Gli alberi volano

L’unione fa la forza: ce lo hanno insegnato libri senza tempo come Guizzino di Lionni e ce lo ricorda ora Gli alberi volano di Tessaro. Nel suo bel libro senza parole, finalista del premio Silent Book 2014, l’autore racconta infatti una storia di rivolta giocosa contro un nemico comune ad esseri apparentemente indifesi. Appena uscito dalle candide uova, uno schieramento di uccellini si fa gioco di uno stolido cacciatore camuffandosi da foresta e suscitando una reazione tanto ingenua quanto divertente.

Senza rinunciare al sorriso, Gek Tessaro prende posizione sul tema della caccia regalando alla natura l’ultima parola in una lotta secolare e offrendo un chiaro esempio di quanto possa essere ottuso l’essere umano. Lo fa peraltro ricorrendo alla sola narrazione per immagini che parla un linguaggio comprensibile anche a chi fa normalmente a pugni con il testo scritto.

Pur richiedendo alcune inferenze non proprio banalissime, Gli alberi volano propone una storia fruibile e spiritosa. In questo senso, l’abilità di Gek Tessaro sta nel rendere straordinariamente espressivi piccoli dettagli all’interno delle illustrazioni. Così, gli occhi prima circospetti, poi confusi e infine disperati del cacciatore la dicono lunga su quel che sta succedendo tra le pagine e offrono indizi preziosi per decodificare l’inganno ai suoi danni. Allo stesso modo, il crescendo iperbolico di uccellini messi in scena dall’autore paiono proprio risuonare nelle orecchie del lettore, aiutandolo a godere del piacevole ritmo del volume.

Facciamo cambio?

Facciamo cambio? è la proposta invitante avanzata dall’albo firmato da Lucia Scuderi. Cambio di cosa? Cambio di casa. Cambio con chi? Cambio con un altro animale. Cambio perché? Cambio per divertirsi, per vedere cosa succede se immaginiamo una pecora tra i rami, un uccello tra le onde o un coccodrillo al parco. Il libro è infatti costruito per coppie di animali che si ritrovano improvvisamente ad habitat invertiti suscitando lo stupore dei “vicini di casa” come di chi sfoglia le pagine.

Dopo una prima facile conoscenza con i protagonisti di turno ritratti in primo piano al lettore si offrono doppie pagine ricche di dettagli in cui scorgere l’intruso nell’ambiente altrui e apprezzarne l’adattamento di chi si trova fuori posto. Il sorriso scaturisce dall’incontro tra creature molto distanti tra loro non solo per tipo di habitat ma anche per grado di domesticità, modo di muoversi e personalità; si rafforza nei dettagli come la reazione dei passanti a un coccodrillo al guinzaglio o nella stretta dei pesci da parte della scimmia come fossero banane; e culmina infine quando l’ultima coppia di personaggi entra in scena. Trovare un bambino sul posto di lavoro del papà con tanto di calzini sparsi sulla scrivania e pennarelli in disordine, ma soprattutto trovare un papà alle prese con colla vinilica e lavoretti da asilo fa scattare infatti un’immedesimazione forte e un divertimento facile da condividere.

Anche se da un’idea così buffa ci si aspettava forse invenzioni più marcate, il silent book edito da Lapis è piacevole e spensierato. Non solo, l’assenza di testo lo rende facilmente fruibile anche in caso di difficoltà di lettura come quelle dettate da DSA, sordità o ritardi lievi, oltre che particolarmente adatto a una lettura ad alta voce.

 

Dalla chioma

In copertina i colori sono pochi e netti e il titolo (Dalla chioma) sbuca fisicamente da una grossa cima d’albero: ancora un volta il segno grafico di Minibombo si fa riconoscibile e invita il lettore alla curiosità prima ancora che questi abbia avuto il tempo di aprire il libro. E proprio qui – al momento di aprire il volume – arriva la seconda di molte sorprese: il libro si apre infatti non orizzontalmente ma verticalmente, così da assecondare le esigenze spaziali del suo protagonista, ossia un alto albero dalla fitta chioma da cui cadono in successione animali di stazza crescente.

Tutto parte da un minuto topolino che adocchia una castagna in cima all’albero e per procurarsela ne scuote il tronco. La castagna non cade ma al suo posto piomba a terra una volpe. A questo punto i ruoli si invertono: il topolino da mangiatore diventa preda e fugge sull’albero. Tocca allora alla volpe scuotere il tronco per far cadere il topolino. Mal posto del topo a scendere è un corpulento cinghiale. Superfluo dire che la faccenda si ripete più volte, innescando una girandola di prede e cacciatori, di salite e discese, di pasti attesi e colpi di scena cascanti. Fino a quando a cadere dall’albero non è un corpulentissimo e ferocissimo orso che lascerà tutti – lettori e animali – letteralmente a bocca aperta.

Il meccanismo iterativo e ludico che anima Dalla chioma è collaudato e spesso impiegato dalla casa editrice emiliana nei suoi libri. Si prevedono quindi anche per quest’ultimo albo di Minibombo letture ad alta voce di grande successo, alimentate peraltro dalla quasi totale assenza di parole. Questa, oltre a rendere accessibili il volume anche a quei bambini che vedono nel testo scritto un ostacolo più o meno grande, favorisce in qualunque lettore o gruppo di lettori un’interpretazione più personale e dunque più coinvolgente.

Miramuri

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Si può scrivere una poesia solo con le figure? Forse sì, o almeno così vien da pensare scorrendo le insolite pagine di Miramuri.  Il bizzarro libro ideato da Massimiliano Tappari e Alessandro Sanna procede infatti per quartine illustrate in cui le pagine sono come versi a rima incrociata: disegno-fotografia-fotografia-disegno. Quel che accade all’interno di questo silent book è che il dettaglio fotografico di un muro – una crepa, una macchia o una texture – suggerisca un soggetto e che l’insieme suggerisca una storia. Così, i particolari fotografati da Tappari diventano pesci, palazzi, coccodrilli e montagne coi quali interagiscono personaggi dalle linee essenziali in pieno stile Sanna.

Ogni quadro narrativo, perciò, si apre con lo schizzo di un ambiente o di un protagonista accostato all’inquadratura singolare di un pezzetto di muro: una lepre e un pavé, un domatore e una serratura, una tela e dei graffi. Come si legheranno?  E che avventura potrà nascerne?  Il lettore è chiamato a fare le sue ipotesi dopodiché, tempo di un voltar di pagina, potrà verificarle e compiacersi del proprio intuito o sorridere della sorpresa trovata. L’assenza totale di testo lo lascia inoltre libero di dare voce alla storia, animando dettagli apparentemente insignificanti con parole ricche di personalità.

La presenza di sole immagini, unita alla brevità delle storie, godibili anche singolarmente prese, rende il volume particolarmente apprezzabile anche in caso di dislessia, sordità o disturbi legati alla decodifica delle parole scritte. Facendo leva sul solo fortissimo potere narrativo racchiuso nelle immagini Miramuri si fa incentivo di incontro nel segno dell’immaginazione,  invito alla curiosità e strumento di educazione allo sguardo. Attraverso i suoi micro-racconti di strada solletica l’invenzione e la capacità di vedere oltre il quotidiano e i suoi muri per scorgere spiragli rinvigorenti di storie, avventure e vitalità.

 

La baraonda di Corradino

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La generazione cresciuta con Dov’è Ubaldo? (meglio noto ai più come Dov’è Wally?) proverà di certo una sensazione familiare alla vista dell’albo La baraonda di Corradino. Le 32 pagine che compongono l’originale libro di Jan Von Holleben brulicano infatti di figure e invitano a gran voce alla ricerca di dettagli ancora non scorti.

Quello che l’autore tedesco si è divertito a fare è costruire una semplice trama e svilupparla attraverso personaggi e oggetti reali fotografati in posa, rimpiccoliti e inseriti in un contesto fotografico composto da innumerevoli altre persone e cose in movimento. Risultato: la lettura diventa una caccia minuziosa alla ladra Miss x che fugge da Tom il poliziotto o a Giusy (la cui t-shirt a righe rosse e bianche strizza l’occhio al capostipite dei personaggi-camaleonte) e Finn che scorrazzano tra scuole, strade e zoo stravaganti.

Vicenda e personaggi chiave sono condensati nelle dieci righe in quarta di copertina, il che con buona probabilità porterà il lettore a scorgerle solo una volta chiuso il libro. Tanto meglio: sarà la più intrigante delle scuse per riprendere il volume da capo e immergersi in una nuova e diversa esperienza di lettura, guidata questa volta da un canovaccio narrativo. Se c’è una cosa di cui si può star certi, infatti, è che con un libro come questo difficilmente si resta a corto di sorprese anche dopo due, cinque, dieci letture. Ci sarà sempre una giraffa fatta di bambini, un robot fatto di circuiti e scatole o un animale fatto di pinne e tessuti che acchiapperà il nostro occhio e la nostra curiosità. E sarà ancor più divertente analizzarne più a fondo i componenti nella pagina successiva, giacché il volume alterna pagine a campo largo che illustrano un ambiente con tutti i suoi elementi (la scuola, per esempio, con tanto di classi, allievi, cortile, scuolabus e zona merenda) e pagine più zoomate che rivelano minuzie di alcuni di quegli elementi (cosa contiene l’armadio di classe, come viene dipinta la cartina appesa al muro o chi ha fatto una brutta fine nella partita di basket). Un’inesauribile caccia al tesoro, insomma, che ipnotizza con umorismo.

La vera singolarità del libro sta nel fare della fotografia uno strumento espressivo estremamente creativo (come i fedelissimi di Art Attack hanno imparato da Neil il grande artista); nell’offrire possibilità variegate di lettura poiché ognuno può gustare a piacere il complesso della pagina e i suoi particolari; e nel conciliare con grande intelligenza opposti interessanti quali grandezza e piccolezza, movimento e stasi, vicinanza e distanza, frenesia e indugio: perché un silent book come La baraonda di Corradino è un gioco divertente e divertito di spazi e di tempi, che regala a cose e persone una nuova vita e che restituisce al lettore il diritto di far propria la pagina.

Il cane e la luna

Quando si sperimentano difficoltà di lettura, possono rivelarsi molto utili quei libri ad alto contenuto iconico e a bassa frequenza testuale. Il problema che si pone è tuttavia quello di trovare volumi che ricorrano a questa formula pur mantenendo un livello di complessità narrativa adatto anche un pubblico di lettori non piccolissimi. Ecco perché Il cane e la luna, freschissima proposta di Orecchio acerbo, ci pare una novità davvero stuzzicante.

Il libro è un omaggio al visionario padre della cinematografia George Méliès, reso noto al grande pubblico da uno degli ultimi film di Martin Scorzese: Hugo Cabret. Protagonista è in particolare la luna che in uno dei più celebri lavori di Méliès finisce infilzata: compagna di esibizione di un cane circense viene raccolta da quest’ultimo quando il circo si sbarazza di lei. I due affrontano intemperie e difficoltà, fino a quando il destino non riserva loro un incontro straordinario: al cane con un nuovo affettuoso padroncino e alla luna con un nuovo creativo proprietario.

Intenso e tenero, ma anche malinconico e introspettivo, Il cane e la luna racconta con l’evidenza delle immagini una storia di amicizia e fedeltà, di solitudini e destini incrociati. Le illustrazioni, cui gran parte della narrazione è affidata fatto salvo per poche, pochissime frasi disseminate qua e là, sono raffinate e tutt’altro che banali ma ciononostante comprensibili anche ad un occhio giovane e non troppo esperto. Certo, i rimandi alla storia del cinema, alle atmosfere fantastiche di Méliès e a un tempo in cui garantiscono un fascino particolare a un pubblico più maturo.

La piscina

 

Tuffatevi! Ora, a bomba, senza timore e con tanto di spruzzi. Tuffatevi e trattenete il respiro, quest’albo da sogno firmato da Ji Hyeon Lee chiede a gran voce, ma senza parole, una bella immersione. Il pennello sofisticato della giovane autrice coreana va proprio in profondità per svelare al lettore audace quali meraviglie gli riserva l’oltre: quell’oltre che tanti non hanno tempo, voglia e intenzione di esplorare; quell’oltre che qui prende la forma di una piscina in cui si può decidere se immergersi vivamente o sguazzare banalmente in superficie.

I due protagonisti non hanno dubbi: immergersi a più non posso e così scoprire creature fantastiche, fondali a labirinto e mostri minacciosi ma anche individui a noi simili con cui nuotare e spartire il piacere della sorpresa.

La piscina è insomma un albo gourmand, una millefoglie letteraria da gustarsi strato a strato. Ciascuno vi trovi il suo gusto, il suo significato, il suo sapore: che sia quello di un divertimento condiviso, di una sfida alle convenzioni, di un inno al coraggio di vedere oltre. In ogni caso sarà un assaggio appagante e quasi quasi vi verrà voglia di fare il bis.

Flora e il pinguino

In Flora e il pinguino, titolo, personaggi, uso del colore, atmosfere e idea di fondo richiamano apertamente Flora e il fenicottero. Come nel primo silent book firmato da Molly Idle e uscito per Gallucci nel 2013, anche qui c’è una bambina tutto pepe alle prese con uno sport pieno di grazia e con una nuova insolita amicizia.

Dopo l’incontro danzerino con il fenicottero, la protagonista incappa qui in un elegante pinguino dalle movenze leggiadre. Tra i due scatta all’istante un sodalizio e una performance a due: sui pattini lei, sulle zampette lui. Le prime pagine sono perciò tutte una giravolta, uno slancio, un salto: con un’armonia senza pari di colori, linee e movenze i due atleti compongono una coreografia davvero buffa e raffinata.

E qui l’autrice si e ci diverte da matti, con quella sua abilità strepitosa di esaltare simmetrie e giochi di sguardi, anche grazie all’intramontabile meccanismo delle alette. La sua capacità di trovare delle insospettabili somiglianze tra il mondo degli umani e il mondo naturale, poi, genera stupore, diletto e piacere narrativo. Sicché, ci si tuffa con gioia in una successione di pagine ben costruite con pochi elementi e tonalità ma molta attenzione per i dettagli, i cambiamenti e le espressioni, condividendo la piccola baruffa che verso la fine coinvolge personaggi e l’ingegnosa soluzione che trovano per superarla. Si riemerge così, dopo un gran finale degno di Carolina Kostner, forti dell’idea che incomprensioni e bronci siano affare quotidiano ma che sorrisi e piroette siano decisamente da preferirsi.

Il barbaro

Il barbaro, silent book fresco di stampa firmato dal brasiliano Renato Moriconi (autore di un altro curatissimo senza parole, Telefono senza fili), è come quel gelato che andava tanto di moda negli anni ’90, quello che “du gust is megl che one”. Perché lettura e rilettura hanno qui due sapori diversi ma ugualmente ghiotti, e a leggere e poi rileggere il libro si gode di un piacere davvero variegato.

Ma andiamo con ordine. Il libro, stretto stretto e alto alto, ci mostra in prima battuta un fiero cavaliere pronto a saltare in groppa al suo destriero. Ci pare impavido e imperturbabile, il prode, che con fare ardito va incontro al suo destino. Da lì in avanti è tutto un montare e scendere, in un susseguirsi di lotte e combattimenti contro rapaci agguerriti, piante carnivore, serpenti sibilanti e mostri di ogni sorta. Con ritmo cadenzato e immutabile imperturbabilità, il protagonista figura ora a piè di pagina e ora in cima, in una battaglia che si rinnova ad ogni pagina. Solo a fine lettura, in un colpo di scena da vero maestro, questo movimento altalenante troverà la sua insospettabile ragione. Ed è proprio a quel punto che tutti i pezzi della narrazione si ricompongono, trovando un nuovo senso e trascinando il lettore in una rilettura nuova, consapevole, disincantata.

Piccolo gioiello di tecnica, grafica e racconto, Il barbaro sa proporre una lettura appassionante e divertente per i più piccoli, che sono chiamati a prestare la loro voce ad avventure pazzesche, ma sa anche stupire i grandi, con una raffinata strizzata d’occhio a Suzy Lee e a quella sua Trilogia del Limite in cui tanta importanza narrativa assumono il silenzio e il confine tra pagine adiacenti e tra realtà e invenzione.

Orizzonti

In apertura non vi è che uno sfondo aranciato caldo e assolato, qualche ombra confusa e un paio di occhi sbarrati che fissano il lettore con effetto disarmante. Sono occhi di terrore, di sgomento, di impotenza: gli occhi di un ragazzo che fugge al di là di un filo spinato incontro a un destino incerto, come sveleranno le pagine successive.

Orizzonti, uno dei libri finalisti del Silent Book Contest 2014, propone con la sola e potentissima forza delle immagini, una storia drammaticamente attuale di fuga, di viaggio, di timori e di speranze. Ogni doppia pagina è un pezzo di strada – la corsa nel deserto, l’ammassamento nel cassone di un camion, il miraggio di un barcone, il buio della notte in mare – e ogni pezzo di strada è una tappa che si chiude ma anche un nuovo interrogativo che si apre, in un continuo rincorrersi di orizzonti, ora di ottimismo e ora di sconforto.

È un libro sull’oltre, questo di Paola Formica, inteso come possibilità, come futuro, come percorso che si snoda un ostacolo dopo l’altro. È un libro non facile ma fondamentale, un libro in cui il destino di un individuo diventa il destino di molti, in cui uno sguardo tra le tenebre si confonde tra mille altri e in cui un traguardo può assumere una pluralità di accezioni. Orizzonti, al plurale: il titolo non è casuale.

Le illustrazioni, evocative e coinvolgenti, si appellano a una conoscenza di ciò che accade a pochi passi da noi, nei nostri mari. Dall’aspetto quasi anticato, a tratti frusto, le ampie pagine in successione ricordano una pellicola d’altri tempi, come un cortometraggio intenso che racconta una storia tanto vicina al nostro passato e che vorremmo non costituisse il presente di nessun altro essere umano.

 

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In linea

Parola d’ordine: minimalismo. Anche in questo silent book firmato Jimi Lee essenzialità e linee pulite la fanno da padroni. Come già in Un pianeta che cambia, anche In linea Jimi Lee fa del togliere il suo principio ispiratore, lasciando campo libero a figure nette ed essenziali.

Non ci sono parole a popolare le poche e robuste pagine di questo albo, ma una serie di illustrazioni unite da una comune linea orizzontale posta al centro. Proprio quella linea diventa il filo conduttore di una narrazione per sole immagini che procede leggera e impalpabile come un’associazione di idee. Così da un’altalena si può rapidamente passare a un cheeseburger e da qui a degli spaghetti di soia, a un tuffo in piscina e a una scrivania sgombra. Fino ad arrivare a una trave su cui una ginnasta spicca un salto leggiadrissimo. Un salto e via, verso nuovi pensieri e nuove trovate.

Grazie a questa costruzione priva di parole, il libro risulta accessibile anche a lettori che, per ragioni diverse, fanno a pugni con il testo scritto. La sua rinuncia a fronzoli e dettagli, poi, contribuisce a sua volta a fare di ogni pagina un rinnovato invito a scoprire, stupire, inventare. Quante nuove cose riuscireste a rappresentare a partire da una sola linea dritta?

Mr. Ubik!

A voler andare per il sottile, il libro di David Wiesner non dovrebbe figurare tra i silent book in senso stretto: sei fumetti in tutto sono infatti disseminati tra le pagine. Ma ad andar proprio per il sottile, si rischia di perdere occasioni preziose, come quella di leggere un libro pregevole, (comprensibilmente) pluripremiato e, nei fatti, più che accessibile anche da parte di chi sperimenta difficoltà di lettura. Ecco perché vale la pena di segnalare questo libro anche all’attenzione di chi non va a nozze con le parole scritte ma sa gustare il buon sapore di una storia.

Perché qui la storia c’è eccome, così come ci sono dei personaggi strambi che ancor più strambamente si incontrano, e lo sviluppo narrativo è (quasi) del tutto affidato al potere delle immagini. E forse non è un caso, soprattutto se si considera che la comunicazione attraverso il disegno ha un ruolo centrale anche a livello della trama. Quando dei misteriosi extraterrestri finiscono con la loro astronave tra le grinfie di Mr Hubik e si rifugiano a rotta di collo in un buco della parete di casa, sono proprio dei disegni sul muro a permetter loro di stringere amicizia  con una serie di insetti, a loro volta vessati dal gatto. Grazie a questa forma universale di comunicazione, i due gruppi dalle lingue differenti escogitano e condividono un piano di fuga ingegnoso che lascerà il felino a bocca asciutta.

Il libro offre un’esperienza di lettura molto coinvolgente e appagante, tutta basata su luci e ombre, colori tenui e forti, inquadrature distanti e ravvicinate, riquadri marcati e illustrazioni a tutta pagina. I dettagli narrativi disseminati qua e là, solleticano poi lo spirito d’osservazione del lettore. In più, ad alieni e insetti sono attribuiti fumetti apparentemente incomprensibili, fatti di simboli e forme geometriche, a cui è in realtà possibile attribuire un significato piuttosto evidente basandosi sul contesto. La lettura diventa così anche un gioco di decodifica interattiva che appassiona e diverte. Non a caso l’autore di Mr Ubik!, David Wiesner, ha alle spalle una lunga esperienza nel campo dell’illustrazione e ben tre medaglie Caldecott, uno dei più prestigiosi premi americano nell’ambito dei libri per l’infanzia.

Viaggio

“Quando la strada non c’è – ci ha insegnanto Baden Powell, fondatore dello scoutismo – inventala”. Detto fatto! Come ispirata da questo pensiero e armata di un pennarello rosso e stufa di genitori distratti o troppo occupati, la protagonista di Viaggio crea porte là dove non ci sono e parte per un’avventura a dir poco straordinaria. Un’avventura che nasce come scoperta e diventa una vera e propria impresa, nel momento in cui un misterioso uccello dalle piume viola viene imprigionato da guerrieri in volo su macchine chimeriche. È lì che l’insolita escursione della protagonista assume un valore più profondo, uno scopo più chiaro, e un gusto più pieno. Non solo, infatti, il desiderio di liberare il pennuto la porta a inventare e disegnare al volo nuovi mezzi di trasporto, nuove vie di fuga e nuovi paesaggi ma la ricompensa per di più con un ritorno a casa inaspettato e una nuova amicizia in carne ed ossa.

L’albo, completamente senza parole, è costruito con una minuzia e una cura strabilianti. L’autore, che non a caso ha una lunga esperienza nel campo del cinema d’animazione, fa un uso profondamente incisivo del colore, scivolando dal grigio monotono delle prime pagine annoiate al verde brillante dell’apertura sul mondo immaginario, dal bruno del palazzo-prigione alle tinte rosse e viola di quel paesaggio orientale che riaprirà la via verso casa, senza scordare il tocco rosso che contraddistingue non solo il pennarello dell’incanto ma anche tutto ciò che sa di speranza, divertimento, desiderio (come i giochi delle prime pagine o i mezzi di trasporto in quelle successive). Ma non è tutto: la narrazione si nutre qui di un gioco ancora più stratificato, basato sulla presenza e sull’assenza di sfondi, sull’alternanza di figure di interno e di esterno, sullo sviluppo di edifici fantastici di vaga memoria escheriana e su una trama fittissima di rimandi tra pagine. Certo, la narrazione fluisce anche se non vi si presta grande attenzione, ma la miriade di dettagli che Becker dissemina con pazienza e perizia rendono la lettura un’esperienza straordinaria. L’autore aggancia infatti ogni pagina alla seguente, anticipandone o mostrandone da una diversa distanza o prospettiva un dettaglio, un elemento, una finezza. E lo fa fino all’ultimo, fino a quando cioè alla radice di una palma in mezzo al deserto, non si scorge una minuscola porta che conduce tra i familiari muri della città.

A quel punto il cerchio – del viaggio, della storia così come della ruota che in ultimo lampo di genio la ragazzina disegna nel vuoto – si chiude. E si sa, il bello del cerchio è che proprio là dove si chiude, riinizia. Così – presto fatto – con due cerchi si fa una bici, con una bici si fa un’amicizia, e con un’amicizia si fa una nuova avventura nuova, questa volta più reale che mai. E il lettore ha appena il tempo di vedere schizzare via la protagonista. Con in testa l’idea che, più spesso di quanto immaginiamo, gli amici si nascondono proprio dietro l’angolo. E – manco a dirlo – a guardar con attenzione il frontespizio, tra un credito e l’altro, ci si accorge che l’autore ce lo aveva già suggerito!

Bzzzzz

Munita di delizioso abito a pois rosa e di sorriso sincero e amichevole, l’ape protagonista di Bzzzzz parte per un viaggio ronzante tra fiori, funghi, rami, abissi, coperte e nuvole. In visita ad amici animali – dall’elefante al pesce palla, dal gatto alla gallina – l’insetto dai tratti garbati condivide una bevanda calda, sferruzza un calzino, rosicchia un’anguria o consulta una mappa stradale mostrando un’energia davvero invidiabile.

 

Il piccolo lettore segue così il suo volo tratteggiato lasciandosi incuriosire e ispirare non solo dalle forme graziose e baby-friendly e dai colori brillanti ma anche dai buchi di forme diverse che preannunciano o dissimulano i disegni in arrivo.

 

Il libro, firmato nel progetto e nelle illustrazioni da Luisa Rinaldi, fa parte della collana Ullallà di Emme di cui presenta la tipica robustezza e attenzione per contenuti e soggetti apprezzabili dai lettori meno esperti. La totale assenza di parole scritte fa inoltre sì che il volume lasci totale spazio alla fantasia del lettore e di chi lo accompagna nella scoperta di immagini dall’alto potenziale narrativo

Girotondo

Ritrovarsi per un girotondo insieme ad amici diversi: scoiattoli, foche, gufi e topini si danno appuntamento nel libro di Francesco Zito per condividere il più diffuso e amato dei giochi per l’infanzia.

 

A ogni pagina l’incontro con uno o alcuni dei protagonisti del volume, rappresentati nel loro habitat tout court (come le lumachine tra le foglie), nel loro habitat con qualche dettaglio umano (come l’orsetto in gonna e t-shirt in mezzo al bosco) o su un mezzo in tutto e per tutto non naturale (come la giraffa, la scimmia e l’ippopotamo fermi al semaforo sul loro pulmino). Questa mescolanza può confondere il lettore alle prime armi che apprezza tuttavia, con buona probabilità, le illustrazioni coloratissime, non troppo affollate e animate da bestiole disparate.

 

Le pagine, arrotondate, spesse e robuste invitano a una lettura appassionata, fisica e concretamente vissuta come quella che spesso coinvolge i lettori piccolissimi. Ciascuna è arricchita inoltre da una fessura che invita a indovinare e scoprire cosa si nasconde nella pagina seguente.

Chi ha preso le mie scarpe

Cosa succede se una donna in carriera dagli occhialetti chic si ritrova addosso il top hardcore di una vera dura e i calzettoni da ginnastica di una ragazza sportiva? Succede che nasce un personaggio buffo e originale, pronto a tuffarsi in una storia nuova di zecca che il lettore è libero di inventare.

 

Chi ha preso le mie scarpe? è infatti un libro gioco che sfrutta il semplice ma geniale principio della combinazione casuale degli elementi: ogni pagina, che ritrae un modello femminile – dalla mamma all’hippy, dalla vamp alla gothic –, è divisa in tre segmenti sfogliabili separatamente grazie alla rilegatura a spirale e combinabili con due segmenti qualunque tra quelli sottostanti o sovrastanti. Capi, busti e gambe diverse possono cioè comporsi cioè nelle più svariate e pazze combinazioni.

 

Già sperimentato dalla stessa Eleonora Zuber ne Il libro matto e già esplorato da EDT con lo straordinario La mia piccola officina della storie di Bruno Gibert, questo sistema di autocostruzione narrativa viene qui applicato alle sole immagini dando vita a un libro senza parole del tutto insolito. Strizzando l’occhio in primis a bambine fantasiose e incuriosite da abiti e accessori, Chi ha rubato le mie scarpe? può diventare un supporto interessante per stimolare la creatività e la verbalizzazione anche là dove la lettura del testo costituisce un ostacolo concreto.

Fiume lento. Un viaggio lungo il Po

Ci vuole tempo per leggere Fiume lento. Ci vuole tempo non solo perché le pagine sono molte, trattandosi di un libro senza parole, ma anche perché il ritmo della storia e il pacato dettaglio delle illustrazioni lo richiedono fermamente. Nel dedicarsi con amore e con pazienza al quieto scorrere del fiume della bassa – quello che regala fertilità ma si scatena talvolta con rabbia cieca, quello che abbraccia la vita ripetitiva di campagna e osserva di tanto in tanto eventi eccezionali – Alessandro Sanna regala a un lettore dall’età indefinita una narrazione preziosa e appassionata.

Come suggerisce il titolo, il fiume sta al centro della pagina e del racconto, insieme ai paesaggi, agli abitanti, ai riti e agli avvenimenti che su quegli argini si muovono, si agitano e prendono vita. Così, attraverso quattro capitoli per altrettante stagioni, l’autore sceglie di mostrarci la quotidianità e l’eccezionalità di un mondo che ha un sapore dolce-amaro, sicuramente antico, atavico, profondo. Ci mette dentro l’alluvione in un autunno drammatico e umano, la nascita di un vitellino nel gelo invernale, un amore primaverile ai tempi delle sagre e l’incontro estivo tra Ligabue e la tigre: quattro episodi insieme legati e a sé stanti, particolari e universali, distaccati e profondamente vissuti. In un fitto susseguirsi di citazioni, di richiami di omaggi – che spaziano dalla pittura al cinema, dalla poesia alla storia – siamo dunque invitati a indugiare ma non ad arrestarci, lungo un libro che dura cento pagine, un anno, una vita.

Ricorrendo a una struttura solida e stabile – una illustrazione iniziale a tutta pagina e quattro strisce rettangolari per ciascuna delle pagine seguenti – Alessandro Sanna propone un viaggio dal ritmo ben scandito, sempre identico all’apparenza ma modulato all’interno da una profusione di dettagli, di toni variati, di sfumature, di zoom più o meno marcati che fanno progredire le stagioni e insieme accolgono i sentimenti suscitati dagli eventi. Ne beneficiano gli amanti di storie che non mettono fretta, di libri che richiedono un’immersione silenziosa e di illustrazioni che esplorano il colore in tutte le sue possibilità. Tra questi, senz’altro, anche quei lettori, magari già grandicelli, le cui difficoltà di decodifica del testo non precludono possibilità immaginative e riflessive ampie e raffinate.

Bounce bounce

La carta da pacchi ha un fascino tutto particolare. È un piacere da toccare, è un invito a scrivere ed è l’involucro più stuzzicante per un regalo coi fiocchi. Ecco perché, forse, Brian Fitzgerald l’ha scelta come base per il suo originale albo: per farne ai suoi lettori un regalo gradito e tutto da scoprire.

Bounce Bounce, vincitore non a caso del primo Silent Book Contest  indetto nel 2014, si sviluppa su pagine quadrate e naturalmente rigate, dalle quali affiorano, quasi in trasparenza, i singolari personaggi che popolano il libro. Protagonista, in particolare, è un insetto stravagante, un po’ apetta e un po’ astronauta, che svolazzando tra i fiori incappa in un palloncino, lo gonfia e ci finisce dentro, come inghiottito. Inizialmente intimorita, la bestiola impara presto a godersi il viaggio e le meraviglie che da un velivolo così speciale si possono osservare: pesci, mongolfiere, navicelle spaziali e stelle. Fino a quando il palloncino non si stappa, peraltro grazie a quello che si potrebbe considerare il famoso “gancio in mezzo al cielo”! Fine della corsa, avanti il prossimo: il palloncino è pronto a caricare un altro passeggero e un millepiedi freddoloso si fa subito avanti. Il libro si chiude così, con la promessa di un nuovo meraviglioso viaggio e dei mille altri che potrebbero seguirgli.

Capace di accompagnare, con la levità di un palloncino leggerissimo, attraverso mondi lontani – terresti, stratosferici e subacquai –  Bounce bounce unisce un sapore vintage, con i suoi toni bruni e carta da zucchero, a una sfumatura moderna, con la sua scelta di forme surreali e di un racconto silenzioso. La combinazione è davvero piacevole e fa di questo libro un piccolo e prezioso diario di viaggio.

Cappuccetto rosso

La storia di Cappuccetto Rosso la conosciamo tutti. Per questo realizzarne una versione nuova e capace di stupire e appassionare non è cosa da ridere. L’illustratore Juanjo G. Oller ha però colto la sfida con risultati interessanti. Il suo è un Cappuccetto rosso moderno e minimalista, che, con solo effetto delle immagini e senza alcuna parola, riesce a suscitare curiosità e inquietudine.

Il libro è tanto essenziale quanto complesso. Le sue linee, profonde e dense, invitano a uno sguardo attento e poco frettoloso, capace di cogliere il valore dei dettagli che spuntano da sfondi netti e il significato di una cornice che diventa cuore dell’illustrazione.

Il tratto insolito e una tavolozza ristretta usata con sapienza danno a una storia senza tempo una nuova chiave di lettura che può intrigare i piccoli lettori e forse ancor più i grandi che li accompagnano. Non a caso, il volume strizza l’occhio agli adulti non solo con una veste grafica raffinata ma anche con la scelta di far seguire al racconto per immagini la versione originale della fiaba firmata dai fratelli Grimm e un saggio di Gustavo Martin Garzo sui significati che essa può celare.

Tutti i colori

È un libro con i buchi dei più classici, Tutti i colori. È un libro con i buchi ma senza le parole: due validissimi motivi per esplorarlo con curiosità, provando a indovinare cosa si nasconda sotto ogni foro e dando la propria voce ai personaggi che popolano le pagine. Orsi polari, vermi, balene e civette sono solo alcune delle creature che sorridono al lettore, immortalate in situazioni più o meno strambe.

Federico Mariani le racconta con semplicità, in una successione che non presuppone una vera e propria storia. Al di là del foro che unisce a due a due le pagine consecutive, il libro fa infatti del colore l’unico vero elemento di connessione tra le diverse facciate. Il tratto dell’autore è netto così come  le tinte, il che contribuisce a rendere la decodifica delle immagini elementare e soddisfacente anche per i lettori meno esperti.

Il ciglio del camaleonte

Dove si nasconde l’irresistibile camaleonte uscito dal pennello di Alessandro Sanna? Il suo ciglio birichino ricorda molto l’orecchio dell’elefante, la coda della giraffa e lo spruzzo della balena… che sia proprio lui ad assumere quelle forme in un viaggio attraverso oceani e savane? Al lettore la mimetica decisione…

L’autore si limita infatti a offrire le illustrazioni, senza aggiungere una singola parola. La storia vien dunque fuori da sé, alimentata dall’immaginazione di chi sfoglia le poche pagine del librino cartonato. Fondamentali, per seguire il gioco narrativo, sono il titolo e la copertina del volume dove il ciglio pronunciato del rettile compare in tutta la sua centralità.

Maneggevole e compatto, raffinato e insolito, Il ciglio del camaleonte è adatto a solleticare la fantasia dei più piccoli, facendo delle illustrazioni prive di fronzoli e delle tinte acquerellate il suo vero punto di forza. 

Telefono senza fili

Che sia un libro prezioso e raffinato lo si deduce non solo dal prezzo, ma anche dal grande formato, dal profumo antico e dalla sensazione che danno al tatto le sue pagine lisce. Telefono senza fili si presenta da subito così, nella sua veste nobile e patinata. Ma dietro la benda del pirata in copertina c’è forse un occhio che si strizza, consapevole che sotto la foggia distinta di un libro può celarsi un autentico inno al divertimento.

Tra la prima e l’ultima pagina dell’albo nato dalla mente di Ilan Brenman e della mano di Renato Moriconi, si dipana infatti uno dei giochi più vecchi del mondo: un gioco semplice e universale, per cui non servono altro che parole e silenzi. I silenzi – eloquentissimi però – è il libro a metterle, con la sua scelta di procedere per sole immagini; le parole invece sta al lettore trovarle, ispirato dalla successione di personaggi implicati nella trasmissione del messaggio. Disposti rigorosamente uno per pagina e tratteggiati con un gusto estetico raro, questi sono scelti con cura e minuzia a condensare in poche pagine secoli interi di storia e di storie.

Giullari, re e cavalieri si incontrano con nonnine, rossi cappuccetti e cacciatori, dando vita a un passaparola irresistibile che richiede sottile attenzione per i dettagli. Una lettura distratta scorre via piacevole e affascinata (che già non è poco!) ma una lettura accorta tira fuori davvero il meglio di un albo come questo, rivelando la logica sottesa agli abbinamenti delle doppie pagine, la circolarità del gioco narrato e la tensione infine spezzata con i limiti imposti dalla pagina.

Il bradipo dormiglione

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Al mondo ci sono pigri e pigri. Ci sono i pigri di bassa lega, quelli che scansano fatiche e compiti. E poi ci sono i pigri veri, quelli che fanno del pisolino la loro religione, che conoscono l’autentico valore di una sonora ronfata e che scambierebbero tesori e gemme con una siesta degna di questo nome. Ecco, il bradipo di Ronan Badel è un adorabile esemplare di questa seconda categoria. Non solo come i suoi simili dorme con gusto e fa della pennica la sua attività principale, ma dimostra anche la rara capacità di perpetrare quest’occupazione in condizione davvero avverse.

Non c’è caduta d’albero, viaggio in rimorchio, discesa tra le rapide, cascata impetuosa o naufragio che tenga: il bradipo dormiglione non schioda di un millimetro. Impassibile e saldo, mantiene la posizione come un fedele soldato del sonnellino. E per fortuna che anche nella foresta esistono amici coraggiosi e leali, pronti a fare follie per mettere in salvo un compagno appisolato. È infatti un temerario serpente, caldamente supportato da un ranocchio e da tucano, a lanciarsi in uno spericolato viaggio per riportare a casa il bradipo assopito, quando lo sciagurato albero su cui tutti loro vivono viene abbattuto.

Il tutto, in un albo molto verde, poco impegnativo e per nulla scritto. Il bradipo dormiglione è infatti un silent book, il quarto della collana per ragazzi di Terre di mezzo che con buona mira e ottimo gusto pesca dal ricchissimo catalogo della francese Autrement Jeunesse. Come nell’inseguimento di volpi, polli e bestie varie di Béatrice Rodriguez, anche qui personaggi buffi animano una narrazione per immagini schizzata ma limpida, su pagine più larghe che alte, dai paesaggi sconfinati e dai dettagli salienti: al lettore lo sfizio di scovarli, decifrarli e dar loro voce. L’intera storia prende infatti forma in base alle parole di chi legge fino a quando, giunto all’ultima pagina, questi lascia in punta di piedi la placida foresta. Shhhh, silenzio: c’è qualcuno che vuole dormire!

L’uovo e la gallina

È nato prima l’uovo o la gallina? Più di quarant’anni fa Enzo e Iela Mari hanno provato a domandarselo dando vita a un silent book che ancora oggi resta un classico. L’uovo e la gallina, recuperato a catalogo da Babalibri, mostra infatti in modo ultra ravvicinato come il ciclo della vita passi progressivamente attraverso gusci, piume e pennuti a tutto tondo.

Dall’allestimento di una morbida base per la cova ai primi vermetti beccati in autonomia, gli autori riprendono con la loro consueta attenzione al dettaglio, tutte le fasi di sviluppo di un pollo. Tutto giocato su una stimolante alternanza tra ciò che accade dentro e ciò che accade fuori dall’uovo, il libro non manca di arricchire l’intero racconto con un lavoro sapiente sull’uso dei colori.

Una veste tutt’altro che casuale e ben gradevole racchiude perciò una proposta insolita che mescola la curiosità scientifica e una traccia di narrazione che sta al lettore animare con le sue proprie parole.

L’albero

Un obiettivo fisso che punta a un albero dall’aspetto secolare e ai pochi metri che lo circondano. Fine. Non ci sono stravolgimenti, cambi di prospettiva o strampalate invenzioni in questo libro: tutta la magia del racconto è già contenuta infatti nello scorrere ciclico della natura. E come una spettatrice rispettosa, Iela Mari, non fa che prenderne atto e condividere con il lettore la sua scoperta.

Con il suo tratto preciso e misurato, l’autrice mostra perciò a filo di pagina come sopra, sotto e intorno all’albero vadano e vengano inquilini diversi – un ghiro, una coppia di uccelli e la loro prole – che con esso interagiscono secondo i ritmi dettati dalle stagioni. Neve, nebbia e sole si inseguono, i nidi si riempiono e si svuotano, i germogli sbocciano e appassiscono: tutto trova un compimento che è insieme anche occasione per un nuovo inizio

Pacato e privo di parole, il libro costituisce un intramontabile invito a cogliere il meraviglioso custodito ma anche offerto generosamente dalla natura a chi le conceda un occhio curioso e attento.

Flora e il fenicottero

Attenzione attenzione, non fatevi ingannare dal rosa imperante di Flora e il fenicottero. Sotto le diffuse tonalità pastello – dalla copertina alle decorazioni, dai protagonisti agli elementi di sfondo –  questo silent book racchiude ben altro che un racconto stucchevole tutto confetti e sdolcinerie da smorfiosette. Ad apprezzarlo non saranno perciò solo le piccole amanti della danza e della femminilità a tutti i costi ma anche e soprattutto coloro che vogliano tuffarsi (metaforicamente e letteralmente) in una storia buffa e ironica di amicizia.

Lo si intuisce fin dalla prima pagina in cui, alla postura elegante e seriosa del fenicottero si unisce e contrappone il passo goffo di un piedino munito di pinna. Fa così la sua comparsa Flora, una bambina ostinata e spiritosa, che trasformerà le pagine seguenti in un passo a due insolito con il pennuto. Dalle prime velate schermaglie sino all’eclatante finale, i due si esibiscono in una danza in cui gli sguardi, i movimenti e i reciproci avvicinamenti creano una coreografia e un legame divertenti e teneri.

Molly Idle dà insomma vita in quest’albo a due personaggi deliziosi che tirano fuori il meglio di sé nel reciproco rapporto di contrasto e condivisione, invitando a scoprire ciò che, con spirito aperto, dagli altri possiamo apprendere e agli altri possiamo insegnare.

Guarda guarda

Guarda guarda è una storia di sguardi e di silenzi. Una storia in cui l’incomunicabilità di chi parla lingue diverse si stempera nel comune senso di meraviglia per qualcosa di straordinario come un cielo che si anima di colori e immagini. Protagonisti di questa storia sono una giraffa e un ghepardo che si incontrano nella savana e che, dopo un primo avvicinamento furtivo e diffidente, scoprono di poter condividere un pezzo di strada, un’emozione e un’amicizia senza dover per forza usare le parole.

Lucidando le stelle e godendo insieme del loro spettacolo, i due animali raccontano della possibilità di capirsi con gli occhi e lo fanno, non a caso, all’interno di un libro di sole immagini. La storia (non proprio immediata) procede infatti attraverso illustrazioni evocative che toccano corde profonde e lasciano ampissimi margini all’immaginazione del lettore.

Guarda guarda nasce da un progetto condiviso tra associazioni che promuovono il riconoscimento e il diritto all’uso della lingua dei Segni (come il gruppo SILIS o la cooperativa il Treno), un istituto tecnologico che studia l’acquisizione del linguaggio (come il CNR di Roma) e una casa editrice impegnata nel sociale come Carthusia. Il libro è cioè a sua volta un incontro tra realtà che parlano lingue diverse ma che, forti di un comune intento, possono dar vita a un risultato sorprendente.

Tortinfuga. Ma le torte dove vanno?

Lo aspettavamo da mesi e ora, finalmente, la seconda rapina di torte firmata da Thé Tjong-Khing è bell’e sfornata, pronta da gustare! Torna all’attacco la truppa di fortissimi personaggi già noti ai lettori di Tortintavola, questa volta tutti intenti ad affrontare una scarpinata per godersi un ghiotto pic-nic.

Ciascuno col proprio carico (dai ferri da maglia all’ombrellone) e con il proprio mezzo (dalla sedia a rotelle ai trampoli), gatti, conigli, lucertole e bestiole di ogni sorta si avviano su per la collina. Quando, a fatica ultimata, si accorgono che le torte sono scomparse, si scatena un autentico parapiglia. Facile incolpare i topolini in tuta da Diabolik, già macchiatisi del reato la prima volta. Ma a voler andare a fondo della faccenda si scopre che i pregiudizi possono giocare brutti scherzi e che qualche insospettabile può rivelarsi meno innocuo del previsto.

Anche a questo giro l’autore non perde l’occasione di intrecciare tra loro piccole e sfiziose trame individuali e proprio qui, forse, sta il bello di un libro senza parole come questo. Senza una direzione unica di lettura, ci si può infatti sbizzarrire a (ri)percorrere il volume a piacimento, svelando d’un fiato il mistero del furto o scorrazzando, piuttosto, tra le pagine, dietro le angherie di un coniglietto-bullo, le sventure di un’elegantissima barboncina o le indigestioni dei un ingordo topino a righe.

Una pesca straordinaria

Ci sono personaggi che rallegrano la giornata e allargano il sorriso. È il caso di Volpe e Gallina (ndr. i nomi sono di fantasia!), già protagonisti de Il Ladro di polli e ora nuovamente a caccia di avventure in Una pesca straordinaria. Dopo essersi sistemati in un albero-casa in riva al mare, a seguito di un fuga amorosa come non se ne gustano spesso, l’insolita coppia creata da Béatrice Rodriguez se la vede, in questo nuovo episodio, con un uovo da accudire e con un frigo da riempire.

Constatata la desolante situazione alimentare di casa, la gallina affida senza indugi la futura prole alla volpe e si lancia a procacciare la cena. La sua sarà una pesca tutt’altro che tranquilla: straordinaria, come recita il titolo, ma anche spassosa e travolgente. Un attimo e il ghiotto pesce palla da lei catturato tira, infatti, in ballo un uccellaccio spaventoso, una nidiata famelica e un mostro marino in un turbine  di corse e rincorse davvero irresistibili. Gli sforzi, però, vengono giustamente ripagati e a fine giornata la famigliola – ormai cresciuta – può godersi una cena davvero speciale.

Senza deludere le aspettative di chi si è innamorato della prima avventura vol-pennuta, l’autrice torna a divertire con un albo senza parole che strizza continuamente l’occhio al lettore. E che questi voglia o meno leggere tra le righe un ribaltamento sottile e silenzioso dei ruoli e degli stereotipi di genere (peraltro, in francese, la volpe è proprio maschile – le renard – mentre la gallina è proprio femminile – la poule), si troverà comunque tra le mani un racconto capace di stupire e mostrare con ironia il reale potere narrativo delle immagini. Azioni e sentimenti si dipanano, infatti, qui con grande limpidezza, grazie a un tratto essenziale che attribuisce significati netti a impercettibili variazioni di linee. A sostenerlo, un ritmo e una ripresa squisitamente cinematografici che grazie a sequenze ravvicinate e piani lunghi ben alternati restituiscono a ogni momento un’intensità mai noiosa.

Indovina chi ha ritrovato Orsetto

Indovina chi ha ritrovato Orsetto è un elogio silenzioso ai dettagli apparentemente senza valore. Come le tracce nella neve che, a prima vista insignificanti, possono in realtà svelare a chi le osservi con cura molte cose a proposito di chi le ha lasciate. Le tracce del libri di Gerda Muller raccontano per esempio di una passeggiata di tre persone nel bosco, di piccole deviazioni per raccogliere frutti, di girotondi intorno agli alberi, di soste per riposarsi e di sofisticate operazioni per costruire capanne. Ma lo fanno senza dire una parola così che il lettore possa divertirsi a seguire le orme e a indovinare le storie che esse celano e rivelano allo stesso tempo.

Così, raccogliendo gli indizi che l’autrice non manca di disseminare lungo le pagine, ci si ritrova a seguire una mamma premurosa e due bambini curiosi in gita sulla neve, riconoscendone via via l’andatura, gli interessi e i percorsi. Ma non è tutto. Come volendo strizzare l’occhio al lettore fino alla fine, l’autrice attribuisce particolare valore a quelle parti del volume normalmente bistrattate, come la terza e la quarta di copertina. È proprio qui, infatti, che si concentra il maggior numero di soffiate sul senso della storia, come la possibilità di conoscere i personaggi e di scoprire (o verificare se si è già stati molto bravi) le loro azioni.

Un pianeta che cambia

Un buco con una storia intorno: parafrasando una nota pubblicità di mentine, questo potrebbe essere lo slogan del bon bon editoriale firmato da Jimi Lee. Un pianeta che cambia è infatti un libro sui generis, tutto costruito sul contorno di un buco che più centrale non si può e che rappresenta il nostro bistrattato pianeta.

Intorno ad esso, a partire da un germoglio, si sviluppa dapprima la vita, sopraggiunge poi la distruzione in forma di fumi e grattacieli, e ristabilisce infine un equilibrio una crescita armoniosa tra natura e progresso. In questo modo, riprendendo la linea curva del pianeta, il cerchio si chiude. E la storia, mostrandoci gli effetti nefasti di una cementificazione selvaggia, ci invita a non riaprirlo mai più, perché non è detto che la natura strapazzata ci conceda nuovamente un’occasione di riscatto.

Senza bisogno di ricorrere all’uso di parole, Un pianeta che cambia fa della sobrietà la sua forza, risultando maneggevole e accattivante per i lettori più piccoli ma al contempo raffinato e suggestivo per i lettori un po’ più cresciuti.  Nel libro di Jimi Lee, poi, la forma è già contenuto e partecipa del significato trasmesso. Innovativa e insolita, essa stimola la curiosità del lettore invitandolo a esplorare in libro da ogni lato e a rimettere – simbolicamente e fisicamente –  al centro delle sue priorità il pianeta che ci ospita.  Il rispetto della nostra casa naturale appare qui fondamentale, per scongiurare l’eventualità che essa si ribelli e ci costringa, nella migliore delle ipotesi, a ricominciare tutto daccapo.

C’era una volta un topo chiuso in un libro…

Come le persone, ci sono libri capaci di mantenere uno spirito fresco e spensierato anche superata la soglia dei trent’anni. È il caso di C’era una volta un topo chiuso in un libro di Monique Felix: un libricino senza parole dal sapore un po’ vintage ma estremamente stuzzicante, concepito e pubblicato per la prima volta in Francia negli anni ’80 e riproposto 2009 in Italia dalle Edizioni EL nel. Un’intuizione non da poco quella della casa editrice triestina, dal momento che da lì a un anno il volume avrebbe vinto l’Andersen come miglior libro mai premiato.

Il formato del volume– piccolo e quadrato – non è consueto e genera un primo silenzioso invito a dare una sbirciatina tra le pagine. Il titolo poi, così sospeso e curioso, porta il lettore con un piede dentro il volume prima ancora di averne girata la copertina. Da lì, seguire le avventure del topino protagonista è un minuscolo e gustoso piacere: ci si ritrova infatti a essere impazienti – quanto e più di lui – di scoprire il mondo che brulica sotto la pagina bianca e che affiora via via che la bestiola rosicchia la carta.

Tutto basato su questa paziente e progressiva rivelazione illustrata, il libro propone un gioco delicato e moderno con i limiti imposti dalla pagina, in un crescendo ben calibrato di curiosità. Se ne esce deliziati e persuasi dall’idea che tra le tante cose che può essere un libro, non c’è una prigione da cui scappare ma un mondo nuovo, talvolta migliore di quello in cui ci si trova, nel quale tuffarsi a capofitto.

Vicino Lontano

Forma quadrata, colori brillanti, sagome elementari, personaggi buffi: la cifra dei libri Minibombo è così netta che si riconosce da lontano e così stuzzicante che invita a dare una sbirciata da vicino. Voilà! Vicino lontano è non a caso il titolo del nuovo volume senza parole marchiato dall’insettino emiliano e pronto a far ronzare le menti più curiose.

Tutto giocato sulla ricomposizione di un’immagine a partire da inquadrature via via più ampie, il libro invita a scoprire sette animali misteriosi di cui vengono forniti indizi prima birichini e poi chiarificanti. Quelle che sembrerebbero le mammelle di una mucca fucsia si rivelano così, inaspettatamente, le zampette corte di un coniglio stralunato e l’apparente  proboscide tozza di un elefante risulta infine la coda di un uccellino.

Privo di una vera e propria storia ma forte di un meccanismo ludico tanto semplice quanto inesauribile, Vicino lontano mescola in maniera arguta i tratti più tradizionali di un libro e quelli più moderni di una app, trasformando ogni giro di pagina in una sorta di zoom che rivela dettagli inattesi. Come al solito, poi, il divertimento non si chiude con la quarta di copertina ma prosegue a volontà, grazie agli spunti ispirati al libro che il sito di Minibombo propone. Un modo intelligente e piacevole di diventare autori, illustratori e protagonisti, dando la propria personalissima interpretazione di dettagli dal senso enigmatico.

Bonjour Monsieur Hulot

Bonjour monsieur Hulot è un omaggio spassionato al mondo bizzarro creato dal regista francese Jacques Tati. Hulot è infatti, in origine, un personaggio cinematografico anni cinquanta che a bordo della sua scoppiettante autovettura raggiunge un’affollata località balneare e travolge i villeggianti con le sue movenze, il suo umorismo e il suo carico di poetica e buffa attitudine a portare scompiglio.

Nell’albo che l’editore Excelsion 1881 ha scelto di dedicargli si ritrova proprio la leggera ed insolita predisposizione del personaggio a stupire, divertire, commuovere o fare tutte e tre queste cose insieme. Così, quando Hulot fa uscire bolle di sapone dalla sua pipa, quando trasforma una passeggiata nella neve in una rievocazione armstronghiana  o quando risolve i problemi idraulici di casa allagando l’intero quartiere, lascia stampato in viso al lettore un sorriso leggero che si rinnova di pagina in pagina.

Ogni scena, che richiama per concisione e ritmo proprio le gag del film, si sviluppa su due pagine: l’una a fronte e l’altra a retro. In questo modo, il senso dei diversi nonsense arriva solo a pagina svoltata, così che non si rischi di sbirciarlo, guastandosi irrimediabilmente la sorpresa. Ogni brevissimo capitolo diventa un piccolo delizioso enigma in cui scovare la logica sui generis del protagonista, senza che alcuna parola si renda davvero necessaria.

Migrando

Migrando è un dei libri senza parole più complessi ed evocativi finora pubblicati in Italia. Proposto non a caso da una casa editrice raffinata come Orecchio Acerbo, il volume richiama l’attenzione di un pubblico che ha già una buona dimestichezza con le decodifica delle immagini e che sa apprezzare la suggestione più sfuggente in luogo della rappresentazione più netta. Il libro creato da Mariana Chiesa Mateos è insomma, in tutto e per tutto un libro controcorrente: perché sperimenta con forza e successo la forma dell’albo illustrato per un pubblico di lettori esperti, perché accetta la sfida di trattare un tema di scottante attualità e infine perché segue le direzioni dei movimenti migratori, nel loro andar contro certezze, affetti e radici.

A sottolineare questo aspetto, il fatto che il libro non abbia un verso privilegiato ma si legga in parte in un senso e in parte capovolto, come a tradurre in un espediente grafico e narrativo l’idea che ruoli e traiettorie di migrazione non siano mai fissi. Così, chi sessant’anni fa partiva ora accoglie e chi ora parte forse domani accoglierà. E se da un lato dell’albo troviamo figure che riportano alla mente la Lampedusa più drammatica degli ultimi mesi, dall’altro riconosciamo nonni e bisnonni del secolo scorso con le valigie colme di speranza. A far da cornice comune c’è una natura dal forte valore simbolico: l’acqua che, a seconda dei punti di vista,  separa e unisce paesi, ma anche gli alberi e gli uccelli, gli uni dalle radici profonde e gli altri dalla vita volubile.

Il libro si presta ad una lettura molteplice, che sveli di volta in volta dettagli e possibilità interpretative nuove. L’assenza di parole e la scelta di fili narrativi e scenari labili lasciano infatti ampi margini al contributo di ciascun lettore, stimolando emozioni prima che riflessioni.

Il palloncino rosso

A quasi cinquant’anni dalla prima pubblicazione in Francia, e a quasi dieci dalla ripubblicazione italiana a cura di Babalibri, Il palloncino rosso continua a essere non solo l’albo più straordinario firmato da Iela Mari ma anche uno di quei rari libri che non smetteresti mai di ricominciare da capo.

Perché porta con sé un invito velato ma contagioso a inventare e reinventare il mondo, facendo di un palloncino una mela, di una mela una farfalla, di una farfalla un fiore e di un fiore un ombrello, in una girandola creativa che potrebbe continuare all’infinito. E il bello, forse, è proprio quello: che al lettore si offre tutto ciò che occorre – una bella miscela di meraviglia e semplicità inventiva – per far sì che diventi a sua volta ideatore di insolite metamorfosi.

Ecco perché sfogliare questo libro senza parole, così discreto nella sua sobria veste editoriale sia esterna che interna, costituisce un’esperienza preziosa, in cui la fantasia trova casa nelle più ordinarie delle cose.

Il mio leone

Può essere un leone dolce e feroce allo stesso tempo? Senz’altro sì, almeno quanto una storia può essere insieme reale e fantastica, se ad animarla è la mano seducente di Mandana Sadat.

L’autrice e illustratrice de Il mio leone infonde nel gustoso albo senza parole edito da Terre di Mezzo un buon sapore d’Africa, di leggende senza tempo, di pregiudizi stolidi, di lotte e affetti smisurati. Quella che racconta è la storia di un bambino che, ritrovatosi solo in mezzo al deserto, incappa in un leone in prima battuta selvaggissimo ma poi tenero fino alla commozione e capace di incarnare la migliore delle figure genitoriali: quella che ti nutre nello stomaco e nello spirito, che presta attenzione ai sentimenti e alle loro manifestazioni più minute, che condivide momenti di serena intimità, che accompagna alla scoperta della vita e che non esita a proteggere strenuamente dalle minacce. Bambino e leone coltivano così un affetto profondo che adulti guerrieri, nel loro miope istinto difensivo, costringono a relegare nella dimensione intangibile del sogno. Qui, avvolti dal favore del buio, i due protagonisti ritrovano e rinnovano la loro familiarità che si nutre di ricordi condivisi.

Animato da campi larghi che distendono lo sguardo, da colori caldi che avvolgono la lettura e da un racconto variegato che combina doppie pagine quasi immobili ad altre dal ritmo cinematografico, la storia de Il mio leone occupa un albo piccino picciò, che sta in uno zainetto, in un cruscotto o persino in una tasca. Un’ottima soluzione per avere sempre appresso una porta immaginaria da aprire a volontà.

La mela e la farfalla

Un piccolo mistero della natura scoperto e narrato in una veste che più essenziale non si può. Le linee sottilissime e i colori intensi che contraddistinguono lo stile di Iela (ed Enzo) Mari raccontano l’incontro ciclico tra frutti e animali in un susseguirsi di pagine pulite che paiono un documentario minimalista su carta.

Sono pagine prive di fronzoli e parole, quelle de La mela e la farfalla: l’album procede, infatti, per sole immagini senza dettagli eccessivi e fuori posto, seguendo in silenzio la trama di una minuscola meraviglia naturale.

Qui tutto concorre da formulare senso – i colori, i particolari, le somiglianza e le differenze tra una pagina e la successiva – e il gioco di inquadrature sancisce il potente sodalizio tra curiosità scientifica e genio creativo, che è poi forse la cifra di quegli albi senza parole di cui i coniugi Mari sono intramontabili testimoni.

Oh oh

Pagine spesse e illustrazioni leggere: ottima combinazione per rendere un libro accogliente e confortevole, come si addice a un buon rifugio per la fantasia. Così Oh oh, l’albo firmato da Sophie Fatus e già vincitore del premio Andersen 2011 come miglior libro 0-6 anni, incanta per la qualità narrativa delle immagini e convince per la robusta maneggevolezza del supporto. Anche in caso di difficoltà di manipolazione, quindi, la scoperta delle illustrazioni da sogno, delle tinte ammalianti e dei fori misteriosi proposti dall’autrice sarà più pratica e piacevole.

Quello che il volume propone, infatti, ai suoi lettori è un viaggio alla scoperta di personaggi buffi, raffinati, divertenti o graziosi attraverso buchini dalle forme disparate che velano e svelano il contenuto delle pagine successive, che assumono via via significati differenti e che soprattutto invitano a esplorare ogni scena sbirciando non solo con gli occhi ma anche con le dita.

Non c’è una vera e propria storia – o almeno così pare – ad animare il volume pubblicato dalla Emme, ma una carrellata di personaggi, ciascuno protagonista di un quadro dalle tinte pastello ben calcate. Tante piccole storie possono nascere, accendersi ed esaurirsi nel raggio di una doppia pagina, se il lettore curioso ne assembla e interpreta i dettagli. Così, la farfalla colorata che annusa il fiore dai petali a cuore è forse innamorata e la mucca dalle macchie in forma di nuvola è forse un bovino volante. Chi può dirlo?  Sta al lettore e a chi lo accompagna dare un senso ad ogni particolare e sfumatura, scovando attraverso fessure fantastiche spiragli di narrazione del tutto personali.

Si vede non si vede

Ad ogni pagina sfogliata del nuovo libro di Minibombo pare di spegnere e riaccendere la luce, ritrovandosi di fronte uno scenario sempre nuovo: una volta un prato, un’altra il cielo, un’altra ancora una strada o un campo di fragole. Non solo, in ogni nuovo contesto si ritrovano anche il coccodrillo, la gallina con prole, l’ippopotamo, il topino e le altre bestiole protagoniste del volume: sempre nella stessa posizione, con le  forme accennate e gli occhi strabuzzati.

Restano immobili questi personaggi, come allo scoccare del tic-tac dell’orologio di Milano, e danno luogo a scene bizzarre in cui l’elefante fa bolle sott’acqua o l’orso attraversa la strada a due corsie. Ma quel che è più buffo, in questo libro senza parole, è che i colori netti e vivaci che caratterizzano non solo lo sfondo ma anche gli animali, li rendono a turno invisibili se non per qualche dettaglio, come una zanna, un becco o due narici sparpagliate qua e là. Lo sa bene il camaleonte che – sfortuna sua e spasso nostro – non compare che in prima pagina e sbuca in seguito solo con gli occhi.

Così, attraverso pagine che non raccontano una storia complessa ma che suggeriscono possibili viaggi immaginari, Si vede non si vede stimola un’interazione giocosa con l’oggetto-libro. La stabilità, poi, delle figure, delle loro posizioni e dei loro colori rende la fruizione del volume piuttosto agevole e rassicurante.

Il mare

Ne Il mare di Marianne Dubuc ci sono un gatto bianco e nero, dagli occhi tondi e dal naso a carota, e un pesce rosso brillante, dalle pinne pazzerelle che si trasformano in ali. Per diverse pagine i due si scrutano con sospetto da un lato all’altro della boccia di vetro, solido e invisibile confine di avventure illimitate, fino a quando la zampa del gatto si infila furtiva e vorticosa nell’acqua, dando una svolta alla giornata di entrambe le creature.

Quello che inizia a questo punto è infatti un viaggio magico, che attraversa tetti, cieli, boschi, grotte, montagne e persino crateri lunari. Il gatto segue il pesce – che poi, straordinariamente, è un po’ pesce ma anche un po’ uccello – con la curiosità e la flemma che si addicono più a un  affascinato viaggiatore che a un temibile cacciatore. Così, quando la sua preda si tuffa infine nel mare, non gli resta che restare ad ammirare incantato quell’ultimo panorama che gli si staglia in fronte.

Anche il lettore, dal canto suo, rimane ammaliato da un libro che si presenta davvero come un silent book, non solo perché fa a meno delle parole ma anche perché il tratto placido dell’autrice sa ricreare una quiete del tutto adatta a un vero viaggio di scoperta. Tutto giocato sui contrasti di trame, colori, inquadrature e distanze, il volume approfitta delle sue numerosissime pagine per seguire passo passo, e dunque in maniera molto chiara ed evidente, un volo dell’immaginazione insolito e fantastico.

 

 

Il ladro di polli

Il ladro di polli è una coccola a colori che fa bene all’immaginazione e all’umore: una storia senza parole che stuzzica e cattura, invitando il lettore a una corsa sfrenata sulle tracce di coniglio, galletto e orso, a loro volta sulle tracce di volpe e gallina. Voilà, i protagonisti irresistibili dello squisito libro di Béatrice Rodriguez sono tutti qui: i primi inseguono i secondi a causa di un apparente rapimento della pennuta.

Ma le cose stanno davvero come sembra? Attraverso montagne, tunnel, mari e boschi si scopre che il rapimento ha in realtà le fattezze di una fuga d’amore e che lo stereotipo per cui creature diverse non possono volersi bene si dissolve alla velocità di un bacio.

Il libro, nutrito di avventure a perdifiato e animato da un tratto spiritoso, si presta a una piacevole lettura con replica soprattutto perché ogni volta che si ricomincia si rivelano dettagli curiosi sfuggiti in precedenza. Diventa così un piacere scoprire mano a mano la gelosia del galletto, la leadership del coniglio o i diversi stati d’animo della gallina e farsi da essi guidare nell’interpretazione di una storia tanto semplice quanto avvincente.

Il libro bianco

Che da padrone la facciano le illustrazioni, in questo silent book delizioso, lo si può intuire persino a libro chiuso: il titolo, infatti, assume piena forma solo quando il rullo da pittura del protagonista ha tinteggiato l’intera superficie della copertina, retro compreso. Con la rapidità e la malizia di una strizzata d’occhio, l’involucro anticipa così al lettore furbetto il principio essenziale che ne anima il contenuto.

Ogni pagina è un muro bianco sul quale un bambino dal buffo taglio a scodella stende uno strato di colore da cui emergono, per magia, creature di ogni sorta. Come dipinte a inchiostro simpatico sulle pareti, esse fanno prima capolino e si manifestano poi nella loro interezza, solo quando i colori della fantasia prendono il sopravvento. Con tutte le controindicazioni del caso, però! Perché si sa: gli uccelli spiccano rapidi il volo, i pesci possono guizzar via, gli animali esotici sono imprevedibili per non parlare dei dinosauri… per fortuna, tra le tante, c’è una bestiola che non fugge e non ringhia, ma riempie anzi di feste il protagonista, accendendo il più grande dei sorrisi sotto la sua frangetta impertinente.

Schietto e spensierato, Il libro bianco è un libro dai contenuti freschi e dallo stile davvero irresistibile. È proposto da Minibombo, una casa editrice arguta e stuzzicante, decisa a solleticare i piccoli lettori  (ma anche i grandi dal sorriso allenato), grazie a libri curati e curiosi la cui risonanza fantastica si allarga nelle applicazioni online e nelle attività creative di cui ciascuno è corredato. Un invito genuino a fare della lettura una piccola miccia per esplosioni di fantasia portentose.

Chiuso per ferie

Chiuso per ferie ma aperto per storie. Il volume senza parole di Maja Celija è un invito senza parole a lanciarsi in capriole narrative sulle cose di tutti i giorni, guardando il mondo dal basso in su. In copertina c’è una porta con tanto di serratura: non resta, insomma, che infilare la chiave ed entrare. Cosa si cela dietro la soglia? Apparentemente niente di speciale: una famiglia in partenza, valigie e scatole, un bagagliaio aperto. Ma il bello deve ancora venire. Con effetto sorpresa ritardato, la luce si accende, il libro si anima e il lettore viene tirato per la manica, accolto in un’avventura piccola ma incredibile.

Quello che accade è che i protagonisti delle foto in bianco e nero, sistemate con cura sulla cassettiera, prendono vita d’improvviso restituendo un significato insolito ad ambienti, azioni e oggetti. Ciliegie e camicie diventano palloni e rete da pallavolo, il forno si fa solarium, il cucchiaio funge da padella e la spugnetta s’improvvisa imbarcazione. Le pagine ospitano, insomma, una festicciola domestica in miniatura da godere fino a quando la chiave non rigira nella toppa, i padroni non rientrano in casa e tutto (o quasi) non torna al suo posto…

È un gioco di dettagli e inquadrature, quello che orchestra abilmente l’autrice costringendo il lettore a regolare a ogni pagina il proprio punto di vista e a ritarare misure e prospettive per riconoscere prima e risignificare poi gli oggetti dipinti. Il risultato è una carrellata di scene colorate e festose che si svelano a poco a poco e con sorpresa, solleticando anche il lettore più riluttante, insospettito magari da un tratto cupo solo in apparenza. E forse anche questo contrasto tra linee malinconiche e contenuti briosi, rafforza l’invito a varcare la soglia delle apparenze e osare immaginare, nella vita come nella scelta di un buon libro.

Tortintavola. Ma la torta dov’è?

Un libro che è anche un gioco-giallo ricco di indizi, una carrellata di quadri in cui smarrirsi,  un invito senza posa a seguire avventure sopra, sotto e attraverso le radure della foresta. Tortintavola è tutto questo, non c’è dubbio, ma è anche un libro meraviglioso che racchiude una storia divertente, appassionante e garbatamente deliziosa.

Non ci sono parole a raccontarla ma due manciate ben scelte di personaggi illustrati le cui vicissitudini si affiancano e s’intersecano a tratti alterni. Tra camaleonti innamorati in vista di un galante rendez-vous, topi che sgraffignano torte alla panna, peluche a forma di coniglio smarriti da conigli in forma di coniglio, famigliole suine in gita di piacere, scimmie dispettose a caccia di piume e cappelli e ranocchi scatenati dalla pallonata facile, quello che si anima sotto gli occhi del lettore è un quadro brulicante di protagonisti e imprevisti, come un Bruegel contemporaneo, molto buffo e  spiritoso.

Vestendo panni insoliti, da spettatore-narratore che s’improvvisa detective, chi si accosta alle pagine irresistibili di questo libro senza parole, già finalista del Premio Andersen 2012, scopre il piacere di una lettura senza una direzione e un ritmo unilaterali. L’invito silenzioso ma travolgente è a seguire la storia a modo proprio – d’un fiato fino in fondo, in parallelo o a ritroso – , accompagnati dalla piacevole sensazione che ci sia sempre qualche dettaglio nascosto ancora da scovare.

Che fretta c’è

Prendersi il tempo di riscoprire le cose piacevoli della vita quotidiana – fare merenda, giocare, guardare un film, amare, concedersi un bagno – senza dimenticare di sorridere, però. Questo ricordano le lumachine nate dalla penna scherzosa e inconfondibile di Agostino Traini: creature minuscole che escono direttamente dalla fantasia dell’autore, divertente e divertito, e che un’analoga porta dischiudono nel lettore. Quest’ultimo, incuriosito dalle protagoniste di Che fretta c’è, si ritrova così in un mondo ricco di dettagli umani ma lumachescamente trasformato, in cui la lentezza diventa la chiave della comprensione e del diletto.

Ciò che compare a ogni pagina voltata è il racconto di un’azione, frammentato in nove piccole scene dalle insolite inquadrature – dettagli, scorci e primi piani soprattutto – seguiti da un’ultima scena a tutta pagina, dallo sguardo più ampio e risolutivo. La tacita sfida è a raccogliere e assemblare gli indizi disseminati in ogni frammento per coglierne il senso globale: una sfida tutt’altro che scontata poiché nessuna parola viene in aiuto del lettore-investigatore. Che fretta c’è è infatti un delizioso libro senza parole che rende l’esperienza della lettura personalizzata e accessibile anche a chi ha difficoltà con l’espressione scritta.

E proprio in questo sta il bello, forse. Perché ognuno può seguire i suoi sentire fantastici, ricostruire la storia che più gli piace, raccontare un evento molto semplice da punti di vista differenti o semplicemente con parole nuove ogni volta, come in un libro-game insolito e rudimentale in cui si legge, si scorre, si fa attenzione a non perdere i dettagli, si scoprono finezze, si risolvono misteri e poi, soprattutto, si torna indietro e si ricomincia con nuova consapevolezza e rinnovata curiosità. Con tutta calma, però. D’altronde, che fretta c’è?

L’isola

Se, come sostiene Suzy Lee, “un buon libro illustrato lascia spazio all’immaginazione” permettendo al lettore e all’artista di “godersi comodamente l’ambiguità”, L’isola di Ronald Tolman e di sua figlia Marije non sfugge alla categoria. Con quel suo lasciarsi leggere e rileggere disseminando tracce di suggestioni sempre nuove, questo silent book si presenta, infatti, come un invito caloroso ma non invadente a scendere con una scaletta da una nuvola spumosa e a immergersi curiosamente in scenari distesi a perdita d’occhio su cui si stagliano figure dai tratti delicati.

Quello che viene proposto, qui, è un viaggio tra isole misteriose in compagnia di un placido orso bianco, dai tratti noti agli affezionati del premiatissimo La casa sull’albero. Al suo fianco il lettore senza fretta ha modo di incontrare distese popolate da pulcinella di mare, banchine rotanti come giostre in forma di sole, lingue di terra regno di dodo e avvoltoi, ricordi d’Africa e di animali equatoriali e, infine, un’isola-palafitta che sa tanto di casa, di approdo e di rifugio in cui condividere la serenità e la meraviglia con qualcuno di vicino. Come un procione violinista, per esempio.

In una successione di vedute a tinte pastello che divengono cornice per l’immaginario, il volume si anima di quella poesia che è propria dei viaggi dalla meta ignota e di quella magia caratteristica dei luoghi così indistinti da poter esser dappertutto e in nessun posto. Ne risulta un gioiellino editoriale indefinito e insieme affascinante, certo non facile da cogliere in un’interpretazione univoca, ma forse proprio per questo capace di stimolare un rapporto personale con le immagini e un dialogo inventivo con e tra grandi e piccoli lettori.

Chi è stato?

Siamo sicuri che carote, pomodori e insalata siano soltanto verdure da condire e pappare? A scorrer le pagine di Chi è stato? si direbbe proprio di no! Nel giro di qualche decina di pagine, tutte colorate e senza parole, i semplici ortaggi riescono a trasformarsi in nasi e capelli di un pupazzo di neve ma anche in oggetto di furti scherzosi e soprattutto in strumento per fare nuove amicizie insolite. Senza che ci sia bisogno di accostare alle immagini alcuna parola, il volume proposto dalla Lapis, cattura, stupisce e appassiona il giovane lettore.

Già, perché si inizia ad essere lettori non quando si scopre il piacere della parola scritta ma quando il libro diventa un oggetto familiare, al centro di un rito estremamente intimo ed arricchente.  Non è detto, allora, che le parole debbano essere per forza stampate poiché a trovarle può essere il bambino che sfoglia le pagine o l’adulto che lo accompagna in questa esperienza di trasporto e invenzione. Ecco allora che libri composti di sole immagini e privi di testo divengono strumenti fondamentali per avvicinare alla lettura e al suo oggetto principe qualunque bambino, compresi quelli che hanno o potrebbero avere difficoltà legate alla comprensione delle frasi.

Che meraviglia!

Storie semplici, illustrazioni deliziose, sviluppi chiari e pagine attraenti: così si presentano i libri della collana “I senza parole”, proposta con passione e cura da Lapis edizioni. I volumi, caratterizzati da una maneggevole forma quadrata e da un rassicurante layout a riquadri, raccontano a lettori curiosi e alle prime armi storie di scoperte, di affetti e di piccole avventure quotidiane.

In Che meraviglia!, per esempio, le strane sfere ritrovate in spiaggia e impiegate con inventiva come biglie, decori o bijoux, svelano all’improvviso il loro contenuto speciale alla protagonista del libro che, per aiutare mille neonate tartarughine a riconquistare la via del mare, si trova a inventare soluzioni bizzarre e ingegnose.

Tutto questo scorre sotto gli occhi senza che le parole siano mai scritte ma lasciando invece che quelle più adatte, sentite e improvvisate vengano fuori proprio dal lettore o da chi, con lui, condivide l’esperienza affettiva della lettura.

C’è posto per tutti

“… il gatto, il topo, l’elefante, solo non si vedono i due liocorni”. Già, i due liocorni non si vedono nell’albo firmato da Massimo Caccia e ispirato alla storia dell’Arca di Noè, ma forse sono soltanto strizzati tra l’opossum e il lama, o restano in ombra dietro l’elefante e il bufalo. Difficile a dirsi: in C’è posto per tutti nulla è scontato e all’occhio attento possono riservarsi sorprese continue. L’ironico albo senza parole proposto da Topipittori gioca infatti con instancabile divertimento sulla proposta di dettagli curiosi da cogliere con fortuna o da ricercare con minuzia.

Tutto è frutto, qui, di una meticolosa e spiritosa attenzione a fare di pagine apparentemente elementari il teatro di un vedo-non-vedo molto intelligente. Quella che sembra una carrellata di animali buffi e variegati manifesta, infine, il suo senso più pieno e dissacrante in un’arca finale stipata all’inverosimile. L’autore dissemina, insomma,  qua e là le tracce del suo intento, stuzzicando il lettore, ma svela la soluzione più autentica dell’opera in un’ultima doppia pagina che è un tripudio di particolari da trovare e ritrovare. Così, proprio quando sembrava conclusa, la caccia al dettaglio si riapre, invitando a scovare nuovi elementi significanti.

Quello che si genera, dall’inizio alla fine, è un incastro perfetto: tra le pagine che, senza soluzione di continuità, fanno scorrere una sorta di unico lunghissimo fondale; tra le inquadrature che assumono un senso solo quando sono messe in successione;  e infine tra gli animali imbarcati che formano nell’arca il più spassoso e insolito dei mosaici.