In volo

Il libro tattile In volo è prima di tutto un tripudio di colori: un bel biglietto da visita per un volume che vuol dire, senza se e senza ma, “sono un libro per tutti, per chi ci vede e per chi no”. Protagonista delle 8 ricche pagine che lo compongono è un uccellino di nome Marley che, stanco di starsene nella sua casetta sull’albero, un giorno prende il volo e affronta con coraggio tutto ciò che il mondo là fuori gli riserva. Così cerca un rifugio per ripararsi dalla pioggia, conosce la soffice neve che copre e avvolge tutto, fa amicizia con un ragno che gli offre ospitalità e si incanta di fronte all’arrivo della primavera, annunciato dal profumo dei fiori e dal battito d’ali di una farfalla. Ma chi dice primavera dice stagione degli amori e infatti proprio poco prima di chiudere il libro, Marley incontra una compagna con cui una nuova avventura può finalmente cominciare.

Composto da spesse pagine colorate di stoffa imbottita che ben supportano le illustrazioni a collage materico e contemporaneamente agevolano la sfogliatura autonoma, In volo si presenta come un libro molto attraente, soprattutto nella parte dedicata alle illustrazioni. Se i testi sono infatti abbastanza ordinari così come d’altronde anche la storia stessa, le figure interamente esplorabili con gli occhi e con le dita sono un autentico concerto di stimoli. Ci sono la ruvidità dei rami, la stropicciabilità scricchiolante delle foglie secche e la leggerezza silenziosa di quelle verdi, l’architettura composita di un nuovo nido e il freddo liscio delle gocce d’acqua. Ben studiate nella loro qualità sonora, spesso ancor più che in quella tattile, le illustrazioni di In volo invitano il lettore a un’esplorazione curiosa e a un’interazione appagante. Sta a lui, infatti, far riparare Marley sotto la grande foglia, farlo volare tra gocce e fiocchi di neve, farlo infilare e poi uscire dalla tana del ragno che a sua volta può penzolare giù dal ramo, farlo giocare tra i fiori che come pompon dondolano sulla pagina e infine farlo accasare nel nido in compagnia del suo nuovo amore.

Grazie a una creatività fuori dal comune e un’abilità nel cucito davvero apprezzabile, ogni pagina del libro di Francesca Leoni offre occasioni di gioco e interazione che dilatano piacevolmente il tempo della lettura, facilitano la decifrazione delle illustrazioni e supportano la comprensione della storia, facendo del libro un compagno di viaggio della cui compagnia godere a lungo, ancora e ancora.

Mistero nel bosco

Da tempo gli animali sopportano le prepotenze e l’invasione umana dei loro habitat. Cosa succederebbe, però, se un giorno decidessero di dire basta ai soprusi? Forse chiamerebbero a raccolta le forze naturali per riprendersi finalmente i loro spazi, impedendo all’uomo di farvi ritorno. Questo, perlomeno, è ciò che accade in Mistero nel bosco. Qui gli animali decidono di chiudere il bosco agli uomini – molto rumorosi e poco rispettosi – e costruirvi all’interno uno speciale teatro in legno di cui godere in santa pace. Sarà la mediazione del saggio e burbero Gastolf, che con la natura da sempre convive e che degli animali, per questo, ha la fiducia, a far avere agli uomini una seconda chance e offrire a tutti – umani e animali – un’occasione per vivere finalmente in sintonia.

Edito da Argentodorato in una duplice versione, tradizionale e in simboli, Mistero nel bosco si presenta come un libro illustrato dal chiaro messaggio che racconta una storia semplice senza cedere alla tentazione di un linguaggio piatto. Le illustrazioni che frequentemente accompagnano il testo si mostrano ricche di dettagli e privilegiano i toni caldi (anche per la barba del vecchio Gastolf, in realtà, che ci si aspetterebbe piuttosto tendente al bianco e che un poco fuorvia), restituendo un’atmosfera naturale molto avvolgente e calorosa.

Tali caratteristiche del testo e delle figure concorrono a rendere la lettura sfidante e non banale. Di riflesso, anche la versione in simboli del volume appare abbastanza complessa, tale da richiedere al lettore una certa familiarità con i simboli e discrete abilità di attenzione e comprensione. Anche in considerazione del fatto che il libro segue il modello di simbolizzazione inbook, che privilegia la scrittura in simboli dei singoli elementi del testo, le pagine risultano infatti piuttosto affollate e ciascuna di esse contiene davvero un grande numero di pittogrammi. Per la stessa ragione non sono rari i simboli che necessitano di maggiore apprendimento perché meno trasparenti (quelli riferiti, per esempio, ad articoli, preposizioni, congiunzioni…), la cui complessità di lettura va di pari passo con la presenza fissa dei qualificatori (genere, tempo, numero…). Ne risulta una lettura impegnativa e non immediata ma allo stesso tempo molto ricca e appagante, capace di soddisfare quei lettori che necessitano di un supporto visivo ma che padroneggiano a dovere i simboli e non si spaventano di fronte a narrazioni più lunghe e articolate.

La sfida di Lepre e Riccio

Un mattino come tanti, ai piedi della collina, qualcosa pare turbare gli animali. Il cervo, i cinghiali e persino lo scoiattolo sembrano più mogi del solito e Riccio, sceso al campo di mais per raccogliere qualche pannocchia, ne scopre presto il motivo. Lepre ha, infatti, preso possesso del campo, sostenendo di essere arrivata per prima e dunque di avere diritto di proprietà. Riccio, dal canto suo, non è veloce quanto l’animale dalle lunghe orecchie ma è decisamente furbo e così propone a Lepre una gara di corsa con la quale decidere a chi spetti davvero il campo di mais. Spavalda, Lepre accetta, ignara che Riccio abbia messo a punto un ingegnoso piano per arrivare primo. Certo, c’è di mezzo un piccolo inganno ma in fondo è a fin di bene: tutti (ma proprio tutti!), al termine della corsa, potranno beneficiare di un campo in cui c’è posto sì per il mais ma anche per seminare amicizia e condivisione.

Se fosse esclusivamente per la trama, La sfida di Lepre e Riccio non sarebbe che una piacevole favola illustrata di grimmiana memoria (benché l’originale avesse un finale ben più truce!). E invece ci sono due aspetti che rendono questo libro tutto fuorché ordinario. Il primo è il fatto che inquadrando con lo smartphone o il tablet il QRcode stampato sulla prima pagina, il lettore può beneficiare della lettura in Lingua dei Segni Italiana. Quest’ultima, caricata sulla piattaforma tellyourstories (www.tellyourstories.org), presenta un interprete che narra la storia attraverso i segni mentre le illustrazioni del libro gli scorrono a fianco. Il video è pulito, chiaro e realizzato in maniera esteticamente gradevole. Per garantire la piena condivisibilità del racconto, libro e video devono andare di pari passo perché il primo contiene solo il testo in italiano mentre il secondo solo il testo in LIS. Il secondo aspetto che caratterizza La sfida di Lepre e Riccio è il fatto che la fiaba cui è ispirata sia stata rielaborata in maniera tale da inserirvi degli elementi caratteristici della cultura sorda. Così, per esempio, il libro si apre con Riccio che sfida i suoi piccoli a trovare un segno in cui la mano indichi il numero tre. Analogamente, gli amici di Riccio paiono festeggiare la vittoria con un applauso “segnato”, con le mani che si muovono in alto e, fin dalla copertina, Lepre è ritratta come se stesse replicando un gesto che ne esalta la sbruffoneria e la certezza di vincere.

L’idea che sta alla base di questo lavoro, che rientra all’interno del progetto InSegnare le favole di Mason Perkind Deafness Fund, è che le storie hanno un grosso potere in termini di creazione e condivisione di immaginari: ecco, allora, che consentire ai bambini sordi di ritrovare frammenti della loro quotidianità nei racconti e ai loro compagni di entrare in contatto con quest’ultima attraverso la narrazione, significa costruire occasioni semplici ma fruttuose di scambio e incontro.

La sfida di Lepre e Riccio è acquistabile con una donazione minima di 18 (comprensiva di spese di spedizione del volume) alla Mason Perkins Deafness Fund. Maggiori informazioni sul progetto sono reperibili qui.

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Yunis

Yunis è un abilissimo e generoso pasticcere. Tutti i giorni confeziona con le sue mani delizie prelibate e le lascia di nascosto in dono ai bambini del villaggio. Il suo marchio è un uccellino azzurro sulla confezione, identico all’uccellino in piume e ossa che ogni sera fa visita a Yusif nella sua cucina. Da qui il ragazzo si sposta poco, non mostrandosi in pubblico praticamente mai. Chi crederebbe, infatti, che dolci così così sopraffini e ben realizzati possano essere fatti da una ragazzo con la sindrome di Down?, pensa. Ma quando, un giorno, Yunis si ammala e il consueto pacchetto di dolci non può raggiungere i bambini, questi fanno due più due e svelano il mistero dei pasticcini dell’uccellino azzurro. Il talento di Yunis può a quel punto uscire allo scoperto, sostenuto da un atteggiamento collettivo libero dai fardelli del pregiudizio.

La storia di Yunis è semplice e a misura di piccole orecchie, seppur non avulsa da una serie di stereotipi come quello che vede i ragazzi con sindrome di Down come paladini dell’amore e dell’affettuosità. Ciò che rende il libro particolarmente interessante è piuttosto l’aspetto iconico. Le illustrazioni non temono infatti una rappresentazione schietta e riconoscibile della disabilità, peraltro qui inserita in una importante e significativa cornice di bellezza, piacere e cura.

Il libro scritto da Amal Naser e illustrato da Anita Barghigiani fa parte della collana Libri ponte sul Mediterraneo di Gallucci, realizzata in collaborazione con la casa editrice degli Emirati Arabi Kalimat. La collana si contraddistingue per la scelta di storie che vengono da lontano, raccontate sia in italiano sia in arabo. Utilissimi per agevolare la condivisione di storie in classe, tra compagni di origine diversa, ma anche in casa, tra genitori e figli con una padronanza differente della lingua italiana, i Libri ponte sul Mediterraneo muovono da un’idea di libro come connettore e detonatore di incontri a cui si ispira d’altronde anche l’intero comparto dei libri accessibili.

Tutta colpa del barattolo

Prendete la fiera dell’Est e moltiplicatela per dieci: ecco a voi, in tutta la sua mirabolante prorompenza, il divertente albo illustrato di Luca Tortolini e Maria Gabriella Gasparri Tutta colpa del barattolo. Anche qui un topo, un gatto e un cane si inseguono l’un l’altro in un inarrestabile effetto a catena, ma in un crescendo stupefacente entrano poi in gioco bufali imbizzarriti, dighe crollate, cioccolato sciolto in quantità industriali e involontari spettacoli pirotecnici. Il tutto, manco a dirlo, per colpa di un barattolo calciato per noia!

Iperbolico e folle, Tutta colpa del barattolo travolge il lettore con una storia incredibile da cui è un piacere lasciarsi sorprendere. Stampato con caratteristiche di alta leggibilità come la font Leggimi, la spaziatura maggiore, la sbandieratura a destra e la presenza di un solo paragrafo (talvolta una sola frase per pagina), l’albo edito da Sinnos offre una lettura appagante e ricca, nonostante la sua brevità, grazie a una intensa ed efficace sinergia tra testo e illustrazioni.

Queste ultime, caratterizzate da grande dinamismo e da un numero limitato di colori accesi e fluo, la fanno infatti da padrone nell’aggiungere dettagli sfiziosi al racconto, dicendo molto di più di quel che esplicitano le parole. Ne vien fuori una narrazione dal forte impatto visivo, che ben asseconda la propensione di tanti lettori, riluttanti o dislessici per esempio, ad apprezzare storie che sanno essere ricchissime anche con testi piccini picciò.

10 cani in città

Che spasso, 10 cani in città! Nato dalla matita folleggiante di Charles Dutertre, l’albo edito da Sinnos è  un concentrato di invenzioni bizzarre, piccole narrazioni urbane dai tratti surreali e figure particolareggiate tra le quali sostare, zigzagare e sfidarsi a lungo.

Qui si seguono in particolare le avventure di Camillo, un bambino che decide di inoltrarsi in città dove pare si aggirino in totale libertà dieci cani. A ogni doppia pagina, che ritrae Camillo in una cornice diversa, i cani aumentano (uno nella prima, due nella seconda e via dicendo…) e il lettore è invitato a scovarli insieme ad altri oggetti (tre per doppia pagina) più o meno evidenti, più o meno bislacchi.

E così, sull’autobus come al museo, in biblioteca come al mercato, chi legge si può scatenare nella ricerca delle cose più disparate, dai granchi che leggono i libri ai gatti coi bigodini. Già, perché la città immaginata e dipinta dall’autore è tutto fuorché ordinaria, al punto che, tra le sue pagine ci abituiamo presto a veder passare pinguini imparruccati, palombari, lupi di mare e cowboy. Meno abituati a tanta stranezza sono invece i genitori di Camillo che, tornati a casa proprio all’ultima pagina, scoprono loro malgrado che cani e cittadini possono continuare le loro folli avventure anche in un comune appartamento. Il loro!

Dal punto di vista dell’accessibilità, 10 cani in città adotta una formula davvero vincente. Non solo infatti il libro presenta alcune caratteristiche di alta leggibilità che lo rendono amichevole anche in caso di dislessia, ma inserisce il meccanismo del cerca-trova all’interno di una micro-narrazione, così da incentivare senza sforzo l’avanzare della lettura.

Forte di pagine fittissime e ricche di dettagli tutti da scoprire, l’albo di Charles Dutertre invita inoltre a un’esplorazione della pagina del tutto personale, in cui le cose da guardare, da vedere e da gustare sono decisamente più numerose di quelle indicate dal testo. Ecco allora che la lettura visiva, così congeniale a tanti lettori riluttanti o fragili, viene incessantemente solleticata. Il tratto dell’autore, ricco di inventiva, humour e colore dà vita, infatti, a pagine brulicanti di fronte alle quali c’è sempre qualcosa di nuovo e di insolito da rilevare. Questo, unito alla capacità di creare continuità narrativa tra le pagine, attraverso personaggi che tornano con costanza, cambiando magari solo d’abito, rende la narrazione per immagini prima e più che per parole un’avventura irresistibile.

Ad abbracciar nessuno

Cogliere, osservare e dipingere la diversità, nelle sue molteplici forme, non è affar semplice: servono sguardo profondo e tocco lieve. Ecco perché Ad Abbracciar nessuno, albo firmato nei testi e nelle figure da Arianna Papini, merita un’attenzione particolare. Capace di scavare a fondo e cogliere fili impalpabili, di vedere l’invisibile e di dire ciò che è segreto, il libro non ha paura di dedicarsi a un tema delicatissimo con una storia, un testo e delle illustrazioni di grande raffinatezza che sfuggono ai canoni a cui è perlopiù abituata l’infanzia. Eppure, opportunamente mediato, l’albo sprigiona un fascino impalpabile che attraversa in pieno il lettore invece che sfiorarlo soltanto.

Al suo centro ci sono Damiano e Maddalena, due compagni di scuola materna. Stretto di frequente dalla nostalgia della mamma e con un pensiero fisso sul lago e la sua quiete, Damiano riesce a “sentire” Maddalena, nel senso più autentico e istintivo del termine. Maddalena è infatti una bambina misteriosa, si comporta talvolta in maniera stramba e non parla mai. Nel nome del silenzio che in qualche modo abita entrambi, Damiano e Maddalena stringono un’amicizia unica e sottile, che poggia su sensibilità vicine e su un lessico familiare del tutto esclusivo, costruito poco a poco e capace di resistere anche lunghe e inattese separazioni.

Uscito diversi anni fa per Fatatrac, con una copertina, una grafica e soprattutto delle cromie diverse, Ad abbracciar nessuno è ora ripubblicato da Uovonero con una nuova veste. Più tenue e solare, questa tende a sottolineare la levità del legame che unisce Damiano e Maddalena più che il mistero che in essi muove, contribuendo così a rendere l’albo meno cupo e forse meno respingente nell’aspetto: un’interessante e apprezzabile scelta, questa, per ridare nuova (e speriamo lunga) vita a un libro dal segno e dalla parola profondissimi.

Nell’uovo

Se c’è un aggettivo che può aiutarci a definire il libro tattile Nell’uovo è probabilmente spiazzante. Spiazzante è, infatti, il formato di questo volume, con spesse pagine in stoffa grigia tenute insieme da una barra di legno. Spiazzante è il tipo di illustrazione tattile, non basata sul consueto collage di materiali ma sulla tecnica del gaufrage. E spiazzante, infine, è il racconto offerto dall’autrice Laura Cingolani che ha un che di surreale.

Al centro della storia c’è una tartaruga che depone un uovo: evento – questo – sorprendente e capace di scatenare in chi narra più di un’emozione, dalla gioia alla paura. Un uovo è infatti un oggetto fragile e prezioso, che richiede cura, che può facilmente essere minacciato e che genera pertanto un’affezione trepidante. Ma un uovo è anche un oggetto suggestivo, la cui forma particolare evoca somiglianze inattese, per esempio quella con il volto umano.

Sulla scorta di queste idee, l’autrice confeziona una storia che forse una storia vera e propria non è e che assomiglia più a un sogno o a un pensiero sospeso che mescola reale e fantastico. Frasi brevissime si accompagnano a illustrazioni raffinate su carta porosa bianca pazientemente cucita a ogni pagina. Basate sui soli rigonfiamenti di talune forme, come tipico della tecnica del gaufrage, le figure composte da Alessia Consiglio sono talvolta molto minuziose, quando riguardano per esempio la tartaruga, talvolta più minimali ed evocative, quando immortalano per esempio le emozioni descritte.

Sul finale, dove il testo fa riferimento a una sorpresa, una sorpresa è presente davvero, non solo a livello narrativo ma anche a livello fisico. Qui la pagina si presenta infatti come una tasca da cui è possibile estrarre la matrice intagliata che ha dato forma alla figura gauffrata: un espediente che oltre a rafforzare la dimensione dell’imprevedibilità di cui parla il libro, offre anche uno spunto curioso e interessante rispetto al processo compositivo che ha consentito di comporlo.

Alla luce di tutti questi aspetti, in virtù di un testo piuttosto criptico e di immagini che virano spesso verso la dimensione astratta, Nell’uovo si presenta come un libro di non immediata decifrazione: aspetto, questo, che può favorire un interessante dibattito interpretativo ma anche risultare di ostacolo a una fruizione davvero appagante e pienamente godibile da parte di un lettore bambino.

Balenga

Quando si hanno cinque anni come Gino, una vacanza è sempre un’avventura. Quella che aspetta Gino, però, è proprio un’avventura speciale, un’avventura grande come… una balena!  Arrivato al mare con il nonno e impaziente di esplorare la spiaggia e di andare a caccia dei tesori che questa nasconde, Gino si imbatte infatti in un cetaceo arenato. Una telefonata ad Angelino ed ecco che l’amico del nonno nonché esperto di questi colossi del mare, arriva con la sua barca per occuparsi della salute della malcapitata. Non una ma ben due sorprese – una meno e una decisamente più entusiasmante – renderanno la giornata di Gino davvero indimenticabile.

Coinvolgente e impegnato, Balenga è un libro in simboli in cui testo e illustrazioni sono accomunate da una certa vivacità. Nonostante il numero circoscritto di personaggi e la relativa brevità del racconto, l’albo presenta una storia non banale e contraddistinta da una serie di piccoli colpi di scena oltre che da un tema serio e importante come quello dell’inquinamento. Alla luce di questo come del fatto che il testo scritto da Maro Lùbic non è brevissimo e alterna frasi brevi ad altre più articolate e complesse, Balenga si presta particolarmente bene a una lettura rivolta a bambini non proprio alle prime armi con i libri, le storie e la narrazione in simboli.

Questi ultimi, scelti all’interno della collezione WLS, vengono impiegati in maniera puntuale, a supporto visivo di un testo in cui gli elementi lessicali sono riquadrati individualmente. Il libro edito da Fabbrica dei Segni segue infatti il modello di simbolizzazione inbook di cui questi aspetti sono caratteristici.

La ricetta della strafelicità

Impacciato e pasticcione, Michele non sembra esattamente il tipo da brillare in cucina. Torte e arrosti richiedono, in effetti, precisione e accuratezza. Ma si può dire lo stesso della felicità? Per cucinar quest’ultima servono più che altro ingredienti speciali, ingredienti che profumano di emozioni e ricordi, di sogni e giornate indimenticabili: parola di nonna Isa, che della strafelicità possiede la ricetta esclusiva e segretissima. Con lei Michele trascorre le giornate più felici e per questo, quando la nonna viene a mancare, lo smarrimento del ragazzo è massimo. Si sente sperduto e assediato, Michele, di fronte a quella perdita inattesa. E in quel momento così delicato, in cui presenza e assenza fanno un passaggio di testimone e in cui Michele da ragazzo si ritrova uomo, sarà proprio la ricetta esclusiva e segretissima della nonna a venirgli in aiuto.

Delicatissimo e impastato di metafore saporite, La ricetta della strafelicità mette insieme un testo e delle illustrazioni accomunati da una leggerezza impalpabile. La densità delle emozioni trattate trova infatti uno slancio inatteso nelle parole accorte e sensibili di Matteo Razzini e nelle illustrazioni sottili di Alessandro Ferraro. Tratteggiate, sospese e animate da uno spirito surreale che centra a pieno il tono del testo, queste ultime moltiplicano i significati e fanno del libro edito da Corsiero un albo che non pretende scioccamente di recintare temi complessi come quelli della morte, dei ricordi e dei sentimenti ma sceglie invece con intelligenza di dare loro respiro e multisfaccettatura.

Edito in forma tradizionale prima di diventare un inbook, La ricetta della strafelicità sceglie sentieri narrativi poco battuti rinunciando a tutta una serie di caratteristiche che abitualmente contraddistinguono i libri in simboli. La sovrapposizione tra dimensione reale e dimensione fantastica, il forte valore simbolico della storia, il consistente uso di metafore e la presenza di illustrazioni surreali in linea con il tono del racconto rappresentano infatti scelte compositive e stilistiche poco praticate nell’ambito dei volumi in CAA perché implicano maggiori sforzi di astrazione e un tipo di decodifica che van ben oltre la semplice comprensione delle parole.

E questo, se da un lato costituisce una sfida altissima per lettori con difficoltà comunicative che vogliano e possano cimentarsi con una lettura più complessa e insolita, dall’altro lancia un messaggio molto forte rispetto alla possibilità che i libri in simboli possano rappresentare una lettura che non riguarda necessariamente solo chi abitualmente impiega la CAA. L’inbook de La ricetta della strafelicità di dice insomma che i simboli possono raccontare tanti tipi di storie e che le storie in simboli possono incontrare tanti tipi di lettori.

Signor Orso ha fame

A un grande letargo segue necessariamente un grande appetito, e infatti, risvegliatosi da un lungo sonno, il signor Orso si ritrova con lo stomaco piuttosto brontolante. Inesperto e un po’ tontolone, tuttavia, Orso non riesce a trovare la colazione adatta a lui e anche l’aiuto del suo amico riccio Filippo sembra portare a ben pochi risultati. Fiori, bambù, carote e cortecce lasciano a desiderare ma talvolta (Newton insegna!), quando si è perseveranti, le soluzioni possono cascare dal cielo!

Con la consueta dose di genuinità e candore, i personaggi creati da Alice Campanini si trovano coinvolti in piccole avventure che mettono alla prova la loro inventiva e i loro rapporti di amicizia. Il riccio Filippo, già presente in Un riccio per amico e di Bosco dove sei?, in questo è maestro: la sua generosità e il suo prendersi cura degli altri sono, infatti, il motore di tutti i racconti che lo vedono protagonista.

Semplice e iterato nella struttura narrativa, Il signor Orso ha fame presenta un testo non troppo asciutto ma nemmeno troppo complesso: un giusto equilibrio per lettori che non manifestino grandi difficoltà a seguire storie di una certa lunghezza e a comprendere frasi in cui non mancano espressioni metaforiche e costruzioni con una o più coordinate e/o subordinate.

I simboli impiegati, come da modello in-book, sono i WLS, il che garantisce una certa flessibilità e ricchezza espressiva. Riquadrati e dedicati a singoli elementi lessicali, i simboli sono fisicamente inseriti sulle stesse pagine in cui compaiono le illustrazioni, continuando però a risultare molto leggibili. La composizione grafica appare infatti equilibrata e non confusiva.

Sei uno spettacolo nonno

A Marco piace stare con il nonno ma il fatto che debba trascorrere con lui tutti i pomeriggi non gli va esattamente a genio. Sono i suoi genitori, piuttosto assenti per motivi di lavoro, a obbligarlo perché così né lui né il nonno restano soli in loro assenza.

Il nonno, però, conosce bene suo nipote e non gli sfugge il malessere che lo anima. Così, trovato un momento tranquillo, Marco gli confida il suo disagio e il desiderio di dedicarsi anche ad altre attività, come l’agognato corso di teatro. Come fare a conciliare le aspirazioni da attore con le imposizioni genitoriali? Ci pensa il nonno a trovare una soluzione tanto bislacca quanto funzionale.

Sei uno spettacolo nonno presenta una storia piuttosto piana, priva di grandi avvenimenti, e concentrata perlopiù sui sentimenti e le relazioni e sulla loro multisfaccettatura. Al centro, l’autrice pone infatti i dialoghi tra nonno e nipote che condividono sogni, emozioni e progetti.

Contraddistinto da un testo non proprio minimo, essenziale e lineare così come da un’impaginazione piuttosto fitta, il libro edito da Storie Cucite si presta a una lettura godibile da parte di bambini non proprio alle prime armi e che presentino una certa dimestichezza con i simboli. Questi ultimi, scelti all’interno nella collezione WLS, sono proposti e combinati secondo le norme del modello in-book, quindi con testo minuscolo e interno al riquadro, elementi simbolizzati individualmente, presenza di qualificatori di numero e genere.

Le illustrazioni, dal canto loro, presentano uno stile pulito e delicato, che ben si sposa alla tematica e al tono del testo.

Zoe Salvamondo (collana)

Zoe Salvamondo è una bambina curiosa, intraprendente e piuttosto incline a partecipare in maniera attiva alle faccende della comunità, piccola e grande, di cui fa parte. Il personaggio creato da Ruggero Poi e Alice Rossi incarna di fatto l’idea che non si è mai troppo piccoli per fare la propria parte e così, attraverso storie create ad hoc, la bambina conosce, sperimenta soluzioni e fa propri gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU: traguardi per lo sviluppo sostenibile che spaziano dalla tutela dell’ambiente all’educazione, dalla riduzione delle disuguaglianze alla cultura della pace.

In Zoe Salvamondo e la melenzana melanzanissima, per esempio, la protagonista esplora il tema della costruzione di città e comunità sostenibili (obiettivo 11). Lo fa spinta dal desiderio di preparare una deliziosa parmigiana di melanzane: occasione che la porta a conquistare una piccola isola verde in mezzo al traffico cittadino, a scontrarsi con la grande quantità di rifiuti, in parte superflui, che ogni giorno tutti noi produciamo, a fare la conoscenza di alberi che hanno un nome e a sperimentare quanto possano essere proibitive per il movimento e lo svago dei bambini le vie di una città.  Sul terrazzo del nonnino, infine, la bambina scopre che piccoli gesti di cura possono aiutarci a dare spazio a quelle creature come le api che altrimenti rischiano di scomparire dai nostri spazi a tutto cemento e come proprio quella cura costituisca il segreto di verdure buonissime, che più buone non si può!

In Zoe e il vestito di arancia, invece, a far da motore per il racconto è l’obiettivo dedicato al consumo e alla produzione sostenibili (obiettivo 12). Qui Zoe è intenta a cercare il regalo di compleanno perfetto per la sua amica Tilde. Difficile trovare qualcosa di meglio di un vestito originalissimo fatto di arance. Ma l’entusiasmo di Zoe in favore del pianeta non si ferma qui: insieme a lei a ai suoi amici, carte e pacchi dei regali diventano il materiale perfetto per costruire cartelli colorati e dar vita a un corteo di bambini. Un modo, questo, per dire a gran voce che il gioco dell’Usariusa è bellissimo e che anche gli adulti dovrebbero proprio provarlo!

Le storie di Zoe Salvamondo sono confezionate in collaborazione con la Fondazione Pistoletto e pubblicate da Beisler in forma di albo con caratteristiche di alta leggibilità. Font Testme, spaziatura maggiore e sbandieratura a destra caratterizzano da un punto di vista visivo, testi abbastanza semplici, dalla struttura lineare e perlopiù paratattica, ideali per prime esperienze di decodifica autonoma. Il racconto è piuttosto piano, privo di veri e propri guizzi inventivi, e accompagnato da illustrazioni vivaci che hanno un ruolo preminente e supportano in modo efficace la lettura.

Nelle vicende cittadine di Zoe, in cui trovano spazio personaggi ricorrenti come gli amici Tito e Tilde o il gatto Smangiucchio, questioni importanti e di spessore come quelle al centro dell’Agenda 2030 assumono una forma concreta e apprezzabile anche da bambini della scuola primaria. In questo senso i libri di Zoe offrono uno strumento interessante anche e soprattutto per un eventuale sviluppo del tema a livello scolastico.

Due piccoli orsi

La monelleria è probabilmente qualità imprescindibile di ogni cucciolo, qualunque sia la sua specie di appartenenza. Al pari di due piccoli d’uomo, i due orsetti protagonisti dell’albo di Ylla fanno infatti appena in tempo ad ascoltare le raccomandazioni di mamma orsa che già si lanciano per i prati, allontanandosi dalla tana in cui sono appena nati. Come resistere d’altronde? Ci sono capriole da fare, fiori da annusare, foglie da rosicchiare, boschi in cui inoltrarsi. E così, quando i due orsi iniziano a sentire la mancanza della mamma, la strada che li separa da casa è ormai irriconoscibile. Nessuno degli animali sconosciuti incontrati per caso, d’altro canto, sembra poterli aiutare: né, il vitello, né il cavallo, né tantomeno il piccolo pulcino. Sarà inaspettatamente la burbera cornacchia a dar loro un aiuto determinante per ricongiungersi alla mamma. Un lieto fine, questo, che ha tutto il sapore di un preludio a una nuova insospettabile marachella!

Due piccoli orsi unisce un testo lineare e senza troppi orpelli a immagini fotografiche in bianco e nero di grande intensità. Ylla è stata infatti una straordinaria fotografa, con una speciale e specifica passione per gli scatti dedicati agli animali. Capace di coglierli con grande naturalezza in momenti di gioco, relazione e interazione con il contesto naturale, l’artista di origini croate aveva uno spiccato talento per immortalare gesti ed espressioni in cui l’umano potesse in qualche modo riconoscersi e per collocarli all’interno di una narrazione compiuta e coinvolgente. Ecco allora che i suoi lavori, di cui I due orsi sono un esempio significativo che speriamo non resti isolato, continuano a offrire occasioni di lettura insieme spiazzanti e rassicuranti.

Due piccoli orsi è infatti un albo con quasi settant’anni sulle spalle ma che porta una straordinaria ventata di novità nel panorama editoriale italiano. La scelta di Ylla di unire al testo delle immagini fotografiche è infatti assolutamente insolita in un settore come quello della non-fiction che, almeno nel nostro paese, si tiene ben saldo a modelli di illustrazione consolidati e riconosciuti come familiari dal pubblico. E proprio questa inconsueta soluzione apre non solo nuove e intriganti possibilità narrative ma anche a nuove e preziose possibilità di accesso alla lettura. La presenza di immagini che, pur non lesinando sulla componente espressiva, prediligono un medium aderente al reale come la fotografia, fa sì che il racconto nella sua componente iconica risulti di più agevole fruizione anche da parte di quei bambini che hanno difficoltà di astrazione e di decodifica di illustrazioni troppo confusive o distanti dall’esperienza reale. Ecco allora che un tipo di immagine finora impiegata quasi esclusivamente (e comunque sempre in minima quantità) all’interno di imagier o libri semplicissimi per la prima infanzia, assume qui un ruolo del tutto nuovo, per accompagnare un racconto ben più strutturato e contribuire a comporre un volume ben più corposo. Perché fruibilità del mezzo non significa necessariamente semplicità del contenuto. E gli orsi di Ylla ne sono una chiara e bellissima prova.

Indovinello

Un libro che si intitola Indovinello non può certo lesinare sulle sorprese ma difficilmente il lettore di questo libro si aspetta tutta l’imprevedibilità che si nasconde sotto la copertina. Questa, in primis, cela un che di inaspettato: quello che potrebbe sembrare un tomo tozzo e massiccio dalla raffinata copertina in pelle, si rivela in realtà essere un contenitore. Ohibò, Indovinello è dunque un libro in scatola!

Non solo. Indovinello è un libro che non si sfoglia. Arrotolato, infatti, su sé stesso, il libro di Elodie Maino presenta un lato liscio in similpelle e un lato più ruvido in carta da pacchi. Su quest’ultimo è apposta una striscia centrale in stoffa bianca su cui poggiano le illustrazioni tattili. La speciale forma del libro non è meramente estetica o pensata per spiazzare il lettore, bensì risulta funzionale a uno svelamento progressivo del testo e delle immagini.

A fronte di un cartellino che recita (in nero e in Braille): “Indovinello: sono piccolo e tondo. Chi sono?”, il libro fa via via comparire una serie di oggetti che potrebbero risolvere l’enigma. Questi si accompagnano dal canto loro a un testo che consente man mano di aggiustare il tiro e restringere il campo delle soluzioni. L’oggetto misterioso si scopre infatti essere più piccolo di un pompon ma meno di un confetto, più elegante di un tappo non destinato al naso o alla bocca, simile a una perla e… lungi da noi svelare gli ultimi decisivi indizi!

Simpatico a coinvolgente, soprattutto nell’ottica di una scoperta esclusivamente tattile, Indovinello vanta testi minimi e amichevoli che si accompagnano in maniera puntuale a illustrazioni di facile decodifica. Queste ultime sono infatti realizzate con oggetti reali (gli stessi citati poco più su) invece che con collage di materiali: aspetto questo che agevola il bambino nel riconoscimento dei soggetti. Il libro si presta in questo modo a solleticare e appagare lettori vedenti e non vedenti anche non molto esperti nella pratica dell’esplorazione tattile, offrendo loro un interessante mix tra prevedibile e inatteso. La singolare forma del volume, inoltre, lo rende particolarmente funzionale anche a letture collettive, per esempio in classe o in biblioteca.

Quello che tocco

Non è raro trovare libri per la primissima infanzia dedicati ai contrasti più semplici e immediati. Non sempre, tuttavia, la maniera in cui questi ultimi sono proposti sulla pagina appare davvero rispettosa delle esigenze e delle competenze dei lettori a cui i libri sono rivolti. Dettagli eccessivi, contesti confusivi ed elementi di contorno poco significativi rischiano spesso di rendere i volumi poco efficaci nel loro intento comunicativo o di risultare poco fruibili da parte di bambini che sperimentano maggiori difficoltà. Ecco allora che in questo panorama, una proposta come il libro tattile Quello che tocco di Martina Dorascenzi si distingue per semplicità e accessibilità.

Questi, infatti, non solo presenta poco testo sia in nero sia in Braille e illustrazioni interamente esplorabili sia alla vista sia al tatto, ma fa dell’essenzialità la sua cifra. Il libro si concentra, in particolare, su due specifici contrasti – duro/morbido e liscio/ruvido – e dedica a ogni concetto una doppia pagina, con l’aggettivo sulla sinistra e un tondo realizzato con un diverso materiale sulla destra. Abbastanza spessi da poter essere reperiti sulla pagina con facilità e realizzati con materiali ben scelti e ben distinguibili, i tondi si prestano a una esplorazione agevole, veloce ed efficace. Un’ultima pagina, infine, ripropone i quattro tondi incontrati fino a quel momento e invita ad associarli ad altrettante figure a loro affini per forma e texture, contenute in una taschina in stoffa. Il libro assume così, nel finale, la forma di uno spazio di gioco che tanta parte ha nel consolidamento dei concetti esplorati ed appresi.

Quello che tocco può essere letto e goduto a pieno da solo ma fa idealmente parte di un percorso tattile dedicato a concetti molto semplici (forme, contrasti, textures, elementi topologici…) insieme a due altri volumi: Ditino e Nastrino. Tutti ideati da Martina Dorascenzi e pubblicati dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, i tre libri appaiono coerenti nell’aspetto poiché condividono la forma quadrata, la scelta di pagine in stoffa dai colori vivaci e una struttura che prevede pochissimo testo e forme essenziali che invitano all’esplorazione più che al riconoscimento di figure. Il tipo di lettura che ne deriva è estremamente interattivo, piacevole, giocoso e stimolante: caratteristiche, queste, di grande importanza nell’ottica di coinvolgere piccoli lettori con poca esperienza del mondo e dei libri.

Per le stesse ragioni Nastrino, Ditino e Quello che tocco si prestano bene a essere condivisi all’interno di piccoli gruppi di bambini piccoli, in famiglia o al nido, per esempio. La qualità e l’appeal di questi volumi li rende infatti molto accattivanti per qualunque bambino di pochi anni, con e senza una disabilità visiva. La loro semplicità e il coinvolgimento motorio che essi implicano, inoltre, ne fa uno strumento estremamente efficace e spendibile anche con bambini con difficoltà diverse, legate per esempio alla comprensione di concetti astratti. La forza dell’esperienza concreta, ossia del corpo che impara facendo, è infatti chiave preziosa e forse insostituibile per sostenere una reale appropriazione dei libri e dei contenuti che essi custodiscono.

Nastrino

Gli oltre quarant’anni di attività di un editore come La coccinella dimostrano chiaramente una cosa: i libri con i buchi hanno un fascino irresistibile per le piccole dita! Se poi quei buchi popolano pagine morbide e facili da sfogliare, si affiancano a bustine da aprire e chiudere e tracciano percorsi in cui un nastro possa entrare e uscire, allora il libro che li ospita avrà con tutta probabilità vita felice. Questo, perlomeno, è ciò che auguriamo a Nastrino, libro tattile attentamente progettato da Martina Dorascenzi per la Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi.

Protagonista del libro è per l’appunto un nastrino dorato che il bambino è invitato a far viaggiare di pagina in pagina, attraverso una serie di buchi tondi. Il nastrino è custodito in una taschina di stoffa collocata sulla prima pagina e da qui viene estratto. Una volta terminato il percorso, il nastrino può essere riposto in una taschina simile alla prima, collocata in chiusura. Minimalissimo nei testi, che si limitano a una frase di saluto e a un invito a far avanzare il nastro, il volume presenta un solo buco per ogni pagina, così da agevolarne il reperimento e rendere l’operazione di ingresso e uscita del nastro alla portata di dita inesperte. Sia che godano sia che non godano del supporto della vista, queste si possono muovere con un certo agio e piacere su pagine accoglienti, trovando nel libro un terreno di esplorazione  e gioco stimolante e appagante.

Nastrino può essere letto e goduto a pieno da solo ma fa idealmente parte di un percorso tattile dedicato a concetti molto semplici (forme, contrasti, textures, elementi topologici…) insieme a due altri volumi: Ditino e Quello che tocco. Tutti ideati da Martina Dorascenzi e pubblicati dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, i tre libri appaiono coerenti nell’aspetto poiché condividono la forma quadrata, la scelta di pagine in stoffa dai colori vivaci e una struttura che prevede pochissimo testo e forme essenziali che invitano all’esplorazione più che al riconoscimento di figure. Il tipo di lettura che ne deriva è estremamente interattivo, piacevole, giocoso e stimolante: caratteristiche, queste, di grande importanza nell’ottica di coinvolgere piccoli lettori con poca esperienza del mondo e dei libri.

Per le stesse ragioni Nastrino, Ditino e Quello che tocco si prestano bene a essere condivisi all’interno di piccoli gruppi di bambini piccoli, in famiglia o al nido, per esempio. La qualità e l’appeal di questi volumi li rende infatti molto accattivanti per qualunque bambino di pochi anni, con e senza una disabilità visiva. La loro semplicità e il coinvolgimento motorio che essi implicano, inoltre, ne fa uno strumento estremamente efficace e spendibile anche con bambini con difficoltà diverse, legate per esempio alla comprensione di concetti astratti. La forza dell’esperienza concreta, ossia del corpo che impara facendo, è infatti chiave preziosa e forse insostituibile per sostenere una reale appropriazione dei libri e dei contenuti che essi custodiscono.

Un passero per capello

Non è mica facile concentrarsi, suonare il piano o persino ricordarsi di essere felici quando una moltitudine di uccellini decide di appostarsi sulla tua tesa e bisticciare notte e dì facendo un gran baccano: proprio ciò che accade a Sofia, che da un giorno all’altro si ritrova assediata da uno stormo cinguettante tutt’altro che piacevole. Per la bambina non sembra esserci via d’uscita – quegli uccellini sono proprio tosti e impertinenti – senonché a un certo punto incontra qualcuno che condivide la sua stessa assurda situazione. Quel che accade dopo ha un che di magico: ché l’amicizia, si sa, può fare veri prodigi!

Semplice e lineare nel contenuto e nella forma, Un passero per capello si fa apprezzare per la delicatezza del racconto e per l’efficacia della metafora che vede la solitudine come un tormento che affolla i pensieri e di cui non è semplice liberarsi. L’albo di Monika Filipina, in catalogo per Camelozampa dal 2015, viene ora riproposto dall’editore con una nuova veste che privilegia caratteristiche di alta leggibilità come il font EasyReading e una spaziatura maggiore: un’iniziativa, questa, che non può che rallegrare, nell’ottica di offrire, fin dalle prime letture autonome, libri il più possibile accoglienti e amichevoli anche per chi sperimenta difficoltà legate alla dislessia.

Via della gentilezza

La gentilezza è contagiosa e ripaga sempre. In modi del tutto imperscrutabili, ma ripaga sempre. Per dare voce a questa idea semplice ma fortissima, l’autrice slovena Marta Bartolj confeziona una storia senza parole che appassiona e a tratti commuove.

Protagonista è una ragazza che si presenta al lettore piuttosto triste. Il suo sguardo sconsolato e i manifesti con un cane in primo piano lasciano intendere subito quale sia il motivo del suo stato d’animo. Non del tutto rassegnata alla perdita del suo cagnolino, la ragazza attraversa la città per affiggere i manifesti e lungo il percorso, senza nemmeno badarci troppo, fa dono dello spuntino che aveva portato con sé – una succulenta mela rossa – a un musicista di strada incontrato per caso. Click! È lì che si accende invisibilmente la miccia della gentilezza. Un ragazzo che assiste alla scena, sorride e poco dopo, nel parco, si ferma senza indugio a raccogliere una lattina rossa abbandonata per terra.  È un bambino intento a giocare sul prato, a quel punto, a rimanere colpito dal gesto e a lasciarsi ispirare da esso in un nuovo piccolo atto di premura verso una coetanea probabilmente sconosciuta. Click, click, click: la miccia della gentilezza è ormai inarrestabile e arriva senza posa a toccare le persone più disparate: dall’elegante vecchietto che legge il giornale sulla panchina al ragazzo seduto in caffetteria che aspetta che spiova. Di gesto in gesto, la gentilezza vista diventa gentilezza agita, in una catena di spontanea solidarietà che porta a un lieto fine dolce e a un cerchio che si chiude.

Delicato nel contenuto e nel tratto, Via della gentilezza racconta una storia che arriva dritta il lettore senza che le parole si rendano necessarie. Merito non solo della forza dei gesti ritratti ma anche degli espedienti narrativi messi in campo dall’autrice, come il contrasto tra il disegno a matita e i dettagli rossi (colore certo non casuale!) che innescano la sequenza di piccole attenzioni; il gioco di inquadrature che guida lo sguardo del lettore ora sugli oggetti chiave, ora sui gesti, ora sulle espressioni dei protagonisti; o la ripresa dettagliata delle singole scene attraverso riquadri strettamente collegati tra loro. In questo modo il lettore viene come accompagnato nella lettura visiva del racconto, senza che troppe inferenze gli siano richieste e che l’interpretazione del quadro si faccia troppo ostica. All’assenza di parole, che già allarga la fruibilità del volume, si aggiunge dunque questa particolare chiarezza narrativa che fa di Via della gentilezza una lettura decisamente accessibile, nonostante la sua lunghezza non indifferente.

Il viaggio

Ci sono voluti tre anni perché Il viaggio di Peter Van Den Ende vedesse finalmente la luce. Analogamente, ci possono volere ore e molte immersioni tra le pagine perché il lettore assapori a pieno la ricchezza di particolari, storie, metafore e suggestioni che questo libro straordinario racchiude. Costruito per sole immagini in bianco e nero, finemente realizzate con pennino e inchiostro, Il viaggio fa compiere a chi legge un’avventurosa traversata sopra e sotto il mare, tra ambienti e creature che sono fonte inesauribile di stupore.

A tracciare la rotta è una barchetta di carta, esile ma tenace, che inesorabilmente procede nonostante i pericoli e gli imprevisti che le acque aperte possono riservare: l’incontro con mostri marini, per esempio, ma anche l’attacco a sorpresa da una misteriosa piattaforma petrolifera o le onde alte scatenate del mare in burrasca. Il motivo di tanta perseveranza non è del tutto svelato e il finale ci consente soltanto di fare qualche fragile ipotesi. Perché nel corposo libro dell’autore olandese – 96 densissime pagine da cui lasciarsi sedurre e inghiottire – ogni cosa resta sospesa sul filo del fantastico, mostra dettagli che solleticano, sfidano, interrogano il lettore. Cosa sono quelle creature, un po’ animali un po’ guerrieri, che solcano le onde? Chi conduce la barchetta tra porti e profondità marine? Cosa muove un equipaggio in cui trovano posto, tra gli altri, un cavaliere oscuro, un cervo fiorito e un giullare misterioso?

Metafora e metafisica ammantano la realtà – quella che ci consente di riconoscere l’itinerario della barca dai tropici al polo – conducendo in una dimensione altra, che dialoga con la parte meno razionale e più intima del lettore. Questi si trova, così, ad attraversare zone di luce e d’ombra che scavano, scavano, scavano nei suoi pensieri con la paziente precisione di un pennino. Anche in virtù di questo aspetto Il viaggio si presta a letture personalissime, in cui tempo si dilata e le scelte esplorative e interpretative del lettore sfuggono a indicazioni univoche.

Suggestivo e ipnotico, il libro di Peter Van Den Ende offre così una sfida di lettura densa e appagante a quei lettori che si sentano a proprio agio a stare in equilibrio tra dimensione reale e dimensione onirica e che non provino un senso di vertigine e disorientamento all’interno di pagine in cui non c’è spazio per il vuoto perché ogni millimetro quadrato si fa portatore di dettagli.

L’albero, la nuvola, la bambina

Chiara Valentina Segré e Paolo Domeniconi – la cui sintonia felice avevamo già apprezzato in Lola e io – torna a toccare il lettore nel profondo con un nuovo albo che è una specie di sussurro, un invito quieto a confrontarsi con timori complessi, come quello della fine e della vita esposta al cambiamento.

Nel dialogo tra una bambina preoccupata per la sorte del fratello malato e un pruno ormai prossimo all’abbattimento, i due autori indagano il legame che ci avvicina alla natura, lo scarto tra ciò che scompare e ciò che resta con la morte, il valore della trasformazione e la varietà di forme che possono assumere la cura e il ricorso. Con uno stampo squisitamente metaforico, che vede i pensieri cupi farsi nuvola tempestosa o una prugna succosa rappresentare la memoria che dà frutto – l’albo edito da Camelozampa esplora temi tutt’altro che banali e offre al lettore una forma di poesia che prescinde da versi e rime.

L’autrice sceglie e inanella, infatti, con grande misura le parole che dicono preoccupazione e speranza mentre l’illustratore dà vita a tavole magnetiche in cui tutto – dalle inquadrature alle palette, dalle ombre ai riflessi – concorre a dare spessore e intensità al dialogo tra la bambina e l’albero.

L’albero, la nuvola e la bambina chiede silenzio e tempo per sedimentare e rimestare dentro, offrendo una lettura di una certa complessità, nonostante il numero ristretto di pagine che lo compongono. Il libro costituisce dunque un esempio perfetto di come l’albo illustrato possa prestarsi a raccontare storie tutt’altro che banali che chiamano a sé un pubblico non proprio inesperto, capace di leggere non solo le parole, ma anche le figure e l’intreccio tra i due linguaggi. Questo, unito alla scelta di caratteristiche di alta leggibilità, ne fanno un volume particolarmente appagante e fruibile anche per bambini e ragazzi con dislessia.

Un piano quasi perfetto

I bambini non leggono più e hanno occhi solo per gli schermi? No problem, da oggi c’è una soluzione! Con una grafica originalissima che trasforma ogni doppia pagina in un computer aperto, Un piano (quasi) perfetto fa della lettura un’esperienza sorprendente e diversamente tecnologica. Coloratissimo e dal tratto divertente, il libro scritto e illustrato da Silvia Baroncelli racconta di un coniglio di nome Cosimo che, vivendo lontano dai nonni, prova spesso una grande nostalgia per loro. Abituato a vederli e sentirli tramite computer (esperienza quanto mai comune di questi tempi!), Cosimo decide che per il suo compleanno vuole ricevere da loro un abbraccio vero e così organizza in gran segreto una spedizione per raggiungerli.

Per organizzare il viaggio servono intraprendenza e abilità con il computer che, non a caso, a Cosimo non mancano! E così, pagina dopo pagina, il coniglio mette a punto il suo piano sfruttando il computer di casa per cercare treni e strade: il tutto – data la segretezza dell’operazione – destreggiandosi e cercando di non farsi distrarre dalla ricerca di ricette e video rock per i famigliari. La missione si rivela così più complessa del previsto. Per fortuna ogni compleanno che si rispetti non manca di sorprese e – computer o meno – anche questo finirà per onorare la tradizione!

Molto accattivante grazie alle figure amichevoli e vivaci, alla struttura a pc che richiede una lettura in verticale e alla rivisitazione in chiave conigliesca di alcuni aspetti e dettagli del mondo umano, Un piano (quasi) perfetto si presenta come una lettura particolarmente originale per lettori alle prime armi, forte anche di un font e di caratteristiche tipografiche ad alta leggibilità, di testi minimi in maiuscolo (dialoghi) e in minuscolo, perfettamente inglobati nelle illustrazioni e di un apparato visuale che la fa nettamente da padrone. Difficile non provare curiosità di fronte a un libro così particolare e una volta aperto… bè, lì inizia davvero il viaggio!

La caccia notturna

Non fatevi ingannare dallo stile asciutto e dai colori scuri che dominano la copertina de La caccia notturna: lungi dal dar vita a una storia cupa a ingessata, questi tratti sono piuttosto la chiave di una storia silenziosa sorprendente e appassionante.

Protagonisti sono due intrepidi amici – un armadillo e un serpente – decisi a far scorta di frutta, intrufolandosi in piena notte in una casa. I due non hanno fatto, però, i conti con il gatto da guardia. Insospettito da insoliti rumori, questi si mette infatti sulle tracce degli intrusi e inizia un giro di perlustrazione per le stanze. Ma i due ladruncoli non sono dei dilettanti: in ogni ambiente, giusto un attimo prima che il gatto li raggiunga, assumono le sembianze di un diverso oggetto d’arredo, così da risultare praticamente invisibili. E se, turlupinato a puntino, il gatto finisce per gettare la spugna e rinunciare alla sua missione di ricerca, lo stesso difficilmente può dirsi del lettore: la dinamica del cerca-trova costruita in ogni pagina rende infatti la narrazione estremamente sfiziosa. Riconoscere l’armadillo e il serpente nel bastone della doccia, nel bollitore, nel termosifone o nel mappamondo diventa, infatti, ragione di avanzamento irresistibile e piacevolissima.

Al gusto di trovare le parole per raccontare una storia che di parole scritte non ne ha – peraltro a ragion più che veduta, perché il silenzio è qui funzionale al contesto furtivo e al meccanismo di misteriosa mimetizzazione – si aggiunge, quindi, quello di raccogliere la sfida dei due animali, veri e propri artisti del camouflage!

Oh!

È proprio il caso di dirlo: Oh!, che splendida e inaspettata notizia la ripubblicazione di questo libro! Gioiellino senza tempo firmato da Josse Goffin, Oh! era uscito in Italia quasi trent’anni fa per i tipi della Emme edizioni e torna ora sugli scaffali per felice iniziativa di Kalandraka.

Semplice ed eppure sorprendente, il libro procede per doppie pagine di sole immagini che, grazie al collaudato meccanismo delle alette, trasformano puntualmente il soggetto rappresentato in qualcosa di assolutamente inatteso. Così, per esempio, una tazza diventa una nave, una molletta un pesce, una scarpa un drago e una racchetta da ping pong un aeroplano che fuma la pipa.

Nel mondo surreale di Goffin, non solo le cose mutano con una naturalezza straordinaria, ma un gatto che si lava i denti o un coccodrillo che porta la bombetta non fanno il benché minimo scalpore. Ecco allora che il lettore si lascia trasportare senza difficoltà lungo una narrazione che ha i piedi tutt’altro che per terra e che fa dello stupore il suo motore trainante. Impossibile per lui – che abbia 3 o 90 anni – resistere alla tentazione di immaginare cosa possano diventare quella mela o quel pagliaccio in scatola posti sulla pagina, una volta che l’aletta si sarà sollevata.

Oltre a vantare un fascino istantaneo, Oh! ha il pregio di risultare fruibile anche da parte di bambini con maggiori difficoltà di lettura. In primis, l’assenza di parole lo rende più amichevole nei confronti di quei lettori che faticano nella decodifica del testo alfabetico. In seconda battuta, la lettura visiva risulta accessibile e godibile anche in presenza di difficoltà cognitive, grazie al filo narrativo minimale con cui le diverse pagine sono legate (l’oggetto al centro di ogni doppia pagina è già presente, con un ruolo più marginale, anche in quella precedente) e alle immagini chiarissime, prive di fronzoli, dai contorni netti che si stagliano su uno sfondo pulito. Infine, la semplice ma efficace dinamica ludica che il libro mette in campo agevola l’aggancio anche dei lettori più recalcitranti: ché la sorpresa, si sa, ha un fascino davvero irresistibile!

Guarda il gatto. Tre storie su un cane

David Larochelle è un autore poliedrico e versatile: se il suo romanzo young adult Io no… o forse sì colpiva per il vivo e autentico approccio a temi spinosi, Guarda il gatto sa conquistare bambini di età prescolare con tre storie brevi e spassosissime. Target e tipo di racconto sono dunque totalmente diversi, ma identica è la capacità di fare centro!

Protagonista in Guarda il gatto, è un buffo cane di nome Max che interagisce in maniera piuttosto accesa con l’autore del libro, fino a costringerlo a modificarne il contenuto. Inscritto all’interno di un gioco metanarrativo efficacissimo, il loro è un botta e risposta incalzante e divertente che si presta alla perfezione a una lettura ad alta voce e che non lesina su colpi di scena, sorprese e trovate spiazzanti.

In ogni doppia pagina, la parte a sinistra contiene una breve e incisiva frase che fa avanzare il racconto, mentre la parte a destra vede la reazione di Max a quanto appena scritto, in un dialogo che ogni volta fa prendere alla storia una piega inaspettata. Tra gatti, unicorni, serpenti e ippopotami la vita narrativa di Max non può certo dirsi tranquilla e, parimenti, il lettore non ha modo di annoiarsi.

Storie minime, testo essenziale, (meta)narrazione sorprendente (e, grazie a Biancoenero, anche font ad alta leggibilità): non è difficile capire come mai Guarda il gatto. Tre storie su un cane abbia vinto uno sfilza di premi e immaginare come possa dare vita a letture, condivise o autonome, di grande appagamento.

Crocrò

C’è un cucciolo di coniglio, che di un coniglio non ha affatto l’aspetto, che racconta molto e bene di alcune cose tipicamente umane. Parliamo di Crocrò, il personaggio creato da Stéphane Servant e Simone Rea, protagonista dell’omonimo albo pubblicato da La Margherita. Privo delle tipiche orecchie lunghe e della coda a batuffolo ma con una insolita bocca larga e un modo buffo di comunicare – di fatto riassumibile in una sola parola: Crocrò – il coniglietto si fa spazio dapprima in una famiglia di conigli conigliescamente perfetti, e poi in una comunità via via più ampia che fa perno intorno alla scuola. Se l’incontro con la prima è certo spiazzante ma vira subito verso un amore incondizionato, quello con la seconda appare fin da subito molto più accidentato.

Fuori dalle mura accoglienti di casa, Crocrò deve infatti fare i conti con l’imbarazzo degli altri animali, con la loro curiosità invadente, con i goffi tentativi di riparazione e con le immancabili prese in giro. Là dove la protezione familiare non arriva, la diversità del coniglio appare, infatti, in tutta la sua evidenza e genera sentimenti molto variegati e molto distanti dall’immediata accettazione, anche quando il coniglio sperimenta soluzioni improbabili per inseguire una somiglianza che di fatto non c’è. Di fronte al buio della solitudine, che l’illustratore rende con una tavola centrale essenziale e densissima, solo la luce sorridente della luna può cambiare la sorte, regalando a Crocrò non certo un aspetto nuovo ma un nuovo modo di accettarsi sì. Con una danza inarrestabile che non lascia indifferente chi lo circonda, Crocrò trova così il suo personalissimo modo di stare al mondo che nessuno, ma proprio nessuno, può e intende più mettere in discussione.

Molto forte per la maniera in cui rispecchia situazioni reali e riconoscibilissime, legate soprattutto alla disabilità, Crocrò affronta di petto il tema della diversità, scegliendo di raccontarla con uno sguardo positivo ma non semplicistico. Con una commistione efficace tra dimensione reale e dimensione fantastica – pensiamo per esempio alla scelta di calare la storia in un mondo animale dai forti tratti antropomorfizzati o al richiamo squisitamente fiabesco al motivo del bacio principesco -, il libro non propone una ricetta per facili miracoli ma piuttosto una storia di dolceamara poesia. Determinanti, in questo senso, le tavole di Simone Rea che vanno sapientemente a dare voce ai silenzi del testo, che si animano di pochi ma eloquenti dettagli e che rendono, infine, profondamente umana la quotidianità del tenero Crocrò.

Mi vesto (collana A bocca aperta)

Se illustrare libri per bambini è faccenda seria (e lo è!), farlo per bambini piccolissimi è faccenda serissima. Qui, infatti, più che altrove, la personalità del segno deve necessariamente confrontarsi con specifiche esigenze di lettura e con abilità di decodifica ancora in maturazione: pena, il flop della proposta, l’accantonamento del libro o la sua fruizione passiva e priva di sollecitazioni appaganti.

Anche per questa ragione l’affacciarsi sul mercato di libri e collane contraddistinti da un’attenzione rispettosa nei confronti del giovanissimo lettore e delle sue possibilità vanno accolti con gioia. È il caso della collana A bocca aperta proposta da Camelozampa e supervisionata da Silvia Blezza Picherle e Luca Ganzerla, professori dell’Università degli Studi di Verona. Predisposta ad accogliere titoli variegati e a coinvolgere autori diversi, la collana è stata da poco inaugurata con una miniserie di volumi che portano la firma di Helen Oxenbury, vero e proprio mostro sacro dell’illustrazione per l’infanzia.

Composta di libretti – quattro finora – cartonati, quadrati e senza parole, questa miniserie si rivolge a bambini piccoli e risulta fruibile già al di sotto dell’anno. Protagonista è un bebè dal passo ancora incerto minuziosamente rappresentato nei gesti, nelle pose e negli interessi tipici dei bambini di quell’età. Ad ogni pagina e in base al tema specifico del libro, il bebè interagisce con animali domestici e oggetti quotidiani senz’altro familiari ai lettori suoi coetanei. Il suo sguardo è attento e curioso, le sue movenze ancora acerbe e impacciate, la sua concentrazione massima, così il suo potenziale lettore finisce per trovarsi di fronte a uno specchio che riflette esattamente il suo modo di approcciare il mondp. Non è un caso, in questo senso, se i titoli che contengono un verbo sono declinati alla prima persona singolare (Mi vesto, Mi diverto)

All’interno di ogni volume, le scene proposte si susseguono secondo una logica minima (le azioni della giornata seguono vagamente una scansione temporale) o più sovente non la seguono affatto, andando piuttosto a comporre una sorta di imagier inerente a un certo tema in cui, volendo, l’ordine delle pagine potrebbe anche essere rimescolato. In particolare:

Al lavoro immortala il bebè nelle azioni quotidiane più comuni che lo vedono protagonista, come la pappa, il bagnetto o la passeggiata in carrozzina.

Mi diverto illustra alcuni dei passatempi più amati, dal concerto di pentole e cucchiai alla lettura di un libro, dalle costruzioni (e distruzioni) con i cubi alle coccole con un grande pupazzo.

Mi vesto ritrae il bebè intento a infilare, uno via l’altro, i vari capi di abbigliamento, dai più agevoli come il cappello ai più complessi come i calzini.

Amici, infine, mostra l’interazione del protagonista con animali diversi, di piccola, grossa e grossissima taglia, con i quali, in forme diverse, si instaura una tenera complicità.

A fare la differenza in questi volumi sono alcune attenzioni specifiche al livello cognitivo dei potenziali lettori e agli elementi che ne favoriscono una soddisfacente appropriazione del racconto. Così, per esempio, le figure appaiono nitide su sfondo bianco e pulito, prive di orpelli decorativi e dettagli inutili; il bambino è sempre ritratto nella sua interezza intento a compiere azioni e movimenti ben riconoscibili; dettagli come le espressioni del viso, le movenze o l’abbigliamento indossato in relazione alle specifiche attività sono sempre coerenti. Inoltre gli oggetti e gli animali rappresentati sono scelti tra quelli che più facilmente il bambino conosce, in modo da offrirgli un’esperienza appagante di decodifica dell’immagine e soprattutto di ognuno di essi viene proposta un’illustrazione estrapolata dal contesto nella pagina di sinistra e un’illustrazione che ne mostra l’uso o l’interazione da parte del bambino nella pagina di destra. Come ben spiegato da Luigi Paladin e Rita Valentino Merletti all’interno del saggio Nati sotto il segno dei Libri, questa attenzione particolare agevola l’operazione di lettura da parte del bambino piccolo perché attiva in maniera più potente la cosiddetta simulazione incarnata.

Tutti questi elementi, dal canto loro, favoriscono il coinvolgimento e la piena partecipazione anche da parte di bambini con maggiori difficoltà cognitive che qui più che altrove possono trovare racconti quotidiani davvero riconoscibili e poco confusivi.

A rendere infine speciali questi volumi, il guizzo ironico inimitabile di Helen Oxenbury che anche quando si rivolge a un pubblico di giovanissimi lettori non cede alla tentazione della rappresentazione piatta e banale. Così tra queste pagine non sarà difficile imbattersi in bambini decisi a infilare i pantaloni dopo aver indossato le scarpe, a tenere in ostaggio un gatto inerme adibito a cuscino o a leggere con grande interesse un libro girato al contrario.

Mi diverto (collana A bocca aperta)

Se illustrare libri per bambini è faccenda seria (e lo è!), farlo per bambini piccolissimi è faccenda serissima. Qui, infatti, più che altrove, la personalità del segno deve necessariamente confrontarsi con specifiche esigenze di lettura e con abilità di decodifica ancora in maturazione: pena, il flop della proposta, l’accantonamento del libro o la sua fruizione passiva e priva di sollecitazioni appaganti.

Anche per questa ragione l’affacciarsi sul mercato di libri e collane contraddistinti da un’attenzione rispettosa nei confronti del giovanissimo lettore e delle sue possibilità vanno accolti con gioia. È il caso della collana A bocca aperta proposta da Camelozampa e supervisionata da Silvia Blezza Picherle e Luca Ganzerla, professori dell’Università degli Studi di Verona. Predisposta ad accogliere titoli variegati e a coinvolgere autori diversi, la collana è stata da poco inaugurata con una miniserie di volumi che portano la firma di Helen Oxenbury, vero e proprio mostro sacro dell’illustrazione per l’infanzia.

Composta di libretti – quattro finora – cartonati, quadrati e senza parole, questa miniserie si rivolge a bambini piccoli e risulta fruibile già al di sotto dell’anno. Protagonista è un bebè dal passo ancora incerto minuziosamente rappresentato nei gesti, nelle pose e negli interessi tipici dei bambini di quell’età. Ad ogni pagina e in base al tema specifico del libro, il bebè interagisce con animali domestici e oggetti quotidiani senz’altro familiari ai lettori suoi coetanei. Il suo sguardo è attento e curioso, le sue movenze ancora acerbe e impacciate, la sua concentrazione massima, così il suo potenziale lettore finisce per trovarsi di fronte a uno specchio che riflette esattamente il suo modo di approcciare il mondp. Non è un caso, in questo senso, se i titoli che contengono un verbo sono declinati alla prima persona singolare (Mi vesto, Mi diverto)

All’interno di ogni volume, le scene proposte si susseguono secondo una logica minima (le azioni della giornata seguono vagamente una scansione temporale) o più sovente non la seguono affatto, andando piuttosto a comporre una sorta di imagier inerente a un certo tema in cui, volendo, l’ordine delle pagine potrebbe anche essere rimescolato. In particolare:

Al lavoro immortala il bebè nelle azioni quotidiane più comuni che lo vedono protagonista, come la pappa, il bagnetto o la passeggiata in carrozzina.

Mi diverto illustra alcuni dei passatempi più amati, dal concerto di pentole e cucchiai alla lettura di un libro, dalle costruzioni (e distruzioni) con i cubi alle coccole con un grande pupazzo.

Mi vesto ritrae il bebè intento a infilare, uno via l’altro, i vari capi di abbigliamento, dai più agevoli come il cappello ai più complessi come i calzini.

Amici, infine, mostra l’interazione del protagonista con animali diversi, di piccola, grossa e grossissima taglia, con i quali, in forme diverse, si instaura una tenera complicità.

A fare la differenza in questi volumi sono alcune attenzioni specifiche al livello cognitivo dei potenziali lettori e agli elementi che ne favoriscono una soddisfacente appropriazione del racconto. Così, per esempio, le figure appaiono nitide su sfondo bianco e pulito, prive di orpelli decorativi e dettagli inutili; il bambino è sempre ritratto nella sua interezza intento a compiere azioni e movimenti ben riconoscibili; dettagli come le espressioni del viso, le movenze o l’abbigliamento indossato in relazione alle specifiche attività sono sempre coerenti. Inoltre gli oggetti e gli animali rappresentati sono scelti tra quelli che più facilmente il bambino conosce, in modo da offrirgli un’esperienza appagante di decodifica dell’immagine e soprattutto di ognuno di essi viene proposta un’illustrazione estrapolata dal contesto nella pagina di sinistra e un’illustrazione che ne mostra l’uso o l’interazione da parte del bambino nella pagina di destra. Come ben spiegato da Luigi Paladin e Rita Valentino Merletti all’interno del saggio Nati sotto il segno dei Libri, questa attenzione particolare agevola l’operazione di lettura da parte del bambino piccolo perché attiva in maniera più potente la cosiddetta simulazione incarnata.

Tutti questi elementi, dal canto loro, favoriscono il coinvolgimento e la piena partecipazione anche da parte di bambini con maggiori difficoltà cognitive che qui più che altrove possono trovare racconti quotidiani davvero riconoscibili e poco confusivi.

A rendere infine speciali questi volumi, il guizzo ironico inimitabile di Helen Oxenbury che anche quando si rivolge a un pubblico di giovanissimi lettori non cede alla tentazione della rappresentazione piatta e banale. Così tra queste pagine non sarà difficile imbattersi in bambini decisi a infilare i pantaloni dopo aver indossato le scarpe, a tenere in ostaggio un gatto inerme adibito a cuscino o a leggere con grande interesse un libro girato al contrario.

Amici (collana A bocca aperta)

Se illustrare libri per bambini è faccenda seria (e lo è!), farlo per bambini piccolissimi è faccenda serissima. Qui, infatti, più che altrove, la personalità del segno deve necessariamente confrontarsi con specifiche esigenze di lettura e con abilità di decodifica ancora in maturazione: pena, il flop della proposta, l’accantonamento del libro o la sua fruizione passiva e priva di sollecitazioni appaganti.

Anche per questa ragione l’affacciarsi sul mercato di libri e collane contraddistinti da un’attenzione rispettosa nei confronti del giovanissimo lettore e delle sue possibilità vanno accolti con gioia. È il caso della collana A bocca aperta proposta da Camelozampa e supervisionata da Silvia Blezza Picherle e Luca Ganzerla, professori dell’Università degli Studi di Verona. Predisposta ad accogliere titoli variegati e a coinvolgere autori diversi, la collana è stata da poco inaugurata con una miniserie di volumi che portano la firma di Helen Oxenbury, vero e proprio mostro sacro dell’illustrazione per l’infanzia.

Composta di libretti – quattro finora – cartonati, quadrati e senza parole, questa miniserie si rivolge a bambini piccoli e risulta fruibile già al di sotto dell’anno. Protagonista è un bebè dal passo ancora incerto minuziosamente rappresentato nei gesti, nelle pose e negli interessi tipici dei bambini di quell’età. Ad ogni pagina e in base al tema specifico del libro, il bebè interagisce con animali domestici e oggetti quotidiani senz’altro familiari ai lettori suoi coetanei. Il suo sguardo è attento e curioso, le sue movenze ancora acerbe e impacciate, la sua concentrazione massima, così il suo potenziale lettore finisce per trovarsi di fronte a uno specchio che riflette esattamente il suo modo di approcciare il mondp. Non è un caso, in questo senso, se i titoli che contengono un verbo sono declinati alla prima persona singolare (Mi vesto, Mi diverto)

All’interno di ogni volume, le scene proposte si susseguono secondo una logica minima (le azioni della giornata seguono vagamente una scansione temporale) o più sovente non la seguono affatto, andando piuttosto a comporre una sorta di imagier inerente a un certo tema in cui, volendo, l’ordine delle pagine potrebbe anche essere rimescolato. In particolare:

Al lavoro immortala il bebè nelle azioni quotidiane più comuni che lo vedono protagonista, come la pappa, il bagnetto o la passeggiata in carrozzina.

Mi diverto illustra alcuni dei passatempi più amati, dal concerto di pentole e cucchiai alla lettura di un libro, dalle costruzioni (e distruzioni) con i cubi alle coccole con un grande pupazzo.

Mi vesto ritrae il bebè intento a infilare, uno via l’altro, i vari capi di abbigliamento, dai più agevoli come il cappello ai più complessi come i calzini.

Amici, infine, mostra l’interazione del protagonista con animali diversi, di piccola, grossa e grossissima taglia, con i quali, in forme diverse, si instaura una tenera complicità.

A fare la differenza in questi volumi sono alcune attenzioni specifiche al livello cognitivo dei potenziali lettori e agli elementi che ne favoriscono una soddisfacente appropriazione del racconto. Così, per esempio, le figure appaiono nitide su sfondo bianco e pulito, prive di orpelli decorativi e dettagli inutili; il bambino è sempre ritratto nella sua interezza intento a compiere azioni e movimenti ben riconoscibili; dettagli come le espressioni del viso, le movenze o l’abbigliamento indossato in relazione alle specifiche attività sono sempre coerenti. Inoltre gli oggetti e gli animali rappresentati sono scelti tra quelli che più facilmente il bambino conosce, in modo da offrirgli un’esperienza appagante di decodifica dell’immagine e soprattutto di ognuno di essi viene proposta un’illustrazione estrapolata dal contesto nella pagina di sinistra e un’illustrazione che ne mostra l’uso o l’interazione da parte del bambino nella pagina di destra. Come ben spiegato da Luigi Paladin e Rita Valentino Merletti all’interno del saggio Nati sotto il segno dei Libri, questa attenzione particolare agevola l’operazione di lettura da parte del bambino piccolo perché attiva in maniera più potente la cosiddetta simulazione incarnata.

Tutti questi elementi, dal canto loro, favoriscono il coinvolgimento e la piena partecipazione anche da parte di bambini con maggiori difficoltà cognitive che qui più che altrove possono trovare racconti quotidiani davvero riconoscibili e poco confusivi.

A rendere infine speciali questi volumi, il guizzo ironico inimitabile di Helen Oxenbury che anche quando si rivolge a un pubblico di giovanissimi lettori non cede alla tentazione della rappresentazione piatta e banale. Così tra queste pagine non sarà difficile imbattersi in bambini decisi a infilare i pantaloni dopo aver indossato le scarpe, a tenere in ostaggio un gatto inerme adibito a cuscino o a leggere con grande interesse un libro girato al contrario.

Al lavoro (collana A bocca aperta)

Se illustrare libri per bambini è faccenda seria (e lo è!), farlo per bambini piccolissimi è faccenda serissima. Qui, infatti, più che altrove, la personalità del segno deve necessariamente confrontarsi con specifiche esigenze di lettura e con abilità di decodifica ancora in maturazione: pena, il flop della proposta, l’accantonamento del libro o la sua fruizione passiva e priva di sollecitazioni appaganti.

Anche per questa ragione l’affacciarsi sul mercato di libri e collane contraddistinti da un’attenzione rispettosa nei confronti del giovanissimo lettore e delle sue possibilità vanno accolti con gioia. È il caso della collana A bocca aperta proposta da Camelozampa e supervisionata da Silvia Blezza Picherle e Luca Ganzerla, professori dell’Università degli Studi di Verona. Predisposta ad accogliere titoli variegati e a coinvolgere autori diversi, la collana è stata da poco inaugurata con una miniserie di volumi che portano la firma di Helen Oxenbury, vero e proprio mostro sacro dell’illustrazione per l’infanzia.

Composta di libretti – quattro finora – cartonati, quadrati e senza parole, questa miniserie si rivolge a bambini piccoli e risulta fruibile già al di sotto dell’anno. Protagonista è un bebè dal passo ancora incerto minuziosamente rappresentato nei gesti, nelle pose e negli interessi tipici dei bambini di quell’età. Ad ogni pagina e in base al tema specifico del libro, il bebè interagisce con animali domestici e oggetti quotidiani senz’altro familiari ai lettori suoi coetanei. Il suo sguardo è attento e curioso, le sue movenze ancora acerbe e impacciate, la sua concentrazione massima, così il suo potenziale lettore finisce per trovarsi di fronte a uno specchio che riflette esattamente il suo modo di approcciare il mondp. Non è un caso, in questo senso, se i titoli che contengono un verbo sono declinati alla prima persona singolare (Mi vesto, Mi diverto)

All’interno di ogni volume, le scene proposte si susseguono secondo una logica minima (le azioni della giornata seguono vagamente una scansione temporale) o più sovente non la seguono affatto, andando piuttosto a comporre una sorta di imagier inerente a un certo tema in cui, volendo, l’ordine delle pagine potrebbe anche essere rimescolato. In particolare:

Al lavoro immortala il bebè nelle azioni quotidiane più comuni che lo vedono protagonista, come la pappa, il bagnetto o la passeggiata in carrozzina.

Mi diverto illustra alcuni dei passatempi più amati, dal concerto di pentole e cucchiai alla lettura di un libro, dalle costruzioni (e distruzioni) con i cubi alle coccole con un grande pupazzo.

Mi vesto ritrae il bebè intento a infilare, uno via l’altro, i vari capi di abbigliamento, dai più agevoli come il cappello ai più complessi come i calzini.

Amici, infine, mostra l’interazione del protagonista con animali diversi, di piccola, grossa e grossissima taglia, con i quali, in forme diverse, si instaura una tenera complicità.

A fare la differenza in questi volumi sono alcune attenzioni specifiche al livello cognitivo dei potenziali lettori e agli elementi che ne favoriscono una soddisfacente appropriazione del racconto. Così, per esempio, le figure appaiono nitide su sfondo bianco e pulito, prive di orpelli decorativi e dettagli inutili; il bambino è sempre ritratto nella sua interezza intento a compiere azioni e movimenti ben riconoscibili; dettagli come le espressioni del viso, le movenze o l’abbigliamento indossato in relazione alle specifiche attività sono sempre coerenti. Inoltre gli oggetti e gli animali rappresentati sono scelti tra quelli che più facilmente il bambino conosce, in modo da offrirgli un’esperienza appagante di decodifica dell’immagine e soprattutto di ognuno di essi viene proposta un’illustrazione estrapolata dal contesto nella pagina di sinistra e un’illustrazione che ne mostra l’uso o l’interazione da parte del bambino nella pagina di destra. Come ben spiegato da Luigi Paladin e Rita Valentino Merletti all’interno del saggio Nati sotto il segno dei Libri, questa attenzione particolare agevola l’operazione di lettura da parte del bambino piccolo perché attiva in maniera più potente la cosiddetta simulazione incarnata.

Tutti questi elementi, dal canto loro, favoriscono il coinvolgimento e la piena partecipazione anche da parte di bambini con maggiori difficoltà cognitive che qui più che altrove possono trovare racconti quotidiani davvero riconoscibili e poco confusivi.

A rendere infine speciali questi volumi, il guizzo ironico inimitabile di Helen Oxenbury che anche quando si rivolge a un pubblico di giovanissimi lettori non cede alla tentazione della rappresentazione piatta e banale. Così tra queste pagine non sarà difficile imbattersi in bambini decisi a infilare i pantaloni dopo aver indossato le scarpe, a tenere in ostaggio un gatto inerme adibito a cuscino o a leggere con grande interesse un libro girato al contrario.

Io parlo come un fiume

La poesia sa sorprendere e spiazzare, vestendo talvolta abiti insoliti e abitando case che di rado la vedono ospite. Così accade, per esempio, in Io parlo come un fiume, intenso albo a firma di Jordan Scott e Sydney Smith di recente pubblicato da Orecchio Acerbo. Qui, la scrittura intensa, cadenzata e capace di cantare l’inquieto convivere del giovane protagonista con la sua balbuzie, assume infatti la forma di una profonda melodia che prende dimora tra le pagine illustrate, ora tesissima ora lenta. La sua è una musicalità che attende discreta e che chiede di esser letta ad alta voce per spigionarsi a pieno.

È il miracolo delle parole, fatte sì di senso ma anche di suoni: proprio quelli che il giovane protagonista del libro fatica a pronunciare fluidamente, attirando gli scherni dei compagni e accumulando giorno dopo giorno vergogna e tormento. Ma proprio come possono causare ferite difficili da vedere e da dire, le parole sanno anche e soprattutto essere il balsamo che le lenisce: così, le parole di un papà attento e accogliente non trasformano la realtà ma possono certo offrire un modo diverso di osservarla in un’ottica di cura, intesa come riguardo più che come rimedio. Quel papà, taciturno ma capace di guardare con attenzione suo figlio e di vedere ciò che gli altri non scorgono – il pino che mette radici nella sua bocca, la cornacchia che si attacca al fondo della sua gola o la luna che gli spolvera le labbra con un incantesimo – riesce a trovare per lui le poche parole che servono.

Mio padre dice che parlo come un fiume, afferma il protagonista in una doppia pagina centrale che mozza letteralmente il fiato del lettore. Sotto un primissimo piano del ragazzo assorto, questa si sdoppia e si apre in quattro facciate, mostrandolo intento a immergersi tra acque placide e scintillanti. Si avverte una grande pace e insieme un forte coraggio di fronte a questa immagine. È un punto di autentica svolta. Riconoscersi balbettante come il fiume da lui tanto amato, è per il ragazzo l’occasione di ripensarsi diversamente e di accogliere difficoltà e irregolarità nel parlare come un modo del tutto naturale di stare al mondo. Cosa c’è di più naturale, in effetti, dell’acqua, di un fiume che scorre ora placido ora tumultuoso, vorticoso, gorgogliante, dirompente?

A far risuonare queste parole in tutta la loro potenza, dando un respiro poetico altissimo alla storia, sono le illustrazioni di Sydney Smith, illustratore che come pochi altri sa dare voce ai silenzi che dimorano tra le righe. I suoi acquerelli che giocano puntualissimi con primi piani e campi larghi, contrasti e trasparenze, immagini nette e dissolvenze fanno salire in superficie, proprio come la poesia, ciò che altrimenti resterebbe sommerso. Sono tavole commuoventi, le sue, in cui il confine tra il dentro e il fuori si fa cosa labile e indefinita.

Ed è così che la storia del protagonista arriva al lettore come un pizzicotto e una carezza, entrambi verissimi. Non solo e non tanto perché di storia reale si tratta – l’autore racconta infatti quella che è stata la sua esperienza di ragazzo balbuziente – ma perché in essa la complessità dei sentimenti e delle relazioni si fa palpabile e condivisibile. L’affanno della diversità, l’abbraccio della natura, la forza delle parole, la cura dello sguardo travalicano infatti il tema particolare della balbuzie per accogliere smarrimenti diversi e far sentire a chiunque un poco propria questa storia di identità e rappresentazione. Lungi dall’offrire una mera pillola di illuminazione e di conforto per chi nel disturbo del protagonista si identifica in maniera specifica, Io parlo come un fiume si presenta come luogo potenziale di ristoro e scossa per qualunque lettore e come tale merita di essere raccontato, letto, condiviso e promosso.

Ditino

Ditino è un tipo intraprendente: passa senza timore in alto, in basso, sopra e sotto le cose. Provare per credere! Il volume per piccolissimi ideato e realizzato da Martina Dorascenzi è infatti un invito per dita curiose a muoversi sulle pagine seguendo semplici istruzioni (“Ditino passa in alto”, per esempio), seguendo un bordo ricamato di facile reperimento. Collocato di volta in volta in una posizione diversa, il bordo delinea un sentiero, una sorta di traccia che il bambino può seguire per sperimentare in prima persona i concetti spaziali più elementari. Punto di riferimento rispetto a cui questi concetti acquistano senso, è un cuscinetto morbido posto al centro della pagina che il lettore può trovare e riconoscere con una certa immediatezza. Semplice me davvero molto ben fatto, Ditino risponde così allo specifico bisogno di allenare l’orientamento spaziale: abilità tutt’altro che scontata soprattutto (ma non solo) per i bambini non vedenti.

Ditino può essere letto e goduto a pieno da solo ma fa idealmente parte di un percorso tattile dedicato a concetti molto semplici (forme, contrasti, textures, elementi topologici…) insieme a due altri volumi: Nastrino e Quello che tocco. Tutti ideati da Martina Dorascenzi e pubblicati dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, i tre libri appaiono coerenti nell’aspetto poiché condividono la forma quadrata, la scelta di pagine in stoffa dai colori vivaci e una struttura che prevede pochissimo testo e forme essenziali, che invitano all’esplorazione più che al riconoscimento di figure. Il tipo di lettura che ne deriva è estremamente interattivo, piacevole, giocoso e stimolante: caratteristiche, queste, particolarmente importanti nell’ottica di coinvolgere piccoli lettori con poca esperienza del mondo e dei libri.

Per le stesse ragioni Nastrino, Ditino e Quello che tocco si prestano bene a essere condivisi all’interno di piccoli gruppi di bambini piccoli, in famiglia o al nido, per esempio. La qualità e l’appeal di questi volumi li rende infatti molto accattivanti per qualunque bambino di pochi anni, con e senza una disabilità visiva. La loro semplicità e il coinvolgimento motorio che essi implicano, inoltre, ne fa uno strumento estremamente efficace e spendibile anche con bambini con difficoltà diverse, legate per esempio alla comprensione di concetti astratti. La forza dell’esperienza concreta, ossia del corpo che impara facendo, è infatti chiave preziosa e forse insostituibile per sostenere una reale appropriazione dei libri e dei contenuti che essi custodiscono.

Un giorno perfetto

Ci sono tanti modi per vivere e nutrire l’amicizia. Condividere, per esempio, il gioco, gli scherzi, la buona cucina o le letture. Ma a volte nessuna di queste cose sembra cascare a fagiolo e far sì che la scintilla dell’amicizia possa davvero scoccare. È quello che succede al volpacchiotto protagonista dell’albo Un giorno perfetto: nonostante la placida atmosfera autunnale sembri propizia a trovare un amico, tutti i suoi sforzi per conquistare l’attenzione e il favore di un giovane coniglio sembrano vani. Saranno infine la sua tenacia e la sua capacità di stare semplicemente accanto all’altro, rispettandone nel profondo i bisogni, a permettergli di cogliere la differenza tra trovare un amico ed esserlo. Perché l’amicizia, in fondo, non è condividere solo cose ed esperienze ma anche e soprattutto emozioni.

Tenero e profondo, l’albo scritto e illustrato da Maria Gianola racconta una cosa semplice semplice ma spesso trascurata come l’importanza di riconoscere e accogliere i sentimenti di chi ci sta accanto per coltivare delle relazioni autentiche. Lo fa con uno stile tenue che delinea personaggi che ispirano immediata simpatia. Nella vitalissima volpe e nel coniglio corrucciato, ogni lettore può facilmente riconoscere sé stesso in momenti diversi della sua vita o più semplicemente della sua giornata, ritrovando nei due animali protagonisti stati d’animo e atteggiamenti umanissimi. Un giorno perfetto si contraddistingue poi per un testo diretto ed essenziale che si presta bene a sostenere anche primi tentativi di lettura autonoma grazie alle poche parole scelte per ogni pagina, alla puntuale corrispondenza tra figure e testo quasi in forma di didascalia, e all’impiego dello stampatello maiuscolo, peraltro proposto in font ad alta leggibilità EasyReading.

Il gatto combinaguai

Che scoperta, la collana Upupa delle Edizioni La linea! Gli albi illustrati che la compongono lavorano in favore dell’inclusione su un doppio binario: da un lato proponendo storie in doppia lingua e dall’altro offrendo il racconto in versione cartacea e in versione audio. Ogni volume presenta infatti sul retro di copertina un qr code attraverso il quale è possibile accedere a contenuti multimediali tra cui non solo l’audiolibro completo in doppia lingua, con piacevole sottofondo musicale, ma anche alcune parole chiave del racconto, pronunciate sia in italiano sia nella lingua a cui di volta in volta questo è affiancato nel libro. Il lettore può dunque scegliere la modalità a lui più congeniale per approcciare il testo, sia dal punto di vista della lingua sia da quello del supporto. I titoli della collana offrono, così, delle occasioni di lettura preziosa anche a lettori che faticano a relazionarsi col testo scritto per ragioni per esempio di dislessia, a lettori che non padroneggiano perfettamente la nostra lingua o a lettori che sperimentano entrambe le condizioni: una situazione di doppia inaccessibilità che qui viene felicemente supportata con prodotti versatili, ben confezionati e piacevoli da leggere.

Il gatto combinaguai è proprio uno di questi titoli. Scritto da un autore giordano –  Abeer Al-Taher –, e illustrato da un’artista libanese – Maya Fidawi -, il libro racconta una storia tenera e divertente, ideale da leggere ad alta voce (e dunque anche da fruire in modalità audio). Protagonisti sono un anziano signore e un gatto nero piuttosto turbolento. L’anziano è molto affezionato al felino ma in seguito a una sfilza di marachelle, decide di disfarsene. Il suo piano appare però più facile a dirsi che a farsi: ogni volta che abbandona il gatto da qualche parte, questi trova, infatti, il modo di tornare a casa. L’unica soluzione sembra essere quella di portarlo nel luogo più lontano del mondo, al Polo Sud. La strada è lunga, al punto che una volta arrivati, l’anziano pare aver quasi scordato i guai che l’hanno spinto fino a lì. A quel punto decide di tornare a casa ma fatica a ritrovare la via. Per fortuna insieme a lui c’è qualcuno che vanta un lungo curriculum in fatto di orientamento!

Breve, semplice e ben congegnato, Il gatto combinaguai offre un testo e delle illustrazioni delicatamente ironici. Intrigante e curioso, per il lettore italiano, è inoltre il fatto di leggere il libro partendo dal fondo, come la lingua araba richiede.

Dove c’era un prato

Una porzione di campagna – un laghetto, un pugno di case, prati e coltivazioni, alberi antichi e sentieri sterrati – può nascondere molto più di quel che si vede e di quel che ci si aspetta. Nello spazio di uno sguardo c’è il lavoro dei campi, lo svago all’aria aperta, la natura che esplode in tutta la sua bellezza. Ci sono i tempi lenti, la dimensione umana e le giornate lunghe. Jörg Müller parte proprio da qui, da questo brulicare di attività, movimenti e relazioni, per raccontare la sua storia. Lo fa con un’istantanea a campo largo, che immortala un luogo e un tempo precisissimi: siamo nella primavera degli anni ‘50 e il verde puntinato di fiori la fa da padrone. Lo stesso scenario compare anche nelle pagine seguenti ma via via che il libro avanza il paesaggio si trasforma. Non sono solo le stagioni a mutare le vesti del territorio. È l’impatto dell’uomo a fare davvero la differenza. Di pagina in pagina, infatti, i prati e i boschi iniziano a sparire, le case assumono nuove forme, la presenza umana è relegata all’interno degli edifici e il grigio si fa dominante. Così, in una carrellata tristemente verosimile, l’autore racconta vent’anni di cambiamenti ambientali, interrogando silenziosamente il lettore sui vantaggi e sugli svantaggi che questi portano con sé. Del tutto privo di parole, Dove c’era un prato mette, insomma, il lettore di fronte a una successione di fatti, senza aggiungervi commenti di sorta, ma lasciando piuttosto che siano le immagini a fare leva, con la loro potenza, sullo spirito critico di chi le osserva e mette in successione.

Dove c’era un prato fa la sua prima comparsa in Italia con la Emme di Rosellina Archinto, praticamente negli stessi anni in cui Adriano Celentano cantava che là dove c’era l’erba ora c’è una città. Contemporanei e attenti alle medesime trasformazioni paesaggistiche, Il ragazzo della via Gluck e Dove c’era un prato condividono uno sguardo malinconico e inquieto su un’urbanizzazione selvaggia che metro dopo metro finisce per mangiarsi non solo il verde ma tutto ciò che questo rappresenta: attività lavorative e ricreative, relazioni, orizzonti. Libro dalle tante vite, Dove c’era un prato torna ora sugli scaffali per iniziativa di Lazy dog. Nei quasi cinquant’anni che separano quest’edizione dalla prima, l’esperienza del paesaggio e delle sue trasformazioni fatta dal lettore è senz’altro cambiata. Difficile è, infatti, che oggi un bambino assista a un cambiamento radicale come quello raccontato nel libro ma questo non ne riduce il fascino e la portata attuale. Il libro diventa anzi l’occasione per guardarsi intorno, con uno sguardo al passato e uno al futuro, offrendo spunti interessanti anche per costruire percorsi didattici stimolanti e fuori dal comune, oltre che ampiamente accessibili a tutte quelle categorie di lettori che tendono a fare a pugni con il testo scritto.

Achille cane quadrato

Giulio Fabroni e Gloria Francella sono due autori che frequentano casa Sinnos da qualche tempo e che hanno un’interessante capacità di dialogare con i piccolissimi. I loro cofanetti dedicati al personaggio di Merlo – Merlo e la merenda, Merlo e i colori, Merlo e le emozioni, Merlo e gli opposti – sono per esempio prodotti semplici ma curati in cui gioco e lettura si contaminano felicemente. La stessa vincente abilità di parlare in piccolo e di costruire belle storie a partire da concetti maneggiabili da lettori molto in erba, la si ritrova anche in un titolo più recente – Achille cane quadrato – anch’esso pensato per soddisfare bambini taglia XXS.

Protagonista, qui, è un cagnolino a macchie bianche e nere e dal contorno vagamente tondeggiante. Decisamente più definito nella forma è suo zio Achille che, interrogato su come abbia fatto a diventare perfettamente quadrato, condivide con il nipote la sua storia: una storia fatta di iniziali prese in giro e di un lungo percorso alla ricerca della propria identità. L’incontro con un bruco, una gallina e una stella marina lo porta a sperimentare forme diverse, ma è solo quando incappa in una lumaca dalla forma bislacca che Achille trova finalmente la forma che gli calza a pennello e conosce il segreto di una piccola felicità.

Perfetto da leggere ad alta voce (ma ideale anche come prima lettura, dato il testo semplice e le caratteristiche di alta leggibilità), Achille cane quadrato vanta una storia piacevolmente iterata, un gustoso uso di onomatopee e un implicito invito a fare della lettura un’esperienza movimentata. Ogni volta che Achille cambia forma compie infatti gesti buffi che difficilmente lettori piccoli e grandi resistono dal replicare. Tutto questo, unito a illustrazioni dal tratto sorridente e amichevole, fa del libro – che è peraltro perfettamente quadrato, proprio come Achille – un ghiotto assaggio di lettura da proporre ai più piccini.

Il coraggio nel vento di montagna

È piccolo piccolo il protagonista de Il coraggio nel vento di montagna ma ha intraprendenza e fegato da vendere. Tra le pagine del silent book di Li Yao lo incontriamo senza preamboli, mentre corre riparandosi gli occhi in mezzo alla polvere sollevata da un forte vento. Ritrovatosi solo nel cuore di una brutta tempesta, il bambino sfida le intemperie con risolutezza crescente. Se all’inizio, infatti, si limita a resistere e aspettare paziente di fronte a tuoni, fulmini e una pioggia battente, a un certo punto decide di passare all’attacco. Man mano che il cielo si popola di vortici e nuvole dalle sembianze di draghi, guerrieri e mostri, il bambino fa di una piccola maschera che porta con sé la chiave per superare pericolo e paura.

Tutto giocato sulla sospensione tra dimensione reale e dimensione fantastica, con gli elementi naturali che diventano creature minacciose agli occhi del bambino, Il coraggio nel vento di montagna cattura il lettore con un stile concitato che richiama alla mente tradizioni, fumetti e disegni orientali.

Rispetto ad altri volumi nati dall’esperienza del Silent Book Contest, come per esempio Il tesoro di Nina o La serraIl coraggio nel vento di montagna presenta passaggi narrativi un po’ più oscuri e lascia molto più spazio all’interpretazione del lettore. Per questa ragione si presta ad essere affrontato con particolare soddisfazione da bambini un pochino più grandi o comunque che si sentano a loro agio di fronte a storie complesse e dal contenuto meno immediato. Se l’assenza di parole, da un lato, amplifica questo aspetto, spingendo il lettore a interrogarsi sul significato di ogni pagina, dall’altro accoglie una libertà di movimento narrativo piacevolissima  di ci possono finalmente godere anche bambini e ragazzi che di fronte al testo scritto potrebbero invece sentirsi costretti.

La serra

Se c’è un aggettivo che descrive il tratto ben riconoscibile di Giovanni Colaneri è probabilmente rigoglioso. Quasi sempre, dal pennello dell’autore escono, infatti, figure sgargianti che fioriscono sulla pagina e paiono popolare foreste umane e naturali. Accadeva in Che cos’è una sindrome? e accade ora in La serra, libro che fin dal titolo sembra sposarsi a meraviglia con uno stile così florido.

La sua protagonista è una bambina visionaria e intraprendente che vive suo malgrado in una città tutto fumo e grigiume. Non ci sono alberi né animali a rendere vivo il paesaggio e così, quando un uccello dalle sfumature turchesi spunta alla finestra, la bambina non può fare a meno di notarlo. L’uccellino, d’altronde, veste i suoi stessi brillanti colori e tra i due si instaura una complicità immediata. Di fronte all’invito a seguirlo, la bambina non perde tempo e, inforcata la sua bicicletta, percorre desolate e desolanti distese di foreste ormai abbattute fino a che giunge in luogo straordinario. Si tratta di una serra lussureggiante, luogo di per sé meraviglioso se si considera la triste cornice in cui si colloca, ma reso ancor più straordinario dal personale che lo cura. Al di là delle ampie e luminose vetrate la bambina, e con lei il lettore, incontra infatti una schiera di animali deditissimi al giardinaggio: chi innaffia vasi e aiuole, chi trasporta carrelli zeppi di piante e chi ne controlla puntiglioso qualità e stato. C’è un piano preciso dietro tutto questo lavoro, ma gli animali hanno bisogno di una zampa. Ecco allora che la bambina si trova a guidare una spedizione ad alto impatto green a tutto vantaggio dell’intera comunità.

Finalista del Silent Book Contest 2020, La serra racconta di sogni all’apparenza impossibili e di collaborazioni che creano bellezza. Qui, il rispetto per la natura appare chiaramente come qualcosa che ripaga a pieno, restituendo a chi lo pratica un’esistenza a colori. Sospesa tra reale e fantastico, la storia per immagini confezionata da Giovanni Colaneri è ricca di fascino e scandita in modo lineare e chiaro nonostante l’assenza di parole. Quest’ultima, dal canto suo, ne spalanca la fruizione anche da parte di bambini e ragazzi con difficoltà di decodifica e comprensione del testo, legate per esempio alla dislessia o alla disabilità uditiva.

Bosco dove sei?

Già protagonista di Un riccio per amico, il riccio Filippo torna sugli scaffali con il suo carico di ingenua tenerezza. In questa nuova avventura firmata nei testi e nelle immagini da Alice Campanini, l’animaletto si accorge un giorno che il bosco è sparito. Alberi, foglie ed erba scompaiono dal giorno alla notte, senza una spiegazione. Gli altri animali, dal canto loro, mostrano comportamenti insoliti, tutti intenti a prepararsi per un fantomatico letargo. Che cosa sia questo letargo, Filippo di fatto non lo sa e se lo chiede di continuo. Un improvviso scivolone gli porterà inaspettatamente tutte le risposte che cerca, conducendolo finalmente soddisfatto verso un lungo sonno ristoratore…

Col tratto delicato che abbiamo già iniziato a conoscere nel precedente volume, sempre edito da Storie Cucite, Alice Campanini confeziona una storia semplice che parla di natura, curiosità, stupore e amicizia. Bosco dove sei?, già pubblicato anche in formato tradizionale, presenta nella versione in simboli le caratteristiche tipiche del modello inbook cui aderisce. I singoli elementi del testo sono quindi simbolizzati, facendo ricorso alla collezione WLS. I simboli sono poi dotati di qualificatori (di genere, di numero, di tempo…) e racchiusi insieme alla componente alfabetica all’interno del riquadro.

Il libro si caratterizza per un testo piuttosto lungo e articolato, composto di frasi dalla struttura non necessariamente lineare che richiedono una certa abilità di lettura e comprensione. Le illustrazioni, presenti in ogni doppia pagina e prive di dettagli inutili o disturbanti, seguono passo passo il racconto offrendo un sostegno all’attenzione, al fascino narrativo e all’appropriazione della storia.

 

Chissà cosa stai pensando

Chissà cosa stai pensando? è un libro che moltiplica per tre l’impegno in favore dell’inclusione. Non solo, infatti, il testo è supportato visivamente dall’uso dei simboli, ma è reso anche fruibile all’ascolto, grazie alla possibilità di scaricare l’audiolibro tramite QRcode. Infine, la disabilità spunta a sorpresa anche a livello tematico: in chiusura – e solo in chiusura, quando il lettore difficilmente se lo aspetta – il protagonista  del libro viene, infatti, mostrato a bordo della sua sedie a rotelle.

È quello il momento in cui la sua mente, dotata di fervidissima immaginazione, torna sulla terraferma dopo aver compiuto un viaggio tra pianeti di caramelle, alieni famelici e razzi supersonici. Annoiato dalla conversazione tra la mamma e un’amica, il bambino al centro di Chissà cosa stai pensando lascia correre senza freni la fantasia. Il suo desiderio di evasione galoppa ben al di sopra delle ruote della sua carrozzina, assomigliando in tutto e per tutto a quello di chi corre sulle sue gambe.

Semplice e poco elaborato nel contenuto e nella forma, sia testuale sia iconografica, Chissà a cosa stai pensando è frutto di un lavoro collettivo condotto dalla Libera Compagnia di Arti & Mestieri Sociali. Simbolizzato dalla Homeless Book, con la supervisione del Centro Sovrazonale di Comunicazione Aumentativa di Milano e Vardello, il libro aderisce al modello inbook che prevede l’impiego di simboli WLS, la simbolizzazione individuale di tutti gli elementi della frase, la presenza di qualificatori e l’unione di testo e simbolo all’interno del medesimo riquadro. Il risultato è un libro adatto a lettori della scuola primaria, con una pregressa familiarizzazione con la lettura in simboli.

Il segreto di Milla

Uno sguardo vivace, un unicorno sempre accanto e curiosità da vendere: signore e signori, ecco a voi Milla! Al fianco di questa bambina scatenata potrete scalare montagne e scendere a bordo di slittini da bucato, ascoltare il silenzio del bosco e imparare a usare viti e chiavi inglesi. Tenere ferma Milla è infatti un’impresa e la sua intraprendenza è gioiosamente contagiosa. La sua gamba robot è a volte un formidabile alleato, altre motivo di nostalgia per un tempo in cui al suo posto c’era una gamba in carne e ossa. È in questi casi che Milla fa ricorso al suo segreto: uno stratagemma semplice ma efficace per riscoprire le proprie risorse e trovare l’entusiasmo di vivere nuove avventure.

Positivo e carismatico, il personaggio di Milla è al centro di una storia semplice che parla di emozioni universali: nella tristezza, nella resilienza, nel coraggio e nella forza dell’amicizia che animano la bambina può infatti rispecchiarsi qualunque lettore, al di là del fatto che abbia o meno una disabilità. Di quest’ultima il racconto offre, dal canto suo, un ritratto positivo ma non mistificato. La protesi di Milla infatti c’è e fin da subito viene mostrata al lettore, prima con le figure e solo in un secondo momento con le parole. Ma così come non si nega che proprio quella protesi possa portare talvolta dei pensieri bui, allo stesso modo si mette in evidenza come essa non sia un limite alle molteplici esperienze che la bambina può e intende fare. Milla gioca, esplora, arrampica e va in barca proprio come e con i suoi amici, mostrando in tutta semplicità che disabilità e sport, disabilità e divertimento, disabilità e amicizia possono andare tranquillamente a braccetto.

Nato non a caso da un’idea di Alberto Benchimol, che di professione è maestro di sci con larga esperienza nel campo dell’insegnamento a persone con disabilità, Il segreto di Milla è un vero e proprio progetto di comunicazione sociale a misura di bambino. Al personaggio di Milla è associata anche una pagina facebook che persegue i medesimi obiettivi di promozione dell’inclusione attraverso lo sport.

La notte

Bentornati a Wimmlingen, il paese più silenzioso e brulicante che ci sia! Già protagonista degli irresistibili Libri delle stagioni (Topipittori, 2018-2019), la città creata da Rotraut Susanne Berner torna al centro di un nuovo wimmelbuch di grandi dimensioni. Luoghi, abitanti e inquadrature sono immutati rispetto si titoli precedenti: un piacere in più per il lettore che già li ha frequentati e che può così sperimentare la gioia del riconoscimento e il sapore della familiarità. La ripresa, in questo caso, è esclusivamente notturna, il che offre la possibilità di scoprire gli spazi cittadini in una veste insolita, vedendo animarsi luoghi perlopiù deserti di giorno e, al contrario, svuotarsi luoghi di giorno animatissimi. A ruota, anche i personaggi cambiano ruolo, ripresi nel loro tempo libero o in servizio.

E così, a vagare per le strade della vivace cittadina si assiste a comunissime routine quotidiane come a eventi straordinari, a lavori spesso invisibili come a incontri inattesi. Nella Wimmlingen notturna c’è chi si fa la doccia e chi vorrebbe dormire in giardino, chi sventa furti e chi guarda le stelle cadenti, chi fa un pigiama party in biblioteca e chi imbratta i muri per amore. Anche gli animali, come sempre accade nei quadri di Susanne Rotraut Berner, non stanno a guardare e tra gatti ben svegli, procioni a zonzo e cani ladruncoli anche le notti a quattro zampe si fanno piuttosto animate. Ad attraversare la città, partendo dal quartiere residenziale che si accinge a riposare e arrivando al laghetto dove pullulano le attività notturne, il lettore si immerge in una dimensione insolita e avvolgente, in cui al silenzio delle parole assenti si aggiunge quello dell’ora tarda (le 22.15, per la precisione, dice l’orologio della stazione). Tra serrande abbassate e luci accese c’è tanto da osservare, scovare e raccontare: l’autrice ha in questo senso un tocco davvero magico, capace com’è di disseminare tra le pagine dettagli sfiziosi, microstorie che si fanno grandi, citazioni imperdibili e vicende che si intrecciano.

Nei suoi racconti per immagini tutto si tiene con una coerenza e una fittezza di rimandi che sono fonte inesauribile di stupore e ragione di riletture mai uguali. Anche grazie a questa abilità i libri come La notte svelano una molteplicità di strati di lettura che agevola il coinvolgimento e la piena partecipazione da parte di bambini con abilità diverse.  Da un lato, infatti, l’assenza di parole favorisce la positiva appropriazione del libro anche da parte di piccoli lettori con difficoltà di comprensione del testo. Dall’altro, la presenza di storie godibili sia nella loro individualità sia nel loro complesso permette una libertà di movimento pienamente appagante a chi necessita di narrazioni poco articolate al pari di chi si districa con disinvoltura tra vicende disegnate più o meno complesse. Che sia giorno o che sia notte, insomma, la città di Wimmlingen accoglie il lettore con un caloroso e amichevole benvenuto!

A mezzanotte

Mezzanotte è un’ora magica, un tempo speciale che segna un preciso confine oltre il quale qualcosa di straordinario spesso accade. Lo sanno gli umani, immancabili festeggiatori di capodanni, ma lo sanno anche gli animali del bosco. Mezzanotte è infatti l’ora in cui i cancelli del luna park chiudono, lasciando deserti giostre e chioschi di delizie. È proprio a quell’ora che volpi, alci e animali selvatici di ogni sorta varcano il limitare del bosco, da dove pazienti hanno assistito al montaggio del parco di divertimenti preparandosi a goderne. Un buco sotto la rete, un’acrobazia da procioni per accendere l’interruttore generale e si va: il luna park si accende in tutto il suo splendore. Da lì in avanti, per gli animali abituati al silenzio ombroso del bosco è tutto un sorprendersi e sperimentare: ci sono dolciumi da assaporare, giochi di abilità in cui cimentarsi, giostre da cui salire e scendere in una nottata scintillante che è tutto fuorché usuale. Ma ogni cosa ha il suo prezzo e così sui banconi delle attrazioni si accumulano man mano preziose monete del bosco: foglie, pigne, funghi e bacche. Un ultimo giro sugli autoscontri e già albeggia, sembra avvisare il saggio gufo. Mentre il custode del parco si prepara a una nuova giornata di lavoro, gli animali rassettano tutto, recuperano i loro bottini e furtivi tornano a casa, dove la festa continua. Quando la stanchezza prende il sopravvento, ognuno si ritira nella sua tana. Solo il lupo, abile vincitore del gioco delle paperelle, ha ancora qualcosa da fare per rendere la nottata davvero speciale, non solo per sé stesso ma anche per qualcun altro…

Incantevole e coinvolgente, A mezzanotte è un libro senza parole con la S e la P maiuscole, tale per cui eventuali parole scritte sarebbero proprio di troppo. Non solo infatti Gideon Sterer e Mariachiara Di Giorgio allestiscono un’ossatura narrativa solidissima e precisa, che conduce per mano il lettore nell’avventura notturna, ma la meditata assenza di testo offre a quest’ultimo la possibilità di godere delle attrazioni scintillanti proprio come fosse sul posto, prendendosi i suoi tempi e scegliendo con ritmi personali dove e come muovere lo sguardo. Chiarezza narrativa e libertà di movimento trovano qui un misurato equilibrio, permettendo di fare propria la bellezza di questo volume anche a chi si troverebbe imbrigliato dalla presenza di un testo, per motivi per esempio di dislessia o disabilità uditiva, e a chi faticherebbe a districarsi tra storie che richiedono troppe inferenze. La sceneggiatura è infatti meticolosa, scandita senza salti, e le illustrazioni sono disseminate di dettagli apparentemente minimi ma in realtà decisivi ai fini della lettura della vicenda. Si pensi, per esempio, alla precisione degli sguardi dipinti da Mariachiara Di Giorgio, ai gesti eloquenti anche dei personaggi posti sullo sfondo, alla cura di particolari come la luce che aumenta man mano che l’alba avanza o ai rimandi puntualissimi tra le pagine, come quella  iniziale che vede l’orso raccogliere bacche, fiori e funghi e quelle seguenti in cui i preziosi frutti del bosco sono impiegati a mo’ di moneta. Tutto torna, tutto ha e dà senso. In più, non solo le tavole sono di una bellezza emozionante ma le inquadrature mai banali che le contraddistinguono rendono la lettura un atto dinamicissimo che catapulta il lettore tra popcorn scoppiettanti e luci sfavillanti.

Nascondino

Anche il più feroce degli animali può nascondere uno spirito burlone, parola di tigre!

Protagonista del silent book di David Hearn, il pericoloso felino si muove quatto quatto tra l’erba alta sulle tracce di una placida antilope. Il suo sguardo è intenso e concentrato e in un efficace gioco di primissimi piani e campi larghi, capiamo che l’attacco sta per essere sferrato. Ma… colpo di scena! Proprio quando pochi centimetri separano la belva dalla preda, questa spunta trulla dall’erba con indosso occhiali, nasone e baffi finti alla Groucho Marx: uno spasso! Da lì in avanti e a più riprese, l’antilope sfodera la sua riserva di mascheramenti, rendendo la caccia una continua e divertente sorpresa. Ma la tigre non è tipo da arrendersi facilmente e così, scovato il mucchio di costumi, mette in atto la sua insospettabile rivincita. E il gioco, manco a dirlo, è pronto a ricominciare…

Nascondino è il vincitore del Silent Book Contest Junior 2020, il premio attribuito dalla giuria dei giovanissimi, all’interno del concorso organizzato da Carthusia. E il motivo della vittoria non è affatto difficile da capire. Spiazzante e divertentissimo, il libro di David Hearn sa cogliere il lettore di sorpresa e rinnovare quest’ultima fino alla fine, sa mescolare con perizia realismo e invenzione e sa fare delle diverse inquadrature – ampie, ristrette e ristrettissime – un elemento narrativo di grande efficacia. Di fronte a quelle riprese larghe che vedono la tigre muoversi felpata e a quegli zoom improvvisi sulle espressioni del suo volto o sui look improbabili dell’antilope, il lettore è coinvolto a pieno e il continuo cambio di punto di vista – dietro, davanti, sopra e di fianco alla tigre – lo colloca esattamente tra i fili d’erba, in posizione privilegiata per godersi gli esilaranti imprevisti.

Del tutto privo di parole e animato da due soli protagonisti, Nascondino si presta a essere goduto in maniera appagante anche da parte di bambini (e adulti!) con difficoltà legate alla decodifica del testo o alla comprensione di storie complesse, che non disdegnino vicende profondamente surreali.

Rossi contro blu

La rivalità tra Rossi e Blu è affare di lunga data: i due schieramenti, guidati rispettivamente da Rossofuoco e Barbablù, si sfidano, fronteggiano e tendono agguati fin da quando i componenti non erano che ragazzini. Un giorno, da entrambe le parti, i guerrieri si preparano a sferrare un attacco micidiale agli avversari: si prospettano ossa rotte e nemici al ragù. Ma nessuno dei due valorosi capifazione ha previsto l’incontro nel bosco con due marmocchi, uno verde e uno nero, intenti a sfidarsi al gioco delle code. Come resistere? Di fronte alla ludica prospettiva, i cavalieri bardati di tutto punto cambiano senza esitazione vesti e obiettivi, preparandosi a rubare quante più code possibile agli avversari. Nessuno di loro si aspetta, però, che anche i nemici siano stai coinvolti nella sfida e questo fa di loro degli inattesi compagni di gioco. Certo, la sera la partita finisce e l’antica rivalità può tornare a galla. Se non fosse che giusto per il giorno seguente è in programma un torneo ai ciottoli. La battaglia, forse, può ancora aspettare…

Benjamin Leroy, già in catalogo per Sinnos con una fitta serie di titoli spassosissimi – da Super P a Caccia alla tigre dai denti a sciabola, da Appuntamento nel bosco a Susi in piscina e taglia tutto – è autore e illustratore di quest’albo che guarda con benevola ironia al mondo degli adulti e fa del gioco una chiave di risoluzione di conflitti da non sottovalutare. Con un testo divertente (e perfetto anche da leggere ad alta voce) e illustrazioni dal tratto buffo, Rossi contro blu mescola con diletto elementi medievali e moderni, mette in scena personaggi dai nomi e dai caratteri spiritosi e dissemina le tavole di particolari gustosi. Contraddistinto inoltre da caratteristiche di alta leggibilità che riguardano sia l’aspetto tipografico, con font leggimi, spaziatura ampia tra lettere, parole, righe e paragrafi, e sbandieratura a destra, sia l’aspetto compositivo, con frasi perlopiù brevi, lineari e poco numerose su ogni pagina, il libro di Benjamin Leroy si presta a offrire una piacevole e lettura autonoma dai sei anni (o condivisa anche un po’ prima).

 

Il signor Balena ha il raffreddore

Dura la vita da pinguino se il tuo vicino di casa è una balena (e per giunta con il raffreddore)! In questo caso, meglio mettersi al riparo: ogni starnuto crea, infatti, onde altissime che rischiano di sommergere tutto ciò che galleggia nei dintorni. Così capita ai protagonisti de Il signor Balena ha il raffreddore: una banda di pinguini intraprendenti che sperimenta più di un’improbabile soluzione – dai traslochi a remi ai fazzoletti giganti – per risolvere l’ingombrante problema del cetaceo. Nessuna sembra funzionare. A un certo punto, però, l’idea giusta arriva e la situazione si sblocca. I festeggiamenti durano tuttavia meno del previsto perché, si sa, la salute delle balene è estremamente cagionevole!

Semplice, ironico e caratterizzato da una piacevole struttura iterata e dotato di un divertente finale a sorpresa, Il signor Balena ha il raffreddore è un albo scritto e illustrato da Manuel Vertemara. Pubblicato da Storie Cucite in duplice versione – tradizione e inbook – il libro può raggiungere pubblici con esigenze di lettura diverse. La presenza dei simboli WLS, di poche frasi per pagina, di strutture sintattiche perlopiù lineari e di un lessico piano rendono in particolare la versione in simboli piacevolmente fruibile in lettura condivisa da parte di bambini già di età prescolare. Le buffe illustrazioni, dal canto loro, contribuiscono a rendere la lettura felicemente accattivante.

Ci penso io!

Nella vita di un bambino (ma, ça va sans dire, anche di un adulto!), i piccoli incidenti, guai ed errori sono all’ordine del giorno. Un compito sbagliato, una matita spezzata, una maglia strappata o un quadro caduto: quasi tutto si può aggiustare, basta avere lo strumento giusto!

Attraverso una carrellata di rotture e rispettivi strumenti di riparazione, Ci penso io! dice al lettore che l’importante, di fronte a un guaio, è provare a ripararlo e allena il lettore ad associare ogni oggetto danneggiato con ciò che serve per metterlo a posto. Quello che si attiva all’interno di ogni doppia pagina è un ragionamento, tutt’altro che scontato e immediato per alcuni bambini, sulla temporalità (ciò che accade prima e ciò che si usa dopo) e soprattutto sulla funzione delle cose. Il lettore si trova dal canto suo coinvolto non solo da una struttura che si ripete identica a ogni pagina e che incentiva così l’anticipazione del contenuto ma anche dalla predilezione per situazioni e oggetti molto comuni e familiari. L’autrice sceglie inoltre di concludere il volume con una piccola e inattesa deviazione dal tema incentrato sugli oggetti per porre l’attenzione sugli umani e sullo straordinario potere riparatore dei loro baci: un modo grazioso ed efficace, questo, per sorprendere il lettore e farlo sentire protagonista, non solo come potenziale combinaguai ma anche e soprattutto come risolutore!

Scritto e illustrato da Cristine Petit, Ci penso io! gioca con semplicità sui principi di ripetizione e variazione, mettendo in campo a ogni pagina situazioni di rottura e riparazione iterate ma oggetti, strumenti e protagonisti (insieme al narratore) diversi. Raccontato dal punto di vista e con la voce di un bambino di nome Tommaso, il libro presenta pagine di apprezzabile pulizia su cui si stagliano i testi lineari e semplici e le illustrazioni grandi e nette: una struttura ideale per favorire la concentrazione del lettore e per stimolarne il riconoscimento di situazioni e soluzioni, in una lettura che si fa anche un po’ gioco ed esercizio.

 

Il bollino Liberi tutti

Ci penso io! fa parte della collana di cartonati di Pulce edizioni e rientra, più nello specifico, tra i titoli che la casa editrice contraddistingue con il bollino Liberi tutti. Quest’ultimo viene attribuito, in particolare, a volumi progettati per agevolare una piacevole esperienza di lettura anche da parte di bambini con bisogni educativi speciali.

I libri in questione non presentano codici specifici – come potrebbero essere il Braille, la LIS o i simboli – in aggiunta al testo alfabetico tradizionale ma caratteristiche compositive particolari – come la scelta dell’argomento, del lessico e delle illustrazioni – che tengano conto di eventuali difficoltà di astrazione, di comprensione di determinati passaggi logici, di decodifica testuale o visiva.

In questo senso vengono privilegiati volumi contraddistinti da testi brevi, essenziali, con struttura sintattica lineare e lessico quotidiano; da illustrazioni mirate, con forme nette e prive di dettagli superflui che supportino, grazie a una corrispondenza puntuale, la decodifica del testo; da strutture narrative iterate che sollecitino nel lettore l’attivazione di semplici meccanismi di previsione; e da racconti che offrano un aggancio forte all’esperienza concreta e quotidiana del piccolo lettore.

Grazie a questo tipo di accorgimento, i libri che presentano il bollino Liberi tutti si prestano ad accogliere con meno ostacoli, anche bambini con disabilità uditiva, cognitiva o comunicativa che possono trovare tra queste pagine un supporto accattivante e a misura per avviarsi a piccoli passi verso storie via via più complesse.

Il germoglio che non voleva crescere

Quando si fa primavera, tutti i semi si preparano a crescere. Non tutti, però, mettono radici e germogliano con la stessa prontezza. Chi resta indietro parte svantaggiato perché privato della luce da chi si è fatto alto e dritto più in fretta e perché destinato a districarsi tra foglie e radici altrui che in anticipo hanno trovato posto. Tenacia e coraggio diventano allora indispensabili per farsi strada ma, quando il cammino si fa più tortuoso, ecco che il sostegno e la vicinanza degli amici possono fare la differenza.

Proprio questo succede al piccolo seme protagonista de Il germoglio che non voleva crescere, la cui difficoltà viene accolta da un gruppo di animali premurosi che lo accompagnano e sostengono, ciascuno come può e come gli si confà. Chi custodisce le sue radici, chi trova con lui i sentieri più agevoli, chi lo aiuta a scovare gli angoli più accoglienti, chi semplicemente non cessa di stargli a fianco, nonostante il percorso sia lungo e lento: la comunità del sottobosco si stringe solidale intorno al seme perché possa diventare grande ed esprimere il meglio di sé. E così accade. Rami, fiori e foglie iniziano a crescere con l’avanzare delle stagioni. Sopraggiunti l’estate e l’autunno, la pianta che era un seme si fa dapprima rigogliosa e poi del tutto spoglia, fino all’arrivo dell’inverno. Qui la neve sospende il tempo e crea grande attesa. Tra gli animali del bosco si alimenta il desiderio di rivedere l’amico. Desiderio che la natura, a suo modo, non lascia inascoltato…

Caratterizzato da testi minimi e intensi che risuonano in illustrazioni di grande respiro, Il germoglio che non voleva crescere è un libro che può sbocciare in molti modi: attraverso la bellezza mozzafiato delle tavole, di cui il lettore può godere profondamente, o attraverso i molti spunti e semi di riflessione che il lettore può coltivare secondo il suo sentire. Tra queste pagine che Britta Teckentrup compone in maniera splendida, creando atmosfere suggestive in cui pare di potersi immergere fisicamente, c’è infatti la saggezza della natura, c’è l’amicizia, c’è il valore della perseveranza, c’è il rispetto dell’unicità e dei tempi di ognuno. E in mezzo a quelle foglie delicatissime, in un sottobosco che brulica di vita, c’è soprattutto una storia universale di comunità: una storia in cui tutti si fanno naturalmente carico, senza che questo venga avvertito come un peso, della possibilità anche per chi è più fragile di trovare la propria strada e germogliare. Perché il fiorire di ognuno è il fiorire di tutti, e l’inclusione in fondo è proprio quella cosa lì.

Lupo nero

Due occhi bianchi, insidiosi e penetranti si stagliano in copertina su uno sfondo nero intenso: è così che il Lupo nero di Antoine de Guilloppé inchioda subito il lettore. C’è qualcosa di ipnotico in quello sguardo netto: un fascino magnetico che sfida ad addentrarsi nel libro, tra le sue tavole in bianco e nero e del tutto prive di parole.

Qui compare un giovane che, nel fare rientro a casa in una notte invernale, si trova ad attraversare un fitto e intricato bosco. Nevica, fa freddo e avanzare nella coltre non è agevole ma soprattutto il percorso ha un che di inquietante: tra gli alberi si nascondono presenze misteriose, minacciose persino. Il giovane sembra accorgersene a poco a poco mentre il lettore riconosce e segue fin dall’inizio la sagoma del lupo tra i tronchi. La tensione è via via crescente e tangibile: ci si aspetta da un momento all’altro un assalto che, in effetti, non manca ma che, grazie a un sorprendente colpo di scena, cambia di segno e assume contorni del tutto inattesi.

Così, in un finale rapidissimo che chiude una sceneggiatura dal sapore cinematografico, la prospettiva si ribalta, la tensione si scioglie, le emozioni si capovolgono. All’estremità di una parabola emotiva ampissima, che parte dal sospetto, affronta la paura e approda alla rassicurazione, il lettore trova il sollievo di essersi sbagliato nell’attribuire ruoli e intenzioni ai personaggi, condizionato dalla forte valenza simbolica dei due colori usati e degli elementi fiabeschi richiamati.

L’apparenza inganna e queste pagine, con il loro abile gioco di inquadrature e illusioni percettive, consentono di sperimentarlo a fondo. Bianco e nero, vuoto e pieno, buono e cattivo: Lupo nero fa dei contrasti più essenziali e della loro capacità di rovesciarsi la sua chiave narrativa più potente che non solo mette a nudo pregiudizi e stimola interrogativi, ma amplifica la capacità di coinvolgere intimamente chi legge, facendolo sentire davvero immerso tra quei silenziosi tronchi innevati. Quello intagliato con perizia da Antoine Guilloppé – maestro indiscusso della tecnica del papercutting – diviene così un bosco da attraversare tanto fisicamente quanto simbolicamente, con spiazzante soddisfazione per lettori di età anche molto diverse.

Gli amici del bosco

Con l’arrivo dell’estate gli animali del bosco si risvegliano dal letargo, si ritrovano e ricominciano come ogni anno a fantasticare circa la possibilità di attraversare agevolmente il fiume per godersi i frutti dell’altra sponda. Un giorno la lumachina Luna mette a punto un progetto per costruire un ponte e tutti, nel bosco, si danno da fare per realizzarlo. Tutti tranne lo scoiattolo Paolino, a dire il vero, che accampa scuse di ogni sorta per sottrarsi al lavoro. Il motivo della sua reticenza sarà svelato solo alla fine del racconto, quando in seguito all’incendio del ponte causato dalla banda di Billi il bullo, Paolino scoprirà a beneficio di tutti il valore della condivisione.

Un po’ acerbo nei contenuti e artigianale nella composizione, Gli amici del bosco è un libro con testo in nero e in Braille e illustrazioni visuali con inserti tattili. Il suo aspetto nel complesso non del tutto convincente contrasta in maniera evidente con l’enorme impegno profuso dalla casa editrice nel trovare soluzioni nuove e funzionale per rendere il più possibile accessibile i propri prodotti. Qui, per esempio, i materiali scelti per le illustrazioni tattili sono semplici ma perlopiù efficaci nel consentire al lettore non vedente di riconoscere oggetti e personaggi rappresentati. Apprezzabili sono, inoltre, la scelta di creare illustrazioni tattili completamente staccabili e quindi esplorabili a 360° e di rendere tattilmente solo alcuni elementi delle immagini, così da non rendere l’esplorazione al tatto eccessivamente complessa e confusiva.

Su e giù per le montagne

Il tempo trascorso in montagna ha una scansione tutta sua. E così un anno tra cime e vallate può misurarsi in lamponi colti direttamente dai cespugli, dighe di sassi costruite sui torrenti, notti trascorse in tenda sotto le stelle, alberi abbracciati o scalati, temporali improvvisi scampati e creature dei boschi incontrate.

Questi e molti altri tempi preziosi, popolano lo splendido silent book di Irene Penazzi – Su e giù per le montagne –, seguito ideale del precedente Nel mio giardino il mondo, di cui conserva l’impianto, lo spirito e la freschezza. I tre ragazzini protagonisti, accompagnati da un fedele cagnone bianco, si muovono tra queste pagine proprio come lungo un sentiero che li conduce a godere di panorami sempre diversi e a cogliere possibilità di azione e ricreazione che non si ripetono mai. Come in una sorta di viaggio perenne senza soluzione di continuità, i tre attraversano, nell’ordine, la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno montani, con tutta la ricchezza di meraviglie e attività che ciascuna di queste stagioni sa regalare agli esploratori avventurieri di qualunque età.

La matita di Irene Penazzi restituisce questa ricchezza con grande brio e dinamismo, solleticando senza posa nel lettore l’immaginazione o la memoria di un tempo felice. La cura dei dettagli e la tangibilità delle atmosfere dipinte lasciano trasparire una conoscenza autentica della montagna, un sentimento appassionato in cui il lettore può riconoscersi e ritrovarsi. Il tratto inconfondibile dell’autrice sa cioè tirare fuori dalle immagini, che  si susseguono senza alcuna parola, i suoni, i silenzi, gli odori e le sensazioni con cui un’immersione piena nella natura investe il visitatore. In questo modo il lettore si trova calato dritto dritto tra boschi e masi, ruscelli e fontane, rocce e rifugi.

Anche in questo libro, il fluire del tempo che delinea il racconto non impedisce di godersi ogni scena come una fotografia a sé stante, in cui sostare e di cui gustare ogni particolare. Irene Penazzi dissemina infatti con perizia leggere una moltitudine di dettagli che raccontano molto senza strepitare: l’abbigliamento che cambia in funzione della stagione, la fauna curiosa che fa capolino qua e là, gli oggetti che ricompaiono a distanza di pagine creando un fil rouge tra momenti apparentemente indipendenti.

Così come ogni escursionista vive la montagna alla propria maniera e con i suoi tempi, soffermandosi su quegli aspetti che per lui e lui soltanto sono più significativi, allo stesso modo ogni lettore può qui muoversi tra i sentieri disegnati dall’autrice rivendicando una certa libertà e godendo delle singole tavole come quadri autonomi oltre che come parte di un percorso. Questo, unito all’assenza di parole e alla forte riconoscibilità delle situazioni e delle attività ritratte, fa di Su e giù per le montagne un libro estremamente versatile e accessibile.

Tanti intrecci

Finalista al Silent Book Contest 2019, Tanti intrecci è un albo senza parole dal segno incisivo e dall’indole spiazzante. Fin dalla copertina, dove spicca una squadra di lavavetri sospesi a mezz’aria, il tratto espressionistico e indefinito di Yan Xinyuan cattura l’occhio e smuove l’interesse. Il forte contrasto tra il minimalismo della pennellata e la sua ricchezza narrativa e semantica si ritrova in ogni pagina del libro ed è forse ciò che più di tutto lo rende intrigante.

L’autore cinese non racconta una vera e propria storia ma inanella piuttosto una serie di quadri legati tra loro da fili sottilissimi, fisici e metaforici. Ogni pagina dipinge in particolare una scena in cui, come suggerisce il titolo, trova spazio qualche tipo di intreccio: fili che sorreggono altalene o portano in alto palloncini, che traggono in salvo persone o calano secchi, che costruiscono yurte o trainano merci, che uniscono fascine o sollevano vele. Ma accanto ai fili più visibili trovano posto anche quelli più impalpabili: quelli che uniscono le persone in legami di amicizia, amore o solidarietà e quelli che uniscono situazioni apparentemente distanti in virtù di un dettaglio, un’atmosfera, un sentimento o una sensazione.

Così, se è vero che un racconto lineare non trova posto tra queste pagine, lo è altrettanto il fatto che un intreccio narrativo viene comunque offerto al lettore. Sta a lui, però, scorgerlo, dipanarlo e riallacciarlo secondo combinazioni differenti a seconda della sua sensibilità, della finezza del suo bagaglio culturale, del suo lasciarsi trasportare da immagini non semplici ma d’impatto.

Tutt’altro che banale e immediato, Tanti intrecci è un albo fuori dagli schemi che ben si presta ad essere letto, condiviso e – perché no? – sviluppato da lettori non proprio inesperti, magari delle scuole medie o superiori. L’assenza di parole, che agevola dal canto suo il moltiplicarsi di interpretazioni e significati, ha inoltre il grande valore aggiunto di rendere queste pagine fertilissime e accoglienti anche per lettori che, a causa di disabilità o disturbi diversi, faticano a relazionarsi serenamente con il testo scritto ma non trovano ostacoli nella lettura di immagini anche complesse.

Stelle sul comodino

È difficile che il fascino delle stelle cadenti lasci qualcuno indifferente. Così, anche Tommaso, bambino curioso e avvezzo a porsi e a porre ai grandi molte domande, vive la notte delle stelle cadenti con grande interesse e un po’ di impazienza. Dove cadono esattamente le stelle? E soprattutto, quanto bisogna aspettare per vederne una? Con un po’ di attesa, qualcosa di straordinario accade infine sotto gli occhi di Tommaso, trasformando un suo piccolo desiderio in una magica realtà.

Sospeso sul filo del fantastico, Stelle sul comodino propone una storia semplice ma non priva di un pizzico di sorpresa. Il racconto procede lineare, con prevalenza di frasi brevi o coordinate, e parole di uso quotidiano. Le illustrazioni, dal canto loro sono minimali e perlopiù in bianco e nero, non particolarmente accattivanti ma con un’attenzione specifica a mettere in evidenza le emozioni del protagonista.

Sul fronte della simbolizzazione, Stelle sul comodino segue lo specifico modello inbook, supervisionato dall’omonimo Centro studi, con l’uso di icone in bianco e nero, la scrittura in simboli dei singoli elementi della frase e l’unione all’interno del riquadro di elemento simbolico ed elemento alfabetico.

Alla scoperta della fattoria

Alla scoperta della fattoria è un libro in simboli firmato Homeless Book che come alcuni volumi precedenti della stessa casa editrice – Cosa vede Don Q e Gatto e topo in società, per esempio – sfrutta efficacemente il meccanismo ludico delle alette.

Il titolo non fa mistero di ciò che il lettore potrà trovare tra le pagine: una piacevole gita tra gli animali a due e a quattro zampe che vivono in campagna. Ogni doppia pagina invita il lettore a esplorare uno specifico ambiente della fattoria – dalla cuccia al recinto, dallo stagno alla stalla e via dicendo – provando a indovinare di chi possa essere la casa. Il libro non prevede dunque una vera e propria storia ma piuttosto una carrellata di dimore e personaggi che, una volta individuati, compiono una piccola azione o pronunciano una brevissima frase.

Così come il testo è sempre diviso in due paragrafi – uno dedicato a descrivere l’ambiente e a stimolare le ipotesi sul suo abitante, l’altro contenente la soluzione del quesito – anche le illustrazioni si sviluppano in due fasi – una che mostra l’ambiente e un minimo dettaglio del suo abitante, l’altra che rivela completamente l’identità di quest’ultimo, all’aprirsi di un’aletta.

Questa particolare struttura crea un equilibrio funzionale tra prevedibilità e sorpresa, soddisfacendo il bisogno di trovare sulla pagina dei punti di riferimento ma anche quello, spesso trascurato nei libri in simboli, di sperimentare soddisfazione e coinvolgimento pieno da parte del lettore. Allo stesso modo questa costruzione narrativa dinamizza un racconto che altrimenti potrebbe risultare piatto e sollecita nel bambino la capacità di scovare indizi e formulare ipotesi.

Il testo – lineare nella sintassi, quotidiano nel lessico, maiuscolo nella grafica – risulta agevole da seguire ma non eccessivamente ripetitivo. Supportato visivamente da simboli WLS (Widgit Literacy Symbols) riquadrati e disposti sulla pagina in modo da seguire l’andamento della frase, questi va a braccetto con le illustrazioni fresche e sorridenti di Piki che si diverte a nascondere in ogni tavola un piccolo topolino: un’occasione in più per il lettore di conoscere il libro anche come oggetto con cui si può giocare.

Pasqualino e l’operazione “Mani pulite”

Pasqualino e l’operazione “Mani pulite” è una storia in simboli e in rima dal chiaro fine didattico: insegnare ai bambini l’importanza di curare con costanza e attenzione l’igiene delle mani.

Protagonista è un bambino amante della pittura che scorda sempre di lavarsi le mani dopo aver usato i colori e per questo si ritrova puntualmente a leggere, mangiare, giocare e andare a letto con le dita sporche. Le conseguenze – pupazzi insozzati, libri macchiati e soprattutto pancia dolorante – non sono ahilui piacevoli ma finiscono per insegnargli efficacemente quanto possa essere utile ricordarsi di aprire il rubinetto.

Orientato non tanto al piacere della lettura fine a se stesso ma piuttosto alla veicolazione di un preciso messaggio educativo, Pasqualino e l’operazione “Mani pulite” può essere utile, soprattutto in tempi di pandemia come questi, per aiutare i bambini con difficoltà comunicative a familiarizzare con un’operazione quotidiana fondamentale come il lavaggio delle mani. Il testo propone rime non particolarmente ricercate che condizionano in parte la scelta del lessico e la struttura sintattica delle frasi. I simboli impiegati nel rafforzamento visivo del testo sono i WLS (Widgit Literacy Symbols), completi di qualificatori per il plurale. Tutti gli elementi del testo sono individualmente simbolizzati, rendendo la lettura particolarmente adatta a bambini con una pregressa esperienza con la Comunicazione Aumentativa e Alternativa.

Il tesoro di Nina

A varcare la copertina de Il tesoro di Nina si ha l’impressione di rispolverare una vecchia cinepresa e godersi un filmino d’altri tempi, una ripresa lenta per la precisione. Protagonista è una bambina piccola – gote rosse, capelli ramati, pelle candida in un delizioso e comodo vestitino blu – immersa in un placido e luminoso paesaggio marino. Ogni tavola ci invita a seguirla con partecipe discrezione in una delle sue piccole e meravigliose attività di esplorazione e scoperta: far scorrere la sabbia tra le dita, scalpicciare sulla battigia, giocare con la schiuma delle onde, scovare conchiglie tra le dune e indagarne il misterioso potere…

Nei suoi movimenti un po’ goffi e insieme liberi così come nelle sue espressioni di concentrato stupore si riconosce un’infanzia vera e palpitante, che pare emergere in carne ed ossa dalla pagina. Sonia Marialuce Possentini, attenta osservatrice, sa rendere con grazia e rispetto il rapporto poliedrico che lega i bambini a un elemento ricco ed enigmatico come il mare. In questo, la sua sensibilità ricorda non poco quella dell’autrice coreana Suzy Lee, nel cui capolavoro L’onda si ritrovano non a caso analoghe pose, gestualità, azioni e reazioni.

Finalista del Silent Book Contest 2019, Il tesoro di Nina procede per sole illustrazioni senza far uso di parole. Questo, unito alla storia minima, alla chiarezza delle immagini, alla pulizia delle pagine e al fatto che ciascuna di esse appaia godibile e assaporabile in sé oltre che nel continuum narrativo, rende il libro estremamente accessibile e affascinante anche per bambini piccoli, in età prescolare per esempio, o con difficoltà a decodificare il testo alfabetico o a seguire racconti troppo complessi. Ciononostante il libro costituisce un autentico gioiellino soprattutto per gli adulti che possono scorgervi tutta la libertà da condizionamenti e sollecitazioni superflui, la curiosità di fronte alla ricchezza di un paesaggio multiforme, la gioia della scoperta, lo stupore del gioco: un’occasione preziosa, insomma, per guardare davvero i bambini, attraverso una specchio di carta.

 

Il giardino dei sogni

Formato ampio, atmosfere avvolgenti, sfumature zen: di fronte a Il giardino dei sogni, finalista del Silent Book Contest 2019, il tempo si dilata e il respiro rallenta. Il libro è infatti un tacito invito a sostare tra pagine dominate dai toni di verde, attardandosi a godersi silenzio e bellezza.

Al centro dell’albo di sole immagini di Maine Neuendorff c’è un giardino straordinario – un giardino dei sogni, per l’appunto – in cui le misure del tempo e dello spazio assumono nuovi contorni. Qui veniamo condotti da due bambini, fratelli si presume, a loro volta intenti a seguire un curioso gatto nero comparso per strada. Una volta varcato il cancello di questo che è a suo modo un giardino segreto, i bambini, il gatto e con loro il lettore, assaporano e sperimentano una natura fantastica, tra rami abitati da uccelli di ogni specie, ninfee che sostengono i pisolini, steli d’erba su cui ci si può sedere e cactus dalle forme feline. Sagome e dimensioni inattese, particolari ammiccanti, animali nascosti tra le foglie richiedono un occhio attento e un’immaginazione aperta, per dar fondo a un’esplorazione in cui i confini tra reale e onirico si fanno labilissimi.

Maine Neuendorff è davvero abile nel costruire illustrazioni dalla suggestiva qualità immersiva, che dà vita a una sorta di realtà aumentata in punta di matita. Tra le sue tavole lussureggianti si dipana una storia minima ma densa di sorprese che si sviluppa a filo di pagina ma che offre grande appagamento anche nel singolo quadro. Lineare e chiara, nonostante la fascinosa sovrapposizione tra piano reale e fantastico, la narrazione risulta agevole da seguire senza che le parole si rendano necessarie e anzi l’assenza di queste ultime spalanca il cancello de Il giardino dei sogni anche a giovani esploratori avvezzi a viaggiare con la fantasia ma poco a loro agio di fronte al testo scritto.

Dal 1880

La storia si può raccontare in tanti modi e non tutti, a guardar bene, prevedono le parole. L’albo di Pietro Gottuso intitolato Dal 1880 e pubblicato da Kalandraka, è un bellissimo esempio di come si possano attraversare le epoche, con le loro peculiarità e i loro eventi più salienti, grazie alla potenza e all’incisività di una particolare sequenza di immagini.

L’autore sceglie infatti di accompagnare il lettore in uno speciale viaggio nel tempo che ha come fulcro una libreria. L’inquadratura immutata e frontale da cui viene ritratto questo luogo emblematico mette bene in evidenza cosa cambia dentro ma soprattutto attorno ad esso, anno dopo anno. Punto di riferimento, fisico e simbolico, la libreria diventa una sorta di luogo di osservazione privilegiato di fronte al quale scorrono mezzi, abiti, personaggi che scandiscono il passare dei decenni e disseminano indizi sui singoli periodi dipinti. Si modifica così il contorno della libreria e si succedono le generazioni in essa, ma la sua posizione, la sua insegna e il suo “esserci” sono sempre saldi, rassicuranti.

Si coglie cioè tra le pagine una continua tensione tra cambiamento e resistenza: una tensione che tocca nel profondo chi conosce e riconosce lo strenuo impegno e valore di questi preziosi presidi culturali. Fino all’ultima pagina, che porta con sé un’amara sorpresa e che, rimettendo in scena l’ottocentesco protagonista iniziale, crea un movimento riflessivo circolare che tante domande fa porre al lettore.

Omaggio raffinato e intenso alle librerie, a chi le anima e al loro indefesso lavoro per la comunità che le circonda e che, in definitiva, le rende vive, Dal 1880 è un libro senza parole che parla senz’altro ai grandi ma che offre spunti estremamente interessanti per costruire originali percorsi storici e culturali con i ragazzi, dalle medie in su.

La musica di Ettore

Mica facile fare musica con quattro zampone da elefante: parola di Ettore! Trombe, fisarmoniche, arpe e xilofoni mal si accordano, infatti, con le movenze maldestre tipiche di un pachiderma e così, malgrado il suo amore spassionato per le melodie, l’elefantino Ettore si trova costretto ad assistere ai concerti della giungla invece che prendervi attivamente parte. Sarà una giornata iniziata col piede sbagliato a tirar fuori un suo inaspettato talento, che con lo strumento giusto diventa musica per le orecchie di tutti!

Semplice nella trama così come nel messaggio, La musica di Ettore è un albo scritto e illustrato dall’autrice polacca Monika Filipina. Si caratterizza per un testo minimo e lineare che lascia ampissimo spazio narrativo alle immagini. Sgargianti, movimentate, ricche di dettagli e dal tratto ironico, queste sono le vere protagoniste del libro e conducono il lettore per mano alla scoperta della storia: un aspetto, questo, che ben si sposa con gli accorgimenti di alta leggibilità – font EasyReading, spaziatura maggiore, testo non giustificato – messi in campo da Camelozampa per la stampa del volume. La sinergia tra leggibilità del segno grafico e facilità di accesso al testo è infatti determinante nello stimolare un approccio alla lettura il più possibile amichevole, accogliente e stimolante anche nei confronti di bambini con dislessia.

Se chiudi gli occhi

Terre di Mezzo porta in Italia un albo di origine spagnola che spicca per delicatezza e intelligenza in mezzo ai diversi volumi che negli anni hanno dedicato attenzione alla cecità e alla differente percezione del mondo che ne deriva. L’albo si intitola Se chiudi gli occhi ed è scritto e illustrato da Victoria Pérez Escrivà e Claudia Ranucci.

Protagonisti sono due fratellini che si confrontano – o discutono per meglio dire – rispetto a cosa siano e a che aspetto abbiano diversi oggetti che conoscono: un albero, un serpente, una lampadina, la notte e via dicendo. Di nessuno di questi oggetti le loro descrizioni combaciano: il primo fratello ne riporta infatti l’aspetto visivo più immediato mentre l’altro restituisce qualità che prescindono dalla vista, lasciandoci intuire che il suo modo di percepire e rappresentare le cose possa essere differente. Se ne ha conferma alla fine, quando l’invito della mamma a chiudere gli occhi, spalanca anche per il fratello vedente la possibilità di scoprire, conoscere e dire il mondo in una maniera del tutto nuova. Impossibile, a quel punto, anche per chi legge, resistere alla tentazione di guardarsi intorno e poi provare a reinterpretare la realtà lasciandosi guidare da orecchie, naso, mani ed emozioni.

Due, in particolare, sono i meriti di questo libro apparentemente così semplice. In primo luogo il rispetto delle diverse realtà percettive dei due personaggi: tra le pagine di Se chiudi gli occhi non si trova, cioè, la rincorsa spesso forzata a rappresentazioni di cose certo molto poetiche ma anche molto distanti e poco pregnanti per un bambino non vedente, come possono essere per esempio i colori. Al contrario, le autrici dedicano una precisa attenzione a cose che concretamente abitano la vita dei due bambini: alberi, animali, persone, oggetti domestici. In secondo luogo, il libro intreccia parole e figure in maniera davvero efficace: se le prime sono minime, essenziali e dirette, le seconde risultano evocative e capaci di mescolare i due diversi punti di vista considerati. Così l’albero guadagna una chioma d’uccello, dalla pipa del papà esce un fumo di baci e la superficie della luna si anima di grilli: la pagina si fa, cioè, incontro e dialogo tra letture diverse del mondo, alle quali vengono riconosciute pari dignità, verità e fascino.

L’incredibile corsa dello sciroppo

Quella formata da Alex Cousseau e Charles Dutertre è una coppia collaudata da cui ci si aspetta frizzi, lazzi e magnifiche sorprese letterarie. Già creatori di quell’irresistibile personaggio che è Lucilla Scintilla, i due autori francesi tornano in libreria, sempre per Sinnos, con un volume ad alta leggibilità ugualmente gustoso ma di tutt’altro segno, intitolato L’incredibile corsa dello sciroppo.

Protagonisti del libro dal formato arioso, dalle illustrazioni densissime e dai colori accesi sono tanti intrepidi insetti pronti a sfidarsi nell’annuale Corsa dello sciroppo, una classicissima del mondo entomologico. Al via, ragni, bruchi, lumache e altri piloti in miniatura e perlopiù muniti di ali e parecchie zampe avanzano lungo un percorso tortuoso che si snoda in mezzo a una natura lussureggiante. I loro nomi sono buffi e i loro mezzi sono a dir poco stupefacenti: si va dai vasetti di yogurt volanti alle vasche da bagno a motore, dai trattori a molla ai piroscafi a elica. Ingranaggi e meccanismi sono tanto sofisticati quanto divertenti (mai più senza un treno fantasma con binario mobile!) e le affollate pagine che li ospitano sono un autentico luna park per l’occhio del lettore che può sollazzarsi a coglierne ingegnosità e tratti comici. La gara avanza senza esclusione di colpi, costringendo i protagonisti a deviazioni, decisioni, incidenti e incontri imprevisti, verso una linea del traguardo che si svela solo alla fine, con un delizioso colpo di scena.

Contraddistinto da caratteristiche di alta leggibilità – dal font leggimi alla spaziatura maggiore, dalla sbandieratura a destra all’evidenziazione dei dialoghi grazie all’uso del colore e del maiuscolo – L’incredibile corsa dello sciroppo può facilmente solleticare i giovani lettori, con e senza dislessia, in virtù del suo particolare impianto grafico e dell’efficacissimo dialogo che instaura tra parole e figure. Intorno a testi concisi che perlopiù introducono i protagonisti con i loro spassosi tratti e riportano gli eventi salienti della gara, si sviluppano infatti illustrazioni minuziosissime che raccontano molto di più di quanto si trovi scritto e che disseminano ghiotti dettagli sul funzionamento dei mezzi e sulle attitudini dei loro conduttori. Sono le immagini, insomma, a farla da padrone, a incentivare l’avanzamento nella lettura e, in qualche modo, a dettarne i tempi, rendendo del tutto legittimo quell’attardarsi sulla pagina che di norma può far sentire a disagio i bambini meno abili nella lettura.

E in questo suo temporeggiare di fronte al bello, il lettore non si discosta di molto dai personaggi del libro i quali, pur desiderando con forza avanzare verso il traguardo, conoscono il piacere di sedersi ai bordi di quell’oceano di sabbia bianca per assistere all’arrivo del sole “che già comincia a tingere il cielo di un bel rosso, rosso come lo sciroppo di amarena”.

Io sono sordo

Con un titolo schietto e diretto – Io sono sordo – l’albo di Manuela Marino Cerrato e Annalisa Beghelli mette subito sul tavolo il suo tema e il suo punto di vista: l’esperienza della sordità, vissuta e raccontata in prima persona. Più che contenere una vera e propria storia, l’albo edito da Carthusia raccoglie una serie di brevissime riflessioni a misura di bambino, su cosa implichi l’essere sordo, sulle emozioni che questa condizione reca con sé, sulle difficoltà e sulle opportunità che ne derivano. Ne viene fuori un ritratto composito che guarda e tiene insieme gli aspetti più bui e quelli più positivi della sordità, che della vita del protagonista è evidentemente una parte essenziale ma non totalizzante. Il libro dice cioè con grande chiarezza che la disabilità non può ridursi a un’etichetta e che le persone non sono mai – e mai devono essere viste – come la loro diagnosi.

Io sono sordo prende le mosse da un’esperienza reale e dal desiderio di una mamma di dare voce a un vissuto complesso e non sempre percepito come tale dall’esterno, quale è quello dei bambini sordi e delle loro famiglie. Nel racconto di Manuela Marino Cerrato, la cui autenticità arriva dritta al lettore a ogni pagina, trovano non a caso ampio spazio genitori e fratelli, oltre che amici e compagni, come persone toccate in maniera profonda e significativa dalla disabilità, seppur vissuta di riflesso. Questa viene tratteggiata in particolare da aggettivi forti come odiosa, spaventosa, deprimente ma anche intelligente, affascinante o buffa, che si svelano in una riga o due al massimo, attraverso situazioni quotidiane molto pratiche. Così, per esempio, la sordità è cattiva quando mi fa chiudere in me stesso o interessante perché fa imparare la lingua dei segni, in un succedersi di mini-quadri che la delineano come una presenza invisibile sì, ma per certi versi anche tangibile, quasi personificata.

Significativo, in questo senso, il contributo offerto dalle tavole di Annalisa Beghelli, tutte giocate sui toni del viola e dell’arancione, i cui tratti spigolosi restituiscono visivamente le tante sfaccettature emotive oggetto del libro. L’illustratrice interpreta con cura le parole dell’autrice, dedicando un’attenzione particolare alla gestualità e alla mimica facciale dei personaggi, così che la quotidianità priva di suoni di cui si parla possa emergere in tutta la sua forza e specificità.

Io sono sordo nasce dall’incontro tra l’Associazione Vedo voci, di cui fa parte la stessa autrice, e la casa editrice Carthusia, da tempo attenta a portare sulla pagina in forma di racconto illustrato tutta una serie di temi sociali. Rispetto a titoli precedenti di stampo analogo, Io sono sordo privilegia un approccio meno narrativo, prestandosi forse a destare più facilmente l’attenzione di chi della sordità ha già esperienza più o meno diretta. Per tema e struttura il libro offre in particolare uno spunto interessante per riconoscersi e riconoscere tutta una serie di vissuti emotivi che la disabilità tende talvolta a ingarbugliare o coprire e che invece meritano di essere detti e conosciuti.

Che febbre!

Un oggetto banale e inanimato come un letto può, contro ogni aspettativa, condurre verso incredibili avventure: Pomi d’ottone e manici di scopa docet! Difficile credere che lo stesso non si possa dire di un divano, che del letto, in effetti, è parente stretto. Detto fatto, la conferma arriva dritta e comoda su cuscini e braccioli tra le pagine di Che febbre!, l’albo firmato da Rina Allek e di fresco nominato vincitore del Silent Book Contest 2020.

Protagonista del racconto senza parole ideato dall’illustratrice russa è una bambina malata – il termometro segna un buon 38° – che si addormenta rannicchiata proprio sul divano di casa. Ma la febbre può giocare brutti scherzi e all’improvviso la bambina si trova minacciata da un gigantesco millepiedi: ci pensa il rosso divano, presto trasformatosi in una volpe scattante, a trarla in salvo e a condurla in un viaggio incantato tra cieli stellati, foreste lunari e oceani sottosopra. Non privo di pericoli e insidie, che prendono di volta in volta la forma di creature bizzarre, il viaggio si conclude là dove è iniziato, nel salotto di casa, in cui (quasi) tutto sembra tornato come prima.

Capace di valorizzare il silenzio per dondolare il lettore in una dimensione a mezz’aria, finemente sospesa tra sogno e realtà, Che febbre! si dimostra un wordless book degno di questo nome e non semplicemente una storia qualunque a cui sono state tolte le parole. L’autrice è poi bravissima a tendere fili sottili tra le pagine, popolando le sue tavole di figure minime dai tratti vagamente espressionistici, i cui dettagli si richiamano tra loro man mano che la narrazione avanza. Così, la forma allungata e inconfondibile degli occhi della protagonista ritorna tra le cortecce degli alberi, come segno del tempo o, chissà, del loro essere sentinelle naturali; il tondo luminoso della luna si deforma nel volto del millepiedi e poi torna rassicurante nel viso della protagonista e via dicendo… A rendere possibile questo gioco di andate e ritorni che, per certi versi, culla e rassicura il lettore, e che, per altri, evoca l’andamento contorto dei sogni più agitati, è il segno netto e serigrafico dell’autrice, la sua scelta accorta e scremata degli elementi grafici e il suo efficace giostrare tre soli colori: il blu, il rosso e il bianco.

In risultato è un albo affascinante che merita più di una lettura, rifuggendo del tutto il pericolo di stancare. Perfetto per lettori attenti, sognatori e intrepidi, poco importa se abili o meno con la parola scritta (che qui, per l’appunto, proprio non c’è), ma a proprio agio di fronte a storie sfuggenti e che volteggiano sganciate dalla più schietta realtà.

Gita sotto l’oceano

Altro giro, altra corsa: dopo la passeggiata nello spazio di Gita sulla Luna, John Hare ci accompagna in una nuova emozionante escursione, questa volta subacquea. A bordo di un sottomarino ultraequipaggiato, che nelle linee e nel giallo brillante ricorda immediatamente il pullmino-astronave della prima avventura, l’autore ci porta a immergerci tra le profondità oceaniche più misteriose e affascinanti. In Gita sotto l’oceano la classe di bambini e bambine segue il maestro, attratta da calamari bioluminescenti, sorgenti idrotermali e lava cuscino popolata da vongole. Un bambino in particolare appare così rapito dalle bellezze marine e così dedito a immortalarle con la sua macchina fotografica che a un certo punto si allontana dai compagni per curiosare dentro il relitto di una nave e viene lasciato indietro. Proprio come in Gita sulla Luna, la classe finisce per risalire a bordo del sottomarino senza di lui e, prima che il maestro possa correre in suo soccorso, il bambino diventa protagonista di un’esplorazione fotografica che gli fa compiere straordinarie scoperte archeologiche e stringere amicizia con buffe creature dei fondali.

Abilissimo nel giocare sui meccanismi di ripetizione e variazione, John Hare ci regala un nuovo albo senza parole coinvolgente e movimentato.  All’interno di una struttura narrativa che puntualmente e volutamente ricorda quella di Gita sulla Luna, l’autore sa dare vita a un’avventura tutta nuova. I richiami al primo viaggio non solo non annoiano ma creano una fitta rete di corrispondenze divertenti da scovare e amplificano l’effetto sorpresa quando il protagonista si toglie lo scafandro. Attento come il primo titolo a rendere molto credibili le movenze, i comportamenti e le fantasie del protagonista (e dei suoi compagni), Gita sotto l’oceano rafforza l’idea di fondo che ogni bambino abbia un talento che, se coltivato e accolto, alimenta la curiosità e genera una ricchezza condivisibile.

Anche qui tavole e figure hanno un fascino ammaliante e i passaggi narrativi che legano l’una all’altra sono molto chiari, nonostante l’assenza di parole. Il silenzio, che quasi si tocca tra queste pagine e che non a caso è caratteristica significativa degli abissi come dello spazio, invita il lettore a guardarsi intorno a caccia di meraviglie, muovendosi con un ritmo e con uno sguardo del tutto personali. Così balzano all’occhio dettagli e minuzie che incantano, svelano e guidano la lettura, in un’immersione che può felicemente vedere protagonisti anche giovani lettori con difficoltà di decodifica del testo, legate per esempio alla dislessia o alla sordità.

Gita sulla Luna

Quando c’è di mezzo una gita scolastica non c’è tempo da perdere: ecco allora che John Hare non spreca neanche un minuto (e una pagina!) e inizia il suo racconto per immagini fin dalla copertina di Gita sulla Luna. È qui, infatti, che incontriamo la classe che si prepara all’escursione, che ci immergiamo senza preavviso in un’insolita ambientazione spaziale e che intercettiamo il protagonista della storia che balza all’occhio per il passo lento e lo sguardo poco entusiasta che lo distingue dai compagni. Perché se le gite sono perlopiù ragione di euforia, non tutti i bambini reagiscono allo stesso modo. E in effetti, ad addentrarsi nella lettura, si scopre un giovane astronauta un po’ timoroso – forse per nostalgia di casa, forse per timidezza, forse per lontananza di interessi, chissà – che segue la classe da distante e si tiene sempre un po’ in disparte, fino ad isolarsi del tutto per ritrarre al meglio coi suoi pastelli colorati quel pianeta verde e azzurro che tanto risalta rispetto ai crateri e ai rilievi grigi della luna. Purtroppo però, nessuno si accorge della sua assenza e così il bambino viene scordato sulla luna quando l’astronave-pullmino riparte alla volta della stazione spaziale. A nulla valgono i suoi tentativi di farsi notare dal mezzo ormai in moto e così si ritrova a cercare consolazione nel disegno, tracciando sul suo taccuino uno sgargiante arcobaleno con due nuvole al fondo (un’immagine che riletta alla luce dei tanti teli apparsi sui balconi in questo nefasto 2020 assume un significato di speranza e buon auspicio ancora più forte). Ma evidentemente il giovane protagonista non è l’unico a subire il fascino dei colori: cinque bizzarre creature lunari, di sfumatura grigiastra e forma aliena, si avvicinano infatti, prima guardinghi e poi strabiliati, trasformando l’attesa del salvataggio in una spassosa sessione di disegno.

Curato e sfizioso, Gita sulla Luna, con cui John Hare ha esordito nel mondo della letteratura illustrata per l’infanzia, è un libro che fa dell’assenza di parole non solo una preziosa possibilità di accesso alla storia anche per quei giovani lettori che faticano di fronte al testo alfabetico, ma anche una forma narrativa in cui lo sguardo viene continuamente sollecitato a scovare particolari significativi, valorizzando quella capacità di lettura visiva troppo spesso snobbata anche in ambito scolastico. Proprio perché non ci sono le parole occorre qui fare caso a ciò che comunicano i dettagli – la direzione delle orme sulla superficie lunare o l’espressività dei gesti e delle distanze tenute dai personaggi, per esempio – perché attraverso di essi si dipana il filo del racconto.

L’autore è davvero molto bravo in questo, così come nell’attribuire fascino e senso all’uso del colore. Il giallo del pullmino-astronave, il verde e il blu della Terra distante o le tinte accese dei pastelli che spiccano sul nero dello spazio e sul grigio della luna calamitano l’occhio del lettore (con buona pace di chi aborre i libri per bambini con pagine scure), rendendo vivide le scene presentate e aiutando a focalizzare l’attenzione sui particolari che denotano l’avanzamento della storia. Il lettore si trova così a muoversi senza gravità tra tavole che calano a puntino in una cornice e in un’atmosfera distantissime in cui tutto sembra rovesciato – i bambini sono astronauti, la terra è un corpo celeste lontano, gli alieni hanno paura degli umani – ma in cui l’infanzia, nei suoi movimenti e nei suoi sentimenti più propri, appare ciononostante del tutto riconoscibile. Perché le emozioni, forse, sono davvero qualcosa di universale.

A un anno di distanza dalla pubblicazione di Gita sulla Luna, Babalibri porta in Italia anche il secondo libro senza parole realizzato da John Hare e intitolato Gita sotto l’oceano.

Se un bambino

Sulla copertina di Se un bambino campeggia un bimbo smilzo dai vistosi occhiali tondi in sella a una tigre dall’aspetto bonario. Il loro sguardo è simile, vuoi per gli occhi sgranati del felino che richiamano la montatura del piccolo, vuoi per il sorriso abbozzato che caratterizza entrambi. C’è una complicità misteriosa tra i due, un’affinità elettiva che rompe le nostre consuetudini immaginative, prima ancora di aprire il volume. Un bambino amico di una tigre esce infatti dalle convenzioni e dalla norma e proprio per questo accende la curiosità e suscita un sentimento di positivo interesse.

Ecco, questo è in fondo esattamente ciò su cui il libro di Davide Musso e Anna Forlati ci propone di riflettere, invitandoci a osservare con attenzione ogni bambino, per conoscerne e riconoscerne le peculiarità, le difficoltà e i talenti nascosti prima di liquidarli con la frettolosa etichetta di “strani”. Perché di bambini che appaiono e vengono definiti tali ce ne sono a bizzeffe – chi non ha parole, chi non sa disegnare, chi arriva in ritardo, chi ha la testa al contrario e via dicendo – ma a ben guardare, quel loro modo di fare e di essere, ha spesso una ragione inattesa o denota un saper fare altro.  Un bambino che non ha le parole o non sa disegnare, per esempio, non è detto che non possa comunicare altrimenti e su questo, non a caso, lavorano i libri accessibili.

Se un bambino dice perciò molto della disabilità, pur senza citarla nel dettaglio, mostrandoci con garbo che, così come qualunque altra forma di diversità, dipende almeno in parte dall’occhio di chi guarda e da ciò che questi sa e vuole vedere. Il libro procede, nello specifico, per accumulazione, proponendo una sfilza di bambini dall’aspetto o dal comportamento insolito, tutti ritmicamente introdotti da quel “Se un bambino…” che contraddistingue anche il titolo. In questo modo le stranezze si susseguono, si affastellano e insieme iniziano a ronzare nella testa del lettore, rendendo particolarmente efficace il repentino cambio di prospettiva finale (di cui più non diremo!). Interessante e suggestivo, sempre nell’ottica di invitare chi legge alla riflessione, sono l’uso rarefatto delle parole dell’autore e il controcanto metaforico offerto dall’illustratrice, che riempiono di senso il volume senza appesantirlo con rigide soluzioni. Ne vien fuori un albo stimolante e suggestivo il cui messaggio è dunque molto chiaro ed esplicito ma la cui costruzione è tale da lasciare ampia possibilità di riconoscimento, interpretazione e pensiero.

La distanza dei pesci

La natura è custode di una saggezza silenziosa, quella che porta per esempio i pesci a mantenere una distanza ottimale, che non stringe ma non allontana, che non si misura solo in centimetri ma anche in sensazioni. La distanza dei pesci, che è “vicino e lontano insieme”, è anche la distanza di Marco che sulla superficie terrestre, in mezzo alle creature che all’apparenza più gli somigliano, si sente talvolta legato. Sotto le onde, invece, Marco prova un senso di libertà e quiete: una condizione ideale per godersi la ricchezza che la vita subacquea offre, con tutta la varietà di rumori, visioni, percezioni e fantasie che questa reca con sé. Così ogni tuffo dalla barca del nonno si trasforma in un’immersione fantastica (in tutte le accezioni del termine), che porta Marco a fare scorta di storie sottomarine: storie che parlano solo a orecchie attente e che chiedono parole nuove e giuste per essere raccontate.

Con uno spirito che richiama alla memoria La piscina e le meraviglie profonde che si svelano solo a chi sappia andare oltre la superficie, La distanza dei pesci racconta di un mondo misterioso e affascinante in cui servono occhi fuori dal comune per fare incontri con creature straordinarie e cogliere sfumature e vibrazioni altrimenti impercettibili. L’autrice Chiara Lorenzoni trova il modo di rendere tutto questo attraverso una narrazione che fa della sinestesia e del pensare in immagini – per prendere le parole a prestito da Temple Grandin – la propria chiave. L’illustratrice Giulia Conoscenti, dal canto suo, amplifica questa insolita prospettiva con tavole ricchissime, dai cromatismi accesi e dalle sfumature oniriche. Ne viene fuori una realtà sottomarina caleidoscopica di grande fascino nella quale il protagonista Marco sguazza perfettamente a suo agio e dalla quale il lettore può sentirsi da un lato ammaliato ma dall’altro anche frastornato, in un ipotetico scambio di posizione con tutti i Marco in carne ed ossa che si sentono invece sopraffatti dalla quotidianità apparentemente più ordinaria.

Il libro porta, così, a galla una rappresentazione interessante e vitale della diversità, facendo di un modo nuovo di guardare il mare l’occasione per guardare altrimenti anche la disabilità, in una rifrazione di sguardi che amplia gli orizzonti e fornisce spunti inediti. L’autismo narrato da Chiara Lorenzoni e Giulia Conoscenti, anche se mai esplicitamente nominato e messo sotto una lente, appare infatti ben riconoscibile tra le pagine dell’albo. Il racconto non resta tuttavia invischiato in rappresentazioni stereotipate, ma danza piuttosto con grazia tra le peculiarità di un modo atipico di stare al mondo, compresa quella raramente trattata  legata alla percezione sensoriale (peculiarità a cui, tra l’altro, l’editore Uovonero ha dedicato un bellissimo e prezioso saggio intitolato Le percezioni sensoriali nell’autismo e nella Sindrome di Asperger).

La distanza dei pesci nasce come completamento di un percorso creativo legato al Premio Ronzinante che mira a promuovere la cultura dell’alterità attraverso l’illustrazione per l’infanzia. A tale scopo, ogni due anni, viene proposto ai giovani illustratori partecipanti un tema su cui lavorare. Giulia Conoscenti, palermitana classe 1991, ha vinto l’edizione 2017 del premio, dedicata all’incontro tra il mondo di Jules Verne e quello dell’autismo. Le sue tavole hanno quindi potuto svilupparsi in un progetto editoriale vero e proprio, targato Uovonero. Unite alle parole di Chiara Lorenzoni, autrice che in più occasioni ha dimostrato una particolare sensibilità nei confronti delle tematiche sociali e una significativa capacità di trovare parole misurate e accorte, le figure dell’illustratrice hanno così dato vita a un albo ricco, denso e di ampio respiro.

Qui il booktrailer.

Pinno un tuffo in aria

Elisa Mazzoli ha la grande capacità di guardare e ascoltare i bambini – che dei suoi libri sono i destinatari ma anche i protagonisti – riconoscendone i tratti più veri e andando oltre un’idea adulta e spesso stantia dell’infanzia. I suoi personaggi, anche quando hanno una disabilità, sono prima di tutto bambini e forse anche per questo i lettori si riconoscono facilmente e a fondo nelle sue storie, senza farsi frenare dal sentore di un trabocchetto moralistico. Questo accade con risultati di grandissimo valore in Noi (Bacchilega Junior, 2013), che è non a caso uno dei libri più belli finora usciti in Italia con un’attenzione al tema della diversità, e lo stesso si rileva per certi versi anche in Pinno un tuffo in aria (Bertoni, 2020), uno dei titoli più recenti dell’autrice, con illustrazioni di Roberto Grassilli.

Il protagonista, qui, pur vivendo nel mare, è un bambino a tutti gli effetti e non un pesce come si potrebbe pensare. Pinno vive in un sottomarino e ha un pescecane per animale domestico ma a parte questo, come tutti i bambini, non resiste all’idea di giocare con dei suoi coetanei. Così, uscito dalle profondità per un tuffo e udite delle giovani voci, Pinno si dirige senza esitazioni verso i bambini della spiaggia con il fermo intento di fare amicizia. Questi, dal canto loro, lo sommergono di domande – cosa che effettivamente di norma accade quando qualcosa o qualcuno di insolito irrompe nella quotidianità dell’infanzia – ma una volta soddisfatti nei loro interrogativi, non esitano a lasciarsi travolgere dal comune interesse per il gioco. Così come è venuto, Pinno torna infine alle sue onde, non senza la promessa di tornare presto dai suoi nuovi amici.

Semplicissima nella struttura, la storia di Pinno dice con gentilezza lo stupore e fors’anche lo spavento che l’incontro con la diversità può generare, restituendo a entrambi i sentimenti il loro diritto di essere. Al contempo rivela la spontaneità con cui i bambini esternano le domande urgenti che tale incontro può suscitare in loro e che, se non sepolte e messe a tacere, aprono la strada a possibilità di conoscenza reciproca. Significativo, in questo senso, è il contributo interessante che le illustrazioni di Roberto Grassilli apportano al libro: le sue figure dai colori saturi e al limite della fluorescenza, le sue inquadrature ricercate e i suoi dettagli a tratti deformanti restituiscono un senso di straniamento e sorpresa generale, come a sottolineare che in fondo l’altro siamo sempre anche noi.

Pinno un tuffo in aria è pubblicato dall’editore Bertoni junior in formato inbook e  presenta  dunque il testo in simboli WLS. La scelta ha accompagnato la progettazione del libro fin dall’inizio, il che ha permesso a Elisa Mazzoli di comporre un testo essenziale, lineare e realmente accessibile anche nella struttura sintattica senza bisogno di particolari rimaneggiamenti a posteriori. I simboli presentano, come da modello inbook, un riquadro ben marcato che comprende sia la componente alfabetica sia quella iconica, una distribuzione sulla pagina che segue la struttura della frase e un’indicazione puntuale dei diversi qualificatori (numero, genere…). Il libro unisce così una grande semplicità strutturale e un alto livello di dettaglio morfologico-sintattico, supportando e incentivando il miglioramento delle competenze di comprensione e lettura di bambini con difficoltà comunicative.

Sssh

Le storie si possono narrare in tanti modi, lo diciamo spesso. Anche con i rumori? Certo che sì! Sssh fa, infatti, esattamente questo: racconta la giornata di un piccolo protagonista attraverso i suoni che di situazione in situazione lo circondano.

Ogni doppia pagina fotografa un preciso momento della giornata in una particolare cornice – in casa, in classe, in piscina, per strada – dando spazio alle figure umane e agli oggetti più disparati che di volta in volta spiccano, emettendo un suono. Dal tostapane ai denti strofinati, dalle forbici al martello pneumatico: ogni cosa si fa sentire e partecipa alla sinfonia dell’ambiente. All’interno di quadri molto colorati e attenti alla vita vera dei bambini, come nello stile inconfondibile di Mariana Ruiz Johnson, risaltano dunque una serie di dettagli che si accompagnano ad eloquenti e riconoscibilissime onomatopee. Lì cade l’occhio e si attiva l’attenzione del lettore.

Ecco allora che il reperimento sulla pagina di una serie di elementi rumorosi non solo innesca un divertente e interessante meccanismo di associazione tra oggetto, azione e rumore, ma permette a un piccolo percorso narrativo di snodarsi attraverso i suoni evidenziati.  Soffermandosi su di essi e cogliendo i fili sottili che non di rado li collegano – il gatto che miagola sembra fuggire dall’aspirapolvere rombante, per esempio, o la risata che si sente nello spogliatoio della piscina si presume sia scatenata da una puzzetta – accade infatti che l’istantanea dipinta in ogni pagina si dilati e si animi secondo una logica tutt’altro che casuale.

C’è infatti una coerenza interna di base grazie alla quale il lettore non solo riconosce uno sviluppo temporale che si dipana attraverso le pagine ma può anche cogliere una serie di richiami tra di esse che danno sostanza alla narrazione. Elemento chiave, in questo senso, è la presenza fissa e ricorrente di un libro rappresentato accanto al protagonista. Dopo una giornata immerso nei suoni più variegati, infatti, questi trova nel finale un rifugio quieto tra le pagine del suo volume preferito: un luogo in cui il silenzio assume un ruolo del tutto ineffabile.

Vietato dunque ridurre Sssh a un comune libro di suoni che procede per semplice giustapposizione. Il volume rivela infatti un’orditura trasparente che lo rende molto più ricco e ne moltiplica le possibilità di lettura.  Nato da un progetto editoriale di Camelozampa, Sssh mette insieme due firme internazionali importanti: quella di Fred Paronuzzi e quella di Mariana Ruiz Johnson, dando vita a una proposta assolutamente originale e stuzzicante, oltre che dalle straordinarie potenzialità inclusive.

Sssh si presta infatti a una lettura ad alta voce irresistibile ed estremamente coinvolgente, anche nei confronti di quei bambini che per deficit cognitivi, comunicativi o di attenzione faticano a seguire un racconto complesso. Lo sviluppo di una narrazione basata su di una forma comunicativa basica ed efficacissima come quella onomatopeica, inoltre, permette di agganciare e stimolare, sia sul piano della comprensione che su quello della verbalizzazione, anche bambini con difficoltà più marcate. Da ultimo, la presenza di un numero di parole molto circoscritto e facilmente intuibile fa sì che anche una lettura individuale possa essere condotta con soddisfazione da chi non coltiva una relazione facile con il testo (o ancora non sa leggere). Una volta colto che le parole scritte rispondono a un preciso meccanismo – quello di restituire il suono emesso dalle figure ad esse associate – esse possono essere facilmente ricostruite e, anche laddove vengano sostituite da sinonimi o affini, l’effetto non cambia.

Il lavoro originale e difficilmente incasellabile di Fred Paronuzzi e Mariana Ruiz Johnson contiene dunque un vero e proprio tesoro di opportunità che difficilmente ci si aspetterebbe da un libro di onomatopee e che invece rivela tutta la sua ricchezza a chi gli presti occhio (e orecchio) attento. Parafrasando i Negrita, alla domanda che rumore fa la felicità? Probabilmente potremmo rispondere Sssh!

Questo posso farlo

Il protagonista di Questo posso farlo è un pulcino anonimo, identificato con un generico “lui”, che nell’aspetto è identico ai suoi fratelli ma che nel fare se ne discosta parecchio. Fin dal momento dell’uscita dal guscio, il pulcino manifesta maggiori difficoltà: le stesse che lo affanneranno nel prendere le bacche, nuotare, arrampicarsi, cantare e via dicendo. Ma il pulcino è tutto fuorché arrendevole, così prova a trovare nuove soluzioni e nuovi strumenti che gli consentano di mettersi in pari. Anche questi però finiscono per rivelarsi poco utili e la caparbietà del pulcino inizia a vacillare. “Non riesco a fare niente…”, pensa. Ma è a quel punto che qualcosa di inaspettato accade. Di fronte a alcuni fiori smarriti e privi di un posto dove stare, il pulcino non esita e si offre di ospitarli tra le sue piume arruffate. In un attimo il rassegnato “Non riesco a fare niente” si trasforma in un orgoglioso e consapevole “Questo posso farlo”: un cambio di rotta e di prospettiva che non ha nulla a che vedere con un ripiego o con l’accontentarsi di un compito più facile. L’impegno assunto richiederà al pulcino molti sforzi e sacrifici decisamente fuori dal comune: proprio quelli che consentiranno al suo talento, finalmente scovato e venuto alla luce, di fiorire come merita.

Delicatissimo nello stile ma capace di lasciare un segno forte nel lettore, Questo posso farlo è dotato di quella grazia caratteristica dell’immaginario e della poetica di Satoe Tone. Le figure che paion di cotone, le trame minuziosissime in punta di pennello, i dettagli inattesi e non privi di ironia e l’incontro tra dimensione reale e onirica dotano il libro di una leggerezza ariosa: la stessa che nasce dalla capacità dell’autrice di intrecciare e insieme rendere impalpabili temi di spessore. Questo posso farlo parla infatti di diversità, di tenacia, di resilienza, di morte, di trasformazione e di valorizzazione dei talenti ed eppure di nessuno di questi temi si può dire che esaurisca il libro. Ricchissimo e aperto a letture diverse, Questo posso farlo non si impone al lettore con un suo significato preconfezionato, preferendo piuttosto intonarsi alle sue corde  e alla sua sensibilità del momento. E per fare questo, è indubbio, serve da parte dell’autrice un orecchio assoluto!

Questo posso farlo di Satoe Tone è uscito per la prima volta in Italia nel 2011 per Kite, pochi anni prima che l’autrice giapponese ricevesse il prestigioso Premio Internazionale d’Illustrazione Fundaciòn SM alla Bologna Children’s Book Fair. Oggi, a poco meno di dieci anni di distanza dalla prima pubblicazione, il libro rifiorisce in una nuova forma, proprio come il pulcino che vede protagonista. Inserito all’interno della collana de I libri di Camilla, Questo posso farlo viene infatti, riproposto arricchito dai simboli WLS, a beneficio di quei lettori che trovano difficoltà nella decodifica del testo alfabetico. Come da sempre accade per i libri di questa preziosa collana, l’aggiunta dei simboli va di pari passo con il massimo rispetto per gli equilibri, la disposizione grafica e i contenuti originali, così che la nuova edizione, marchiata Uovonero e realizzata in collaborazione con la stessa Kite, risulta in tutto e per tutto accostabile alla prima, ma fruibile da un pubblico più ampio.

La versione simbolizzata di Questo posso farlo presenta i simboli riquadrati (con testo esterno) ma sperimenta un interessante uso di riquadri meno marcati e dunque meno invasivi per quanto presenti. I qualificatori di tempo e del plurale non sono indicati e due o più elementi lessicali (articolo e sostantivo o verbo e preposizione, per esempio) sono sovente riuniti al di sopra dello stesso riquadro. Ne risulta un testo in simboli che al dettaglio privilegia  l’immediatezza: scelta, questa, che appare attenta e coerente con una delle peculiarità del libro originale, basato su un efficace e raffinato gioco tra testo conciso e asciutto, e figure minuziose e di ampio respiro. Anche alla luce di questo particolare aspetto, il libro mostra bene come il proporre ai bambini storie lineari e con precisi agganci alla realtà non significhi necessariamente rinunciare a offrire loro un’opportunità poetica e di lettura su molteplici piani.

Tempesta

Instaurare un’amicizia può richiedere tempo. Molto tempo. E insieme al tempo può richiedere pazienza, perché per coltivare una sintonia occorre procedere con cautela, avanzando per tentativi e movimenti talvolta incerti, come in una danza a due improvvisata. E così i due protagonisti di Tempesta – un adorabile cagnolino dal pelo arruffato e una ragazza dai modi gentili – vedono passare più di un giorno prima di potersi avvicinare davvero. Dopo alcuni pomeriggi al parco, popolati di lunghi attese, sguardi e silenzi, sarà un evento inatteso come un forte temporale a dare una svolta al racconto, offrendo ai due protagonisti il pretesto perfetto per darsi finalmente fiducia.

Frutto del lavoro dell’artista cinese Guojing, Tempesta è un albo incantevole che sa rendere tangibili i sentimenti. Il suo gioco attentissimo di inquadrature e punti di vista, distanze e movimenti, rende infatti palpitante l’incontro tra la ragazza e il cagnolino, rendendo chi legge estremamente partecipe. Grazie a immagini dalla potenza silenziosa, quei tramonti malinconici prima e quella notte tempestosa poi, li si avverte sulla pelle, facendo proprio il ventaglio emotivo che muove di pagina in pagina  i protagonisti. Quella che potrebbe apparire come una storia minima, si rivela così oltremodo densa e dilatata, capace di nascondere tra le sue pieghe un autentico tesoro di dettagli e sfumature da cogliere e di cui godere.

Intensissimo e tenero, l’albo di Guojing si presenta come un fumetto senza parole. La sua, infatti, è una scansione in quadri di dimensione variabile che evidenziano minimi passaggi del racconto e rendono molto chiaro cosa accade tra una vignetta e quella successiva. Questa continuità narrativa, unita a uno stile molto realistico, agevola una possibilità di immersione piena e appagante anche da parte di bambini che faticano a compiere inferenze raffinate o a seguire acrobazie stilistiche. L’assenza di parole, dal canto suo, amplia le possibilità di accesso al libro a tutti coloro che trovano un ostacolo nel testo scritto per ragioni legate a disturbi o disabilità come la dislessia o la sordità. Oltre che perché estremamente bello ed emozionante, Tempesta merita dunque un’attenzione particolare per la capacità di abbracciare un pubblico davvero ampio, facendo risuonare corde comuni e profonde.

Il mare non serve a niente

Dalla finestra di camera sua, in un palazzo di cento piani, la piccola Anna coltiva un desiderio: vedere il mare. Con questo riempie giorno dopo giorno le sue fantasie e i suoi sogni, che si popolano così, ininterrottamente, di onde e di pesci. I suoi genitori si mostrano però sordi alle sue insistenti richieste: il mare è pericoloso, lontano e freddo, dicono. Il mare non serve a niente. Ma Anna è testarda e non molla, nemmeno quando i suoi genitori le regalano un pesce rosso nel tentativo di addomesticare il suo sogno e placare la sua insistenza. Con lui – che non a caso si chiama Moby Dick – Anna compirà un viaggio fantastico sulla scia di una balena. Sarà per lei la prova che una sedia rotelle non può porre limiti ai desideri e che una buona dose di coraggio e perseveranza, può far prendere loro il largo.

Il mare non serve a niente è un albo scritto da Michele Rossi e illustrato da La Bigotta.  Le sue ampie pagine bianche su cui si stagliano figure dai tratti metaforici che giocano con linee di vario spessore ed effetti puntinati, sono piacevoli e suggestive. Ad esse si affiancano testi asciutti, che privilegiano il dialogo e non mancano di esplicitare il preciso messaggio del volume: l’importanza di credere sempre ai propri sogni perché in qualche modo volere è potere. Un po’ scivolosa dal punto di vista retorico e non di rado battuta nei libri per bambini che approcciano il tema della disabilità, quest’idea viene qui sviluppata sottolineando il ruolo che l’immaginazione (anche coltivata attraverso i libri) e il coraggio di buttarsi (in tutti i sensi) possa giocare nel far sì che limiti e difficoltà non ostacolino a prescindere e senza fondamento il diritto di ciascuno di vivere i propri desideri e le proprie passioni.

Camping

Il bello del campeggio è che spesso si trasforma in una vacanza allargata. La vicinanza fisica, la condivisione degli spazi e il favore della vita all’aperto, facilitano l’incontro e la conoscenza tra sconosciuti. Così, dopo un giorno o poco più, i vicini di piazzola paiono amici di sempre e i volti che si incrociano tra le docce e la piscina assumono un tratto decisamente familiare. Allo stesso modo, i personaggi di Camping, che in un campeggio è per l’appunto ambientato, non sono stringono amicizie tra l’inizio e la fine del racconto (rigorosamente privo di parole) ma fin dalla seconda pagina risultano del tutto riconoscibili al lettore.

Dalla famiglia piratesca munita di bandana al nonno baffuto in vacanza col nipote, dal giovane in compagnia di un bel cagnone nero alla famiglia con minuscolo bebè al seguito, ogni figura ritratta da Eilika Mühlenberg è ben caratterizzata e facilmente identificabile nonostante i cambi d’abito che la vita di lago impone. Cercarli e ritrovarli ogni volta che una pagina viene voltata assume così i contorni di un divertimento ricco di soddisfazione. Il lettore è infatti implicitamente invitato a seguire le storie individuali che si sviluppano intorno alla storia principale: quella che vede una folata di vento portare via un grosso coccodrillo gonfiabile, rincorso in ogni angolo del campeggio dagli indefessi proprietari.

Il libro assume così i contorni di un wimmelbuch, anche se le figure che lo compongono appaiono in realtà più grandi del consueto con un effetto forse all’occhio meno brulicante. E come in ogni wimmelbuch che si rispetti, ogni quadro che corrisponde a una doppia pagina è godibile nella sua individualità prima ancora che nella nel suo far parte di una sequenza narrativa. Qui ci si può infatti soffermare a lungo per cogliere dettagli minimi, riconoscere attività note a chi ha già potuto assaporare il campeggio, e magari ipotizzare piccoli risvolti narrativi di singole situazioni dipinte: tutti indugi di cui possono beneficiare anche bambini con maggiori difficoltà – per età o abilità – a godere a pieno della narrazione nella sua complessità e da cui possono derivare incentivi interessanti alla verbalizzazione, anche laddove questa risulti lacunosa.

E come in ogni wimmelbuch che si rispetti, accade anche un’altra cosa speciale: il piccolo si fa grande, sia fuori sia dentro il libro. Da un lato, infatti, i lettori più giovani possono riconoscersi autonomi nella lettura di Camping e possono farsi condottieri in una lettura condivisa con l’adulto. E dall’altro, i particolari e i personaggi apparentemente più minuti e insignificanti del libro, divengono a conti fatti le vere superstar. È il caso degli animali che popolano le pagine – il castoro che vaga per il campeggio, la tartaruga che accompagna l’uomo in rosso o l’anatra che si atteggia a cliente abituale, per esempio – o del mitico nanetto da giardino che tutto pare fuorché inanimato. Sono loro, infatti, gli attori più curiosi del libro, quelli che vien subito voglia di cercare e che, anche grazie alle ridotte dimensioni, richiedono un occhio più attento che mai. Le loro storie mignon salgono così alla ribalta mostrando bene come il baricentro di lettura di un silent book come Camping sia mobile e si calibri sul singolo lettore, accogliendone con una certa flessibilità le specifiche esigenze.

Fiori di città

Il potere inclusivo di un silent book, la scansione ritmata di un fumetto, il dinamismo coinvolgente di un’animazione: Fiori di città è un albo ricco e bellissimo, capace di attraversare linguaggi diversi, coglierne le rispettive cifre e impastarle in una narrazione originale e dai molteplici livelli di lettura.

Protagonista del libro firmato da JonArno Lowson e Sydney Smith è una bambina ripresa tra le strade di città nel suo tragitto verso casa. Avvolta in un grazioso giacchetto rosso, la bambina spicca su uno sfondo perlopiù in bianco e nero con una vivacità cromatica che riflette una pari vivacità di sguardo. Mentre l’adulto – presumibilmente il papà – che la accompagna appare infatti un po’ distaccato e mosso da una certa fretta, la bambina presta minuziosa attenzione alle sorprese che il paesaggio urbano può offrire.

È un’esplorazione piacevolmente meravigliata la sua, disseminata di incontri che solleticano i diversi sensi, che richiedono minime pause e che non mancano di regalare un piccolo tesoro. Tra la curiosità per un tatuaggio vistoso, il dialogo muto con un gatto in vetrina, il fascino segreto per una statua orientale, la piccola coglie qua e là i fiori che spuntano dal marciapiede o dai muri, confezionando un delizioso mazzetto che man mano e con spontanea generosità distribuisce tra le diverse creature che incontra: piccioni defunti, signori addormentati sulla panchina, cani al guinzaglio e infine genitori e fratelli. I fiori che raccoglie diventano così minuscoli e potenti omaggi alla vita, in tutte le sue sfumature e componenti (morte compresa), e proprio man mano che essi vengono condivisi, il paesaggio riacquista colore restituendo alla quotidianità una bellezza semplice che merita di essere riconosciuta.

L’uso che l’illustratore fa del colore è in questo senso davvero straordinario. Il progetto cromatico che anima il libro evidenzia infatti il focus delle diverse scene, ciò che cattura l’attenzione della bambina e che fa muovere il racconto, suggerisce affinità di spirito tra i personaggi e dà voce a una dimensione emotiva in continua evoluzione. Supportato da un impiego altrettanto efficace di zoom, inquadrature, ombre e riflessi, rende la narrazione estremamente ricca e concorre a guidare con discrezione il lettore nella decodifica delle immagini. Dense di senso e sfumature che non necessitano di testo per affiorare, le illustrazioni di Fiori di città si prestano a offrire un’occasione di lettura piena e appagante anche a tanti lettori le cui difficoltà di decodifica della parola scritta – legate per esempio alla dislessia o alla sordità – non inficiano in alcun modo le abilità cognitive e immaginative. D’altro canto, i passaggi molto lineari da un quadro all’altro consentono anche a ragazzi che più facilmente si smarriscono di fronte alla necessità di compiere inferenze, di avventurarsi in questa speciale esplorazione urbana al fianco della bambina protagonista. Moderna Cappuccetto Rosso in un bosco di città,  questa ci svela che lo scostamento dalla via più dritta vero casa non porta solo pericoli ma anche doni di rara bellezza.

Miracolo tra i ghiacci

Quella di Miracolo tra i ghiacci è la storia di un amore impossibile: l’amore tra un orso polare e una foca, che di norma dell’orso potrebbe essere lo spuntino. Ma l’orso in questione è in fondo un romanticone che osserva assorto il tramonto e che, innamoratosi della bella preda, resiste alla fame pur di poter stare con lei. Ma la natura ha le sue regole e per quanto si sforzi, l’orso sa di doversi allontanare dalla sua amata per evitare, prima o poi, di cedere al bisogno di cibo. Servirà una piccola magia del cielo, che pare venire da un misterioso pulcinella di mare seduto comodo sulla luna, a rendere possibile il piccolo prodigio e a regalare un lieto fine a una storia apparentemente irrealizzabile.

Ideale per romantici e paladini dell’amore ad ogni costo, Miracolo tra i ghiacci si contraddistingue per una storia con parecchio zucchero, illustrazioni non troppo elaborate che privilegiano le tinte chiare e un testo che celebra i sentimenti. Quest’ultimo si presenta composto da frasi anche piuttosto articolate e supportato visivamente dall’uso di simboli WLS, impiegati in maniera molto dettagliata in traduzione di singoli elementi lessicali. Ne risulta una lettura mediamente impegnativa, adatta a bambini non alle primissime armi con l’approccio ai simboli.

Tombili il gatto in posa da re

All’inizio degli anni 2000, per le strade di Istambul gironzolava (poco) e poltriva (molto) una celebrità a quattro zampe: il gatto Tombili. Amato e benvoluto da tutti i residenti e i turisti, soprattutto per via della caratteristica posa da pascià che soleva assumere sul marciapiede, il gatto è stato omaggiato nel 2016 con una statua piazzata e inaugurata nel quartiere di Ziverbey della città turca.

La storia di Tombili è curiosa e fa sorridere e anche per questo, forse, l’autrice Valentina Ponti ha pensato di dedicarvi un libro. Pubblicato da Homeless Book, Tombili, il gatto in posa da re ha una struttura in rima che rende il testo cadenzato e una traduzione in simboli che ne amplia le possibilità di fruizione anche da parte di bambini con difficoltà di decodifica e comprensione del testo. Qui si racconta della passione sfrenata di Tombili per cibo e manicaretti e del suo tentativo di ottenerne a bizzeffe in cambio di una corona d’oro trovata per strada. Chef e cuochi non paiono tuttavia interessati allo scambio. Sarà invece l’incontro con un bambino dallo sgargiante turbante arancione a cambiare radicalmente la sorte del gatto e a farle prendere una piega a tutti gli effetti regale.

Composto secondo il modello in-book, il libro richiede una discreta dimestichezza con la lettura dei simboli. Questi vengono infatti impiegati a supporto visivo dei singoli elementi del testo, compresi per esempio articoli e preposizioni, e risultano completi di qualificatori di numero e di genere. La struttura in rima, che vincola talvolta le scelte sintattiche, e la ricerca lessicale, arricchita non di rado di vocaboli non scontati, concorrono a loro volta a dare vita a un testo dinamico e di media complessità. Piacevole e fresco, il racconto si sposa bene con le illustrazioni semplici ma allo stesso tempo accattivanti e spiritose di Piki che regalano un tocco vivace al libro.

Buh!

Tre maiali in fuga e un lupo affamato: fin dalla copertina, il richiamo di Buh! alla storia dei tre porcellini è chiaro, chiarissimo. Eppure chi pensa di trovare tra queste pagine cartonate l’ennesima versione della nota fiaba si sbaglia di grosso. I personaggi sono sì gli stessi ma ciò che li attende è davvero inatteso, soprattutto se si considera che l’autore di Buh!  – il francese François Soutif – interpreta con grande maestria la preziosa lezione di Susy Lee circa la possibilità di trasformare le componenti fisiche del libro in una parte integrante della storia.

Non a caso, infatti, l’autore distingue fin da subito cromaticamente la pagina in cui compare il lupo già munito di posate e bavaglio a quadri (a sfondo arancione) da quella giusto a fianco che ospita i porcellini intenti a scappare (a sfondo giallo). La distinzione, apparentemente poco significativa, rivela tutta la sua forza narrativa poco più avanti, quando il lupo, quasi arrivato ad agguantare le sue prede, si schianta inaspettatamente contro la linea che separa le due pagine. Quello schianto è un colpo di scena è 360°: lo è per il lupo, che si ritrova dolorante e senza qualche dente; lo è per i porcellini, che si voltano indietro increduli e stupiti; e lo è per il lettore, abituato al fatto che una doppia pagina di questo tipo costituisca un continuum senza interruzioni (come ci insegna, per l’appunto, Suzy Lee in quel saggio meraviglioso che è La Trilogia del limite).

Giusto il tempo di riprendersi dalla sorpresa e il racconto avanza: il lupo cerca disperatamente di capire come funzioni quel muro invisibile e peraltro invalicabile solo per lui, mentre i porcellini si dilettano a schernire lui e i suoi fallimentari tentativi di oltrepassamento.  Il lettore, dal canto suo, condivide per diverse pagine gli interrogativi col primo e il divertimento con i secondi. Ma poi il lupo sembra avere un’intuizione: se il confine di pagina è un muro, forse la pagina stessa può avere le stesse proprietà. E così, scala alla mano, mette in atto un piano ingegnoso e inatteso, capace di regalare nuova carica narrativa all’inseguimento e all’albo che lo contiene!

Dinamicissimo, ironico e sorprendente, Buh! … Forte di personaggi ben riconoscibili, di illustrazioni senza fronzoli che ad essi esclusivamente si dedicano e di una felice capacità dell’autore di rendere evidenti sentimenti e pensieri dei protagonisti, il libro si presta a letture molto godibili anche da parte di lettori piuttosto piccoli, dai tre anni in poi. L’assenza di testo, dal canto suo, oltre ad ampliare la platea dei possibili fruitori – sia per età che per abilità di decodifica – amplifica l’effetto piacevolmente spiazzante di una narrazione che gioca con la fisicità del volume.

Pikotek chce byc odkryty (Polonia)

Delizioso almeno quanto difficile da pronunciare, Pikotek chce byc odkryty è un gioiellino polacco pubblicato dalla casa editrice Widnokrag. Costruito in forma di leporello (ma disponibile, in alcune versioni successive anche in formato tradizionale), il libro ha per protagonista una buffa creatura rosso fuoco – Pikotek, per l’appunto (o perlomeno così presumiamo) – con musetto e coda da topino e orecchie che paiono ali. L’inconsueto animaletto si aggira nel mezzo del bosco con fare curioso e socievole, interpellando chiunque gli capiti a tiro: nell’ordine, due gufi, un cinghiale, un orso, una lontra, una volpe, due ricci, una lince, un tasso, uno sciame di api, un lupo e una coppia di uccellini. A ogni incontro una presentazione: di fronte a Pikotek ogni bestiola è infatti perplessa e non è facile, per lui, far capire che razza di animale sia. Fino a un ultimo inatteso incontro, diverso da tutti gli altri, che renderà del tutto superflua ogni descrizione!

Tenera e semplice, l’avventura di Pikotek traccia un sentiero narrativo a cui se ne affiancano e intrecciano tanti altri che vedono a loro volta protagonisti gli animali che Pikotek incontra sul suo cammino più qualche guest star. Quello di mamma coniglietta, per esempio, costantemente intenta a radunare la sua numerosissima prole; quello della talpa che pare parlare da sola ogni volta che sbuca dalla terra e che invece ha in mente un piano artistico ben preciso; quello dei ricci che sperimentano arditi sistemi di trasporto merci; o quella del picchio sempre in cerca di qualcosa da picchiettare. Ognuno di questi sentieri racchiude una piccola succulentissima storia, ricca di colpi di scena spassosi e di particolari sfiziosissimi da cercare. Così la lettura può moltiplicarsi ancora e ancora, dando vita a un dinamicissimo avanti e indietro tra le pagine per cogliere dettagli, recuperare passaggi, cogliere sfumature, ricostruire elementi di senso. E in questo senz’altro, il formato a leporello costituisce un bel vantaggio, soprattutto se si ha la possibilità di stenderlo in tutta la sua lunghezza (parliamo di qualche metro!) e goderne in posizione comoda e non strutturata.

Ciò che rende davvero speciale e irresistibile questo volume è, tuttavia, ancora altro e più precisamente è l’efficace maniera in cui esso mescola tratti propri del silent book, fondamenti dei libri in simboli e peculiarità del fumetto. Il volume procede infatti per sole immagini che divengono anche il contenuto di silenziosissimi ma eloquenti balloons. Ogni dialogo che vede protagonista Pikotek, così come tutti quelli che a ogni pagina gli si svolgono intorno, si sviluppa attraverso semplicissime icone che condensano conversazioni anche molto elaborate (che starà al lettore ricostruire e alimentare) e che rendono immediatamente intellegibile e chiaro ciò che sta accadendo nel bosco. Il libro sperimenta cioè una forma narrativa nuova, senz’altro ibrida, che sfrutta il potere comunicativo universale delle immagini e restituisce indirettamente tutto il valore di racconti  – come per esempio quelli in Comunicazione Aumentativa e Alternativa– che sfruttano codici più vicini al visivo che al verbale.

Dwa trzy cztery cyfry i numery (Polonia)

Widnokrag è il  nome di una casa editrice polacca che propone a catalogo un’interessante collana di volumi cartonati e privi di parole che ben si prestano a incentivare la verbalizzazione e il dialogo oltre che la familiarizzazione dei bambini, soprattutto con difficoltà di astrazione,  con concetti non immediati come i numeri.

A questi ultimi, in particolare, è dedicato il volume intitolato Dwa trzy cztery cyfry i numery, letteralmente  “Due tre quattro cifre e numeri”. Qui troviamo una sequenza di pagine illustrate contraddistinte da uno stile dinamico, da colori vivaci e da figure essenziali che fotografano situazioni variegate – dalla passeggiata per strada alla festa di compleanno, dal rifornimento di benzina alla visita dal dottore – all’interno di ciascuna delle quali vengono contestualizzati alcuni elementi numerici. Così, per esempio, ritroviamo le cifre in forma di numeri civici, targhe automobilistiche, cartelli stradali, prezzi, pulsanti d’ascensore, addobbi festivi, linee di autobus o strumenti medici, perfettamente inseriti dentro scene indipendenti le une dalle altre ma capaci di condensare e far immaginare microstorie.

Oltre a risultare particolarmente accessibile per l’assenza di parole e per la struttura a quadri sciolti che non implica una narrazione complessa, Dwa trzy cztery cyfry i numery appare interessante per l’ingegnosa scelta di trasformare, attraverso le immagini, dei concetti potenzialmente distanti e inafferrabili in elementi dotati di concretezza, in quanto calati in una precisa e nota quotidianità. In questo senso il volume di Joanna Bartosik riesce a unire con leggerezza e appeal grafico il piacere di lettura e invenzione a una possibilità di apprendimento particolarmente significativa anche per bambini e ragazzi a sviluppo atipico.

Où es-tu, lune? (Francia)

Solo pochi anni fa  Les Doigts Qui Rêvent aveva dato grandissima prova della sua pluriennale esperienza nell’adattamento tattile di albi illustrati grazie a un lavoro strepitoso come La chasse à l’ours (adattamento del classico della letteratura per l’infanzia scritto da Michael Rosen e illustrato da Helen Oxenbury, menzione speciale al Bologna Ragazzi Award 2016 sezione disabilità). Quest’anno la casa editrice francese torna a farlo con un nuovo titolo – Où es-tu, lune? – che traspone felicemente in versione tattile l’omonimo albo di Émile Jadoul, molto amato in Francia.

Protagonisti sono un coniglio e un orso che un giorno scoprono un fatto sconcertante: la luna è sparita. Supportati dagli amici Zebra, Coniglio e Giraffa, i due decidono di risolvere il mistero spingendosi il più in alto possibile nel cielo. L’assortita combriccola forma così un’ammirevole piramide animale grazie alla quale, con un sorridente colpo di scena, trova una lettera della luna che contiene la risposta tanto agognata.

Ciò che rende straordinario questo libro è la cura nel cogliere il senso più pieno della storia e nello scegliere di conseguenza cosa può essere modificato e cosa no, dal punto di vista delle illustrazioni. Nella versione tattile, infatti, queste ultime sono oggetto di un forte ma sapiente lavoro di semplificazione e astrazione che porta i diversi animali ad essere rappresentati con sagome semplicissime (il coniglio, per esempio è un tondo con due orecchie lunghe) o addirittura forme simboliche (la zebra è un rettangolo e il lupo un triangolo), distinte e rese significative dalla scelta dei materiali e delle texture. Questo permette al giovane lettore non vedente di riconoscere tutti i personaggi senza difficoltà o frustrazione e al contempo di godere del garbo e dell’equilibrio compositivo della pagina caratteristici dell’originale.

A table! (Francia)

Preparate lo stomaco e la fantasia, questo è un libro che fa venire fame di cibo e di storie! Protagonisti sono un pulcino con un appetito da lupo e un lupo con un appetito da pulcino che, chiamati a tavola dalle rispettive mamme, condividono in maniera spassosamente non equilibrata una lunga serie di cibi prelibati, dall’antipasto al dolce. Piacevolmente giocato sul contrasto tra i personaggi e i relativi appetiti, À table! si presenta come un libro tattile illustrato piuttosto semplice nel testo e nelle illustrazioni, rese ancor più fruibili dalla possibilità di staccarle, esplorarle a 360° e riattaccarle facilmente  grazie al velcro di cui sono dotate.

Ogni pagina presenta uno sfondo in stoffa a quadri rossi e bianchi che richiama subito alla mente i tavoli delle trattorie tradizionali e rivela una cura compositiva ed estetica raffinata. Su di esso si staglia ogni volta un piatto blu su cui compaiono le pietanze che man mano pulcino e lupo si spartiscono: un pomodoro maturo, due uova al tegamino, tre cucchiai di purè, quattro fette di formaggio e cinque crêpes. Tutti gli elementi sono bellissimi da vedere e molto ben riconoscibili al tatto per forma, texture e consistenza, rendendo così l’albo adattissimo a una lettura piena e godibile anche da parte di bambini in età prescolare e in generale con poca dimestichezza con la decodifica delle immagini tattili.

A rendere poi la lettura ancor più coinvolgente e interattiva c’è il fatto che i due protagonisti sono proposti in forma di pupazzetti da dito che il lettore è invitato a portare con sé a filo di pagina e a nutrire fisicamente al suon di slurp slurp e pic pic: un’espediente semplice ma efficacissimo per fare dell’elemento ludico e interattivo una chiave speciale di ingresso nella storia.

Planète! (Francia)

I libri tattili illustrati sanno spesso meravigliare e catturare il lettore – perché attivano forme di esplorazione multisensoriale, perché rendono la lettura fortemente interattiva o perché mettono in campo soluzioni ingegnose – ma alcuni di essi, come per esempio Planète!, hanno una marcia ancora in più. È un libro pazzesco, strepitoso, geniale, quello di Marie Findeling reso possibile da quei visionari di Les Doigts Qui rêvent. In una parola e in tutti i sensi: spaziale!

Il libro invita il lettore a scoprire come nascono e come si evolvono i pianeti, in una sorta di viaggio in time lapse che segue la crescita del pianeta immaginario Astro. Puntino sperduto nell’infinito universo prima, deserto costellato di crateri e distese d’erba poi, e infine luogo di antropizzazione con case, strade, mezzi di trasporto dal raggio via via più ampio, Astro è un pianeta che riesce a condensare spunti scientifici e semi di immaginazione, portando il lettore a incuriosirsi circa l’universo e al contempo a inventare le sue personalissime avventure nello spazio. Lo fa attraverso un testo brillante e ironico e rappresentazioni tattili che rivelano grande cura e altrettanta inventiva: così, per esempio, la moquette per l’erba, la carta vetro per le strade antisdrucciolo (!), le cannucce mobili su fino elastico per le navette solleticano le dita e illustrano con attenta efficacia l’evoluzione planetaria raccontata dall’autrice.

Il libro, già così, è particolarmente coinvolgente e interattivo, soprattutto se si considera che a ogni pagina il lettore viene invitato a fare fisicamente qualche cosa (spostare i razzi, per esempio) o immaginare qualcos’altro (dove sono diretti gli abitanti di Astro, per dirne una), ma ciò che lo rende davvero imperdibile è un’idea che illustra a meraviglia l’importanza che non si trascuri l’elemento ludico nella lettura anche quando si parla di libri accessibili. Le città che man mano iniziano a popolare Argo sono infatti costruite con sottili pezzi di lego ai quali il lettore può di volta in volta attaccare i mattoncini di cui dispone a casa per dare al pianeta un aspetto sempre diverso e dare vita così ad avventure sempre nuove. Si tratta di un’invenzione piccola e al contempo geniale, dal momento che il Lego è forse il gioco più diffuso tra i bambini con e senza disabilità visiva, che consente al lettore di sentirsi profondamente coinvolto nel racconto e al contempo (se proprio si vuole trovare un secondo fine didattico) di lavorare sul concetto di tridimensionalità. Una ragione in più, insomma, per volare come razzi a procurarselo!

 

Pile-poil! (Francia)

Benjamins media è un editore francese specializzato nella produzione di libri sonori (libro + CD) di cui fornisce sistematicamente anche la versione in Braille e a grandi caratteri. L’attenzione all’accessibilità, soprattutto ma non solo rispetto alla disabilità visiva, è dunque ben radicata nel suo ampio e variegato catalogo rispetto al quale Pile-poil! si pone come un’autentica novità, inaugurando non a caso una collana nuova di zecca intitolata Carrégaufré. Composta da libri a fisarmonica dal raffinato formato quadrato, questa prevede una storia priva di parole che procede per sole immagini in rilievo realizzate con la tecnica del gauffrage (grazie alla quale la carta viene come gonfiata delineando forme e figure specifiche) e accompagnate da una traccia sonora scaricabile che definisce il contesto, favorisce il riconoscimento degli elementi e aiuta la narrazione ad avanzare.

Nel caso di Pile-poil! – il cui titolo rimanda a un’espressione familiare francese che indica un’azione riuscita perfettamente o una cosa che casca proprio a fagiolo – il racconto per immagini vede protagonista un elegante signore che a bordo della sua vettura decapottabile si mette in moto e attraversa strade a curve, salta in barca per affrontare mari e onde, percorre infine a piedi sentieri cittadini e immersi nella natura dove raccoglie un tulipano con cui omaggerà la persona che lo attende alla fine del viaggio: un’adorabile parrucchiera! Il viaggio è così lungo e tortuoso che la barba dell’uomo cresce infatti a dismisura tra la prima e l’ultima pagina, offrendo un’ironica chiave di lettura per le peripezie che si svolgono nel mezzo.

Le illustrazioni, totalmente bianche, messe a punto da Gwen Keraval, sono raffinate e minuziose, al punto che un loro riconoscimento in caso di piccoli lettori ciechi può risultare complesso, anche se supportato da una guida adulta e dall’accompagnamento sonoro. Così composto, tuttavia, il libro invita a sperimentare una forma di lettura diversa in cui dita e orecchie sono protagoniste e in cui la narrazione si nutre di suoni più che di parole. L’assenza di testo e la compattezza narrativa offrono inoltre stimoli interessanti e occasioni di lettura accessibile per chi sperimenta difficoltà di decodifica del testo legate per esempio ai disturbi specifici dell’apprendimento.

Teddy bear, teddy bear – collana Sign&Singalong (Gran Bretagna)

Teddy Bear, Teddy Bear è un cartonato maneggevole ed economico (reperibile online dall’Italia a meno di 5€, cosa piuttosto rara!) che fa parte di un’interessante collana pubblicata da Child’s Play e intitolata Sign&Singalong. Ciò che la contraddistingue è l’integrazione fluidissima tra lingua dei segni (in questo caso inglese – British Sign Language) e canzoni mimate, proprio quelle più conosciute e amate dai bambini piccolissimi. Lo scopo è duplice: da un lato stimolare la comunicazione gestuale nei bambini, come preziosa opportunità espressiva che precede o affianca la comparsa del linguaggio verbale, dall’altro favorire una familiarizzazione da parte soprattutto (ma non solo) dei bambini sordi con la lingua dei segni. Inserita all’interno di un contesto piacevole, intimo e giocoso come quello delle rime in movimento, questa non può infatti che risultare percepita, conosciuta e assimilata con maggiore disinvoltura.

Il libro riporta quindi il testo della nursery rhyme Teddy Bear, Teddy Bear, piuttosto nota in Gran Bretagna, accompagnandolo alla curate e piacevolissime illustrazioni di Annie Kubler. A misura di piccolissimo lettore, nel tratto e nel contenuto, queste presentano bambini diversissimi tra loro e intenti a compiere i semplici gesti che si associano alla canzone: toccarsi il naso o i piedi, girare su sé stessi, raggiungere il cielo o spegnere la luce per la notte. Là dove è possibile senza forzature (nel caso di cielo, luce e orsetto, per esempio), il gesto indicato coincide con quello corrispondente nella lingua dei segni e tale corrispondenza viene discretamente segnalata da una scritta in corsivo.

Il risultato è dunque un libro molto spendibile con bambini piccoli piccoli (asilo nido e scuola materna) e capace di introdurre la lingua dei segni con una naturalezza apprezzabilissima. Altrettanto meritevole è l’attenzione che Annie Kubler dedica alla questione dell’inclusione attraverso i dettagli delle sue illustrazioni. La presenza di un bimbo sordo, riconoscibile dalla protesi colorata che spunta dall’orecchio, in mezzo a tutti gli altri e senza alcuna sottolineatura di sorta, è infatti una dichiarazione di intenti tanto semplice quanto potente.

 

Off to the beach (Gran Bretagna)

Off to the beach, così come gli altri volumi della collana di Child’s play intitolata Tactile Books (che comprende, oltre al titolo in questione anche Off to the park, dedicato al gioco all’aperto e Getting ready, dedicato alla preparazione per la nanna), è un libro tattile piuttosto diverso da quelli cui siamo abituati sia per quanto riguarda la concezione del testo sia per quanto riguarda la realizzazione delle immagini.

Il libro costituisce infatti un esempio puntualissimo ed efficace di volume destinato a bambini piccoli, indicativamente in età prescolare, che con tutta probabilità non leggono in autonomia ma che necessitano di strumenti con cui iniziare a prendere confidenza con la parola scritta. Per questa ragione il testo di Off to the beach – piacevolmente rimato e ricco di onomatopee – non è interamente trascritto in Braille mentre lo sono le parole chiave di ogni pagina, ciascuna dedicata a un’azione tipica che si svolge al mare o a oggetti comuni che qui si utilizzano o si incontrano. Così il bambino non vedente (e con lui, chiaramente, anche i compagni privi di difficoltà) ha modo di scoprire che le parole non si dicono solo ma si scrivono anche e che una certa sequenza di puntini corrisponde a un preciso messaggio. Il libro sparge cioè semi di curiosità, ponendo le basi anche per primissimi tentativi di decodifica autonoma.

Anche le immagini, dal canto loro, si discostano da quelle cui ci hanno (bene!) abituati i libri tattili italiani, pur rispondendo a una logica di accessibilità altrettanto interessante e coerente. Ogni pagina propone infatti la rappresentazione di pochi e ben distinti oggetti, perlopiù realizzati in cartoncino dal contorno leggermente in rilievo o rientrante (ma sufficientemente distinguibile al tatto) e solo in parte arricchiti da materiali specifici (tessuto elastico per la scarpette da mare, stoffa per il cappello, carta vetrata per la sabbia, plastica per il secchiello, tessuto morbido per l’asciugamano), non attaccati sulla pagina ma piuttosto posti al di sotto di essa e ben contornati da un bordo che il polpastrello riesce a seguire. Ben scelti in rapporto a quella che può essere l’esperienza concreta di un bambino (vedente e non), gli oggetti rappresentati vantano forme nette e colori brillanti che seducono con forza non solo le dita ma anche gli occhi.

Graines de montagne (Francia)

In un paese piatto e interamente ricoperto di sassi, vivono due tribù: quella degli uomini piccoli piccolissimi e quella degli uomini grandi grandissimi. La convivenza tra le due non è proprio felice: i grandi approfittano infatti della loro superiorità fisica per appropriarsi delle risorse migliori e lasciare ai piccoli solo gli scarti. Ma i piccoli non ci stanno e iniziano a inventare soluzioni via via più ardite per ribaltare il rapporto di forza che li lega ai grandi. L’idea che risulta vincente pare essere, dopo alcuni tentativi, quella di piantare dei semi di sasso e farli crescere fino a potervi salire su ed ergersi così al di sopra dei grandi. Ma questo dà vita a un’escalation nella coltivazione delle pietre che porterà le due tribù a confrontarsi per trovare infine una soluzione condivisa.

La peculiarità di questo albo illustrato dal racconto lineare e dalle illustrazioni originali sta nella maniera in cui il testo viene stampato: una semplice alternanza di colori evidenzia infatti la  sillabazione delle diverse parole mentre un sistema di sottolineature e archi indica, rispettivamente, lettere mute e liaison. Si tratta di un accorgimento tipografico che rende più semplice la distinzione tra i diversi caratteri e il riconoscimento del loro ruolo dal punto di vista orale, agevolando la lettura silenziosa o ad alta voce da parte di lettori alle prime armi o con difficoltà legate alla dislessia

Tana

La preziosità dei libri, per tutti noi che ci occupiamo di lettura e infanzia, è cosa nota e fuor di dubbio. Alcuni libri più di altri, però, quella preziosità la rivendicano e la rendono manifesta, facendone la propria cifra non nel contenuto come nella forma. È il caso di Tana, libro tattile illustrato vincitore nel 2017 del Concorso Nazionale Tocca a te! e ora reso disponibile dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi in una tiratura numerata e firmata dalle autrici. Strabiliante fin dalla confezione, che invita a un approccio rispettoso e non privo di cura, Tana si presenta come un libro di stoffa dalle spessissime pagine grigie (molto agevoli, dunque, da sfogliare anche per chi manifesti difficoltà legate alla motricità fine), impreziosite da un merletto azzurro che fa da cornice, lo stesso che si ritroverà a inquadrare il testo in nero e in Braille sulle pagine interne. Una cornice, dicevamo, e la scelta non è certo casuale: l’impressione con il libro in mano è proprio quella di trovarsi di fronte a un quadro e come tale predispone il lettore a una forma di meraviglia che con tutta probabilità non verrà delusa.

Dedicato ai rifugi che i diversi animali, uomo compreso, allestiscono per trovare conforto e riparo, Tana si sviluppa come una vera e propria carrellata di nidi, buchi e case all’interno di ciascuno dei quali si nasconde un particolare inquilino. Di chi si tratti sta al lettore scoprirlo, poiché ad ogni pagina di sinistra il testo propone una sorta di indovinello mentre sulla pagina a fianco (quindi nettamente distinta, così da agevolare il reperimento di elemento testuale ed elemento iconico), l’illustrazione a collage materico presenta un diverso e significativo involucro in cui infilare la mano e di cui esplorare il contenuto. Conigli, polpi, porcospini, picchi, serpenti e bambini si svelano così all’immaginazione del lettore grazie al contributo degli indizi descrittivi forniti dal testo, dalla rima lasciata in sospeso e dai dettagli significativi dal punto di vista tattile inseriti nelle tane. Tra punte spinose (arrotondate, eh!), tentacoli viscidi, piume soffici e via dicendo il giovane lettore compie così piccole ma ricchissime indagini tattili che si svolgono quasi interamente “sotto coperta” e che come tali mettono lettore vedente e non vedente sullo stesso piano. Certo, chi ci vede può sempre dare una sbirciata, ma il bello di Tana è proprio la suggestiva esplorazione che offre alle dita di qualunque lettore e non è affatto detto che uno sguardo in più renda la lettura più ricca (anzi!).

Accuratissimo nella selezione dei materiali, tanto interni quanto esterni, il libro condensa in poche ma ricchissime pagine una moltitudine di possibilità e stimoli diversi, che vanno dal divertimento ludico degli indovinelli, al piacere narrativo legate alle micro-narrazioni, fino ad arrivare agli spunti scientifici che dalla scoperta dei diversi habitat si possono trarre: un piccolo gioiello, insomma – e dato l’enorme lavoro di manodopera implicato Tana si rivela tale, ahimè, anche nel prezzo – che nonostante qualche pecca grammaticale (quale il “dove abiti te” finale, perdonabile come licenza poetica), offre un rifugio davvero accogliente a chi voglia crogiolarsi nell’incanto.

Il pupazzo di neve

È uno dei silent book più conosciuti e longevi, Il pupazzo di neve: un libro firmato da Raymond Briggs che ha attraversato più di quattro decenni e che viene ora riproposto in una bella e ampia versione da Rizzoli.

Protagonisti sono un bambino e il pupazzo di neve da lui costruito con cura e attenzione. Opportunamente dotato di occhi e bottoni di carbone, naso di mandarino, nonché di sciarpa e cappello autentici, il pupazzo fa bella mostra di sé nel bel mezzo del cortile. Il bambino ci gioca tutto il giorno ma quando scende la sera non può che osservarlo nostalgico da dietro la finestra di casa e continuare a pensarci anche sotto le coperte. Quando però il desiderio di riaverlo accanto e condividervi momenti gioiosi si fa troppo forte il bambino sgattaiola di soppiatto fuori dall’uscio e porta il pupazzo dentro casa.  Nel silenzio e nel segreto della notte, i due si divertono a giocare con gli interruttori, la colla e la carta, a correre sullo skateboard, a imbandire una tavola di delizie e fingere di guidare un’auto: tutte cose sconosciute per il buffo omino di neve e che in questa nuova e proibita scoperta acquistano interesse anche per il bambino. Tra un gioco e l’altro, bambino e pupazzo non mancano di rinfrescarsi davanti al frigo o al freezer, con gesti che richiamano in un ludico rovesciamento la convivialità e l’intimità tipica del focolare. Ma il rovesciamento prosegue poi nei ruoli: da guida e padrone di casa, il bambino diventa passeggero e compagno, in un viaggio condotto dal pupazzo  sopra la città e la campagna imbiancate. Il loro è dunque uno scambio di segreti, conoscenze e gesti affettuosi e che si protrae fino al sorgere del sole, quando il bambino deve rientrare nel suo letto prima che la famiglia e la città si svegliano. Gli resta qualche ora di sonno prima di alzarsi e correre di nuovo dal suo amico, di cui non resta però che qualche traccia, proprio come accade per i sogni.

Delicatissimo nei temi toccati come nel tratto, che il pastello rende un po’ indefinito e come tale perfetto per un racconto sospeso tra dimensione reale e dimensione onirica, Il pupazzo di neve procede per sole immagini racchiuse all’interno di vignette, in una sorta di fumetto privo di parole e di baloons. Così composto, il libro riesce a fotografare in maniera dettagliata singoli passaggi narrativi, rendendo chiarissimo al lettore, nonostante l’assenza totale di testo,  come si sviluppi la storia. In questo senso, Il pupazzo di neve si presta bene a una lettura – individuale o condivisa con l’adulto (meno, probabilmente, in gruppo) – che risulti fruibile anche da parte di bambini che fatichino un po’ di più a compiere inferenze e dedurre da sé ciò che testo e immagini non rivelano esplicitamente.

Mi chiamo Nina e vivo in due case

Trovare il modo di raccontare ai bambini un’esperienza delicatissima come la separazione dei genitori e di far capire loro che l’amore per i figli non ne esce in alcun modo sminuito o snaturato non è cosa facile. Eppure quell’esperienza è reale e diffusa. Ben venga allora il supporto che può fornire un libro come Mi chiamo Nina e vivo in due case, che al tema dedica parole e figure ricercate con cura.

La storia e la voce sono quelle di Nina che mette subito a parte il lettore della sua situazione abitativa: “Papà vive in una casa. Mamma in un’altra. Io vivo in due case”. Quando incontriamo Nina, cioè, la separazione dei suoi genitori è già avvenuta e il tempo in cui baci affettuosi e abbracci a sandwich erano un affare a tre, fa già parte del passato. In mezzo c’è stata la tempesta, fatta di brutte parole scambiate tra i grandi e ascoltate di nascosto dalla piccola, di decisioni drastiche e di quotidianità scombussolate: una tempesta che non cessa di colpo ma che continua ad avere degli strascichi, per esempio nei pensieri nebulosi degli adulti che appaiono meno attenti, presenti e severi. E tuttavia dalla tempesta si può uscire e questo accade più facilmente se mamma e papà sono i primi a ricercare un nuovo equilibrio in cui le parole e i baci possono tornare a scorrere, anche se a due invece che a tre, e in cui il vivere in due case diverse si trasforma in qualcosa che è strano sì, ma non è poi così male.

Mi chiamo Nina e vivo in due case si presenta insomma come un libro il cui tema è netto ed esplicito e il cui obiettivo è quello di dare una rappresentazione a quel turbinio di sentimenti spesso contrastanti che una separazione reca con sé. Lo fa con parole dirette che non nascondono la difficoltà, la nostalgia e il risentimento (ma che non li lasciano soli) e con illustrazioni delicate e particolarmente attente alle espressioni del corpo e del viso dei personaggi.

A catalogo per Clavis dal 2009, il libro viene ora ripubblicato, a distanza di dieci anni, anche in una versione in simboli. Realizzata secondo il modello inbook, con simboli WLS e nel rispetto di un processo di simbolizzazione che non tralascia alcun elemento della frase, questa versione del libro di Marian De Smet e Nynke Talsma sottolinea l’importanza di fornire strumenti utili per esplorare sentimenti e cambiamenti importanti anche a bambini che manifestano difficoltà comunicative: bambini che non di rado presentano anche marcate difficoltà ad accettare piccole e grandi modifiche alle proprie abitudini di vita.

Che bambino fortunato!

Parlare di fortuna in relazione alla disabilità può portare qualunque discorso, letterario e non, su di un terreno molto molto sdrucciolevole. Il rischio di scivolare dentro una vuota idealizzazione o di inciampare sul politically correct è infatti elevato. Quel rischio, l’albo illustrato Che bambino fortunato! se lo accolla con coraggio, camminando pagina dopo pagina lungo un crinale impervio su cui però mantiene sempre un certo equilibrio.

Come ci riesce? Probabilmente mettendo in scena dei personaggi credibili e una quotidianità concreta che permette a un cambio di prospettiva di fare capolino tenendo però i piedi ben piantati a terra. Protagonista e voce narrante del libro di Lawrence Schimel e Juan Camillo Mayorga è un bambino vivace che ama i soldatini, le storie e gli animali.  Queste passioni le condivide in parte con il suo amico Carlo, con cui conduce per interi pomeriggi battaglie da salotto ed esplorazioni preistoriche, e in parte con il fratello Davide, non vedente, con cui si immerge in appassionanti letture serali e da cui si lascia conquistare a suon di invenzioni fantastiche. Ma i rapporti si nutrono di differenze oltre che di somiglianze e così, nel suo racconto, il bambino sottolinea non solo ciò che lo avvicina anche ciò che lo distingue da Carlo – che per esempio ha un’iguana, può lasciare i soldatini in giro per casa, è figlio unico e deve rifarsi il letto ogni mattina – e da Davide – che non prende parte alle battaglie ma che ha potuto avere una cane tutto suo senza nemmeno chiederlo, dispone di una memoria eccezionale e può leggere anche quando la luce viene spenta. Nella vita di Davide, così come in quella di Carlo e in quella del protagonista, insomma, la fortuna non manca: semplicemente assume forme differenti che in fondo consentono a quel titolo spiazzante – Che bambino fortunato! – di potersi attagliare ugualmente a ciascuno di loro.

Nel caso di Davide, in particolare, la fortuna non ha a che fare in senso lato con la sua disabilità: non è la cecità in sé, cioè, ad essere una fortuna ma il fatto che, in parte a causa o in virtù di essa, il bambino abbia sviluppato qualità (come la memoria) e disponga di possibilità (come il possesso di un animale domestico) che il protagonista invidia. Il senso di questa fortuna non sta dunque in astruse e pseudoliriche interpretazioni della disabilità (non infrequenti anche nei libri per l’infanzia) che vogliono mostrarla a tutti i costi come un dono o addirittura come un superpotere, ma nell’apprezzamento di quanto di buono e di bello essa rechi con sé. La forza di Che bambino fortunato! sta proprio in questo: nel cogliere un bicchiere mezzo pieno a misura di bambino, un bicchiere fatto di cose concretissime come una lettura prolungata e proibita sotto le coperte o una memoria portentosa, funzionale al bisogno di muoversi in sicurezza e autonomia per casa o per strada.

Peraltro, pur acquisendo uno spazio centrale all’interno della storia, la disabilità di Davide non viene mai esplicitata a parole ma viene pian piano svelata e resa evidente dal contesto e dalle illustrazioni, queste ultime particolarmente gustose e fresche, nel loro tratto dinamico che ricorda un po’ Serge Bloch. Quegli occhi che Mayorga disegna sempre chiusi e che inizialmente potrebbero parere segno di immersione nella musica o assaporamento di una bevanda fresca, divengono cioè segno di una differenza fisica solo dopo un po’, quando gli indizi disseminati qua e là iniziano ad accumularsi e la personalità di Davide ha avuto modo di farsi apprezzare dal lettore senza pregiudizi. Davvero efficace, in questo senso, è la sinergia narrativa che si instaura tra testo e immagini che dialogano senza risultare mai le une una mera ripetizione dell’altro (e viceversa) e senza lasciare che l’intento didascalico prenda il sopravvento sul desiderio di raccontare una bella storia di amicizia e fratellanza.

Ad arricchire il volume, già di per sé interessante, la presenza tra le pagine di un brevissimo testo in Braille che offre al lettore l’occasione di scoprire e sperimentare questa scrittura.

Buon compleanno!

Storysign è un’app straordinaria lanciata nel 2018 da Huawei e sviluppata in collaborazione con numerosi partner tra cui l’Unione Europea dei Sordi e la British Deaf Association. L’applicazione, scaricabile gratuitamente e disponibile sia per Android sia per iOS, consente di arricchire alcuni libri cartacei di una simultanea traduzione in Lingua dei Segni condotta da un avatar di nome Star. Avviando l’applicazione sullo smartphone e inquadrandovi la pagina di uno dei libri a catalogo, si avvia infatti un video in cui Star interpreta il testo in Lingua dei Segni.

Ciò che rende davvero nuova questa proposta è il fatto che il video si attiva solo nel momento in cui lo smartphone inquadra la pagina corrispondente. Esso inoltre non solo restituisce la traduzione in Lingua dei Segni ma ne sottolinea anche la puntuale correlazione con il testo originale grazie a un efficace sistema di evidenziazione cromatica. Quella che si innesca così tra libro cartaceo e tecnologia digitale è una necessaria e funzionale sinergia che, valorizzando e intersecando le specificità di ciascun mezzo, migliora concretamente le possibilità di lettura dei bambini con disabilità (uditiva in questo caso).

Tra i primi titoli resi disponibili in LIS dall’app Storysign c’è Buon compleanno!, ispirato a una delle storie originali di Beatrix Potter. Protagonista è il più noto dei personaggi creati dall’autrice britannica: Peter Coniglio. Indispettito dal fatto che nessuno sembra prestargli attenzione proprio nel giorno del suo compleanno, questi non ha alcuna voglia di festeggiare. Le sue sorelline – Mopsy, Flopsy e Cottontail – declinano l’invito a giocare con lui, dichiarandosi molto molto indaffarate. Il cugino Benjamin, intento a trafficare con un arnese e un pezzo di legno, salta via prima ancora che Peter possa rivolgergli la parola. E la mamma, solitamente molto disponibile, è tutta presa in cucina tra utensili e fornelli. A Peter pare proprio che quello possa essere il peggior compleanno della sua vita ma, attirato in giardino da voci e rumori imprevisti, sarà travolto da un’inattesa sorpresa che vede coinvolti tutti i suoi cari.

Niente da fare

Giubilo, gaudio e gioia smisurata: è tornato! Con il suo taglio a scodella e la sua maglietta a righe, è tornato sulla scena proprio lui: l’inconfondibile personaggio che nel 2013 ha inaugurato la brillante produzione di Minibombo. Perseverante e curioso, proprio come lo abbiamo conosciuto ne Il libro bianco, il protagonista di Niente da fare non ha mantenuto invariati solo il look e l’attitudine: anche il suo rapporto con gli animali sembrerebbe rimasto piuttosto critico.

A ogni pagina del nuovo silent book firmato da Silvia Borando, infatti, il bambino incappa in un oggetto – un sasso, un albero, un fiore e così via… – con il quale prova ad interagire – arrampicandovisi, appendendocisi, arraffandolo… – ma che presto si rivela essere qualcosa di inatteso – il guscio di una tartaruga, le corna di un alce, la coda di un coniglio… – e tutt’altro che felice di venire importunato. Ogni incontro è dunque prima motivo di gioia e curiosità, poi occasione di divertimento e soddisfazione e infine ragione di sconforto o stupore: sentimenti variegati (e qui si potrebbe aprire una lunga parentesi su come una storia ben fatta tracci piste sulle emozioni più di qualunque libro a tema!) ed efficacemente espressi dall’autrice con minime variazioni della linea della bocca. La ricerca di un passatempo pare dunque disperata: per l’appunto non c’è niente fare, ossia non ci sono apparentemente svaghi con cui tenersi impegnanto ma neppure speranze di successo per l’intrepido esploratore. Mai dire mai, però. Quando delle porte si chiudono – si dice – si apre un portone: un portone tutto nero, magari, sotto cui si può nascondere una sorpresa deliziosa!

Forte di un meccanismo iterato e di un ritmo in tre tempi (incontro – approccio – sorpresa) collaudatissimi, Niente da fare offre una ghiotta successione di imprevisti di fronte ai quali è impossibile resistere alla tentazione di fare ipotesi e soprattutto di sorridere. Fino alla quarta di copertina compresa (vietato pensare di fermarsi prima!), niente è come sembra e questa piccola certezza accompagna il lettore tra le pagine, guidandone e motivandone la lettura. Perfettamente calato in un’ottica bambina, nella quale la noia scatena l’immaginazione e il contesto chiede silenziosamente (ma in maniera molto distinta!) di essere colto, scalato, sperimentato e fatto proprio senza indugi, Niente da fare appare estremamente in sintonia con il piccolo lettore anche per nella forma.

Senza timore degli spazi vuoti, Silvia Borando costruisce, infatti, un racconto per immagini in bianco e nero, in cui le figure sono semplici contorni privi di sfumature e in cui il colore è riservato ai soli oggetti incontrati dal protagonista, messi così in evidenza. Le illustrazioni sono quindi nette ed essenziali, i sentimenti del bambino sono evidenti e riconoscibili e i passaggi narrativi sono chiari e univoci. E questo è un valore aggiunto interessante per un libro che già di per sé è una chicca, poiché lo rende particolarmente fruibile anche in caso di difficoltà a compiere delle inferenze o mantenere desti interesse e attenzione. L’assenza di parole, a sua volta, può giocare a favore anche dei lettori più difficili da raggiungere, poiché svincola il godimento dalla capacità di decodificare il testo e poiché avalla un approccio al libro più personale, sia in autonomia sia con la mediazione dall’adulto.

Insomma, non c’è Niente da fare, amerete questo libro tanto quanto Il libro bianco!

Ci vorrebbe

Ci vorrebbe una bacchetta magica per trasformare cose e situazioni che ingrigiscono il presente dei bambini in cose e situazioni che invece ne alimentano la gioia. Manuela Mapelli, autrice e illustratrice di Ci vorrebbe, la bacchetta magica non ce l’ha ma in compenso ha delle matite. E forse un po’ magiche lo sono pure loro se con un tocco di colore, le ciminiere si fanno alberi, il filo spinato fiorisce, e le bombe divengono cieli stellati. Non solo. Magica è la possibilità di riportare in piccola scala criticità grandissime e aprire ai bambini la possibilità di immaginare un futuro migliore. L’autrice questo prova e forse riesce a farlo, dando vita a un volumetto piccino picciò che dà voce al potere trasformativo dell’immaginazione.

Delicato come un tocco di bacchetta magica, Ci vorrebbe si compone di illustrazioni e testi minimi. Le prime giocano con intelligenza sul cambio di senso e prospettiva che colori e dettagli possono portare su ogni oggetto. I secondi, invece, sono stampati in OpenDyslexic: un font open source ad alta leggibilità che privilegia forme rotondeggianti nella parte inferiore delle lettere per evitarne la confusione. Data la semplicità del volume, che ben lo predispone a una lettura ad alta voce, è chiaramente difficile che un bambino con dislessia vi si approcci in autonomia, ciononostante la scelta di un font accessibile e inclusivo non è indifferente o superflua perché crescere, fin da ascoltatori, tra parole a stampa dall’aria amichevole concorre a viverle con positiva curiosità.

Processo al lupo

Assoldato in qualità di cattivo dalla maggior parte delle fiabe, il lupo non scampa infine a un solenne processo per le sue malefatte. Questo, perlomeno, è ciò che accade nel racconto immaginato da Stéphane Henrich. Di fronte a una corte di tutto rispetto presieduta da un giudice suino con tanto di pelliccia di ermellino, il malcapitato risponde alla grave accusa di aver ucciso un agnello. E di averlo divorato crudo, per giunta. Nell’aula gremita di erbivori che ogni tre per due vengono richiamati all’ordine per le esclamazioni di sconcerto che si lasciano sfuggire, si susseguono testimonianze più o meno attendibili (“Io ho visto tutto, signor Giudice!”, dichiara non creduto Leo talpa, tra il sostegno del signor Cinghiale e le accuse dei tre porcellini), perizie di investigatori e psichiatri e arringhe finali pro o contro la condanna. La sentenza è tutt’altro che scontata e in questo restituisce al lettore tutta la complessità etica sottesa a un giudizio. Lo fa però all’interno di una cornice – quella appunto del tribunale degli animali – che mescola citazioni fiabesche e ammicchi al reale che, dalla prima allultima pagina, sorprendendo e divertono il lettore.

Proposta insolita per il catalogo di Biancoenero, Processo al lupo è incluso non a caso tra i Fuori collana. Albo illustrato che fonde efficacemente testo (ad alta leggibilità) e immagini, il libro di Stéphane Henrich ricorda per certi versi anche un fumetto poiché procede quasi esclusivamente per dialoghi (solo privi di nuvoletta) che si affiancano a specifiche illustrazioni. Queste ultime, dal tratto ironicamente nervoso e capace di rendere con poche linee dettagli e sentimenti di cui volutamente il testo tace, risultano davvero efficaci nel restituire le espressioni dei personaggi e nel proporre inquadrature insolite che danno al lettore la sensazione di trovarsi nel bel mezzo dell’aula di tribunale. L’effetto è senz’altro spiazzante come spiazzante, peraltro, è il racconto di Henrich che schiude più domande che risposte ed invita, con un sorriso un po’ dolce e un po’ amaro, a interrogarsi sul senso della giustizia e sul filo sottilissimo lungo il quale si confrontano il giusto e lo sbagliato.

Non si picchia, Anna!

Con le mani si possono fare molte cose, come salutare, mangiare, andare in bicicletta, applaudire, sistemare i giochi: tutte azioni semplici, utili e familiari anche a bambini di pochi anni, come i potenziali lettori delle avventure di Anna. Con le mani però, si possono fare anche cose meno felici e Anna stessa lo sa bene: le capita non di rado di arrabbiarsi con l’amico Leo o persino con il papà e in quel caso le mani diventano uno strumento per picchiare o tirare i capelli. Cosa fare quando questo accade? Con parole semplici il papà lo spiega ad Anna e con lei al lettore: le parole possono raccontare i sentimenti, rabbia compresa, in maniera più efficace delle mani. E queste, dal canto loro, sanno esprimersi al meglio in un abbraccio alle persone o ai giocattoli cari.

Costruito per ricalcare fedelmente esperienze quotidiane e concrete del potenziale lettore, Non si picchia, Anna! si presenta come un piccolo prontuario di gestione della rabbia. Non c’è dunque una vera e propria storia tra le pagine dell’albo, quanto piuttosto una rassegna di cose più o meno positive che le mani ci consentono di fare, chiusa da qualche consiglio pratico e spendibile, forse più rassicurante per l’adulto accompagnatore che per il destinatario stesso. Sarà facile tuttavia, per il piccolo lettore, ritrovarsi nelle situazioni che vedono Anna protagonista, complici anche le amichevoli illustrazioni a tutta pagina, dai dettagli ridotti e dai contorni netti, che rendono immediatamente evidente l’azione di cui si parla.

Pubblicato nel 2015 da Clavis in versione tradizionale, come parte di una collana che vede Anna protagonista di situazioni molto comuni nella primissima infanzia, Non si picchia, Anna! è ora reso disponibile dall’editore in versione in-book che da un lato ne agevola l’immedesimazione e la fruizione anche da parte di bambini con difficoltà comunicative e dall’altro ne favorisce l’appropriazione da parte di qualunque bambino di 2-3 anni. La simbolizzazione del testo, infatti, costituisce un ghiotto invito ad approcciarsi al volume anche in autonomia, ricalcando l’esperienza di lettura fatta in prima battuta con l’adulto accanto. I simboli scelti, come da modello in-book, fanno riferimento alla collezione WLS e sono impiegati in maniera molto dettagliata. Tutte le parti del testo, compresi per esempio articoli e preposizioni, sono infatti individualmente simbolizzati. Specifiche morfologiche, rispetto per esempio al genere o al numero, non mancano dal canto loro di essere rese. Il testo in simboli risulta pertanto piuttosto articolato e ricco: caratteristiche che lo predispongono per un pubblico con difficoltà poco marcate e che rispecchiano uno scopo ben preciso, quello di stimolare il bambino con una sfida di lettura che non rinunci ad alzare costantemente l’asticella delle abilità messe in gioco.

Costruttori di stelle

Gli sviluppi della tecnologia ci hanno abituati a pensare che praticamente qualunque cosa si possa costruire. E se questo valesse anche per cose lontanissime e affascinanti come le stelle? Soojin Kwak si è probabilmente posta quest’interrogativo e dalla sua suggestione curiosa è nato un silent book in cui ordinario e straordinario si incontrano, illuminando un mondo che parrebbe altrimenti dominato dal grigiore.

Con un’ambientazione e un filo conduttore che richiamano lo splendido cortometraggio Pixar intitolato La luna (2011), Costruttori di stelle interpreta in maniera suggestiva lo stupefacente e misterioso fenomeno delle stelle che brillano. Mescolando con originalità dimensione fantastica e spirito scientifico, l’albo della giovane artista coreana costruisce un intero mondo intorno a un mestiere immaginario, quello per l’appunto dei costruttori di stelle, e delinea un percorso narrativo che si fa pregustare fin dalle prime pagine per poi svelarsi in tutto il suo splendore solo in chiusura.

Vincitore del Silent Book Contest 2019, Costruttori di stelle procede per sole immagini, che appaiono ampie (l’intero albo ha un formato quadrato importante), chiare e prive di dettagli superflui che possono distrarre dal cuore dell’invenzione narrativa, ossia i diversi passaggi che portano alla messa in funzione delle stelle. La narrazione procede così in maniera molto fluida e lineare, offrendo al lettore gli spunti e gli indizi necessari per seguire la catena di montaggio stellare, e con essa il racconto. Ideale per solleticare palati esigenti di lettori che mal sopportano il testo scritto ma che al contempo non trovano ostacoli nel riunire tasselli e compiere inferenze, Costruttori di stelle invita a leggere con sguardo nuovo anche fenomeni, lavori e strumenti apparentemente privi di scintille creative.

Dentro fuori

Ci avevano stupito e conquistato con Prima dopo, Anne-Margot Ramstein e Matthias Aregui che ora tornano per un gradito bis con un nuovo albo senza parole intitolato Dentro fuori. Costruito in maniera analoga al volume precedente sul dialogo tra due categorie contrapposte – in questo caso di tipo spaziale – il libro si sviluppa su doppie pagine, mostrando la medesima situazione dall’interno e dall’esterno. Quello che si crea è dunque un confronto tra due punti di vista che non è mai piatto e asettico ma anzi lascia spazio a sorprese sempre gustose, a colpi di scena inattesi, a echi lontani e a risvolti emotivi.

Così, per esempio, quella che da fuori parrebbe una grotta desolata, da dentro rivela uno spettacolo prezioso fatto di gemme; quello che da dentro sembrerebbe un anonimo naufragio, da fuori omaggia silenziosamente Pinocchio; o quello che da dentro appare come una semplice fuga dalla finestra, da fuori si arricchisce di intriganti particolari narrativi. Perché proprio in questo sta la bravura dei due autori francesi: nel fare leva su quello scarto tra interno ed esterno per costruire dei micro-racconti e suggerire la molteplicità di punti di vista da cui è possibile guardare la medesima situazione.

Il volume è ricco di richiami e rimandi anche interni che rendono la lettura e la rilettura particolarmente affascinanti ma si sviluppa perlopiù per quadri minimi che facilitano la fruizione anche laddove ci siano difficoltà a seguire e costruire fili narrativi piuttosto lunghi. L’assenza di parole consente dal canto suo di rendere il volume particolarmente accogliente nei confronti di lettori che decodificano con fatica il testo ma non manifestano difficoltà cognitive. Rispetto a chi invece sperimenta maggiori difficoltà, il volume può risultare più ostico ma può comunque offrire spunti efficaci per appropriarsi in maniera stimolante e tutt’altro che scolastica dei concetti spaziali su cui il libro si regge.

Il libro delle ore felici di Jacominus Gainsborough

30cmx35cm: tanto misura l’albo firmato da Rebecca Dautremer e dedicato alle ore più felici di Jacominus Gainsborough. È una dimensione inconsueta, importante, perfetta per invitare a prendere posto, sistemarsi comodi e prepararsi a un piacere di lettura che richiede tempo, pazienza e dedizione. Perché così è la meraviglia: non tollera passaggi frettolosi e occhiate distratte. Tra le pagine di Rebecca Dautremer sguardo e pensiero sono portati a rallentare per consentire alla cura con cui ogni immagine è preparata e perfezionata di sedimentare e fiorire nel lettore.

E così, con occhi spalancati e curiosità accesa, ci ritroviamo immersi in un mondo straordinario, popolato da molteplici creature animali realisticamente rappresentate se non per il fatto che vestono e si atteggiano esattamente come degli umani. Umani d’altri tempi, ad essere precisi, di tutto punto abbigliati con panciotti, gilet e foulard fantasia. In questo bizzarro contesto facciamo la conoscenza di Jacominus: un coniglio taciturno e con la testa fra le nuvole. Forse proprio a causa di questa sua sbadataggine, Jacominus fa un giorno un capitombolo dalle scale e che gli lascia per sempre in eredità una gamba stramba e la necessità di appoggiarsi a una stampella. Un po’ per questo suo impedimento fisico, un po’ per la rigida educazione imposta dalla madre, Jacominus dedica gran parte del suo tempo alla filosofia e alle lettere: abilità, quest’ultima, che lo porta presto ad imbarcarsi e compiere grandi viaggi, reali e immaginari. La sua è una vita piena, fatta di incontri e riflessioni, grandi avvenimenti e quotidianità, momenti di scoramento e piccole o grandi gioie: un mosaico al contempo ordinario e straordinario che gli fa infine dire “Ti ho amata vita mia. Mi hai dato un piccolo capitombolo, una zampa stramba e del filo da torcere, ma ti ho amata. E lo sai, vecchia mia? Valevi davvero la pena di essere vissuta!”.

È un libro trasversale come pochi, Il libro delle ore felici di Jacominus Gainsborough: un libro in cui livelli diversissimi di fruizione, interpretazione e inferenza sono resi possibili con tuttavia pari dosi di stupore e coinvolgimento. È un libro, questo, in cui ampio spazio viene riservato alla dimensione filosofica e contemplativa, che in maniera piuttosto insolita guadagna intere pagine bianche. Per contro, gli avvenimenti più o meno grandi che costellano la vita del protagonista vengono riassunti in ampie tavole a doppia pagina, corredate da minimo testo o in collage di riquadri con piccole didascalie che tanto margine lasciano all’immaginazione del lettore.

Le ampie e ricchissime illustrazioni piene zeppe di citazioni e riferimenti alla storia e alla letteratura, l’ampio ventaglio di personaggi precisamente identificati nei risguardi e in seguito solo citati, i frequenti richiami del testo a dettagli che si trovano in pagine precedenti concorrono nel complesso a rendere dinamica e mai passiva la lettura del libro, ad accompagnare il lettore avanti e indietro, dentro e fuori il mondo meraviglioso di Jacominus e delle sue riflessioni sulla vita. L’effetto è del tutto fuori dal comune, straniante per certi versi: il lettore si trova infatti costantemente sollecitato da cambi di rimi narrativi e spunti di riflessione importanti, non ultimo quello sulla disabilità di Jacominus che condiziona senza dubbio la sua vita senza per questo impedirne la realizzazione. Sostenuto dalla sua inseparabile stampella, Jacominus viaggia, ama, combatte, stringe amicizie, soffre, gioisce, si sposa, diventa padre, sogna a occhi aperti e chiusi: mette insieme, cioè, i tasselli di una bella vita normale, che tanto dicono del potere della letteratura di farci riconoscere nella diversità.

Matilde (Kalandraka)

Imbattersi nel nome di Matilde, gironzolando tra pagine per l’infanzia, fa sempre drizzare orecchie: da Rolad Dahl in avanti – nomen omen – dove c’è qualche Matilde è facile che si trovi un’avventura straordinaria o un personaggio che sa il fatto suo. Non fa eccezione la protagonista di un silent book piccolo piccolo ma colmo di immaginazione, nato di recente in casa Kalandraka.

La Matilde che lo abita è una bambina che a star ferma e buona ci pensa poco. I due codini che porta sulla testa sembrano ali e così, a guardarla di sfuggita, ci pare quasi una fatina: una fatina determinata e furba, creativa e coraggiosa, che tanto desidera uno dei pennelli del pittore, osservato in silenzio dal davanzale della finestra. Trovato il modo di arraffare il pennello, Matilde si lancia impaziente verso un muro tutto bianco per dipingervi un bel drago, con tanto di ali e squame. Il drago presto prende vita e inizia a passeggiare per la città, ma qualcosa non va come previsto e il drago, dapprima mansueto e tranquillo, inizia a scatenarsi rosicchiando tutto ciò che gli capita a tiro. Non è facile per Matilde tenere il passo e tenere a bada la sua creatura, nemmeno quando, con il suo pennello magico, disegna un guinzaglio da mettergli al collo. Provvidenziale sarà l’intervento dello stesso pittore, grazie al cui trucco da maestro il drago rosso fuoco potrà trovare una nuova casa e il pennello prodigioso potrà forse stupire un nuovo bambino.

Sulla scia di capolavori quali Harold e la matita viola di Crockett Johnson o i più recenti Viaggio, Scoperta e Ritorno di Aaron Becker, Matilde riprende la prolifica idea secondo cui un semplice strumento da disegno, messo nelle mani giuste, possa dare vita ad autentiche magie. Si rinnova così il grido a gran voce (ma in questo caso senza alcuna parola!) che l’immaginazione coltivata e ben condotta sia potentissimo strumento di riscatto, soprattutto in un mondo dominato dal grigiore. Molto efficace, in questo senso, l’uso che l’autrice fa del colore: il suo gioco sui toni del bianco, del nero, del grigio e del rosso, sottolinea infatti in maniera incisiva l’interazione tra dimensione reale e dimensione fantastica che anima il volume.

Popolato di creature bizzarre e affascinanti e contraddistinto da dettagli significativi sparsi qua e là, il mondo dipinto da Sozapato chiede interpretazioni non sempre immediate e tiene costantemente vigile l’attenzione del lettore, offrendogli un’opportunità narrativa intrigante e suggestiva che non si esaurisce in un tempo fugace.

E se il cielo non piovesse?

Piove, è una giornata grigia. Una goccia di pioggia cade sul foglio da disegno di un bambino e da lì una piccola magia ha inizio. Niente bacchette o sortilegi: l’incanto nasce tutto da una domanda portentosa: E se il cielo non piovesse? Incuriosito da quest’interrogativo che di colpo gli balena in testa, il protagonista del libro parte per un viaggio immaginario alla scoperta dei segreti del cielo.

In un crescendo fantastico che parte dalle reali conseguenze della pioggia e arriva ai passatempi che sole e pioggia si concedono insieme, il racconto di Giorgio Volpe segue leggero un pensiero bambino: un pensiero capace di spingersi molto molto lontano, mosso com’è da immaginazione e curiosità.

Arricchito dalle illustrazioni di Paolo Proietti, che amplificano con grazia la dimensione fantastica e poetica del racconto, E se il cielo non piovesse? è reso disponibile dall’editore Il Ciliegio in un duplice versione: tradizionale e inbook. Quest’ultima presenta il testo in simboli WLS, puntualmente riquadrati e disposti sulla pagina in modo da interferire in meno possibile con la grafica originale dell’albo.