Simone Romano – I Buffoni di Corte
Simone Romano ha una formazione da educatore e all’interno dei Buffoni di corte è/si occupa di [ruolo/ecc.]
I Buffoni di Corte è un’Associazione torinese che offre una grande varietà di laboratori e attività, dallo storico laboratorio di Teatro, alla danza Hip pop, al laboratorio di Ceramica, a quello di Cucina, fino a “Autonomia” e a “Senza vergogna”, sui temi dell’affettività e della sessualità.
Al mio arrivo mi accolgono Andrea, poi Matteo. Sono entrambi molto accoglienti e mi sembrano calati benissimo nel ruolo di chi mi introdurrà in un luogo a lui familiare, ma che io incontro per la prima volta. In segreteria, Federico, che è per sua stessa definizione l’anziano, e ha una sindrome di Down, mi offre il caffé.
Ciao Simone, dove ci troviamo?
Ci troviamo nella sede de I Buffoni di Corte, in Corso Sebastopoli/E, ma in realtà ancora per poco, poiché a gennaio-febbraio dovremmo spostarci in Via Rubino 82, che sarà la nuova sede dell’associazione e di tutte le attività, compresi i laboratori. Saremo molto più al largo e avremo un giardino e locali più idonei.
Come siete nati?
I Buffoni sono nati nel 2010-2011 come compagnia teatrale come compagnia teatrale formata da 25 persone di cui una metà aveva la sindrome di Down (la Compagnia delle Frottole). Da è nata una richiesta da parte di quelle famiglie lì, di istituire un laboratorio di teatro. Nel corso del tempo le attività sono aumentate molto le attività, fino ai laboratori di autonomia e di affettività e sessualità. Pensa che l’ultima novità è una collaborazione con Fiat Avio Aerospaziale e Collins per favorire l’inserimento in PCTO e poi successivamente per alcune persone anche assunzione all’interno di vari uffici. Facciamo anche tutto un lavoro di formazione sui dipendenti, sui tutor aziendali, sui tutor scolastici. Lavoriamo anche tanto con le scuole, sull’attenzione a qualunque tipo di diversità.
Quante famiglie seguite?
Ogni anno ne seguiamo tra le 110 e le 115. Ci sono due target principali, da una parte c’è tutta l’area disabilità (le 110-115 famiglie all’anno), dall’altra c’è poi tutta la parte che si è molto estesa negli ultimi anni (siamo sui 60 agli 80 all’anno), che è quella di giovani e adolescenti: sia volontari, volontarie, scout, tirocinanti dell’università, eccetera, che ci aiutano e supportano, sia giovani e adolescenti che partecipano alle attività, ma che richiedono a loro volta un certo tipo di supporto, poiché arrivano situazioni difficoltose, come percorsi di sospensione scolastica o di “messa alla prova” da parte del tribunale, per esempio. Collaboriamo sia col Tribunale dei minori, sia col Tribunale ordinario.
Stiamo investendo molto su giovani e adolescenti.
Come partecipano alla vita associativa?
Ti dico subito una cosa che per me è molto rilevante e che è un aspetto che contraddistingue i Buffoni di corte: alcuni laboratori sono estremamente eterogenei al loro interno, partecipano persone che arrivano da percorsi diversi, persone con disabilità, complessità diverse. Spesso ci troviamo in situazioni in cui c’è una metà di persone che ha una disabilità e un’altra metà di persone che arrivano da tutti gli altri percorsi.
Prendete tirocinanti?
Sì, e sempre nell’intenzione di essere un ambiente eterogeneo, prendiamo tirocinanti di scienze dell’educazione, educazione professionale, servizio sociale sia triennale che magistrale.
Aiuta questa eterogeneità?
Secondo me un grande punto di forza è sicuramente quello che permette a chi è dentro al laboratorio di non sentirsi etichettato in una certa categoria (da chi per esempio può aver commesso dei reati fino a chi ha ricevuto una diagnosi). Noi non diciamo mai per quale motivo una persona si trovi qui. Abbiamo anche tante persone per esempio con disabilità, che non hanno affatto “un grande amore” nei confronti delle altre persone con disabilità! Grazie a questo approccio, alcune persone si possono sentire più a proprio agio nel partecipare a un laboratorio senza etichette o connotazioni rigide (“sono disabile e svolgo attività con persone disabili”). Per qualcuno è anche nato un bel percorso di accettazione della disabilità. Ci sono persone con disabilità cognitiva che arrivano e si trovano a dire “io con questi qua non ci voglio avere a che fare”: si riferiscono per esempio a situazioni in cui la disabilità si vede, per esempio con la sindrome di Down. Poi si trovano dall’altra parte, magari con i volontari, e questo li aiuta un po’ a elaborare a volte la propria condizione di disabilità, a non vederla per forza come qualcosa di negativo, a volte può essere persino un po’ interessante. Ovviamente serve tutto un lavoro psicologico parallelo.
Un altro aspetto che secondo me è importante è che rispetto ai volontari e alle volontarie, a noi non piace tanto come idea il classico volontariato (“Ti prendo per mano, ti porto al laboratorio eccetera”), ma preferiamo condividere un’attività e questo tante volte permette anche di partecipare al laboratorio in un’ottica diversa, cioè loro non sono lì con l’ottica di aiutare qualcuno, ma con l’ottica di condividere un’attività, e questo è uno switch abbastanza importante perché ti pone nella condizione di non essere a un livello superiore, ma alla pari. Questo è particolarmente evidente in laboratori come teatro: l’improvvisazione teatrale, spesso mette molto più a disagio una persona che arriva a fare volontariato rispetto alla persona con disabilità che magari è già da vari anni che fa teatro e non ha nessun problema a buttarsi nell’improvvisazione.
Quali attività prevedono una partecipazione non eterogenea?
I percorsi più strettamente educativi, come i percorsi di autonomia e il percorso “Senza vergogna”, sui temi dell’affettività e della sessualità. La presenza di volontari e di volontarie sarebbe meno sensata, si richiede comunque un orario, un lavoro nei confronti delle persone che partecipano al percorso, una maggiore responsabilizzazione rispetto a quello che si ha nei laboratori. Anche i laboratori artistici in realtà hanno una parte educativa.
Mi dicevi che c’è una parte educativa anche nei laboratori artistici
Cerchiamo di fare in modo che ci sia comunque, praticamente in tutti i laboratori, un educatore ed un’educatrice, perché ci permette un po’ di fare da tramite con le famiglie e perché riteniamo sia fondamentale avere poi una supervisione educativa di quello che succede. L’idea è sempre quella di sfruttare in qualche modo l’arte come strumento educativo, anche nelle piccole cose. Faccio un esempio: “percussioni”… nel condividere quello spazio e quel tempo in realtà c’è molto di educativo, cioè l’ascolto del resto del gruppo, il fatto di iniziare e terminare di suonare tutti insieme, il fatto anche della forza con cui suono, che può coprire il suono degli altri, eccetera.
Il laboratorio in cui è più evidente l’aspetto educativo è quello di Teatro, nel senso che c’è tutto l’ambito di espressione del sé, di lavoro sulle proprie emozioni…ecc.
Nei vari laboratori di danza si cerca sempre di tenere insieme una parte artistica in cui c’è un tecnico che è pagato giustamente per portare la sua esperienza dal punto di vista artistico, ma anche appunto una parte di educativa, soprattutto sulla relazione, sul tempo, sulla condivisione dei tempi e degli spazi, che poi deve rimanere fondamentale, perché ovviamente non ci interessa la performance fine a se stessa, ma ci interessa un percorso.
Detto questo, ci piace anche che da tutte le attività possa uscire qualcosa di effettivamente e bello, di cui chi ha partecipato possa avere fierezza: dagli spettacoli di fine anno, ai prodotti di cucina a quelli artistici tipo “Creatività manuale” o “Scrittura creativa”.
Seguite ragazzi e ragazze a partire da quale età?
Principalmente dai 14 anni in su. Non poniamo grandi limiti se non il fatto che poi la persona stia bene con il gruppo. Ci sono laboratori come Teatro, che hanno partecipanti veramente di qualunque fascia di età. Ci sono laboratori che invece accolgono persone un po’ più adulte, per esempio quelli della mattina, ma semplicemente perché i ragazzi vanno a scuola e laboratori, tipo “Giocoleria acrobatica”, che sono frequentati stoicamente dai piccoli..
Abbiamo visto mediamente che dai 14 anni in su poi si entra meglio in relazione, considerando che i volontari vanno dai 15 ai 25 anni. Forse il più piccolo che abbiamo accolto è un ragazzino di 10 anni che ha fatto Teatro, che non aveva praticamente relazioni con il resto del gruppo, era più che altro in relazione con l’educatore.
E invece la persona più adulta?
Abbiamo due signore che hanno 60 e passa anni. E poi c’è Federico che è il nostro padre spirituale. Federico è un uomo con la sindrome di Down, ha l’aria vissuta, i capelli che cominciano a ingrigire e l’aria di uno che si trova esattamente al proprio posto e non vorrebbe essere da nessun’altra parte in quel momento. Ha tra i 51 e i 52 anni.
Come viene accolto chi si rivolge a voi?
Ci si può contattare al telefono o via mail. Le persone ci arrivano sia direttamente, sia per passaparola, sia, molto frequentemente, su invio da parte di professionisti, per esempio psicologi, assistenti sociali, NPI e così via. Accoglie i nuovi arrivi principalmente Sofia, che ha una formazione da psicologa. L’idea in ogni caso è quella di incontrare in contemporanea la famiglia e la persona inviataci, per farci un po’ un’idea di chi abbiamo di fronte, presentare le nostre attività e noi, poi, come prassi, di norma, non chiediamo particolari dettagli sul tipo di disabilità, quello che deve funzionare ovviamente è l’inserimento in laboratorio.
Di solito proponiamo alle famiglie di provare, la prova è sempre gratuita. Proponiamo alle famiglie di provare tutto quello che vogliono, anche cose che non si aspettano, perché poi ci sono tante persone che, fuori dal loro contesto abituale, fanno cose che nessuno si aspetterebbe. Ho in mente famiglie che ci dicevano “No, lui la musica non la sopporta”, e poi invece messo nel contesto di balli di gruppo lo trovavi sotto cassa, per cui noi consigliamo sempre di provare il più possibile.
Immagino che una volta terminata la scuola, per molti genitori la cosa più importante sia di sapere che il proprio figlio o figlia abbiano un posto dove stare, possibilmente bene.
Certamente, e a noi che va bene nel momento in cui c’è effettivamente un qualche modo in cui il figlio qui sta bene, che sia aiutarmi in segreteria, o che partecipi a un laboratorio, magari parla solo con una persona, non fa “niente”, ma deve avere per lui un minimo di senso, perché tenere una persona qui che so che si annoia tutto il giorno, che patisce di stare qua, non lo trovo sensato. Non lo trovo neanche giusto chiedere un contributo, per poi appunto non offrire niente.
Quindi c’è una sorta di scrematura? Almeno per capire se una persona possa magari orientarsi verso un altra organizzazione o altri tipi di attività?
Sì, grazie della domanda, di base è così. Le persone alle quali in sede di colloquio suggeriamo di provare a cercare altro sono veramente pochissime.
Ultimamente abbiamo anche per esempio accolto persone con disabilità fisica. Cosa che tradizionalmente non facevamo. Questo secondo me fa un po’ parte dell’ambiente molto eterogeneo. C’è per esempio una signora che riesce a muovere solo un pochino una mano, che sta partecipando al laboratorio di cucina. Può cucinare ben poco, però incontra varie signore che svolgono volontariato in questo laboratorio, più o meno della sua età. Magari non si mette proprio a cucinare, ma è lo stare in un ambiente in cui può avere relazioni appaganti che la tiene qui molto probabilmente.
Il filtro c’è invece per le attività di Autonomia e di “Senza vergogna”.
In principio è la relazione…
Esatto, puntiamo molto sulle relazioni, su un contesto in cui si stia bene. L’anno scorso abbiamo avuto sei servizio-civilisti, quest’anno cinque più due regionali. Questo è un grande supporto, noi non chiediamo loro di gestire direttamente l’attività, non sarebbe corretto (vogliamo che ci siano sempre dei professionisti a gestirle), ma a loro chiediamo un grosso supporto dal punto di vista della relazione, non solo con le persone con disabilità, ma con tutte persone che a diverso titolo ci frequentano.
Cosa intendi per laboratorio di autonomia?
Nel percorso di autonomia, ci sono gruppi di cinque, sei persone al massimo. Abbiamo iniziato da settembre le coabitazioni: quindi abbiamo dei gruppetti che stanno iniziando a vivere insieme in settimana, mantenendo la loro quotidianità.
In questo momento stiamo seguendo 36-37 persone, ma è ovviamente abbastanza complesso. L’aspetto importante per la “scrematura” non è tanto il livello di effettiva autonomia, ma piuttosto quanto sia possibile collaborare con la famiglia.
Cosa intendi?
Intendo che noi vediamo la persona inizialmente per tre ore a settimana e un weekend al mese. Già nel corso di questi brevi periodi si sviluppano dei cambiamenti nella persona, che la famiglia non è sempre pronta ad assimilare. Non vogliamo mettere la persona in difficoltà, pinzata in una relazione non collaborativa, tra le nostre proposte e un eventuale scontento familiare intendo.
Gli equilibri familiari tendono a cristallizzarsi nel tempo…
E lì è il tema dell’affettività e della sessualità, nel senso che il grosso lavoro di Senza Vergogna è innanzitutto per la famiglia di accettare che la sessualità dei loro figli esista. Io avevo fatto con Luca [Luca cognome, presidente dell’Associazione] una serie di interviste per una ricerca con l’università. Avevamo intervistato una ventina di coppie di genitori, un lavoro infinito. Tra gli esiti che erano emersi più interessanti c’era il fatto che tantissimi di loro proprio rimuovessero completamente la possibilità che il figlio o la figlia potesse vivere una sfera affettiva e sessuale. Riguarda soprattutto le famiglie di generazioni precedenti. Con le famiglie che arrivano ora, di persone che hanno magari 15, 16, 17 anni, lo viviamo molto meno.
Chi è disabile è asessuato, come gli angeli?
Praticamente. “Senza Vergogna” può mettere molto in gioco le famiglie. Quando una persona prova a fare un percorso del genere, invitiamo a fare un percorso parallelo anche le famiglie, una volta al mese, in cui si toccano gli stessi temi che si sono toccati nei gruppi, e questa è una fatica gigante, nel senso che l’educatrice che sta seguendo questo percorso mi racconta che tante volte poi viene fuori una grande sofferenza per la famiglia, che magari non è che non fosse consapevole, ma appunto ha voluto un po’ rimuoverla, e quando si trova poi a lavorarci su è una gran fatica.
Anche qui il tema è che se entri a fare parte del percorso, un po’ devi accettare di metterti in gioco, nel senso che se a Senza Vergogna si affrontano alcuni temi, questi temi non possono poi essere completamente negati a casa, anche se sono dei temi scomodi, perché, tra le varie cose, dopo aver parlato di corpo, emozioni, relazioni interpersonali eccetera, a volte magari si parla di masturbazione, si parla di sessualità, si parla di sex toys e questa cosa può essere faticosa da gestire a casa.
Mi aggancio a una cosa che credo che voi facciate, che sono quelle possibilità invece di viversi una vita un po’ fuori dalla famiglia, che sono i soggiorni … perché nel contesto della vacanza può esserci un prosieguo di “Senza Vergogna”…
Ah, sì, guarda, lì non c’è nessuna vergogna, non c’è tutta la vergogna che c’è a casa. Ovviamente cerchiamo di evitare situazioni che le ragazze e i ragazzi poi non possano gestire emotivamente.
Come qualunque campo si faccia, si crea proprio tutta una dinamica, una bolla che è esterna a quella della città.
Quello che dici tu, dal punto di vista dell’affettività e sessualità, logicamente, anche, nel senso che nascono poi un’infinità di rapporti e relazioni, ma tra tutti… anche tra i volontari eccetera, di solito poi parte il lavoro educativo e mettere insieme i vari pezzettini… ma di tutti eh, ripeto, anche lì… sia delle persone con disabilità, sia dei volontari e delle volontarie giovani,
lì sicuramente per noi c’è tanto il fatto di permettere alle persone di viversi ciò che vogliono vivere con ovviamente i limiti, nel senso che, la dico male, però è evidente che non ci si può mettere a far sesso per tutta una serie di ragioni che riguardano il fatto della condivisione dello spazio, che riguardano il fatto che magari non c’è consapevolezza su tutta una serie di attenzioni, sul consenso… non è il luogo giusto. Però, messi dei limiti, noi non è che diciamo “Non si può stare insieme!”, cerchiamo poi di fare in modo che le persone facciano le attività senza proporsi al gruppo come coppia, ma se due nella pausa vogliono sdraiarsi vicini e chiacchierare, o baciarsi, star per mano… sono liberi di farlo. Quando si torna poi a casa logicamente c’è sempre la parte con le famiglie.
Nel senso che a noi è capitato tante volte poi di famiglie che su questa roba poi non è che siano proprio entusiaste, soprattutto quando la relazione non è il tipo di relazione che loro si aspettano, nel senso che se restiamo nel campo di una relzione etero, va ancora più o meno bene, ma appena sono magari due ragazzi o due ragazze… lì diventa un lavorone, faticoso.
Che tipo di soggiorni fate?
Noi abbiamo attualmente due soggiorni estivi che vorremmo diventassero tre, non so se riusciremo già quest’anno o il prossimo, perché purtroppo anche lì ci troviamo a non riuscire ad accogliere tutte le richieste e abbiamo; inoltre abbiamo un soggiorno di tre giorni ad Halloween. D’estate invece sono otto e otto, nove, se si considera il fatto che dall’anno scorso abbiamo iniziato a fare anche un giorno dedicato solo ai volontari e alle volontarie, perché anche lì noi partiamo in 40 a giugno, 46 a luglio, con rapporto 1:1, una ventina di persona con disabilità e una ventina di persone che supportano.
D’estate andiamo a Fraisse, sopra Pragelato, in montagna. Ad Halloween andiamo sempre da quelel parti, ma un po’ più in alto, a Bessens Hautes, sopra Sestriere.
Sono numeri notevoli
È un gruppo gigante, noi riteniamo di doverci prendere cura anche appunto dalla parte di giovani e adolescenti che partecipano, è il motivo per cui abbiamo proposto dal 2025 anche un giorno in più dedicato proprio a loro, per poter anche aiutare un po’ a riprendere senso di alcune cose, a fare delle attività insieme o anche solo prendersi mezza giornata per giocare a pallavolo tranquillamente senza doversi dedicare agli altri. E poi appunto ci sono questi otto giorni di campo in cui si è praticamente sempre in rapporto uno a uno, tranne per chi di suo non desidera avere una figura magari di riferimento, c’è chi anche non lo vuole.
Possono partecipare soltanto le persone che voi seguite già?
Possono far domanda anche persone esterne, però diamo precedenza agli interni. Quindi a giugno è capitato anche di avere persone esterne, a luglio meno perché c’è tanta richiesta. Noi comunque chiediamo di averle viste almeno un paio di volte, dobbiamo vederle nelle attività.
Un’altra cosa che facciamo, che in realtà sponsorizziamo poi d’estate, è tutta una parte di centro estivo, che sta crescendo sempre di più, cioè nel senso che c’è una richiesta molto alta per quella parte lì. Mancano proprio strutture che accolgano persone con disabilità. Questa parte estiva sta crescendo molto. I primi anni che lo facevamo avevamo 5, 6, 7 persone, dei nostri partecipanti, adesso ci troviamo tranquillamente con 20 persone al giorno, di cui tanti vengono solo per l’estate.
A proposito, nei soggiorni si cucina anche, suppongo. Hai detto che avete un laboratorio di cucina.
Si chiama “Mani in pasta”, è un laboratorio su cui noi abbiamo investito tanto perché c’è una richiesta enorme; è un po’ più formativo proprio di cucina, sia di pasta fresca, sia di qualunque tipo di altre pietanze. Attualmente è su tre gruppi.
…Ma poi vi mangiate quello che avete preparato?
Sì sì, mangiamo tutti insieme. Infatti è un laboratorio molto richiesto forse anche perché tra preparazione e pasto, con un solo laboratorio so che mio figlio o mia figlia sarà occupata dalle 9:30 fino alle 14:30. E poi è un laboratorio che piace molto ai partecipanti, fa il fatto che si mangi insieme.
Abbiamo tavolate anche da oltre 40 persone, tra partecipanti al laboratorio e noi.
A cosa deve essere pronto chi vuole partecipare alle vostre attività?
Partecipare alle nostre attività significa avere a che fare con gruppi di persone estremamente diverse, sotto tanti punti di vista. Questo credo sia la nostra vera ricchezza: aver creato un luogo dove possono trovare il loro posto persone con disabilità, giovani provenienti dai contesti più disparati, persone che hanno commesso dei reati, studenti e studentesse dai 13 anni all’università, scout ecc. Avere a che fare con un ambiente così eterogeneo può essere faticoso e sfidante, ma permette di crescere davvero molto e di confrontarsi con caratteristiche, idee e storie diverse. Chi vuole partecipare alle nostre attività deve essere pronto a immergersi nelle attività lasciando da parte ogni atteggiamento assistenzialista o giudicante e ponendosi in rapporto orizzontale con tutte le altre persone che incontra.
È una bella scoperta che nel mondo ci sia posto per tutti!
Esatto, è un posto per tutti dove nessuno viene lì a giudicarti un po’ per quello che sei.
Poi questo non vuol dire che non diamo struttura, perché io poi sono il primo a essere un gran rompiscatole, nel senso che poi le cose funzionano nel momento in cui comunque si sta tutti dentro un certo tipo di regole.
C’è posto per tutti, se c’è attenzione alle esigenze di tutti.
Fate tante cose, vedo tante persone… Come vi finanziate?
I laboratori sono sostenuti fondamentalmente dai contributi delle famiglie.
Noi siamo un’associazione, per cui per pagare sia i professionisti che conducono i laboratori, sia poi chi lo supporta a livello educativo eccetera, chiediamo un contributo. Siamo attenti però alle situazioni delle famiglie, nel senso che noi abbiamo anche alcune famiglie con delle grosse difficoltà economiche… Ci si basa un po’ su chi riesce a pagare il laboratorio.
Alcuni percorsi come “Autonomia” e “Senza vergogna” necessitano invece soprattutto di bandi, nel senso che purtroppo non abbiamo finanziamenti pubblici o privati fissi,.
Andando avanti solo di contributi delle famiglie e di bandi vivi nell’incertezza totale, non è possibile assumere tutte le persone, quindi abbiamo varie collaborazioni a progetto, ed è una cosa che anche se riguarda praticamente tutti gli enti, non ci piace. Ci ha dato un po’ di respiro il PNRR adesso, però post PNRR chi lo sa. La prospettiva della progettazione europea quindi per noi è fondamentale.
Il sito de I Buffoni di corte è disponibile al seguente indirizzo: www.ibuffonidicorte.it
Area ETS ringrazia Simone Romano







