Qui & là

Ci si può riconoscere simili, pur nella diversità più evidente? Decisamente sì e Qui & Là di Thea Lu ce ne dà una prova concreta. Dan e Aki, i suoi protagonisti, sono infatti agli antipodi quanto a consuetudini, carattere e predisposizioni. Tanto stanziale e abitudinario è il primo, proprietario di un caffè in una piccola città di mare, quanto nomade e amante della vita avventurosa è il secondo, marinaio sempre in viaggio verso luoghi sconosciuti.

Entrambi amano la loro vita ma vivono talvolta giorni di smarrimento. Entrambi aspettano con trepidazione di fare nuovi incontri. Ed entrambi conservano una galleria di ricordi legati a persone provenienti da ogni dove. L’uno aspetta, accoglie, ascolta. L’altro va, entra, racconta. Poco importa, in fondo, esser fermi o in movimento. Ciò che conta è che la porta resti sempre aperta…

Costruito con minuzia, nei contenuti come nella forma, su un’idea di simmetria e specularità, Qui & Là non si limita a proporre i ritratti di due personalità che dialogano tra loro ma dà vita a una storia compiuta in cui mondi diversissimi finiscono per incontrarsi. Così, dopo una sequenza di doppie pagine spaccate a metà, in cui il mondo di Dan e il mondo di Aki viaggiano in parallelo, ben distinti anche dai toni dominati rispettivamente del marrone e del blu, il libro abbraccia il lettore con una doppia pagina finale che si apre dando spazio al momento in cui i toni si mescolano e le storie si intrecciano.

Attenta e misurata nel tratto, Thea Lu delinea contrasti e corrispondenze compositivi che nutrono e danno struttura al racconto. Il suo stile delicato e ricco di sfumature, poi, ci accompagna con discrezione nell’intimità quotidiana dei due protagonisti, evidenziandone i piccoli gesti che fanno la differenza e che rilanciano senza posa il ping pong narrativo tra ciò che sta e ciò che va. È principalmente un gioco di forme, di colori, di dettagli e di posture, a cui il testo, brevissimo ed essenziale, fa da supporto. In ogni pagina non troviamo dunque che una o due righe di agevole lettura, non solo per ragioni di misura ma anche per ragioni di grafica. L’editore Bohem Press opta infatti per una stampa ad alta leggibilità, con spaziatura maggiore, sbandieratura a destra e font EasyReading il cui andamento asciutto e pulito perfettamente si sposta al tono dell’albo.

Rolando Lelefante festeggia il Natale

Torna in grande spolvero Rolando superstar! Sugli scaffali dicembrini arriva, infatti, una nuova avventura dell’elefante – o meglio Lelefante – più adorabile che i lettori possano incontrare in un libro. Già protagonista di altre avventure ad alta leggibilità come Ecco a voi Rolando Lelefante, Rolando Lefante legge e Rolando Lelefante sulla neve, Rolando si prepara ora a vivere a pieno lo spirito natalizio.

I preparativi sono lunghi e minuziosi: letterine, abeti, decorazioni, grandi pulizie e sforzi di qualche giorno per sembrare un bravo pachiderma… che si sa, Babbo Natale vede tutto e gradisce una calda accoglienza! Ma poi ci sono tronchetti deliziosi da cucinare, concerti da eseguire, piani da elaborare per scoprire come sia possibile che un adulto barbuto passi dal camino con un sacco pieno di doni. E così, quello che sembrava trascorrere come un tempo lento in attesa della mezzanotte, diventa un indaffarato rincorrersi di incontri e faccende. Al punto che Babbo Natale finalmente arriva e nessuno se ne accorge. Ma anche questa, in fondo, è la magia del Natale!

Snello e frizzante, proprio come i volumi che lo hanno preceduto, Rolando Lelefante festeggia il Natale mantiene intatta la capacità di coniugare piccole avventure vivaci e compiute con testi minimi e abbordabili. Ogni pagina presenta, infatti, un paio di righe al massimo, stampate in maiuscolo e con font ad alta leggibilità leggimiprima. Lessico e sintassi sono piani e amichevoli, senza per questo risultare banali o piatti. Le illustrazioni, dal canto loro, vantano un ruolo importante. Contraddistinte da un tratto delicato e volutamente poco rifinito, danno vita a scene molto godibili e dinamiche, punteggiate da dettagli sfiziosi.

Il risultato è un volume piccino picciò, perfetto per una lettura condivisa in età prescolare o per prime letture autonome: una proposta amichevole e apprezzabile anche da parte di lettori con qualche difficoltà o insicurezza in più di fronte alla decodifica alfabetica.

Un colore tutto mio

Tra gli animali protagonisti di storie dedicate ai colori, il camaleonte vince a mani basse. Allo stesso modo, tra gli autori di storie sui colori che nascondono, in realtà, riflessioni sull’identità e sulle relazioni, Leo Lionni non ha rivali. Ecco dunque che una storia come Un colore tutto mio, firmata da Leo Lionni e con protagonista un camaleonte, ha tutte le carte in regola per lasciare il segno!

Uscito per la prima volta nel 1975, Un colore tutto mio racconta le vicissitudini e gli interrogativi di un camaleonte che desidera più di ogni cosa avere un colore tutto suo, proprio come gli altri animali. La motivazione è forte ma anche un’idea apparentemente ingegnosa come restarsene fermi su una foglia si rivela inadeguata: le foglie, infatti, mutano con le stagioni e con loro muta la natura intera. Che fare, dunque? La soluzione, forse, richiede uno sguardo più ampio, un pensiero divergente. Se da soli si fatica a trovare un’identità, forse può essere utile cercarla in relazione a qualcun altro. In due si può infatti continuare a mutare, smettendo però di sentirsi soli e smarriti.

In catalogo per Babalibri da ormai molti anni, Un colore tutto mio impara oggi a trasformarsi senza perdere tuttavia la sua identità, proprio come il suo protagonista. Officina Babùk ne propone infatti una versione in simboli della Comunicazione Aumentativa e Alternativa molto rispettosa dell’originale. Se è vero, infatti, che la grafica di questo adattamento prevede lo spostamento del testo in aree diverse della pagina per sfruttare al meglio gli spazi bianchi, lo è altrettanto che l’effetto complessivo è tanto armonico quanto quello dell’albo illustrato di partenza. Dal punto di vista testuale, peraltro, il libro non necessita praticamente di ritocchi nella misura in cui Lionni stesso predilige frasi brevi, paratattiche e contraddistinte da una struttura sintattica lineare: praticamente, una base perfetta per la simbolizzazione!

I simboli, dal canto loro, sono scelti all’interno della collezione WLS (Widgit Literacy Symbols) e vengono perlopiù associati a singole parole, stampate all’esterno del riquadro. Solo gli articoli e pochi termini poco influenti o trasparenti vengono uniti al sostantivo di riferimento. Non mancano inoltre qualificatori di tempo e numero.  Vale la pena notare, infine, come anche le illustrazioni giochino un ruolo chiave in questo albo illustrato, non solo in termini estetici ma anche in termini di accessibilità. Non solo, infatti, i soggetti rappresentati sono molto grandi, essenziali e riconoscibili, ma altresì le pagine sono del tutto prive di elementi superflui: un aspetto, questo, che concorre a sua volta a guidare la decodifica e la comprensione del racconto.

Primavera, estate, autunno, inverno

I libri difficili da incasellare riservano spesso splendide sorprese. Primavera, estate, autunno, inverno, dal canto suo, non fa eccezione. Originale dal punto di vista del contenitore – uno spesso volume con pagine in cartoncino rilegate a spirale – il libro di Pittau e Gervais risulta ancora più particolare nel contenuto. Si tratta, di fatto, di una sorta di imagier in cui ogni pagina riporta il nome e l’immagine di un fiore o di un frutto tipico di una delle 4 stagioni. A raccontarlo così sembrerebbe, a dire il vero, un libro piuttosto ordinario. A renderlo speciale, però, concorre più di un aspetto.

In primis, Primavera, estate, autunno, inverno è un libro straordinariamente bello. La cura minuziosa con cui i soggetti sono rappresentati, le corpose pagine lucide, i colori vivi e realistici e persino la spirale di colore dorata contribuiscono a dare forma a un volume che appare prezioso e invitante fin dalla copertina e che, una volta aperto, non delude le aspettative. Al suo interno, infatti, è la scelta dei soggetti a risultare vincente. Tra i fiori e i frutti proposti si trovano, in particolare, elementi comuni come la mela o la pecora e altri di nicchia come la pernice o il crisantemo. L’insieme offre dunque un ventaglio di proposte ora inattese, ora rassicuranti, stimolando il lettore senza mai annoiarlo.

A questo, concorre senz’altro anche il fatto che il libro si presta a un tipo di esplorazione multiforme. Tra le sue pagine si possono letteralmente trascorrere delle ore: osservando, incuriosendosi, confrontando le immagini con gli oggetti reali, nominando, costruendo categorie e legami. Non è difficile, a tal proposito, immaginare il proficuo uso che se ne potrebbe fare anche a livello scolastico. Il libro può offrire, infatti, spunti interessanti per costruire proposte variegate e versatili sia rispetto all’età dei possibili fruitori sia rispetto alle loro abilità cognitive.

E qui sta forse la qualità più sorprendente di Primavera, estate, autunno, inverno, quantomeno per chi come noi individua nel grado di accessibilità una qualità fondamentale dei libri per l’infanzia. Anche da questo punto di vista, infatti, Pittau e Gervais, e con loro l’editore Topipittori, hanno fanno un lavoro unico e apprezzabilissimo. Non solo ogni pagina vanta la forza comunicativa di un simbolo della CAA, associando in maniera pulita e funzionale immagine e parola, ma si caratterizza anche per una serie di caratteristiche che giocano un ruolo fondamentale in termini di fruibilità: precisione lessicale e iconografica, dimensione interattiva, e libertà di movimento.

Proviamo a dettagliare. Lo stile estremamente minuzioso e realistico con cui gli autori illustrano i soggetti rende il loro riconoscimento e la possibilità di metterli in relazione con gli oggetti fisici molto immediata e funzionale. Quasi al pari di una fotografia, cioè, le figure richiamano in maniera efficace l’esperienza concreta che è possibile fare in natura, predisponendo un terreno accogliente confortevole di esplorazione e lettura anche per chi manifesta difficoltà di astrazione.

Il libro si caratterizza, poi, per la presenza di alette che consentono di svelare particolari nascosti: l’interno dei frutti, la struttura ingrandita del fiocco di neve, lo sviluppo del papavero dal bocciolo al fiore, il terreno in cui crescono le radici e via dicendo. Questo espediente solletica quindi la curiosità e il desiderio di scoperta ma allo stesso tempo incentiva anche un’esplorazione fisica della pagina, uno svelamento dinamico di ciò che c’è sopra, sotto, dentro e fuori ma anche prima e dopo. Perché ciò che l’aletta cela non è sempre la stessa cosa e oltretutto l’aletta non ha sempre la stessa forma, non si apre sempre nella stessa direzione e non si trova sempre nella stessa posizione sulla pagina. Tocca, cioè, cercarla, tastarla, riconoscerla, aprirla. E questa, in termini di aggancio e coinvolgimento attivo del lettore, non è cosa da poco.

Questo aspetto, così come la possibilità di essere esplorato in maniera libera e non lineare, seguendo percorsi che non sono necessariamente quelli stagionali, fa sì che questo libro diventi uno spazio di scoperta, un luogo in cui lasciarsi affascinare dalla meraviglia della natura e in cui farla propria secondo modalità e tempi che possono essere anche molto diversi tra loro. Per dirla in altre parole, Primavera, estate, autunno, inverno è, nei fatti, un volume estremamente accessibile. E questo, per un volume che di fatto non rientra tout-court in nessuna specifica tipologia di libri accessibili, è qualcosa di importante e ci dice in maniera eloquente quanto sia cruciale imparare a riconoscere semi di accessibilità anche al di fuori delle categorie precostituite.

Fatto per te

Finalista del Silent Book Contest 2025, Fatto per te racconta per immagini una storia di altruismo e amicizia, di comunità e di empatia. I protagonisti sono un coniglio bianco e un orso bruno che si prodigano per portare un po’ di calore agli infreddoliti animali del bosco. Dopo essere stato riscaldato dall’orso bruno che, con generosità, ha condiviso con lui il suo mantello rosso, è proprio il coniglio ad avere l’idea: perché non darsi da fare e sferruzzare il necessario affinché topolini, uccelli e scoiattoli possano affrontare confortevolmente il rigido inverno?

Detto, fatto: i due intraprendenti animali trasformano la tana dell’orso in un vero e proprio laboratorio di sartoria. Muffole, sciarpe, cappelli e mantelle: armati di gerle, orso e coniglio attraversano il bosco per recapitare a ogni creatura l’accessorio che può fare al caso suo. Il loro è un gesto di prezioso di generosità e, come tale, non solo non passa inosservato ma innesca un circolo virtuoso e solidale. In fondo, ci sono tanti modi per dire grazie…

Lineare nello sviluppo e sobrio nelle tavole, il libro senza parole di Lara Kaminsky sceglie la via dell’essenzialità per raccontare una storia semplice ma intensa. L’autrice si concentra su piccoli dettagli come posture ed espressioni del viso per veicolare non solo i fatti ma anche le emozioni che animano il racconto. L’uso misurato del colore, inoltre, evidenzia i protagonisti e gli elementi chiave di ogni tavola, contribuendo a guidare il lettore nella comprensione degli eventi.

Voyage d’une goutte de pluie

Permettere al lettore di esperire ciò che legge, offrendogli una rappresentazione fisica e tangibile di ciò di cui si parla, rappresenta spesso una strategia efficace per rendere più comprensibili concetti complessi. Apprezzabile da parte di qualunque lettore, questo tipo di soluzione risulta particolarmente interessante e significativa laddove siano presenti delle difficoltà di tipo cognitivo.

Esempio eloquente di come questa strategia possa essere impiegata all’interno di un libro, a beneficio dei lettori più fragili (ma non solo!), è il libro-gioco francese Voyage d’une goutte de pluie progettato da Daniel Mar e illustrato da Kiko per l’editore Tourbillon.

Il libro segue di fatto il percorso di una goccia d’acqua dalle nuvole al mare, passando attraverso ruscelli, fontane, mulini, fiumi, dighe, tubature e impianti di depurazione. A ogni pagina corrisponde un passaggio, descritto in una manciata di righe in rima accompagnate da un’illustrazione vivace, piana e agevolmente riconoscibile nei suoi dettagli.

La peculiarità sta nel fatto che su ogni illustrazione si trova incisa una scanalatura verticale la cui sagoma segue ora linee sinuose, come nel caso del fiume, ora linee più squadrate, come nel caso dei tubi. In cima e al fondo di ogni scanalatura, si trova una fessura tonda su cui una pallina di metallo può correre proprio come indicato dal testo.

Guidata dalla mano del bambino, la pallina corre e scorre proprio come la goccia d’acqua che rappresenta, rendendo concreto ciò che il libro racconta. L’attivazione diretta del lettore e la reificazione del processo descritto diventano, cioè, le chiavi per tenere viva l’attenzione, per incentivare la partecipazione e per facilitare la comprensione. Il corpo fa, la mente capisce. La mano come organo dell’intelligenza trova, cioè, qui piena possibilità di azione, trasformando quelle che potrebbero essere informazioni volatili in dati esperibili, tangibili, reali.

Pacu pacu

Pacu Pacu è un libro d’artista, un libro-gioco, un silent book. È tante cose, Pacu pacu, come spesso accade alle opere di autori straordinari quale appunto è stato Katsumi Komagata. In Italia, sfortunatamente, questo libro non è (ancora, chissà…) stato pubblicato, ma in Francia sì. Lo ha fatto Les Grandes Personnes (dopo una prima edizione Les Trois Ourses), che vanta da sempre un catalogo raffinatissimo e versatile, e data l’assenza di parole, affidarsi all’edizione francese può essere una buona soluzione per poter incontrare questa storia minima e affascinante.

Pacu Pacu è il nome di un pesce, un pesce persico per la precisione. La qualità più spiccata di questo pesce, ha spiegato lo stesso autore, è che mangia di tutto: dagli insetti acquatici ai sassi, che divora per appesantire il proprio corpo ed evitare di essere trascinato via in caso di corrente forte. Ha un che di buffo, questo pesce. E ha un che di molto simile a qualunque essere umano al di sotto dei due anni, per il quale mettere le cose in bocca è abitudine quotidiana, nonché motivo e occasione di scoperta.

Ecco dunque che quella che potrebbe sembrare la comune storia di un pesce inizia a svelare un lato inatteso, in cui confluiscono l’esperienza personale dell’autore come papà (la stessa che lo ha portato a sviluppare progetti straordinari come la serie Little Eyes) e una riflessione sulle molte forme che l’apprendimento può assumere. Talune, in particolare, molto fisiche e legate all’esperienza del corpo. Ma non è solo questo a fare di Pacu Pacu un libro più interessante di quel che potrebbe apparire.

Qui si ritrova, infatti, tutto lo stile minimale e inconfondibile dell’artista giapponese, fatto di forme minime e talvolta appena abbozzate, di equilibri cromatici studiatissimi e di stimolanti giochi di intagli, fori e pieghe. Con una maestria che è sinceramente incantevole, Komagata allestisce le pagine come fossero scenari, e trasformando la storia del pesce Pacu Pacu in un pretesto di contatto ed esplorazione della carta, dei suoi bordi, dei suoi contorni e dei suoi contenuti. L’esperienza di lettura rivela, in questo senso, un elevato grado di accessibilità sia in ragione della predisposizione a un’interazione fisica con l’oggetto libro, sia in ragione di un racconto che procede in maniera molto essenziale senza far uso di parole scritte.

Pacu Pacu procede infatti in mezzo e sotto le onde, divorando tutto ciò che gli capita a tiro – pesci, alghe, sassi … – e lasciando dietro di sé una sorta di scia. Il suo è un viaggio placido e instancabile in cui non mancano, però, gli incontri inattesi e i pericoli, come onde forti e correnti. Komagata ha la capacità rara di dare vita con un numero infinitesimale di tratti a personaggi e oggetti, rendendoli non solo perfettamente riconoscibili e facili da individuare ma anche profondamente vivi e forieri di emozioni. È questione, di volta in volta, di posizione sulla pagina, di angolatura, di contrasto con lo sfondo, di definizione dei contorni. È sempre, cioè, questione di dettagli apparentemente invisibili ma in realtà studiati con cura maniacale fino a comporre una pagina tanto sobria quanto immediata.

Una vacanza da lupo

Una vacanza da lupo (così come il fratello Una fame da lupo) è l’emblema dell’ibridismo che spesso contraddistingue i libri accessibili migliori. Questo di di Yen-Lu Chen-Abenia e Mathilde Bel è, in particolare, un libro-gioco che non disdegna di mutuare qualche aspetto dagli imagier e dai libri tattili ma non si discosta troppo neppure né dai libri in simboli né da quelli senza parole. Proviamo a vedere in che modo.

Il libro presenta intanto un packaging particolare che consente alla copertina di aprirsi in verticale mentre tutte le altre pagine, spesse e cartonate, si aprono in orizzontale. Questo fa sì che ciò che sta sotto alla copertina, ossia l’immagine del lupo protagonista con la sua valigia da riempire in primo piano, resti sempre a disposizione man mano che il libro scorre: un’accortezza semplice ma funzionale considerando che il lettore viene implicitamente invitato ad aiutare il lupo a preparare il bagaglio con gli oggetti fondamentali che di pagina in pagina incontra.

Ciascuna delle pagine successive alla prima presenta infatti un insieme di oggetti variamente disposti (su ripiani, sparsi qua e là, appesi…) e riuniti in base ad affinità di contesto (cibi, oggetti da bagno, indumenti…). Ogni pagina riporta una decina di immagini dalle forme semplici e riconoscibili: una di esse, poi, è associata al nome e risulta staccabile e attaccabile sulla pancia del lupo tramite velcro.

Nella sua struttura essenziale e ben congegnata, Una fame da lupo consente dunque di guardare, leggere (due parole per pagina), nominare, associare alcune parole alle relative figure minimali, manipolare, riconoscere le forme, attaccare e staccare, giocare… E poi ricominciare, con gusto, che non è poca cosa.  Il libro diventa cioè uno spazio accogliente di sperimentazione e lettura multiforme in cui anche i bambini con difficoltà comunicative, cognitive e di attenzione possono sentirsi benvenuti, stimolati e appagati.

 

Oh, quanta strada farai!

Oh, quanta strada farai! è un libro-gioco delizioso, progettato e confezionato in maniera puntualissima. Tra le sue pagine il bambino viene invitato a compiere un viaggio, attraversando strade e sentieri, foreste e prati, fiumi e rocce, nebbie e paesaggi innevati. Ognuno permette di muoversi in maniera diversa (inoltrandosi, scalando, rincorrendo farfalle o lasciando orme…) e il libro ne dà prova tangibile, allestendo per il ditino curioso del lettore un percorso cartotecnico da seguire, ora sinuoso, ora a zigzag, ora dritto, ora a labirinto. Si tratta di un espediente semplice ma estremamente efficace che facilita l’aggancio, la partecipazione attiva e financo la comprensione da parte del lettore piccino, compreso quello con un’eventuale difficoltà cognitiva o attentiva.

Piccolo piccolo nel formato, Oh, quanta strada farai! si fa grande per la cura che contraddistingue ogni suo dettaglio. I suoi colori pieni e accattivanti, per esempio: lo sfondo di ogni pagina ne prevede uno diverso, che segna il cambio di scenario e che offre indizi per riconoscerlo (verde per il prato, azzurro per il fiume, marrone per le rocce e via dicendo). Le parole poi, scelte con minuzia per raccontare in maniera comprensibile ma non piatta, un viaggio ricco di avventura. Ogni pagina, in questo senso, presenta una sola frase: netta, breve e diretta. Allo stesso modo, le figure privilegiano la via dell’essenzialità estrema. Sullo sfondo di ogni pagina appare in bianco, infatti, solo il percorso che il dito è invitato a seguire: un percorso che segue un andamento estremamente essenziale e al contempo molto evocativo (un vortice labirintico per la nebbia, una linea spezzata per le rocce, una serie di curve per la rincorsa delle farfalle…).

Il formato, infine: il libro è pensato, infatti, in modo da poter essere normalmente sfogliato ma allo stesso tempo da potersi sviluppare in lunghezza, come un leporello in cui i diversi percorsi seguiti dal ditino si susseguono uno in fila all’altro. Non solo, sul retro delle pagine sono riportate delle delle tacche che consentono al bambino di misurarsi, trasformando il leporello in un vero e proprio metro: perché si sa, ogni viaggio che si rispetti è un’avventura che fa crescere!

Forte il vento forte!

Quando soffia il vento forte può succedere di tutto! Possono volare strisce del manto e pellicce, si si può affrontare un certo numero di pericoli e si può volare fino nello spazio. A tutto questo assiste il lettore immergendosi in Forte il vento forte! e seguendo la formica protagonista fin dove la portano le correnti. il suo sarà un viaggio pieno di incontri – elefanti, scimmie, delfini, serpenti, zebre e aquile – e non privo di una buona dose di emozione.

Firmato da Pino pace e da Irene Frigo per Bummy Edizioni, Forte il vento forte! è un libro senza parole che colpisce per la sua vitalità cromatica e per lo stile minimale delle figure. La storia dal canto suo è semplice e lineare anche se la costruzione narrativa risulta piuttosto ostica per il lettore. La struttura iterata dell’albo in due tempi (comparsa di un nuovo personaggio – effetto del vento su di lui), fino alla chiusura a sorpresa, crea un minimo di appiglio a cui affidarsi nell’attribuire significato alle immagini. Tuttavia, i colori espressivi e non basati sulla realtà, le forme poco dettagliate e la presenza di alcuni consistenti vuoti narrativi rendono complesse la decifrazione dell’immagine e la comprensione del racconto, richiedendo al bambino di mettere in campo abilità di inferenza e di decodifica visiva non scontate, soprattutto (ma non solo) in caso di disabilità cognitiva.

Wow!

Artista dal segno unico e originale, Hervé Tullet ci ha abituati a veder la pagina trasformarsi in uno spazio interattivo di gioco e sorpresa. Questa sua ricerca artistica trova in Wow!, ultimo libro-gioco nato in casa Franco Cosimo Panini, uno degli esiti più articolati ed emblematici.

Fruibile fin dai 2 anni, il libro presenta a ogni pagina buchi, alette e forme con le quali interagire, secondo le indicazioni essenzialissime e mirate fornite dal testo. Protagonista assoluta e dichiarata del libro è la mano del lettore: una mano che gira, segue, cerca, si muove, tocca, collega, sfrega, bussa, prende, salta e balla. È una mano in movimento, dunque, che dialoga senza posa con le figure presenti. Minime e in gran parte astratte, sempre contraddistinte dai soli colori primari, queste si stagliano chiarissime sullo sfondo bianco, creando le condizioni ideali per un agevole orientamento da parte del lettore. Il testo, dal canto suo, sposa il medesimo principio di essenzialità: poche e immediate parole suggeriscono al lettore cosa fare in ogni pagina.

La lettura diventa così preambolo di azione, autentico atto performativo: caratteristica, questa, che contribuisce in maniera forte a facilitare la familiarizzazione con l’oggetto-libro, la catalizzazione dell’attenzione e la partecipazione attiva anche dei lettori con maggiori difficoltà di comprensione. Alette, buchi, tratti che proseguono al voltar della pagina e sagome percepibili al tatto delineano infatti percorsi di esplorazione sempre diversi e stimolanti da cui lasciarsi guidare, divertire e stupire. La cartotecnica si pone, infatti, qui al generoso servizio della sorpresa, aprendo a ogni pagina una possibilità di scoperta.

Wow! è, in definitiva, un libro-gioco estremamente interessante anche in un’ottica di accessibilità. Essenzialità, chiarezza, e interattività sono, in questo senso, i suoi punti di forza. Funzionali, a questo scopo, risultano anche la robustezza delle pagine, che le rende adatte anche a mani meno esperte, meno precise nei gesti o semplicemente più irruente, l’uso puntuale di onomatopee, che ravvivano la lettura e amplificano il significato dell’azione svolta, e l’innegabile appeal grafico del volume. Wow! è infatti prima di tutto un libro straordinariamente attraente: condizione certo non sufficiente ma assolutamente necessaria per fare di qualunque libro un prezioso alleato dell’inclusione.

Animali di versi (edizione in CAA)

Animali di versi è un albo illustrato in rima che nasce in casa Uovonero quasi quindici anni fa per mano di Isabella Christina Felline e Roberta Angeletti. Oggi il libro vive un nuovo inizio e indossa una nuova veste grazie all’adattamento in simboli proposto da Officina Babùk. Il lavoro fatto dalla casa editrice è in questo caso un po’ diverso da quello messo in atto per i titoli precedenti: qui non si è trattato, infatti, di supportare visivamente il testo apportandovi al contempo eventuali piccole modifiche, ma di concepire in maniera del tutto nuova il libro, pur partendo dal medesimo spunto.

Il libro originale si caratterizzava, infatti, per una filastrocca-cornice breve ed essenziale, perlopiù volta a elencare le caratteristiche peculiari degli animali protagonisti, e per una serie di filastrocche più lunghe e articolate, ciascuna delle quali utile a mettere in valore i lati positivi di tali peculiarità. In questa versione in simboli, invece, si è preferito rinunciare alle filastrocche più lunghe per concentrarsi sulla filastrocca-cornice. Come una sorta di elenco in rima, il libro dedica ora ogni pagina a un animale – il lupo buono e vegetariano, la farfalla con più teste, la lumaca velocissima o il pinguino provetto danzatore, per esempio – di cui definisce la qualità straordinaria in una frase. Stop.

Una scelta radicale, insomma, evidentemente connessa all’obiettivo di rendere il volume effettivamente fruibile, sia in termini di leggibilità della pagina (perché simbolizzare testi troppo lunghi implicherebbe l’occupazione di moltissimo spazio), sia in termini di comprensibilità del testo (perché le filastrocche originali prevedevano una struttura sintattica non sempre lineare e accessibile). Lo scarto tra le due versioni è dunque consistente e con esso cambia, nella pratica, l’approccio con cui ci si può accostare al volume. Presentandosi in maniera così asciugata e aperta, questo Animali di versi offre una lettura meno complessa e raffinata ma può offrire uno spunto amichevole, versatile ed estremamente accessibile per immaginare, inventare e raccontare storie così come per elaborare e condividere riflessioni sull’unicità di ciascuno e sulla bellezza di non conformarsi a uno standard stereotipato.

Le illustrazioni, dal canto loro, rimangono fedeli all’originale e si caratterizzano per figure ampie, in bianco e nero, prive di dettagli superflui e ben contrastate con lo sfondo colorato. Su quest’ultimo, là dove si trova più spazio, viene inserito in maniera armonica il testo che si contraddistingue per l’uso dello stampato maiuscolo e per l’affiancamento a simboli di dimensione apprezzabile. Aspetto, questo, che ne facilita senz’altro la lettura condivisa anche in piccolo gruppo.

La merenda

Il topolino uscito dalla matita di Monique Félix è senza ombra di dubbio un tipo intrepido e curioso. Le pagine dei libri diventano per lui ogni volta scenari avventurosi in cui lanciarsi a capofitto. Accade in C’era una volta un topo chiuso in un libro… Accade ne Il vento. E, puntuale, accade anche in questo secondo volume portato in Italia da Camelozampa: La merenda.

Come di consueto, trovatosi prigioniero della pagina bianca, il topolino inizia a osservare, origliare e spingere in ogni direzione, ma soprattutto inizia a rosicchiare i bordi del foglio. Ecco che la storia nella storia ha inizio: sulla pagina di destra, sotto l’angolo rosicchiato, fa capolino una scena campagnola, con tanto di campi, alberi, animali da cortile e fattorie. Tira che ti tira, la pagina si strappa e la scena appare in tutti i suoi dettagli. È una scena viva e animata, perché pagina dopo pagina cambia il tempo e accadono cose. Il topolino, nel frattempo si dà da fare sulla pagina di sinistra. Con maestria piega e ripiega la pagina staccata, dandole la forma di un aeroplano. È voilà, è tutto pronto: il topolino può finalmente superare la rilegatura centrale e lanciarsi tra le spighe. Il titolo del libro, d’altra parte, è eloquente!

Contraddistinto da una misura breve, da una dimensione compatta e da un meccanismo narrativo collaudato, La merenda offre un racconto senza parole molto raffinato nella sua semplicità. La sua forza non sta tanto in ciò che accade sotto la pagina ma in ciò che vi accade sopra e accanto. È dunque il lavorio incessante e ingegnoso del protagonista a prendersi la scena, rendendo la lettura così sfiziosa. Il cortocircuito che si crea tra narrazione e metanarrazione, tra libro come contenitore e come parte del racconto si fa, infatti, attivatore di curiosità e sorpresa, invitando il lettore a osservare le pagine con sguardo nuovo e divergente.

Il cappello

Con l’andamento ritmico di una cantilena d’altri tempi, Il cappello di Paolo Ventura racconta le vicissitudini di un pupazzo di neve e lo spirito resiliente di chi, come lui, conosce la gioia del donare. Immobile e imperturbabile, il protagonista subisce, infatti, una serie di furti senza smettere di mostrarsi impassibile. Quelli che per lui, in fondo, non so che accessori, per qualcun altro diventano possibilità di far fronte al rigido inverno: una sciarpa per scaldarsi, una carota pe nutrirsi, un ramo per costruirsi un nido. Resiste, resiste, il pupazzo, fino a che di lui non resta che un mucchietto di neve e un cappello. La speranza a quel punto vacilla, la tenace letizia si affievolisce. Ma la primavera è dietro l’angolo e una nuova trasformazione può finalmente compiersi…

Il libro di Paolo Ventura è un silent book dall’indole poetica e dal passo misurato. Le illustrazioni che lo animano appaiono infatti sobrie e avvolgenti, capaci di raccontare l’inverno con pochi tocchi significativi. Più di una caratteristica, poi, rende Il cappello interessante dal punto di vista dell’accessibilità.

Si tratta innanzitutto di un volume che, facendo a meno delle parole, intercetta più facilmente di altri un’ampia fetta di pubblico che trova maggior agio nella lettura visiva. Esso offre, poi, una storia gustosa e compiuta che si risolve, però, nella misura contenuta dell’albo illustrato ossia nella canonica trentina di pagine. Le pagine presentano, infine, un’inquadratura fissa, frontale, che riprende il protagonista sempre nella stessa posizione e che ne agevola il riconoscimento.

Analogamente, la struttura narrativa si caratterizza per un’apprezzabile regolarità. Il ritmo in tre tempi – fotografia del pupazzo, fotografia di un personaggio secondario che si appropria di un suo accessorio, fotografia dell’uso che di quell’accessorio viene fatto – crea una condizione di prevedibilità che gratifica il lettore e che, allo stesso tempo, lo sostiene nel cogliere i continui cambiamenti che coinvolgono il protagonista A ogni passaggio, infatti, il pupazzo risulta sempre identico – nella posizione, nell’espressione, nell’inquadratura – fatto salvo per un elemento di volta in volta viene sottratto. Ne risulta un equilibrio tra prevedibilità e sorpresa che consente alla storia di procedere fitta ma allo stesso tempo di essere goduta anche da parte di chi necessita di qualche punto di ancoraggio in più.

Luca, la mamma torna!

Luca, la mamma torna! è un tipo particolare di libro in simboli. Si tratta, infatti, di quella che potremmo definire una “storia sociale narrativa” ossia di una storia sociale resa più gradevole, coinvolgente e accattivante grazie alla costruzione di una cornice narrativa.

Le storie sociali sono infatti brevi testi supportati da simboli della CAA che aiutano i bambini (e più in generale le persone) con difficoltà comunicative e/o cognitiva a prevedere e comprendere cosa accadrà in una determinata situazione, facilitando così l’individuazione dei comportamenti sociali più consoni e il contenimento dell’agitazione dovuta a cambiamenti inattesi.

Nel caso di Luca, la mamma torna!, la storia sociale mira ad aiutare il l lettore a capire che anche se la mamma si allontana quando lui è a scuola, tornerà a prenderlo dopo un po’ di tempo e che in quel tempo è normale sentire un po’ di nostalgia ma anche provare a superarla giocando, lasciandosi coccolare dalla maestra e ricordando il rito dell’abbraccio del coraggio rinnovato al momento del saluto.

Il racconto risulta, dunque, volutamente piano, rassicurante e privo di particolari guizzi narrativi: lo scopo, è infatti, che il bambino possa riconoscersi e riconoscere la situazione descritta. In questa direzione, peraltro, vanno anche le illustrazioni di Martina Tonello. Caratterizzate da sagome semplici, colori pieni e sfondi privi di dettagli superflui, queste ultime supportano di fatto la comprensione del racconto, senza aggiungere elementi da interpretare.

I simboli impiegati, dal canto loro, fanno parte della collezione WLS (Widgit Literacy Symbols) e vengono affiancati al testo secondo il modello inbook. Ogni parola viene dunque individualmente simbolizzata, testo e icona sono entrambi riquadrati e in bianco e nero. Il numero di simboli utilizzati è di conseguenza piuttosto elevato ma la presenza di poche frasi per ogni pagina fa sì che quest’ultima non risulti particolarmente affollata.

Pubblicata da Erickson, la collana Storie sociali con la CAA comprende altri titoli dalle caratteristiche simili a Luca, la mamma torna!. Tra questi, per esempio: Allacciamo le cinture e partiamo con Youssef o Impariamo a lavare i denti con Giulia, i cui titoli descrittivi illustrano in maniera abbastanza eloquente l’intento educativo del progetto editoriale.

Di chi è quest’orma?

Quando un bambino curioso si mette qualcosa in testa può essere davvero difficile fermarlo. Prendete per esempio il protagonista di Chi è quest’orma?. Attrezzato come un provetto esploratore e munito di un foglio che riporta nei dettagli un’impronta di animale, questi inizia una ricerca a dir poco instancabile. Sorriso in volto e binocolo alla mano, il bambino avanza nella foresta interrogando ogni bestiola che gli capiti a tiro, sia questa un’innocua farfalla o un minaccioso serpente a sonagli. Nessuna sembra però corrispondere al titolare dell’impronta misteriosa, così al bambino non resta che avanzare.  Su, su, sempre più su. Fino alla cima di quella che sembra una montagna ma che forse, a guardare da vicino, una montagna proprio non è. E poi ancora oltre. Fino a dove, sta al lettore deciderlo…

Avvincente e contraddistinto da un tratto scanzonato, Di chi è quest’orma? racconta per immagini una storia coinvolgente e dal finale aperto. Le tavole ampie invitano il lettore a un’osservazione attenta non solo perché attraenti ma anche perché i dettagli non sono molti ma fanno la differenza. A un certo punto, sarà infatti utile al lettore tornare indietro di qualche pagina per guardare meglio, confrontare, unire i pezzi e, infine, approdare a una gustosa rivelazione: proprio quella che apre al finale inatteso e lascia un sorriso stampato in volto.

La forza di questo albo senza parole sta proprio nel giocare con equilibrio tra regolarità (per esempio nei successivi incontri con i diversi animali, ciascuno dei quali indica al protagonista di salire ancora un poco) e sorpresa, alternando inquadrature diverse che di volta in volta celano o svelano dettagli chiave. Questo fa sì che al lettore siano richieste alcune inferenze non scontate e una certa scioltezza di movimento tra le pagine. Grande soddisfazione aspetta dunque quei lettori che si muovono con agio tra le figure. D’altra parte, la trama è molto lineare e non c’è mai eccessivo affollamento sulla pagina. Per questo, se opportunamente guidato, anche chi sperimenta difficoltà di tipo cognitivo può felicemente godere di questa lettura.

In quattro tempi

In 4 tempi è, su tutti i fronti, un progetto editoriale impeccabile Lo è secondo il metro dell’armonia compositiva, dell’originalità progettuale, della qualità estetica e, non da ultimo, della fruibilità. E questo, per certi versi, è particolarmente interessante. Perché a ben vedere, il libro di Bernardette Gervais non rientra in nessuna specifica categoria di libro accessibile.  È, cioè, un libro accessibile senza forse sapere di esserlo.  Ma l’accessibilità, lo sappiamo, si nasconde non di rado dove non ci si aspetta.

In 4 tempi si presenta di fatto come una raccolta di micro-storie che si sviluppano in quattro tempi. Il titolo è, in questo senso, eloquente. Ognuna di queste micro-storie occupa lo spazio di una doppia pagina: quella di sinistra la racconta in forma testuale, quella di destra in forma visiva. Le micro-storie in questione coprono archi temporali diversi – talvolta l’arco di un attimo, talaltra di una vita – ma sempre scanditi da quattro momenti. Sono micro-storie quotidiane che immortalano l’incessante trasformazione della natura: nuvole che cambiano forma e posizione, uova che si schiudono e pulcini che crescono, lumache che avanzano, fiori che sbocciano, stagioni che si alternano, città che si ampliano. La genialità dell’autrice sta nel trovare una scansione comune ed efficace per tutte, nell’individuare per ogni cambiamento una descrizione chiara e minimale che dice esattamente l’essenziale e nello scovare chiavi sempre diverse per rendere sorprendenti anche le sequenze apparentemente più lineari e piatte.

Piove. / C’è il sole. / Piove e c’è il sole. / L’arcobaleno!”. Oppure “Un rumore. / Il riccio ha paura. / Svelto, / si appallottola.” O ancora “La lumaca trova il fungo. / Gnam. / Gnam gnam. / Se ne va a pancia piena.”

C’è una scansione rigorosa e rassicurante. C’è una sintassi minima e lineare. C’è una corrispondenza netta e chiara tra testo e figure. C’è uno stile iconografico realistico ed eloquente. C’è una grafica pulita e stabile. Tutto questo fa sì che oltre a essere incantevole, In quattro tempi risulti anche estremamente fruibile. Disabilità cognitive e comunicative, per esempio, possono qui trovare un terreno fertilissimo di lettura, scoperta e meraviglia. Un terreno particolarmente prezioso e interessante non solo perché aperto e accessibile anche a chi può sperimentare maggiori difficoltà di lettura, ma anche e soprattutto perché funzionale a facilitare l’incontro tra lettori con abilità diverse. Tra queste pagine meravigliose e ironiche c’è, infatti, un posto comodo, per tutti. In questo senso, oltre a incentivare ripetute e soddisfacenti letture di piacere, il libro di Bernadette Gervais si presta perfettamente ad ispirare percorsi didattici multidisciplinari molto trasversali sia per età sia per abilità.

Touché (Francia)

Touché di Woshibai è un libro unico nel suo genere. È un libro senza parole, certo, ma per alcuni versi avremmo potuto annoverarlo anche tra i libri tattili. Honoris causa, magari. L’autore ha la capacità straordinaria, infatti, di confezionare delle immagini non solo capaci di evocare il soggetto rappresentato con uno stile che dire minimale è dire poco, ma anche in grado di evocare in maniera molto chiara la sensazione tattile che quel soggetto può offrire a contatto con le dita.

A muoversi tra le pagine di questo libro, esplorabile in maniera piuttosto libera dal momento che non c’è un legame preciso tra un’immagine e quella successiva, si avverte il freddo pungente del ghiaccio, lo scivolare ruvido della sabbia, il fruscio leggero dei un volume sfogliato, la zigrinatura netta di una chiave, l’impalpabilità di una tenda sottile,  il calore non delente di una fiammella appena fiorata, il solletico lieve di un soffione ancora integro… le immagini, in qualche modo, si vedono ma soprattutto si percepiscono con altri sensi: il tatto, in primis, ma anche l’udito. Lo stile di Woshibai ha, cioè, una sorta di intrinseca qualità multisensoriale il cui effetto è sinceramente sorprendente.

Ogni figura, peraltro, prende forma all’interno di un riquadro fisso e attraverso semplici linee nere su sfondo bianco. Nessuno spessore, nessuna sfumatura. Eppure questo segno squisitamente grafico ha il potere di evocare qualcosa, di spolverare ricordi, di solleticare memorie che, come sappiamo, non si formano solo a partire dalla vista. Come una rinnovata madeleine proustiana, Touché ci rimette in contatto con la nostra esperienza fisica del mondo e con tutto il sedimento narrativo che questa può alimentare.

Curioso, inatteso, accessibile. Da scoprire!

Le nid (Francia)

Un libro, soprattutto se accessibile, può assumere tante forme. Rilegature variegate, elementi removibili, storie non precostituite, confini labili tra gioco e lettura… Lucie Félix fa tesoro di tutti questi spunti e li mette a frutto contemporaneamente in un’unica proposta. Il suo Le nid, al momento edito solo in Francia grazie alle visionarie Editions des Grandes Personnes, è infatti un concentrato di caratteristiche fuori dall’ordinario. E ciononostante, non lo vediamo per nulla fuori luogo sullo scaffale dei libri.

Le nid è a tutti gli effetti un progetto editoriale originale che offre al lettore grande libertà di movimento, interazione e scoperta. Composto da 9 pagine di cartone spesso e robusto che possono essere piegate e spiegate in diversi modi, il volume può diventare un tappeto, un fortino, uno scenario, un contenitore… e chissà cos’altro! Grazie a questa versatilità, che di fatto è la sua forza, anche lettori molto piccoli e/o con difficoltà di approccio a proposte narrative e dispositivi di gioco troppo vincolanti possono trovare piacere e possibilità di partecipazione attiva.

Le pagine, dal canto loro presentano da un lato uno sfondo blu con alcuni dettagli bianchi, rossi e gialli che vanno a formare l’immagine di una colomba. Dall’altro, presentano sfondi di diversi colori, sempre accesi e pieni, su cui si stagliano ad alto contrasto figure minime e ben riconoscibili: un sole, delle nuvole, la pioggia, dei rami, un fiore, un uccellino, un nido, un fiore, dei semi, un uovo: tutti elementi semanticamente collegati tra loro e tra i quali è possibile tracciare un filo narrativo sottile, discreto e mutevole. Quegli oggetti si possono guardare, nominare, toccare, collegare. Ci si può salire sopra e li si può far interagire con le sagome di uccellini in carta che l’autrice stessa fornisce.  Li si può seguire come caselle di un gioco della campana sui generis, li si può nascondere a uno a uno piegando le rispettive pagine, li si può trasformare in soggetti di una canzone inventata su due piedi (o su uno!)…

In quella possibilità multiforme di abitare, letteralmente, pagine e figure, il bambino ha l’occasione di prendere dimestichezza con loro, di conoscerle in una forma accogliente, di sperimentarle secondo modalità che sono personali: un passaggio, questo, prezioso sia per costruire occasioni di benessere e piacere attraverso l’oggetto libro, sia per facilitare l’incontro con quelle che potranno essere forme di narrazione più codificate e di complessità via via crescente.

Giambattista la prima blatta sulla luna

Una blatta e la luna. L’una così prosaica e raccapricciante, l’altra così lirica e romantica: sono i termini perfetti per costruire un binomio fantastico. E, infatti, proprio come Rodari insegna, dall’incontro tra i due nasce una storia imprevedibile e intrigante.

La blatta, nella fattispecie, è Giambattista: un insetto sognatore e visionario. Da sempre Giambattista aspira a raggiungere la luna e si interroga sui segreti dell’universo, ispirato da antenati che hanno vissuto accanto a filosofi di fama. Tutti gli altri insetti, ben più banali, tendono a deriderlo. Tutti tranne Eloisa la mosca che, proprio come l’amico, vanta antenati illustri, però in ambito matematico. Il desiderio di conoscenza di Giambattista e il talento con i calcoli di Eloisa danno forma a un piano ambizioso: l’allunaggio! Tutto è studiato nei dettagli, i preparativi fervono, il conto alla rovescia inizia, il lancio ha inizio e Giambattista atterra finalmente su una superficie sconosciuta: missione compiuta! O almeno così sembrerebbe…

Con un finale a sorpresa che si svela pian piano grazie a un’efficace sinergia tra testo e illustrazioni, Giambattista la prima blatta sulla luna racconta una storia in cui immaginazione, scienza e filosofia si mescolano a puntino. Le autrici giocano in maniera felice con i diversi punti di vista e con le diverse interpretazioni del reale, attraverso parole e figure che dialogano, con condividono un tono sognante e che si strizzano reciprocamente l’occhio. L’esperienza di lettura che viene così predisposta è dinamica e intrigante poiché richiede una serie di inferenze e la capacità di muoversi agilmente tra i due codici.

Alla luce di questi aspetti, il libro di Elisa Lazzeri e Sara Cimarosti si presta bene a essere proposto non solo o non tanto in lettura condivisa con bambini in età prescolare ma anche e soprattutto come prima lettura autonoma, poiché unisce sostanza, relativa brevità e ampio spazio alla dimensione visiva. Da questo punto di vista è inoltre molto apprezzabile la scelta dell’editore Bohem press di pubblicare questo albo con caratteristiche di alta leggibilità. Il font EasyReading, la spaziatura ariosa e la sbandieratura a destra vanno infatti a rendere più amichevole la pagina, supportandone la decodifica anche da parte di bambini dislessici.

Dov’è Momo in giro?

Della genialità, accessibilità e trasversalità d’uso dei libri-gioco fotografici di Andrew Knapp abbiamo già detto quando per Topipittori uscì il primo volume della serie, Dov’è Momo?. Un libro non solo progettato con grande cura e capacità di catturare i lettori più piccoli, ma anche emblematico rispetto alla possibilità di scovare occasioni di lettura inclusiva al di fuori delle categorie canoniche di libri accessibili.

Le stesse considerazioni fatte a proposito di questo primo volume, dal canto loro, possono essere prese e riproposte pari pari anche per il secondo, Dov’è Momo in giro?. Pensiamo, in particolare, all’immediatezza delle immagini fotografiche, alla struttura grafica ricorrente e rassicurante (riquadri con soggetti e oggetti nominati a sinistra, fotografia a campo largo in cui cercarli a destra), alla dinamica ludica del cerca-trova che incentiva la verbalizzazione e all’accostamento minimale tra immagine fotografica e parola che ricorda il funzionamento dei simboli della CAA.

Qui, tuttavia, va forse rilevato anche un elemento aggiuntivo. Mentre le situazioni ritratte nel primo volume risultavano perlopiù slegate le une dalle altre, in Dov’è Momo in giro? si può registrare una sorta di sequenzialità. Momo viene, cioè, ritratto prima a casa e di fronte al van che lo porterà in vacanza, poi al lago, poi ancora durante la pausa pic-nic, poi al mare e nel bosco e infine al campeggio per il riposo serale. C’è un viaggio, c’è una giornata che scorre. Cosa vuol dire questo? Che ogni doppia pagina può essere goduta e fruita in sé, ma che allo stesso tempo, può essere letta come parte di un racconto più ampio. E anche in questo, la già citata dinamica interattiva sottesa al volume può nuovamente giocare un ruolo importante perché accompagna e sostiene il lettore nel padroneggiare narrazioni via via più articolate.

A vivacizzare ulteriormente questo secondo volume, contribuisce inoltre un co-protagonista. All’adorato Momo si unisce qui, infatti, un altro cane di nome Boo che come lui si nasconde, si mimetizza, si camuffa nei contesti e nelle maniere più disparate. Insieme a loro, benché non citato nei riquadri alla sinistra di ogni doppia pagina, c’è sempre anche uno special guest che aggiunge pepe e aumenta il grado di difficoltà della ricerca: l’orsetto di peluche. Già saltuariamente presente nel primo volume, l’orsetto diventa qui presenza fissa dal cuscino dell’inizio alla sdraio della fine. Deliziosamente irresistibile!

Animales salvajes – Nowordbooks (Spagna)

Nowordsbooks è un editore spagnolo specializzato nella pubblicazione di libri fotografici per bambini. La sua collana principale si compone di un’ampia serie di libretti di formato quadrato (15×15), maneggevoli e con un numero di pagine ridotto (10 ciascuno). Ogni volume è dedicato a un tema – perlopiù animali, oggetti, paesaggi e relazioni – sviluppato attraverso il medium fotografico.

Le fotografie impiegate – sempre e solo una per pagina – sono chiare, eloquenti e riconoscibili. I libri nascono infatti per soddisfare i gusti e le esigenze di lettori piccolissimi, la cui conoscenza del mondo e capacità di astrazione risultano ancora ridotte. Ad oggi ne sono stati pubblicati circa una cinquantina grazie ai quali i bambini possono esplorare con soddisfazione e ritrovare su carta alcune delle esperienze e dei soggetti a loro più vicini o per loro più attraenti.

Animales Salvajes, per esempio, propone una raccolta di immagini di animali selvatici di diverso tipo – rettili, mammiferi, rapaci – e tipici di diversi ambienti – foresta, savana, deserto, alta quota. Sempre posti al centro dell’inquadratura, rappresentai nella loro interessa e con elementi di sfondo poco confusivi, i soggetti appaiono netti e riconoscibili. Un supporto semplice e al contempo ben progettato per facilitare l’incontro con le pagine, la lettura visiva e la rappresentazione della realtà.

Forme in gioco

Nel perfetto stile di Minibombo, un’app spassosa e divertente per giocare con le forme geometriche, creando scenari fantasiosi e inusuali immagini animate. 

Il meccanismo del gioco è semplice: occorre trascinare le forme nei loro contorni predefiniti e man mano si creerà un’immagine più complessa che al termine del disegno, con un semplice click, prenderà vita con una piccola animazione. La dinamica, già semplice e intuitiva, usufruisce di alcuni ulteriori accorgimenti per rendere il gioco ancora più accessibile:  

– le forme geometriche uguali hanno sempre tutte lo stesso colore: ad esempio tutti  i cerchi sono blu, i quadrati gialli e i triangoli rossi 

-è possibile spostare una forma per volta, senza quindi affollamento visivo sullo schermo di gioco. 

– il piacevole sottofondo musicale si attiva solo durante l’animazione autonoma dell’immagine, rendendo così il “lavoro” del bambino sgombro da distrazioni sonore 

– lo sfondo è sempre neutro, perciò anche visivamente il bambino è aiutato a concentrarsi sulle forme 

Il bambino inoltre è aiutato nell’utilizzo autonomo del gioco grazie a un meccanismo di correzione dell’errore (se la forma inserita è errata, torna al suo posto) e a piccoli suggerimenti per trascinare la forma corretta (che fa un simpatico saltino per tentare di andare al suo posto). 

Espansione dell’omonimo libro “Forme in gioco” di Silvia Borando, quest’app permette di ampliare il tempo e lo spazio di gioco con le forme geometriche, creando pretesti narrativi semplici ma efficaci: insieme, le forme geometriche creano automobili che scalano le montagne,  funivie che attraversano bufere di neve, razzi che partono per mondi sconosciuti. 

In una modalità di gioco di difficoltà lievemente crescente, poichè le forme diventano più numerose e alcune volte sono leggermente nascoste, è possibile scegliere di giocare anche con la “famiglia” dei rombi, trapezi e pentagoni, che invece non compaiono nel libro. 

Adatta per i bambini in età pre-scolare, è un’app particolarmente efficace per stimolare l’uso della motricità fine in maniera insolita, favorendo la narrazione di quanto avviene sullo schermo e sviluppando così il linguaggio in modo divertente. 

 

Intrusi

Bastien Contraire è un artista intrigante e fuori dagli schemi. Il suo libro-gioco Intrusi, uscito in Italia per Edizioni Clichy, ne è la prova. Il meccanismo, qui, è semplice ed è quello anticipato dal titolo: trovare in ogni pagina l’elemento che non c’entra nulla con gli altri. L’intruso, per l’appunto, tra una decina di soggetti.  E fin qui non ci sarebbe proprio nulla di stravagante o geniale. Ma è il modo in cui l’autore propone e declina questo gioco assai noto a fare la differenza.

Le figure che l’autore propone si caratterizzano, infatti, per due aspetti: le forme minimali ma eloquenti e i colori ridottissimi (fucsia, verde, bianco e marrone) ma ipnotici. La combinazione di questi due aspetti fa sì che la distinzione tra le diverse figure che popolano ogni pagina risulti tutt’altro che banale o immediata. Per venirne a capo occorre, infatti, osservare, confrontare, riconoscere, associare e discriminare, districandosi tra forme simili e tinte ricorrenti. Così, se a volte sembra più facile, come quando un pallone da calcio si mimetizza tra i frutti, talaltra è una discreta impresa, come quando un’aragosta si confonde tra gli insetti.

Ecco allora che tra quelle pagine dai dettagli fluo e dalla composizione ordinata si è portati a sostare a lungo. Si leggono le figure, si nominano eventualmente, si creano categorie, si notano somiglianze, si trova la soluzione: un esercizio di lettura visiva straordinario e insieme di catalogazione del reale. Sembra semplicissimo ma in realtà richiede abilità raffinate. E un libro come questo permette di affinarle con molto, molto, molto piacere. Non solo. Di fronte alle associazioni visive imbastite dall’autore potremmo iniziare a chiederci: che gusto può avere un gelato a forma di ombrello? Chi sono gli antenati dell’upupa? Il porta-scotch è ispirato alla forma delle chiocciole?, aprendo così una nuova possibilità di ricerca, dialogo e di invenzione. Se non è creatività questa…

Prendi e scopri

Prendi e scopri è un libro-gioco, ossia un libro che svela il suo senso più pieno solo in virtù della partecipazione attiva del lettore che qui, nello specifico, viene chiamato a prendere, togliere, spostare, ricollocare sulle diverse pagine una serie di elementi removibili. La prima pagina del libro spiega esattamente questo: offre cioè una breve e semplice istruzione di come leggere il volume utilizzando il tondo rosso che si trova lì a fianco e le altre forme removibili presenti nel libro. Quella pagina, vien da pensare, è probabilmente dedicata i grandi: una sorta di rassicurazione per agli adulti più timorosi che condividono la lettura insieme ai bimbi. Questi ultimi ne potrebbero fare a meno. E non perché all’età per la quale il libro è progettato – diciamo, indicativamente, tra i 2 e i 4 anni – non sappiano ancora leggere. Ma perché nella seconda pagina trovano effettivamente il tondo rosso di cui parlano le istruzioni, e quel tondo rosso si presenta infilato in un incastro della stessa forma, con una piccola apertura che ne facilita l’estrazione e con a fianco una parola: prendere.

Ecco, de dovessimo pensare al concetto di affordance, ossia alla qualità di un oggetto che ne rende intuitivo l’utilizzo, questa pagina di Prendi e Scopri potrebbe fare da manifesto. In quella forma minima e accattivante, color rosso accesso che spicca sullo sfondo bianco, in quell’apertura che invita a infilare il ditino e in quella parola che chiama all’azione c’è, infatti, già tutto ciò che serve. Il bambino sente, vede, tocca, esplora. E fa. E qui sta esattamente la forza e la genialità di questo libro: nella capacità di coinvolgere attivamente il lettore in maniera molto naturale e immediata, trasformando il suo agire in un motore di senso. Già, perché quelle forme essenziali che le sue manine estraggono e spostano sono esattamente ciò che con cui i concetti di rompere, costruire, aprire, chiudere, coprire, accendere o spegnere assumono concretezza.

Ci sono il potere del coinvolgimento attivo, il fare che diventa capire, il piacere di manipolare, intuire e trovare soluzioni (per esempio quando sono due triangoli a dover colmare una forma quadrata). Ci sono l’essenzialità delle forme, il contrasto dei colori, la pulizia grafica che orientano l’attenzione. Ci sono la familiarità dei soggetti, la praticità dei verbi e la curiosità della trasformazione che incentivano la scoperta. C’è tutto questo dentro Prendi e scopri e serve la genialità di un’autrice e designer come Lucie Félix per farcelo stare dentro pagine apparentemente semplicissime. L’autrice francese ha un talento vero nell’osservare da vicino i bambini che giocano, leggono, scoprono e nel progettare per loro dei supporti editoriali che ne abbraccino e solletichino l’indole. Libri come Coucou e Poesia in giallo ne sono altri due esempi eloquenti. È un approccio attento e rispettoso, il suo, profondamente e felicemente ispirato alla lezione di Munari. Un approccio in cui capacità di ascolto e osservazione fanno davvero rima con inclusione perché presuppongono la disponibilità a offrire proposte di gioco e letture in cui ciascuno possa trovare la propria dimensione.

In una recente intervista raccolta per Liber, Lucie Félix dice, non acaso: “Spesso fissiamo per i bambini dei traguardi altissimi e gli chiediamo di buttarsi e arrivarci direttamente. Credo, invece, sia importante offrire loro delle tappe e credo che sia molto interessante usare la nostra intelligenza adulta per fare tutto questo. È nostro compito predisporre le cose in modo progressivo. In Prendi e scopri, per esempio, abbiamo un’immagine con gli opposti, abbiamo concetti che possono essere un po’ complicati da capire, ma non dobbiamo per forza leggere padroneggiandoli subito. Per me, il fatto che il bambino possa iniziare a capire che si trova in un piccolo sistema, che ci sarà un insieme di regole e che giocheremo insieme, è già sufficiente e di per sé importante. All’inizio, magari, ci sarà solo il colore rosso che lo chiamerà. Poi si accorgerà che può prendere il pezzo tondo, che lo può spostare e che lo può ricollocare. E voilà: ecco la regola del gioco, si ricomincia!”

Soffia più forte!

Si dice, nel bosco, che se trovi un soffione, ci soffi forte e fai volare via i pappi (qui chiamati per semplicità petali), puoi esprimere un desiderio. Lo scoiattolo lo sa e per questo, appena avvista un soffione volare, non perde l’occasione di soffiarci su. Desidera, infatti, una bella scorta di ghiande! Il suo soffio, tuttavia, non è abbastanza potente perciò chiede rinforzi: prima la volpe, poi il lupo, e l’orso. Ma anche così non basta, perciò lo scoiattolo si gioca il tutto per tutto e va a chiamare la balena. Fu, fu, fu fu fu… Gli amici soffiano insieme ma ancora non basta. Serve un aiuto extra. E se venisse da un posto inaspettato, al di là della pagina, per esempio? Il lettore è così chiamato direttamente in causa a soffiare con i protagonisti. Le pagine dedicate al suo soffio sono ampie e lente: perché quel soffio è davvero importante! Inutile dire che farà la differenza verso un lieto fine con cui sognare, immaginare, desiderare…

Soffia più forte! è un libro che ha tante qualità, sia a livello di contenuto sia a livello di forma. È un libro, prima di tutto, che ha una storia piccola e semplice ma compiuta. Capace di dare soddisfazione al lettore, quindi. Una storia, poi, in cui ci sono almeno due elementi particolarmente funzionali a intercettare i bisogni e le preferenze dei lettori giovanissimi, anche e soprattutto qualora padroneggino con difficoltà delle storie troppo articolate e complesse: l’iterazione e la gradualità. Da un lato, infatti, l’autrice predispone un’ossatura narrativa modulare e dunque positivamente prevedibile (personaggio/i che soffia/no – fallimento del tentativo – ricerca di rinforzi) su cui può felicemente innestarsi la sorpresa finale. E dall’altro sfrutta la capacità rassicurante e facilitante di questa ossatura per ampliare via via la complessità del racconto e aumentare man mano il numero di personaggi coinvolti.

Le illustrazioni, dal canto loro, assecondano questo sviluppo, riservando spazio a un gruppo sempre più consistente di personaggi ed evitando dettagli superflui e distraenti. Delicate e dai contorni sfumate, queste possono risultare di decifrazione non immediatissima. Per contro, donano al volume un fascino interessante. Ben studiato, inoltre, è lo spazio dedicato al soffio del lettore: un’intera doppia pagina chiarissima e quasi vuota, fatto salvo per i pappi volanti, che rende visibile la sospensione che stanno vivendo gli animali del libro (e con loro il lettore) e che valorizza l’interazione richiesta al bambino. Quest’ultima, oltre a costituire un elemento di sorpresa molto appagante e piacevole, determina una significata possibilità di aggancio e partecipazione attiva alla lettura anche da parte di bambini con maggiori difficoltà di attenzione e comprensione.

Nella stessa direzione, peraltro, va la scelta di pubblicare il volume con il supporto visivo dei simboli. Questi ultimi, impiegati secondo il modello inbook (simbolizzazione individuale di ogni elemento testuale, testo in minuscolo racchiuso nel riquadro, simboli in bianco e nero…) hanno il pregio interessante di risultare piuttosto ampi: aspetto, questo, che gioca un ruolo importante nel facilitare la visione e la decodifica della parte grafica, anche e soprattutto in una situazione di lettura in piccolo gruppo.

Pimpa e la scuola di Tito

Quest’anno Pimpa festeggia 50 anni tondi tondi. C’è forse un modo migliore per celebrare un traguardo così importante di rendere accessibili le avventure della cagnolina più amata d’Italia anche a chi fino ad ora non ha potuto farlo? Probabilmente no! Ecco allora che l’iniziativa curata da Franco Cosimo Panini in collaborazione con la Fondazione Paideia appare quantomai felice: l’editore ufficiale di Pimpa e la fondazione torinese molto attiva nella creazione di supporti in CAA hanno infatti dato vita a una serie di storie di Pimpa con il testo supportato visivamente dai simboli WLS.

Si tratta di volumi al contempo molto fruibili e molto curati dal punto di vista compositivo ed estetico. La qualità della carta e della stampa, la grafica e l’impaginazione rendono, infatti, questi libri assolutamente equivalenti, in termini di aspetto oltre che di contenuto, ai libri di cui costituiscono un adattamento. E questo è un goal non da poco per una tipologia di libro – quella in simboli – che spesso deve fare i conti con pubblicazioni non strettamente editoriali e di conseguenza non propriamente di valore.

Non solo: i volumi così confezionati appaiono anche particolarmente rispettosi degli originali. L’aggiunta dei simboli implica di fatto una riduzione dello spazio dedicato alle illustrazioni, che risultano cioè poco più piccole ma egualmente di ampio respiro, ma non compromette l’equilibrio con cui originariamente testi e figure erano stati combinati sulla pagina. Per far sì che questo accada e al contempo per rendere la lettura più accessibile e meno ostica, alcune frasi vengono sintetizzate, eliminate o ridotte, mantenendo però intatto il senso del testo e in buona parte anche il ritmo.

Il processo di simbolizzazione, dal canto suo, appare ispirato a un certo equilibrio tra dettaglio ed economia: la maggior parte delle parole viene, cioè, individualmente simbolizzata, fatto salvo per quei casi in cui risulta più chiaro e comprensibile associare più elementi testuali allo stesso simbolo (es: “la lettera z”, “c’era una volta”…). In generale, articoli e aggettivi vengono sempre uniti al soggetto di riferimento (nel primo caso privi di specifico simbolo, nel secondo caso con il simbolo inserito nello stesso riquadro del simbolo del sostantivo), l’elemento di negazione (non) viene sempre associato al verbo a cui è associato (il cui simbolo appare quindi sbarrato), e le locuzioni verbali vengono sempre tenute compatte (talvolta in associazione a un solo simbolo, talvolta a più di uno).

In Pimpa e la scuola di Tito, Pimpa si prepara ad andare a scuola. Per Tito la faccenda è del tutto nuova perciò, mosso da sincera curiosità, tempesta Pimpa di domande su questo luogo così misterioso. Cosa si fa? Cosa ti insegnano? Come si chiama la maestra? A cosa servono le lettere? Cosa disegnate? Posso venire anch’io? Ma Tito è troppo piccolo, dice Pimpa mentre si appresta a saltare sul pulmino. Poco male: rimasto a casa, Tito trova nei mobili e nei complementi – animati, come sempre accade nelle storie di Altan – un validissimo aiuto per imparare a scrivere, a leggere e a disegnare. Grande sarà la sorpresa di Pimpa al suo ritorno e meritatissima la merenda che i due si concederanno dopo il duro lavoro!

Il cercatore di sirene

La vita di Lisa è tutto fuorché ordinaria. Fin da piccola, infatti, la bambina protagonista di questo libro gira per il mondo insieme al suo papà che fa il cercatore di sirene. Difficile immaginare un mestiere più favoloso! Nel momento in cui la storia ha inizio, i due si trovano per esempio in un’isola sperduta dell’Oceano Indiano: un posto incantevole che offre mille e un motivo per essere apprezzato. Tramonti magici, cibo delizioso, aneddoti intriganti… ma ciò che Lisa ama davvero è aver trovato un amico. Con Shanti, infatti, non solo si dedica a portare ogni mattina le offerte alle creature del mare, ma stila anche prove di coinvolgenti prove di coraggio e sfida gli spiriti maligni dell’isola. Tutto sorprendente, certo, ma mai come il segreto grande che l’isola e i suoi abitanti custodiscono…

Il cercatore di sirene unisce un racconto dal sapore fantastico a un apparato iconografico che cattura l’occhio del lettore e amplifica le atmosfere esotiche tratteggiate dal testo. I colori sgargianti scelti da Karina Vasiliu danno vita a illustrazioni vivaci che da un lato appaiono accattivanti e dall’altro supportano in maniera significativa l’eventuale lettura autonoma del libro. A questo aspetto, d’altro canto, l’editore dedica particolare attenzione. Per il libro è stato scelto, infatti, il font open source ad alta leggibilità OpenDyslexic che mira a rendere più amichevole la decodifica del testo grazie all’inspessimento della parte inferiore dei caratteri, a un design che facilita la discriminazione dei grafemi simili e a una spaziatura maggiore tra le lettere, le parole e le righe. Una scelta, questa, interessante e troppo poco battuta nel settore degli albi illustrati che pur costituiscono un terreno prezioso di prima lettura anche e soprattutto per lettori che sperimentano difficoltà nella decodifica alfabetica.

Il filo

La protagonista de Il filo è una bambina timida. Ce lo dicono con pochi tratti le prime due vignette del libro, dove la vediamo rannicchiata in disparte mentre guarda a distanza e con un po’ di tristezza le compagne che giocano insieme. La vediamo, la riconosciamo, ci immedesimiamo. E siamo pronti a seguirla! Dalla terza vignetta, infatti, la bambina diventa protagonista di un viaggio movimentato e ricco di incontri che cambierà non poco la sua sorte. Tutto merito di un filo viola, metafora consolidata della relazione che ci tiene uniti agli altri, che poggia accanto a lei e di cui lei, fino a quel momento, non pareva essersi accorta.

Un filo che spunta dal nulla e che porta chissà dove è cosa ben bislacca e merita senz’altro di indagare.  Così la bambina inizia a seguirlo e, contemporaneamente, ad arrotolarlo in una matassina, ritrovandosi ad attraversare labirinti sotterranei e boschi intricati, cieli nuvolosi e profondità marine. A ogni cambio di scenario la bambina fa degli incontri – una talpa, un lupo, dei gabbiani e delle sirene – segnati da un istintivo rapporto di mutuo aiuto. A volte è la bambina a venire in soccorso delle creature che incontra, a volte è lei stessa a beneficiarne. E intanto la matassa si infittisce, si infittisce, si infittisce. Fino all’incontro finale che qui non sveleremo. Del filo la bambina non trova, in effetti, il capo. Ma poco importa: è la trama e non la fine a renderci, come umani, felici e soddisfatti!

Il racconto per immagini di Sandrine Kao si caratterizza per uno stile minimale in cui gli sfondi servono essenzialmente a identificare i cambi di scena e a far risaltare le figure in primo piano; in cui i pochi tratti che animano i volti indirizzano in maniera significativa la comprensione di ciò che accade; e in cui il tratto fine che delinea le figure regala alla narrazione un passo lieve e piacevolissimo.

Della collana – Le nuvolette di Arka – di cui Il filo fa parte abbiamo già detto (per esempio qui) un gran bene. Si tratta, nella fattispecie, di un apprezzabile progetto editoriale francese che unisce le qualità inclusive dei libri senza parole a quelle dei fumetti. Assenza di testo, valorizzazione della comunicazione visiva, scansione regolare e rassicurante in vignette, passaggi narrativi dettagliati ed espliciti offrono, infatti, anche ai lettori con difficoltà legate alla decifrazione e alla comprensione una possibilità interessante, accessibile e appagante di lettura, sia autonoma sia condivisa.

Ulteriore valore aggiunto: la collana coinvolge autori da accomunati da una capacità narrativa per immagini molto spiccata ma allo stesso tempo dagli stili molto diversi. Troviamo così volumi più divertenti e altri più teneri, illustrazioni più nette e altre più schizzate, vicende più avventurose e altre più votate all’invenzione. E questo non è un aspetto da sottovalutare perché il diritto alla lettura si nutre anche della varietà di proposte che ai bambini possono essere offerte. Perché non tutti i gusti dei lettori sono uguali e perché uno scaffale più ricco, anche all’interno della medesima tipologia testuale, significa maggiori possibilità di scoperta, pensiero e immaginazione.

Ode all’estate

Ode all’estate è un silent book che offre al lettore una duplice esperienza: il riconoscimento di alcune sensazioni tipiche della stagione estiva e l’immersione in una storia piccola e ordinaria che riserva per il finale un sorridente guizzo fantastico. Tra le sue pagine senza parole firmate da Francesca Aiello si avvertono il calore del sole a picco, il piacere di piccoli gesti rinfrescanti, la concentrazione assorbente di un progetto di sabbia e la frustrazione di fronte all’invadenza incontrollabile delle onde.

Il ritratto che l’autrice di offre di una bimba alle prese con le più comuni attività da spiaggia è molto vivo e molto vero. Tra quelle immagini riconoscibili l’autrice dissemina, però, alcuni dettagli curiosi: indizi di una storia che può prendere una piega inattesa. Quei dettagli assumono, in particolare, la forma di un granchietto dai colori sgargianti che spia partecipe le attività costruttive della protagonista, goffamente nascosto dietro una formina gialla. A cosa si debba tanto interesse lo si scopre alla fine, quando quello che sembra un comune castello di sabbia, prende inaspettatamente vita…

Apparentemente semplice e rivolto a bambini piccoli e con poca esperienza di lettura – per quelle sue figure grandi, quei suoi colori pastello e quella sua protagonista dalle guance paffute – Ode all’estate richiede in realtà un certo spirito di osservazione e una certa abilità di decodifica visiva. Il libro è infatti, tutto giocato su inquadrature più o meno ravvicinate, su sequenze narrative che si sviluppano all’interno della stessa pagina e su piccoli dettagli che cambiano da un passaggio all’altro. Occorre dunque riconoscere gli oggetti che rimangono inalterati nonostante il cambio di prospettiva o capire, per esempio, che le sei mani che compaiono su una pagina sono in realtà le stesse due immortalate in tre momenti successivi. In questo senso, il libro richiede un minimo di dimestichezza con l’interpretazione delle figure o può, per altri versi, diventare un supporto interessante proprio per allenare questo tipo di abilità.

Un livre (Francia)

Se c’è un autore che ha dedicato la sua opera artistica a dare vita a libri in cui il piacere e il gioco fossero protagonisti, quello è senza ombra di dubbio Hervé Tullet. Il suo Un libro è forse, in questo senso, il suo titolo più emblematico: un progetto editoriale originale che in maniera intelligentissima e divergente esplora e sviluppa su carta il concetto di interattività.

Il meccanismo che vi sta alla base è semplice e immediato. Ogni pagina indica al lettore una semplice operazione (schiaccia, scuoti, soffia, inclina…) che deve compiere sulle figure che compaiono sulla pagina. Ognuna di queste operazioni genera una trasformazione sulla pagina successiva. Le figure – essenzialmente cerchi gialli, rossi e blu – cambiano infatti dimensione, posizione e sfondo in funzione di ciò che il lettore fa, assicurandogli a ogni passaggio sorpresa e divertimento. Impossibile stufarsi!

Geniale e innovativo, soprattutto considerando il periodo in cui è stato creato (siamo all’inizio degli anni 2010, quando i libri-gioco di qualità non erano esattamente numerosissimi), Un libro è presto diventato uno dei libri interattivi più amati, conosciuti e diffusi sia in famiglia sia nei servizi socio-educativi. Un libro è, insomma, un progetto molto amato e ha tutte le ragioni si esserlo. Per questo, la scelta della casa editrice francese Les Doigts Qui Rêvent di realizzarne una versione tattile, fruibile anche in caso di disabilità visiva, è per noi una scelta particolarmente felice. I libri belli e innovativi, che incidono profondamente sui nostri immaginari, meritano di essere portati a tutti i bambini!

Non solo: oltre ad avere tutte queste qualità, Un libro ha anche una composizione particolarmente funzionale a un adattamento di tipo tattile. Le sue figure minime ed essenziali, la sua predisposizione a un’interazione fisica con la pagina e la sua pulizia grafica facilitano, infatti, in maniera significativa la trasposizione per il tatto. E poco importa che il volume originale si basi, di fatto, sui colori: a ben guardare, ciò che conta, sono l’azione e la distinzione. Se al posto di schiacciare il pallino giallo, per esempio, il bambino è chiamato a schiacciare quello peloso, non sarà difficile intuire quanto poco cambi i fini del piacere di lettura e della realizzazione del progetto dell’autore.

Il lavoro fatto dall’équipe di Les Doigts Qui Rêvent va in questa direzione: vengono mantenuti fedeli all’originale le trasformazioni delle forme, il ritmo e l’andamento del testo e in buona parte l’impianto grafico, mentre i tre colori che caratterizzano i cerchi, vengono sostituiti da tre texture differenti e molto ben distinguibili (una pelosa, una setosa e una vellutata). Voilà, il gioco è presto fatto, con massima resa e minimi compromessi.

Il volume pubblicato dalla casa editrice francese, risulta fruibile in autonomia in caso di disabilità visiva anche nella sua parte testuale. Quest’ultima, a grande carattere, è infatti trascritta anche in Braille. Può essere tuttavia utile sottolineare che l’aggiunta di elementi tattili può rappresentare un valore aggiunto non solo per chi non può vedere la pagina tradizionalmente stampata. La possibilità di godere di un’esplorazione multisensoriale rappresenta infatti una ricchezza per qualunque lettore: per chi per esempio necessita di un rapporto più fisico con il libro per mantenere alto l’interesse ma anche per chi può già aver scoperto Un libro nella sua forma più nota e può qui sperimentarlo in una forma nuova.

Pimpa e la gita nella foresta

Quest’anno Pimpa festeggia 50 anni tondi tondi. C’è forse un modo migliore per celebrare un traguardo così importante di rendere accessibili le avventure della cagnolina più amata d’Italia anche a chi fino ad ora non ha potuto farlo? Probabilmente no! Ecco allora che l’iniziativa curata da Franco Cosimo Panini in collaborazione con la Fondazione Paideia appare quantomai felice: l’editore ufficiale di Pimpa e la fondazione torinese molto attiva nella creazione di supporti in CAA hanno infatti dato vita a una serie di storie di Pimpa con il testo supportato visivamente dai simboli WLS.

Si tratta di volumi al contempo molto fruibili e molto curati dal punto di vista compositivo ed estetico. La qualità della carta e della stampa, la grafica e l’impaginazione rendono, infatti, questi libri assolutamente equivalenti, in termini di aspetto oltre che di contenuto, ai libri di cui costituiscono un adattamento. E questo è un goal non da poco per una tipologia di libro – quella in simboli – che spesso deve fare i conti con pubblicazioni non strettamente editoriali e di conseguenza non propriamente di valore.

Non solo: i volumi così confezionati appaiono anche particolarmente rispettosi degli originali. L’aggiunta dei simboli implica di fatto una riduzione dello spazio dedicato alle illustrazioni, che risultano cioè poco più piccole ma egualmente di ampio respiro, ma non compromette l’equilibrio con cui originariamente testi e figure erano stati combinati sulla pagina. Per far sì che questo accada e al contempo per rendere la lettura più accessibile e meno ostica, alcune frasi vengono sintetizzate, eliminate o ridotte, mantenendo però intatto il senso del testo e in buona parte anche il ritmo.

Il processo di simbolizzazione, dal canto suo, appare ispirato a un certo equilibrio tra dettaglio ed economia: la maggior parte delle parole viene, cioè, individualmente simbolizzata, fatto salvo per quei casi in cui risulta più chiaro e comprensibile associare più elementi testuali allo stesso simbolo (es: “la lettera z”, “c’era una volta”…). In generale, articoli e aggettivi vengono sempre uniti al soggetto di riferimento (nel primo caso privi di specifico simbolo, nel secondo caso dotati di simbolo inserito nello stesso riquadro del simbolo del sostantivo), l’elemento di negazione (non) viene sempre associato al verbo a cui è associato (il cui simbolo appare quindi sbarrato), e le locuzioni verbali vengono sempre tenute compatte (talvolta in associazione a un solo simbolo, talvolta a più di uno).

In Pimpa e la gita nella foresta, Pimpa compie un viaggio fin dall’altra parte dell’oceano, trasportata dall’onda Wanda e accompagnata dal tucano Zezè. Nel mezzo, fa la conoscenza di un’ampia gamma di animali amazzonici – pappagalli, tapiri, giaguari e capibara – ciascuno dei quali si presenta, evidenziando una sua caratteristica particolarmente significativa (il colore, l’indole, la somiglianza con animali più familiari…). L’esplorazione della foresta si fa così ancora più entusiasmante per Pimpa che però, fattasi l’ora di rientrare, non trova più la sua canoa. Per fortuna c’è il caimano Cacà, provetto surfista, che l’accompagna fino a casa sulla sua tavola. Ma le lunghe traversate mettono fame, si sa. Ecco allora che le deliziose ciambelle preparate da Armando chiudono in dolcezza una giornata a dir poco speciale.

In riva al mare… il mio primo album fotografico

Formato quadrato, pagine spesse, lunghezza corposa, impaginazione pulita e regolare: quanto è bello addentrarsi in un libro ben fatto come In riva al mare… di Nathalie Seroux! Progettato per piccoli mani e occhi curiosi, questo cartonato appare prima di tutto robusto e capace di affrontare esplorazioni ripetute e un poco irruente come possono essere quelle dei lettori meno esperti. Ma così come l’esterno risponde a specifiche esigenze di lettura, parimenti fa l’interno. Ogni pagina presenta infatti una fotografia quadrata con un soggetto ben riconoscibile e, subito sotto, la parola che lo definisce. I soggetti scelti sono tutti legati al contesto della spiaggia e richiamano esperienze perlopiù familiari al potenziale lettore. Si va dalle racchette ai cappelli da sole, dalla crema solare agli scogli, dal tramonto ai gabbiani. Le pagine sono molte (50, un numero tutt’altro che abituale nei libri rivolti alla primissima infanzia) e altrettanti sono gli oggetti ritratti: quella che ne risulta è dunque una carrellata molto ampia di cose ed esperienze collegate alla vita di mare.

In questo senso, ciò che rende particolarmente interessante il volume è il fatto che offra una molteplicità di stimoli in riferimento allo stesso contesto, immortalando sia oggetti tangibili (le alghe, il secchiello, l’ombrellone…) sia cose impalpabili (il tramonto, l’orizzonte, l’alta marea…) e dando spazio tanto a esperienza molto familiari e ordinarie (i pesci, le barche, la paletta…) quanto a possibilità di scoperta che allargano lo sguardo e nutrono la curiosità (il faro, l’astice, la falesia…). C’è ciò che si conosce e c’è ciò che non si conosce bene o che non si conosce affatto. Il primo rassicura, il secondo incuriosisce: di entrambi, quando si è piccoli, c’è gran bisogno. Inoltre, che si tratti di soggetti noti così come di figure più distanti dal vissuto, l’autrice (e con lei la traduttrice!) prestano attenzione ad associarli alle parole più precise possibili, anche se questo significa privilegiare vocaboli poco ordinari. Melma, ciottoli, astice, villleggianti… di certo non sono parole comuni, ma quanto può essere prezioso per un bambino farne esperienza, prima di tutto sonora e poi di significato?

Ecco allora che appare chiaro come In riva al mare… risulti un ottimo esempio di come i libri progettati per i piccolissimi non possano (e non debbano!) rinunciare alla complessità. Parole esatte ed evocative, soggetti scelti in maniera non banale e progettazione accorta che non trascura nulla, dallo spessore delle pagine all’inquadratura delle fotografie, trasformano quella che può apparire come una semplicissima possibilità di lettura visiva in una raffinata e appagante opportunità di scoperta. Un’opportunità, peraltro, molto inclusiva e accessibile nella misura in cui l’associazione puntuale tra figura e parola, l’impaginazione priva di elementi di distrazione, l’inquadratura chiara dei soggetti, la riconoscibilità propria del medium fotografico e la presenza frequente di soggetti umani che interagiscono con gli oggetti consentono una fruizione ampia del libro e una coinvolgente immedesimazione.

In riva al mare… nasce in Francia, all’interno di una bellissima collana di imagier fotografici dell’editore Éditions de la Martinière. Ne fanno parimenti parte volumi per esempio sugli ortaggi, sui mezzi del cantiere, sulla città e sulla montagna. L’auspicio è che tutti loro possano presto arrivare anche sul nostro mercato, proprio come l’apripista dedicato alla spiaggia, per offrire ai lettori più giovani esperienze di lettura visiva e di conoscenza del mondo mai banali e via via sempre più ampie.

Come fare felice un ippopotamo

Nel caso un ippopotamo vi venisse a trovare, è bene che sappiate come comportarvi. Alcune cose – un’accoglienza calorosa, una vasca piena di giochi, un’insalata croccante, un commiato allegro – possono, infatti, rendere il soggiorno dell’animale particolarmente piacevole. Per fortuna, grazie all’albo firmato da Sean Taylor, non vi troverete impreparati! L’albo, disponibile in versione tradizionale per Babalibri e da oggi anche in simboli per Officina Babùk, illustra infatti molto chiaramente le abitudini e le preferenze di un ippopotamo in trasferta, ma anche – gran finale! – le conseguenze che un trattamento troppo ospitale potrebbe portare con sé!

Divertente e curioso, Come far felice un ippopotamo trasforma fin dalla prima riga il surreale in qualcosa di assolutamente normale e ordinario, aprendo così la strada a un racconto deliziosamente fuori dalle righe. Certo, per quei lettori che faticano a sganciarsi dal piano del reale, questa evasione fantastica potrebbe rappresentare un ostacolo. Alcuni aspetti particolarmente significativi dell’albo, tuttavia, contribuiscono ad agevolare la comprensione del racconto e l’aggancio a una dimensione narrativa poco familiare.

La struttura iterata e in due tempi – descrizione della situazione/descrizione della soluzione proposta –, per esempio, va in questa direzione, facendo leva sul collaudato equilibrio tra attesa e sorpresa. Allo stesso modo, l’adattamento del testo, più marcato rispetto ad altri titoli della stessa collana, predispone un racconto lineare, pulito e schietto. Piccole sostituzioni come “fa ridere” in luogo di “fa fare un sacco di risate”, anticipazioni dei soggetti o asciugature sintattiche consentono infatti di rendere il testo più immediato e fruibile anche da parte di chi tende a perdersi tra costrutti troppo articolati o espressioni figurate.

Le illustrazioni, dal canto loro, sposano perfettamente il tono divertito e divertente del racconto e, se da un lato, non disdegnano dettagli appena schizzati e  inquadrature tutt’altro che statiche, dall’altro tendono a illustrare solo gli elementi strettamente essenziali allo sviluppo della narrazione, facilitandone l’identificazione il collegamento con il testo.

Poesia in giallo

Quanto è geniale il lavoro di Lucie Felix! Già amatissima per il suo Coucou, purtroppo mai adottato da un editore italiano (ma comunque reperibile e fruibile anche nella sua edizione originale), l’autrice francese torna a deliziarci con un nuovo progetto innovativo e sorprendente: un libro-gioco di poesia.

Poesia in giallo, così si intitola il volume, propone infatti al giovanissimo lettore – idealmente di età prescolare – una poesia che prende forma man mano che le sue mani interagiscono con le illustrazioni. Queste ultime, contraddistinte da forme essenziali apparentemente neutre, svelano infatti il loro significato quando il lettore vi poggia sopra il piccolo cerchio giallo estratto dalla prima pagina. Sarà proprio quel cerchio a dare senso all’uovo come all’anemone, al muso del gatto come alla luna. La poesia che il libro offre è, infatti, una meta-poesia, una poesia sulla poesia e sul suo potere trasformativo ma anche una poesia sulle cose di tutti i giorni il cui lato poetico viene a galla se sappiamo come giocarci.

Già, perché il gioco è proprio la chiave. Il gioco della parola che trasforma il quotidiano, il gioco della mano che compone le figure, il gioco della fantasia che fa proprio il mondo. Con e attraverso il gioco, anche una parola apparentemente ostica come quella poetica può farsi tangibile e accessibile, su misura per piccole mani e per piccole orecchie. Concorrono a questo scopo anche altri aspetti del volume dal formato quadrato, non ultimi la grafica rassicurante (testo a sinistra, figura a destra), le forme minime ma estremamente eloquenti e i colori pieni e accesi che chiamano in maniera irresistibile. E questa vivacità cromatica, così come le robuste pagine di cartone, è come se dicesse a gran voce che la poesia è a tutti gli effetti cosa da bambini. Si può forse darle torto?

Meritatissimo finalista del Premio Nati per Leggere 2025, Poesia in giallo è davvero un progetto editoriale ben fatto, capace di coniugare in maniera efficace raffinatezza e semplicità. Ché accessibile – non smetteremo mai di ripeterlo – non significa per forza facile, né tantomeno banale. I bambini, tutti, meritano di essere solleticati, sfidati, accessi da proposte che alzano via via l’asticella: sta a chi i libri li crea, trovare il modo di far sì che arrivare a quell’asticella diventi cosa possibile. Ecco, questa è una cosa che Lucie Félix sa fare con maestria.

Bonus track: Fatatrac ha previsto e fornito in quarta di copertina un cerchio giallo di riserva, qualora quello reperito in prima pagina venisse perso. Accorgimento, questo decisamente utile, intelligente e apprezzabile. Viva i libri progettati per durare!

Come cane e gatto

Come cane e gatto è un libro per bambini in età 0-6 anni dalla struttura interessante. Ogni sua doppia pagina immortala una diversa situazione di cui il cane e il gatto cui fa cenno il titolo sono i protagonisti. Le diverse situazioni hanno luogo in ambienti differenti della casa – dal bagno alla cucina, dal giardino al vialetto – dunque in contesti tendenzialmente familiari al bambino e vedono ognuno dei due personaggi compiere una diversa azione. I due, in particolare, giocano, si riposano, esplorano, ma soprattutto combinano piccoli guai. L’impianto narrativo è quindi stabile e piacevolmente prevedibile: prevedibilità sulla quale va di volta in volta a innestarsi una piccola sorpresa, dettata dai comportamenti dei due personaggi.

Ma c’è un altro aspetto che concorre a consolidare e rendere particolarmente apprezzabile l’assetto compositivo di questo volume: la scansione tripartita che caratterizza lo sviluppo di ogni scena. La pagina di destra propone un oggetto chiave che aiuta la contestualizzazione, quella di sinistra un’onomatopea che suggerisce ciò che accade e infine la pagina nascosta sotto l’aletta svela il ruolo del cane e del gatto. C’è dunque una sorta di ritualità che contraddistingue queste pagine e una capacità di strutturare il racconto per gradi e in forme differenti (una parola – un’onomatopea – due versi in rima). Teresa Porcella, che peraltro è anche l’interpreta del contenuto musicale fruibile tramite QR code, è molto brava in questo e sa trasformare il minimalismo comunicativo in un’ampia possibilità di accesso. Le figure di Santo Pappalardo sono, a loro volta, minimali e funzionali a entrare piano piano nella scena.

In virtù di questi aspetti – struttura iterata, tripartita e dalla complessità progressiva; coinvolgimento attivo dovuto alla presenza delle alette;  cura della dimensione sonora grazie alla presenza di onomatopee e all’aggiunta di contenuti audio – il libro può essere non solo fruito in modalità diverse ma anche apprezzato ad ampio raggio, anche laddove la comprensione e l’attenzione possano risultare compromesse.

In volo con la matematica

Il metodo analogico approda anche in formato software, con una vasta raccolta di attività che si possono svolgere da soli o in classe.  La consolidata cornice grafica di Pitti accoglie 5 sezioni di attività che richiamano gli strumenti tipici del metodo analogico, come la linea dei numeri, ma che sono usufruibili da tutti i bambini per cimentarsi con il calcolo mentale e i primi problemi. La sintesi vocale e la possibilità di attivare le istruzioni scritte rendono questo software usufruibile dal bambino anche in modo autonomo, per il ripasso e il consolidamento delle conoscenze.

Le cinque sezioni – casa dei numeri, quantità, addizioni, sottrazioni e problemi – propongono a loro volta molti esercizi diversi, che permettono di lavorare sulle diverse richieste dei primi anni della scuola primaria ma sono usufruibili anche nella scuola dell’infanzia per un primo approccio al calcolo mentale e al conteggio.

L’impostazione intuitiva, con una cornice grafica essenziale e gli aiuti visivi sempre a disposizione del bambino (ad esempio, per mettere in ordine crescente i numeri si abbinano a immagini di foglie dalla più piccola alla più grande) rendono questa proposta altamente inclusiva e adatta anche a bambini con difficoltà cognitive che necessitano di una modalità didattica diversa, motivante e innovativa.

Oltre che nella versione software, è disponibile anche in app per Android e Ios.

Le avventure di Aldo

Ci può essere molta poesia in brevi storie di cose quotidiane. Le avventure di Aldo ne è la prova evidente. Nelle tre storie che compongono questo albo illustrato, da tempo in catalogo per Babalibri e ora disponibile anche in simboli grazie a Officina Babùk, la lucertola protagonista vive e riesce a far vivere al lettore tutta la deliziosa felicità che si nasconde in una torta di ribes, in una scorpacciata condivisa di nocciole o in un bagno al chiaro di luna. Aldo ha, infatti, questa qualità: riesce sempre a trovare il lato positivo delle cose e a godere del bello che ogni giorno può riservare. Con lui c’è sempre l’amica Giosetta, compagna di avventure quotidiane e di chiacchiere: una presenza sorridente che contribuisce a rendere un bagno di schiuma la cosa più bella del mondo!

Garbato e gustoso dal punto di vista narrativo, Le avventure di Aldo è anche interessante dal punto di vista dell’accessibilità. In primis, in virtù dei simboli WLS che affiancano il testo alfabetico (stampato in maiuscolo). La loro presenza, tutt’altro che invasiva dal punto di vista grafico, offre un supporto prezioso a chi per ragioni diversi fatichi a decodificare in autonomia le parole scritte o a seguire con attenzione quelle lette da un mediatore. Le scelte che orientano la simbolizzazione privilegiano un certo grado di dettaglio e complessità (con la presenza, per esempio di qualificatori di numero o di simboli distinti per preposizioni e sostantivi di riferimento), compatibile con il tipo di racconto. Lineare ma dotato di una certa articolazione e di diversi passaggi narrativi, quest’ultimo può infatti essere ben apprezzato anche da lettori alle prese con le prime decifrazioni autonoma.

Il testo, dal canto suo, appare piuttosto amichevole a abbordabile, contraddistinto com’è da frasi prevalentemente brevi e paratattiche e da strutture sintattiche lineari in cui il soggetto è sempre esplicitato. Grafica e illustrazioni, infine. Anche queste ultime concorrono infatti a determinare l’elevato grado di fruibilità dell’albo. La collocazione costante del testo nella parte bassa della pagina, l’a capo dopo goni punto fermo e lo stile chiaro, minimalista ed eloquente delle figure contribuiscono infatti in maniera significativa a rendere la pagina accogliente, di agevole esplorazione e riconoscibile nei suoi contenuti.

Fiammetta cerca casa

La casa editrice Puntidivista è da sempre impegnata nella realizzazione di libri in formati e versioni diverse (con testo in nero e Braille, per esempio e inserti tattili, con traduzione in LIS o con il supporto visivo dei simboli, senza parole e con elementi ludici e via dicendo…) che possano assecondare esigenze di lettura variegate. Così, del libro tattile Una casa per Fiammetta ha messo a punto anche una versione in simboli che può valere la pena scoprire perché metta a frutto riflessioni interessanti.

La storia è sempre quella molto elementare di Fiammetta che nasce da un vulcano durante un’eruzione e che decide di andare per il mondo a cercare una nuova casa. L’impresa è però meno semplice del previsto perché, data la sua natura infuocata, né il bosco né le case si rivelano essere buone opzioni. La soluzione arriverà inaspettata grazie all’incontro con un fornaio il cui forno non ha mai funzionato. Non sarà difficile immaginare dove Fiammetta possa felicemente trovare, infine, la sua nuova dimora…

Nella versione in simboli, che prende il titolo di Fiammetta cerca casa, il testo rinuncia alla rima ed è profondamente asciugato. Viene così a comporsi di frasi perlopiù brevi e paratattiche, più agevoli da comprendere oltre che da simbolizzare. I simboli con il testo viene supportato visivamente non fanno parte di una collezione comune, come possono essere i simboli WLS o i simboli PCS, ma sono creati ad hoc dalla casa editrice stessa. Si tratta di simboli comunicativamente piuttosto efficaci e perlopiù votati a esprimere concetti concreti. I simboli meno immediati si caratterizzano per l’uso del colore rosso applicato ad alcuni dettagli. È il caso, per esempio delle preposizioni e lo scopo è quello di facilitarne la comprensione. I simboli sono dal canto loro accompagnati da testi in maiuscolo, riquadrati insieme ai simboli stessi.

L’aspetto più peculiare di questo libro, così come di altri recentemente messi a punto dalla casa editrice come Io aspetto te qui, è l’aggiunta di dettagli tattili alle illustrazioni. Questo accorgimento, spesso adottato solo in relazione a bambini con disabilità visiva, risulta infatti estremamente funzionale e prezioso anche per bambini con difficoltà cognitive e comunicative. Esso facilita, infatti. l’aggancio, la motivazione, l’attenzione e l’appropriazione del racconto. Si tratta dunque di una scelta vincente che come spesso accade nasce dall’intelligente disponibilità a superare rigide categorie editoriali per dare vita a risorse nuove, ibride e sperimentali.

In questo caso, in particolare, il lettore può esplorare tattilmente il vulcano da cui nasce Fiammetta, la casa in cui prova ad abitare, il cuoco e un pezzo del forno, tutti perlopiù realizzati in feltro. Un accorgimento tutto sommato semplice ma che può rivelarsi molto efficace.

Palla di neve

Quella di Palla di neve è una storia di smarrimento e di ricerca, di solidarietà e di crescita. Protagonista è un cucciolo di volpe bianca che, nel bel mezzo di una tempesta di neve, perde la sua famiglia e si trova improvvisamente sola. Da lì in avanti, il suo cammino sarà costellato di incontri, alcuni pericolosi come quello con un umano arrabbiato, altri felici, come quello con la grande balena. Fino a quello determinante con l’orso bruno, rimasto bloccato da un albero caduto. Vedendolo e riconoscendone la difficoltà, Palla di neve supera il timore di venire attaccato e trova una soluzione per liberarlo. Da quel momento non sarà più sola: condizione vincente per rimettersi in cammino e ritrovare finalmente i cari smarriti.

Tenera e avventurosa, la storia di Palla di neve è raccontata attraverso l’efficace formula del fumetto senza parole, caratteristica della collana Le nuvolette di cui il libro fa parte. Si tratta di una formula efficace e stimolante che mescola la regolarità rassicurante della partitura in vignette al potere comunicativo delle figure. L’accessibilità legata all’assenza di testo alfabetico si unisce dunque a quella garantita da una scansione rigorosa delle illustrazioni che guida il lettore nella comprensione ed eventualmente nella verbalizzazione di ciò che accade. Il risultato è un racconto per immagini ricco di avvenimenti e che ciononostante accompagna passo passo chi legge.

Come me, come te

Da una manciata di anni il mondo editoriale italiano sembra essersi accorto delle potenzialità dei libri fotografici. I volumi di Tana Hoban e Ylla hanno, in particolare, aperto lo strada, rendendo evidente quanto apprezzato e apprezzabile possa essere questo tipo di risorsa. Versatile e riconoscibile, la fotografia rappresenta peraltro un medium molto interessante anche in termini di accessibilità, nella misura in cui può predisporre terreni di esplorazione visiva e narrativa particolarmente fruibili anche da parte di chi manifesta difficoltà cognitive, legate per esempio al piano dell’astrazione.

Come me, come te, progetto originale di Carolina Zanier sposato da Camelozampa, ne è una prova eloquente. Il libro si sviluppa attraverso una serie di coppie di fotografie affiancate: quella di sinistra immortala sempre un elemento naturale, quella di destra si concentra su soggetti umani. Tra le due c’è sempre un legame di somiglianza da cogliere: formale, come nel caso dei cerchi del tronco che ricordano quelli dell’impronta digitale, o concettuale, come la lumaca e il grande orologio uniti dal tema del tempo. Ampie e incantevoli, le fotografie di Carolina Zanier dicono in maniera efficacissima la vicinanza tra uomo e natura, gli intrecci che tra i due mondi incessantemente si possono cogliere, la meraviglia di un processo universale di trasformazione.

Sono loro le vere protagoniste di questo volume. Ad accompagnarle, c’è un testo minimo: due o tre parole per pagina, come didascalie evocative e sospese che indirizzano lo sguardo del lettore e che compongono una sorta di poesia sulla vita, sull’infanzia, sul potere della crescita. Viene da chiedersi se la sua totale assenza avrebbe potuto rendere il volume ancora più significativo e affascinante, incentivando forse la libertà di movimento e l’attivazione di personali connessioni.

Certo, così composto, Come me, come te accompagna il lettore lungo un binario scelto e come tale più rassicurante. Esso dichiara, inoltre, in maniera lampante che la natura e la sua rappresentazione fotografica posseggono un’innata componente poetica e che il nostro sguardo e la nostra voce sono tutto ciò che occorre per farla venire a galla. Il libro si presta in questo senso non solo ad accogliere esplorazioni visive suggestive e accessibili, ma anche a invitare il lettore a proseguire il gioco delle somiglianze una volta chiusa l’ultima pagina.

COMPRENSIONE E PRODUZIONE VERBALE 3

L’ultimo della fortunata serie di “Comprensione e produzione verbale” propone la medesima struttura dei precedenti – una raccolta di storie con testo da leggere o ascoltare e seguenti esercizi di comprensione con stimoli figurati – con alcune proposte di brevi attività legate alla produzione verbale. La formula ormai consolidata permette al bambino di fare “un salto in più” dalla pura comprensione del testo per cercare di legare le situazioni affrontate nelle storie alla propria quotidianità.

Le storie, sempre inerenti ad esperienze che può aver affrontato il bambino, come un pomeriggio al parco, una festa di compleanno, la vita scolastica o i litigi in famiglia, diventano un pò più complesse dal punto di vista narrativo permettendo così di accompagnare il bambino che cresce. L’inserimento di proposte che riguardano maggiormente la produzione verbale, come ad esempio “clicca sulle azioni che puoi fare all’asilo” oppure “cosa fai per addormentarti alla sera?” accompagnano lo sviluppo cognitivo del bambino che a 7/8 anni è pronto per esprimere in autonomia un suo pensiero e cercare le parole più giuste per farlo.

Punto di forza di questa proposta è sicuramente la presenza di elementi figurati per le domande di comprensione, che facilitano l’aggancio mnemonico e il reperimento lessicale. La numerosità delle storie, divise in sezioni di difficoltà crescente, lo rende un software ampio e versatile: è infatti adatto anche a bambini più grandicelli con difficoltà di linguaggio e ritardo cognitivo lieve.

Il giorno in cui cadde la neve

Cosa fanno gli animali quando cade la neve? Ispirata dalle tavole dell’artista giapponese Ohara Koson, Cristina Petit immagina che si comportino esattamente come gli umani, dilettandosi tra battaglie e pupazzi, ciascuno secondo la propria indole. Il giorno in cui cadde la neve mette dunque in scena anatre, corvi, tigri, falchi e passerotti, in un dialogo fitto, accesso dal depositarsi del soffice manto.

C’è chi aizza, chi si fa schivo, chi non si tira indietro di fronte alla sfida, chi cerca alleanze, chi si nasconde. Ciascuno vive il grande gioco della neve con un’attitudine diversa, più o meno intraprendente, così come natura comanda. Alla fine si fa sera e si torna ai rispettivi nidi. Domani è un altro giorno, il grande gioco potrà ripartire…

Caratterizzato da tavole raffinate, insieme poetiche e precise, l’albo edito da Pulce ha una genesi particolare, nella misura in cui l’autrice prova a tendere dei fili narrativi tra tavole illustrate che nascono tra loro separate. Il risultato è piuttosto efficace e affascinante. Il libro si sviluppa, inoltre,  in un particolare formato verticale e mette a disposizione anche la versione audio del racconto. Agevolmente fruibile tramite qr code, quest’ultima, risulta fresca e piacevole e consente di ampliare le possibilità di lettura. Nella stessa direzione, d’altro canto, vanno anche la scelta di privilegiare illustrazioni molto realistiche e riconoscibili e una stampa in carattere maiuscolo.

Il lupo e i sette capretti

Mondadori ha da poco inserito nel suo catalogo di libri illustrati una serie di volumi dedicati alle fiabe tradizionali le cui caratteristiche risultano interessanti. Si tratta di fatto di volumi snelli e dalle ampie illustrazioni in cui il testo è duplice: quello originale dei fratelli Grimm e quello a questo ispirato ma semplificato.  Se il primo presenta un carattere minuscolo, una lunghezza consistente (due o tre paragrafi per pagina) e una certa ricchezza lessicale e sintattica, il secondo si caratterizza invece per l’uso del maiuscolo, per una netta brevità (due-tre righe per pagina) e una notevole semplificazione lessicale.

La scelta di combinare due versioni dello stesso testo all’interno del medesimo volume è abbastanza insolita (anche se non del tutto inedita. Si veda per esempio questa proposta di Erickson) e funzionale al fatto di impiegare lo stesso libro per condividere la stessa storia con bambini dalle abilità diverse e/o per supportare il percorso di lettura di un bambino da un livello più semplice a uno più complesso. Il fatto di poter fare riferimento alle medesime illustrazioni può costituire, infatti, un elemento facilitante in questo senso.

Le illustrazioni, firmate da Rocio Bonilla sia in questo volume dedicato a Il lupo e i sette capretti, sia in quello dedicato a Cappuccetto Rosso, risultano dal canto loro amichevoli e di taglio piuttosto didascalico. A fianco di alcuni dettagli delle illustrazioni stesse vengono riportate delle specie di etichette funzionali a identificare e nominare gli oggetti o le azioni rappresentate. L’editore, che in copertina parla di tre livelli di lettura, considera probabilmente queste etichette come il livello base, anche se la loro funzione in termini narrativi risulta di fatto abbastanza irrilevante.

Dov’è Momo?

Irresistibile Momo! Burlone, astuto e molto molto cool, Momo è un cagnolone che ama giocare a nascondino. Grazie all’intuizione del suo padrone, questa sua passione diventa un divertente e coinvolgente filo narrativo che invita il lettore a seguire e scovare il quadrupede nelle situazioni più disparate. Nel volume Dov’è Momo?, quest’ultimo si nasconde infatti in giardino e in camera da letto ma anche in luoghi ben più improbabili come il luna park, la biblioteca o la palestra. Ne vien fuori un libro che è una specie di viaggio e di caccia al tesoro: ogni doppia pagina presenta, infatti, sulla destra una fotografia in cui cercare Momo e sulla sinistra quattro riquadri con altrettante fotografie di oggetti, ciascuno opportunamente nominato, anch’essi da ritrovare all’interno della scena.

Nato da un’idea coltivata su Instagram e pubblicato per la prima volta in America con il titolo Let’s find Momo!, il libro di Andrew Knapp  risulta estremamente accattivante ma anche molto fruibile. In primo luogo perché sfrutta immagini fotografiche, molto immediate, riconoscibili e apprezzate anche che parte di lettori con difficoltà di astrazione. In secondo luogo perché presenta una struttura grafica sempre identica in cui il lettore può ritrovarsi senza sorprese e in cui ogni oggetto è puntualmente associato alla parola che lo identifica, come in una sorta di simbolo della CAA in forma fotografica. E infine perché la dinamica ludica sottesa al volume supporti e solleciti competenze come quella di nominare le cose e riconoscere le figure, catturando con facilità il lettore.

Tra un pallone da basket e un calzino, un hot dog e un secchiello, Momo diventa così un compagno di marachelle su carta a cui ci si affeziona senza indugio. Per fortuna sul sito http://www.letsfindmomo.com/ è possibile proseguire il cerca-trova che lo vede protagonista su oltre 100 inediti scatti curati dall’autore.

Slurp

Slurp di Gaia Stella è un libro-gioco da manuale. Con le sue pagine di cartone spesso, progettate e tagliate in modo tale da incentivare l’interazione, si può in fatti leggere e si può giocare. E, soprattutto, lo si può fare all’infinito. Ogni pagina è in particolare divisa in due, secondo la tipica struttura dei libri méli-mélo, così da consentire combinazioni multiple tra la parte di sopra e quella di sotto. Le due vanno nel complesso a comporre l’immagine di un gelato, che assume chiaramente forme diverse a seconda delle parti che di volta in volta lo compongono.

Si può giocare a ricomporre gelati uniformi, ricercando le due parti identiche e corrispondenti, o a creare gelati insoliti e variegati. In entrambi i casi, il lettore può dunque divertirsi a dare forma a coni e ghiaccioli sempre diversi e dai colori sgargianti, immaginandone ingredienti e sapori. Che gusto avranno mai il gelato a zigzag, quello maculato o quello a pois?

A ogni pezzo di gelato corrisponde poi, nella parte sinistra della doppia pagina, una parola che ne definisce il colore (rosso, marrone, arcobaleno…) o il motivo (zig-zag, losanghe, quadretti…). Il libro si presta così facilmente anche al gioco del nominare e del riconoscere, così come a prime prove di lettura gustosissime, trasformandosi in un vero e proprio menu tutto dedicato a deliziosi gelati da esplorare, scombinare, ricomporre, recitare.

Solido e agevole da maneggiare, Slurp può essere esperito e goduto fin dal primo anno di vita del bambino ma la sua struttura aperta e giocosa lo rende adattissimo anche a fruizioni più a lungo termine oltre che a prolungamenti laboratoriali in cui ogni lettore possa dare vita alla sua personalissima collezione di gelati intercambiabili.

Fiete Mondiale

Non è facile definire quest’app dalle molteplici potenzialità e caratteristiche. Un libro interattivo? Un’app per allenare il pensiero logico e stimolare le relazioni di causa/effetto? Un allenamento per la motricità manuale? È tutto questo ma anche molto di più. Il marinaio Fiete, personaggio protagonista della serie di app della Ahoiii Entertainment, questa volta ci accompagna in un giro del mondo intuitivo e divertente. Lo scenario si sviluppa orizzontalmente e le frecce permettono di spostarsi passando così da diverse ambientazioni: casa, giardino, mare… In ogni ambiente vi è sempre un personaggio – Fiete o i suoi amici – circondati da una serie di elementi selezionabili: sta alla creatività del giocatore “far accadere” qualcosa, senza obiettivi prestabiliti. È possibile interagire con elementi molto intuitivi, come seminare e innaffiare i fiori o cuocere una torta, ma anche giocare di immaginazione e far salire su un aereo un cavallo o su una barca a remi due simpatiche pecorelle. La piena libertà che il bambino sperimenta nel gioco suggerisce una narrazione di ciò che sta avvenendo, stimolando così la creatività ma anche la condivisione del gioco con l’adulto accanto a lui. Ecco perché, nonostante la totale assenza di dialoghi e di fumetti scritti, in fondo questo può essere definito come un libro interattivo: la narrazione, nella sua semplicità, nasce spontanea da ciò che succede nello scenario di gioco. Inoltre, gli elementi essenziali che in modo intuitivo suggeriscono il loro spostamento rendono quest’app adatta anche per giocare su attività semplici di concatenazione causa/effetto, in un vero ambiente ludico. Adatta anche per bambini con ritardo cognitivo, permette di allenare la motricità fine in modo intuitivo e giocoso.

Prima dopo

Quanto può essere essenziale una narrazione? Forse bastano un prima e un dopo affinché un racconto, per quanto minimo, possa darsi. Ecco allora che un libro straordinario come Prima dopo di Anne-Margot Ramstein e Matthias Aregui si rivela essere un contenitore inatteso di microstorie tutte da esplorare.

Il volume, edito da L’ippocampo, presenta una successione di mini-sequenze ciascuna composta da due tempi: quel che c’è prima e quel che c’è dopo. La notte e il giorno, la ghianda e la quercia, il lavoro all’uncinetto e il gioco nella neve, la casa vissuta e quella diroccata, l’alveare e il barattolo di miele, la zucca e la carrozza… Sono più di 80 i racconti minimi che i due autori mettono su carta, attingendo al mondo naturale e a quello fantastico e spingendosi talvolta oltre la misura della doppia pagina (gli ingredienti che diventano torta, che a sua volta diventa briciole; l’albero che affronta tutte e quattro le stagioni) o imbastendo più livelli temporali (la candela che arde e che si consuma e, subito dopo, il lume olio che cede al posto all’abat-jour elettrica) e semantici (la tela vuota e il quadro finito seguiti dalle matite intere e dalle matite mozze).

Le modalità e le direzioni secondo cui esplorare queste pagine sono dunque molteplici e aperte: aspetto, questo, che condiziona positivamente la fruibilità anche da parte di lettori che faticano a stare dentro i binari di narrazioni troppo rigide. Allo stesso modo l’assenza di parole e la brevità dei costrutti narrativi facilita il godimento e la partecipazione anche da parte di chi trova un ostacolo nei racconti troppo lunghi e complessi. Il tutto senza rinunciare, però, alla ricchezza e alla raffinatezza compositiva che fanno di questo corposo volume un piccolo gioiello editoriale.

A pile of leaves

Un libro come A pile of leaves è una sfida, un solletico, una carezza, uno slancio. Certo, le sue pagine in acetato del tutto prive di parole scritte e pure di una vera e propria storia, possono lasciare un po’ interdetti e portare a chiedersi “Ma come lo leggo, un libro così?”. Ma è proprio la libertà d’uso che qui dimora a rendere questo libro, purtroppo inedito in Italia, una chicca dalle molte potenzialità.

Composto da una ventina di pagine trasparenti su cui sono stampati in colori saturi e caldi foglie, insetti e oggetti di umana fattura, A pile of leaves invita di fatto ad aguzzare lo sguardo per studiare come cambia lo scenario man mano che le pagine vengono voltate. Come se si trovasse in effetti di fronte a un mucchio di foglie sovrapposte, il lettore vede e non vede ciò che c’è sotto e scopre dettagli prima celati o solo intravvedibili ogni volta che una pagina viene girata.

Così le formiche, il guanto smarrito, le foglie frastagliate o quella lungiforme appaiono poco a poco, accendendo piccole scintille di sorpresa e desideri di scoperta. Il processo di lettura che qui si attiva, dal canto suo, è libero è pluridirezionale: si guarda, si avanza, si torna indietro, si scopre qualcosa di nuovo. Le pagine diventano, cioè, terreno di un piacere euristico tutto giocato su forme riconoscibili, giochi di trasparenze e sovrapposizioni. Una delizia!

Il bosco

I leporelli in cartone della collana Primi libri di Fatatrac sono dei gioielli. Lo sono per qualità estetica del prodotto, per ricchezza del contenuto, per trasversalità d’uso. E lo sono per ragioni di accessibilità: tra queste pagine spesse, ampie e robuste, prive di parole ma dense di narrazioni, è autenticamente possibile, anche per bambini con difficoltà di lettura, trovare posto e trovare piacere.

Sono libri che, in primo luogo, non richiedono di essere sfogliati e che, stando su da soli, possono per esempio essere esplorati girandoci intorno oppure stando seduti o sdraiati per terra. Sono, poi, libri che fanno a meno delle parole, dialogando in maniera efficace anche con chi abitualmente fa a pugni con il testo scritto e trova invece ristoro nei racconti per immagini. E sono, infine, libri, che prediligono l’istantaneità alla sequenzialità, offrendo una moltitudine di micro-storie di cui è più facile appropriarsi anche in caso di difficoltà cognitive.

Tutte queste caratteristiche, già evidenziate e apprezzate nel meraviglioso La montagna di Andrea Antinori, si ritrovano ora ne Il bosco di Sebastián Ilabaca. Anche in questo caso, ogni lato del leporello presenta uno scenario diverso da esplorare. Da una parte, tra distese erbose e alberi di ogni tipo, si muovono animali dalle caratteristiche e dai comportanti antropomorfici. C’è chi fuma la pipa e chi corre in carriola, chi va in bicicletta e chi improvvisa una jam session, chi balla e chi si rilassa con una tazza di tè. In questo universo animato votato alla multiformità si notano dettagli curiosi, come gli abiti che richiamano epoche anche molto diverse, i funghi e i fiori che creano una cornice fantastica, le citazioni di albi molto molto noti o la presenza di un misterioso piedone peloso.

Dall’altro lato, come ci trovassimo al limitare del bosco stesso, il contesto si fa antropizzato. Qui si vedono case e fienili, orti e cortili, stalle e mulini. I personaggi sono umani dai diversi tratti e dalle diverse età: ciascuno, proprio come i compari animali, è impegnato in attività variegate, perlopiù di gioco e relax. Anche in questo caso, pur nella distensione appagante dello scenario, il lettore può scovare un proliferare di dettagli buffi e intriganti da cui farsi solleticare.

La bravura di Sebastián Ilabaca sta nel costruire un quadro ampissimo e vivo, in cui trova posto una moltitudine di personaggi dalla funzione tutt’altro che decorativa. Ciascuno ha un ruolo da coprotagonista e una postura riconoscibile in cui potenzialmente identificarsi. Le attività rappresentate riflettono, in particolare un’idea di infanzia molto precisa e concreta, da cui è facile lasciarsi guidare nello spazio dell’esplorazione e dell’immaginazione. All’interno di questo scenario composito e vivace, il lettore può dal canto suo muoversi con grande libertà, soffermandosi su ciò che lo intriga maggiormente e seguendo percorsi non vincolanti. Sollecitato, poi, dalla presenza di buchi e finestrelle (alcune camuffatissime!), può trovare ne Il bosco un affidabile compagno per scoperte e giochi d’invenzione durevoli ed entusiasmanti.

Pepe senza coda

Pepe senza coda di Daniela Piga ha almeno tre cose che dovrebbe avere un buon libro tattile: una storia (aspetto, questo, spesso trascurato in ambito tattile a favore di narrazioni più metaforiche ed evocative), la scelta di figure ricorrenti, significative e ben riconoscibili e la presenza di elementi interattivi e coinvolgenti.

Il libro racconta del cavallo Pepe che si sente triste e si nasconde perché, a differenza dei suoi simili, non ha la coda. La svolta, per lui, arriva quando scopre che nel negozio Tail shop le code sono messe in vendita. Ce ne sono di tutti i tipi: per l’estate e per l’inverno, per il giorno e per la notte. Ma soprattutto ce ne sono di specialissime, come la Coda di vento. Proprio su quest’ultima si orienta Pepe che inizia così a correre veloce e diventa ciò che forse ha sempre desiderato.

Composto da sottili pagine in stoffa color crema, Pepe senza coda si caratterizza per il ricorso a illustrazioni minimali, la cui essenzialità è frutto di uno studio accorto e generatrice di un connubio interessante tra estetica e funzionalità. Tutto si basa su sagome nere di cavalli che, oltre a dare alla pagina un aspetto molto raffinato, risultano estremamente riconoscibili: lo spessore è, infatti, adeguato e tutti gli elementi più significativi dell’animale sono presenti (4 zampe, orecchie a punta, muso lungo, criniera e – per chi ce l’ha – una coda). E poiché il libro parla proprio di somiglianza e diversità, l’autrice gioca con l’aggiunta di pochi elementi distintivi, di volta in volta differenti, applicati su una sagoma che è invece sempre identica (se non per la misura). Il lettore che esplora le figure con le dita sarà dunque fortemente agevolato nel suo compito di decodifica.

Non solo: Daniela Piga introduce nelle sue illustrazioni degli efficaci e attraenti elementi di interazione che non solo supportano la felice partecipazione del bambino alla lettura ma facilitano concretamente anche l’appropriazione del racconto. Il fatto che nella pagina dedicata al Tail Shop, le code possano essere davvero staccate e attaccate alla sagoma di Pepe o che quest’ultima, quando si dota della coda di vento, possa davvero staccarsi e volare grazie all’aiuto del bambino, fa infatti sì che ciò che la parola dice possa di fatto attualizzarsi. Il divertimento va dunque a braccetto con la facilità di comprensione. Da non sottovalutare, infine, all’attenzione rivolta all’aspetto multisensoriale, nella misura in cui la corsa di Pepe, divenuto ormai veloce come il vento, può essere sonoramente evocata dal lettore (o dal mediatore), grazie a un pezzo di metallo inserito sulla pagina su cui le dita possono tamburellare.

Il risultato è un libro tattile in cui ogni dettaglio è studiato a modino e la cui letture appare accattivante, coinvolgente ed estremamente fruibile.

Fra le mie braccia

Tra gli autori che dedicano attenzione ai lettori piccoli e piccolissimi, Émile Jadoul è certo uno dei più capaci e apprezzati. In catalogo per Babalibri da molto tempo, l’autore belga ha un tratto delicato e riconoscibile. I suoi personaggi, in buona parte animali dalle caratteristiche e abitudini tipicamente umane, riflettono con grande fedeltà la quotidianità del potenziale lettore.

Così, per esempio, nel pinguino Leone protagonista di Tra le mie braccia non sarà difficile riconoscere i sentimenti contrastanti che sovente animano i fratelli maggiori da poco divenuti tali: quel mix di gelosia e affetto, di curiosità e timore, di decisione e incertezza che rende il nuovo ruolo e il nuovo rapporto familiare tanto articolato ed entusiasmante. Leone si domanda infatti con grande insistenza dove potrà trovare una collocazione il suo nuovo fratellino Mattia, dal momento che negli spazi a lui più familiari – la sua camera da letto, le ginocchia della mamma, le spalle di papà… – sembrerebbe proprio non esserci posto sufficiente.  Quelli che sembrano inizialmente interrogativi e soluzioni votati al solo desiderio di marcare il proprio territorio, improvvisamente insidiato, virano sul finale verso un deciso ammorbidimento che dice tutta la tenerezza che i bambini possono coltivare dentro di sé.

Del volume di Émile Jadoul è da poco disponibile anche una versione in simboli della CAA, messa a punto e pubblicata da Officina Babùk. Rispetto a quella originale, a tutt’oggi proposta da Babalibri, questa versione presenta poche differenze. Formato, illustrazioni e impianto grafico ricalcano, infatti, quelli dell’albo illustrato tradizionale, mentre le uniche variazioni testuali concernono l’uso del maiuscolo  e la struttura sintattica delle frasi che introducono un discorso diretto. Il soggetto e il verbo dichiarativo vengono infatti qui collocati sempre prima del discorso diretto stesso. Il cambiamento ritmico e stilistico è impercettibile mentre l’impatto sulla comprensibilità non è trascurabile.

La versione in simboli di Tra le mie braccia si caratterizza poi per il ricorso a simboli WLS riquadrati e associati talvolta a singole parole, talaltra a unità di senso (ad esempio “non so davvero” o “sulle spalle”). In alcuni casi, poi, il simbolo viene costruito in modo tale da esplicitare il più possibile il senso della parola corrispondente: è quel che accade, per esempio, quando al pronome “mi” si associa un simbolo con una freccetta che indica l’icona del protagonista. L’idea di fondo è che la simbolizzazione debba supportare il più possibile la comprensione, senza appesantire la lettura, e in funzione di questo venga modulata. Allo stesso scopo mirano gli accorgimenti grafici che concernono la forma dei riquadri che cambia a seconda della posizione (inizio e/o fine frase) e/o del tipo di proposizione (discorso diretto o frase semplice): un’accortezza, questa, ideata dalla stessa casa editrice e utile a facilitare l’orientamento del lettore all’interno della multiformità testuale.

Cappuccetto Rosso

Mondadori ha da poco inserito nel suo catalogo di libri illustrati una serie di volumi dedicati alle fiabe tradizionali le cui caratteristiche risultano interessanti. Si tratta di fatto di volumi snelli e dalle ampie illustrazioni in cui il testo è duplice: quello originale dei fratelli Grimm e quello a questo ispirato ma semplificato.  Se il primo presenta un carattere minuscolo, una lunghezza consistente (due o tre paragrafi per pagina) e una certa ricchezza lessicale e sintattica, il secondo si caratterizza invece per l’uso del maiuscolo, per una netta brevità (due-tre righe per pagina) e una notevole semplificazione lessicale.

La scelta di combinare due versioni dello stesso testo all’interno del medesimo volume è abbastanza insolita (anche se non del tutto inedita. Si veda per esempi questa proposta di Erickson) e funzionale al fatto di impiegare lo stesso libro per condividere la stessa storia con bambini dalle abilità diverse e/o per supportare il percorso di lettura di un bambino da un livello più semplice a uno più complesso. Il fatto di poter fare riferimento alle medesime illustrazioni può costituire, infatti, un elemento facilitante in questo senso.

Le illustrazioni, firmate da Rocio Bonilla sia in questo volume dedicato a Cappuccetto Rosso, sia in quello dedicato a Il lupo e i sette capretti , risultano dal canto loro amichevoli e di taglio piuttosto didascalico. A fianco di alcuni dettagli delle illustrazioni stesse vengono riportate delle specie di etichette funzionali a identificare e nominare gli oggetti o le azioni rappresentate. L’editore, che in copertina parla di tre livelli di lettura, considera probabilmente queste etichette come il livello base, anche se la loro funzione in termini narrativi risulta di fatto abbastanza irrilevante.

Apri gli occhi!

Sorprendente, poetica, ammaliante: Claire Dé, già apprezzatissima in Imagine. C’est tout blanc…, si conferma autrice visionaria e originale nel silent book fotografico Apri gli occhi!, edito in Italia da Editoriale Scienza.

l libro è eloquente già dalla copertina. Tutta giocata sul contrasto cromatico tra un fronte immacolato e un retro sgargiante, questa trasforma, infatti, la foto di un manto nevoso in un volto dormiente. Fin dall’involucro del volume, si coglie dunque la sua propensione a trasformare la realtà in qualcos’altro, a trovare un guizzo narrativo negli oggetti più inaspettati, a giocare con ciò che è e con ciò che sembra, a creare collegamenti inattesi tra le cose del creato.

I punti di forza in ottica inclusiva di un libro come questo sono diversi. C’è prima di tutto l’elemento dello stupore: di fronte alle pagine di Apri gli occhi!, è infatti impossibile non restare ipnotizzati. Dentro c’è tutta la meraviglia mozzafiato della natura. Poi si può non capire tutto, non riconoscere qualcosa, trovare difficoltà di orientamento tra le figure, ma questo viene comunque dopo: l’incanto, intanto, ci diene dentro tutti.  C’è poi l’aderenza al reale garantita da un medium come la fotografia che, più di altri, viene incontro anche a chi sperimenta delle difficoltà di astrazione. I soggetti sono reali, tangibili, perlopiù noti. Tra di loro ci si può muovere con agio e familiarità. C’è poi il tema della lunghezza: un libro come questo non impone necessariamente, infatti, una narrazione lineare e lunga ma accoglie senza difficoltà anche letture più frammentarie e discrete di cui la doppia pagina costituisce la misura minima.

E c’è infine la versatilità d’uso: un libro come Apri gli occhi! Non ha istruzioni d’uso e nasce per accogliere percorsi diversi. Tra queste pagine si può guardare, ci si può stupire, si possono scovare dettagli nascosti, si può imparare, si può indovinare, si può immaginare, si può cercare, si può classificare, si possono cogliere somiglianze e differenze, nessi e fili narrativi. La bravura dell’autrice sta proprio, infatti, nell’immortalare soggetti curiosi e attraenti di per sé e/o per la relazione che possono instaurare con quelli cui sono affiancati. Ci sono insetti e vegetali ripresi da molto vicino, tanto da cogliere venature e dettagli piccolissimi. Si sono soggetti sfocati che chiamano a essere riconosciuti. Ci sono ombre curiose che paiono dare nuove identità ai loro proprietari. Ci sono scorci e squarci da cui guardare.

È tutto un gioco di scelta, di inquadratura e di affiancamento: un gioco che Claire Dé padroneggia con maestria ma nel quale i bambini, ispirati da queste pagine, possono a loro volta cimentarsi.

L’ape Tina fa colazione

Con gioia, lo scorso anno, avevamo accolto l’uscita di Zuppa di coccole: il primo cartonato in simboli pubblicato da Homeless Book e rivolto a un pubblico di piccoli e piccolissimi. Si trattava, infatti, di un volume curato tanto nella parte relativa all’accessibilità quando in quella relativa alla gradevolezza del testo, delle figure e della composizione grafica.

Quell’esperienza ben riuscita trova oggi un gradito seguito in due nuovi cartonati che potremmo definire seriali: come intuibile dal titolo, dal formato identico e dalla grafica coerente, Ape Tina e l’inverno e Ape Tina fa colazione vedono la stessa protagonista alle prese con diverse piccole vicende quotidiane, perfette per prime letture condivise.

In Ape Tina fa colazione, per esempio, la protagonista esplora la campagna primaverile in cerca di qualcosa da mangiare. Al suo seguito il lettore scopre cosa si trova e cosa non si trova in un ambiente campestre, cosa mangiano le api, che caratteristiche hanno i fiori di ciliegio e cosa diventano con il passare del tempo. Il testo scritto da Maria Caterina Minardi propone dunque una sorta di protostoria grazie alla quale i lettori più piccoli, compresi quelli come maggiori difficoltà legate alla sfera della comunicazione, delle autonomie e della socialità, sono accompagnanti a conoscere l’ambiente che li circonda.

Le frasi che compongono il racconto sono perlopiù minime o coordinate con il soggetto non sempre ripetuto, se esposto poco prima. Le parole scelte, dal canto loro, sono semplici e quotidiane e vengono supportate visivamente dai simboli secondo una logica funzionale alla fruibilità: così, per esempio, articoli e preposizioni non vengono simbolizzate singolarmente ma accorpate al sostantivo di riferimento e unità di senso come “fare colazione” o “ha tanta fame” corrispondono un simbolo unico. Ogni pagina presenta un numero di frasi e dunque di simboli circoscritto: questo fa sì che la pagina che li ospita appaia felicemente pulita, ariosa e leggibile.

Il testo, che figura con regolarità sulla pagina di destra, è accompagnato da illustrazioni dallo stile grafico che riescono a unire gradevolezza e riconoscibilità. Del tutto prive di dettagli inutili e contraddistinte dall’uso di seisoli colori piatti (bianco, nero, giallo, verde, rosso e azzurro), ben contrastati e combinati tra loro, le figure di Gaia Scaranna scelgono e mettono bene in evidenza gli elementi chiave cui fa riferimento il testo della pagina a fianco, dando vita a quadri molto essenziali e ma molto accattivanti.

Oh! The magic drawing app

Più che un’app per colorare, più che un gioco con le forme geometriche…. Oh! The magic drawing app è tutto questo ma molto di più. E’ soprattutto uno strumento per allenare il pensiero divergente e stimolare la creatività. Nata dall’omonimo libro “Oops! Il mio cappello” di Anouck Boisrobert e Louis Rigaud edito in Italia da Franco Cosimo Panini, l’app permette di utilizzare le forme geometriche già viste nel libro, per ricreare scenari simili o inventarne di nuovi.

Una serie di forme sul lato sinistro dello schermo e un foglio bianco: un interfaccia molto essenziale, senza distrattori, permette di concentrarsi sulla pagina che man mano si costruisce. Trascinando le forme sul foglio infatti, esse si animano, creando paesaggi surreali e personaggi insoliti. Le forme possono essere spostate e così diventano qualcos’altro: se un rettangolo diventa un simpatico omino, spostandolo nella parte superiore dello schermo può essere un semaforo; un cerchio diventa un sole oppure un albero, mentre un cerchio da aquilone ad airone… Insomma un connubio di personaggi ed elementi divertenti e creativi. Se poi si cambia idea, nessun problema! Cliccando sulla figura la si può eliminare per poi ricominciare da capo.

Quest’app è interessante  perchè permette di stimolare la creatività, ma soprattutto perchè lo scenario creato può essere un valido pretesto per il dialogo tra il bambino e l’adulto accanto a lui. Raccontando cosa succede nel foglio man mano che si aggiungono elementi nuovi, si può favorire il linguaggio e la narrazione, inventando storie e dialoghi con fantasia e creatività.

Sebbene sia solo in inglese o francese, è così intuitiva che anche le poche istruzioni scritte sono comprensibili grazie ai disegni esplicativi. Può essere solo di difficile fruizione per gli ipovedenti, dato che la forme non si possono ingrandire.

Caccapupù

Simone, coniglietto irriverente creato da Stephanie Blake, compie quasi vent’anni. Eppure il suo modo di fare è così vero e fedele all’infanzia che difficilmente lo si sospetterebbe. Ecco perché il fatto che la sua prima avventura, portata in Italia da Babalibri nel 2006, sia ora resa disponibile anche in simboli da Officina Babùk, è notizia quantomai felice e attuale.

Caccapupù, che dà il titolo al volume, è la parola che Simone ripete senza sosta, come risposta a qualunque interrogativo o invito. Al mattino, quando la mamma lo sveglia. A mezzogiorno quando il papà gli offre gli spinaci. Così come alla sera, quando la sorella gli vuole fare il bagno. Ma anche quando il lupo gli chiede se può mangiarlo, la risposta è sempre la stessa: Caccapupù! Il lupo, Simone se lo mangia, sì. Ma quando il papà, che è anche dottore, riesce a liberare il suo coniglietto, qualcosa sembra cambiato. Simone rivendica, infatti, il suo nome e mangia la minestra senza insolenza. Mai cantare vittoria troppo presto, però… Ché la sorridente impertinenza dei più piccoli riesce spesso a trovare strade impreviste per spiazzare, stupire e financo esprimere una vitale curiosità.

Divertente e irresistibile da leggere ad alta voce, Caccapupù resiste in maniera eccellente alla prova del tempo perché coglie l’infanzia in un suo tratto peculiare e perché non fa del tema scatologico, tanto caro ai bambini, un ammiccamento fine a sé stesso. Al contrario, quel Caccapupù che fa sinceramente sorridere diventa di fatto il motore narrativo di una piccola avventura felicemente compiuta che mescola con perizia invenzione, iterazione e sorpresa.

Non solo. Stephanie Blake compone il suo racconto con attenzione, donandogli ritmo e comprensibilità. Non a caso, nella versione in simboli curata da Officina Babùk, il testo non viene modificato di una virgola, poiché risulta già molto lineare e chiaro nella sua versione originale, perfetto per una simbolizzazione. Quest’ultima opta per l’uso dei simboli WLS, con riquadri molto sottili (e dunque graficamente poco invasivi) e testo in maiuscolo esterno ai riquadri, e per l’associazione di unità di senso (articolo + sostantivo, espressioni come “c’era una volta”, ecc…) a un unico simbolo. La distribuzione del testo sulla pagina, inoltre, segue fedelmente quella della versione originale. Come in quest’ultima, infine, testo e figure risultano sempre separati: questo fa sì che venga agevolato nel lettore il reperimento di entrambi e che un’eventuale lettura con modeling non vada a coprire le illustrazioni. Queste ultime, dal canto loro, appaiono molto nette, prive di dettagli superflui e contraddistinte, invece, da contorni spessi e da un uso del colore non necessariamente realistico

Il risultato è un libro estremamente godibile, anche da un punto di vista estetico, e fruibile tanto nella parte testuale quanto in quella iconografica: a tutti gli effetti una lettura che si presta alla condivisione anche all’interno di contesti educativi e culturali come scuole o biblioteche.

Lumaca

Esplorare la pagina con i polpastrelli è più complesso e meno immediato che farlo con gli occhi. Per questo, la lettura tattile richiede un tempo lento. Chi meglio di una lumachina può, dunque, accompagnare l’esplorazione di pagine concepite per le dita? Probabilmente nessuno.

Sulla scia della chiocciola protagonista del libro di Francesca Danovaro, al lettore non verrà messa fretta: ad ogni pagina troverà, sempre identica (salvo per l’orientamento) e ben distinguibile, la sagoma dell’animale che si muove in direzioni diverse: verso sinistra e verso destra, verso il basso e verso l’alto, in diagonale e infine lungo tutto il perimetro della pagina. E questo è quanto! Sagoma, scia e piano sottostante: con tre semplici elementi, l’autrice disegna un percorso via via più complesso da seguire per dita curiose. Non c’è storia e non c’è testo, insomma, tra queste pagine tattili, ma una proposta essenziale e curata per prendere confidenza con le linee e lo spazio. Un luogo di carta dall’accessibilità trasversale, capace di intercettare bisogni ed abilità diverse.

Il libro appare estremamente pulito nella grafica e minimale nei contenuti: aspetti, questi, che ne facilitano l’esplorazione la fruizione e che aprono, volendo, a scenari immaginifici: dove va la chiocciolina? Cosa insegue? E quali storie potrebbe contenere quella pagina da lei così ben delineata?

Il gioco delle ombre

Leggere, giocare, incantare, trasformare… con un libro si possono fare molte cose (insieme), soprattutto se quel libro è firmato da Hervé Tullet. Si prenda ad esempio Il gioco delle ombre, edito da L’ippocampo. Contraddistinto da pagine cartonate nere di piccolo formato intagliate a modino, questo libro predispone un’esperienza di lettura che potremmo dire aumentata, senza che alcuna sofisticata tecnologia si renda necessaria. Per restituire pieno senso al volume basterà infatti una torcia.

Il gioco delle ombre invita il lettore ad illuminare le sue pagine in una stanza buia man mano che la lettura scorre. E voilà, la magia è presto fatta: le figure intagliate sulla carta prendono vita sulla parete o sul soffitto, accompagnando il lettore in una sorta di passeggiata notturna in cui si incontrano creature misteriose (perlomeno all’apparenza!).

Lineare, semplice e fruibile già nella struttura narrativa, che presenta di fatto una carrellata di possibili incontri notturni (un uccellino, uno scoiattolo, un lupo, una volpe, un elefante…), Il gioco delle ombre aumenta il suo grado di godibilità e aggancio nei confronti dei lettori con maggiori difficoltà di attenzione, grazie alla modalità d’uso originale che richiede di mettere in campo e al coinvolgimento attivo del lettore che questa implica.  Luce spenta, occhi attenti: la magia ha inizio!

Ape Tina e l’inverno

Con gioia, lo scorso anno, avevamo accolto l’uscita di Zuppa di coccole: il primo cartonato in simboli pubblicato da Homeless Book, rivolto a un pubblico di piccoli e piccolissimi. Si trattava, infatti, di un volume curato tanto nella parte relativa all’accessibilità quando in quella relativa alla gradevolezza del testo, delle figure e della composizione grafica.

Quell’esperienza ben riuscita trova oggi un gradito seguito in due nuovi cartonati che potremmo definire seriali: come intuibile dal titolo, dal formato identico e dalla grafica coerente, Ape Tina e l’inverno e Ape Tina fa colazione vedono la stessa protagonista alle prese con diverse piccole vicende, perfette per prime letture condivise.

In Ape Tina e l’inverno, per esempio, la protagonista si confronta con le peculiarità della stagione: il freddo che richiede abiti pesanti, la nebbia che ostacola la visibilità degli oggetti e dei luoghi più familiari, il buio che arriva presto costringendo a lunghi pomeriggi casalinghi ma anche la neve che talvolta ci sorprende la mattina, riservando possibilità di gioco e divertimento inattese.

Il testo scritto da Maria Caterina Minardi propone una sorta di protostoria, seguendo di fatto una giornata tipo invernale e mettendone in evidenza le specificità. In questo modo, l’autrice accompagna in maniera piacevole i lettori più piccoli, compresi quelli come maggiori difficoltà legate alla sfera della comunicazione, delle autonomie e della socialità, a conoscere e riconoscere l’ambiente che li circonda e le emozioni che questo può generare.

Le frasi che compongono il racconto sono perlopiù minime ma non sempre lineari (il sostantivo non precede, per esempio, automaticamente il verbo e il verbo non precede sempre il discorso diretto che introduce). Le parole scelte, dal canto loro, sono semplici e quotidiane e vengono supportate visivamente dai simboli secondo una logica funzionale alla fruibilità: così, per esempio, articoli e preposizioni non vengono simbolizzati singolarmente ma accorpati al sostantivo di riferimento. Il numero di frasi e dunque di simboli impiegati è circoscritto e questo fa sì che la pagina che li ospita appaia felicemente pulita, ariosa e leggibile.

Il testo, che figura con regolarità sulla pagina di destra, è accompagnato da illustrazioni dallo stile grafico che riescono a unire gradevolezza e riconoscibilità. Del tutto prive di dettagli inutili e contraddistinte dall’uso di cinque soli colori piatti (bianco, nero, giallo, blu e azzurro), ben contrastati e combinati tra loro, le figure di Gaia Scaranna scelgono e mettono bene in evidenza gli elementi chiave cui fa riferimento il testo della pagina a fianco, dando vita a quadri essenziali e accattivanti.

Una fame da lupo

Una fame da lupo (così come il fratello Una vacanza da lupo) è l’emblema dell’ibridismo che spesso contraddistingue i libri accessibili migliori. Questo di di Yen-Lu Chen-Abenia e Mathilde Bel è, in particolare, un libro-gioco che non disdegna di mutuare qualche aspetto dagli imagier e dai libri tattili ma non si discosta troppo neppure né dai libri in simboli né da quelli senza parole. Proviamo a vedere in che modo.

Il libro presenta intanto un packaging particolare che consente alla copertina di aprirsi in verticale mentre tutte le altre pagine, spesse e cartonate, si aprono in orizzontale. Questo fa sì che ciò che sta sotto alla copertina, ossia l’immagine del lupo protagonista con il suo pancione da riempire in primo piano, resti sempre a disposizione man mano che il libro scorre: un’accortezza semplice ma funzionale considerando che il lettore viene implicitamente invitato a dare da mangiare al lupo le delizie che di pagina in pagina incontra. Ciascuna delle pagine successive alla prima presenta infatti un insieme di cibi variamente disposti (su ripiani, sparsi qua e là, su una tovaglia…) e riuniti in base ad affinità di contesto (cibi che stanno in frigo, cibi per l’ora del tè, cibi per un picnic…). Ogni pagina riporta una decina di immagini dalle forme semplici e riconoscibili: una di esse, poi, è associata al nome e risulta staccabile, esplorabile a 360°e attaccabile sulla pancia del lupo tramite velcro.

Nella sua struttura essenziale e ben congegnata, Una fame da lupo consente dunque di guardare, leggere (due parole per pagina), nominare, associare alcune parole alle relative figure minimali, manipolare, riconoscere le forme, attaccare e staccare, giocare… E poi ricominciare, con gusto, che non è poca cosa.  Il libro diventa cioè uno spazio accogliente di sperimentazione e lettura multiforme in cui anche i bambini con difficoltà comunicative, cognitive e di attenzione possono sentirsi benvenuti, stimolati e appagati.

Guarda e scopri la città

Guarda e scopri la città, wimmelbuch contemporaneo nato in Spagna e portato sugli scaffali italiani da Il leone Verde piccoli, è un libro brulicante ma anche un libro-gioco. Tra le sue pagine pullulanti è infatti possibile muoversi secondo approcci diversi: girovagando senza una meta precisa per cogliere i molti dettagli che animano ogni scena o setacciando quest’ultima con minuzia per trovare cose e personaggi suggeriti dall’autrice. Non c’è un approccio giusto e uno sbagliato. L’autrice caratterizza, infatti, ogni doppia pagina con una moltitudine di micro-situazioni che possono essere parimenti godute a ritmo lento e a ritmo serrato.

Ciò che le rende particolarmente vitali e attraenti è da un lato il tratto ironico e dinamico con cui vengono dipinte e dall’altro il proliferare di dettagli curiosi che contrastano con l’ordinarietà della cornice. Insieme a un coccodrillo che sbuca dal tombino e a un alieno che interagisce in modo buffo con il mondo degli umani, per esempio, l’autrice si diverte a disseminare in ogni doppia pagina personaggi delle fiabe molto noti, contestualizzandoli a modino (Pinocchio, per esempio, se ne sta tra i banchi di scuola!) e facendoli talvolta interagire con gli abitanti della città (la musica del Pifferaio di Hamelin, a quanto pare, non è così gradevole da ascoltare).

Cristina Losantos costruisce il suo racconto brulicante attraverso sette grandi tavole senza parole che immortalano scorci diversi della città. Qui il lettore ritrova, di fatto, personaggi ricorrenti, come se una cinepresa li seguisse nel loro percorso attraverso le vie del luogo. Possiamo così accompagnare, per esempio, la corsa di un uomo ginnico, il tour di una coppia di turisti, gli spostamenti di una classe, le performance di un musicista di strada e via dicendo. Come spesso accade quando questo tipo di modello di racconto per immagini viene proposto, il lettore ha modo di muoversi con particolare agio tra le diverse scene, scegliendo secondo i suoi gusti e/o le sue capacità, di godere delle singole scene che contengono di per sé delle situazioni narrativamente appaganti, o di godere del loro succedersi in maniera diacronica.

Della stessa seria di Guarda e scopri la città, Il leone verde piccoli ha pubblicato anche Guarda e scopri i mestieri.

Alberi

Mauro Evangelista è stato un artista e un autore di libri tattili straordinario. A lui dobbiamo, in particolare, un albo illustrato che è familiare a molti bambini e che ha trovato spazio in molte scuole, un albo illustrato che è ormai un classico e che mostra in maniera eloquente come il dialogo tra editoria tattile e tradizionale possa essere fruttuoso. Si tratta di Saremo alberi, noto a molti per l’edizione portata in libreria da  Artebambini.

Il libro, che racconta la diversità di cui la natura è custode attraverso le variegate chiome degli alberi che si fanno metafora dei caratteri umani, tutti egualmente dignitosi e necessari alla collettività, è un piccolo capolavoro di grazia e poesia. Porge al lettore una riflessione suggestiva attraverso un testo minuto e una grafica che rifugge gli orpelli e fa risaltare la qualità squisitamente tattile delle illustrazioni fatte con un materiale semplice come la corda. Scriveva Evangelista nel 2010: «Toccare, sentire una superficie (la “pelle” delle cose) consente di avvicinarsi ad una conoscenza molto profonda del mondo perché permette di avere un contatto intimo con un luogo, una persona o anche solo una materia. È un movimento verso un sapere sensibile».

E non è un caso se, come pochi altri, questo lavoro così capace di farsi tangibile, ha saputo raggiungere pubblici eterogenei, ispirare innumerevoli laboratori e godere di una longeva vita, viaggiando in più sensi di marcia tra ambiti editoriali diversi. Le tavole dell’autore fatte di corda e carta, trasformate attraverso la fotografia nel passaggio ad albo tradizionale da Artebambini, trovano infatti, ora, una nuova veste editoriale che recupera e valorizza a pieno il senso e l’aspetto del lavoro originale e prettamente materico dell’autore.

Nel libro tattile pubblicato dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi con il titolo di Alberi, quelle chiome classiche, disciplinate, disordinate o felici nel vento sono, infatti, nuovamente realizzate con la corda e risultano pertanto palpabili in tutta la loro fisicità. Il testo, dal canto suo, si presenta a grandissimo carattere e unisce la stampa in nero a quella in Braille. Illustrazioni e parole, infine, si abbracciano all’interno di pagine di ampio formato quadrato, realizzate in cartoncino grezzo e rilegate con la stessa corda che compone le figure. L’insieme a cui tutto questo dà vita è un libro tattile corposo e incantevole, che restituisce agli occhi come al tatto l’omaggio alla natura che la narrazione custodisce, e che si presta a letture estremamente accessibili e trasversali per età e abilità. L’ultima pagina, poi, offre una base in velcro e una corda staccabile grazie alle quali il lettore può fare, disfare e rifare il suo personalissimo albero: una sorta di piccolo laboratorio già compreso nel libro!

Brava Chiocciolina!

Quante cose sanno fare gli animali del prato: tutti, ma proprio tutti, agli occhi di chiocciolina sembrano avere un talento speciale e ammirevole. Chi vola, chi salta, chi scava tunnel lunghissimi, chi trasporta cose davvero pesanti. E chiocciolina? Chiocciolina cosa sa fare? Apparentemente nulla di ciò che fanno i suoi pari. Apparentemente. A ben guardare, infatti, come sa fare e sa insegnare a fare la sua mamma, anche chiocciolina ha un modo unico e degno di vivere il prato, non solo standoci ma rendendolo un posto migliore di come sarebbe se lei non ci fosse.

Brava Chiocciolina! è un libro che ha un valore speciale. Non solo perché le parole che Silvia Vecchini impiega per raccontarla sono scelte e limate con cura sopraffina. E neanche soltanto perché le illustrazioni di Carla Manea abbracciano a puntino, con le loro sfumature pastello, una narrazione dall’indole quieta e accogliente. Brava Chiocciolina! è un libro che ha un valore speciale anche perché ha una genesi singolare che, curiosamente, sposa a pieno il messaggio di cui la protagonista si fa portatrice.

Brava chioccolina! è infatti pubblicato da Edizioni corsare in due edizioni – inbook e tradizionale – che vengono di fatto proposte come paritarie, sorelle. Anzi, sebbene la storia della chiocciolina nasca prima dell’idea di farne anche una versione accessibile, è proprio quest’ultima a fare da apripista, uscendo in libreria prima di quella tradizionale. Può sembrare un’inezia, una mera questione di forma, ma in realtà non lo è: perché quello che questa successione temporale ci dice è che l’editoria accessibile non deve sempre andare a rimorchio dell’editoria tradizionale e che lo scambio e l’incontro tra le due non deve per forza essere a senso unico. Certo, proprio come accade a Chiocciolina, serve che il valore che l’accessibilità può portare con sé venga visto e riconosciuto perché possa dare frutto, che poi è proprio ciò che hanno fatto autrici e casa editrice.

Non solo, proprio come nel prato della chiocciolina, tutti gli attori coinvolti in questo progetto sono stati di fatto valorizzati per la loro specifica competenza: un’autrice fuori da comune per immaginare e scrivere la storia, un’illustratrice talentuosa per farla riecheggiare sulla pagina, un gruppo di lavoro specializzato nella simbolizzazione per ampliare la fruibilità del racconto, un editore accorto per comporre parole, simboli e figure in pagine armoniose e piacevoli. Esattamente di questo, crediamo, ha bisogno l’editoria accessibile e abbiamo bisogno tutti noi: di libri che nascano dalla sinergia di professionalità specifiche e che brillino non solo per le buone intenzioni ma anche per esiti degni di nota.

Lunga vita, dunque, alla chiocciolina e alla sua storia! Che possa lasciare una traccia ben visibile sul terreno della lettura inclusiva.

La mia casa

Dal mondo mitteleuropeo, culla fertilissima dei cosiddetti wimmelbucher, arrivano con frequenza sempre maggiore titoli brulicanti da cui lasciarsi assorbire e conquistare. Ali Mitgutsch e Susanne Rotraut Berner sono i maestri indiscussi e gli autori più noti di questo tipo di narrazione. A loro si ispirano spesso gli autori più giovani o meno conosciuti, le cui proposte possono essere cionondimeno valide e interessanti. La mia casa di Anne Suess è una di queste.

Portato in Italia da Gallucci, questo volume-affresco senza parole, presenta un rapporto densità narrativa/spessore decisamente sorprendente. Sottile sottile e composto da sole 8 pagine, il libro contiene in realtà una moltitudine di quadri pullulanti. Ogni doppia pagina fotografa, infatti, la sezione di un condominio, mostrando al lettore cosa accade dentro ogni stanza. Una dozzina di ambienti per ogni doppia pagina, per un totale di circa 50 micro-mondi da osservare. Nel condominio di Anne Suess ci sono appartamenti e negozi, spazi culturali e servizi educativi, uffici e soffitte, laboratori e teatri. C’è tutta una vita, variegata e autentica, che pulsa tra queste mura, dando luogo a micro-scene riconoscibili ma gustose. Lo stile realistico dell’autrice facilita dal canto suo l’identificazione dei contesti e delle azioni mentre il suo guizzo inventivo aggiunge un tocco gustosissimo alle diverse situazioni. Mai piatte, queste ultime ospitano di fatto delle narrazioni istantanee che lasciano però immaginare dei prima e dei dopo suggestivi. Come ci sarà finita la bambina dentro la pendola del gioielliere? Come avranno fatto a portare una mucca fino in soffitta? E la macchina del tempo progettata all’ultimo piano funzionerà davvero?

Anne Suess mette in scena una straordinaria varietà umana: bambini, adulti e anziani (alcuni, peraltro, molto atletici!), professioni pratiche e intellettuali, diversi tipi di tratti somatici e disabilità. La sua è una realtà vera e multiforme, in cui i mestieri non hanno vincoli di genere (c’è una donna meccanico così come un premuroso maestro di asilo) e la quotidianità non cede alla tentazione dell’infiocchettamento. Così, non mancano salsicce rovesciate, buchi involontari nel muro, mal di denti e litigi tra compagni. E tutto questo fa crescere il desiderio e il piacere di avanzare nella lettura per riconoscere (e riconoscersi ancora), per stupirsi, per ridere, per immaginare. Le scene allestite dall’autrice, d’altro canto, non mancano di citazioni e riferimenti intriganti (basti pensare allo scienziato dagli iconici baffi grigi!). Ciascuna di esse può essere apprezzata e goduta individualmente, cosa che ne agevola la fruizione anche da parte di bambini che faticano a padroneggiare sequenze articolate e complesse, ma spesso si intreccia con quelle accanto, come nel caso della cantante lirica che scatena l’ira e le reazioni di tutti i vicini. Nascono così collegamenti ulteriori e inattesi sui quali il racconto e l’immaginazione di ciascuno possono continuare a muoversi e trovare nuovo nutrimento.

Il bruco Misuratutto

Quella del Bruco Misuratutto non è forse una delle storie più note di Leo Lionni ma, al pari delle altre, porta la grazia inconfondibile del papà di Piccolo blu e piccolo giallo. Il protagonista è un bruco astuto che per sfuggire alle grinfie degli uccelli decisi a papparselo, fa valere una sua qualità più unica che rara: la capacità di misurare qualunque cosa. E così, un po’ per vanto e un po’ per curiosità, il pettirosso, il fenicottero, il pappagallo, l’airone, il fagiano e il colibrì decidono, uno dopo l’altro, di concedergli la libertà in cambio di una misurazione: chi del collo, chi delle ali, chi della coda. Con l’usignolo, però, la faccenda si fa più complessa: l’uccello sfida, infatti, il bruco a misurare il suo canto. Il bruco sembrerebbe a questo punto spacciato ma anche questa volta, con un’idea semplice ma brillante, riesce a mettere in salvo la pelle.  Perché si sa, l’ingegno vince sempre sulla prepotente vanità…

Sempre in catalogo per Babalibri, Il Bruco Misuratutto è reso ora disponibile in una versione in simboli da Officina Babùk. Quest’ultima preserva in maniera ottimale le illustrazioni di Lionni e ne mantiene pressoché intatto il testo, fatto salvo per qualche aggiustamento nell’ordine sintattico: qui il soggetto precede, infatti, sempre il verbo e il personaggio che parla viene sempre introdotto prima del discorso diretto. Tali modifiche non compromettono, di fatto, la musicalità del testo ma incidono in maniera significativa sulla sua comprensibilità, soprattutto nei confronti di giovani lettori con difficoltà comunicative. Come tutti i titoli di Officina Babùk, anche Il Bruco Misuratutto opta per lo stampato maiuscolo, così da agevolare gli apprendisti lettori, e predilige l’uso di simboli WLS, particolarmente adatti a supportare visivamente dei testi letterari. I riquadri che racchiudono i simboli, dal canto loro, appaiono apprezzabilmente fini così da risultare visibili ma non invasivi dal punto di vista grafico. Essi sfruttano, inoltre, stondature e bordi a punta per sottolineare la fine dei periodi e gli estremi dei discorsi diretti.

Il lavoro fatto da Enza Crivelli e Sante Bandirali in fase di simbolizzazione rende, poi, questa versione de Il Bruco Misuratutto particolarmente interessante. Quello che viene, infatti, prediletto nella scelta e nella composizione dei simboli è la loro comprensibilità. Più elementi testuali (come articolo e sostantivo o verbo e pronome) vengono, per esempio, accostati a un unico simbolo. Inoltre, nel momento in cui vengono citate le parti del corpo degli uccelli misurate dal bruco, il simbolo riproduce il corpo intero dell’animale in questione ed evidenzia con una freccia e uno riempimento cromatico la parte coinvolta. Certo, quei simboli non saranno magari quelli abitualmente impiegati dai bambini per indicare il collo, la coda o il becco di un generico animali ma sono senz’altro molto efficaci per permettergli di capire a cosa il testo faccia riferimento. Una scelta, questa, che va in maniera netta nella direzione di far dialogare fruttuosamente parole e illustrazioni e di trasformare la lettura in un’esperienza di partecipazione piena.

Dillo!

Dillo! di Teresa Porcella e Gusti è stato una vera sorpresa. Il libro ci ha infatti inizialmente attratto per la possibilità di diversificare le modalità di fruizione della storia (tramite versione cartacea e versione digitale multilingue), e ci ha poi definitivamente conquistato per le potenzialità inclusive insite nella sua costruzione narrativa. Doppio bingo, insomma!

Ma andiamo con ordine. Dillo! fa parte della recente collana MuMu di Telos che offre una duplice esperienza di lettura: in formato cartaceo e in formato digitale. Quest’ultimo, attivabile tramite scansione di QR code, propone le medesime illustrazione del primo arricchite da una minima animazione e la medesima scansione in pagine. Rispetto al cartaceo, però, consente di visualizzare e ascoltare il testo in 4 lingue diverse: italiano, inglese, russo e cinese. Selezionando la lingua preferita con un click sul mappamondo che compare in alto a sinistra, è possibile cambiare infatti sia la lingua del testo scritto sia quella dell’audio ad esso associato. Già solo in questo modo, il libro permette di raggiungere facilmente un’ampia gamma di lettori potenzialmente più fragili: quelli che non padroneggiano l’italiano (e può essere il caso dei destinatari ultimi del libro, ossia i bambini, ma anche dei mediatori che desiderano condividere con questi ultimi la lettura) e quelli che prediligono l’ascolto alla decifrazione del testo scritto. Inoltre, optando per una soluzione ibrida, Dillo! riesce a tenere insieme i benefici di un’esperienza di lettura tangibile e fisicamente esperibile tramite il libro di carta e i vantaggi in termini di personalizzazione che solo la tecnologia può garantire.

Veniamo al contenuto. Il libro – un cartonato robusto e quadrato – racconta di un gatto birichino che si ostina a rubare al suo padrone oggetti di uso quotidiano: calzini, berretti, guanti e zollette di zucchero. Tutto lascerebbe pensare a una strategia antifreddo ma una gustosa sorpresa aspetta il lettore all’ultima pagina! La struttura del libro è efficacemente iterata, sia nelle scansione (l’umano rimprovera il gatto per il furto – il gatto si interroga sulle affermazioni dell’umano) sia nella costruzione delle frasi. Questo fa sì che il racconto, già di per sé minimale e su misura per lettori alle prime armi, possa essere più facilmente compreso e fatto proprio, oltre che gioiosamente anticipato e condiviso in una lettura ad alta voce. Teresa Porcella offre infatti al mediatore un testo perfetto da interpretare insieme e capace di tenere desta l’attenzione anche di chi è meno abituato alla lettura. Le illustrazioni di Gusti, dal canto loro, sono un’esplosione di colore che solletica l’occhio e sottolinea il tono scanzonato del racconto, pur senza distrarre o confondere. Il tratto dell’autore argentino è infatti essenziale e pulito, concorrendo in maniera determinante ad accompagnare il lettore in un’esperienza di lettura spassosa, piena e appagante.

Contare sulle dita

Del talento di Claire Dé nel coniugare riconoscibilità delle immagini e moltiplicazione dei sentieri interpretativi attraverso la fotografia avevamo già detto, raccontando lo splendido Imagine… c’est tout blanc. Quello stesso talento lo ritroviamo ora all’interno di Contare sulle dita, un progetto editoriale che per fortuna, a differenza del precedente, è arrivato ora anche in Italia. Lo ha portato Editoriale Scienza che sta dedicando particolare attenzione a una promettente valorizzazione di titoli fotografici.

Contare sulle dita, dal canto suo, è un libro ibrido, multiforme, difficile da incasellare. È un libro per contare? È un libro per guardare? È un libro per creare collegamenti tra le cose? Sì, sì e sì, è in effetti tutte e tre queste cose, e probabilmente non solo. Ogni doppia pagina di questo robusto cartonato di formato quadrato, propone due fotografie (in una manciata di casi, una sola fotografia che occupa l’intero spazio) nitidissime e dai colori attraenti, associate a un numero o una semplice addizione che interpreta matematicamente gli elementi che la compongono. Più difficile a dirsi che a vedersi, in effetti! Qualche esempio può forse venirci in soccorso: un sasso a sinistra, una conchiglia a destra, la scritta “1”; due insetti a sinistra, due foglie a destra, la scritta “1+1 = 2”; tre coleotteri grandi e uno piccolo a sinistra, quattro foglie a destra, la scritta “3+1 = 4”; quattro foglie gialle e una rossa a sinistra, tre sassi gialli e due rossi a destra, la scritta “4+1 = 3+2” e via dicendo…

Descritto a parole, potrebbe sembrare un libro semplice semplice, che facilmente può esaurire l’interesse. Bene, la verità è che questo libro è l’esatto contrario! Contare sulle dita sottende, infatti, un’architettura raffinatissima, all’interno della quale crescono non solo i numeri ma anche la complessità dei soggetti e delle operazioni matematiche ad essi correlate e soprattutto all’interno della quale tutto, ma proprio tutto, chiede di essere letto: i colori con cui sono scritti i diversi numeri, la loro posizione sulla pagina, i richiami cromatici tra fotografie affiancate, gli sfondi, le luci i giochi di vuoti e pieni, di proporzioni e di contrasti. Di fronte a questo libro risulta, infatti, davvero difficile ostinarsi a ritenere la lettura visiva una lettura di serie B!

Lo sguardo e l’intelletto del bambino, non necessariamente piccolo (anzi!), sono sollecitati senza posa, invitati a cogliere nessi ed equivalenze, a godere di composizioni esteticamente meravigliose, a scoprire che la matematica è intrinsecamente custodita in ogni cosa del mondo, a riconoscere figure, colori e tesori della natura. A fare tutte queste cose o farne anche solo una: e questo è proprio il bello, anche in termini di potenzialità inclusive. In un libro piccolo come questo sono pronti a dipanarsi innumerevoli possibilità di letture e altrettanti percorsi didattici, in cui scienza e poesia possono viaggiare a braccetto.

I libri del topolino – Il vento

Di topini è pieno zeppo il mondo letterario che guarda all’infanzia. Quelli di Monique Felix, però, sono topini davvero speciali. Le loro avventure, già amate da intere generazioni di giovani lettori e ora fortunatamente riportate sugli scaffali da Camelozampa, sono, infatti sorprendentemente deliziose e si sviluppano sempre a cavallo tra dimensione narrativa e metanarrativa.

Qui si trova sempre, infatti, un piccolo roditore che rosicchia la pagina del volume in cui si trova immerso, svelando un mondo sottostante con il quale finisce per confrontarsi. La pagina diventa ogni volta, cioè, una soglia che separa il protagonista (e con lui il lettore) da un mondo altro e inatteso ma anche un oggetto di scena con cui questi interagisce e si destreggia, per poter esplorare e infine uscire indenne dal mondo che di volta in volta va svelando.

Così, per esempio, ne Il vento, il topolino sembra dapprima guardarsi intorno smarrito, come se si trovasse in trappola circondato del bianco disorientante della pagina. Poi, però, il bordo di carta appena mordicchiato lascia intravedere qualcosa subito sotto e la curiosità si fa irresistibile. Topino rosicchia e rosicchia ma non fa in tempo a strappare l’intero perimetro della pagina che questa si stacca e lo spinge con forza: quella che si agitava lì sotto era una tempesta di prim’ordine con tanto di vento impetuoso, fiocchi di neve e piume svolazzanti. Topino si nasconde dapprima dalle grinfie di un’aquila, studia rapito il movimento di un aeroplano e si adopera infine per mettere in opera un semplice ma efficace piano cartotecnico: ecco, infatti, che la pagina strappata si fa girandola. Topino è decisamente pronto per buttarsi a capofitto in quel mondo fatto di colori, oggetti e avventure tutti da scoprire.

Impeccabile nel formato (piccolo e quadrato) e nella composizione (essenziale e sempre in equilibrio tra i diversi piani narrativi), Il vento offre ai lettori più giovani, idealmente di età prescolare ma anche dei primi anni di scuola primaria, una gustosa e minima avventura letteraria, tutta raccontata senza far uso di parole scritte. Il tratto dell’autrice è realistico ed efficace nella resa di movimenti ed emozioni. Non cede inoltre alla tentazione di inserire dettagli superflui. Una volta compreso il meccanismo narrativo che gioca con la pagina e che crea una gustosa e non banale sfida interpretativa, il lettore può dunque seguire con discreto agio le silenziose e ingegnose avventure del protagonista.

Quello incontrato de Il vento appare a tutti gli effetti come un format originale che l’autrice riprende e sviluppa con esiti sempre diversi in una vera e propria serie. La potenziale difficoltà di comprensione data dall’incontro tra piano narrativo e piano metanarrativo può venir dunque mitigata, sul lungo periodo, dalla regolarità della struttura narrativa che caratterizza e accomuna i differenti volumi. Contemporaneamente a Il vento, Camelozampa ha pubblicato anche La merenda. La speranza è che anche gli altri volumi della serie possano presto trovare posto sugli scaffali delle nostre librerie.

Grande gatto, piccolo gatto

Vivace, giocoso, attraente: il libro Grande gatto & Piccolo gatto ha tratti decisamente affini ai due protagonisti che lo animano. I due micini al centro del libro tattile ideato da Stefania Pessina sono infatti inarrestabili e amano muoversi, esplorare e scoprire ciò che li circonda, senza preoccuparsi troppo dei guai che questo potrebbe portare con sé.

Il lettore è invitato dapprima a trovarli, aprendo la porta della loro casetta, e a conoscerli, esplorandone il pelo. Da lì in avanti è tutto un seguirli sul cornicione e sotto il tavolo, dietro la tenda e lungo il muro. Le loro tracce – impronte in rilievo, graffi sulla parete, campanellini smarriti… – sono chiare ed eloquenti, al tatto, alla vista e all’udito. Lasciandosi guidare da esse, si incontrano sulla pagina ambienti e oggetti di facile esplorazione, che delineano un percorso accattivante.

Se il testo di Grande gatto & Piccolo gatto non appare particolarmente sorprendente e sfrutta rime abbastanza basiche, le illustrazioni risultano, invece, piuttosto ben congegnate. Non solo, infatti, esse si caratterizzano per una apprezzabile semplicità compositiva che ne agevola il riconoscimento, ma il fatto che con esse possano interagire i due protagonisti, staccabili dalla prima pagina, le rende anche dei veri e propri scenari di gioco.

Il libro di Stefania Pessina diventa così un strumento efficace e stimolante per incontrare il Braille, per sperimentare semplici concetti topologici e per vivere la pagina come un’occasione di invenzione e narrazione. Non a caso, nel 2019, il prototipo di Grande Gatto e Piccolo gatto è stato insignito del premio come Miglior libro per la primissima infanzia al Concorso Nazionale di Editoria Tattile Tocca a te. Quello stesso prototipo è stato trasformato dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi in un vero e proprio libro tattile, distribuito gratuitamente in centinaia di copie a biblioteche, enti e associazioni del territorio nazionale, grazie al contributo di Enel cuore.

Il ristorante nel bosco

Il ristorante della pecora Gloria è sempre pieno: la sua inimitabile zuppa attira clienti da tutto il bosco e viene servita da un team specialissimo di camerieri. Difficile dire cosa renda quest’esperienza culinaria così irresistibile, quel che è certo è che mettere piede nella cucina di Gloria garantisce al lettore gustose sorprese e ghiotti sorrisi.

Scritto e illustrato da Alessandra Ciarmela con tocco deliziosamente ironico, Il ristorante nel bosco offre ai lettori alle primissime armi una lettura semplice, abbordabile e accattivante. Il testo, stampato in maiuscolo e con caratteristiche di alta leggibilità, è essenziale e breve ma tutt’altro che sciapo. Le illustrazioni, dal canto loro, sono buffe e non prive di dettagli curiosi. Corredato, in chiusura, da alcuni giochi e approfondimenti divulgativi collegati alla storia, Il ristorante nel bosco fa parte di una collana caratterizzata dalla possibilità di fruire del racconto anche in modalità audio, grazie alla presenza di un semplice qr code che rimanda alla lettura ad alta voce del testo.

Da un punto di vista squisitamente inclusivo, Il ristorante del bosco ha un doppio punto di forza. Non solo, infatti, il libro risulta accessibile, grazie ad accorgimenti grafici che rendono la pagina più amichevole e alla presenza dell’audiolettura che diversifica i canali di fruizione, ma affronta anche in maniera molto delicata e leggera il tema della diversità. I camerieri impiegati nel ristorante di Gloria, infatti, hanno tutti bisogno di un piccolo aiuto da parte della titolare per svolgere al meglio il loro lavoro e, non di rado, richiedono ai clienti una certa pazienza perché, per natura, portano a termine il loro compito con una discreta lentezza e con qualche pasticcio di troppo. Ciononostante, i clienti continuano a tornare con un amichevole sorriso in viso… il miglior esempio di apertura e accoglienza che si possa offrire a un lettore!

MITA – Mental Imagery Therapy for Autism

Non è facile trovare un’app per lo sviluppo del linguaggio costruita sulla base di valide evidenze scientifiche, per questo segnaliamo quest’importante progetto di riabilitazione linguistica pensato per i bambini con autismo.

Si tratta di un’app basata sulla “terapia di immagini mentali” creata da un team di ricercatori delle Università di Harvard e Boston.

MITA propone diversi giochi basati sul meccanismo del “puzzle” che legano le parole alle immagini, in modo semplice ed efficace, senza distrazioni. Il rimando vocale permette di comprendere in modo immediato se l’attività è stata svolta correttamente e questo permette di utilizzare l’app anche in modo individuale.Viene sempre utilizzata la modalità “drag – and – drop” in modo che il bambino non incorra in una risposta accidentale solo per il semplice tocco delle dita. Inoltre, l’allenamento nel trascinamento permette di migliorare il coordinamento oculo-motorio e la motricità fine, importanti anche per l’apprendimento.

La cosa davvero interessante ed innovativa è la proposta pensata sul singolo bambino: all’inizio infatti vengono scelti in automatico i giochi adatti alla fascia d’età richiesta, in modo da creare una proposta personalizzata. Ogni volta che il bambino si collega gli verrà proposto un percorso con una selezione di attività dai tempi brevi, in modo che l’utilizzo dell’app sia proprio calibrata sulle capacità del piccolo utente: una volta che il percorso è terminato si conclude con un momento di gioco. Questa modalità è pensata per far si che l’utilizzo dell’app avvenga con frequenza ma per tempi brevi.

Man mano che si va avanti nel suo utilizzo l’app di adatta ai progressi svolti e diventa man mano più complessa, proponendo attività anche di combinazione di immagini mentali, di conteggio, di attenzione. Le istruzioni verbali che accompagnano l’esecuzione dell’attività favoriscono l’ampliamento del lessico e la memoria verbale.

Si tratta di una proposta nata per i bambini con disturbo dello spettro autistico ma adatta anche per bambini con disabilità cognitive e disturbi del linguaggio. Un’app davvero efficace, adatta per delle sedute riabilitative, ma che permette di lavorare in un contesto ludico e giocoso, in particolare sostenendo la motivazione all’apprendimento.

Pio pio bau bau

Tratto essenziale, figure evidenti, colori pieni, contorni netti: la cifra di Attilio Cassinelli è inconfondibile, tanto nelle sue fiabe illustrate quanto nei suoi libri senza parole o onomatopeici. Pio pio bau bau rientra in questa seconda categoria. Il libro, che fa parte di una collana di quattro titoli intitolata I senza parole di Attilio, presenta un formato che si sviluppa in orizzontale, perfetto per mettere in valore il lungo cammino del suo protagonista: un pulcino intraprendente che supera il recinto del pollaio per avventurarsi nei dintorni, prima di fare ritorno dai suoi cari. Il suo è un viaggio ricco di incontri: una capra, un cane, varie rane e cornacchie incrociano il suo cammino e a ogni tappa il pulcino impara un verso diverso che si esercita a replicare. Grande è lo stupore di mamma chioccia nel sentirlo belare, abbaiare, gracidare e gracchiare. Basta, però, il pigolio dei fratelli per far ritrovare al pulcino la strada e i suoni di casa…

Attilio, maestro nel raccontare storie in maniera chiara con pochissimi tratti ben scelti, rende perfettamente il senso di marcia del protagonista e dell’interazione con i suoi interlocutori. Lineare nello sviluppo, pulito nella composizione e sempre attento a non affollare la pagina con un numero troppo elevato di personaggi, Pio pio bau bau procede per sole immagini e onomatopee, risultando molto immediato e fruibile anche a bambini piccoli o con difficoltà di comprensione e aggancio a testi più articolati.

Lo sbadiglio

È possibile raccontare una storia – o, addirittura, la Storia – con un solo suono? A leggere Lo sbadiglio di Ilan Brenman e Renato Moriconi si direbbe proprio di sì! Questo libro (quasi) senza parole, che nasce sulla scia di Telefono senza fili, mette infatti in successione rigorosamente cronologica e profondamente ironica una serie di personaggi – dall’ominide all’astronauta, passando attraverso il faraone egizio, il guerriero vichingo e Napoleone – e li collega attraverso un filo narrativo inaspettato: lo sbadiglio, per l’appunto. A ben pensarci, in effetti, tante cose sono cambiate nel tempo ma tutti (proprio tutti) gli uomini e le donne della storia hanno senz’altro provato e manifestato noia e sonnolenza. Ecco allora che un sonoro Oooohhhh (con un numero di o e di h variabile), attraversa i secoli e le pagine di questo libro invitando irresistibilmente il lettore a interpretarlo alla maniera dei diversi personaggi ritratti. Eva, una statua greca e Charlie Chaplin sbadiglieranno mica alla stessa maniera?

Lo sbadiglia si presenta come un libro molto accessibile e altrettanto stratificato. È accessibile perché l’unica parola di cui fa uso è un’onomatopea, perché segue un filo cronologico chiaro, perché si compone di illustrazioni ampie e riconoscibili e perché ogni pagina presenta un solo personaggio alla volta. È stratificato perché può essere letto in tanti modi, perché le sue tavole possono essere godute anche singolarmente e perché alla rappresentazione in primo piano, realistica e apparentemente seria, Renato Moriconi aggiunge degli imprevisti dettagli di sfondo che generano spasso, straniamento, inferenza e invito alla lettura minuziosa: il cartello di divieto di sosta vicino all’albero di mele del paradiso, la sfinge con le orecchie da Topolino, un greco munito di fionda a fianco ad Icaro che precipita, ma anche Cappuccetto rosso insieme alla lupa di Romolo e Remo o il Bianconiglio e gli orologi di Dalì dietro l’inventore della relatività.

Difficile dire che la Storia è noiosa, di fronte a una rappresentazione di questo tipo. Reale e fantastico, passato e futuro scompigliano infatti le carte e creano percorsi inattesi, ricchi di citazioni tutte da scoprire. Che bello sarebbe fare didattica a partire da libri così?

Una casa per Fiammetta – versione tattile

Fiammetta nasce da un vulcano durante un’eruzione. È una fiamma curiosa e per questo decide di andare per il mondo a cercare una nuova casa. L’impresa è però meno semplice del previsto perché, data la natura della protagonista, né il bosco né le case si rivelano essere buone opzioni. Il rischio incendio è, infatti, sempre dietro l’angolo. La soluzione arriverà inaspettata grazie all’incontro con un fornaio il cui forno non ha mai funzionato. Non sarà difficile immaginare dove Fiammetta possa felicemente trovare, infine, la sua nuova dimora…

Molto piano ed elementare nello sviluppo narrativo e nella costruzione del testo in rima, Una casa per Fiammetta è il libro che ha vinto il premio Editabilità all’interno del concorso di editoria tattile Typhlo e Tactus 2022. Questa sezione del concorso riconosce e valorizza, in particolare, quei prototipi che risultano più facilmente riproducibili e dunque capaci di essere realizzati con costi più bassi e diffusi in molteplici copie. L’obiettivo è quello di sostenere concretamente la diffusione dei libri tattili: un processo che, evidentemente, non può prescindere da una riflessione sui prezzi e sui meccanismi di distribuzione tipici di questo settore editoriale.

Dal prototipo originale firmato da Claudia e Andrea Sorrenti è nato un libro tattile vero e proprio realizzato dalla Fondazione Robert Hollman e dall’Associazione Fiori blu, con testo stampato in nero e in Braille e parte delle illustrazioni fruibili anche al tatto. La casa Editrice Puntidivista, dal canto suo, ne ha messa a punto una versione sempre tattile ma ulteriormente lavorata per abbattere il più possibile i costi di produzione. Le differenze tra questo volume e l’originale concernono più che altro l’inserimento del Braille tramite l’applicazione di un cartoncino (e dunque non tramite stampa diretta sulle pagine e sulla copertina), la colorazione di alcuni elementi (variopinti nell’originale, tinta legno in questa versione) e la scelta dei materiali con cui questi sono riprodotti. Non si tratta dunque di differenze enormi ed è di fatto apprezzabile il tentativo della casa editrice di dissimulare l’effetto meno raffinato del cartoncino con il Braille applicato sulla pagina con un lavoro sul colore di sfondo e di nascondere la spirale con una copertina cartonata vera e propria.

Della medesima storia di Fiammetta, la casa editrice Puntidivista propone anche una versione in simboli.

Yipo

Il fascino che le creature buffe esercitano sui piccolini è fuor di dubbio. Se poi quelle creature portano il segno riconoscibile e vivace dell’artista messicano Juan Gedovius, è facile che l’attrazione si faccia ancora più forte. Con le loro sagome bitorzolute, i loro occhi tondi e la loro mostruosità amichevole, le sue figure generano infatti un’immediata simpatia che favorisce l’affezionamento e incentiva la scoperta.

Tutto fuorché sterili esercizi di disegno, le figure di Gedovius animano infatti piccole e significative narrazioni in cui la varietà dei soggetti si fa motore del racconto. Si prendano ad esempio i protagonisti di Yipo, leporello cartonato che mette in scena un’improbabile cordata di piccoli e grandi esseri mostruosi. Ciascuno di loro presenta una conformazione e alcune peculiarità fisiche che ne condizionano la presenza sulla pagina e la relazione con gli altri personaggi. Così, il vermone sinuoso si fa trainare poggiando ognuna delle sue gobbe su di un mezzo con le ruote e tira con la sua coda la lumaca sul monociclo; il mostriciattolo più paffuto e piccino salta la corda, mentre quello che ricorda un pipistrello se ne sta comodamente appeso a testa in giù. E via dicendo… Quello che si viene a creare è una sorta di lungo piano sequenza che scorre sotto gli occhi del lettore in cui il semplice avanzare diventa occasione di invenzione, sorpresa e divertimento.

Costruito in modo da proseguire fronte e retro, senza un vero inizio e senza una vera fine, Yipo fa di un comune filo di lana azzurra il filo conduttore lungo il quale si manifesta la sgangherata combriccola. Chi siano, dove vadano, che intenzioni abbiano i suoi membri è tutto la inventare: l’autore lascia infatti le figure libere dalle parole, incentivando così una certa libertà di lettura, sia nelle modalità di approccio al libro sia nei percorsi di interpretazione.

No, no e poi no!

Il primo giorno di scuola è impegnativo per tutti. Per qualcuno, però, lo è un po’ di più. Marco, per esempio, reagisce all’idea di lasciare la sua mamma e di ritrovarsi in un posto nuovo con compagni sconosciuti con una sfilza di secchi e maldisposti “No!”. No andare un bacio di saluto. No ad appendere la giacca. No a farsi guidare nella nuova classe. No a fare un puzzle. No a una caramella offerta… le cose sembrano mettersi male, ma la caparbietà dei bambini e l’esperienza della maestra sanno fare miracoli. Ecco allora che, a volte, i no possono restare, assumendo però tutto un altro valore!

Firmato da Mireille D’Allancé nei testi come nelle figure, No, no e poi no! è in catalogo per Babalibri da oltre 10 anni. Ora, per iniziativa di Officina Babùk, l’albo si sdoppia e viene proposto al pubblico anche in una versione in simboli della Comunicazione Aumentativa e Alternativa, che non sostituisce ma si affianca alla precedente. Contraddistinta da testi in maiuscolo rinforzati visivamente dai simboli WLS, questa nuova versione si presta a facilitare la condivisione della storia e la sua comprensione anche da parte di bambini con difficoltà comunicative e linguistiche. Analogamente, la presenza di icone associate ai lemmi e la scelta del maiuscolo fanno sì che i bambini in età prescolare o in procinto di approcciare la letto-scrittura possano trovare un supporto più amichevole anche in un’ottica di fruizione autonoma del volume.

Il testo di No, no e poi no! presenta perlopiù frasi brevi, lineari e paratattiche così come dialoghi esplicitamente attribuiti: caratteristiche, queste, che lo rendono di per sé più facilmente simbolizzabile di altri. Le uniche modifiche apportate rispetto all’originale, non a caso, sono minime e riguardano l’ordine soggetto-verbo in alcune frasi. Al fine di agevolare la profonda comprensione del testo e della sua struttura, il libro predilige una simbolizzazione per unità di senso (articolo e sostantivo corrispondono per esempio a un solo simbolo e lo stesso accade per espressioni come mi dai un bacio) e ricorre a una riquadratura “eloquente” i cui bordi lisci, stondati o a punta indicano rispettivamente l’inizio e la fine di passaggio narrativo e l’inizio e la fine di un discorso diretto.

Il cappello di Topolina

In catalogo per Bohem press dal 2016, Il cappello di Topolina è un minuscolo libro senza parole che custodisce una storia genuina di amicizia e resilienza. Protagonista è una topolina munita di un elegante copricapo rosso fiammante corredato di un bel fiore blu. Quel cappello piace davvero a tutti e la topolina, molto generosamente, lo presta senza indugio. Il cappello passa così di testa in testa, adattandosi di volta in volta alle antenne della lumaca, alla cresta del gallo, alle corna dell’alce, al testone dell’elefante e alle orecchie dalle variegate forme del gatto, del coniglio, del lupo e dell’orso. Così, quando Topolina torna in possesso del suo accessorio, questo appare completamente deformato, pressoché irriconoscibile. Ma oltre a essere generosa, Topolina sa anche trovare il lato positivo delle cose e così, dopo un comprensibile e fugace momento di sconforto, riesce a valorizzare in modo sorprendente le gobbe e i bitorzoli che ormai caratterizzano il copricapo. Ché di fronte agli imprevisti e agli ostacoli della vita, si sa, possiamo rassegnarci oppure metterci comodi per trovare il modo di abitarli.

Essenziale nei contenuti e nella forma, come nello stile di Eric Battut, Il cappello di Topolina è un esempio puntualissimo di silent book di grande accessibilità. La sua forza inclusiva risiede in una struttura iterata, in una pagina pulita e popolata proprio solo dagli elementi funzionali al racconto, nella presenza di un numero fisso e basso (due) di personaggi di volta in volta presenti sulla pagina, in un uso comunicativo e orientante del colore (il rosso del cappello che cambia forma spicca sempre rispetto a tutte le altre figure che compongono le illustrazioni) e in una trama semplice e lineare. I personaggi scelti sono poi piuttosto comuni e riconoscibili e le posture ed espressioni loro attribuite sono dicono silenziosamente desideri e sentimenti. L’unico elemento che può costituire un ostacolo alla comprensione è rappresentato dal vuoto narrativo che separa ogni doppia pagina da quella successiva, quello in cui fondamentalmente chi sta indossando il cappello lo cede a chi glielo ha chiesto e quest’ultimo se lo mette in testa. Una volta esplicitato, per esempio in seno alla lettura condivisa, può diventare tuttavia anch’esso padroneggiabile.

Nel bosco

Se coltivare il pensiero divergente significa, per dirla con Rodari, rompere continuamente gli schemi dell’esperienza, possiamo serenamente affermare che Laura Cattabianchi è una contadina straordinaria. Il suo libro Nel bosco, rompe infatti più di una consuetudine consolidata nell’ambito dell’editoria tattile: quella di offrire al lettore immagini perlopiù figurative, per esempio, ma anche quella di privilegiare materiali molto diversi tra loro e quella di considerare questi ultimi quasi esclusivamente per le sensazioni tattili che possono offrire.

Al contrario, l’autrice sceglie di percorrere strade progettuali decisamente non battute, dando vita a un libro tattile composto perlopiù di immagini astratte, realizzate a partire dalla sola carta e confezionate in modo tale da valorizzarne essenzialmente l’aspetto sonoro. Ogni doppia pagina offre sulla sinistra il testo in nero a grandi caratteri e in Braille e sulla destra un riquadro di carta di tipo diverso ma di dimensione fissa.

Visionario, innovativo e unico nel suo genere, il libro accompagna il lettore a fare una passeggiata nel bosco, invitandolo a prestare attenzione alle piccole sorprese che questo ambiente gli può riservare: il rumore dei passi sulle foglie, l’incontro più o meno ravvicinato con le creature che vivono sugli alberi, l’inciampo in un ramo secco, il volo di un uccello, un soffio di vento, l’arrivo improvviso di un temporale. Fino al rientro a casa, al calduccio, di fronte a un camino scoppiettante e infine nel letto, sotto le coperte. Il testo, di fatto, fa strada come farebbe una guida lungo un sentiero: conduce, cioè, il lettore nel suo percorso nel bosco, alla scoperta dei suoni che lo animano. Ogni avanzamento immaginario è seguito da un’istruzione pratica (gratta la carta, tira le linguette, soffia sulla carta, infila la mano sotto la carta e tamburella con le dita…) che consente al lettore di ricreare l’atmosfera sonora evocata poco prima.

Quello che ne viene fuori è un’esperienza interattiva e immersiva sorprendente, di grande effetto e di grande accessibilità. Sperimentata facendo a meno dell’uso della vista, anche da parte di chi non presenta un deficit visivo, la passeggiata nel bosco di Laura Cattabianchi avvolge il lettore con una moltitudine di stimoli molto evocativi. Il fatto, poi, che questi ultimi nascano dall’incontro tra semplici gesti (sfregare, arrotolare, grattare…) e semplici materiali (cartoncino ondulato, carta velina, carta da pacchi…) ha un che di straordinario e costituisce per il lettore, piccolo o grande che sia, un incentivo irresistibile a indagare ulteriormente le inattese potenzialità sonore di materiali comuni come la carta.

Possono così nascere, con relativa facilità, nuove passeggiate e nuovi percorsi, attraverso i quali mettere alla prova e riscoprire sensi trascurati, lasciarsi sorprendere dalla fisicità degli oggetti quotidiani e ritrovarsi vicini, al di là delle specifiche abilità, nella bellezza dei viaggi immaginari. Non a caso, Nel bosco nasce proprio dalla lunga esperienza di Laura Cattabianchi nella conduzione di laboratori con lettori di ogni età, dedicati all’esplorazione dei suoni custoditi dai materiali più insospettabili. La cura che l’autrice profonde nella scelta dei tipi di carta e dei tipi di movimenti con cui interagirvi al fine di dar vita a suoni davvero efficaci, riconoscibili e significativi, è ammirevole e rara. Essa va, d’altronde, di pari passo con l’attenzione riservata alla confezione del libro come oggetto estetico prima e oltre che come contenuto accessibile: con il suo formato quadrato, le sue spesse pagine marroni che incorniciano i riquadri di carta e la sua predilezione per colori caldi e avvolgenti, Nel bosco incuriosisce e ammalia, infatti, il lettore, offrendo la meritata cornice a quella che sarà per lui un’esperienza sorprendentemente affascinante.

Missione al chiaro di luna

Missione al chiaro di luna di Aleksandra Artymowska è una dimostrazione lampante che nello spazio di poche pagine e senza parole scritte può prendere vita una storia avvincente, compiuta e felicemente accessibile.

Il libro, finalista del Silent Book contest 2023 e pubblicato da Carthusia, è ambientato in una serena notte di campagna e racconta di una bambina intraprendente e capace di compiere un’impresa spericolata. Svegliatasi di soprassalto, la bambina si accorge che qualcosa o qualcuno che dovrebbe stare sotto il suo letto manca all’appello. La sua passione per lo spazio, testimoniata da poster e complementi a tema, le dà l’ispirazione necessaria per avviare ricerche e recupero. A cosa potranno mai servirle, però, quadri, presine, paralumi e grucce? Il lettore è portato a chiederselo e a formulare congetture man mano che la protagonista si accinge a raccattare questi e altri oggetti più stravaganti dalla casa. Ogni cosa trova però un senso nello spettacolare finale che chiude in bellezza questa piccola avventura.

Capaci di incuriosire e al contempo di orientare chi legge, grazie a una scelta oculata degli elementi da inserire nelle tavole e a un uso efficace di colori e ombre. Missione al chiaro di luna offre una lettura lineare e chiara ma tutt’altro che prevedibile che ben si presta anche a condivisioni ad alta voce.

Ti voglio bene, Blu

I temi ambientali fanno spesso capolino all’interno degli albi firmati da Barroux. Ti voglio bene, Blu non fa eccezione: i danni provocati dall’abuso e dalla dispersione della plastica nell’ambiente mettono, infatti, a rischio la vita di Blu, una balena gentile che fa amicizia con il protagonista dell’albo. Intraprendente e socievole, quest’ultimo ha le fattezze di un bambino ma naviga in solitaria con la sua barchetta e conosce Blu durante una tempesta. È proprio la balena a metterlo in salvo dalle onde in quel pericoloso frangente e da quel momento il legame tra i due si fa saldo e forte. Così, quando un giorno Blu non si presenta al consueto appuntamento e non risponde ai richiami del bambino, quest’ultimo si tuffa a cercarla e la scopre afflitta dall’ingestione di corpose quantità di sacchetti. Con pazienza e dedizione il bambino riesce a liberarla da questo fardello, riportandola al sorriso e alla voglia di scherzare insieme.

Già in catalogo per Babalibri, Ti voglio bene, Blu è ora proposto da Officina Babùk in una versione alternativa in cui le illustrazioni e l’impianto grafico sono mantenuti intatti ma il testo è supportato visivamente dai simboli. L’obiettivo è quello di rendere albi molto apprezzati come questo, fruibili anche da parte di bambini con difficoltà cognitive e comunicative ma anche di bambini di origine straniere o in età prescolare. Rispetto ad altri titoli della giovane casa editrici specializzata nella pubblicazione di libri in CAA, questo di Barroux pone in questo senso una sfida forse più complessa: il testo si compone, infatti, in buona parte di dialoghi non attribuiti esplicitamente, e questo implica un maggiore sforzo da parte del lettore nella comprensione degli scambi tra i personaggi.

Per il resto, il lessico è piano, le frasi sono piuttosto brevi e paratattiche e le scelte di simbolizzazione fatte da Enza Crivelli e Sante Bandirali vanno nella direzione di ottimizzare i pittogrammi impiegati e di rafforzarne il legame con il testo. Così, per esempio, là dove il testo riporta solo il verbo, il riquadro sottostante riporta anche il simbolo del soggetto o dell’oggetto a cui il verbo si riferisce (“sei” è associato al simbolo di tu e a quello di essere, “incontrarti” al simbolo di incontrare e a quello della balena, e via dicendo…). Sempre nell’ottica di facilitare la comprensione del testo e la distinzione delle sue diverse parti, va l’accorgimento ormai consueto nei libri di Officina Babùk per cui la forma del riquadro del pittogramma cambia (forma a punta) quando posto in corrispondenza dell’inizio e della fine di un discorso diretto così come quando è posto alla fine di una frase di qualunque altro genere (forma tondeggiante). L’obiettivo è sempre quello di supportare il più possibile la piena appropriazione del racconto, anche quando questo, come nel caso di Ti voglio bene, Blu, un po’ più sfidante del consueto per i lettori che necessitano dei simboli della CAA.

Donato, inventore sbadato

Nel fantastico mondo di Ortolandia, i contadini stanno vivendo proprio una brutta avventura! Talpe e corvi stanno attaccando i loro orti, perciò serve l’aiuto di Donato, l’inventore del paese: tempo addietro, Donato aveva infatti progettato un robot che sarebbe molto utile ora per scacciare gli antipatici guastafeste! Ma ahimè, Donato è un pò pasticcione… e non trova più tutte le parti che servono per ricostruire il robot! Riusciranno i giovani giocatori ad aiutarlo?

E’ proprio la cornice narrativa di una favola quella che introduce il bambino in questo software, favorendo così la motivazione alla risoluzione dei giochi. Le 8 sezioni del software infatti, hanno tutte l’obiettivo di aiutare Donato a ritrovare i pezzi per ricostruire il robot, favorendo così una dimensione ludica e giocosa. Ogni sezione propone una modalità di gioco diversa, andando così a lavorare su dimensioni quali la categorizzazione, le sequenze temporali, le relazioni di causa-effetto. Importante strumento per chi ancora non padroneggia la letto-scrittura, è adatto anche per bambini con lievi ritardi cognitivi o disturbi dell’apprendimento che devono allenare le abilità logiche e di concentrazione.

Punto di forza del software è proprio la cornice narrativa, che favorisce parallelamente la motivazione ad apprendere ma anche il dialogo e le capacità linguistiche del bambino.

Torna a comprare il pane

Jean-Baptiste Drouot ha un tratto delicato e ironico che sa declinare a modino suscitando nel lettore tenerezza e sorrisi. Sinnos ce lo ha fatto conoscere con l’rresistibile prima lettura Vai a comprare il pane a cui fa seguito ora Torna a comprare il pane. Il protagonista è sempre un volpacchiotto intraprendente che anche questa volta viene mandato dalla mamma a fare una semplice commissione ma si ritrova suo malgrado nel bel mezzo di un’avventura incredibile. Basti dire che ci sono di mezzo un cugino scomparso e poi ritrovato, un naufragio, un giro in mongolfiera, l’incontro con coccodrilli selvaggi e una fuga rocambolesca tra dirupi e ponti sospesi. Non che questo gli impedisca di portare a termine il suo compito, ma l’imprevisto – è bene ricordarlo – è sempre dietro l’angolo…

Torna a comprare il pane si presenta come una lettura di grande accessibilità grazie alla combinazione di una serie di caratteristiche. Si tratta infatti di un libro breve (meno di 50 pagine) con testo contenuto e stampato in maiuscolo e ad alta leggibilità e con immagini preponderanti e regolari. Non solo, si tratta anche e soprattutto di un libro divertente e capace di condensare in uno spazio ridotto un’avventura ricca e avvincente, supportata da illustrazioni amichevoli che sposano perfettamente il tono del racconto. Il risultato è un volume estremamente godibile anche in caso di dislessia e/o di scarsa propensione alla lettura a cui affidarsi a occhi chiusi in un qualsivoglia percorso volto a mostrare ai bambini più riluttanti che il libro può essere sinceramente un amico.

La paura del mostro

La paura del mostro è un classico per l’infanzia firmato da Mario Ramos. Protagonista è Taddeo, un mostro dalle sembianze amichevoli che si trova ogni sera a vedersela con una creatura orribile e dispettosa: una bambina dai codini biondi e dal ghigno maligno che lo spaventa e lo tormenta con sgarbi di ogni sorta, comprese addirittura delle mosse di karatè. Taddeo però resiste e alla fine, ogni sera, riesce ad addormentarsi come un bebè, rassicurato dalla sensazione di essere dopo tutto un grande cacciatore di mostri.

Tutto giocato sul meccanismo del ribaltamento, La paura del mostro esorcizza e sdrammatizza i timori notturni familiari a qualunque bambino con una storia in cui il mostro e la bambina si scambiano di fatto i ruoli generando un effetto insieme straniante e divertente. Maestro dell’ironia e attento conoscitore dei bambini, Mario Ramos aggancia efficacemente il suo lettore mettendo in scena una routine serale comune e dando spazio a delle preoccupazioni molto umane per poi sorprenderlo col sorriso ridefinendo completamente i contorni della paura.

Contraddistinto da testi brevi (non più di una frase per pagina), essenziali e perlopiù lineari, da figure dai contorni netti e prive di dettagli superflui e da una precisa corrispondenza tra parole e illustrazioni, La paura del mostro si presta facilmente ad un adattamento che preveda l’inserimento dei simboli della Comunicazione Aumentativa e Alternativa. Non a caso, il volume è uno dei primi proposti a catalogo da Officina Babùk, casa editrice specializzata nella produzione di libri in simboli. Questa versione, in effetti, si presenta molto fedele all’originale sia nei testi sia nella grafica. Le uniche variazioni testuali – che si contano sulle dita di una mano – concernono, infatti, l’ordine di alcuni termini, funzionale a rendere la frase più lineare o a simbolizzare insieme più lemmi. Quanto alla composizione grafica, l’equilibrio tra testo e figure viene sempre mantenuto, al netto del maggiore spazio richiesto dall’aggiunta dei simboli WLS.

Questi ultimi, contraddistinti da una riquadratura leggerissima, quasi impercettibile, e da un uso votato alla fluidità della lettura (non dunque un simbolo per ogni parola ma un simbolo per ogni unità di senso), sono sufficientemente grandi da poter essere ben indicati in lettura condivisa ma non compromettono la gradevolezza della pagina. Come sempre accade per i libri di Officina Babùk, i riquadri a inizio e fine frase cambiano forma in presenza di discorsi o di un punto a capo. Il testo che vi è associato è stampato in maiuscolo, così da agevolare, laddove, possibile, il passaggio alla lettura alfabetica autonoma.

Una giornata per immagini

Una giornata per immagini è un cofanetto di librotti senza parole che portano l’inconfondibile firma di Attilio. Le figure che lo popolano – oggetti e animali, non di rado antropomorfizzati – si caratterizzano infatti per forme minime e contorni netti, colori pieni e inquadrature chiare, proprio come nello stile unico dell’autore genovese.

I libri che compongono il cofanetto, tutti di formato quadrato e contraddistinti da pagine robuste, sono quattro, rispettivamente dedicate a Il mare, La campagna, La città e La montagna. Ognuno di essi, presenta una sequenza di immagini – una sola, netta, per pagina – collegate tra loro da un punto di vista tematico. Occhiali, infradito, paletta e secchiello, pesci e animali in costume, per esempio, nel volume dedicato al mare. O alberi, frutti, attrezzi da lavoro e animali nelle vesti di contadini in quello dedicato alla campagna. L’idea è che il bambino possa trovare soddisfazione nel guardare le figure, nel riconoscerle, nel nominarle, nel collocarle in una medesima cornice e – non va escluso – nel metterle in relazione attraverso semplicissimi fili narrativi. Così, per esempio, nel volume dedicato alla montagna si può intravedere una sequenza di azioni – dalla vestizione, alle scivolate sulla neve, al rientro al calduccio – che va potenzialmente a delineare una protostoria.

Questa libertà di esplorazione, unita all’imbattibile essenzialità compositiva che è cifra di Attilio, fa sì che i volumi di Una giornata per immagini possa risultare molto trasversale per età e abilità, moltiplicando le possibilità di accesso anche in caso di disabilità cognitiva o comunicativa.

Finestre

Vincitore del Silent Book Contest 2024, Finestre è un libro senza parole giocoso e sorprendente, tutto basato sull’ingannevolezza delle apparenze. Vietato farsi fuorviare dai toni cupi che non mancano né in copertina né negli interni: il volume è tutt’altro che triste e, anzi, delizia il lettore giocando proprio sul contrasto tra le figure malinconiche o paurose suggerite dalle ombre e le realtà dinamiche e sorridenti che dietro di esse si celano.

Il libro assume il punto di vista di una bambina che troviamo assorta nei suoi pensieri mentre guarda fuori dalla sua finestra di casa. L’immagine di apertura ci dice che il palazzo in cui la bambina vive è alto e circondato da edifici simili: le cose da osservare sono dunque potenzialmente numerose. Attraverso lo sguardo della protagonista, ci soffermiamo su alcune finestre illuminate, mentre fuori il buio della notte avvolge la città. Le sagome che si delineano sembrano appartenere a inquilini isolati, litigiosi, minacciosi o inquietanti: vecchiette chine sul loro solitario lavoro a maglia, coniugi in preda alla disperazione, uomini mastodontici o desolati e persino coccodrilli furibondi… ma la realtà, spesso, non è come appare e così a ogni doppia pagina in cui emerge un’ombra perturbante, ne segue un’altra che inquadra il soggetto dall’interno della stanza, perfettamente illuminato.

Ed è qui che emerge con gioiosa allegria, l’equivoco generato dalla semioscurità. Ciò che sembrava non è: abbuffate di sushi, balli sfrenati, coccole confortanti, tentativi di rinfrescamento e appassionate sessioni di hobbistica vengono alla luce in tutta la loro vivacità, anche cromatica. I toni caldi e avvolgenti diventano protagonisti e catapultano il lettore all’interno di contesti dinamici che molto fanno immaginare. Anche la bambina incontrata in apertura non è esente dal gioco delle apparenze: con lei e con il suo affettuoso gatto si chiude, infatti, questa narrazione fatta di molti inganni, pochi colori e nessuna parola.

Sfizioso e ammaliante, Finestre presenta una struttura iterata che ne agevola la comprensione. Il tratto denso ed espressivo dell’autrice, Lola Svetlova, gioca un ruolo chiave insieme al contrasto tra realtà e apparenza nel solleticare l’immaginazione del lettore. L’ampio formato e il meccanismo ludico lo rendono infine particolarmente adatto anche a una lettura condivisa e ad alta voce.

Tanti auguri!

Che graziosa sorpresa riserva un libro come Tanti auguri! di Kaori Takahashi! L’autrice costruisce infatti una piccola storia sfruttando un ingegnoso sistema di pieghe del cartoncino e dando vita a un volume in cui le pagine non sono rilegate ma si aprono ora in orizzontale ora in verticale fino a comporre una sorta di poster.

Man mano che le pagine si aprono, il semplice ma compiuto racconto si sviluppa: una bambina esce di casa, incontra due amici – l’uno in possesso di un palloncino e l’altro in possesso di una caramella appena comprati nei relativi chioschi sul ciglio della strada –, si cruccia di non aver nella con sé, vede dei fiori in un prato lì accanto, ne raccoglie alcuni e infine ne fa dono, come gli altri fanno con il palloncino e la caramella, all’amica che li aspetta per il giorno di festa. Buon compleanno!

Fresca nel tratto e gioiosa nei colori, Kaori Takahashi confeziona un libro che contiene in sé, per come è costruito, un minimo elemento ludico capace di rendere speciale il racconto. Il fatto di aprire le pagine in maniera insolita e di dare fisicamente forma al percorso compiuto dalla protagonista attraverso uno scenario che diventa via via più grande fa sì che il volume risulti non solo particolarmente appetibile ma anche particolarmente fruibile. La familiarità dei soggetti e della situazione rappresentati e lo stile essenziale e privo di fronzoli dell’autrice contribuiscono, dal canto loro, a facilitare la comprensione e l’apprezzamento del racconto.

Il compleanno

Difficile immagine un compleanno più incredibile di quello di Angelica: invitati, festa e regali sono tutto fuorché ordinari. La bambina protagonista di questo adorabile silent book firmato dalla pluripremiata artista Albertine ha la fortuna infatti di condividere preparativi e ricevimento con una squadra di creature insolite -un po’ animali, un po’ pupazzi, un po’ mostriciattoli – fortemente motivate a rendere indimenticabile questa giornata speciale. Insieme, Angelica e i suoi amici dormono, si fanno belli, cucinano e preparano gli addobbi e infine si scatenano, dentro e fuori casa, insieme agli invitati venuti da fuori. La festa dura fino a sera quando infine la stravagante casa torna alla sua quiete sorridente.

È un tripudio di gioia e libertà bambina, Il compleanno. C’è una casa immaginaria senza figure adulte, c’è una giocosa convivenza con amici di ogni tipo, c’è la libertà di fare cose da grandi alla maniera dei piccoli, c’è il gusto di realizzare con il massimo impegno decorazioni casalinghe e c’è il gioco, autoregolato e creativo, che assume mille e una forma. A mettere in valore questa dimensione dinamica e festosa concorrono in particolare i colori vivaci che popolano le tavole, il tratto sottile e mai stereotipato con cui Albertine dà vita ai suoi personaggi e la costruzione del libro come un autentico wimmelbuch.

Ogni pagina pullula, infatti, di personaggi diversi che fanno cose diverse. A questi si aggiunge una miriade di oggetti, altrettanto buffi e attraenti, che definiscono il contesto e rendono viva la scena. Così, i giochi nella stanza, i quadri in bagno o gli alimenti sul tavolo della colazione, bel lungi dall’essere meri elementi decorativi, contribuiscono attivamente ad arricchire e moltiplicare le ipotesi narrative che il lettore può fare in merito alla stravagante compagine che anima il libro. Il risultato è una sequenza di pagine spumeggianti in cui l’occhio del lettore viene costantemente sollecitato e chiamato a destra e a manca. Tante sono le cose da osservare e nessuna, in fin dei conti, ha priorità effettiva o più valore delle altre: aspetto, questo, che può mettere maggiormente a proprio agio quei lettori che faticano a individuare il focus della storia. Certo, si potrebbe pensare che la festeggiata (che è peraltro l’unica umana) esiga maggiore attenzione ma a ben guardare, il suo stesso atteggiamento nei confronti dei compagni e delle cose da fare, sembrerebbe dirci il contrario, ossia che la festa è di tutti, è un gioco collettivo.

Benvenute sono dunque le esplorazioni libere della pagina, le attenzioni a dettagli apparentemente insignificanti, il gioco di ritrovare personaggi e oggetti man mano che la storia scorre e la propensione a dare voce a storie parallele ma mai marginali. Perché se non c’è un vero fuoco, anche il margine sfuma e quando questo accade, anche chi fatica a stare dentro binari narrativi rigidi può finalmente trovare il suo posto e sentirsi parte della festa.

Scappa, Nocciola!

Scoiattoli accumulatori, ragni furbetti, uccellini affamati, rane dispettose… quanto può essere imprevedibile e rischiosa la vita di un frutto in mezzo al bosco! Lo sa bene la protagonista di Scappa, Nocciola! che per fortuna, però, ha coraggio da vendere, una buona dose di intraprendenza e un pizzico di fortuna che non guasta mai: così, nonostante incappi in una serrata serie di incontri poco felici, Nocciola riesce sempre a mettere in salvo il guscio. Certo, a furia di scappare la sua casa si fa lontana. Sarà a quel punto la fiducia (ben) riposta nella creatura più spaventosa della foresta, a permetterle di riabbracciare il suo nocciolo e gli affezionati insetti che come lei vi abitano.

Incalzante, avventuroso e non privo di tenerezza, Scappa, nocciola racconta una storia densa di personaggi, incontri e colpi di scena, facendo leva sulle sole figure. Del tutto privo di parole, il libro di Caroline Romanet e Magali Clavelet fa parte della validissima collana Le nuvolette di Arka Edizioni: una raccolta di storie avvincenti e appaganti che uniscono l’accessibilità del racconto per immagini alla chiarezza compositiva tipica del fumetto. Proprio come gli altri titoli della collana, anche Scappa, Nocciola! presenta una regolare scansione in vignette (da due a sei per pagina) che accompagna e sostiene la comprensione del racconto. I passaggi narrativi sono infatti molto chiari ed espliciti così che, difficilmente, il lettore si ritrova sperduto.

Perfetto per bambini in età prescolare che, pur senza padroneggiare la lettura alfabetica, amino le storie ricche Scappa, Nocciola! può felicemente accompagnare anche i lettori alle prese con le prime letture autonome, non ultimi quelli che, in ragione di una disabilità uditiva o di un disturbo specifico dell’apprendimento,  trovano nei racconti visivi un rifugio appagante e accogliente.

Scatola con sorpresa

Edizioni Arka ha portato in Italia un delizioso progetto editoriale di origine francese: una collana di fumetti senza parole per bambini intitolata Le nuvolette (originariamente: Mini bulles). I volumi che la compongono si caratterizzano per un tipo di racconto estremamente fruibile nella misura in cui l’accessibilità legata alla narrazione per immagini si somma a quella dettata dalla partitura regolare delle vignette.

La collana si rivolge idealmente a un pubblico di età prescolare, come intuibile dai personaggi e dal tipo di vicende narrate, dalla predilezione per il codice iconico e dall’attenzione a rendere i passaggi da una vignetta all’altra particolarmente chiari ed evidenti. In questo senso, i diversi autori che hanno collaborato a questa collana hanno dato a vita a storie facili da seguire nel loro sviluppo grazie a sequenze che lasciano pochi vuoti narrativi e dunque accompagnano il lettore passo passo. L’idea che sta alla base della collana è, non a caso, che i volumi che ne fanno parte possano prima di tutto essere letti in autonomia dai bambini, senza che debba necessariamente essere un adulto a guidarli (cosa che, in ogni caso, è sempre possibile e offre una diversa possibilità di lettura).

Scatola con sorpresa di Édouard Manceau si apre, manco a dirlo, con una scatola rossa ben chiusa. Da quella scatola, a partire dalla seconda vignetta, fa capolino un micio che esce, trova a sua volta una scatola azzurra da cui – sorpresa! – esce un amico, un piccolo coniglio. I due si avviano insieme (muovendosi sempre verso destra) e compiono un lungo viaggio durante il quale incontrano un gran numero di scatole, ciascuna delle quali contiene nuovi incontri e/o nuovi ambienti in cui muoversi. Così, in una sequenza molto dinamica, i due si imbattono in un’orchestra allegra, in un mostro buffo, in una motocicletta, in un pesce, in una foresta, in un equipaggiamento da campeggio, in una mongolfiera, in un barattolo, in un arco, in un’auto e in un paesaggio marino… Come si combinino questi elementi per dar vita a piccole spassose e ingegnose vicende non lo riveleremo. Si sappia, però, che quelle che possono sembrare delle innocue scatole di cartone possono contenere tutti gli ingredienti necessari per vivere un’avventura degna di questo nome. Potere dell’immaginazione!

I molteplici cambi di scenario, la dimensione magica che trasforma le scatole in veri e propri mondi in cui immergersi e la varietà di personaggi incontrati ed eventi sopraggiunti rendono Scatola con sorpresa leggermente più complesso rispetto a Coco e Mosca, l’altro titolo che ha inaugurato la collana de Le Nuvolette. Ciononostante troviamo anche qui un’apprezzabile attenzione a rendere agevolmente decodificabile ciò che accade nelle vignette, a esplicitare passaggi anche minimi e a guidare il lettore all’interno di scene mutevoli grazie a efficaci cambi di sfondo (un colore diverso per ogni scatola esplorata) e a precise espressioni del viso dei personaggi. Ne vien fuori un racconto denso ma amichevole che può riservare grandissima soddisfazione!

Il Miciometeo

Non è raro, in montagna, imbattersi in curiosi e ironici sistemi di previsione del tempo basati sulle condizioni di una corda: se è rigida fa freddo, se è mossa c’è vento, se è bagnata piove, se è invisibile c’è nebbia. Ecco, Il Miciometeo potrebbe essere una variante libresca, animata e coccolosa di quei sistemi.

Il protagonista è infatti un placido gattone dal cui lungo pelo si possono evincere le condizioni metereologiche: se piove è umettato e compatto, se grandina nasconde granelli duri, se c’è il sole è caldo e arruffato, se c’è vento è tutto pettinato da un lato, se gela è rigido e se nevica porta dei fiocchi leggeri. Il volume che ne descrive le prodigiose qualità è un libro tattile illustrato che si compone di 8 doppie pagine in stoffa ruvida, con testo in nero (stampato maiuscolo e a grande carattere) e in Braille e con illustrazioni da vedere e da toccare. Il primo è sempre posto sulla pagina di sinistra e le seconde sempre su quella di destra: in questo modo l’orientamento del lettore viene agevolato e la lettura del testo supporta l’esplorazione delle figure che seguono.

Dopo la prima doppia pagina che spiega la peculiarità del Miciometeo, quelle seguenti sono dedicate ai diversi giorni della settimana. A ogni pagina corrisponde un giorno, a ogni giorno corrisponde un clima diverso, e a ogni clima corrisponde un aspetto diverso del pelo. La base di quest’ultimo è però sempre identica e questo aiuta il lettore a riconoscere gli elementi che di volta in volta su di essa variano, senza disperdere tempo e sforzi nella decodifica di sagome sempre diverse. La rappresentazione, inoltre, non è figurativa ma si compone di un semplice quadrato di pelo: in questo modo il lettore è invitato a concentrarsi sull’aspetto tattile più che sulla forma del gatto.

Questi aspetti, uniti a una scelta curata e suggestiva dei materiali da apporre o dei trattamenti da applicare alla base di pelo, fanno sì che il libro di Ilaria e Lucia Macchiarini, già apprezzate autrici di Tana, risulti molto immediato, comprensibile, stimolante e fruibile. Non a caso, in occasione del 7° concorso nazionale di editoria tattile Tocca a te, è stato insignito di una menzione speciale come miglior libro dedicato alle disabilità complesse.

Io ti aspetto qui

Io ti aspetto qui è un albo illustrato con testo in nero e in Braille e inserti tattili, nato in casa Puntidivista per offrire al lettore uno strumento di supporto in caso di difficoltà emotiva. Il libro si rivolge direttamente a un ipotetico bambino triste o spaventato, a cui suggerisce alcune strategie che possano aiutarlo a calmarsi: accarezzare un gatto morbido, passeggiare in un bosco, prendersi del tempo per starsene un po’ da solo in un luogo quieto, per esempio. Alla fine di ogni consiglio il libro invita il lettore a sperimentarlo attraverso le illustrazioni tattili dopodiché gli dà appuntamento alla pagina successiva, come in una sorta di percorso guidato.

Il volume, disponibile anche in una versione semplificata e simbolizzata, sempre contraddistinta da inserti tattili, è pensato per risultare fruibile sia da bambini ciechi sia da bambini vedenti. Il testo in doppio codice è impresso su cartoncino, a sua volta apposto sulla pagina: un espediente, questo, che da un lato consente di ridurre i costi legati alla stampa Braille ma che dall’altro restituisce un aspetto più amatoriale al volume, soprattutto quando il testo viene applicato sulle illustrazioni. Queste ultime, dal canto loro, hanno una base visuale dai colori vivaci, arricchita da alcuni elementi tattili con cui il lettore può interagire (la sagoma morbida del gatto, l’albero, i giocattoli…). Ne risulta così un libro fruibile anche facendo esclusivo uso del tatto.

Piccoli tesori

È un piccolo e vivissimo mondo in miniatura, quello dipinto dall’illustratrice francese Charlotte Klein: un mondo accogliente e a misura di bambino, in cui è pressoché impossibile ritrovarsi senza nulla da fare. O senza nulla da osservare, se ci si pone dal punto di vista del lettore. Ciò che quest’ultimo si trova tra le mani, sfogliando il board book Piccoli tesori, è infatti una successione di irresistibili quadri dedicati ai diversi spazi cittadini – al chiuso e all’aperto – in cui incontri e attività pullulano a dismisura. È a tutti gli effetti un wimmelbuch (quasi) senza parole, Piccoli tesori: un libro brulicante in cui immergersi seguendo a proprio gusto la molteplicità di stimoli offerti dalla pagina. Ma è anche un libro-gioco: sotto ogni tavola si trova, infatti, una raccolta di dieci oggetti che il lettore può divertirsi a cercare all’interno della scena.

Assenza di parole, gioco e moltiplicazione dei percorsi di esplorazione della pagina costituiscono una bella combinazione, anche e soprattutto in ottica di accessibilità. Tra le scene confezionate da Charlotte Klein, infatti, anche il lettore che normalmente fatica a mantenere salda l’attenzione o a seguire percorsi narrativi troppo rigidi o lunghi può muoversi con agio, rispettare il proprio ritmo, trovare le proprie parole per dire ciò che accade e seguire i suoi binari, perché di fatto non c’è un giusto e uno sbagliato. Le microstorie che l’autrice imbastisce si consumano inoltre nello spazio di una scena, sono cioè istantanee e non proseguono di pagina in pagina, e questo fa sì che anche la memoria di lavoro richiesta possa essere ridotta. La presenza, infine, di elementi da rinvenire, oltre a incentivare l’esplorazione e a mantenere vivo l’interesse attivando un appetibile meccanismo di sfida, può aiutare il lettore a riconoscere (anche linguisticamente) gli oggetti e a orientarsi in una scena potenzialmente caotica, trovando cioè una direzione lungo la quale muoversi per dare un senso a ciò che vede. Il gioco può farsi dunque divertimento, stimolo, prova e bussola, contribuendo a definire la multisfaccettatura di un libro solo all’apparenza semplice.

Piccoli tesori è infatti un libro da guardare, da esplorare, da nominare, da giocare. I suoi personaggi, piccini piccini e delineati da pochi tratti abbozzati, danno vita a un mondo vivace e gioioso in cui grandi e piccoli quasi non si distinguono e in cui anche l’identità del singolo non è così prioritaria, perché in fondo è ciò che accade a sollecitare il lettore.  L’azione si fa cioè motore di narrazione e di scoperta, proprio in linea con quello che è il modo di stare al mondo dei più piccoli.

La canzone degli insetti

Franco Cosimo Panini ha portato in Italia una piccola serie di deliziosi cartonati di grande formato firmati da Thierry Dedieu, poliedrico autore francese che sa combinare in maniera originale ed efficace sguardo scientifico e indole artistica.

La collana si rivolge a un pubblico di piccolissimi e si compone di volumi in bianco e nero dalle pagine ampie, resistenti e sufficientemente spesse da potersi tenere in piedi da sole. Attraenti fin dalla nascita, i titoli che la compongono si caratterizzano per le grandi figure nere che spiccano senza fronzoli sulla pagina bianca e che delineano un mondo naturalmente incantevole.

La canzone degli insetti, in particolare, propone una breve successione di pagine (12 in tutto) su cui si stagliano dapprima le grandi sagome di un coleottero, di una mantide e di una libellula (uno per doppia pagina), poi uno scenario erboso che pullula di creature volanti e non, e infine una raccolta di onomatopee che descrivono acusticamente quanto visto vino ad allora. A una prima parte del tutto priva di parole fa seguito, dunque, una seconda composta solo di suoni. Gli insetti cantano, come ci dice in effetti il titolo del libro, e il loro concerto è un’armonica combinazione di Bzzz, Cricricri, ssh ssh ssh e flap falp flap tutta da ascoltare e da riprodurre.

Le figure di Dedieu sono ad alto contrasto, precise e nette, così da risultare ben riconoscibili da parte di bambini che abbiano in minimo di esperienza della natura, e allo stesso tempo ammalianti per chi da poco si sia affacciato al mondo. Il libro si presta in questo senso a letture, osservazioni ed esplorazioni trasversali per età e abilità all’interno delle quali è l’incanto dei contrasti e delle sonorità a fare da guida e da filo conduttore.

Tiritera giornaliera

Delicato nei toni e nelle forme, musicalmente orecchiabile e capace di favorire l’identificazione del bambino, Tiritera giornaliera è una raccolta di filastrocche pensate per un pubblico di lettori della scuola dell’infanzia. La successione dei testi in versi non è casuale ma segue di fatto la routine della giornata scolastica, prendendo in considerazione tutte le attività e le esperienze più significative che qui possono avere luogo: dai laboratori al pasto, dal gioco in giardino all’igiene, dalla nanna alla socializzazione. A ogni momento corrisponde una filastrocca di due strofe che si conclude sempre con un’onomatopea: un’espediente questo che agevola l’animazione della lettura e il coinvolgimento dei lettori.

I testi di Tiritera giornaliera sono piani ma non piatti, piacevoli da dire e ascoltare anche più volte e fruibili nonostante la struttura sintattica della frase venga talvolta condizionata dalla rima. Stampati in minuscolo, sono supportati visivamente dai simboli WLS – Widgit Literacy Symbols – della Comunicazione Aumentativa e Alternativa che aiutano il bambino, soprattutto ma non solo con difficoltà comunicative, a seguire a comprendere la narrazione. I simboli sono in bianco e nero, riquadrati insieme alle parole corrispondenti, associati a singoli lemmi e provvisti di qualificatori che indicano eventuali plurali o tempi verbali diversi dal presente.

Ogni filastrocca è associata a un’illustrazione dai toni pastello. L’interprete di ogni azione o attività è un tenero coniglio in salopette dall’aria amichevole. Le illustrazioni sono sempre minimali, prive di tinte accese e dettagli superflui che possano risultare disturbanti. È interessante notare, inoltre, come esse vengano sempre collocate su una pagina diversa da quella del testo corrispondente, così da agevolare l’orientamento del lettore e la lettura dell’oggetto libro prima ancora che della storia. Nella fattispecie, la pagina in questione è quella di sinistra, ossia la prima che il bambino incontra sfogliando la pagina: una scelta non trascurabile perché dà prima di tutto valore alla lettura delle figure, di fatto quella principale e prioritaria per i bambini in età prescolare e per i bambini con difficoltà comunicative.

In Tiritera giornaliera, così come nei volumi più recenti del suo catalogo, la casa editrice Homeless Book ha iniziato a inserire una tabella efficace e poco invasiva ad uso dei genitori, degli insegnanti e degli operatori che potrebbero farsi mediatori di lettura con i bambini. Caselle di colore e dimensione diversi, consentono di capire a colpo d’occhio il livello di complessità relativo alla narrazione, alla sintassi, al lessico e alla simbolizzazione (che si ritrovano più dettagliati sul sito dell’editore): elementi che possono avere, in effetti, un ruolo non trascurabile sulla fruibilità del volume da parte di ogni specifico bambino. Uno strumento che può essere molto utile in fase di ricerca, come sempre se usato come bussola orientativa e non come rigido selettore.

Io aspetto te qui

Io aspetto te qui è la versione semplificata e simbolizzata di un albo tattile illustrato nato in casa Puntidivista per offrire al lettore uno strumento di supporto in caso di difficoltà emotiva. Il libro si rivolge direttamente a un ipotetico bambino triste o spaventato, a cui suggerisce alcune strategie che possano aiutarlo a calmarsi: accarezzare un gatto morbido, passeggiare in un bosco, prendersi del tempo per starsene un po’ da solo in un luogo quieto, per esempio.

Questa specifica versione si caratterizza per un testo orientato alla scrittura Easy To Read con frasi minime e costrutti lineari e senza sottintesi, anche se questo può talvolta compromettere la piacevolezza e la fluidità della frase (il titolo può costituire in questo senso un esempio emblematico). L’idea è che possa risultare fruibile e chiaro anche a lettori con difficoltà cognitive e comunicative importanti. A questo scopo concorre d’altronde anche l’affiancamento dei simboli al testo. I simboli appartengono in particolare a una collezione messa a punto dalla stessa casa editrice e vengono riquadrati insieme alle parole di riferimento, stampate in maiuscolo.

Va evidenziato, inoltre, il fatto che le illustrazioni, originariamente nate come immagini visuali piuttosto basiche, vengono arricchite da dettagli tattili anche se il target di riferimento non è quello di lettori con disabilità visiva. Si tratta di un accorgimento apprezzabile e funzionale perché risulta non solo gradito ma anche funzionale, in un’ottica di sostegno all’aggancio e alla comprensione del racconto, da parte di quei bambini che più di altri faticano a seguire e fare proprio la narrazione.

Dove abita la frutta

Un piacevole testo in rima, illustrazioni minimali e dai colori attraenti, un impianto compositivo iterato e rassicurante: Dove abita la frutta di Caterina Bolasco offre una lettura tattile di agevole esplorazione che stuzzica l’appetito del lettore con una serie di versi dedicati ai diversi frutti e alle relative piante.

Limoni, uva, ciliegie, castagne, fragole e pesche sono protagonisti di ampie pagine in cartoncino nero, su cui spiccano in maniera felicemente contrastata le illustrazioni colorate a collage materico. Accompagnate da brevissimi testi descrittivi in rima, che evidenziano uno o due tratti peculiari di ogni albero e di ogni frutto, queste si fanno particolarmente apprezzare per la scelta oculata ed efficacissima dei materiali con cui i soggetti sono rappresentati. L’idea di impiegare, per esempi, le solette in gel – rispettivamente nella parte totalmente liscia e in quella puntinata – per sagomare la fragola o le ciliegie è, per esempio, un piccolo colpo di genio.

Questa attenzione a offrire materiali significativi, unita a uno stile compositivo votato all’essenzialità (pochissimi elementi ben distinguibili per ogni albero e frutto), agevola il riconoscimento dei soggetti nonostante questi siano in buona parte aderenti a modelli di rappresentazione basati sulla vista (gli alberi, nella fattispecie, presentano puntualmente la forma tronco + chioma con una sagoma diversa). A sostenere il lettore nelle operazioni di decodifica concorre inoltre la struttura fissa della doppia pagina che vede sempre il testo in nero e in Braille collocato nella parte bassa, la rappresentazione dell’albero sulla sinistra e la rappresentazione del frutto sulla destra.

Completa il volume un’ultima doppia pagina che raccoglie alcune ricette, anch’esse scritte sia in nero sia in Braille, che vedono protagonisti i frutti descritti e che costituiscono un rinnovato invito a costruire collegamenti funzionali tra il mondo reale e quello dei libri.

Piccolo Blu e Piccolo Giallo

Il giorno in cui viene pubblicato un libro accessibile di qualità è un buon giorno per l’inclusione. Il giorno in cui viene pubblicata una versione accessibile di qualità di un libro per l’infanzia straordinario come Piccolo blu e piccolo giallo, però, è a dir poco meraviglioso. Se, come crediamo, il potenziale inclusivo di un libro accessibile risiede prima di tutto nella sua capacità di aprire alla condivisione degli immaginari, la possibilità di godere di un pilatro della cultura infantile anche in una versione in simboli è quantomai preziosa. Massima, dunque, è la gioia per l’iniziativa di Officina Babùk che ha da poco dato alle stampe il capolavoro di Lionni: un libro che peraltro si presta estremamente bene a questo tipo di resa perché caratterizzato da un’essenzialità di fondo, da testi diretti e da figure minimali ed espressive.

La storia è arcinota: due piccoli amici, rappresentati come due macchie di diverso colore, amano giocare insieme e, in seguito a un gioioso abbraccio, si fondono in un colore terzo che ne impedisce inizialmente il riconoscimento da parte dei genitori ma che diventa sul finale segno tangibile di un sentimento affettuoso. Ben distante dall’essere un semplice libro sui colori, Piccolo blu e Piccolo giallo è diventato un classico per la sua narrazione meravigliosamente semplice e insieme raffinata e per la capacità di arrivare dritto ai bambini, parlando intensamente di emozioni senza avvertire però il bisogno di costruire una storia a tema. Pensare dunque che un simile patrimonio possa ora essere condiviso anche da bambini con difficoltà comunicative o cognitive o fruito in maniera alternativa da bambini senza specifiche difficoltà in procinto di imparare a leggere (per i quali non è trascurabile la scelta di stampare il testo in maiuscolo) è cosa assai importante.

La versione di Piccolo Blu e Piccolo giallo di Officina Babùk, la cui simbolizzazione è curata da Enza Crivelli e Sante Bandirali, presta attenzione a rispettare non solo il testo originale ma anche l’equilibrio grafico che coinvolge testo e immagini e che destina agli spazi bianchi un ruolo non trascurabile. I simboli WLS, di dimensione contenuta ma fruibile, sono sempre posti sotto le parole nella parte bassa della pagina, proprio come nella versione tradizionale dell’albo. Il loro uso è funzionale a creare un supporto visivo al testo: ecco dunque che vengono impiegati qualificatori temporali, che articoli e (la maggior parte delle) preposizioni non vengono, per esempio, associati a un simbolo (ma vengono uniti al sostantivo di riferimento) e che talvolta unità di senso corrispondano a un unico simbolo. Ciò che colpisce e che dà anche la misura, però, del talento di Lionni nel parlare ai bambini, è che i simboli impiegati e resi necessari dal suo testo sono estremamente trasparenti, ossia parlano quasi da sé. La schiettezza e la chiarezza essenziale, cifre inconfondibili di Piccolo Blu e Piccolo giallo hanno, di fatto, un valore intrinseco anche in termini di accessibilità.

Fuori piove!

L’immaginazione trova sempre nuove strade: leggere Fuori piove! per credere! Nel libro di Jane Massey, la piccola protagonista viene bloccata dentro casa dal maltempo, trovandosi così faccia a faccia con  un ospite imprevisto: la noia. Di certo la bambina non può giocare a palla con il suo cagnolino (non che non ci abbia provato…) ma nulla le vieta di trasformare le cose di casa in ciò che occorre per evadere con la fantasia. Così i cuscini diventano sassi per guadare il fiume, i pupazzi dei perfetti compagni di degustazione di tè, le scale strade di collina su cui arrampicarsi. E poi si possono fare le bolle, suonare gli strumenti, travestirsi… e quando anche la scatola dei giochi finisce per svuotarsi, la sua utilità non si esaurisce. Basta un palloncino e si è già pronti a partire per un viaggio, giusto il tempo che il sole torni a fare capolino e che si formino per bene le pozzanghere in cui saltare!

Delizioso nel tratto e nel racconto, Fuori piove! dice bene del potere dell’immaginazione e del motore creativo che può essere la noia. L’autrice sa rendere in maniera molto efficace il viaggio multidirezionale tra mondo reale e mondo fantastico che la protagonista compie, grazie a un tratto minimale, a un efficace uso del colore e a una studiata scansione narrativa. Il rosso del vestito e di pochi altri oggetti chiave di scena, che spicca su scene in bianco e nero con qualche tocco tenuissimo di azzurro e rosa pastello, aiuta infatti a sottolineare l’azione. Il passaggio da un mondo all’altro avviene, dal canto suo, sempre in coincidenza con il voltare della pagina, trasformando il movimento della sfogliatura in una sorta di rituale funzionale al compiersi della magia. Questa ricorrenza, inoltre, facilita la comprensione di ciò che sta accadendo, al pari della riquadratura che scandisce la narrazione senza trascurare mai dei passaggi essenziali. Il fumetto senza parole che prende così forma appare di conseguenza molto fruibile, oltre che capace di suscitare sincera identificazione da parte del piccolo lettore.

I guai di mini cowboy

Un cowboy si giudica dal suo coraggio, non dalla sua statura.  Eppure, per chi è alto poco più di un soldo di cacio, la vita del west sembra particolarmente dura. Un’impresa montare a cavallo, impossibile ordinare da bere, ridicole taglie sulla testa proporzionate all’altezza. Mini cowboy lo sa bene e per far fronte agli inconvenienti dovuti ai suoi centimetri ridotti, prova ogni sorta di ingegnosa soluzione. Sarà però l’incontro con altri due cowboy (anzi, un cowboy e una cowgirl) che condividono i suoi stessi crucci a permettergli di trovare la soluzione. Perché è proprio vero che non è importante essere alti ma essere all’altezza!

Scritto e illustrato dall’inglese Daniel Frost, I guai di mini cowboy fa deliziosamente leva sull’immaginario western dando vita a una storia insieme buffa e serrata. L’autore privilegia illustrazioni asciutte e dai colori accesi, in cui spiccano i giochi di altezze e prospettive su cui si basa l’intero libro. Le ampie pagine del volume danno loro ampio spazio e restituiscono pieno valore alla tensione grande-piccolo che anima il racconto. Quest’ultimo procede spedito e secco attraverso frasi perlopiù brevi e distribuite con grande parsimonia, così da lasciare il maggior spazio possibile alle figure.

Già in catalogo per Babalibri, I guai di mini cowboy trova ora una nuova veste (che non sostituisce ma si affianca alla precedente) in cui il testo viene supportato visivamente dai simboli a beneficio dei lettori che faticano, per ragioni diverse, a padroneggiare la lettura alfabetica: bambini con disabilità comunicative e intellettive, per esempio, ma anche bambini stranieri e, più genericamente, bambini in età prescolare. Il libro, pubblicato da Officinia Babùk, è in tutto e per tutto identico alla versione tradizionale, fatto salvo per l’aggiunta dei simboli WLS. Anche il testo, in questo caso, non subisce la benché minima modifica e l’ampio formato delle pagine ne facilita un inserimento che mantiene inalterato l’equilibrio con le illustrazioni. Proprio la grandezza delle pagine, inoltre, consente di fare un propizio uso del volume anche in contesti di lettura collettiva.

I simboli, dal canto loro, sono impiegati secondo una logica di economia ed efficacia: un unico simbolo, per esempio,  affianca non singole parole ma porzioni di testo che compongono unità di senso così come più simboli vengono talvolta posti all’interno dello stesso riquadro per rendere più immediata la comprensione del significato (es: altri cowboy = simbolo di “altri” e simbolo di “cowboy” o trovarli = simbolo per “trovare” e simbolo per “loro”). L’idea è quella, infatti, non di impiegare in maniera rigida il codice simbolico ma di sfruttarne le potenzialità per facilitare la comprensione e/o il passaggio alla lettura autonoma, garantendo a tutti i lettori la possibilità di godere dell’incontro con il libro come di un’esperienza piacevole e non legata a una logica di performance.