono le sembianze di pesci sfuggenti e trasformano l’ambiente in una sorta di acquario. Così, quando sul finale delle forti piogge provocano un allagamento imprevisto, tutto sembra tenersi e tornare, in una sorta di cerchio metaforico di grande impatto.

Delicato nel fratto e fortissimo nei contenuti, La voce delle cose non fa sconti e non tema di rappresentare gli aspetti più scomodi della disabilità. Lo fa mescolando abilmente dimensione reale e dimensione onirica, quella che facilmente può farsi salvifica quando il quotidiano impone vincoli troppo stretti.

Lumaca, dove sei?

Inaugurata nel 2023 con il racconto illustrato Il cappello, la curatissima collana Doppio Passo di Biancoenero cresce ora con altri due titoli firmati dallo stesso Tomi Ungerer: Scarpa, dove sei? (prima pubblicato da Salani) e Lumaca, dove sei?.

Si tratta di due libri (quasi) senza parole che presentano un impianto analogo: una successione di immagini in cui compare un elemento grafico ricorrente, declinato di volta in volta in maniera diversa. Il titolo è di fatto un invito a trovarlo, una sorta di istruzione minima rispetto all’interpretazione del volume. Così, per esempio, in Lumaca, dove sei? Il lettore è portato a ricercare la caratteristica forma a chiocciola nei contesti più disparati – in montagna, in mezzo alle onde, nel mezzo del salotto e vi dicendo – dove questa si fa trombone o trombetta, proboscide, filo di fumo o cappello da giullare. Si crea così una sorta di fil rouge sottile e impalpabile che lega le figure attraverso la dinamica del gioco e della sorpresa. L’autore è, infatti, maestro nel dare forma a situazioni impreviste e imprevedibili che regalano guizzi immaginativi e spunti narrativi stimolanti per chi legge. Basti pensare al maiale munito di cappellino da festa che tiene ombrello e tromba in equilibrio su una palla o alla facoltosa signora che piroetta sul ghiaccio a bordo di una slitta.

Il risultato è un libro di immagini che stimola la lettura visiva e che genera diletto, soprattutto se condiviso. La riconoscibilità della forma ricorrente, la pulizia grafica delle pagine, l’assenza di dettagli o sfondi superflui e l’autonomia di ciascuna doppia pagina lo rendono inoltre estremamente accessibile anche per chi fatichi a orientarsi all’interno di figure o narrazioni troppo ricche.

Il valzer delle foglie

Chi l’ha detto che l’autunno debba essere per forza la stagione della malinconia e dell’attesa di un tempo in cui la natura si ferma e si congela? Il vento e la caduta delle foglie che caratterizzano questi mesi possono accendere infatti la più vorticosa delle danze, creando sagome, figure, percorsi e giravolte in cui tuffarsi senza ritegno alcuno. Sulla scia delle foglie che si staccano dai rami, si balla, si esplora, si vortica, si naviga… parola dei sei scoiattoli che fanno capolino dalla loro tana in un tronco e si lasciano trasportare dall’irresistibile ritmo autunnale. Tra una capriola e una piroetta, uno di loro si accorge però che una foglia non è caduta. Ecco allora che in quattro e quattr’otto una squadra di soccorso si mette all’opera per far scendere in totale sicurezza quella che diventerà il simbolo di una stagione da conservare, letteralmente e metaforicamente. Sarà più dolce, allora, svegliarsi dal torpore invernale e scoprire che la ciclicità della natura può essere qualcosa di straordinariamente emozionante…

Contraddistinto da un tratto delicato e dinamico, Il valzer delle foglie riesce a dare voce, con pochi tratti schizzati, a una grande espressività che non solo concorre a coinvolgere sensibilmente il lettore ma lo aiuta a procedere con maggiore agio nel lavoro di lettura visiva. Qui l’attenzione ai dettagli si fa determinante: dalla posizione di una zampa, dalla forma degli occhi  o dalla linea della bocca è possibile comprendere cosa pensano e cosa stanno facendo i protagonisti, seguendo un racconto che appare dal canto suo molto lineare e privo di critici salti narrativi. Il valzer delle foglie porta la firma di Oleksandr Shatokhin, artista ucraino che nel 2022 ha partecipato al Silent Book Contest promosso da Carthusia ed è risultato finalista. Il suo libro senza parole mescola con apprezzabile equilibrio grazia e brio, invitando il lettore a guardare alla natura, anche nei suoi momenti apparentemente meno vitali, con occhi nuovi.

L’ultima isola

I silent book di Ji Hyeon Lee portati in Italia da Orecchio acerbo ci hanno abituati a racconti in cui reale e surreale convivono con grande naturalezza, in cui l’assenza di parole moltiplica le suggestioni che si levano dalle pagine e in cui alcuni nodi problematici della contemporaneità trovano spazio in una critica pacata ma incisiva. Così accade, per esempio, che la frenesia caciarona che anima la folla ne La piscina o l’avanzare corrucciato e miope degli adulti ne La porta vengano a galla in tutta la loro stonatura e in netto contrasto con mondi ben più abitabili in cui si muovono solitamente dei protagonisti bambini.

Ne L’ultima isola i bambini non ci sono e la critica si fa più marcata, ma il tratto gentile a matita, l’uso significativo e miratissimo del colore e le incursioni del fantastico rendono evidente la firma dell’autrice coreana. In questo suo terzo albo di sole figure, il lettore entra pian piano in confidenza con l’abitante di un’isola presumibilmente deserta, un uomo mansueto che vive in grande sintonia con l’ambiente naturale che lo circonda. Lo vediamo pescare con la sua piccola rete, raccogliere frutti, condividere pasti e momenti di festa con le altre creature – animali dalle forme bislacche – che popolano l’isola.

Man mano che si avanza nella lettura, però, la vita sul posto si fa meno idilliaca: il livello dell’acqua inizia a salire, con conseguenze nefaste su cose, animali e persone, all’orizzonte si staglia sempre più minaccioso un denso fumo nero e la furia del mare si fa incontenibile. A nulla valgono i tentativi si tamponare la situazione, trasformando per esempio la capanna in una palafitta. La natura sfidata e spremuta in alcune parti del mondo presenta indifferentemente il suo conto a tutti i suoi abitanti. E così, anche il protagonista della storia è costretto a fuggire a bordo della sua fragile barchetta. Il suo approdo reca con sé un piccolo colpo di scena che, come una secchiata d’acqua in viso, risveglia improvvisamente il lettore dal ruolo di spettatore per catapultarlo in un presente da cui nessuno può tirarsi fuori e far finta di non essere coinvolto.

Senza rinunciare al suo tocco magico, Ji Hyeon Lee ci mette di fronte a una realtà drammaticamente vera, una realtà in cui i cambiamenti climatici si fanno sempre più evidenti e pressanti nella loro urgenza e con tutte le conseguenze, non ultima la necessità di migrare di migliaia di persone. Quella realtà che da tempo ormai bussa ostinatamente alle nostre porte ma da cui incoscientemente tendiamo a sottrarci, come se di fatto non ci riguardasse in via diretta, trova nella capacità immaginativa dell’autrice una via potente per arrivare a un pubblico trasversale, toccandolo sul vivo e nel profondo. In questo senso l’assenza di parole risulta particolarmente efficace nella misura in cui veicola contenuti stratificati e complessi che lettori diversi possono modellare sul proprio grado di conoscenza e interpretazione del reale. L’ultima isola si presenta così, non solo come un racconto godibilissimo e toccante ma anche uno strumento estremamente accessibile a partire dal quale muoversi nel presente.

Come vorrei…

Privo di coda e dotato di ali piccolissime, il kiwi è un tipo di uccello totalmente inadatto al volo. Incapacità però non significa disinteresse e proprio da questo spunto prende le mosse il silent book Come vorrei… Qui il pennuto protagonista guarda con fare sognante uno stormo di uccelli migratori e decide di provare a sua volta a cimentarsi con il volo. A nulla valgono però i suoi tentativi, neanche quando sono supportati da piume posticce trovate a terra. Lo sconforto si fa allora grande.

Per fortuna il kiwi non è solo. Il libro ce lo presenta, infatti, a bordo di uno strampalato trabiccolo condiviso con un lemure che non soltanto è molto affettuoso ma anche molto ingegnoso. Ecco allora che calcoli e cacciaviti alla mano, il kiwi riesce finalmente a coronare il suo sogno.

Ideato e illustrato da Francesca Pirrone, autrice e illustratrice versatile che si è cimentata anche con la realizzazione di libri tattili, Come vorrei… è un libro senza parole che presenta una trama semplice e lineare, ben scandita da riquadri netti e narrata attraverso figure essenziali nella scelta dei dettagli e dei colori impiegati. Il libro edito da La Margherita presenta infatti pagine pulite tutte giocate sui toni di rosso, grigio e giallino, la cui delicatezza pastello rispecchia quella del racconto.

Qui spiccano due soli personaggi con pochi elementi di contorno e pochi particolari ben studiati, funzionali alla comprensione dell’accaduto, come per esempio la zigrinatura del becco del kiwi o la comparsa del bernoccolo sulla sua testa dopo i primi tentativi di volo. La narrazione, seppur priva di parole, procede dunque in maniera piuttosto chiara e agevole da seguire, non richiedendo al lettore inferenze particolarmente complesse.

Il ninja innamorato

L’amore ha tante forme, tanti modi di esprimersi, tante direzioni. Così, per esempio, il ninja protagonista del libro di Ale Puro, vincitore del Silent Book Contest 2023, si innamora della luna – in particolare quando non è né piena né nuova – e sfrutta la sua invidiabile agilità per avvicinarsi a lei il più possibile, financo a conquistarla. Il suo è un vero e proprio colpo di fulmine: la nota nel cielo mentre saltella di tetto in tetto e da lì in avanti non fa che pensare a lei, nelle situazioni più disparate. La ammira, la sogna, cerca in diversi modi, alcuni davvero molto buffi, di raggiungerla. Il lieto fine è dietro l’angolo e porta letteralmente il sorriso, non solo sul volto del lettore…

Semplice e contraddistinto da alcuni guizzi surreali, Il ninja innamorato è un libro senza parole caratterizzato da forme minime e poco rifinite, colori pieni e giochi cromatici che aiutano a seguire l’avanzare del racconto. Sulle tavole a predominanza scura – il nero e il blu dei ninja e della notte la fanno, infatti, da padroni – spiccano, per esempio, il rosso del palloncino con cui il protagonista cerca di alzarsi nel cielo o l’arancione della zuppa in cui scorge la sagoma adorata. E il giallo, chiaramente, della luna tanto amata.  Lo sviluppo del racconto è lineare e questo, unito all’assenza di dettagli confusivi o superflui, gioca a favore della fruibilità del volume anche in caso di difficoltà di lettura visiva e interpretazione.

Cercasi gamba!

C’è una sedia in mezzo al nulla. Come sia finita lì non si sa ma in fondo non ha nemmeno tanta importanza. Quel che si sa è che a quella sedia manca una gamba. Non che la cosa la renda meno sedia ma chi passa da quelle parti è portato a pensare che possa farle comodo un supporto supplementare. Ecco allora che le cose più disparate, dalle baguette agli ombrelli, dai palloni alle trombe, vengono sistemate a mo’ di protesi là dove la gamba davanti a destra non c’è. Ma le baguette sono facile preda di topini affamati, gli ombrelli attraggono avventori sorpresi dalla pioggia, i palloni volano via e le trombe sono fatte per essere suonate. Morale: una dopo l’altra, le gambe posticce vengono tolte e poi rimpiazzate. Fino a quando la situazione sembra tornare al punto di partenza. È solo un’impressione, però. Ché a ben guardare, anche nel nulla qualcosa si muove e la soluzione più duratura può richiedere attesa e pazienza ma offrire in cambio solidità e bellezza.

Delizioso, divertente e capace di aprire riflessioni interessanti attraverso la metafora della sedia a cui manca un pezzo, Cercasi gamba è un libro senza parole anche estremamente accessibile. Le sue ampie pagine di formato quadrato – come caratteristico dei volumi della collana Silent Book di Carthusia – accolgono infatti un’inquadratura fissa in cui la sedia protagonista è rappresentata in primo piano. Non vi sono elementi di contorno che possono creare confusione o distrarre il lettore. Gli unici dettagli che circondano il soggetto principale sono le poche ed essenziali linee delle montagne sullo sfondo che contestualizzano il racconto e quelle che scandiscono il tempo o delineano agenti atmosferici funzionali alla narrazione.

Quest’ultima si fonda inoltre su di una struttura iterata in quattro tempi (e due doppie pagine) che agevola l’aggancio e la comprensione: un personaggio si accorge che manca la gamba – mette un oggetto che funga da supporto – l’oggetto viene rimosso da qualcun altro – il problema iniziale si ripropone, e via da capo. Da ultimo, il volume si caratterizza per uno stile minimale in cui i pochi oggetti sulla scena vengono rappresentati con pochi tratti significativi attraverso i quali risulta più agevole interpretare sentimenti e azioni. Il risultato è un racconto per immagini molto eloquente che si presta tanto a letture individuali quanto a letture ad alta voce.

Opera dell’autrice torinese Irene Frigo, Cercasi gamba è uno dei libri finalisti del Silent Book Contest 2022. All’interno della medesima edizione del premio ha inoltre vinto la sezione Junior, ossia è stato preferito tra gli altri finalisti da una giuria di bambini della scuola primaria.

Look book

Come è possibile che nessuno lo pubblichi da noi?, ci si chiede spesso a proposito di libri stranieri bellissimi e intramontabili che circolano tra gli addetti ai lavori o che si ammirano in fiera. Straordinario, traversale e accattivante, Look Book di Tana Hoban è esattamente uno di questi libri. Per questo motivo, è grandissima la riconoscenza verso Camelozampa che finalmente lo ha portato in Italia.

Con questo titolo, che è stato pubblicato per la prima volta più di 25 anni fa e che è uno dei più famosi e diffusi libri fotografici per bambini (e non), l’editore padovano inaugura una promettente collana interamente dedicata agli albi fotografici: una categoria di libri ancora troppo poco diffusa sui nostri scaffali e al contempo estremamente apprezzata dai bambini, piccoli e noi. La riconoscibilità delle immagini e la possibilità di giocarci su attraverso un uso più o meno ingegnoso delle inquadrature e delle sequenze rende infatti i libri fotografici particolarmente appetibili.

Look Book, in particolare, unisce questi aspetti a un semplice espediente cartografico che crea un coinvolgente dinamica ludica. Grazie a un piccolo foro tondo, il libro invita dapprima a osservare il dettaglio di un’immagine fotografica. Solo in un secondo momento, fatte le dovute ipotesi su cosa possa rappresentare e voltata la pagina, egli ha modo di vedere la fotografia integrale da cui il dettaglio è stato tratto. Ma non è tutto, voltando ancora la pagina, si allarga ulteriormente l’inquadratura della fotografia o cambia la sua angolatura così che il lettore possa coglierne il soggetto in un contesto più ampio. Attraverso micro-sequenze composte da 3 pagine ciascuna, il volume di Tana Hoban riesce così a giocare sull’indizio, sul riconoscimento, sulla sorpresa, sullo sguardo che si amplia. Queste pagine così pulite e così ben congegnate offrono così l’occasione di guardare e di vedere, trasformando cavoli, girasoli, struzzi e bretzel in soggetti davvero intriganti e fuori dall’ordinario.

Semplice e raffinato come solo i buoni libri sanno essere, Look Book è un libro prezioso anche dal punto di vista dell’accessibilità. L’assenza di parole, la pulizia grafica, la brevità delle singole sequenze, il ricorso a un medium aderente al reale come quello fotografico, la scelta di soggetti noti o facilmente riconoscibili, la dinamica ludica e l’aumento progressivo dei dettagli cui prestare attenzione costituiscono, infatti, elementi chiave per facilitare la piena fruizione del volume e dei suoi contenuti anche da parte di bambini che fatichino a confrontarsi con la parola scritta, con pagine confuse o affollate, con immagini troppo astratte o con narrazioni troppo lunghe. Ecco allora che attraverso pagine forate e immagini che catturano lo sguardo, un solo libro come Look Book ha la capacità di intercettare bambini con abilità diverse, offrendo loro un’occasione di lettura visiva appagante, curata e particolarmente coinvolgente.

This is not a book

Viaggiare, divertirti, nutrirti, metterti nei panni di un esploratore, di un campione di tennis o di un famoso pianista …. Sono tante le cose che un libro di qualità ti permette di fare. Vero è che se quel libro nasce dal genio irriverente di Jean Jullien è probabile che tutte quelle cose tu possa fare non solo metaforicamente ma letteralmente. Provare per credere!

In un libro come This is not a book, infatti, le pagine rinunciano a raccontare una storia lineare per trasformarsi in una successione di oggetti e contesti con i quali il lettore può interagire. Giocando sul confine segnato dalla rilegatura tra le pagine, sul movimento che consente al volume di essere sfogliato e sulla possibilità di variare l’angolo formato da ogni doppia pagina, il libro diventa, infatti, di volta in volta un computer, una cassetta degli attrezzi, un frigo o – perché no? – una tenda da campeggio. A ogni doppia pagina, dunque, si apre una nuova sorprendente possibilità e così il lettore può scrivere un’email picchiettando su tasti disegnati, afferrare uno spuntino, fingere di suonare una sinfonia o, ancora, far applaudire le pagine.

Come intuibile dal titolo, il libro è inglese ma essendo del tutto privo di parole e facilmente reperibile online,                 l’origine non costituisce un ostacolo. Il libro di Jean Jullien merita, anzi, di essere cercato e proposto perché offre un raro mix di ingredienti capaci di incentivare e sostenere il rapporto con il libro anche laddove siano presenti difficoltà di lettura: la sorpresa, la dimensione ludica, l’assenza di parole e l’autonomia di ogni doppia pagina predispongono un terreno felice per incontrare il libro in una veste inattesa, coinvolgente e del tutto svincolata dalla performance. Da non sottovalutare, infine, la delizia dell’impertinenza: le linee essenziali che d’emblée trasformano la pagina in un paio di chiappette faranno cedere anche i non-lettori più diffidenti (almeno quanto faranno risvegliare l’indignazione di qualche adulto)!

Vieni con me

Pigiama, coperte, medicine sul comodino: tutti gli indizi in prima pagina lasciano intendere che una mattina non proprio entusiasmante attenda il protagonista di Vieni con me. Il sorriso della bambina che entra dalla porta della sua stanza con una pila di fogli e colori cambia però le carte in tavola. Con sé tiene anche un palloncino. Che piani avrà mai in mente? Gonfiarlo, chiaramente! Fino a farlo diventare grandissimo e trasformare il letto in una sorta di rudimentale mongolfiera. Ché disegnare, certo, aiuta ad ammazzare il tempo ma trasformare i disegni in viaggi avventurosi è tutta un’altra faccenda!

Qualche tratto colorato sul foglio ed ecco, infatti, che stormi di uccelli variopinti circondano il letto e lo accompagnano tra le nuvole. Da lì si ammira un panorama incantevole, anche di notte. Ma non c’è tempo da perdere, sono tanti i luoghi ancora da visitare. Capre di montagna, pinguini, piovre giganti e pesci prendono rapidamente forma sui fogli e guidano il letto magico tra vette innevate, foreste tropicali e abissi animati. Serve forse una pausa. Che strada prendere ora? Basta seguire le frecce sul foglio e immaginare nuove straordinarie destinazioni….

Con i suoi disegni ad acquerello che spalancano atmosfere incantate, Linde Faan ci regala un libro senza parole in cui il desiderio di evasione la fa da padrone e in cui i colori intensi sono un invito irresistibile ad accodarsi alla coppia di viaggiatori. L’escursione è dal canto suo lineare e segue uno schema iterato che facilita la previsione e la comprensione di quel che accadrà. L’autrice è inoltre brava a delineare con pochissimi e sottili tratti a matita posizioni, movimenti ed espressioni del volto dei protagonisti che favoriscono l’immedesimazione e la partecipazione del lettore, anche laddove la lettura visiva non sia così allenata.

Attraverso pagine ricchissime e silenziose e un’idea di fondo nota ma sempre potente come quella del disegno che spalanca possibilità inventive, Vieni con me celebra il potere dell’immaginazione e in particolar modo dell’immaginazione condivisa. Non è solo il fatto di poter viaggiare con la fantasia, infatti, a cambiare di segno il tempo e l’umore del protagonista quanto anche e soprattutto il fatto di poterlo fare con una compagna affettuosa e vicina come la ragazzina che gli porta sorridente fogli, palloncino e pennarelli. Ché in due, si sa, le idee si alimentano, spiccano il volo e arrivano più lontano di quanto mai potrebbe accadere in piena solitudine.

Le quattro stagioni

Ali Mitgutsch è considerato un maestro, se non addirittura l’inventore, dei cosiddetti libri-affresco (o wimmelbucher), ossia quei libri senza parole che racchiudono in ogni doppia pagina un mondo brulicante di personaggi impegnati in varie azioni, più o meno collegate tra di loro. Si tratta di libri attraenti e stimolanti, che invitano lo sguardo a sostare sulla pagina e ad avventurarsi in sfiziose esplorazioni. In questo modo, seguendo percorsi liberi e non prestabiliti, il lettore ha la possibilità di scovare dettagli divertenti e inattesi, di immaginare e intrecciare piccole narrazioni, di riconoscere azioni note e scoprirne di sconosciute. In altre parole, di perdersi e di ritrovarsi.

I libri-affresco dell’autore tedesco, in particolare, si caratterizzano per la presenza di personaggi dalle fattezze poco rifinite ma estremamente espressive, resi significativi non tanto dal loro aspetto fisico (tant’è che molti si assomigliano e potrebbero tranquillamente essere confusi tra loro) ma dalla mimica del volto, dalle posizioni assunte e dalle azioni in cui sono coinvolti. Tutti resi con pochi, pochissimi tratti. Le sue tavole sono poi contraddistinte da un’umanità vivace ed estremamente variegata, composta da bambini, adulti ed anziani, lavoratori e persone che oziano, tipi seriosi e monelli. La monelleria, a onor del vero, ha sempre un posto di rilievo, tra furti di fiori e frutti, gavettoni e bagni notturni. Tutelato anche dall’affollamento delle pagine e dallo stile poco dettagliato, l’autore non teme da lasciare spazio al corpo in tutte le sue forme, anche quella priva di vesti, sicché non mancano quasi mai personaggi che fanno pipì di nascosto o che per ragioni varie sfoggiano al vento le loro nudità. Inutile dire quanto questo aspetto susciti divertimento e soddisfazione, quando scovato nel pullulare dell’illustrazione.

Ne Le 4 stagioni, troviamo inquadrato un grande parco in cui, di giorno e di notte, d’estate come d’inverno, accadono innumerevoli cose. In funzione della stagione, del clima e del paesaggio che si genera, c’è chi gioca, chi costruisce, chi vende, chi sorveglia, chi rema, chi pattina… La stessa cornice accoglie così un brulicare di attività che seguono lo sviluppo dell’anno rendendo la scena sempre nuova e sorprendente. Abilissimo è, infatti, l’autore nel cogliere e valorizzare gli spunti narrativi offerti dalle diverse stagioni, come i bambini che costruiscono coroncine di fiori in primavera, i signori che fanno ginnastica a torso nudo in estate, gli ombrelli che volano via in autunno o il malcapitato che cade nel lago ghiacciato in inverno.

Il libro-affresco di Ali Mitgutsch potrebbe essere idealmente affiancato, per tema e per tipo di composizione a I libri delle stagioni di Susanne Rotraut Berner. Rispetto a questi ultimi presenta, però, una struttura meno articolata e complessa perché ogni doppia pagina fa in qualche modo storia a sé. L’inquadratura sembra spostarsi ora di poco, ora di molto, predisponendo scenari coerenti e riconoscibili, ma ciò che accade nella pagina precedente non è rilevante per capire, interpretare e apprezzare ciò che accade in quella successiva. Se questo aspetto concorre a ridurre la complessità della costruzione narrativa e dell’avventura ermeneutica a cui questa può dare luogo, contribuisce d’altra parte a rendere la lettura più accessibile anche a chi manifesti maggior difficoltà a padroneggiare storie lunghe che si sviluppano su più pagine. Esaurendosi nello spazio di una stagione, la micro-avventure messe su carta da Ali Mitgutsch risultano così godibilissime nella loro individualità e istantaneità, permettendo al lettore di immaginare ciò che c’è prima e ciò che c’è dopo in grande libertà.

Sector 7

Una gita sull’Empire State Building promette una vista spettacolare e imbattibile di New York. Certo, a patto che non ci sia una nebbia da tagliarsi col coltello, altrimenti non resta che accontentarsi di un vago e indistinto biancore. Anche il quel caso, però, non è detto che la gita sia destinata al fallimento. Può capitare, per esempio, che una nuvola burlona ti rubi sciarpa e cappello e che in cambio ti offra un set 100% cumulonembo: un modo come un altro per sancire una nuova amicizia e dare avvio a un’avventura incredibile. È proprio così, infatti, che il bambino protagonista di Sector 7, trasportato dal suo amico vaporoso, arriva in un misterioso edificio sospeso nel cielo e invisibile dalla Terra. Da qui, come fosse una grande stazione centrale, partono e arrivano tutti i tipi di nube. annunciati da appositi e riconoscibili tabelloni. Ma qui le nubi vengono anche studiate, progettate e formate con scrupoloso rigore da un team di serissime persone. Vietato sgarrare e variare di forma: come mai si potrebbero accettare nuvole con sembianze di pesce, di polpo o persino di medusa? Eppure le nuvole sono stufe di avere tutte la stessa sagoma. Così, grazie all’aiuto del bambino, mettono in atto una protesta sorprendente che trova la sua cornice migliore proprio nel cielo di Manhattan!

Da qualunque parte lo si guardi, Sector 7 porta la firma inconfondibile di David Wiesner. Il tratto minuzioso, la scansione rigorosa dei passaggi, l’uso narrativo delle cornici e degli spazi bianchi, l’incontro fertile tra realtà e immaginazione e la costruzione di una storia che chiede di essere raccontata con una logica e una struttura squisitamente visive sono, infatti, aspetti caratteristici della produzione dell’autore americano, che ritroviamo per esempio anche in Martedì o in Flutti. Quella che qui viene offerta al lettore è cioè un’autentica, profonda e complessa esperienza di lettura che non ha assolutamente nulla da invidiare a quella che potrebbe offrire un racconto scritto. Ci sono infatti una trama articolata, dialoghi impliciti da svelare, dettagli da cogliere e mettere in relazione e atmosfere di ampio respiro da esplorare in tutta la loro raffinata coerenza.

Ecco allora che, messi di fronte a un’avventura per immagini di tale respiro, anche lettori poco attratti dal testo scritto o contraddistinti da disabilità o disturbi che ostacolano la lettura pur non coinvolgendo la dimensione cognitiva, possono sentirsi fortemente motivati, apprezzati e sollecitati in un’esperienza che non è sterile esercizio ma fonte di appagante piacere. Sempre dal punto di vista dell’accessibilità, un libro come Sector 7 vanta un’altra caratteristica non trascurabile, ossia la capacità di mettere sulla pagina tutti gli elementi che occorrono a chi legge per avanzare e interpretare il racconto. Per come sono costruite e collegate tra loro, le illustrazioni accompagnano, infatti, la lettura senza lasciarla in sospeso, sposando così la ricchezza della rappresentazione a un’apprezzabile evidenza narrativa.

Orsi in salita

AAA, osservatori incalliti cercasi. Astenersi soffritori di vertigini! C’è tanto da scrutare e altrettanto da salire, infatti, tra le pagine pullulanti di Corinne Zanette. Qui, orsi, galletti, maiali e un’ampia gamma di altre deliziose bestiole si gode una giornata di sole ad alta quota. Si parte da un’altezza base, quella dei tetti più bassi, e da lì si sale, si sale, si sale, tra campanili, ruote panoramiche, gru, elicotteri e cime innevate. Girando pagina, è come se la telecamera che inquadra la scena si elevasse di qualche metro. Ciò che si trova nella parte bassa della pagina scompare dunque in quella successiva, mentre ciò che si trova nella parte in alto scende in fondo. E così via, alla pagina seguente. Come l’inquadratura, anche il tempo non è immobile e così a ogni sfogliatura ritroviamo buona parte dei personaggi che popolano la pagina precedente, intenti a proseguire o concludere l’azione che già li vedeva protagonisti. Chi si stava facendo la doccia si asciuga, chi faceva stretching inizia la coreografia, chi saliva in seggiovia si avvia con gli sci o con lo slittino e via dicendo.

L’architettura narrativa su cui poggia Orsi in salita è a tutti gli effetti mirabolante e mostra una straordinaria coerenza di fondo. C’è coerenza in ciò che fa il singolo personaggio e c’è coerenza nell’intreccio tra le azioni che vedono protagonisti personaggi diversi. Così Gianni canaglia, l’elefante dispettoso, appare intento a disturbare e giocare brutti tiri ad altri animali dall’inizio alla fine del libro. O Gulliver, il maiale osservatore, trova sempre nuove postazioni da cui guardarsi intorno con il suo binocolo. Ogni doppia pagina riunisce così da due a tre decine di personaggi – quadrupede più, bipede meno – intenti a fare cose. Qualcuno compare dalla prima all’ultima pagina, qualcuno scompare e riappare, qualcuno sopraggiunge a un certo punto: come uno spazio aperto, le pagine di Corinne Zanette accolgono così un viavai interminabile che si fa costante motivo di sorpresa e solletico decifrativo.

Dinamicissime, brulicanti e letteralmente zeppe di dettagli, queste sono in realtà del tutto prive di decorazioni accessorie. Tutti i numerosi particolari presenti sono, infatti, funzionali alla narrazione e questo, unito al tratto pulito dell’autrice, rende l’esplorazione particolarmente piacevole, ancorché non banale. Aggirarsi tra i tetti e le cime di Orsi in salita implica infatti una caccia ininterrotta a minuzie significative, uno sforzo di riconoscimento e memoria, di figure e luoghi, che il continuo slittamento di spazio e di tempo segnato dal voltare di pagina e la relativa somiglianza tra diversi protagonisti rendono particolarmente sfidante. Ecco allora che lettori non ancora o non del tutto a loro agio di fronte alla parola scritta, ma le cui facoltà cognitive risultino integre, possono trovare nel libro di Corinne Zanette uno spazio estremamente stimolante in cui cimentarsi con la lettura visiva.

L’orso antennista, i due conigli innamorati, il cane menestrello, la lumachina Lia – minuscola ma sempre presente-, il volatile postino non tanto pratico, la famiglia Fracasso con piccoli tremendi e mamma sull’orlo di una crisi di nervi: l’universo formicolante di Orsi in salita è popolato da decine di personaggi, contraddistinti da ruoli sociali, personalità, passioni e attività ben definiti e precisi, che si sviluppano di pagina in pagina con grande inventiva e profusione dei dettagli. Puntellato di guizzi inventivi particolarmente riusciti, il libro di Corinne Zanette si fa così apprezzare per il piacere dalla scoperta e del ritrovamento, per il gusto delle attività quotidiane riviste in chiave animale, per la moltiplicazione delle azioni e delle relazioni che si intrecciano e per il tocco surreale che anima l’intero racconto.

A spasso per la città

A spasso per la città è il primo volume senza parole pubblicato da Storie Cucite. La casa editrice milanese, da tempo impegnata a promuovere l’accessibilità della lettura soprattutto attraverso la pubblicazione di libri in simboli (ma più di recente anche di libri ad alta leggibilità), sperimenta così un’ulteriore modalità narrativa capace di arrivare a lettori con esigenza e abilità diverse.

Nel libro a firma di Cristina Lanotte seguiamo una giovane artista in cerca di ispirazione. Pennelli e taccuino alla mano, la ragazza percorre le vie della città, si sofferma ad ammirarne gli scorci, coglie dettagli nascosti e fa scorta di visi che trasferisce poi su carta. Pullulante e viva, la città è una superba fonte di incontri e stimoli che possono stimolare l’estro e la creatività. Palazzi colorati, volti baffuti, postini sorridenti, timidi innamorati e avventori da bar: l’occhio accorto si lascia attirare dai particolari più disparati e, lesta, l’artista segue su due ruote il percorso che questi invisibilmente tracciano.

Sulla sua scia, il lettore di immagini non decifra una storia articolata ma se ne va a sua volta a zonzo tra le vie, lasciandosi trasportare dal medesimo spirito curioso che muove la protagonista, cogliendo dettagli che possono contenere in nuce microstorie cittadine e provando a riconoscere negli disegni su taccuino e su tela, cose e persone incontrati tra le pagine. In questo senso la continuità tra lo stile dell’autrice e quello della protagonista, entrambi votati alla valorizzazione del colore allo schizzo di pochi ma significativi tratti, crea un’intrigante comunicazione tra il fuori e il dentro, contribuendo a proiettare il lettore all’interno della storia.

Sdeng Bum Splash! Il grande libro dei rumori

All’interno di Vietato Non Sfogliare accogliamo spesso i bambini raccontando loro che i libri accessibili sono libri incredibili perché si ascoltano con gli occhi, si guardano con le dita e si toccano con le orecchie. Sarà facile intuire, dunque, come mai un libro come Sdeng, bum splash! di Benjamin Gottwald – da poco insignito della menzione speciale nella categoria Fiction del Bologna Ragazzi Award – costituisca per noi una sorta di libro-manifesto.

Le sue pagine coloratissime e del tutto prive di parole offrono, infatti, una sequenza di oltre un centinaio di figure che suonano letteralmente agli occhi del lettore: dal cavallo che trotta al vulcano che esplode, dal corvo che gracchia alle biglie che rimbalzano, dalle onde che si infrangono al trapano che buca il muro. Cosa lo rende possibile? Una scelta intelligente e mirata di soggetti, inquadrature, dettagli e concatenazioni. L’autore è, infatti, bravissimo a selezionare oggetti e situazioni dai rumori iconici, a rendere con pochi tratti i movimenti delle cose o le loro qualità squisitamente sonore così come a costruire ponti narrativi tra figure distanti basati proprio su affinità uditive. Accade così che, di fronte alle sue illustrazioni, venga d’istinto non di nominare ciò che si vede o raccontare che cosa accade sulla scena bensì di dargli voce, farlo risuonare. E l’impulso a farlo non solo nella testa ma proprio a voce alta – attenzione – è davvero molto forte!

Ciò che questo libro fa, meglio e più di molti altri volumi promossi sul mercato editoriale come coinvolgenti e interattivi, è attivare uno stretto patto collaborativo con il lettore, senza il quale, di fatto, il libro non trova compimento. È nel momento esatto in cui la pagina incontra l’occhio, infatti, che qualcosa scatta e il suono echeggia nella testa e nella bocca di chi legge: un fatto, questo, che le neuroscienze sanno probabilmente spiegare nel dettaglio e che si manifesta agli occhi del lettore come una sorta di meccanismo prodigioso frutto della perizia e della genialità dell’autore.

Quest’ultimo, dal canto suo, coglie con Sdeng, Bum, Splash! una sfida interessante e nuova: proporre (con successo) un libro basato sui rumori – su quelle che potremmo definire delle onomatopee implicite – a un pubblico diverso da quello della prima infanzia cui di solito questo tipo di volume si rivolge. Conscio che il piacere di giocare con i suoni e con forme di comunicazione che precedono o affiancano la lingua vera e propria non ha di fatto età, Benjamin Gottwald inanella 160 pagine silenziose fuori e rumorose dentro: una misura lunga che strizza l’occhio a bambini non nuovi alla lettura, anche di scuola primaria oltre che dell’infanzia, e in cui trovano posto micro-strutture narrative basate su associazione di diverso tipo e con diversi gradi di complessità che sta proprio al lettore scovare.

Così, per esempio, troviamo affiancati soggetti accomunati da suoni simili, come una nave e una mucca; soggetti identici o diversi ripresi in due fasi della stessa un’azione, ciascuna con una sua specificità sonora, come una persona che fa una bolla con il chewing gum e poi la scoppia o come un calciatore che segna e il pubblico che esulta; soggetti immortalati in due contesti differenti, come l’acqua che batte sul vetro o che scende dalla doccia; soggetti simili per forma ma diversi per suono, come un soffione al vento e l’elica di un aeroplano e via dicendo. Si tratta di collegamenti spesso sovrapposti, come nel caso del cantante dalla bocca spalancata e del pubblico che sbadiglia, che spesso proseguono anche oltre la doppia pagina, come nel caso della sequenza cannone che spara – signore che fa una puzzetta – signore che annusa i fiori – signore che starnutisce (in due tempi) – tuono – masso che rotola. La narrazione segue insomma un’associazione di idee talvolta più e talvolta meno evidente, in una sorta di caccia al nesso divertente e stimolante.

Questo aspetto, dal canto suo, non è privo di interesse anche dal punto di vista dell’accessibilità, poiché i nessi a più livelli e con maggiore e minor grado di evidenza arricchiscono la narrazione senza vincolarne l’apprezzamento. Ciascuno può cioè muoversi tra queste pagine cogliendo più o meno associazioni, rimandi, e collegamenti, senza che il loro numero e la loro sottigliezza condizioni il piacere di base dato da una lettura puramente sonora. Sdeng, bum splash! ha il pregio, peraltro, di abbracciare e solleticare lettori con abilità ed esigenze differenti grazie a molteplici qualità. Pensiamo all’assenza di parole, in primo luogo, che sorride a tutti quei bambini che trovano un ostacolo nella decodifica del testo scritto. Ma anche alla valorizzazione di un tipo di comunicazione più immediata di quella prettamente linguistica, quale quella basata sui suoni; o alla rappresentazione di soggetti facilmente padroneggiabili per esperienza diretta o indiretta, dato il loro abitare l’immaginario comune; o ancora alle inquadrature ravvicinate che mettono bene in evidenza il soggetto e il suo aspetto sonoro senza inutili dettagli o fronzoli. Si capisce allora bene perché il libro di Benjamin Gottwald, oltre a entusiasmare per la sua carica innovativa, rappresenti un lavoro di grandissimo interesse anche per chi abbia a cuore la diffusione di proposte di lettura che fanno della creatività una chiave di inclusione.

 

Guarda bene

Quando anche la compagnia di un cagnolino non riesce a scuotere la voglia di giocare, la noia di un bambino si può fare grande, quasi insopportabile. È proprio quello, però, il momento in cui qualcosa di speciale può accadere. Il momento in cui la curiosità vola e la fantasia si accende.

Così accade al protagonista di Guarda bene. Attratto da una coccinella che gli passa per caso accanto, questi decide infatti di seguirla e osservarla per bene. Che sorpresa per lui quando, scostando i fili d’erba su cui l’insetto si è posato, scopre un pullulare di creature fantastiche, di verde tinte, con l’espressione furba e il cappello punta. Come piccoli elfi dei prati, gli esserini fanno il bagno nelle pozzanghere, mangiano bacche, si arrampicano tra le foglie e cavalcano le coccinelle.

Grandi sono il diletto e la meraviglia del protagonista al loro fianco, soprattutto perché come per magia si ritrova rimpicciolito fino alla loro taglia e può dunque condividerne avventure e segreti davvero da vicino. E grande, soprattutto, è la sua voglia di continuare a esplorare. Così, giusto il tempo di congedarsi dai nuovi amici ed eccolo pronto a tuffarsi tra le onde. C’è un paguro sulla spiaggia, premessa irresistibile di nuove minuscole avventure sottomarine…

Contraddistinto da una grande delicatezza di toni e di sguardo, Guarda bene procede per sole immagini senza far uso di alcuna parola. Questo aspetto, oltre a non compromettere la narrazione che fila liscia con naturalezza, valorizza la sospensione tra dimensione reale e dimensione fantastica che caratterizza il racconto. È una magia quella che tocca il bambino o è la sua fantasia a trasformare ciò che vede? L’autrice volutamente non ce lo dice e le sue illustrazioni così suggestive invitano silenziosamente il lettore a dare la sua personale interpretazione.

La mia giornata

Impara l’arte e mettila da parte! Questo ha senza dubbio fatto la squadra di Puntidivista, progettando e realizzando i quiet book della sua collana senza parole. L’ultimo finora pubblicato – La mia giornata – presenta infatti caratteristiche analoghe al primo – Oggi divento (2018) – ma vanta al contempo alcune migliorie che lo rendono particolarmente apprezzabile e funzionale.

Entrambi i volumi si caratterizzano per pagine in feltro su cui sono attaccati (e da cui si possono staccare e riattaccare) con il velcro tanti elementi, anch’essi fustellati in feltro. Grazie a tali elementi, i protagonisti del volume, a loro volta staccabili e realizzati nel medesimo materiale, possono assumere differenti ruoli e fare cose diverse: in Oggi divento, per esempio, essi vestono i panni e dispongono degli strumenti tipici di vari mestieri mentre in La mia giornata interagiscono con gli oggetti caratteristici dei differenti ambienti che scandiscono le ore del giorno.

Qui, dunque, il bambino – che può essere maschio o femmina a seconda dei capelli che il lettore sceglie di applicargli – può lavarsi in bagno, vestirsi di fronte all’armadio, studiare e scrivere a scuola, muoversi in auto, fare acquisti in negozio, giocare al parco e prepararsi per andare a letto.  Il plus rispetto ai volumi più vecchi è rappresentato dalla presenza di elementi di contesto (il lavandino, il letto, la scrivania…) che agevolano la costruzione di scene narrativamente funzionali. Da non sottovalutare, poi, dal punto di vista pratico, la presenza di una semplice ma comoda custodia in stoffa che permette di riporre il libro dopo l’uso senza rischiare che i pezzi cadano e si smarriscano.

Contraddistinto da sagome molto essenziali ma ben riconoscibili e combinabili, La mia giornata costituisce un supporto molto funzionale e adattabile alle esigenze del singolo bambino, che siano di tipo pratico, come per esempio familiarizzare con una routine quotidiana o con la successione temporale, o che siano di tipo squisitamente narrativo. A partire dagli elementi offerti sulla pagina, infatti, è possibile costruire quadri o sequenze narrative più o meno complesse con cui inventare, divertirsi, giocare.

Ma quando arriva?

Chi l’ha detto che il tempo dell’attesa debba essere per forza immobile e noioso? Basta sapere cosa farci!  A inventare mondi e creature, osservando e lasciandosi ispirare da ciò che ci circonda e ci accade intorno, i minuti passano, per esempio, in un lampo. Così, alla fermata di un bus, possono presentarsi draghi e lucertoloni, possono affollarsi aerei ed elicotteri e ci si può immergere in mondi sottomarini. Mentre gli adulti sembrano subire passivamente il tempo trascorso sotto la pensilina, la bambina protagonista di Ma quando arriva? si gode a pieno il qui e ora, perché capace di trasformarlo in molti altrove.

Il tratto di Violeta Gomez è volutamente impreciso, talvolta abbozzato. Privi di contorni davvero netti e di dettagli minuziosi, i suoi personaggi parlano piuttosto con i colori e le posture, rivelando in pochi tratti lo stato d’animo che li pervade. La cifra espressionistica dell’autrice concorre d’altro canto a valorizzare la sovrapposizione tra dimensione reale e dimensione fantastica che caratterizza il volume e che muove la narrazione. Le inferenze richieste al lettore per distinguere i due piani e riconoscere come si intreccino non sono né minime né scontate: per questo il libro si rivolge in particolar modo a quei lettori che trovino stimolante e non ostacolante la presenza di passaggi narrativi impliciti o appena accennati.

Le forme degli animali

È un libro senza parole?  È un libro-gioco? È un libro da toccare? Sì, sì, e sì. Difficile da incasellare, Le forme degli animali è un libro tanto semplice quanto versatile, nato in casa Puntidivista. Simile a Forme e colori per progetto e struttura, il libro si compone di tre doppie pagine in feltro, ciascuna delle quali ospita altrettante sagome di animali (cui si aggiungono il cane e il gatto in copertina) realizzate con lo stesso materiale. Troviamo animali domestici, selvatici e da fattoria, d’aria, d’acqua e di terra, uniti a tre a tre senza precisi ed evidenti criteri.

Ogni doppia pagina presenta da un lato una superficie uniforme e vuota, dall’altro tre sagome di animali che possono essere agevolmente estratte per giocare e raccontare. Quelle stesse sagome possono essere infatti impiegate per sviluppare la motricità fine, ricostruire le corrispondenze tra il pieno e il vuoto, nominare gli animali e costruire su di essi piccole storie che possono animarsi sulla pagina vuota.

Dal canto loro, le pagine sono tenute insieme da due anelli apribili che supportano più agevolmente gli spessori delle figure e che consentono di impiegare anche singolarmente ogni doppio foglio di feltro. Questo aspetto è interessante non solo in termini di praticità ma anche di fruibilità, pensando per esempio a quei bambini che risentono dell’esposizione simultanea a troppi stimoli e possibilità e a cui giova invece l’offerta progressiva di elementi da esplorare e utilizzare.

Stimolanti al tatto, benché non completamente fruibili in caso di disabilità visiva (ma il libro non si pone in effetti questo obiettivo), le sagome appaiono essenziali, semplici e piuttosto riconoscibili. La scelta di colori non aderenti al reale invita a concentrarsi sull’elemento della forma. Apprezzabile, infine, la scelta di dotare il volume di una pratica sacchetta in stoffa che si chiude con un laccetto e che consente di non perdere per strada le figure, soprattutto dopo un uso prolungato che attenua la forza del velcro.

Il signor Scaccialacrime

Il signor Scaccialacrime è un personaggio curioso: un pacioso essere dalla forma tondeggiante, tutto candido dalle gote rubiconde. Ogni mattina va a in autobus a lavorare. Ma in cosa consiste il suo lavoro? Semplice (a dirsi, molto meno a farsi in realtà): raccoglie le telefonate di persone tristi, ne ascolta crucci e drammi, e si fa carico del loro dolore alleggerendo il peso che si portano addosso. Alla sera, dopo aver ascoltato tante parole, il signor Scaccialacrime torna a casa. É visibilmente provato, pensieroso e il suo candore ha lasciato il posto a un significativo azzurro-pianto. A casa, però, lo aspetta qualcuno in grado di riportarlo a sorridere, restituendogli il calore e il colore originale.

Tanto semplice nella storia che porta quanto raffinato nel modo di porgerla al lettore, l’autore de Il signor Scaccialacrime si affida alle sole immagini per condurre la narrazione, facendo un accorto uso dei dettagli. Selezionatissimi ma significativi, questi consentono in effetti al lettore di interpretare ciò che accade. Le sagome essenziali permettono, nello specifico, con una linea, un particolare o un colore, di riconoscere un certo tipo di personaggio o di intuire un certo tipo di passaggio narrativo. Così, per esempio, bastano un dorso curvo e un bastone per riconoscere una creatura anziana, un progressivo cambio cromatico per capire cosa accada al protagonista man mano che riceve le telefonate o che si avvicina a casa, una postura ripetuta per cogliere il tipo di atteggiamento che lo caratterizza. Così, con poche linee e altrettanti colori, Jian Yao dà vita a un racconto intenso ed evocativo, in cui la relazione tra le persone appare chiaramente la chiave di tutto.

Sospeso, fin dalla fisionomia dei personaggi, tra reale e metaforico, Il signor Scaccialacrime semina tanti indizi che interrogano il lettore e non sempre trovano una risposta univoca. Tante sono le piste di riflessione che potrebbero aprirsi da questo libro che celebra il potere della parola e soprattutto dell’ascolto. La sua lettura richiede dunque una certa predisposizione a un racconto non immediato e diretto e una capacità di cercare, scovare e interpretare dettagli importanti che dipanano la matassa narrativa.

Forme e colori

Si scrive Forme e colori, si legge semplicità vincente! Il volume in feltro nato in casa Puntidivista si caratterizza infatti per un’estrema sobrietà compositiva che diventa chiave di fruibilità estesa e multiforme. Quadrato, pratico e piacevole da maneggiare, il libro presenta tre doppie pagine in feltro, ciascuna delle quali propone da due a quattro sagome fustellate e altrettanti spazi di forma analoga in cui queste possono essere collocate.

Al lettore viene perciò chiesto di riconoscere la corrispondenza tra sagoma e spazio vuoto e di provare riempire quest’ultimo con la sagoma corretta. Nella sua essenzialità massima – di forme, di grafica, di colori, di materiali – il libro offre dunque molteplici stimoli che vanno dall’identificazione di forme e colori, all’associazione tra vuoto e pieno, alla collocazione puntuale degli elementi a disposizione: un lavoro dunque ricco e multisfaccettato che coinvolge la dimensione cognitiva così come quella della motricità fine.

Contenitore di un gioco che si può ripetere all’infinito e che può trovare nuovi sviluppi secondo la fantasia di chi lo usa (cosa succede, per esempio, se sulla pagina vuota colloco il triangolo sopra il quadrato? Viene fuori una forma nota? Posso creare altri oggetti?), Forme e colori privilegia forme essenziali che facilitano il riconoscimento e la composizione.

Le pagine prevedono, in questo senso, un piccolo crescendo in termini di complessità: se la prima doppia pagina presenta, infatti, forme geometriche come il quadrato e il triangolo, la seconda offre forme simboliche come il cuore e la stella mentre la terza propone un cane e un gatto, così da rendere il gioco via via più stimolante. Il libro è contenuto all’interno di una pratica sacca di stoffa che aiuta a non perdere i pezzi che lo compongono: un’attenzione in più che facilita l’uso del volume anche durante i viaggi o, più generalmente, il tempo trascorso fuori casa.

La favolosa montagna

Vincitore del concorso internazionale Typhlo & Tactus 2013, La Favolosa montagna di Erika Forest è un libro tattile decisamente originale. Ciò che lo caratterizza, in particolare, è il rapporto tra testo e immagini che porta il lettore a muoversi con agio tra le pagine e il loro contenuto. Il libro si contraddistingue, infatti, per un breve testo introduttivo, di stampo marcatamente evocativo, che invita il lettore a lasciar girovagare la sua immaginazione esplorando con le dita i labirinti segreti che portano in cima alla vetta.

Quelle che seguono sono pagine mute ma ricche di suggestioni che richiamano paesaggi fisici ed emotivi – ostacoli e tane, ponti e relazioni, rifugi e agenti atmosferici, fatiche e ristori- grazie alla scelta oculata dei materiali e alle forme con cui le figure sono realizzate, alla loro disposizione all’interno della cornice di stoffa che delimita ogni passaggio narrativo e al tipo di interazione che suggeriscono a chi legge (stropicciare, infilare, solleticare, grattare…).

E proprio lo scarto tra il silenzio della parola e la forza comunicativa della pagina, sempre a cavallo tra rappresentazione astratta e richiami all’esperienza reale, lascia spazio a innumerevoli interpretazioni, personali e rinnovabili a ogni giro, senza vincoli di giudizio di esattezza. Un invito autentico e realmente inclusivo a trovare e scegliere e percorrere il proprio sentiero e a scoprire che questo può avere ogni volta un aspetto differente. In questo senso, il breve testo di chiusura che indica esplicitamente il cuore del lettore come il vero tesoro da trovare e seguire, stona un pizzico con il tono autenticamente poetico, libertario e aperto del volume.

L’esperienza di lettura che ne deriva è in ogni caso piena e appagante, insolita e coinvolgente. Capace di toccare corde diverse in lettori diversi, anche secondo la loro personale capacità di astrazione e di pensiero metaforico, La favolosa montagna si presta perfettamente a favorire un momento di intima riflessione e condivisa partecipazione che può condurre il singolo e il gruppo su sentieri multiformi e inattesi.

Avventura nel Regno di Porcellana

La poesia, crediamo, dimora spesso nelle cose ordinarie e un libro come Avventura nel Regno di Porcellana ce ne offre un piccolo ma delizioso assaggio. Tra queste pagine del tutto prive di parole capita infatti che le decorazioni minuziose e affascinanti, ma spesso immobili e polverose, di un set di stoviglie di porcellana prendano inaspettatamente vita. Avete presente quei disegni blu, composti da motivi regolari e figure dettagliate come foreste e paesaggi, che caratterizzano i piatti raffinati delle nonne? Benissimo, proprio quelli sotto la matita raffinata di Katerina Illnerova si animano e diventano protagonisti di un viaggio meraviglioso.

Assorto a pescare e fumare la pipa sulla sua barchetta, un placido omino vede, in particolare, il suo cappello volare via con il vento e si lancia al suo inseguimento. Ma come fa, se si trova nel bel mezzo delle onde? Semplice, passando di zuppiera in bricco, di bricco in caraffa, di caraffa in piatto e via dicendo… partendo dal vaso sui cui è disegnato e attraversando un intero set di stoviglie, l’omino si ritrova a superare montagne e foreste, tempeste e labirinti, draghi e carpe giganti fino a che, ritrovato il cappello, ritroverà anche la perduta pace e potrà godersi un pisolino all’ombra di funghi giganti.

L’abilità di Katerina Illnerova sta nel trasformare le peculiarità degli oggetti e degli ornamenti in occasioni narrative che appassionano, stupiscono e fanno sorridere. Così per esempio un motivo intricato a foglia diventa una trappola che ingarbuglia il protagonista, le tazze sovrapposte creano profili di montagne altissime e set di vasi dai motivi variegati e apparentemente astratti allestiscono un ostico percorso tra le intemperie. Il lettore si trova così strattonato tra il desiderio di seguire il protagonista e quello di deliziarsi con le trovate dell’autrice. Quello a lui offerto è un percorso di lettura visiva stimolante e coinvolgente, particolarmente adatto a chi non si tira indietro di fronte ad avventure fantastiche che abbandonano gli ormeggi del reale e chiedono di cogliere e interpretare dettagli minuziosi.

Lo sai chi siamo?

Lo sai chi siamo? è un piccolo e maneggevole cartonato, frutto dell’esperienza e della geniale predisposizione alla sperimentazione della fotografa Tana Hoban. Il volume presenta dieci robuste doppie pagine bianche su cui si stagliano le silhouette nere di alcuni degli animali che più facilmente un bambino piccolo (e piccolissimo) può incontrare sul suo cammino e dunque imparare a conoscere e riconoscere.

Le sagome di pecore, maiali, cani, gatti e anatroccoli si impongono all’attenzione del lettore soprattutto per via del forte contrasto con lo sfondo chiaro e per la stampa liscissima e lucida che le rende leggermente percepibili anche al tatto. Non c’è, inoltre, alcun elemento di contorno o distrazione sulla pagina per cui occhio e mente sono inevitabilmente portati a concentrarsi sulle illustrazioni, sfidati a individuarne i rispettivi referenti e ad acquisire le categorie del grande e del piccolo. Ogni animale è infatti presentato attraverso un esemplare adulto e uno o più cuccioli, in una composizione che dinamizza la pagina e favorisce la nascita di dialoghi a partire da essa.

Privo di parole, contraddistinto da un forte contrasto di colori (bianco e nero) e da un’estrema pulizia grafica, Lo sai chi siamo? presenta, come d’altronde molti libri di Tana Hoban, un forte grado di accessibilità, sia rispetto ai disturbi visivi sia rispetto a difficoltà di tipo cognitivo e comunicativo. Il volume si presta inoltre a letture ed usi molto trasversali rispetto all’età: non solo, infatti, può essere impiegato per coinvolgere e stimolare i bambini di pochi mesi favorendone lo sviluppo visivo, ma risulta anche molto intrigante per bambini un poco più grandi, intorno ai due anni di età, che possono trovare curioso riconoscere le sagome degli animali e collegare le figure del libro a significative esperienze fatte nella realtà.

Verme

Federico Fernandez e Germán Gonzalez sono due specialisti nella creazione di micromondi pullulanti. Lo abbiamo scoperto con Balea, leporello del 2016 che ci invitava a salire su un affollatissimo sottomarino a forma di balena, e ne abbiamo conferma ora con Verme, libro dal formato e dalla struttura analoghi, ambientato all’interno di una gigantesca trivella che opera sottoterra.

Qui lavorano e vivono centinaia di persone, le cui occupazioni sono le più strambe e disparate. Coloro che guidano il possente macchinario o ne aggiustano le parti danneggiate si contano, infatti sulle dita di una mano. Tutti gli altri sono invece intenti a rilassarsi o dediti a compiti sorprendenti come accudire pulcini, sistemare quadri famosi o inseguire mummie in fuga. Difficile, di fronte a tante micro-situazioni, tenere a freno la curiosità e trattenersi dal condividere le scoperte più assurde con eventuali compagni di lettura.

Costruito come un leporello, Verme presenta da un lato una visione di ciò che accade all’interno della trivella e dall’altro una visione di ciò che accade al di fuori. In entrambi i casi il numero situazioni da assaporare e il tasso di inventiva che le caratterizza sono decisamente fuori dal comune. Un ruolo speciale, nel generare straniamento e spasso, è giocato da animali e creature fantastiche che di tanto intanto compaiono e interagiscono con gli umani. Dal topo dj al lungo verme rosa, dai mostri pelosi che amano farsi pettinare agli scheletri festanti di tradizione messicana, il mondo sotterraneo di Fernandez e Gonzalez è un concentrato di citazioni e strizzate d’occhio che rendono la lettura visiva molto gustosa anche per i grandi.

Questo aspetto, unito alla libertà di movimento sulla pagina offerta al lettore come è tipico dei wimmelbuch, fa sì che Verme offra diversi livelli di lettura, adattandosi a competenze e abilità differenti. Godibilissimo dai lettori meno esperti per le innumerevoli sorprese inventive così come dai più navigati per i riferimenti all’arte e alla storia, questo libro senza parole si presta a letture molteplici e mai identiche, capaci di svelare ogni volta nuovi dettagli e possibilità.

L’isola all’ultimo piano

C’è una ragazza che vive all’ultimo piano di un alto palazzo. Una scaletta sottile collega il suo balcone con il mondo di sotto ma un giorno questa viene colpita da un fulmine e così la ragazza si ritrova improvvisamente isolata. Nella solitudine del terrazzo, la protagonista pensa con nostalgia ai tempi in cui il suo innamorato viveva giusto di fronte a casa sua e da balcone a balcone poteva addirittura abbracciarlo. Non sappiamo cosa ne sia stato di quell’amore, sappiamo però che il suo ricordo dà alla ragazza la spinta giusta per provare a tessere nuovi legami con chi le sta intorno: esattamente ciò che le occorre per ritrovare un contatto con il mondo esterno. Dapprima sono messaggi in forma di aeroplano e piccioni viaggiatori, ma entrambe le soluzioni sembrano fallire nell’intento. Serve una trovata nuova, un’idea che consenta alla giovane di prendere il largo, forte di una rete di sostegno fitta, seppur quasi invisibile.

Riccardo Guasco costruisce un racconto per sole immagini che parla di relazioni e isolamento, di vicinanza e sogni e che ci pare particolarmente forte in questo preciso momento storico, a seguito del vissuto che la recente pandemia ha imposto a tutti noi. La metafora del filo, scelta e sviluppata dall’autore, consente infatti di riempire il racconto di significati personali, rinnovandone di volta in volta l’intensità e la capacita di parlare con il lettore. Quest’ultimo, dal canto suo, è chiamato a uno sforzo interpretativo non banale perché l’albo si nutre di vuoti e di silenzi che rendono l’inferenza una pratica stimolante e necessaria.

Riflettiamoci

Un piccolo di rinoceronte e una piccola di giraffa, rimasti entrambi orfani a causa dei bracconieri e di un incendio, sono i protagonisti di questo albo senza parole firmato da Gek Tessaro e nato in collaborazione con la Cooperativa Sociale Famiglia Nuova. Le loro storie sono sì diverse ma molto prossime, al punto che dopo un lungo e smarrito vagare, i due animali giungono ai bordi della medesima pozza d’acqua e si guardano fissi negli occhi come riconoscendosi.

Si riflettono, il rinoceronte e la giraffa, sulla superficie trasparente della pozza ma soprattutto l’uno nell’altra, ché i sentimenti, amari e gioiosi che siano, ci fanno vicini come poche altre cose al mondo. E allora quel titolo – Riflettiamoci – diventa anche un invito a noi lettori a far germogliare un racconto per immagini doloroso ma con un tocco di ottimismo, lasciandogli il tempo e lo spazio per animare pensieri ed emozioni.

Vincitore del premio Andersen 2022 come miglior libro senza parole, Riflettiamoci offre una storia intensa, che lo stile inconfondibile e graffiante di Gek Tessaro rende particolarmente toccante. L’autore suggerisce ciò che accade con poche e accese illustrazioni in cui si condensa un mondo di fatti e sentimenti. Grande è il lavoro di interpretazione e inferenza lasciato, in questo senso, al lettore, al quale si chiedono abilità di lettura e decodifica delle immagini (e dei vuoti che tra di esse emergono) non proprio basilari. Il libro vanta infine un formato ampio che valorizza le suggestive tavole dell’autore la cui veste affascinante stride solo un po’ con la presenza di proposte operative poste al termine della storia.

Io sono blu

A righe nere e ble dalla punta del pungiglione alla punta delle zampe: così appare la protagonista del silent book Io sono blu. Mica facile, per un’ape con questo aspetto, trovare il proprio posto in uno sciame rigorosamente nero e giallo, in cui nessuno si discosta dalla norma. Soprattutto perché questa anomalia cromatica genera nelle compagne isolamento e scherni  duri da digerire.

“Perché sono così?”, sembra chiedersi allora la protagonista del libro mentre consulta manuali di enotomologia che non fanno che confermare la sua bizzarria. “E come posso rimediare?”, pare domandarsi nel disperato desiderio di farsi accettare. E così, ferri e fili alla mano, l’apetta corre ai ripari e si procura un bel travestimento: un travestimento che sembrerebbe pure funzionare all’inizio ma che a lungo andare mostra tutto il suo posticcio valore. Sarà un incontro casuale con una variegata compagnia di insetti a dare un’autentica svolta alla situazione, consentendo alla protagonista, e con lei al lettore, di scoprire che diversità può significare unicità e che là dove ognuno è libero di essere a suono modo, isolamento e scherni appaiono d’un tratto cosa assai sciocca.

Finalista del Silent Book Contest 2021 e vincitore, nell’ambito dello stesso concorso, del premio assegnato dalla giuria Junior, Io sono blu racconta una storia di diversità e accettazione che arriva in maniera molto diretta al lettore. Le situazioni in cui l’apetta protagonista viene ritratta e le emozioni che ne derivano sono infatti rese dell’autrice in modo molto efficace e riconoscibile. Irene Guglielmi è, in questo senso, molto brava, nel sottolineare con pochi tratti e senza tanti passaggi narrativi gli atteggiamenti chiave dei personaggi coinvolti.

Dopo una prima doppia pagina in cui si scorge in lontananza un grande sciame giallo in cui spicca un puntino blu, ci si trova infatti di fronte a un’illustrazione efficacissima che restituisce la grande varietà di reazioni generate dalla diversità della protagonista: stupore, diffidenza, paura, disgusto, superiorità, il tutto reso attraverso semplici posture o espressioni facciali. In questo modo non risulta difficile, per il lettore, seguire e interpretare ciò che accade dopo – la ricerca di risposte, il tentativo di sentirsi normale e farsi accettare, la curiosità accesa da altri esseri non convenzionali – facendosi guidare da un forte senso di empatia nei confronti dell’apetta. Questo, dal canto suo, agevola il lettore nelle operazioni di decodifica della storia per immagini, supportandolo in una sfida di lettura coinvolgente.

Bianco e nero

Must have assoluto per i piccolissimi, Bianco e nero di Tana Hoban ha tutto quello che un libro per lettori di pochi mesi dovrebbe avere: ha pagine solide, una struttura a leporello che si regge in piedi da sola, contrasti forti, figure grandi, sagome nette e soggetti attraenti.

Qui la semplicità dei contenuti fa il pari con la profondità della ricerca: ogni dettaglio – ciò che l’autrice inserisce così come ciò che decide di togliere – è studiato con grande cura, rispetto e attenzione nei confronti dei potenziali destinatari. Nulla di superfluo trova spazio sulla pagina che accoglie, da un lato del leporello, grandi figure nere su sfondo bianco, e dall’altro, grandi sagome bianche su sfondo nero. Le figure sono piene, sature, lucide, e catturano davvero l’occhio con grande facilità. Oltre al fascino del contrasto, queste si fanno apprezzare dai bambini sotto o poco sopra l’anno anche in virtù dei soggetti rappresentati. Strumenti quotidiani come posate e biberon, animali familiari come gatti e uccellini, oggetti naturali a domestici come foglie e chiavi offrono infatti al bambino il piacere del riconoscimento.

Ispirato ai principi dell’essenzialità, della facilità d’uso (la possibilità, per esempio, di osservare le pagine senza doverle sfogliare) e dell’evidenza della rappresentazione, Bianco e nero può dirsi un volume di grande accessibilità, capace di venire incontro anche ai bisogni specifici di bambini con difficoltà visive, cognitive o comunicative. Studiato per poter essere osservato a lungo e con piacere in autonomia dai neonati, il libro si presta benissimo anche a una lettura dialogica in cui l’adulto possa indicare e nominare i diversi oggetti, collocandoli eventualmente in un racconto personalizzato che richiami l’esperienza diretta di chi ascolta.

Con l’uscita di Bianco e nero festeggiamo l’arrivo in Italia di alcuni titoli preziosissimi di Tana Hoban, fotografa statunitense che negli anni ’70 condusse una ricca e innovativa ricerca sulla lettura visiva attraverso il medium fotografico. A questa pubblicazione di Editoriale Scienza ne sono già seguite alcune altre – Lo sai chi siamo?, sempre per lo stesso editore e Giallo, rosso, blu per Camelozampa – che speriamo fortemente inaugurino una lunga serie di proposte fotografiche rivolte a piccoli e piccolissimi.

Flutti

Se c’è un libro capace di sfatare quello sciocco pregiudizio che associa i racconti visivi a un esclusivo pubblico di lettori piccoli e inesperti, perlopiù perché incapaci di decodificare la parola scritta, quello è proprio Flutti. Pluripremiato, acclamato e da anni atteso in Italia, il silent book di David Wiesner ora edito da Orecchio Acerbo è infatti un esempio ammirevole di architettura narrativa e di uso raffinatissimo delle immagini.

Protagonista è un ragazzino dallo spiccato interesse scientifico, come si intuisce dal fatto che in spiaggia con lui ci sono sì secchielli pieni di tesori ritrovati sulla battigia ma anche strumenti che ne consentono la minuziosa osservazione come una lente di ingrandimento, un binocolo e un microscopio. Ed è proprio mentre osserva paguri e granchi che facciamo la conoscenza di questo personaggio. Anche se, da lì a poco, sarà qualcos’altro a monopolizzare la sua attenzione. Un’onda particolarmente forte deposita infatti sulla spiaggia un misterioso strumento che reca l’eloquente scritta “Underwater camera” e le cui incrostazioni marine lasciano intuire una certa antichità. Nessuno sulla spiaggia, bagnino compreso, ne sa nulla: non resta che indagare. Dopo un’ora di snervante attesa per lo sviluppo del rullino, il protagonista – e con lui il lettore – si trova davanti qualcosa di assolutamente straordinario: una serie di fotografie subacquee i cui soggetti sono creature o situazioni fantastiche come pesci robot,  stelle marine giganti con isole sul dorso o famiglie di polpi che leggono storie alla luce di melanoceti. Lo sconcerto è massimo.

Possibile immaginare qualcosa di ancora più incredibile? Evidentemente sì, se chi disegna di nome fa David Wiesner! L’ultima foto del rullino mostra infatti una sequenza di bambini diversissimi tra loro per tratti somatici, abiti e contesti, ciascuno ritratto con in mano una foto che a sua volta ne immortala un altro. Come in una sorta di matrioska fotografica, ogni fotografia ne contiene una più piccola, in un gioco al rimpicciolimento via via più microscopico. E proprio il microscopio, quando la lente di ingrandimento non basta più, consente al protagonista di scorgere dettagli altrimenti impercettibili e risalire indietro nel tempo, fino alla primissima foto della serie in cui si nota un bambino di un secolo fa o forse più. Nell’euforia per una scoperta tanto entusiasmante, resta una sola cosa da fare: consentire al gioco di proseguire…

Intrigante e intelligente come pochi, Flutti è un libro che fa delle figure materia plastica con cui raccontare, giocare, riflettere. Un libro per immagini che parla di immagini è un invito per il lettore a un’esplorazione metanarrativa appassionante. Ma un libro come Flutti aggiunge a questo aspetto già di per sé geniale, l’incanto di un racconto in cui nulla è lasciato al caso. Dentro al silent di David Wiesner c’è proprio tutto quello che vorremmo chiedere a un libro. Ci sono mondi immaginari e invenzioni fantastiche, dettagli eloquenti e inquadrature studiate, tavole in cui perdersi e una storia solida da decifrare. L’autore confeziona in maniera impeccabile il suo racconto senza parole, facendo leva su una successione di riquadri dal ritmo variegato che fanno sentire il lettore come su una poltrona del cinema. Nonostante la raffinata complessità della storia e il sottile intreccio tra dimensione reale e dimensione fantastica, il libro offre così una narrazione pulita e chiarissima, capace di accompagnare il lettore senza rinunciare mai, nemmeno un istante, a solleticare il suo intuito e la sua meraviglia.

Articolato e ricco al punto da poter essere letto e riletto a lungo, senza rischio di annoiarsi, Flutti fa dell’osservazione la sua chiave, invitandoci a guardare lontanissimo e vicinissimo e a godere delle meraviglie che uno sguardo così curioso può spalancare. Imperdibile!

Il sogno di Max

A bordo di un pullmino stipato fino all’orlo (sfidiamo, noi, a far stare altrimenti cinque elefanti in un solo mezzo!) che viaggia in mezzo alla pioggia, l’elefantino Max si accinge a tornare da scuola. A differenza dei suoi compagni, che una volta scesi gioiscono di spruzzi e cascate d’acqua, Max non è affatto felice. Quella pioggia guastafeste gli impedirà di godersi il pomeriggio al luna park, in compagnia del papà e con un bel palloncino rosso attaccato alla proboscide. Che peccato! Eppure quel sogno è così forte e desiderato che dal palloncino rosso fiammante Max si lascia chiamare e trasportare lontano, in una bella giornata di sole, in cima alle giostre più belle. È successo davvero o Max se lo è solo immaginato? Difficile dirlo, soprattutto se il sogno finisce per essere condiviso con il papà…

Tutto giocato sul contrasto tra il bianco e il nero delle illustrazioni a matita e il rosso fiammante del palloncino e di alcuni dettagli delle giostre, Il sogno di Max racconta una graziosa storia per immagini che sa di famiglia, di fantasia e di libertà.  Oltre a dirci tra le righe che non dobbiamo per forza essere tutti uguali e a raccontarci quanto un sogno possa unirci e portarci lontano, il libro di Imbrattacarta offre un’opportunità di lettura visiva interessante in cui i vari passaggi narrativi non sono scontati ma richiedono una certa attenzione da parte del lettore a cogliere e interpretare dettagli minimi come espressioni del volto, inquadrature e posizioni.

… E questa pancia?

Per un bambino piccolo, la gravidanza è qualcosa di misteriosamente intrigante. Come mai la pancia della mamma cresce? Cosa si nasconde là dentro? E perché dentro casa iniziano a farsi spazio alcuni oggetti indecifrabili?

Patricia Martin e Rocio Bonilla interpretano questi interrogativi tanto comuni quando un fratellino è in arrivo, con un cartonato senza parole dal tono leggero. Il protagonista, di cui si apprezzano sguardi sorpresi, dubbiosi e talvolta sospettosi, viene rappresentato negli spazi di casa mentre osserva attento i piccoli cambiamenti che, in una quotidianità immutata, iniziano a prendere piede. La vasta gamma di sentimenti provati e rappresentati lascia infine spazio a una giocosa complicità con il nuovo venuto, in un lieto fine che rassicura e fa sorridere.

Come A nanna!, altro titolo della stessa coppia autoriale pubblicato in formato analogo e all’interno della stessa collana, … E questa pancia? vanta illustrazioni pulite e prive di dettagli superflui e una spiccata attenzione alla quotidianità vissuta dai potenziali lettori. Questo volume presenta, però, una storia un pochino più articolata che comprende alcuni passaggi non banali. Il libro si presta dunque  a essere condiviso e apprezzato soprattutto da piccoli lettori che stiano personalmente vivendo l’arrivo di un bebè in famiglia e che condividano con il protagonista dubbi, domande e curiosità.

La relativa neutralità delle illustrazioni e l’assenza di testo agevola, in questo senso, l’uso del libro come strumento per spiegare un avvenimento che a piccoli occhi può apparire complesso ed enigmatico, trovando parole che si aggancino con precisione all’esperienza reale del singolo bambino.

A nanna!

Bagnetto, pigiama, pipì, denti, storia: i sogni d’oro difficilmente prescindono da una ritualità ben codificata e facile da interiorizzare anche per i piccolissimi. In questo modo, tutto procede in maniera rassicurante. Ogni tanto, però, qualche imprevisto può nascondersi sotto il letto. Per fortuna c’è Superpapà a risolvere la situazione e a far sì che ogni notte prometta di essere davvero buona.

Quadrato, maneggevole e dalle pagine spesse, A nanna! è un cartonato di Patricia Martin e Rocio Bonilla che si presta benissimo a una lettura condivisa con bambini intorno ai due anni. Il libro mescola in maniera interessante prevedibilità e sorpresa, offrendo al piccolo lettore la possibilità di godere del riconoscimento di azioni quotidiane e familiari senza rinunciare al gusto di un piccolo colpo do scena finale.

Contraddistinto da una grafica pulita che dà spazio solo agli elementi essenziali della scena, da illustrazioni che valorizzano gli oggetti davvero familiari ai bambini e dalla scelta di dare un piccolo ruolo narrativo anche a un personaggio secondario come l’orsetto di peluche della protagonista, A nanna! può facilmente diventare un piacevole compagno di primissime letture.

La presenza di sole immagini, dal canto suo, favorisce un’interazione autonoma con il libro ma anche la sua fruizione mediata dall’adulto.  Facilitando la modulazione del racconto sulle esigenze del singolo lettore – nelle parole scelte per dare voce alla storia, nel grado di dettaglio accordato alla narrazione e nel possibile riferimento esplicito alla vita reale del bambino – , il libro risulta, infatti, particolarmente spendibile anche laddove siano presenti maggiori difficoltà di aggancio o comprensione.

Che cos’è?

Formato quadrato e maneggevole, soggetti riconoscibili, semplici illustrazioni in bianco e nero, assenza totale di parole scritte: con Che cos’è? Tana Hoban offre ai lettori più piccoli, fin dai primissimi mesi, un libro che fa dell’essenzialità la sua cifra e il suo modo di rispondere a specifiche esigenze percettive e cognitive. Attentissima ad abbracciare il bebè con forme e contenuti davvero adatti a bisogni e capacità in movimento, la fotografa americana confeziona un volume ad altissimo contrasto in cui spiccano su sfondo nero lucido nove sagome bianche ben riconoscibili.

Un ciuccio, un palloncino, un anatroccolo giocattolo, un passeggino: gli oggetti a cui Tana Hoban sceglie di dedicare attenzione all’interno di Che cos’è? sono selezionati tra quelli più comuni e familiari ai potenziali destinatari del libro: oggetti che popolano le case, che possono essere toccati ed esperiti senza pericolo, che assumono un valore affettivo ed emotivo importante. Ritrovarli sulla pagina nei loro tratti salienti e senza alcun orpello inutile consente al bambino di compiere un’esperienza di riconoscimento di grande appagamento. La presenza di oggetti collegabili alla propria quotidianità, inoltre, pone le basi per attivare un dialogo fruttuoso e profondamente coinvolgente tra il bambino e l’adulto che accompagna la scoperta del libro.

Quello che appare come un libro semplicissimo, quasi scarno, è in realtà frutto di un lavoro di selezione e asciugatura estremamente delicato e attento. Tana Hoban opera, infatti, in maniera minuziosa sui contrasti che meglio possono attrarre gli occhi dei più piccoli, sulle angolature che possono facilitarli nel riconoscimento degli oggetti, sulle associazioni che possono riempirsi di senso. Così, per esempio, ciuccio e peluche che parlano di consolazione, relax, coccole e sicurezza condividono la medesima doppia pagina, alla stessa maniera di sedia e tavolino, che richiamano una comune esperienza di esplorazione dello spazio e delle possibilità del proprio corpo.

Che cos’è? fa parte della preziosa collana A bocca aperta messa a punto da Camelozampa con la consulenza scientifica di Silvia Blezze Picherle e Luca Ganzerla: una collana rivolta ai bambini tra 0 e 2 anni che iniziano ad approcciare l’oggetto-libro e il suo contenuto e progettata attingendo ai titoli più significativi della produzione internazionale. Insieme a Tana Hoban, autrice di Che cos’è? ma anche di Giallo, rosso, blu, la collana da poco nata comprende ad oggi anche quattro piccoli  libri senza parole firmati da Helen Oxenbury.

Storie sulle dita

Definire Storie sulle dita semplicemente un libro tattile è a dir poco riduttivo. Perché oltre a questo, il titolo edito dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi è anche un libro senza parole, un gioco, uno strumento versatile per inventare, raccontare e ascoltare storie. Non stupisce dunque che il lavoro di Cristina Rivoir e Federica Bertagna abbia vinto il concorso di editoria tattile Tocca a te! nel 2019, conquistando la giuria per la sua originalità e versatilità.

Storie sulle dita si presenta come una solida scatola in legno, dotata di comodi manici e dipinta di un blu vivace su cui spiccano in giallo le lettere del titolo. Al suo interno stanno comodamente riposte due cose: un libretto dalle pagine in compensato, ciascuna dotata di un pezzetto di velcro, e un set di schede in compensato, ciascuna dedicata a un’illustrazione tattile.  Composte da oggetti reali o più frequentemente realizzate a collage materico, queste vanno da una bacchetta magica a un uccello, da una chiave a una ragnatela, da un orologio a un puzzle, in un mix di quotidiano e fantastico dall’enorme potere generativo. Nessuna parola, né sul libro né sulle schede: perché le storie possono nascere anche solo dalle figure e solo in un secondo momento trasformarsi in un racconto verbale.

A partire da questa dotazione, gli usi che si possono fare di Storie sulle dita sono molteplici: si possono scegliere le schede predilette e usarle per comporre il proprio libro, si può costruire una storia a partire da schede scelte a caso, si può giocare a indovinare la storia immaginata da un compagno e via dicendo…

La forza di questo progetto editoriale, così curato e così eclettico, sta proprio nel suo essere insaturo, nel suo accogliere cioè modalità d’uso e di appropriazione diverse che possono essere calibrate sulla situazione, sul contesto, sulle abilità dei partecipanti e sull’inventiva di chi propone l’attività. Dalle  schede che compongono il set possono nascere, così, non solo centinaia di storie diverse ma anche decine di modalità di esplorazione fantastica differenti, all’interno delle quali tatto e immaginazione interagiscono in maniere inaspettate.

Difficile, a quel punto, resistere alla tentazione di sperimentare nuovi binomi (tattili) fantastici, percorrere sentieri fiabeschi nutriti di sensazioni tangibilissime e lasciarsi trasportare dal piacere di mettere alla prova le proprie mani e la propria creatività. Perché a tutti noi è capitato di avere una parola o una storia sulla punta della lingua. Ma solo i più fortunati, conoscitori di questo prezioso cofanetto, potranno dire di averla avuta sulla punta delle dita!

Lo zainetto di Matilde

Quello trascorso insieme ai nonni è spesso un tempo speciale. È un tempo lento, prima di tutto, ed è un tempo totalmente gratuito e votato al piacere di fare e stare insieme. Quando il nonno va a prendere Matilde a scuola, per esempio, davanti a loro si parano pomeriggi interi al parco, in giro per la città, a gustare merende, a cucinare biscotti e a disegnare su grandi fogli bianchi. Non ci sono rincorse, scadenze o incastri di impegni: ci si può attardare a coccolare un cane per strada o a osservare un uccello sui rami, si può fare un pisolino e ci si può rilassare, ciascuno a suo modo, condividendo uno spazio che sa di cura e di tenerezza. Certo, quando mamma e papà escono da lavoro e arriva il momento di tornare a casa, è dura. Chi avrebbe voglia di dire “Arrivederci” a una compagnia così piacevole? E così Matilde si nasconde, tiene il muso, punta i piedi… per fortuna c’è il nonno che, con una sorpresa inattesa, sa addolcire il rientro a casa con piccoli ricordi di un tempo davvero felice.

Vincitore del Silent Book Contest 2021, Lo zainetto di Matilde è frutto di un lavoro a sei mani che ha visto impegnati due autori e un illustratore. Contraddistinto da colori accesi e figure minime, quasi abbozzate, il libro senza parole di Fabio Sardo, Silvia Del Francia e Luca Cognolato racconta una quotidianità autentica e dà risalto ai sentimenti attraverso gesti e azioni di grande complicità. L’affetto che lega Matilde e il nonno salta fuori con forza dalle pagine, senza che alcuna parola scritta si renda necessaria. Il racconto per immagini procede così lineare e liscio dettando un tempo ben scandito e riconoscibile dal lettore. I pochi e significativi dettagli inseriti in ogni quadro rendono dal canto loro abbastanza agevole seguire e decifrare la vicenda: compito, questo, supportato dalla scelta efficace di sfruttare le luci – di lampade, lampadari e lampioni – per mettere di volta in volta in evidenza gli elementi chiave del racconto.

Michi e Meo scoprono il mondo – il mattino / la sera

Michi e Meo – un bambino piccolo piccolo e il suo inseparabile gatto di peluche – sono una coppia di personaggi francesi di cui da tempo Babalibri porta in Italia le avventure. Già protagonisti di brevi storie dal testo semplice e dal ritmo iterato, i due amici sono ora al centro anche di una collana di felici libri senza parole pensati per i lettori alle primissime armi.

Due sono i cofanetti – ciascuno composto da una coppia di volumi – che finora compongono la collana intitolata Michi e Meo scoprono il mondo: il primo è dedicato alle attività mattutine e serali e il secondo è dedicato ai momenti del bagno e della pappa.

Ogni libricino si presenta in forma quadrata e maneggevole, con pagine spesse e resistenti, angoli stondati e tratti compositivi appaganti e rassicuranti. L’autrice focalizza infatti l’attenzione sugli oggetti e sulle azioni più familiari a qualunque bambino, concentrandosi su una quotidianità in cui questi può facilmente riconoscersi. Così, per esempio:

Oggetti e azioni sono dipinti con spesse linee di contorno, colori pieni e una selezione misurata di dettagli. Essi risultano inoltre rappresentati in maniera molto puntuale e funzionale al riconoscimento e all’immedesimazione da parte del piccolo lettore: la scelta di situazioni realmente vicine al vissuto quotidiano di ognuno; l’attenzione a piccole ma significative sfumature espressive (l’impegno nell’allacciare la giacca, il disgusto di fronte ai broccoli, la consapevolezza monella di fare uno scherzo al papà indossando la sua ciabatta…); e la valorizzazione dei posizioni specifiche e movimenti precisi concorrono, infatti, ad attivare la cosiddetta simulazione incarnata, ossia quel meccanismo per cui il nostro cervello si comporta come se noi stessi stessimo vivendo quel che vediamo rappresentato sulla pagina.

A questo stesso importante scopo contribuisce, d’altra parte, la struttura compositiva che contraddistingue i quadrotti progettati e illustrati da Jeanne Ashbé: una struttura analoga (e analogamente efficace!) a quella dei volumi di Helen Oxenbury che fanno parte della collana A bocca aperta di Camelozampa. Si nota infatti che sulla pagina di sinistra, l’oggetto viene rappresentato isolato mentre su quella di destra lo stesso oggetto viene inserito nel suo contesto d’uso e in relazione con il protagonista. Questa scelta appare particolarmente felice nella misura in cui sostiene il bambino nel riconoscimento degli oggetti e in un percorso di decodifica iconica di difficoltà progressivamente crescente.

Rispetto ai volumi della Oxenbury, quelli dedicati a Michi e Meo mettono però in scena un bambino più autonomo; danno spazio a un co-protagonista che a suo modo interagisce con gli oggetti e arricchisce la micro-narrazione; seguono una successione temporale logica più o meno inalterabile e dipingono quadri con maggiori particolari: caratteristiche queste che li rendono godibili a pieno da giovanissimi lettori un pochino più esperti, magari a partire dall’anno e mezzo-due di età.

Frutto di un lavoro di progettazione attento alle reali competenze e necessità del bambino-lettore, i cofanetti di Michi e Meo vantano in definitiva grande qualità e fruibilità che li rendono apprezzabili e decodificabili non solo da chi si sia da poco affacciato al mondo e alle sue rappresentazioni ma anche da chi sperimenti specifiche difficoltà comunicative e/o cognitive. In questo senso la stessa assenza di parole risulta molto funzionale perché consente al mediatore che condivide con il bambino la lettura del libro di calibrarlo con più facilità sulle sue reali esigenze e capacità e di metterlo più agevolmente in relazione alla sua specifica esperienza quotidiana. In questo modo quanto si trova rappresentato sulla pagina può più efficacemente intercettare l’interesse e la comprensione da parte di chi osserva e sfoglia le pagine.

Michi e Meo scoprono il mondo – il bagno / la pappa

Michi e Meo – un bambino piccolo piccolo e il suo inseparabile gatto di peluche – sono una coppia di personaggi francesi di cui da tempo Babalibri porta in Italia le avventure. Già protagonisti di brevi storie dal testo semplice e dal ritmo iterato, i due amici sono ora al centro anche di una collana di felici libri senza parole pensati per i lettori alle primissime armi.

Due sono i cofanetti – ciascuno composto da una coppia di volumi – che finora compongono la collana intitolata Michi e Meo scoprono il mondo: il primo è dedicato alle attività mattutine e serali e il secondo è dedicato ai momenti del bagno e della pappa.

Ogni libricino si presenta in forma quadrata e maneggevole, con pagine spesse e resistenti, angoli stondati e tratti compositivi appaganti e rassicuranti. L’autrice focalizza infatti l’attenzione sugli oggetti e sulle azioni più familiari a qualunque bambino, concentrandosi su una quotidianità in cui questi può facilmente riconoscersi. Così, per esempio:

Oggetti e azioni sono dipinti con spesse linee di contorno, colori pieni e una selezione misurata di dettagli. Essi risultano inoltre rappresentati in maniera molto puntuale e funzionale al riconoscimento e all’immedesimazione da parte del piccolo lettore: la scelta di situazioni realmente vicine al vissuto quotidiano di ognuno; l’attenzione a piccole ma significative sfumature espressive (l’impegno nell’allacciare la giacca, il disgusto di fronte ai broccoli, la consapevolezza monella di fare uno scherzo al papà indossando la sua ciabatta…); e la valorizzazione dei posizioni specifiche e movimenti precisi concorrono, infatti, ad attivare la cosiddetta simulazione incarnata, ossia quel meccanismo per cui il nostro cervello si comporta come se noi stessi stessimo vivendo quel che vediamo rappresentato sulla pagina.

A questo stesso importante scopo contribuisce, d’altra parte, la struttura compositiva che contraddistingue i quadrotti progettati e illustrati da Jeanne Ashbé: una struttura analoga (e analogamente efficace!) a quella dei volumi di Helen Oxenbury che fanno parte della collana A bocca aperta di Camelozampa. Si nota infatti che sulla pagina di sinistra, l’oggetto viene rappresentato isolato mentre su quella di destra lo stesso oggetto viene inserito nel suo contesto d’uso e in relazione con il protagonista. Questa scelta appare particolarmente felice nella misura in cui sostiene il bambino nel riconoscimento degli oggetti e in un percorso di decodifica iconica di difficoltà progressivamente crescente.

Rispetto ai volumi della Oxenbury, quelli dedicati a Michi e Meo mettono però in scena un bambino più autonomo; danno spazio a un co-protagonista che a suo modo interagisce con gli oggetti e arricchisce la micro-narrazione; seguono una successione temporale logica più o meno inalterabile e dipingono quadri con maggiori particolari: caratteristiche queste che li rendono godibili a pieno da giovanissimi lettori un pochino più esperti, magari a partire dall’anno e mezzo-due di età.

Frutto di un lavoro di progettazione attento alle reali competenze e necessità del bambino-lettore, i cofanetti di Michi e Meo vantano in definitiva grande qualità e fruibilità che li rendono apprezzabili e decodificabili non solo da chi si sia da poco affacciato al mondo e alle sue rappresentazioni ma anche da chi sperimenti specifiche difficoltà comunicative e/o cognitive. In questo senso la stessa assenza di parole risulta molto funzionale perché consente al mediatore che condivide con il bambino la lettura del libro di calibrarlo con più facilità sulle sue reali esigenze e capacità e di metterlo più agevolmente in relazione alla sua specifica esperienza quotidiana. In questo modo quanto si trova rappresentato sulla pagina può più efficacemente intercettare l’interesse e la comprensione da parte di chi osserva e sfoglia le pagine.

Via della gentilezza

La gentilezza è contagiosa e ripaga sempre. In modi del tutto imperscrutabili, ma ripaga sempre. Per dare voce a questa idea semplice ma fortissima, l’autrice slovena Marta Bartolj confeziona una storia senza parole che appassiona e a tratti commuove.

Protagonista è una ragazza che si presenta al lettore piuttosto triste. Il suo sguardo sconsolato e i manifesti con un cane in primo piano lasciano intendere subito quale sia il motivo del suo stato d’animo. Non del tutto rassegnata alla perdita del suo cagnolino, la ragazza attraversa la città per affiggere i manifesti e lungo il percorso, senza nemmeno badarci troppo, fa dono dello spuntino che aveva portato con sé – una succulenta mela rossa – a un musicista di strada incontrato per caso. Click! È lì che si accende invisibilmente la miccia della gentilezza. Un ragazzo che assiste alla scena, sorride e poco dopo, nel parco, si ferma senza indugio a raccogliere una lattina rossa abbandonata per terra.  È un bambino intento a giocare sul prato, a quel punto, a rimanere colpito dal gesto e a lasciarsi ispirare da esso in un nuovo piccolo atto di premura verso una coetanea probabilmente sconosciuta. Click, click, click: la miccia della gentilezza è ormai inarrestabile e arriva senza posa a toccare le persone più disparate: dall’elegante vecchietto che legge il giornale sulla panchina al ragazzo seduto in caffetteria che aspetta che spiova. Di gesto in gesto, la gentilezza vista diventa gentilezza agita, in una catena di spontanea solidarietà che porta a un lieto fine dolce e a un cerchio che si chiude.

Delicato nel contenuto e nel tratto, Via della gentilezza racconta una storia che arriva dritta il lettore senza che le parole si rendano necessarie. Merito non solo della forza dei gesti ritratti ma anche degli espedienti narrativi messi in campo dall’autrice, come il contrasto tra il disegno a matita e i dettagli rossi (colore certo non casuale!) che innescano la sequenza di piccole attenzioni; il gioco di inquadrature che guida lo sguardo del lettore ora sugli oggetti chiave, ora sui gesti, ora sulle espressioni dei protagonisti; o la ripresa dettagliata delle singole scene attraverso riquadri strettamente collegati tra loro. In questo modo il lettore viene come accompagnato nella lettura visiva del racconto, senza che troppe inferenze gli siano richieste e che l’interpretazione del quadro si faccia troppo ostica. All’assenza di parole, che già allarga la fruibilità del volume, si aggiunge dunque questa particolare chiarezza narrativa che fa di Via della gentilezza una lettura decisamente accessibile, nonostante la sua lunghezza non indifferente.

Il viaggio

Ci sono voluti tre anni perché Il viaggio di Peter Van Den Ende vedesse finalmente la luce. Analogamente, ci possono volere ore e molte immersioni tra le pagine perché il lettore assapori a pieno la ricchezza di particolari, storie, metafore e suggestioni che questo libro straordinario racchiude. Costruito per sole immagini in bianco e nero, finemente realizzate con pennino e inchiostro, Il viaggio fa compiere a chi legge un’avventurosa traversata sopra e sotto il mare, tra ambienti e creature che sono fonte inesauribile di stupore.

A tracciare la rotta è una barchetta di carta, esile ma tenace, che inesorabilmente procede nonostante i pericoli e gli imprevisti che le acque aperte possono riservare: l’incontro con mostri marini, per esempio, ma anche l’attacco a sorpresa da una misteriosa piattaforma petrolifera o le onde alte scatenate del mare in burrasca. Il motivo di tanta perseveranza non è del tutto svelato e il finale ci consente soltanto di fare qualche fragile ipotesi. Perché nel corposo libro dell’autore olandese – 96 densissime pagine da cui lasciarsi sedurre e inghiottire – ogni cosa resta sospesa sul filo del fantastico, mostra dettagli che solleticano, sfidano, interrogano il lettore. Cosa sono quelle creature, un po’ animali un po’ guerrieri, che solcano le onde? Chi conduce la barchetta tra porti e profondità marine? Cosa muove un equipaggio in cui trovano posto, tra gli altri, un cavaliere oscuro, un cervo fiorito e un giullare misterioso?

Metafora e metafisica ammantano la realtà – quella che ci consente di riconoscere l’itinerario della barca dai tropici al polo – conducendo in una dimensione altra, che dialoga con la parte meno razionale e più intima del lettore. Questi si trova, così, ad attraversare zone di luce e d’ombra che scavano, scavano, scavano nei suoi pensieri con la paziente precisione di un pennino. Anche in virtù di questo aspetto Il viaggio si presta a letture personalissime, in cui tempo si dilata e le scelte esplorative e interpretative del lettore sfuggono a indicazioni univoche.

Suggestivo e ipnotico, il libro di Peter Van Den Ende offre così una sfida di lettura densa e appagante a quei lettori che si sentano a proprio agio a stare in equilibrio tra dimensione reale e dimensione onirica e che non provino un senso di vertigine e disorientamento all’interno di pagine in cui non c’è spazio per il vuoto perché ogni millimetro quadrato si fa portatore di dettagli.

Il fiore ritrovato

Tre bambini, un giardino, un vecchio giardiniere, un fiore: la quarta di copertina non dice altro a proposito di questo libro e, in effetti, in questi quattro ingredienti c’è tutto ciò che serve, c’è la promessa di un racconto che profuma di fiaba, di avventura e, un poco, di mistero. Promessa mantenuta, di fatto, poiché la storia senza parole confezionata da Jeugov conduce il lettore in un vero e proprio giardino segreto in cui avviene una sorta di magia: quella della natura che cura e trasforma.

In quel giardino segreto in cui cresce un meraviglioso e secolare albero giungono un giorno tre bambini con indole da esploratori. Alto e accogliente, l’albero diventa subito teatro di giochi irresistibili, cosa che non sembra apprezzata dal burbero uomo che abita lì vicino e che di punto in bianco decide di abbattere la pianta. Motivo apparente per questo gesto crudele sembrerebbe non esserci e così, incuriositi, i tre bambini si spingono di soppiatto fino alla casa dell’uomo. Qui scoprono un segreto che viene dal passato e che li porta a mettersi sulle tracce di un misterioso fiore. La ricerca non sarà facile, non sarà immediata, non sarà priva di rischi, ma i tre bambini la affrontano con determinazione, fino ad assistere e a partecipare a una strabiliante trasformazione che il profumo dei fiori, come una sorta di pozione magica, ha il potere di attivare.

Il libro di Jeugov procede per sole immagini, caratterizzate da uno stile squisitamente liberty, lo stesso che contraddistingue la villa di campagna che ha ispirato e in cui è nata la storia de Il fiore ritrovato. Colori saturi, contorni marcati, motivi grafici e gusto per la decorazione costituiscono dunque la cifra di questo libro senza parole che gioca essenzialmente sul contrasto tra nero, bianco, verde e arancione (con qualche lampo rosso e giallo là dove il finale celebra la trasformazione più piena) e che si compone di tavole dall’effetto ipnotico.  Raffinate e di grande impatto, queste ultime richiedono una certa capacità di districarsi tra figure stilizzate e composizioni affollate per godere a pieno del racconto. Per contro, quest’ultimo mette in campo tutti gli indizi di cui il lettore necessita per muoversi con agio tra le pagine, seguendo senza indugio il filo narrativo. Abilissimo nel disseminare dettagli significativi, l’autore guida, infatti, con perizia e pazienza il dipanamento della trama, offrendo una lettura appassionante e appagante per lettori dall’occhio attento.

Explorers

Da un posto che custodisce sarcofagi, mammuth, farfalle e armature non ci si può che aspettare magie. E in effetti una piccola magia è proprio quel che ha luogo tra le sale maestose del museo che il protagonista di Explorers e la sua famiglia sono decisi a visitare. Giusto il tempo di acquistare un singolare uccello di origami da un senzatetto nei pressi del museo, dopodiché mamma, papà, bambino e sorellina in passeggino sono pronti a tuffarsi tra le sale traboccanti di cultura. Meglio partire dalle farfalle o dai dinosauri? L’uccello di carta fiondato lontano taglia la testa al toro e nel tentativo di acciuffarlo, la visita diventa uno slalom tra t-rex e triceratopi, mummie e draghi cinesi, quadri e templi greci. L’inseguimento è divertente ma, senza accorgersene, il bambino finisce per perdersi tra le sale. Per fortuna c’è nelle vicinanze un bambino attento e disponibile: ché per una via smarrita, c’è dietro l’angolo una nuova e inattesa amicizia trovata!

Apprezzatissimo per il suo stile dinamico e la sua capacità di costruire storie fatte di figure, Matthew Cornell torna con un nuovo racconto senza parole, dopo la felice esperienza di Un lupo nella neve. Più enigmatico e meno dettagliato di quest’ultimo, Explorers racconta una storia di amicizia vera arricchita da una spolverata fantastica. Attento a rendere con cura le espressioni dei personaggi che tanto dicono di ciò che sta accadendo sulla pagina, l’autore lascia ampio spazio alle inferenze del lettore. Ecco allora che il silent book offre una lettura particolarmente appagante per quei lettori che trovano un ostacolo nella decodifica del testo ma che si muovono con agio tra le figure, completando senza troppa difficoltà i vuoti narrativi che queste ritagliano.

 

La caccia notturna

Non fatevi ingannare dallo stile asciutto e dai colori scuri che dominano la copertina de La caccia notturna: lungi dal dar vita a una storia cupa a ingessata, questi tratti sono piuttosto la chiave di una storia silenziosa sorprendente e appassionante.

Protagonisti sono due intrepidi amici – un armadillo e un serpente – decisi a far scorta di frutta, intrufolandosi in piena notte in una casa. I due non hanno fatto, però, i conti con il gatto da guardia. Insospettito da insoliti rumori, questi si mette infatti sulle tracce degli intrusi e inizia un giro di perlustrazione per le stanze. Ma i due ladruncoli non sono dei dilettanti: in ogni ambiente, giusto un attimo prima che il gatto li raggiunga, assumono le sembianze di un diverso oggetto d’arredo, così da risultare praticamente invisibili. E se, turlupinato a puntino, il gatto finisce per gettare la spugna e rinunciare alla sua missione di ricerca, lo stesso difficilmente può dirsi del lettore: la dinamica del cerca-trova costruita in ogni pagina rende infatti la narrazione estremamente sfiziosa. Riconoscere l’armadillo e il serpente nel bastone della doccia, nel bollitore, nel termosifone o nel mappamondo diventa, infatti, ragione di avanzamento irresistibile e piacevolissima.

Al gusto di trovare le parole per raccontare una storia che di parole scritte non ne ha – peraltro a ragion più che veduta, perché il silenzio è qui funzionale al contesto furtivo e al meccanismo di misteriosa mimetizzazione – si aggiunge, quindi, quello di raccogliere la sfida dei due animali, veri e propri artisti del camouflage!

Oh!

È proprio il caso di dirlo: Oh!, che splendida e inaspettata notizia la ripubblicazione di questo libro! Gioiellino senza tempo firmato da Josse Goffin, Oh! era uscito in Italia quasi trent’anni fa per i tipi della Emme edizioni e torna ora sugli scaffali per felice iniziativa di Kalandraka.

Semplice ed eppure sorprendente, il libro procede per doppie pagine di sole immagini che, grazie al collaudato meccanismo delle alette, trasformano puntualmente il soggetto rappresentato in qualcosa di assolutamente inatteso. Così, per esempio, una tazza diventa una nave, una molletta un pesce, una scarpa un drago e una racchetta da ping pong un aeroplano che fuma la pipa.

Nel mondo surreale di Goffin, non solo le cose mutano con una naturalezza straordinaria, ma un gatto che si lava i denti o un coccodrillo che porta la bombetta non fanno il benché minimo scalpore. Ecco allora che il lettore si lascia trasportare senza difficoltà lungo una narrazione che ha i piedi tutt’altro che per terra e che fa dello stupore il suo motore trainante. Impossibile per lui – che abbia 3 o 90 anni – resistere alla tentazione di immaginare cosa possano diventare quella mela o quel pagliaccio in scatola posti sulla pagina, una volta che l’aletta si sarà sollevata.

Oltre a vantare un fascino istantaneo, Oh! ha il pregio di risultare fruibile anche da parte di bambini con maggiori difficoltà di lettura. In primis, l’assenza di parole lo rende più amichevole nei confronti di quei lettori che faticano nella decodifica del testo alfabetico. In seconda battuta, la lettura visiva risulta accessibile e godibile anche in presenza di difficoltà cognitive, grazie al filo narrativo minimale con cui le diverse pagine sono legate (l’oggetto al centro di ogni doppia pagina è già presente, con un ruolo più marginale, anche in quella precedente) e alle immagini chiarissime, prive di fronzoli, dai contorni netti che si stagliano su uno sfondo pulito. Infine, la semplice ma efficace dinamica ludica che il libro mette in campo agevola l’aggancio anche dei lettori più recalcitranti: ché la sorpresa, si sa, ha un fascino davvero irresistibile!

Mi vesto (collana A bocca aperta)

Se illustrare libri per bambini è faccenda seria (e lo è!), farlo per bambini piccolissimi è faccenda serissima. Qui, infatti, più che altrove, la personalità del segno deve necessariamente confrontarsi con specifiche esigenze di lettura e con abilità di decodifica ancora in maturazione: pena, il flop della proposta, l’accantonamento del libro o la sua fruizione passiva e priva di sollecitazioni appaganti.

Anche per questa ragione l’affacciarsi sul mercato di libri e collane contraddistinti da un’attenzione rispettosa nei confronti del giovanissimo lettore e delle sue possibilità vanno accolti con gioia. È il caso della collana A bocca aperta proposta da Camelozampa e supervisionata da Silvia Blezza Picherle e Luca Ganzerla, professori dell’Università degli Studi di Verona. Predisposta ad accogliere titoli variegati e a coinvolgere autori diversi, la collana è stata da poco inaugurata con una miniserie di volumi che portano la firma di Helen Oxenbury, vero e proprio mostro sacro dell’illustrazione per l’infanzia.

Composta di libretti – quattro finora – cartonati, quadrati e senza parole, questa miniserie si rivolge a bambini piccoli e risulta fruibile già al di sotto dell’anno. Protagonista è un bebè dal passo ancora incerto minuziosamente rappresentato nei gesti, nelle pose e negli interessi tipici dei bambini di quell’età. Ad ogni pagina e in base al tema specifico del libro, il bebè interagisce con animali domestici e oggetti quotidiani senz’altro familiari ai lettori suoi coetanei. Il suo sguardo è attento e curioso, le sue movenze ancora acerbe e impacciate, la sua concentrazione massima, così il suo potenziale lettore finisce per trovarsi di fronte a uno specchio che riflette esattamente il suo modo di approcciare il mondp. Non è un caso, in questo senso, se i titoli che contengono un verbo sono declinati alla prima persona singolare (Mi vesto, Mi diverto)

All’interno di ogni volume, le scene proposte si susseguono secondo una logica minima (le azioni della giornata seguono vagamente una scansione temporale) o più sovente non la seguono affatto, andando piuttosto a comporre una sorta di imagier inerente a un certo tema in cui, volendo, l’ordine delle pagine potrebbe anche essere rimescolato. In particolare:

Al lavoro immortala il bebè nelle azioni quotidiane più comuni che lo vedono protagonista, come la pappa, il bagnetto o la passeggiata in carrozzina.

Mi diverto illustra alcuni dei passatempi più amati, dal concerto di pentole e cucchiai alla lettura di un libro, dalle costruzioni (e distruzioni) con i cubi alle coccole con un grande pupazzo.

Mi vesto ritrae il bebè intento a infilare, uno via l’altro, i vari capi di abbigliamento, dai più agevoli come il cappello ai più complessi come i calzini.

Amici, infine, mostra l’interazione del protagonista con animali diversi, di piccola, grossa e grossissima taglia, con i quali, in forme diverse, si instaura una tenera complicità.

A fare la differenza in questi volumi sono alcune attenzioni specifiche al livello cognitivo dei potenziali lettori e agli elementi che ne favoriscono una soddisfacente appropriazione del racconto. Così, per esempio, le figure appaiono nitide su sfondo bianco e pulito, prive di orpelli decorativi e dettagli inutili; il bambino è sempre ritratto nella sua interezza intento a compiere azioni e movimenti ben riconoscibili; dettagli come le espressioni del viso, le movenze o l’abbigliamento indossato in relazione alle specifiche attività sono sempre coerenti. Inoltre gli oggetti e gli animali rappresentati sono scelti tra quelli che più facilmente il bambino conosce, in modo da offrirgli un’esperienza appagante di decodifica dell’immagine e soprattutto di ognuno di essi viene proposta un’illustrazione estrapolata dal contesto nella pagina di sinistra e un’illustrazione che ne mostra l’uso o l’interazione da parte del bambino nella pagina di destra. Come ben spiegato da Luigi Paladin e Rita Valentino Merletti all’interno del saggio Nati sotto il segno dei Libri, questa attenzione particolare agevola l’operazione di lettura da parte del bambino piccolo perché attiva in maniera più potente la cosiddetta simulazione incarnata.

Tutti questi elementi, dal canto loro, favoriscono il coinvolgimento e la piena partecipazione anche da parte di bambini con maggiori difficoltà cognitive che qui più che altrove possono trovare racconti quotidiani davvero riconoscibili e poco confusivi.

A rendere infine speciali questi volumi, il guizzo ironico inimitabile di Helen Oxenbury che anche quando si rivolge a un pubblico di giovanissimi lettori non cede alla tentazione della rappresentazione piatta e banale. Così tra queste pagine non sarà difficile imbattersi in bambini decisi a infilare i pantaloni dopo aver indossato le scarpe, a tenere in ostaggio un gatto inerme adibito a cuscino o a leggere con grande interesse un libro girato al contrario.