Il Miciometeo

Non è raro, in montagna, imbattersi in curiosi e ironici sistemi di previsione del tempo basati sulle condizioni di una corda: se è rigida fa freddo, se è mossa c’è vento, se è bagnata piove, se è invisibile c’è nebbia. Ecco, Il Miciometeo potrebbe essere una variante libresca, animata e coccolosa di quei sistemi.

Il protagonista è infatti un placido gattone dal cui lungo pelo si possono evincere le condizioni metereologiche: se piove è umettato e compatto, se grandina nasconde granelli duri, se c’è il sole è caldo e arruffato, se c’è vento è tutto pettinato da un lato, se gela è rigido e se nevica porta dei fiocchi leggeri. Il volume che ne descrive le prodigiose qualità è un libro tattile illustrato che si compone di 8 doppie pagine in stoffa ruvida, con testo in nero (stampato maiuscolo e a grande carattere) e in Braille e con illustrazioni da vedere e da toccare. Il primo è sempre posto sulla pagina di sinistra e le seconde sempre su quella di destra: in questo modo l’orientamento del lettore viene agevolato e la lettura del testo supporta l’esplorazione delle figure che seguono.

Dopo la prima doppia pagina che spiega la peculiarità del Miciometeo, quelle seguenti sono dedicate ai diversi giorni della settimana. A ogni pagina corrisponde un giorno, a ogni giorno corrisponde un clima diverso, e a ogni clima corrisponde un aspetto diverso del pelo. La base di quest’ultimo è però sempre identica e questo aiuta il lettore a riconoscere gli elementi che di volta in volta su di essa variano, senza disperdere tempo e sforzi nella decodifica di sagome sempre diverse. La rappresentazione, inoltre, non è figurativa ma si compone di un semplice quadrato di pelo: in questo modo il lettore è invitato a concentrarsi sull’aspetto tattile più che sulla forma del gatto.

Questi aspetti, uniti a una scelta curata e suggestiva dei materiali da apporre o dei trattamenti da applicare alla base di pelo, fanno sì che il libro di Ilaria e Lucia Macchiarini, già apprezzate autrici di Tana, risulti molto immediato, comprensibile, stimolante e fruibile. Non a caso, in occasione del 7° concorso nazionale di editoria tattile Tocca a te, è stato insignito di una menzione speciale come miglior libro dedicato alle disabilità complesse.

Un pesce fuor d’acqua

Arriva dritta dal Giappone la storia di Pesciolino: una storia di resilienza e amicizia, di diversità e identità, che racconta molto bene la sensazione di essere fuori contesto, senza le abilità, le caratteristiche o gli strumenti giusti per stare insieme o al passo degli altri. Una sensazione, quella del pesce fuor d’acqua (come dice eloquentemente il titolo del libro), molto familiare a chi vive una disabilità ma in cui chiunque, in realtà, può facilmente riconoscersi. E qui sta forse il pregio più grande di questo piccolo libro edito da Kira Kira: nel fatto che il protagonista è evidentemente impossibilitato a compiere delle azioni che per i pari sono normali e automatiche e ciononostante il lettore senza alcuna disabilità può riconoscervisi con molta naturalezza. In quel pesciolino che vive in una casa subacquea ma frequenta un mondo che subacqueo non è, la rappresentazione della disabilità (soprattutto ma non solo motoria) è dunque lampante ma i sentimenti che vengono portati a galla e in cui il lettore può ritrovarsi prescindono completamente da questa condizione perché sono di fatto sentimenti semplicemente umani.

Ma andiamo con ordine. Il protagonista di Un pesce fuor d’acqua è un pesciolino che frequenta la scuola primaria. Vive in una casa acquatica ma per uscire e riuscire a respirare deve indossare un pesante casco di acqua riempito. Questo, unito all’assenza di veri e propri arti, rende un po’ più complesse alcune attività quotidiane come scrivere o mangiare, e molto più ostiche alcune attività frequenti come correre durante l’ora di educazione fisica. Ma Pesciolino è un tipo tosto e vuole fare ciò che fanno i suoi compagni. Così a correre prova lo stesso, incappando però in un brutto incidente che lo tiene bloccato a casa per un po’ e che soprattutto ne mina profondamente l’autostima. Sarà la visita e il regalo inaspettato di due amici a dare una svolta alla situazione, mettendo in evidenza l’impatto che il contesto può avere sulla percezione di una disabilità (o più genericamente di un senso di maggiore o minore adeguatezza).

La storia è dunque semplice ma ciò che la rende straordinaria è la maniera in cui Mimiko Shiotani la racconta, soprattutto attraverso le sue superlative illustrazioni. È infatti il modo in cui l’autrice dipinge i suoi personaggi, già di per sé irresistibili per il tratto e per i toni con cui sono messi sulla carta, a dare spessore e complessità alla narrazione. Nel testo non si trova infatti il benché minimo accenno alla diversità di Pesciolino. Ciò che le parole riportano sono dati di fatto: che Pesciolino deve mettere un casco perché è un pesce, che andare a scuola a piedi è dura perché i pantaloni sono pesanti, per esempio. Tutto ciò che deduciamo sulla sua diversità e sulle sue difficoltà non ce lo dicono pesanti passaggi didascalici ma lo assimiliamo da dettagli sottili: la lunga descrizione delle operazioni per indossare l’uniforme scolastica, per esempio, o i movimenti ritratti in relazione alla scrittura o al pasto. Stop. La complessità, di fatto, non è detta ma trova comunque voce e proprio questo permette al libro di riecheggiare molto più forte.

Non solo. Sempre senza sottolineare la cosa, l’autrice costruisce un mondo in cui sì, Pesciolino è molto più diverso dagli altri, ma in cui in realtà ciascuno ha una sua specifica identità. Pesciolino non vive cioè da pesce in un mondo di bambini ma da pesce in un mondo di creature terrestri variegate: uccelli, lucertole, bambini e gatti, solo per dirne alcuni. E questo fa una grande differenza perché di fatto ci dice che la diversità ha tante forme e che ciascuno può a suo modo sperimentarlo. Analogamente, appare di grande effetto la scena in cui gli amici Lucertola e Bambino vanno a trovare il protagonista. Sono loro, in questo caso, a dover indossare il casco per potersi tuffare dentro la camera di Pesciolino. Qui pesciolino non ne ha bisogno perché è per l’appunto l’ambiente a renderci più o meno abili. Il testo ci dice: “Giochiamo nella mia stanza – risponde Pesciolino e gli fa segno di entrare. Lucertola e Bambino indossano il casco e splash, si tuffano in acqua”. Nessuna sottolineatura, nessun dilungamento inutile sulla faccenda. Ma con quanta forza arriva il messaggio?

Potente e delicatissimo insieme, Un pesce fuor d’acqua racconta un mondo fantastico che somiglia però molto al nostro. Lo fa attraverso un immaginario sognante e un segno stratificato e attento che vorremo ritrovare ancora e ancora perché capace di accompagnarci in appassionanti viaggi dentro e fuori di noi.

Diversi?

Diversi? è un piccolo albo illustrato in simboli che di ragazzi parla e che ai ragazzi si rivolge. Si tratta dunque di una proposta abbastanza insolita e apprezzabile se si considera la desolante carenza di risorse editoriali in Comunicazione Aumentativa e Alternativa che prendano in considerazione un pubblico di lettori un po’ più grandi rispetto al consueto target della scuola primaria: lettori esigenti che possono necessitare di un supporto visivo al testo ma che non per questo devono automaticamente ritenere interessanti dei contenuti adatti a dei bambini. È bene infatti ricordare che la presenza di una disabilità può rendere necessari degli accorgimenti compositivi, relativi per esempio ai codici utilizzati e una taratura dei contenuti ma anche soltanto una sola delle due cose.

Il libro mette in dialogo le voci di due ragazzi dalle abitudini, dalle caratteristiche e dagli interessi diversi che a turno si descrivono mettendo man mano in evidenza come le differenze superficiali possano nascondere una grande affinità e vicinanza dal punto di vista dei sentimenti provati. A partire dai loro ritratti, rispettivamente di ragazzo neurotipico e di ragazzo neurodivergente, le autrici stimolano il lettore a interrogarsi rispetto a cosa significhi essere diversi. Il testo, diretto ma non privo di costruzioni articolate, viene accompagnato da sagome in bianco e nero che illustrano ciò che le parole dicono e al contempo sottolineano l’idea che la diversità possa spesso essere solo un’etichetta. Dalle silhouette, infatti, la disabilità risulta del tutto invisibile.

Dove abita la frutta

Un piacevole testo in rima, illustrazioni minimali e dai colori attraenti, un impianto compositivo iterato e rassicurante: Dove abita la frutta di Caterina Bolasco offre una lettura tattile di agevole esplorazione che stuzzica l’appetito del lettore con una serie di versi dedicati ai diversi frutti e alle relative piante.

Limoni, uva, ciliegie, castagne, fragole e pesche sono protagonisti di ampie pagine in cartoncino nero, su cui spiccano in maniera felicemente contrastata le illustrazioni colorate a collage materico. Accompagnate da brevissimi testi descrittivi in rima, che evidenziano uno o due tratti peculiari di ogni albero e di ogni frutto, queste si fanno particolarmente apprezzare per la scelta oculata ed efficacissima dei materiali con cui i soggetti sono rappresentati. L’idea di impiegare, per esempi, le solette in gel – rispettivamente nella parte totalmente liscia e in quella puntinata – per sagomare la fragola o le ciliegie è, per esempio, un piccolo colpo di genio.

Questa attenzione a offrire materiali significativi, unita a uno stile compositivo votato all’essenzialità (pochissimi elementi ben distinguibili per ogni albero e frutto), agevola il riconoscimento dei soggetti nonostante questi siano in buona parte aderenti a modelli di rappresentazione basati sulla vista (gli alberi, nella fattispecie, presentano puntualmente la forma tronco + chioma con una sagoma diversa). A sostenere il lettore nelle operazioni di decodifica concorre inoltre la struttura fissa della doppia pagina che vede sempre il testo in nero e in Braille collocato nella parte bassa, la rappresentazione dell’albero sulla sinistra e la rappresentazione del frutto sulla destra.

Completa il volume un’ultima doppia pagina che raccoglie alcune ricette, anch’esse scritte sia in nero sia in Braille, che vedono protagonisti i frutti descritti e che costituiscono un rinnovato invito a costruire collegamenti funzionali tra il mondo reale e quello dei libri.

Piccolo Blu e Piccolo Giallo

Il giorno in cui viene pubblicato un libro accessibile di qualità è un buon giorno per l’inclusione. Il giorno in cui viene pubblicata una versione accessibile di qualità di un libro per l’infanzia straordinario come Piccolo blu e piccolo giallo, però, è a dir poco meraviglioso. Se, come crediamo, il potenziale inclusivo di un libro accessibile risiede prima di tutto nella sua capacità di aprire alla condivisione degli immaginari, la possibilità di godere di un pilatro della cultura infantile anche in una versione in simboli è quantomai preziosa. Massima, dunque, è la gioia per l’iniziativa di Officina Babùk che ha da poco dato alle stampe il capolavoro di Lionni: un libro che peraltro si presta estremamente bene a questo tipo di resa perché caratterizzato da un’essenzialità di fondo, da testi diretti e da figure minimali ed espressive.

La storia è arcinota: due piccoli amici, rappresentati come due macchie di diverso colore, amano giocare insieme e, in seguito a un gioioso abbraccio, si fondono in un colore terzo che ne impedisce inizialmente il riconoscimento da parte dei genitori ma che diventa sul finale segno tangibile di un sentimento affettuoso. Ben distante dall’essere un semplice libro sui colori, Piccolo blu e Piccolo giallo è diventato un classico per la sua narrazione meravigliosamente semplice e insieme raffinata e per la capacità di arrivare dritto ai bambini, parlando intensamente di emozioni senza avvertire però il bisogno di costruire una storia a tema. Pensare dunque che un simile patrimonio possa ora essere condiviso anche da bambini con difficoltà comunicative o cognitive o fruito in maniera alternativa da bambini senza specifiche difficoltà in procinto di imparare a leggere (per i quali non è trascurabile la scelta di stampare il testo in maiuscolo) è cosa assai importante.

La versione di Piccolo Blu e Piccolo giallo di Officina Babùk, la cui simbolizzazione è curata da Enza Crivelli e Sante Bandirali, presta attenzione a rispettare non solo il testo originale ma anche l’equilibrio grafico che coinvolge testo e immagini e che destina agli spazi bianchi un ruolo non trascurabile. I simboli WLS, di dimensione contenuta ma fruibile, sono sempre posti sotto le parole nella parte bassa della pagina, proprio come nella versione tradizionale dell’albo. Il loro uso è funzionale a creare un supporto visivo al testo: ecco dunque che vengono impiegati qualificatori temporali, che articoli e (la maggior parte delle) preposizioni non vengono, per esempio, associati a un simbolo (ma vengono uniti al sostantivo di riferimento) e che talvolta unità di senso corrispondano a un unico simbolo. Ciò che colpisce e che dà anche la misura, però, del talento di Lionni nel parlare ai bambini, è che i simboli impiegati e resi necessari dal suo testo sono estremamente trasparenti, ossia parlano quasi da sé. La schiettezza e la chiarezza essenziale, cifre inconfondibili di Piccolo Blu e Piccolo giallo hanno, di fatto, un valore intrinseco anche in termini di accessibilità.

I guai di mini cowboy

Un cowboy si giudica dal suo coraggio, non dalla sua statura.  Eppure, per chi è alto poco più di un soldo di cacio, la vita del west sembra particolarmente dura. Un’impresa montare a cavallo, impossibile ordinare da bere, ridicole taglie sulla testa proporzionate all’altezza. Mini cowboy lo sa bene e per far fronte agli inconvenienti dovuti ai suoi centimetri ridotti, prova ogni sorta di ingegnosa soluzione. Sarà però l’incontro con altri due cowboy (anzi, un cowboy e una cowgirl) che condividono i suoi stessi crucci a permettergli di trovare la soluzione. Perché è proprio vero che non è importante essere alti ma essere all’altezza!

Scritto e illustrato dall’inglese Daniel Frost, I guai di mini cowboy fa deliziosamente leva sull’immaginario western dando vita a una storia insieme buffa e serrata. L’autore privilegia illustrazioni asciutte e dai colori accesi, in cui spiccano i giochi di altezze e prospettive su cui si basa l’intero libro. Le ampie pagine del volume danno loro ampio spazio e restituiscono pieno valore alla tensione grande-piccolo che anima il racconto. Quest’ultimo procede spedito e secco attraverso frasi perlopiù brevi e distribuite con grande parsimonia, così da lasciare il maggior spazio possibile alle figure.

Già in catalogo per Babalibri, I guai di mini cowboy trova ora una nuova veste (che non sostituisce ma si affianca alla precedente) in cui il testo viene supportato visivamente dai simboli a beneficio dei lettori che faticano, per ragioni diverse, a padroneggiare la lettura alfabetica: bambini con disabilità comunicative e intellettive, per esempio, ma anche bambini stranieri e, più genericamente, bambini in età prescolare. Il libro, pubblicato da Officinia Babùk, è in tutto e per tutto identico alla versione tradizionale, fatto salvo per l’aggiunta dei simboli WLS. Anche il testo, in questo caso, non subisce la benché minima modifica e l’ampio formato delle pagine ne facilita un inserimento che mantiene inalterato l’equilibrio con le illustrazioni. Proprio la grandezza delle pagine, inoltre, consente di fare un propizio uso del volume anche in contesti di lettura collettiva.

I simboli, dal canto loro, sono impiegati secondo una logica di economia ed efficacia: un unico simbolo, per esempio,  affianca non singole parole ma porzioni di testo che compongono unità di senso così come più simboli vengono talvolta posti all’interno dello stesso riquadro per rendere più immediata la comprensione del significato (es: altri cowboy = simbolo di “altri” e simbolo di “cowboy” o trovarli = simbolo per “trovare” e simbolo per “loro”). L’idea è quella, infatti, non di impiegare in maniera rigida il codice simbolico ma di sfruttarne le potenzialità per facilitare la comprensione e/o il passaggio alla lettura autonoma, garantendo a tutti i lettori la possibilità di godere dell’incontro con il libro come di un’esperienza piacevole e non legata a una logica di performance.

Gugo impara a usare il vasino

Già protagonista di due albi illustrati tradotti in simboli – uno secondo il modello inbook e l’altro da Fondazione Paideia – il personaggio di Anna, bambina in età prescolare alle prese con le sfide di un’età ricca di scoperte, torna protagonista di due storie inclusive targate Clavis.

Anna impara a usare il vasino e Anna si lava i denti sono infatti resi disponibili dall’editore in una nuova versione (che non sostituisce ma si affianca a quella tradizionale) in cui il testo è supportato dei simboli della Comunicazione Aumentativa e Alternativa. Entrambi si rifanno nuovamente al modello inbook privilegiando il rispetto del testo, che non subisce dunque variazioni rispetto all’originale, l’uso di simboli WLS, la simbolizzazione dei singoli elementi lessicali e l’unione di parola e simbolo all’interno del riquadro. Ne risultano pagine piuttosto piene dal punto di vista grafico, benché i riquadri riescano a mantenere una dimensione sufficientemente ampia e la separazione netta e regolare tra pagina del testo e pagina dell’illustrazione faciliti l’orientamento del lettore.

Entrambe le storie in questione presentano una natura ibrida che di fatto veste da albo illustrato una sorta di storia sociale. Anna impara a usare il vasino, per esempio, scandisce con precisione i diversi passaggi che il bambino deve seguire per poter usare efficacemente il vasino, dall’abbassamento di pantaloni e mutandine all’accurato lavaggio delle mani. A fine di rendere la cronaca più briosa giocano un ruolo primario le illustrazioni colorate e amichevoli di Kathleen Amant – l’autrice a cui si deve per l’appunto la fortunata serie di Anna – e la presenza di un personaggio collaterale come il pupazzo Gugo. Sempre al fianco della protagonista, questo non solo la accompagna in ogni sua impresa quotidiana ma è anche l’interlocutore a cui la protagonista si rivolge: cosa che rende le spiegazioni al centro del volume meno piatte e impersonali.  Questo aspetto risulta particolarmente evidente in questo volume a partire dal titolo che, dal canto suo, non fa riferimento alla bambina (come gli altri volumi della serie), bensì a Gugo stesso.

Anna si lava i denti

Già protagonista di due albi illustrati tradotti in simboli – uno secondo il modello inbook e l’altro da Fondazione Paideia – il personaggio di Anna, bambina in età prescolare alle prese con le sfide di un’età ricca di scoperte, torna protagonista di due storie inclusive targate Clavis.

Anna impara a usare il vasino e Anna si lava i denti sono infatti resi disponibili dall’editore in una nuova versione (che non sostituisce ma si affianca a quella tradizionale) in cui il testo è supportato dei simboli della Comunicazione Aumentativa e Alternativa. Entrambi si rifanno nuovamente al modello inbook privilegiando il rispetto del testo, che non subisce dunque variazioni rispetto all’originale, l’uso di simboli WLS, la simbolizzazione dei singoli elementi lessicali e l’unione di parola e simbolo all’interno del riquadro. Ne risultano pagine piuttosto piene dal punto di vista grafico, benché i riquadri riescano a mantenere una dimensione sufficientemente ampia e la separazione netta e regolare tra pagina del testo e pagina dell’illustrazione faciliti l’orientamento del lettore.

Entrambe le storie in questione presentano una natura ibrida che di fatto veste da albo illustrato una sorta di storia sociale. Anna si lava i denti, per esempio, scandisce con precisione i diversi passaggi che il bambino deve seguire per una corretta igiene orale prima della nanna. Al fine di rendere il racconto, che di fatto è piuttosto descrittivo, più brioso, giocano un ruolo primario le illustrazioni colorate e amichevoli di Kathleen Amant – l’autrice a cui si deve per l’appunto la fortunata serie di Anna – e la presenza del personaggio collaterale del pupazzo Gugo. Sempre al fianco della protagonista, questo non solo la accompagna in ogni sua impresa quotidiana ma è anche l’interlocutore a cui la spesso protagonista si rivolge come se fosse lui il destinatario delle indicazioni fornite. Una scelta, questa, che  concorre a rendere il racconto meno piatto e impersonale.

La cosa più preziosa

Quando pensiamo al ruolo che libri e narrazioni possono giocare in favore del radicamento di una nuova cultura dell’inclusione, non possiamo assolutamente trascurare quei volumi che la disabilità la sfiorano senza affrontarla di petto. Come e più dei libri che mettono di diversità al centro del racconto, infatti, queste proposte offrono al lettore la possibilità di incontrare, conoscere e riconoscere la varietà che popola il mondo in maniera autentica e incisiva. Proprio in quei racconti che sembrano stare a margine, cioè, il valore della differenza tende spesso a emergere con maggiore forza e con minore forzatura.

Il libro di Victor D.O. Santos e Anna Forlati è proprio uno di questi. Qui la protagonista è una cosa preziosa – quella più preziosa addirittura, stando al titolo dell’edizione italiana (la cosa che ci rende umani, per affidarci in maniera più letterale al titolo dell’edizione originale) – qualcosa che risale a moltissimo tempo fa, che si può trovare dappertutto, che si impara pian piano e che permea le nostre giornate, che è mutevole e multiforme e che può fare cose davvero straordinarie. Protagonista del libro è – svelando l’arcano – la lingua, o meglio l’insieme delle lingue che animano il mondo. Il libro ne rivela l’identità solo nell’ultima pagina costruendo nelle pagine precedenti un ritratto per immagini e parole evocative che ne fanno emergere tutta la forza. Il libro si pone dunque come un omaggio a qualcosa che è molto presente nella nostra storia e nella nostra vita, senza che spesso ce ne accorgiamo o che gli attribuiamo la dovuta importanza. Gli autori ne costruiscono l’identikit in maniera efficace, attraverso riferimenti sempre più evidenti e attraverso piccoli indizi visivi che aiutano a trovare la soluzione prima che questa venga esplicitata.

Ma come si colloca la disabilità in questa cornice? In una maniera molto rispettosa e significativa. Dal libro emerge infatti che si può comunicare in tanti modi diversi e ciascuno di essi è messo esattamente sullo stesso piano. Parole, segni, punti, icone trovano posto, cioè, con pari dignità e questo non è poca cosa se si considera il fatto, per esempio, che solo nel 2021 la LIS è stata riconosciuta come lingua a tutti gli effetti nel nostro paese. Mettere per iscritto e raccontare con le immagini che la lingua ha tante forme, che si può vedere, sentire o percepire, significa a tutti gli effetti fare e promuovere l’inclusione. E significa farlo con un mezzo potente. Rappresentare inoltre sulla pagina persone che segnano o che si orientano con un bastone bianco significa contribuire a rendere la disabilità reale, presente. Anna Forlati, già apprezzata per le illustrazioni di Se un bambino, è molto brava in questo: la varietà del mondo passa con delicatezza attraverso le sue matite che suggeriscono senza urlare e arricchiscono ogni tavola di citazioni, rimandi e guizzi inventivi forieri di spunti e significati da scovare.

Un mammut nel frigorifero

Michaël Escoffier e Matthieu Maudet sono una specie di marchio di garanzia. Difficile trovare un libro firmato da questa coppia scoppiettante di autori che non susciti sonore risate o non stupisca il lettore con un colpo di scena finale. La forza dei loro albi sta nell’ironia costante sottesa al racconto, nei puntuali rovesciamenti di prospettiva, nelle costruzioni narrative ad accumulo e nella capacità di immaginare situazioni ogni volta surreali e sinceramente spassose. Tutti questi aspetti, poi, vengono messi in valore dalla sinergia rara con cui procedono parole e figure: due codici che dialogano senza posa, ora dandosi manforte, ora facendosi sberleffi.

Un mammut nel frigorifero, uno dei titoli a cui i due autori francesi hanno dato vita, non fa eccezione. Divertente, surreale e sorprendente, il libro racconta di quella volta in cui la famiglia protagonista si ritrova nel frigorifero un preistorico pachiderma. Come l’animale sia finito lì dentro, non è inizialmente dato saperlo. Quel che si sa è che il mammut, da lì, deve sparire: serve dunque l’intervento dei pompieri. Tutto è pronto per la cattura ma la preda è scaltra e riesce a fuggire su un albero nelle vicinanze. Tocca farla scendere ma il mammut è tenace, non molla e anzi si sistema tra le fronde per schiacciare un pisolino. E così, uno alla volta, pompieri e famigliari desistono e ritornano ai propri affari. Scesa la notte, però, qualcosa succede. Qualcuno, in particolare, si attiva nuovamente per far scendere il mammut. Il motivo non lo sveleremo: basti sapere che, come d’abitudine, l’insospettabile aspetta dietro l’angolo il lettore!

In catalogo per Babalibri nella sua versione tradizionale, Un mammut in frigorifero è ora reso disponibile in versione in simboli da Officina Babùk. Questa appare contraddistinta, come gli altri volumi dell’editore, da testo in maiuscolo supportato visivamente da simboli WLS, simbolizzazione per unità di senso, testo esterno ai riquadri (sottili) e riquadri dalle forme diverse per segnalare la fine di una frase e l’apertura o la chiusura di un discorso diretto. Nel caso di Un mammut nel frigorifero quest’ultima accortezza è particolarmente significativa poiché il volume procede praticamente per intero attraverso i dialoghi. Non esplicitamente attribuiti, questi possono complicare un poco la comprensione da parte di bambini che presentano maggiori difficoltà a compiere inferenze. Per contro, il testo sembra nato per supportare la simbolizzazione dal momento che si compone di frasi brevi e brevissime, perlopiù dalla struttura lineare. Comparata alla versione originale, quella in simboli mostra di conseguenza un numero davvero irrisorio di modifiche, perché il testo appare naturalmente chiaro e fruibile.

Il libro risulta, dal canto suo, estremamente rispettoso dell’originale, in linea con la filosofia che anima il progetto di Officina Babùk, che intende offrire al maggior numero di bambini la massima qualità editoriale. In questo senso può essere significativo notare non solo come le illustrazioni mantengano intatto il loro valore, nonostante il maggiore ingombro della parte testuale dovuto alla presenza dei simboli, ma anche come la disposizione di testo e figure risulti immutata e come l’armonia compositiva generale benefici di accorgimenti piccoli ma significativi quale per esempio l’assenza di riempimento dei riquadri e l’adattamento del colore di simboli e cornici in base alla tonalità dello sfondo.

La scatola

La scatola di Isabella Paglia e Paolo Proietti è un albo illustrato che celebra il potere dell’amicizia come dono affettuoso e disinteressato. Protagonisti sono alcuni animali del bosco che un giorno trovano tra gli alberi una scatola dalla provenienza e dal contenuto ignoti. La scatola sembrerebbe senza dubbio abitata da qualcuno che però, nonostante gli inviti e le premure degli animali, non manifesta alcuna intenzione di uscire. Ma gli animali non demordono e, oltre a escogitare soluzioni variegate per rassicurare l’inquilino e convincerlo a fare capolino, fanno soprattutto una cosa importante: aspettano. Ché l’attesa è una forma di rispetto tanto difficile quanto preziosa e abbracciare senza sindacare le esigenze dell’altro è un modo quanto mai amorevole di manifestare la propria benevolenza. Grazie per avermi aspettato è, non a caso, la prima cosa che l’animale misterioso ci tiene a dire non appena trova il coraggio di aprire il coperchio e godersi l’abbraccio dei nuovi amici.

Delicato nei testi, nel messaggio trasmesso e nelle illustrazioni, che colpiscono per la grazia tenue con cui dipingono non tanto i protagonisti quanto i loro atteggiamenti premurosi, La scatola è in catalogo dal 2023 per La Margherita Edizioni. Lo stesso editore ne propone ora una versione in simboli che segue in particolare il modello inbook. Il testo viene perciò qui simbolizzato integralmente e riquadrato insieme ai simboli: due aspetti, questi, che rendono l’adattamento molto fedele all’originale dal punto di vista del racconto a scapito dell’adesione all’originale in termini visivi. I numerosi riquadri bianchi occupano infatti molto posto sulla pagina, pur essendo di dimensioni contenute, e spiccano in maniera evidente là dove lo sfondo non sia dello stesso colore. Le competenze di lettura che questo tipo di testo in simboli richiede sono, dal canto loro, piuttosto raffinate, perché i simboli da padroneggiare sono molti, completi di qualificatori di genere, numero e tempo e spesso non immediati.

I vestiti nuovi dell’imperatore

Quella de I pesci parlanti di Uovonero è una collana che mostra bene come si possano sposare solidità e disponibilità al cambiamento. Attiva da oltre 13 anni (il primo titolo, Cappuccetto rosso, è datato 2010), la collana si è nel tempo arricchita di nuovi titoli (10, ad oggi), si è sdoppiata offrendo due tipi di formato differenti (ai Pesci si sono aggiunti i più snelli Pesciolini) e soprattutto si è fatta più consapevole e matura nelle scelte compositive, espresse attraverso illustrazioni variegate e via via più ricercate, una stampa di qualità crescente e migliorie dal punto di vista dell’armonia grafica.

In questo senso, se gli ultimi titoli pubblicati come La principessa sul pisello o I vestiti nuovi dell’imperatore, presentano lo stesso impianto dei primi – testo in maiuscolo, simbolizzazione per unità di senso, pochi e grandi simboli nella pagina di sinistra e illustrazioni in quella di destra – vantano anche alcune accortezze –riquadri dei simboli meno marcati, equilibrio tra dimensione del simbolo e dimensione del testo, figure accattivanti – che li rendono più simili, nell’effetto finale, agli albi illustrati tradizionali. Ne I vestiti nuovi dell’imperatore, poi, anche il formato risulta più maneggevole e leggero. Il volume presenta, infatti, pagine meno spesse pur continuando a garantire una più agevole sfogliatura grazie alla sagomatura Sfogliafacile brevettata dall’editore.

Sempre curato nell’adattamento testuale da Enza Crivelli, I vestiti nuovi dell’imperatore propone le illustrazioni di Nadia Corfini, formatasi al Master Ars in Fabula di Macerata, contesto all’interno del quale il progetto editoriale messo a punto con Uovonero è nato. Le sue figure dagli irresistibili colori vivaci giocano con leggerezza sul contrasto tra il tempo lontano della fiaba e la modernità. Introducendo nelle tavole elementi contemporanei come lavatrici, computer, transenne e smartphone, l’illustratrice strizza l’occhio al lettore di oggi e regala alle immagini un quid inatteso e sorprendente. Ne nasce in questo modo un racconto per immagini che non procede esattamente in parallelo a quello fatto di parole e simboli. All’essenzialità e all’asciuttezza di quest’ultimo fanno, infatti, da contraltare illustrazioni particolareggiate e stranianti. Al lettore si offrono così diverse chiavi di accesso alla narrazione che questi può modulare secondo i suoi gusti, le sue predisposizioni e le sue abilità.

La matita

La matita di Hyeeun Kim è un libro senza parole in cui immaginazione e riflessione vanno a braccetto. Il libro si apre infatti con una matita che viene temperata e i cui trucioli fanno crescere una rigogliosa foresta: uno spazio accogliente e affascinante in cui la biodiversità può trovare casa. Specie diverse di animali e piante convivono in uno spirito di armonia ben espresso dal delicato concerto cromatico messo a punto dall’autrice.

Pochi colori e pochi tratti danno forma, infatti, a un bosco ricco e quasi ipnotico, su cui posare e far vagabondare piacevolmente lo sguardo. Quando però le chiome si scuotono e i volatili iniziano a fuggire si intuisce che qualcosa sta accadendo. In rapida successione i tronchi cadono, i camion sgasano, le fabbriche triturano. Ed ecco che gli spessi tronchi diventano oggetti al servizio dell’uomo: matite, per esempio, con cui una bambina paziente ridisegna un futuro possibile.

Grazie a una struttura circolare e a un sottile gioco di richiami interni, questo volume pubblicato da Terre di Mezzo fa di un oggetto semplice come una matita colorata il fulcro intorno al quale può ruotare una storia evocativa in cui fantasia e realtà si rincorrono senza posa. Il tratto essenziale di Hyeeun Kim è capace di dar vita a una straordinaria ricchezza visiva in cui perdersi e da cui lasciarsi ispirare. È un tratto un po’ magico, il suo, che inventa connessioni tra piani del reale differenti e che fa dell’assenza di parole la chiave per interrogare, pungolare e deliziare il lettore.

La sedia blu

Insieme a Mangerei volentieri un bambino, La sedia blu è il titolo con cui Officina Babùk ha inaugurato la sua produzione editoriale. Si tratta di un titolo già noto a molti lettori, perché in catalogo dal 2011 per Babalibri, e che in questa versione viene proposto in simboli. Nata dalla collaborazione tra Uovonero e Babalibri, Officina Babùk è infatti una neonata casa editrice specializzata nella pubblicazione di albi illustrati in cui il testo è supportato visivamente dai simboli della Comunicazione Aumentativa e Alternativa. Il suo catalogo, che per ora attinge principalmente al vasto, ricco e curato ventaglio di titoli di Babalibri di cui offre una versione accessibile, raccoglie di fatto il testimone dello splendido progetto “I libri di Camilla” di Uovonero che dal 2016 al 2022 (ma i cui titoli sono tuttora disponibili) ha consentito la pubblicazione di una versione simbolizzata di una decina di albi molto apprezzati di diverse case editrici tra cui Topipittori, Giralangolo, Kalandraka e Sinnos. In linea con la filosofia de I libri di Camilla, Officina Babùk promuove con i suoi libri l’idea che la lettura possa costituire un potente strumento di inclusione e che le storie più amate e diffuse tra i bambini necessitino di molteplici versioni capaci di consentire una reale condivisione di immaginari anche da parte di coloro che leggono e comunicano in maniere non convenzionali.

La sedia blu, curato nei testi come nelle figure da Claude Boujon, è dal canto suo un albo illustrato molto ironico, a tratti surreale ed estremamente aderente all’approccio dei bambini alle cose del mondo. I due protagonisti – due cani di nome Bruscolo e Botolo – trovano un’insolita sedia blu in mezzo al deserto in cui vivono e subito ne fanno il fulcro di un appassionante gioco simbolico. In un crescendo immaginativo, quella semplice sedia diventa, infatti, un rifugio, una barca, un bancone e un versatile strumento circense. Fino a quando i due non vengono redarguiti da un severissimo camelide che tutto può approvare fuorché un uso così divertente e divergente di una sedia. Ai due non resta che andarsene – ché chi ha fantasia, in fondo, un oggetto consono al gioco lo trova facilmente – non prima però di aver lanciato una spassosa e irriverente stoccata al gobbuto bacchettone.

La sedia blu è contraddistinto dall’impiego di simboli WLS riquadrati, dal testo in maiuscolo esterno ai riquadri e da una simbolizzazione votata a un principio di economia funzionale. In base a quest’ultimo, i singoli elementi testuali non vengono sempre simbolizzati individualmente ma vengono talvolta riuniti in unità di senso (es: una macchia blu, articolo + sostantivo …). Il volume presenta pagine piuttosto ariose in cui i simboli tendono a occupare gli spazi bianchi delle figure così da non compromettere l’apprezzamento di queste ultime.  Ogni pagina offre un paio di frasi al massimo, distribuite in maniera tale da seguire l’andamento della frase (a capo dopo la punteggiatura, unità di senso mai divise tra due righe diverse…). I riquadri, come accade per tutti i volumi di Officina Babùk – non si limitano a delimitare i simboli ma assumono una vera e propria funzione comunicativa, cambiando forma in presenza dell’inizio e della fine di un discorso diretto (bordo a punta) e della fine di una qualunque frase (bordo stondato).

Il risultato finale è un volume in cui la presenza dei simboli non mina affatto la leggibilità e la piacevolezza della pagina e in cui un vero e proprio inno al gioco simbolico trova curiosamente espressione attraverso un codice fatto proprio di simboli.

Papà-isola

Émile Jadoul è tra gli artisti che più e meglio hanno raccontato il meraviglioso e delicato rapporto tra padri e figli attraverso il linguaggio dell’albo illustrato. Papà-isola è uno dei libri attraverso i quali l’autore francese ha dato voce a questo tema con la delicatezza del tratto che lo contraddistingue. È un albo tenero e vero, questo che vede protagonista l’orso Gigi che sta per avere un cucciolo. Un albo che non ha paura di dire le fragilità dei grandi e in cui i timori di chi sta per affrontare una grande avventura come la paternità si dissolvono di fronte all’idea che l’amore porta a galla il meglio di noi. E poco importa, allora, se Gigi non ama il calcio, non sa nuotare e non ha molta dimestichezza con gli attrezzi. A renderlo speciale per il suo piccolo sarà ciò che lo rende l’orso che è: l’essere protettivo come un papà-capanna, avventuroso come un papà-cavallo, curioso come un papà-aeroplano. O, per l’appunto, accogliente come un papà-isola.

In catalogo per Babalibri nella sua versione tradizionale, questo classico di Émile Jadoul diventa oggi più accessibile grazie alla versione in simboli pubblicata da Officina Babùk. Quest’ultima mantiene intatta tutta la poesia del racconto e la felicità delle illustrazioni ma rende più fruibile il testo grazie al supporto visivo dei simboli WLS (Widgit Literacy Symbols) e grazie a minime modifiche orientate alla linearità della sintassi e all’attribuzione esplicita dei discorsi diretti. Si tratta per l’appunto di modifiche minime perché l’originale di Jadoul presenta già, di per sé, caratteristiche di essenzialità, chiarezza e ricorsività testuale che risultano estremamente funzionali a una resa in simboli. La brevità e il numero ristretto delle frasi che compongono Papà-isola fanno sì, inoltre, che, anche accompagnato dai simboli, il testo non occupi troppo spazio e lasci ampio respiro alle poetiche illustrazioni che rendono il volume così riconoscibile.

I simboli, dal canto loro, sono impiegati in maniera puntuale (praticamente solo gli articoli e le preposizioni vengono uniti al sostantivo di riferimento) e si adattano felicemente alle invenzioni linguistiche proprio del volume. Così, per esempio, l’espressione papà-isola corrisponde a un unico riquadro che contiene il simbolo del papà e quello dell’isola. Vale la pena sottolineare, infine, l’uso caratteristico dei riquadri fatto dall’editore per evidenziare l’inizio e la fine dei discorsi diretti e degli altri tipi di frasi (oltre che, chiaramente, per racchiudere i simboli) e la scelta di sostituire il carattere minuscolo dell’originale con il maiuscolo. Il volume adattato assume così un aspetto più amichevole anche per quei bambini che – con o senza il supporto dei simboli – si cimentino con le prime letture autonome.

Mangerei volentieri un bambino

Il 2023 è un anno importante per i libri in simboli. È, infatti, l’anno in cui nasce Officina Babùk: una casa editrice nuova ma con una salda esperienza alle spalle, che unisce le forze e le competenze di due realtà editoriali dall’identità forte come Uovonero e Babalibri e che raccoglie il testimone di un progetto come I libri di Camilla il cui ruolo nella costruzione di una nuova idea di libro accessibile è stato fondamentale .

Dal 2016 al 2022, infatti, il progetto de I libri di Camilla a cura di Uovonero ha portato alla pubblicazione di una versione di simboli, in tutto e per tutto identica all’originale se non per minimi aggiustamenti testuali e per l’aggiunta dei simboli WLS, di nove albi illustrati di altrettante case editrici indipendenti: da Che rabbia! (Babalibri) a Lindo porcello (Bohem press), da Ninna nanna per una pecorella (Topipittori) a Il piccolo coniglio bianco (Kalandraka). Ma perché questo progetto è stato così importante? Perché ha segnato un punto di svolta, evidenziando la necessità di offrire anche ai bambini con disabilità non solo dei libri progettati ad hoc ma anche degli adattamenti di quei libri che dai compagni sono particolarmente letti e amati. Perché è proprio su questi ultimi che è possibile costruire degli immaginari condivisi, terreno fertilissimo per coltivare possibilità di incontro, dialogo, gioco, relazione.

Con la pubblicazione di Lei ci sarà sempre, il progetto de I libri di Camilla si è chiuso ma ha lasciato un’eredità importante. L’idea forte con cui era nato ha trovato, infatti, nuova linfa proprio in Officina Babùk: una casa editrice specializzata in libri in simboli che metterà a frutto l’esperienza di Uovonero in materia di lettura accessibile di qualità e che attingerà in primis al catalogo di albi illustrati di Babalibri. Albi curati, divertenti, amati e conosciuti, dunque. Albi che sono una garanzia per chi desidera proporre letture su misura per i bambini. La forza sta proprio in questo: nel fatto che le due case editrici che hanno dato vita al progetto condividono un’idea di diritto alla lettura come di diritto a un’esperienza piena, ricca, appagante e che ciascuna di esse ha messo a disposizione, a questo fine, la propria esperienza specifica. Perché, di fatto, è così che nascono i libri accessibili meglio riusciti: dalla compenetrazione di professionalità e competenze diverse, messe al servizio di una comune idea. L’avventura di Officina Babùk è iniziata nel mese di settembre con la pubblicazione dei primi due titoli: Mangerei volentieri un bambino e La sedia blu.

Mangerei volentieri un bambino è, per l’appunto, un titolo di grande successo firmato da Sylvaine Donnio e Dorothée de Monfreid e pubblicato nella sua versione standard da Babalibri. Qui si racconta del cocciuto coccodrillino Achille, determinato più che mai a mangiare un bambino. A nulla valgono i tentativi di mamma e papà coccodrillo, che provano a dissuaderlo dal progetto offrendogli ogni sorta di delizia: le banane di cui il piccolo è ghiotto, una salsiccia grande come un camion e persino la torta al cioccolato a cui non è proprio difficile resistire. Niente funziona. Fino a che Achille, una bambina, la incontra davvero e l’incontro non va esattamente come il cucciolo aveva previsto. Allora sì che le banane tornano utili, anche se non certo a raggiungere lo scopo di mamma e papà coccodrillo…

Divertentissimo, contraddistinto da una piacevole e funzionale struttura iterata e animato da illustrazioni buffe che fanno a meno di inutili fronzoli, Mangerei volentieri un bambino si presta a favorire momenti di lettura condivisa molto spassosi. Quelle stesse caratteristiche, d’altra parte, lo rendono anche particolarmente adatto a una resa in simboli perché la ripetizione, sia narrativa sia testuale, favorisce l’attenzione e la comprensione e perché l’ampio spazio bianco lasciato dalle figure lascia ampio margine di manovra per l’inserimento dei pittogrammi. Le doppie pagine adattate risultano così molto ariose, piacevoli alla vista e rispettose dell’originale, nonostante la consistenza presenza di simboli.

Il testo, dal canto suo, appare molto simile alla versione solo alfabetica, fatto salvo per  minimi aggiustamenti legati per esempio all’inversione delle componenti testuali (soggetto e verbo, sostantivo e aggettivo…) e all’esplicitazione o all’anticipazione del soggetto parlante, laddove non presente o laddove collocato alla fine del discorso diretto. Si tratta, cioè, di accomodamenti che vanno a incidere in maniera irrisoria sulla musicalità e sulla resa testuale ma che possono fare la differenza nella comprensione del racconto da parte di chi necessiti di una narrazione più lineare. Per le stesse ragioni, la distribuzione del testo sulla pagina segue maggiormente la punteggiatura e l’andamento della frase. Così, per esempio, dopo ogni punto il testo va a capo e fa lo stesso rispettando il più possibile le unità di senso: aspetto questo, estremamente prezioso, per qualunque lettore alle prime armi.

Mangerei volentieri un bambino, così come gli altri titoli di Officina Babùk, si caratterizza infine per un uso particolare e per certi versi sperimentale dei simboli. Oltre alla scelta di optare per un carattere maiuscolo, più adatto a chi si cimenti con le prime letture autonome, il libro fa un uso flessibile dei riquadri, la cui forma diventa leggermente a punta, rispettivamente a sinistra e a destra, quando inizia o finisce un dialogo, così come diventa leggermente stondata a destra quando finisce una frase. Il riquadro non si limita, dunque, a contenere il pittogramma ma assume anche una funzione squisitamente comunicativa. La simbolizzazione predilige poi, in generale, un certo equilibrio tra completezza ed economia. Così per esempio, gli articoli non sono mai simbolizzati ma vengono uniti al sostantivo di riferimento ed elementi che compongono unità di senso (torta al cioccolato, il nostro caro Achille…) vengono spesso uniti in un unico simbolo.

Il risultato è un libro davvero ben progettato, in cui l’accessibilità non diventa fardello per la godibilità estetica e in cui, anzi, gli accorgimenti adottati in funzione di una più agevole fruizione da parte di chi sperimenti una difficoltà di lettura risultano in definitiva apprezzabili da qualunque lettore vi si approcci.

Il grande volo

Quello della violenza assistita e subita in ambito domestico è un tema spinoso e complesso. Un tema che, tuttavia, riflette una realtà esistenze e vissuta sulla propria pelle da un numero non trascurabile di bambini e bambine e che come tale necessita di parole e figure in cui questi possano riconoscersi. Questa possibilità è offerta, per esempio, da un libro come Il grande volo scritto da Fulvia degl’Innocenti e illustrato da Silvia Colombo. Qui si racconta di Nina, nella cui casa le cose volano. Vola di tutto: piatti, libri, cuscini. E soprattutto mani, che lasciano segni rossi sulla pelle e parole, che possono essere taglienti come lame. Nina assiste a tutto questo, con paura e con dolore. Nina vede, terme, agisce e subisce. E così anche Nina vola. Vola perché spinta e vola per salvarsi. Sopra tutto e sopra tutti. Fino a quando le parole rassicuranti e decise della mamma non annunciano un cambiamento salvifico. Ad accompagnare il racconto tutto incentrato sulla metafora del volo, entrano in gioco illustrazioni dai colori accesi in cui figure reali e riconoscibili si mescolano ad elementi di contorno più insaturi ed espressivi che valorizzano la dimensione simbolica della narrazione.

Il grande volo è un libro due volte coraggioso. Per il tema che tratta, poco o per nulla presente nei volumi destinati ai più piccoli. E per la scelta di ampliare il più possibile la fruibilità di una narrazione così delicata. Il libro scritto da Fulvia degl’Innocenti e illustrato da Silvia Colombo viene infatti proposto dall’editore Astragalo in una doppia versione: albo illustrato tradizionale e inbook. Quest’ultima presenta il testo in simboli WLS che ne agevolano la comprensione anche da parte di giovani lettori con difficoltà comunicative.

Data la lunghezza del testo di partenza e la scelta (propria del modello inbook seguito dal libro) di non modificarlo, i riquadri che contengono i simboli risultano giocoforza di dimensioni ridotte, richiedendo una certa dimestichezza con questo tipo di lettura. D’altro canto, la struttura sintattica raffinata e il racconto a forte carica metaforica presuppongono a loro volta un lettore modello non alle prime armi e capaci di muoversi con agio anche tra le sfumature e le capriole del testo. La grafica, infine, tende a ricalcare quella originale dando vita ad alcune pagine più pulite, lineari e leggibili ed altre un poco più ostiche per via del minore contrasto tra sfondo e testo o della sistemazione arcuata della sequenza di simboli. Come da modello inbook, questi ultimi traducono individualmente ogni elemento lessicale e prevedono qualificatori di numero e genere. Inoltre – peculiarità di questo volume – mentre la maggior parte dei simboli presenta la parte lessicale in minuscolo, come normalmente accade, alcune parole chiave sono proposte in maiuscolo. Sono al massimo tre-quattro per pagina e si tratta delle parole più significative di ogni pezzo di racconto. Un espediente che mira a ricalcare con fedeltà l’originale, focalizzando l’attenzione sugli elementi più pregnanti e guidando così l’attenzione del lettore.

Rachele, artista contorsionista

Di fronte a un libro tattile come Rachele, artista contorsionista si può rimanere un po’ spiazzati. Si percepisce, infatti, un certo contrasto, tra la veste curatissima e raffinata del volume e l’aspetto molto più ordinario del suo contenuto.

Proviamo a spiegare meglio: il libro si presenta con un ricercato formato quadrato e un’elegante copertina rigida ricoperta di stoffa nera su cui, in bianco, spiccano titolo e autore (sul fronte) e una breve descrizione (sul retro). Da entrambi i lati, le parole appaiono incise nel tessuto, risultando così suggestive anche al tatto. Sempre in bianco, compare sulla copertina la protagonista del libro – il serpente Rachele – il cui corpo delinea uno zigzag sul fronte e prosegue più sinuoso sul retro. Realizzata in cartoncino, risulta perfettamente percepibile e riconoscibile non solo con gli occhi ma anche con i polpastrelli.

La medesima pulizia grafica e attenzione ai contrasti così come alla leggibilità delle figure la ritroviamo nelle pagine interne. Quella di sinistra contiene sempre il testo in nero e in braille – mentre quella di destra propone sempre uno sfondo colorato e un’illustrazione in cartoncino bianco. Quest’ultima rappresenta sempre Rachele che di volta in volta, grazie al suo carattere flessuoso, assume una forma diversa. Il volume nasce, infatti, con l’intento di far scoprire e familiarizzare i bambini, soprattutto ma non solo non vedenti, con le forme geometriche. A tale scopo, le figure tattili appaiono essenziali e mirate e vengono accompagnate da semplici e brevissimi testi (due-tre righe al massimo) in rima. E proprio questi – tutto sommato un po’ piatti e scontati – creno uno scarto rispetto alla cornice ben più sofisticata in cui sono inseriti. Si pensi, per esempio, al connubio stelle-belle che chiude il volume. Da un libro così fine e così curato nella forma, frutto evidentemente di un grande investimento di tempo, pensiero ed energia, ci si aspetterebbe forse una limatura maggiore, una ricerca più sensibile, una scelta meno prevedibile.

Nonostante questo, il libro risulta apprezzabile, spendibile (anche all’interno di percorsi scolastici inclusivi), attraente e soprattutto efficace nel suo intento primario. Solo, qualche capriola in più, sulla scia della sua protagonista, lo avrebbe reso una piccola gemma.

Cappuccetto Rosso e il grande lupo cattivo

Tra le tante rivisitazioni di Cappuccetto Rosso proposte negli anni dal mercato editoriale ce n’è una per noi particolarmente interessante e curiosa. Si tratta di Cappuccetto Rosso e il grande lupo cattivo, scritto e illustrato dall’autrice cinese Han Xu e portato in Italia da La Margherita Edizioni.

Come nella fiaba originale anche qui ci sono un lupo, una nonna malata, ghiottonerie da consegnare, un percorso nel bosco e un tentativo di inganno. E una bambina con un cappuccio rosso, chiaramente. La vediamo in copertina intenta a muoversi tra gli alberi. Gli occhiali neri e il bastone che porta con sé balzano subito all’occhio, anticipando l’elemento di divergenza inserito dall’autrice che farà prendere alla narrazione una piega inaspettata.

La Cappuccetto Rosso di Han Xu, infatti, non vede. È un dato di fatto e come tale, senza tanti giri di parole,  la bambina lo dichiara a tutte le creature del bosco che incontra: nell’ordine, la lepre, il riccio, la puzzola. A ognuna di loro la bambina chiede aiuto per arrivare dalla nonna: la disabilità visiva non le impedisce, infatti, di muoversi autonomamente, ma i sentieri irregolari complicano non poco il suo avanzare. Per certi versi possiamo considerarli come delle barriere architettoniche naturali. Né la lepre, né il riccio, né la talpa hanno tempo, però, per aiutare Cappuccetto Rosso ma ciascuno di loro le consiglia di sfruttare un senso diverso – udito, tatto e olfatto – per procedere nel suo cammino e di stare attenta al lupo cattivo che ha udito fino, denti affilati e un odore pessimo. Ma oltre a questo, il lupo è anche molto furbo. Infatti, per provare a mangiarsi la piccola, le dice di essere un cane. A quel punto la disabilità visiva della protagonista innesca dinamiche narrative buffe e sorprendenti che portano a un finale sovversivo. Con buona pace del lupo e del suo appetito.

Sorridente e intrigante, tanto nella composizione della storia quanto nelle illustrazioni dallo stile particolare che ricorda la tecnica del frottage, Cappuccetto Rosso e il grande lupo cattivo ha un ulteriore merito: quello di rappresentare la disabilità senza trasformarla in un tema. Han Xu non si pone e non pone, infatti, al lettore, la questione di come ci si debba porre di fronte alla cecità o di cosa significhi non vedere. Semplicemente acquisisce questo aspetto come un tratto significativo del personaggio che si muove e agisce di conseguenza, con naturalezza. La diversità si fa in questo senso motore narrativo senza risentire di zavorre moraleggianti. Uno a zero per l’inclusione.

La fantastica corsa volante

Il bosco è in fermento per l’evento dell’anno: sta per iniziare la Fantastica Corsa Volante. Dieci squadre di pennuti sono pronte a sfidarsi, ciascuna a bordo di un mezzo capace in vario modo di solcare i cieli. C’è chi punta sulla classica mongolfiera, come l’affiatata coppia Struzzo&Pinguino, e chi investe su jet aerodinamici come i Super Falchi; chi si lancia su ingegnosi trabiccoli a pedali come il Flamingo Team e chi sfodera mezzi spaziali come la Bat Squadra. La gara si prospetta avvincente ma, inspiegabilmente, una dopo l’altra, tutte le squadre sono costrette al ritiro. Possibile che in una sola corsa capitino avarie di ogni tipo, dai palloni sgonfi alle eliche fuori uso, dalle fusoliere bucate agli scontri in volo? La faccenda si fa sospetta e in effetti in un rush finale tutto trambusto e colpi di scena, salta fuori un’insospettabile verità (mai e poi mai fidarsi dei polli!) e la gara finisce per trovare degli imprevedibili vincitori.

Ciò che rende davvero speciale e ben congegnato questo albo illustrato di Tjibbe Veldkamp &Sebastian Van Doninck è, da un lato, l’inventiva con cui sono costruiti i diversi mezzi volanti e il modo con cui ciascuno di essi esce di gara, e dall’altro il dialogo che si instaura tra testo e figure, costruito in maniera tale per cui le seconde sanno e dicono sempre molto di più rispetto al primo. Una caratteristica, questa, che appare apprezzabile per più di una ragione. In primo luogo perché mette in valore un tipo di lettura – quella visiva – che non ha nulla da invidiare a quella alfabetica e che anzi qui risulta fondamentale per capire che cosa succede nella storia. Questo significa che anche i bambini che magari faticano di più di fronte al testo scritto – qui peraltro stampato ad alta leggibilità e in misura breve con non più di un paragrafo per pagina – ma la cui capacità di esplorazione e interpretazione delle figure è minuziosa, possono qui trovare grande soddisfazione. Il volume risulta in questo senso ideale anche per invogliare e appagare anche i lettori meno forti e/o dislessici.

Ma non è tutto. Il particolare equilibrio che lega testo e illustrazioni genera dinamiche di lettura votate alla sorpresa e per questo molto accattivanti. Accade infatti che, con buona probabilità, il lettore arrivi alla fine della corsa senza aver davvero colto che cosa sta accadendo ai partecipanti. La pagina è infatti così ricca di figure e di dettagli che i tentativi di sabotaggio che vi hanno luogo riescono a camuffarsi molto bene. Solo tornando indietro – operazione che viene immediatamente da compiere di fronte alla notizia della squalifica di una squadra – ci si rende conto di quante cose siano accadute senza che ce ne accorgesse. Ogni pagina diventa a quel punto un terreno di sfida da esplorare a tappeto per cogliere con gusto particolari sempre nuovi e inattesi, trovando di volta in volta un senso e una ricchezza nuovi nel libro appena letto. Viceversa, chi fosse così attento da scorgere subito le industriose scorrettezze del Team Pollo può egualmente godere di una lettura in cui lo scarto tra parole e figure diverte e appassiona, chiedendo al lettore di mettersi alla prova con un occhio davvero scaltro.

Morbido e snella

Due personaggi diversissimi tra loro e un amore apparentemente impossibile: Morbido e Snella è una storia di opposti che si attraggono generando sorpresa e bellezza. I protagonisti sono un punto (Morbido) e una linea (Snella): tanto timido e silenzioso lui, quanto intraprendente e impertinente lei. L’incedere vanitoso della seconda, in particolare, attira le attenzioni del primo, in un crescendo di esibizioni che danno forma alle figure più diverse. L’ammirazione suscita in Morbido tentativi di imitazione, che lasciano però il tempo che trovano. Decisamente più divertente e fruttuoso è, invece, unire forze e specificità per creare insieme qualcosa di nuovo e di bello!

Costruito a leporello, con solide ed essenziali pagine in cartoncino, Morbido e Snella è un libro tattile illustrato che parla di diversità, sentimenti e relazione. Il testo in nero e Braille stampato non direttamente sulla pagina (bensì su un cartoncino poi apposto su quest’ultima), le rime facili e la storia convenzionale oltre che molto vicina, nello sviluppo, a quella offerta dal bellissimo Papu e Filo, lo rendono forse meno raffinato e sorprendente di altri libri editi dalla Federazione pro Ciechi. La sua forza sta, piuttosto, nell’essenzialità – della pagina e delle figure – che agevola notevolmente l’esplorazione tattile, rendendola appagante e accessibile. La costruzione narrativa, a cavallo tra reale e simbolico, può inoltre farsi prezioso spunto didattico per un piacevole e inatteso lavoro sulle forme geometriche e non.

Diversi a chi?

I bambini con disabilità sono prima di tutto bambini: non c’è niente di più vero. Accorgersene e ricordarsene non è, tuttavia, così scontato quando un limite importante – fisico, cognitivo e/o comunicativo – tende a prendersi la scena e a monopolizzare l’attenzione di chi sta dall’altra parte. Riconoscere l’infanzia prima e oltre un’eventuale diagnosi significa, allora, mettere a fuoco ciò che sta dietro, in una quotidianità che non è fatta solo di rassegnazione, attesa e passivo adeguamento. Anche i bambini con disabilità ideano e mettono in atto dei guai, scherzano e fanno capricci, per esempio. Pensano e provano emozioni, di tutti i tipi. Stanno nel mondo in tanti modi e con tante posture, diverse a seconda del momento, dell’indole, dello stato d’animo e della compagnia. Perché nessun bambino è un angelo (come ricorda il titolo di un altro albo targato Settenove) e perché la ricchezza di ogni vissuto non può prescindere dall’interazione e dalla relazione con l’altro.

Ecco, allora, che un albo apparentemente semplice come Diversi a Chi? di Claire Cantais e Sandra Kollender si fa notare prima di tutto per il realismo e la pungente schiettezza con cui affronta il tema della diversità e dell’inclusione. Perché Diversi a chi? è inequivocabilmente un libro a tema – chiarissimi ed espliciti sono, infatti, il focus e l’intento delle autrici – ma questo non ne riduce la forza e l’incisività. Costruito come una carrellata di personaggi caratterizzati dalle disabilità più diverse che si fanno portatori di considerazioni fulminee e fulminanti, l’albo tende a spiazzare il lettore, ponendolo di fronte a una serie di preconcetti di cui la nostra cultura è intrisa e che all’improvviso vengono messi in discussione. Che la vita di un bambino con disabilità sia vuota, noiosa, votata all’obbedienza e povera di pensiero, per esempio.

La gente mi trova strano perché dico tutto quello che penso. Afferma un bambino con la sindrome di Down, dando voce a un’idea diffusa. E per tutta risposta, dichiara: Eh sì, io penso!.

O ancora Adoro fare le stupidaggini… Farle (e anche dirle!). Annuncia un bambino che si serve della lingua dei segni. Ma soprattutto: Ho appena detto una cosa schifosa con le mani… te la insegno?

L’impertinenza si fa così grimaldello per aprire crepe nelle nostre certezze e spiragli nei nostri pensieri. Impertinenti sono, infatti, le considerazioni dei protagonisti, così come impertinente è la loro raffigurazione. Nuovissima, coraggiosa (da un punto di vista editoriale) e di grande impatto è infatti la scelta di Sandra Kollender non solo di caratterizzare le pagine con vistosi colori fluo – con buona pace dell’immaginario comune che vede e vuole la disabilità in esclusivi toni di grigio – ma non si tira neanche indietro di fronte alla sfida di mettere su carta la disabilità in tutte le sue forme. Tra queste pagine accese da sfondi verde acqua e dettagli rosa brillante, non ci sono infatti solo sedie a rotelle e occhi a mandorla – rappresentazioni abituali e per certi versi rassicuranti agli occhi del lettore – ma anche protesi, capi tenuti su da appositi supporti, deambulatori e arti spastici. Ci sono corpi, visi e posture non conformi alla norma. Ed è proprio lo scarto tra questi e l’assoluta e travolgente normalità di sorrisi e boccacce a generare una scintilla nel lettore. Perché è proprio vero che la rappresentazione che offriamo delle cose condiziona e non poco il nostro modo di guardarle e pensarle.

Lo sgabuuuzzino

A un occhio distratto, alcuni muri di casa potrebbero sembrare più importanti di altri. In bella vista e illuminati dal sole, quei muri di ingressi, salotti, camere da letto vengono curati e abbelliti con ogni sorta di complemento. E dei muri degli sgabuzzini, invece, che ne è? In pochi, in effetti, se ne preoccupano. Tanto quelle pareti se ne stanno lì, al chiuso e al buio, a contenere carabattole e oggetti di poco conto. Può succedere, però, che uno di quei muri se la prenda a male, decida che non ci sta e metta in piedi una protesta bella e buona, con tanto di brutti tiri ai proprietari di casa distratti. Al signor Gino, protagonista de Lo sgabuuuzzino, per esempio, è capitato. Colto alla sprovvista da ululati e spaventi dalla misteriosa provenienza, l’anziano signore viene portato a vedere sotto una nuova luce gli oggetti che ha riposto nella stanza più bistrattata della casa, riscoprendo ricordi a cui restituire un nuovo valore.

Lo sgabuuuzzino nasce in seno a un progetto dedicato all’accessibilità della lettura curato da una rete di biblioteche toscane e intitolato Biblioteca per tutti i sensi. Scritto da Anisa Durmishai e illustrato da Veronica Sarti, il libro è stato confezionato seguendo il modello di simbolizzazione inbook che prevede simboli wls in bianco e nero, testo e icona racchiusi all’interno del medesimo riquadro, supporto visivo per i singoli elementi testuali e presenza di qualificatori di tempo, genere e numero. Contraddistinto da illustrazioni piacevoli prive di dettagli superflui, dai colori pastello e dalla funzione perlopiù rafforzativa rispetto al testo, il libro risulta apprezzabile per una lettura ad alta voce soprattutto in virtù della presenza di numerose onomatopee e di una struttura narrativa iterata.

Il signor Balena ha il mal di pancia

I protagonisti de Il signor Balena ha il raffreddore tornano ad affrontare i malanni di stagione in una nuova avventura scritta e illustrata da Manuel Vertemara. Di fronte al fastidioso mal di pancia del signor Balena, causa di sgradevoli ondate che scombussolano l’isola dei pinguini, questi ultimi si ingegnano e sperimentano le soluzioni più ardite. Ma se dieta e meditazione si rivelano deludenti allo scopo, non resta che andarsene. Direzione: Shangai. La cosa non ha chiaramente alcun effetto sul benessere intestinale del cetaceo ma, inaspettatamente, si rivela risolutiva!

Il signor Balena ha il mal di pancia si contraddistingue per una struttura narrativa iterata che ricalca quella già conosciuta dal lettore nel precedente titolo dell’autore e che agevola l’appropriazione del racconto. In virtù di riferimenti non scontati (come quello alla meditazione o alla Cina) così come delle inferenze richieste al lettore (per esempio rispetto al collegamento tra il mal di pancia e le onde che colpiscono i pinguini), quest’ultimo risulta meno semplice di quanto la concisione delle frasi e la linearità sintattica potrebbero lasciar pensare. Analogamente, le illustrazioni ricche di dettagli e spunti ironici così come la simbolizzazione dettagliata secondo il modello inbook, richiedono al lettore in minimo di dimestichezza con la lettura per coglierne a pieno le sfumature.

Per mano

Per chi non bazzichi abitualmente il mondo dei tasti e delle note, il nome di Paul Wittgenstein può risultare poco o per nulla noto. La storia di questo pianista è, tuttavia, così straordinaria e avvincente che pare fatta apposta per finire in un libro. Così devono aver pensato anche Sante Bandirali e Gloria Tundo che le hanno dato rispettivamente parole e figure all’interno dell’albo illustrato Per mano, da poco uscito per i tipi di Uovonero.

Qui conosciamo Paul in tenera età, ritratto a Vienna all’interno della sua numerosa e ricca famiglia, con un padre dalle ristrette vedute, una madre dalla profonda sensibilità musicale e sette fratelli dai diversi talenti. Tra le mura domestiche, vediamo nascere ma anche rischiare di soffocare il suo amore per il pianoforte. Tra i banchi di scuola, invece, assistiamo ai primi confronti con una cultura che vede nell’essere mancini una sorta di disgrazia. Siamo alla fine dell’Ottocento e l’uso della mano sinistra – la “mano brutta” – che per Paul è predominante, è di fatto ancora osteggiato perché associato al demonio. Della mano sinistra di Paul, tuttavia, tutto si può dire tranne che sia sfortunata o spregevole: quando i combattimenti della prima guerra mondiale lo costringono a vedere amputato il braccio destro, infatti, Paul trova nell’altra la sua forza e la sua unicità.

Musicista di talento già prima dello scoppio delle ostilità, è nel campo di prigionia in cui viene rinchiuso che Paul inizia a esercitarsi a suonare con una mano sola dapprima su un pianoforte disegnato e poi su uno sgangherato. Ma la sua passione e il suo desiderio di esprimersi sono tali che, una volta liberato, quella musica sopita trova il modo di uscire per davvero. Paul convince, infatti, alcuni dei più grandi compositori a ideare dei concerti su misura per lui, dando avvio a un’incredibile carriera la cui forza risiede nel dare valore a quello che c’è in luogo che porre in rilievo ciò che semplicemente manca.

Sobrio nel racconto e accorato nelle figure, non a caso Per mano è narrato dal punto di vista della mano sinistra stessa, simbolo e testimone privilegiato non solo o non tanto delle discriminazioni subite quanto delle occasioni colte di farsi portatrice di bellezza e ricchezza. Tra queste pagine in cui in cui dominano i toni opachi bruni e beige, risuonano pagine dolorose della storia e si intrecciano guerra e musica, vita e pensiero, cultura e quotidianità, tracciando sentieri suggestivi da percorrere anche all’interno di un percorso squisitamente scolastico.

Dove sei piccolo Giulio?

Giovanni Colaneri ha un tratto inconfondibile e una capacità rara. Il primo prende forma attraverso una grande ricchezza di colori e attraverso segni non rifiniti in cui piccoli dettagli – una posizione, una proporzione, una sfumatura – si caricano di senso. La seconda emerge nel confronto con tematiche complesse e consiste nel riuscire ad interrogarle moltiplicando gli spunti e i punti di vista su di esse. Ecco, Giovanni è forse meglio e più di tutto un moltiplicatore: guarda le cose come attraverso un prisma per restituirne, senza pretesa di esaustività, i molti e diversi volti. E questo appare tanto più apprezzabile quando a incontrare la sua tavolozza sono soggetti multisfaccettati e difficili da ingabbiare in un racconto granitico, come per esempio l’autismo.

Questo capacità di aprire suggestioni e domande, in luogo di veicolare risposte preconfezionate, la si apprezzava già in Che cos’è una sindrome?, denso albo illustrato edito da Uovonero, e la si ritrova ora in Dove sei, piccolo Giulio?, sempre pubblicato dalla casa editrice cremasca che nei confronti della neurodivergenza e della sua rappresentazione mostra da sempre un’attenzione particolare. In questo ultimo albo, di cui l’autore cura nuovamente sia i testi sia le illustrazioni, seguiamo il giovane protagonista – il piccolo Giulio, per l’appunto – e cerchiamo di entrare in contatto con lui. Lo facciamo seguendo la voce e lo sguardo della mamma di Giulio, che non nasconde la sua difficoltà e i suoi interrogativi. I comportamenti del piccolo Giulio, ascrivibili allo spettro autistico anche se il testo non vi riporta alcun riferimento esplicito, possono essere infatti sfuggenti e criptici, complessi da interpretare o talvolta anche da immaginare. Così, con pazienza si seguono le tracce, si cercano indizi, si fanno ipotesi, si osserva con attenzione. Per la sorella di Giulio la cosa sembrerebbe più semplice, forse perché la vicinanza di età, di statura e di sensibilità la porta a guardare il mondo dalla stessa altezza e a guardare il fratello da pari e non dall’alto in basso. E in effetti, quando insieme alla mamma di Giulio anche il lettore prova a operare un cambio di posizione, qualcosa si muove, una possibilità di incontro si schiude.

Intorno a questa difficoltà di guardare e di vedere realmente le persone autistiche e il mondo che abitano, Giovanni Colaneri costruisce il suo viaggio per parole e figure che bisbiglia ai piccoli ed echeggia nei grandi. Non è una storia a tutti gli effetti, ma neanche una semplice fotografia, Dove sei, piccolo Giulio?. È piuttosto un interessante e ben riuscito lavoro ibrido, che tiene insieme osservazione e narrazione, facendo della qualità precipua dell’albo illustrato la chiave per scavare a fondo nelle cose. Le frasi brevissime e asciutte, scelte dall’autore per guidare il lettore alla ricerca del piccolo Giulio, predispongono un terreno insaturo e pertanto fertilissimo affinché le illustrazioni possano dilatare la riflessione, attraverso l’esplorazione e la moltiplicazione delle metafore. Ben oltre la superata e usurata immagine della bolla, troviamo boschi fitti e mostri buffi, castelli labirintici e rifugi, universi ed elefanti in bicicletta: luoghi del possibile tra cui muoversi senza fretta, lasciandosi guidare con spirito di suggestione più che di comprensione.

Delicato, profondo, vero e aperto, Dove sei, piccolo Giulio? è un albo di valore, per non smettere di interrogarsi e interrogare la realtà, soprattutto quando ci appare sfuggente e complessa.

Tu sei

Tu sei è letteralmente un libro più unico che raro. Non solo perché vanta una raffinatezza e una bellezza minimalista che lasciano incantati ma anche e soprattutto perché può contemporaneamente dirsi un libro tattile, un libro in simboli e un libro in lingua dei segni.

Composto da eleganti pagine in velluto nero, rilegate in modo da restare agevolmente aperte a 180°, il libro di Michela Tonella e Antonella Veracchi (le due anime di E.T. Editoria tattile) è progettato in maniera ingegnosa, tale da consentire al singolo lettore (o, più facilmente, al mediatore che è con lui), di scegliere il codice a lui più congeniale. Se il testo in nero è infatti cucito sulla pagina, le sue traduzioni in LIS, Braille e simboli WLS sono rese disponibili su pratici cartoncini, contenuti in apposite taschine al fondo del libro e applicabili di volta in volta sulle pagine corrispondenti. Queste ultime contengono infatti dei piccoli tagli in cui i cartoncini possono essere agevolmente inseriti e da cui, altrettanto agevolmente possono essere sfilati. Oltre a risultare molto pratico per adattare la lettura alle esigenze del singolo lettore, questo sistema si presta perfettamente a far sperimentare a un gruppo classe le diverse e spesso sconosciute modalità di lettura che l’editoria ci offre. In questo senso la forza di Tu sei sta anche nella capacità di trasformare un limite oggettivo – quello di far stare sulla pagina molti codici diversi e piuttosto ingombranti – in una possibilità di ricchezza e creatività.

Dedicato al tema delle relazioni, qui rappresentate attraverso la metafora delle costellazioni, Tu sei presenta testi in versi, brevi e ricercati, e illustrazioni essenzialissime realizzate con un semplice filo bianco e sobri bottoncini del medesimo colore. Di grande effetto per il contrasto con le pagine scure, fili e bottoni vanno a illustrare stelle e costellazioni in una maniera suggestiva e perfettamente percepibile al tatto. Qui, così come in Ombra, le due autrici si cimentano con un soggetto potenzialmente ostico per il lettore non vedente, che può percepire le stelle solo attraverso il racconto di chi vede, trovando la maniera di renderlo esperibile e intellegibile.

Il risultato è un libro da accarezzare, sognare, con cui riflettere e da condividere. Un libro che apre a interrogativi e confronti, che tiene insieme la poesia e la scienza, e che mette in luce la bellezza della diversità tanto nella forma quanto nel contenuto.

Aurora e la tigrona

Aurora è nata e cresciuta con molte aspettative da parte della sua famiglia: per questo ci tiene ad apparire in tutto e per tutto impeccabile e fatica ad accettare i propri difetti. Ecco allora che questi ultimi iniziano ad assumere un aspetto minaccioso. Sempre più frequentemente emergono infatti con le sembianze di una grossa tigre che pare non voler mai abbandonare la bambina e che via via tende ad allontanare i suoi compagni. A nulla varranno le visite dai dottori o le consulenze dei domatori più famosi: starà ad Aurora trovare il modo di venire a patti con il grosso felino che le abita dentro e con tutto ciò che esso rappresenta. Solo allora potrà guardare con lucidità a sé stessa e a chi le sta intorno, scoprendo che chiunque ha la sua fiera nascosta e che imparare a conoscerla e accettarla è il modo migliore per stare bene.

Sospeso tra dimensione fantastica e metaforica e costruito a partire da un messaggio netto, Aurora e la tigrona fa parte della collana ad alta leggibilità I bulbi dei piccoli, pubblicata dalle Edizioni Gruppo Abele. Come tale impiega il font EasyReading e distribuisce il testo in maniera ariosa sulla pagina. Questo, unito alla sbandieratura del testo e al ricorso a margini piuttosto ampi fa sì che il volume appaia particolarmente accogliente anche nei confronti dei lettori dislessici

La guerra di Nina

La guerra di Nina è un libro in simboli di piccolissimo formato che racconta una storia di guerra che finisce per diventare una storia di vita. Quando nel paese di Nina, infatti, arrivano le bombe e le case vanno a fuoco, Nina scappa ma non è sola. Prima di morire, un passerotto ha deposto tre piccole uova tra i suoi capelli arruffati e così Nina fa di quel tempo di fuga e smarrimento un tempo di segno completamente diverso: un tempo di cura e di attesa che non tarderà a dare i suoi frutti, restituendo alla bambina una possibilità di speranza.

Malinconico, tanto nei testi quanto nelle figure, La guerra di Nina è un adattamento di un omonimo albo pubblicato dallo stesso editore: Zefiro. Simbolizzato secondo il modello inbook, il libro prevede testi abbastanza concisi e densi, privi di costruzioni sintattiche troppo ostiche. Le illustrazioni intense e a tratti perturbanti sottolineano il ventaglio di emozioni che il racconto si propone di affrontare.

Valentino Senzafretta

Valentino Senzafretta è un bradipo e, come tutti i bradipi, la mattina se la prende comoda. Quando i suoi amici lo invitano ad andare al fiume a giocare, lui accetta con piacere. Non prima, però, di aver sbrigato, con i suoi tempi, tutti i suoi affari. Così, piano piano, Valentino si sveglia, fa colazione, scende dall’albero, fa i suoi bisogni e solo alla fine, sempre piano piano, si incammina verso il fiume. Qui lo aspettano i suoi amici e, insieme a loro, un’avvincente gara di nuoto il cui risultato sarà tutt’altro che scontato!

Scritto e illustrato da Raffaella di Vaio e già pubblicato da Homeless book in una precedente versione non simbolizzata, Valentino Senzafretta propone una storia molto semplice e assomma alcune caratteristiche compositive che lo rendono particolarmente fruibile anche da parte di piccoli lettori con maggiori difficoltà di aggancio, attenzione e comprensione.

Il libro presenta, in primo luogo, una struttura molto regolare e iterata. Il protagonista incontra, infatti, a ogni passaggio un diverso personaggio dal quale riceve la proposta di andare al fiume e al quale puntualmente risponde che deve ancora fare qualcosa ma che lo raggiungerà più tardi. Ogni volta ci sono dunque minimi cambiamenti (l’amico incontrato, il motivo del rinvio…), scanditi dall’avanzare della mattina e delle routine del bradipo, inseriti all’interno di una cornice invariabile, anche dal punto di vista linguistico. Formule ricorrenti introducono infatti i diversi amici che interpellano Valentino, le loro proposte, le reazioni del bradipo e le sue riposte, con una ciclicità che crea piacere nell’ascolto, familiarità col testo e supporto alla sua comprensione. Con il medesimo intento ed effetto, il racconto predilige un lessico e una composizione sintattica piani e di agevole fruizione, resi ancora più accessibili dalla presenza dei simboli WLS.

Ne risulta un libro accogliente, amichevole e davvero propizio alla condivisione.

Neve, neve, neve!

Che magia, vedere la neve per la prima volta! Di fronte a una luna che misteriosamente promette fiocchi candidi, il protagonista del libro Neve, neve, neve! attende con trepidazione l’arrivo del mattino. E siccome le promesse si mantengono, la giornata che lo aspetta sarà a dir poco speciale tra scuola chiusa, battaglie e pupazzi.

Come si legge giustamente nel bel mezzo del racconto: Tutto cambia quando nevica. Si possono fare tante cose insolite e divertenti, per esempio. E la routine quotidiana non è più la stessa. E se è vero che questo è perlopiù motivo di gioia ed emozione, lo è altrettanto il fatto che per alcuni bambini che più faticosamente vanno incontro ai cambiamenti possa diventare ragione di malessere.

Ecco allora che con la sua struttura ibrida, che integra nel racconto indicazioni pratiche su come può svolgersi una giornata sulla neve, su quali indumenti bisogna indossare e su cosa accade prima, durante e dopo la caduta dei fiocchi, Neve, neve, neve! si presta bene a offrire una storia piacevole ma anche un supporto efficace per affrontare delle ore potenzialmente critiche.

Contraddistinto dall’impiego di simboli WLS a sostegno visivo del testo, il libro edito da Homeless Book risulta accessibile anche a bambini con difficoltà comunicative. Il lavoro di simbolizzazione, in particolare, segue le linee guida del modello inbook prevedendo l’uso di qualificatori e di un pittogramma per ciascun elemento lessicale del testo.

1, 2, 3… Arriva Alfabetò!

Per ogni lettera un animale, per ogni animale un’insolita descrizione, per ogni descrizione tante parole allitteranti e suoni onomatopeici. Così prende forma 1,2,3…arriva Alfabetò!, libro in simboli recentemente pubblicato da Homeless Book.

Contraddistinto da una copertina rigida e da una grafica semplice ma curata che ne valorizzano il contenuto, il volume mira a favorire la familiarizzazione del giovane lettore, tendenzialmente accompagnato da un mediatore, con i diversi suoni della lingua italiana. Le micro-storie della lunghezza di una pagina dedicate ai diversi animali sono costruite infatti in modo da tenere insieme parole più o meno quotidiane accomunate dalla ricorrenza di una data lettera. Così, per esempio, il coccodrillo Cocò, corre, canta e fa capriole sulla coda o i gatti Gigì e Giogiò, il giovedì giocano insieme, fanno il girotondo, mangiano gelatine gialle e giganti gelati di giuggiole. I suoni si fanno, cioè, motore inventivo di piccole situazioni più o meno surreali che rendono intrigante la lettura.

Il libro sostiene inoltre l’appropriazione del racconto e delle parole che lo compongono anche da parte dei lettori comunicativamente più svantaggiati grazie all’impiego costante di onomatopee che incentivano una lettura interattiva e partecipata e grazie a supporto visivo testo dei simboli WLS (Widgit Literacy Symbols). Impiegati secondo il modello inbook, questi vengono associati ai singoli lemmi e risultano dotati di qualificatori di numero, genere e tempo verbale. Infine, a corredo di un testo asciutto ma non prevedibile come quello composto da Maria Manuela Mennitti, operano le illustrazioni firmate dal giovane Lorenzo Tomacelli, che si caratterizzano per la messa in risalto di figure nette e non particolarmente elaborate.

Keentied o l’arte di volare verso la felicità

Keentied, in tedesco, significa “Non c’è tempo”. È il nome che in alcune zone della Germania viene dato a un piccolo uccello trampoliere che si muove agilmente sulla sabbia e tra le onde, percorrendo lunghe distanze e pescando con abilità. L’autrice Miriam Koch si è ispirata a questo animale e al suo buffo nome per dare vita al suo personaggio: un uccello trampoliere che di nome fa proprio Keentied e che, non a caso, porta sempre con sé un orologio d’oro. Scattante e attento a non perdere minuti proziosi, Keentied arriva purtroppo tardi proprio all’appuntamento più importante: quello con i suoi simili per la migrazione. Deciso tuttavia a partire a tutti i costi, l’uccello inizierà un viaggio in solitaria non privo di pericoli ma nemmeno di provvidenziali incontri.

L’albo che vede protagonista Keentied fa parte della collana Upupa de La linea. Quest’ultima si caratterizza per la presenza del testo in doppia lingua – l’italiano e la lingua originale, in questo caso il tedesco – e per l’arricchimento del volume cartaceo con la versione audio del testo. Scaricabile tramite QR code, tale versione consente anche a un pubblico con disabilità visiva o con disturbi specifici dell’apprendimento di poter godere a pieno del racconto firmato da Miriam Koch.

In volo

Il libro tattile In volo è prima di tutto un tripudio di colori: un bel biglietto da visita per un volume che vuol dire, senza se e senza ma, “sono un libro per tutti, per chi ci vede e per chi no”. Protagonista delle 8 ricche pagine che lo compongono è un uccellino di nome Marley che, stanco di starsene nella sua casetta sull’albero, un giorno prende il volo e affronta con coraggio tutto ciò che il mondo là fuori gli riserva. Così cerca un rifugio per ripararsi dalla pioggia, conosce la soffice neve che copre e avvolge tutto, fa amicizia con un ragno che gli offre ospitalità e si incanta di fronte all’arrivo della primavera, annunciato dal profumo dei fiori e dal battito d’ali di una farfalla. Ma chi dice primavera dice stagione degli amori e infatti proprio poco prima di chiudere il libro, Marley incontra una compagna con cui una nuova avventura può finalmente cominciare.

Composto da spesse pagine colorate di stoffa imbottita che ben supportano le illustrazioni a collage materico e contemporaneamente agevolano la sfogliatura autonoma, In volo si presenta come un libro molto attraente, soprattutto nella parte dedicata alle illustrazioni. Se i testi sono infatti abbastanza ordinari così come d’altronde anche la storia stessa, le figure interamente esplorabili con gli occhi e con le dita sono un autentico concerto di stimoli. Ci sono la ruvidità dei rami, la stropicciabilità scricchiolante delle foglie secche e la leggerezza silenziosa di quelle verdi, l’architettura composita di un nuovo nido e il freddo liscio delle gocce d’acqua. Ben studiate nella loro qualità sonora, spesso ancor più che in quella tattile, le illustrazioni di In volo invitano il lettore a un’esplorazione curiosa e a un’interazione appagante. Sta a lui, infatti, far riparare Marley sotto la grande foglia, farlo volare tra gocce e fiocchi di neve, farlo infilare e poi uscire dalla tana del ragno che a sua volta può penzolare giù dal ramo, farlo giocare tra i fiori che come pompon dondolano sulla pagina e infine farlo accasare nel nido in compagnia del suo nuovo amore.

Grazie a una creatività fuori dal comune e un’abilità nel cucito davvero apprezzabile, ogni pagina del libro di Francesca Leoni offre occasioni di gioco e interazione che dilatano piacevolmente il tempo della lettura, facilitano la decifrazione delle illustrazioni e supportano la comprensione della storia, facendo del libro un compagno di viaggio della cui compagnia godere a lungo, ancora e ancora.

Mistero nel bosco

Da tempo gli animali sopportano le prepotenze e l’invasione umana dei loro habitat. Cosa succederebbe, però, se un giorno decidessero di dire basta ai soprusi? Forse chiamerebbero a raccolta le forze naturali per riprendersi finalmente i loro spazi, impedendo all’uomo di farvi ritorno. Questo, perlomeno, è ciò che accade in Mistero nel bosco. Qui gli animali decidono di chiudere il bosco agli uomini – molto rumorosi e poco rispettosi – e costruirvi all’interno uno speciale teatro in legno di cui godere in santa pace. Sarà la mediazione del saggio e burbero Gastolf, che con la natura da sempre convive e che degli animali, per questo, ha la fiducia, a far avere agli uomini una seconda chance e offrire a tutti – umani e animali – un’occasione per vivere finalmente in sintonia.

Edito da Argentodorato in una duplice versione, tradizionale e in simboli, Mistero nel bosco si presenta come un libro illustrato dal chiaro messaggio che racconta una storia semplice senza cedere alla tentazione di un linguaggio piatto. Le illustrazioni che frequentemente accompagnano il testo si mostrano ricche di dettagli e privilegiano i toni caldi (anche per la barba del vecchio Gastolf, in realtà, che ci si aspetterebbe piuttosto tendente al bianco e che un poco fuorvia), restituendo un’atmosfera naturale molto avvolgente e calorosa.

Tali caratteristiche del testo e delle figure concorrono a rendere la lettura sfidante e non banale. Di riflesso, anche la versione in simboli del volume appare abbastanza complessa, tale da richiedere al lettore una certa familiarità con i simboli e discrete abilità di attenzione e comprensione. Anche in considerazione del fatto che il libro segue il modello di simbolizzazione inbook, che privilegia la scrittura in simboli dei singoli elementi del testo, le pagine risultano infatti piuttosto affollate e ciascuna di esse contiene davvero un grande numero di pittogrammi. Per la stessa ragione non sono rari i simboli che necessitano di maggiore apprendimento perché meno trasparenti (quelli riferiti, per esempio, ad articoli, preposizioni, congiunzioni…), la cui complessità di lettura va di pari passo con la presenza fissa dei qualificatori (genere, tempo, numero…). Ne risulta una lettura impegnativa e non immediata ma allo stesso tempo molto ricca e appagante, capace di soddisfare quei lettori che necessitano di un supporto visivo ma che padroneggiano a dovere i simboli e non si spaventano di fronte a narrazioni più lunghe e articolate.

La sfida di Lepre e Riccio

Un mattino come tanti, ai piedi della collina, qualcosa pare turbare gli animali. Il cervo, i cinghiali e persino lo scoiattolo sembrano più mogi del solito e Riccio, sceso al campo di mais per raccogliere qualche pannocchia, ne scopre presto il motivo. Lepre ha, infatti, preso possesso del campo, sostenendo di essere arrivata per prima e dunque di avere diritto di proprietà. Riccio, dal canto suo, non è veloce quanto l’animale dalle lunghe orecchie ma è decisamente furbo e così propone a Lepre una gara di corsa con la quale decidere a chi spetti davvero il campo di mais. Spavalda, Lepre accetta, ignara che Riccio abbia messo a punto un ingegnoso piano per arrivare primo. Certo, c’è di mezzo un piccolo inganno ma in fondo è a fin di bene: tutti (ma proprio tutti!), al termine della corsa, potranno beneficiare di un campo in cui c’è posto sì per il mais ma anche per seminare amicizia e condivisione.

Se fosse esclusivamente per la trama, La sfida di Lepre e Riccio non sarebbe che una piacevole favola illustrata di grimmiana memoria (benché l’originale avesse un finale ben più truce!). E invece ci sono due aspetti che rendono questo libro tutto fuorché ordinario. Il primo è il fatto che inquadrando con lo smartphone o il tablet il QRcode stampato sulla prima pagina, il lettore può beneficiare della lettura in Lingua dei Segni Italiana. Quest’ultima, caricata sulla piattaforma tellyourstories (www.tellyourstories.org), presenta un interprete che narra la storia attraverso i segni mentre le illustrazioni del libro gli scorrono a fianco. Il video è pulito, chiaro e realizzato in maniera esteticamente gradevole. Per garantire la piena condivisibilità del racconto, libro e video devono andare di pari passo perché il primo contiene solo il testo in italiano mentre il secondo solo il testo in LIS. Il secondo aspetto che caratterizza La sfida di Lepre e Riccio è il fatto che la fiaba cui è ispirata sia stata rielaborata in maniera tale da inserirvi degli elementi caratteristici della cultura sorda. Così, per esempio, il libro si apre con Riccio che sfida i suoi piccoli a trovare un segno in cui la mano indichi il numero tre. Analogamente, gli amici di Riccio paiono festeggiare la vittoria con un applauso “segnato”, con le mani che si muovono in alto e, fin dalla copertina, Lepre è ritratta come se stesse replicando un gesto che ne esalta la sbruffoneria e la certezza di vincere.

L’idea che sta alla base di questo lavoro, che rientra all’interno del progetto InSegnare le favole di Mason Perkind Deafness Fund, è che le storie hanno un grosso potere in termini di creazione e condivisione di immaginari: ecco, allora, che consentire ai bambini sordi di ritrovare frammenti della loro quotidianità nei racconti e ai loro compagni di entrare in contatto con quest’ultima attraverso la narrazione, significa costruire occasioni semplici ma fruttuose di scambio e incontro.

La sfida di Lepre e Riccio è acquistabile con una donazione minima di 18 (comprensiva di spese di spedizione del volume) alla Mason Perkins Deafness Fund. Maggiori informazioni sul progetto sono reperibili qui.

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Yunis

Yunis è un abilissimo e generoso pasticcere. Tutti i giorni confeziona con le sue mani delizie prelibate e le lascia di nascosto in dono ai bambini del villaggio. Il suo marchio è un uccellino azzurro sulla confezione, identico all’uccellino in piume e ossa che ogni sera fa visita a Yusif nella sua cucina. Da qui il ragazzo si sposta poco, non mostrandosi in pubblico praticamente mai. Chi crederebbe, infatti, che dolci così così sopraffini e ben realizzati possano essere fatti da una ragazzo con la sindrome di Down?, pensa. Ma quando, un giorno, Yunis si ammala e il consueto pacchetto di dolci non può raggiungere i bambini, questi fanno due più due e svelano il mistero dei pasticcini dell’uccellino azzurro. Il talento di Yunis può a quel punto uscire allo scoperto, sostenuto da un atteggiamento collettivo libero dai fardelli del pregiudizio.

La storia di Yunis è semplice e a misura di piccole orecchie, seppur non avulsa da una serie di stereotipi come quello che vede i ragazzi con sindrome di Down come paladini dell’amore e dell’affettuosità. Ciò che rende il libro particolarmente interessante è piuttosto l’aspetto iconico. Le illustrazioni non temono infatti una rappresentazione schietta e riconoscibile della disabilità, peraltro qui inserita in una importante e significativa cornice di bellezza, piacere e cura.

Il libro scritto da Amal Naser e illustrato da Anita Barghigiani fa parte della collana Libri ponte sul Mediterraneo di Gallucci, realizzata in collaborazione con la casa editrice degli Emirati Arabi Kalimat. La collana si contraddistingue per la scelta di storie che vengono da lontano, raccontate sia in italiano sia in arabo. Utilissimi per agevolare la condivisione di storie in classe, tra compagni di origine diversa, ma anche in casa, tra genitori e figli con una padronanza differente della lingua italiana, i Libri ponte sul Mediterraneo muovono da un’idea di libro come connettore e detonatore di incontri a cui si ispira d’altronde anche l’intero comparto dei libri accessibili.

Tutta colpa del barattolo

Prendete la fiera dell’Est e moltiplicatela per dieci: ecco a voi, in tutta la sua mirabolante prorompenza, il divertente albo illustrato di Luca Tortolini e Maria Gabriella Gasparri Tutta colpa del barattolo. Anche qui un topo, un gatto e un cane si inseguono l’un l’altro in un inarrestabile effetto a catena, ma in un crescendo stupefacente entrano poi in gioco bufali imbizzarriti, dighe crollate, cioccolato sciolto in quantità industriali e involontari spettacoli pirotecnici. Il tutto, manco a dirlo, per colpa di un barattolo calciato per noia!

Iperbolico e folle, Tutta colpa del barattolo travolge il lettore con una storia incredibile da cui è un piacere lasciarsi sorprendere. Stampato con caratteristiche di alta leggibilità come la font Leggimi, la spaziatura maggiore, la sbandieratura a destra e la presenza di un solo paragrafo (talvolta una sola frase per pagina), l’albo edito da Sinnos offre una lettura appagante e ricca, nonostante la sua brevità, grazie a una intensa ed efficace sinergia tra testo e illustrazioni.

Queste ultime, caratterizzate da grande dinamismo e da un numero limitato di colori accesi e fluo, la fanno infatti da padrone nell’aggiungere dettagli sfiziosi al racconto, dicendo molto di più di quel che esplicitano le parole. Ne vien fuori una narrazione dal forte impatto visivo, che ben asseconda la propensione di tanti lettori, riluttanti o dislessici per esempio, ad apprezzare storie che sanno essere ricchissime anche con testi piccini picciò.

10 cani in città

Che spasso, 10 cani in città! Nato dalla matita folleggiante di Charles Dutertre, l’albo edito da Sinnos è  un concentrato di invenzioni bizzarre, piccole narrazioni urbane dai tratti surreali e figure particolareggiate tra le quali sostare, zigzagare e sfidarsi a lungo.

Qui si seguono in particolare le avventure di Camillo, un bambino che decide di inoltrarsi in città dove pare si aggirino in totale libertà dieci cani. A ogni doppia pagina, che ritrae Camillo in una cornice diversa, i cani aumentano (uno nella prima, due nella seconda e via dicendo…) e il lettore è invitato a scovarli insieme ad altri oggetti (tre per doppia pagina) più o meno evidenti, più o meno bislacchi.

E così, sull’autobus come al museo, in biblioteca come al mercato, chi legge si può scatenare nella ricerca delle cose più disparate, dai granchi che leggono i libri ai gatti coi bigodini. Già, perché la città immaginata e dipinta dall’autore è tutto fuorché ordinaria, al punto che, tra le sue pagine ci abituiamo presto a veder passare pinguini imparruccati, palombari, lupi di mare e cowboy. Meno abituati a tanta stranezza sono invece i genitori di Camillo che, tornati a casa proprio all’ultima pagina, scoprono loro malgrado che cani e cittadini possono continuare le loro folli avventure anche in un comune appartamento. Il loro!

Dal punto di vista dell’accessibilità, 10 cani in città adotta una formula davvero vincente. Non solo infatti il libro presenta alcune caratteristiche di alta leggibilità che lo rendono amichevole anche in caso di dislessia, ma inserisce il meccanismo del cerca-trova all’interno di una micro-narrazione, così da incentivare senza sforzo l’avanzare della lettura.

Forte di pagine fittissime e ricche di dettagli tutti da scoprire, l’albo di Charles Dutertre invita inoltre a un’esplorazione della pagina del tutto personale, in cui le cose da guardare, da vedere e da gustare sono decisamente più numerose di quelle indicate dal testo. Ecco allora che la lettura visiva, così congeniale a tanti lettori riluttanti o fragili, viene incessantemente solleticata. Il tratto dell’autore, ricco di inventiva, humour e colore dà vita, infatti, a pagine brulicanti di fronte alle quali c’è sempre qualcosa di nuovo e di insolito da rilevare. Questo, unito alla capacità di creare continuità narrativa tra le pagine, attraverso personaggi che tornano con costanza, cambiando magari solo d’abito, rende la narrazione per immagini prima e più che per parole un’avventura irresistibile.

Ad abbracciar nessuno

Cogliere, osservare e dipingere la diversità, nelle sue molteplici forme, non è affar semplice: servono sguardo profondo e tocco lieve. Ecco perché Ad Abbracciar nessuno, albo firmato nei testi e nelle figure da Arianna Papini, merita un’attenzione particolare. Capace di scavare a fondo e cogliere fili impalpabili, di vedere l’invisibile e di dire ciò che è segreto, il libro non ha paura di dedicarsi a un tema delicatissimo con una storia, un testo e delle illustrazioni di grande raffinatezza che sfuggono ai canoni a cui è perlopiù abituata l’infanzia. Eppure, opportunamente mediato, l’albo sprigiona un fascino impalpabile che attraversa in pieno il lettore invece che sfiorarlo soltanto.

Al suo centro ci sono Damiano e Maddalena, due compagni di scuola materna. Stretto di frequente dalla nostalgia della mamma e con un pensiero fisso sul lago e la sua quiete, Damiano riesce a “sentire” Maddalena, nel senso più autentico e istintivo del termine. Maddalena è infatti una bambina misteriosa, si comporta talvolta in maniera stramba e non parla mai. Nel nome del silenzio che in qualche modo abita entrambi, Damiano e Maddalena stringono un’amicizia unica e sottile, che poggia su sensibilità vicine e su un lessico familiare del tutto esclusivo, costruito poco a poco e capace di resistere anche lunghe e inattese separazioni.

Uscito diversi anni fa per Fatatrac, con una copertina, una grafica e soprattutto delle cromie diverse, Ad abbracciar nessuno è ora ripubblicato da Uovonero con una nuova veste. Più tenue e solare, questa tende a sottolineare la levità del legame che unisce Damiano e Maddalena più che il mistero che in essi muove, contribuendo così a rendere l’albo meno cupo e forse meno respingente nell’aspetto: un’interessante e apprezzabile scelta, questa, per ridare nuova (e speriamo lunga) vita a un libro dal segno e dalla parola profondissimi.

Nell’uovo

Se c’è un aggettivo che può aiutarci a definire il libro tattile Nell’uovo è probabilmente spiazzante. Spiazzante è, infatti, il formato di questo volume, con spesse pagine in stoffa grigia tenute insieme da una barra di legno. Spiazzante è il tipo di illustrazione tattile, non basata sul consueto collage di materiali ma sulla tecnica del gaufrage. E spiazzante, infine, è il racconto offerto dall’autrice Laura Cingolani che ha un che di surreale.

Al centro della storia c’è una tartaruga che depone un uovo: evento – questo – sorprendente e capace di scatenare in chi narra più di un’emozione, dalla gioia alla paura. Un uovo è infatti un oggetto fragile e prezioso, che richiede cura, che può facilmente essere minacciato e che genera pertanto un’affezione trepidante. Ma un uovo è anche un oggetto suggestivo, la cui forma particolare evoca somiglianze inattese, per esempio quella con il volto umano.

Sulla scorta di queste idee, l’autrice confeziona una storia che forse una storia vera e propria non è e che assomiglia più a un sogno o a un pensiero sospeso che mescola reale e fantastico. Frasi brevissime si accompagnano a illustrazioni raffinate su carta porosa bianca pazientemente cucita a ogni pagina. Basate sui soli rigonfiamenti di talune forme, come tipico della tecnica del gaufrage, le figure composte da Alessia Consiglio sono talvolta molto minuziose, quando riguardano per esempio la tartaruga, talvolta più minimali ed evocative, quando immortalano per esempio le emozioni descritte.

Sul finale, dove il testo fa riferimento a una sorpresa, una sorpresa è presente davvero, non solo a livello narrativo ma anche a livello fisico. Qui la pagina si presenta infatti come una tasca da cui è possibile estrarre la matrice intagliata che ha dato forma alla figura gauffrata: un espediente che oltre a rafforzare la dimensione dell’imprevedibilità di cui parla il libro, offre anche uno spunto curioso e interessante rispetto al processo compositivo che ha consentito di comporlo.

Alla luce di tutti questi aspetti, in virtù di un testo piuttosto criptico e di immagini che virano spesso verso la dimensione astratta, Nell’uovo si presenta come un libro di non immediata decifrazione: aspetto, questo, che può favorire un interessante dibattito interpretativo ma anche risultare di ostacolo a una fruizione davvero appagante e pienamente godibile da parte di un lettore bambino.

Balenga

Quando si hanno cinque anni come Gino, una vacanza è sempre un’avventura. Quella che aspetta Gino, però, è proprio un’avventura speciale, un’avventura grande come… una balena!  Arrivato al mare con il nonno e impaziente di esplorare la spiaggia e di andare a caccia dei tesori che questa nasconde, Gino si imbatte infatti in un cetaceo arenato. Una telefonata ad Angelino ed ecco che l’amico del nonno nonché esperto di questi colossi del mare, arriva con la sua barca per occuparsi della salute della malcapitata. Non una ma ben due sorprese – una meno e una decisamente più entusiasmante – renderanno la giornata di Gino davvero indimenticabile.

Coinvolgente e impegnato, Balenga è un libro in simboli in cui testo e illustrazioni sono accomunate da una certa vivacità. Nonostante il numero circoscritto di personaggi e la relativa brevità del racconto, l’albo presenta una storia non banale e contraddistinta da una serie di piccoli colpi di scena oltre che da un tema serio e importante come quello dell’inquinamento. Alla luce di questo come del fatto che il testo scritto da Maro Lùbic non è brevissimo e alterna frasi brevi ad altre più articolate e complesse, Balenga si presta particolarmente bene a una lettura rivolta a bambini non proprio alle prime armi con i libri, le storie e la narrazione in simboli.

Questi ultimi, scelti all’interno della collezione WLS, vengono impiegati in maniera puntuale, a supporto visivo di un testo in cui gli elementi lessicali sono riquadrati individualmente. Il libro edito da Fabbrica dei Segni segue infatti il modello di simbolizzazione inbook di cui questi aspetti sono caratteristici.

La ricetta della strafelicità

Impacciato e pasticcione, Michele non sembra esattamente il tipo da brillare in cucina. Torte e arrosti richiedono, in effetti, precisione e accuratezza. Ma si può dire lo stesso della felicità? Per cucinar quest’ultima servono più che altro ingredienti speciali, ingredienti che profumano di emozioni e ricordi, di sogni e giornate indimenticabili: parola di nonna Isa, che della strafelicità possiede la ricetta esclusiva e segretissima. Con lei Michele trascorre le giornate più felici e per questo, quando la nonna viene a mancare, lo smarrimento del ragazzo è massimo. Si sente sperduto e assediato, Michele, di fronte a quella perdita inattesa. E in quel momento così delicato, in cui presenza e assenza fanno un passaggio di testimone e in cui Michele da ragazzo si ritrova uomo, sarà proprio la ricetta esclusiva e segretissima della nonna a venirgli in aiuto.

Delicatissimo e impastato di metafore saporite, La ricetta della strafelicità mette insieme un testo e delle illustrazioni accomunati da una leggerezza impalpabile. La densità delle emozioni trattate trova infatti uno slancio inatteso nelle parole accorte e sensibili di Matteo Razzini e nelle illustrazioni sottili di Alessandro Ferraro. Tratteggiate, sospese e animate da uno spirito surreale che centra a pieno il tono del testo, queste ultime moltiplicano i significati e fanno del libro edito da Corsiero un albo che non pretende scioccamente di recintare temi complessi come quelli della morte, dei ricordi e dei sentimenti ma sceglie invece con intelligenza di dare loro respiro e multisfaccettatura.

Edito in forma tradizionale prima di diventare un inbook, La ricetta della strafelicità sceglie sentieri narrativi poco battuti rinunciando a tutta una serie di caratteristiche che abitualmente contraddistinguono i libri in simboli. La sovrapposizione tra dimensione reale e dimensione fantastica, il forte valore simbolico della storia, il consistente uso di metafore e la presenza di illustrazioni surreali in linea con il tono del racconto rappresentano infatti scelte compositive e stilistiche poco praticate nell’ambito dei volumi in CAA perché implicano maggiori sforzi di astrazione e un tipo di decodifica che van ben oltre la semplice comprensione delle parole.

E questo, se da un lato costituisce una sfida altissima per lettori con difficoltà comunicative che vogliano e possano cimentarsi con una lettura più complessa e insolita, dall’altro lancia un messaggio molto forte rispetto alla possibilità che i libri in simboli possano rappresentare una lettura che non riguarda necessariamente solo chi abitualmente impiega la CAA. L’inbook de La ricetta della strafelicità di dice insomma che i simboli possono raccontare tanti tipi di storie e che le storie in simboli possono incontrare tanti tipi di lettori.

Signor Orso ha fame

A un grande letargo segue necessariamente un grande appetito, e infatti, risvegliatosi da un lungo sonno, il signor Orso si ritrova con lo stomaco piuttosto brontolante. Inesperto e un po’ tontolone, tuttavia, Orso non riesce a trovare la colazione adatta a lui e anche l’aiuto del suo amico riccio Filippo sembra portare a ben pochi risultati. Fiori, bambù, carote e cortecce lasciano a desiderare ma talvolta (Newton insegna!), quando si è perseveranti, le soluzioni possono cascare dal cielo!

Con la consueta dose di genuinità e candore, i personaggi creati da Alice Campanini si trovano coinvolti in piccole avventure che mettono alla prova la loro inventiva e i loro rapporti di amicizia. Il riccio Filippo, già presente in Un riccio per amico e di Bosco dove sei?, in questo è maestro: la sua generosità e il suo prendersi cura degli altri sono, infatti, il motore di tutti i racconti che lo vedono protagonista.

Semplice e iterato nella struttura narrativa, Il signor Orso ha fame presenta un testo non troppo asciutto ma nemmeno troppo complesso: un giusto equilibrio per lettori che non manifestino grandi difficoltà a seguire storie di una certa lunghezza e a comprendere frasi in cui non mancano espressioni metaforiche e costruzioni con una o più coordinate e/o subordinate.

I simboli impiegati, come da modello in-book, sono i WLS, il che garantisce una certa flessibilità e ricchezza espressiva. Riquadrati e dedicati a singoli elementi lessicali, i simboli sono fisicamente inseriti sulle stesse pagine in cui compaiono le illustrazioni, continuando però a risultare molto leggibili. La composizione grafica appare infatti equilibrata e non confusiva.

Sei uno spettacolo nonno

A Marco piace stare con il nonno ma il fatto che debba trascorrere con lui tutti i pomeriggi non gli va esattamente a genio. Sono i suoi genitori, piuttosto assenti per motivi di lavoro, a obbligarlo perché così né lui né il nonno restano soli in loro assenza.

Il nonno, però, conosce bene suo nipote e non gli sfugge il malessere che lo anima. Così, trovato un momento tranquillo, Marco gli confida il suo disagio e il desiderio di dedicarsi anche ad altre attività, come l’agognato corso di teatro. Come fare a conciliare le aspirazioni da attore con le imposizioni genitoriali? Ci pensa il nonno a trovare una soluzione tanto bislacca quanto funzionale.

Sei uno spettacolo nonno presenta una storia piuttosto piana, priva di grandi avvenimenti, e concentrata perlopiù sui sentimenti e le relazioni e sulla loro multisfaccettatura. Al centro, l’autrice pone infatti i dialoghi tra nonno e nipote che condividono sogni, emozioni e progetti.

Contraddistinto da un testo non proprio minimo, essenziale e lineare così come da un’impaginazione piuttosto fitta, il libro edito da Storie Cucite si presta a una lettura godibile da parte di bambini non proprio alle prime armi e che presentino una certa dimestichezza con i simboli. Questi ultimi, scelti all’interno nella collezione WLS, sono proposti e combinati secondo le norme del modello in-book, quindi con testo minuscolo e interno al riquadro, elementi simbolizzati individualmente, presenza di qualificatori di numero e genere.

Le illustrazioni, dal canto loro, presentano uno stile pulito e delicato, che ben si sposa alla tematica e al tono del testo.

Zoe Salvamondo (collana)

Zoe Salvamondo è una bambina curiosa, intraprendente e piuttosto incline a partecipare in maniera attiva alle faccende della comunità, piccola e grande, di cui fa parte. Il personaggio creato da Ruggero Poi e Alice Rossi incarna di fatto l’idea che non si è mai troppo piccoli per fare la propria parte e così, attraverso storie create ad hoc, la bambina conosce, sperimenta soluzioni e fa propri gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU: traguardi per lo sviluppo sostenibile che spaziano dalla tutela dell’ambiente all’educazione, dalla riduzione delle disuguaglianze alla cultura della pace.

In Zoe Salvamondo e la melenzana melanzanissima, per esempio, la protagonista esplora il tema della costruzione di città e comunità sostenibili (obiettivo 11). Lo fa spinta dal desiderio di preparare una deliziosa parmigiana di melanzane: occasione che la porta a conquistare una piccola isola verde in mezzo al traffico cittadino, a scontrarsi con la grande quantità di rifiuti, in parte superflui, che ogni giorno tutti noi produciamo, a fare la conoscenza di alberi che hanno un nome e a sperimentare quanto possano essere proibitive per il movimento e lo svago dei bambini le vie di una città.  Sul terrazzo del nonnino, infine, la bambina scopre che piccoli gesti di cura possono aiutarci a dare spazio a quelle creature come le api che altrimenti rischiano di scomparire dai nostri spazi a tutto cemento e come proprio quella cura costituisca il segreto di verdure buonissime, che più buone non si può!

In Zoe e il vestito di arancia, invece, a far da motore per il racconto è l’obiettivo dedicato al consumo e alla produzione sostenibili (obiettivo 12). Qui Zoe è intenta a cercare il regalo di compleanno perfetto per la sua amica Tilde. Difficile trovare qualcosa di meglio di un vestito originalissimo fatto di arance. Ma l’entusiasmo di Zoe in favore del pianeta non si ferma qui: insieme a lei a ai suoi amici, carte e pacchi dei regali diventano il materiale perfetto per costruire cartelli colorati e dar vita a un corteo di bambini. Un modo, questo, per dire a gran voce che il gioco dell’Usariusa è bellissimo e che anche gli adulti dovrebbero proprio provarlo!

Le storie di Zoe Salvamondo sono confezionate in collaborazione con la Fondazione Pistoletto e pubblicate da Beisler in forma di albo con caratteristiche di alta leggibilità. Font Testme, spaziatura maggiore e sbandieratura a destra caratterizzano da un punto di vista visivo, testi abbastanza semplici, dalla struttura lineare e perlopiù paratattica, ideali per prime esperienze di decodifica autonoma. Il racconto è piuttosto piano, privo di veri e propri guizzi inventivi, e accompagnato da illustrazioni vivaci che hanno un ruolo preminente e supportano in modo efficace la lettura.

Nelle vicende cittadine di Zoe, in cui trovano spazio personaggi ricorrenti come gli amici Tito e Tilde o il gatto Smangiucchio, questioni importanti e di spessore come quelle al centro dell’Agenda 2030 assumono una forma concreta e apprezzabile anche da bambini della scuola primaria. In questo senso i libri di Zoe offrono uno strumento interessante anche e soprattutto per un eventuale sviluppo del tema a livello scolastico.

Due piccoli orsi

La monelleria è probabilmente qualità imprescindibile di ogni cucciolo, qualunque sia la sua specie di appartenenza. Al pari di due piccoli d’uomo, i due orsetti protagonisti dell’albo di Ylla fanno infatti appena in tempo ad ascoltare le raccomandazioni di mamma orsa che già si lanciano per i prati, allontanandosi dalla tana in cui sono appena nati. Come resistere d’altronde? Ci sono capriole da fare, fiori da annusare, foglie da rosicchiare, boschi in cui inoltrarsi. E così, quando i due orsi iniziano a sentire la mancanza della mamma, la strada che li separa da casa è ormai irriconoscibile. Nessuno degli animali sconosciuti incontrati per caso, d’altro canto, sembra poterli aiutare: né, il vitello, né il cavallo, né tantomeno il piccolo pulcino. Sarà inaspettatamente la burbera cornacchia a dar loro un aiuto determinante per ricongiungersi alla mamma. Un lieto fine, questo, che ha tutto il sapore di un preludio a una nuova insospettabile marachella!

Due piccoli orsi unisce un testo lineare e senza troppi orpelli a immagini fotografiche in bianco e nero di grande intensità. Ylla è stata infatti una straordinaria fotografa, con una speciale e specifica passione per gli scatti dedicati agli animali. Capace di coglierli con grande naturalezza in momenti di gioco, relazione e interazione con il contesto naturale, l’artista di origini croate aveva uno spiccato talento per immortalare gesti ed espressioni in cui l’umano potesse in qualche modo riconoscersi e per collocarli all’interno di una narrazione compiuta e coinvolgente. Ecco allora che i suoi lavori, di cui I due orsi sono un esempio significativo che speriamo non resti isolato, continuano a offrire occasioni di lettura insieme spiazzanti e rassicuranti.

Due piccoli orsi è infatti un albo con quasi settant’anni sulle spalle ma che porta una straordinaria ventata di novità nel panorama editoriale italiano. La scelta di Ylla di unire al testo delle immagini fotografiche è infatti assolutamente insolita in un settore come quello della non-fiction che, almeno nel nostro paese, si tiene ben saldo a modelli di illustrazione consolidati e riconosciuti come familiari dal pubblico. E proprio questa inconsueta soluzione apre non solo nuove e intriganti possibilità narrative ma anche a nuove e preziose possibilità di accesso alla lettura. La presenza di immagini che, pur non lesinando sulla componente espressiva, prediligono un medium aderente al reale come la fotografia, fa sì che il racconto nella sua componente iconica risulti di più agevole fruizione anche da parte di quei bambini che hanno difficoltà di astrazione e di decodifica di illustrazioni troppo confusive o distanti dall’esperienza reale. Ecco allora che un tipo di immagine finora impiegata quasi esclusivamente (e comunque sempre in minima quantità) all’interno di imagier o libri semplicissimi per la prima infanzia, assume qui un ruolo del tutto nuovo, per accompagnare un racconto ben più strutturato e contribuire a comporre un volume ben più corposo. Perché fruibilità del mezzo non significa necessariamente semplicità del contenuto. E gli orsi di Ylla ne sono una chiara e bellissima prova.

Indovinello

Un libro che si intitola Indovinello non può certo lesinare sulle sorprese ma difficilmente il lettore di questo libro si aspetta tutta l’imprevedibilità che si nasconde sotto la copertina. Questa, in primis, cela un che di inaspettato: quello che potrebbe sembrare un tomo tozzo e massiccio dalla raffinata copertina in pelle, si rivela in realtà essere un contenitore. Ohibò, Indovinello è dunque un libro in scatola!

Non solo. Indovinello è un libro che non si sfoglia. Arrotolato, infatti, su sé stesso, il libro di Elodie Maino presenta un lato liscio in similpelle e un lato più ruvido in carta da pacchi. Su quest’ultimo è apposta una striscia centrale in stoffa bianca su cui poggiano le illustrazioni tattili. La speciale forma del libro non è meramente estetica o pensata per spiazzare il lettore, bensì risulta funzionale a uno svelamento progressivo del testo e delle immagini.

A fronte di un cartellino che recita (in nero e in Braille): “Indovinello: sono piccolo e tondo. Chi sono?”, il libro fa via via comparire una serie di oggetti che potrebbero risolvere l’enigma. Questi si accompagnano dal canto loro a un testo che consente man mano di aggiustare il tiro e restringere il campo delle soluzioni. L’oggetto misterioso si scopre infatti essere più piccolo di un pompon ma meno di un confetto, più elegante di un tappo non destinato al naso o alla bocca, simile a una perla e… lungi da noi svelare gli ultimi decisivi indizi!

Simpatico a coinvolgente, soprattutto nell’ottica di una scoperta esclusivamente tattile, Indovinello vanta testi minimi e amichevoli che si accompagnano in maniera puntuale a illustrazioni di facile decodifica. Queste ultime sono infatti realizzate con oggetti reali (gli stessi citati poco più su) invece che con collage di materiali: aspetto questo che agevola il bambino nel riconoscimento dei soggetti. Il libro si presta in questo modo a solleticare e appagare lettori vedenti e non vedenti anche non molto esperti nella pratica dell’esplorazione tattile, offrendo loro un interessante mix tra prevedibile e inatteso. La singolare forma del volume, inoltre, lo rende particolarmente funzionale anche a letture collettive, per esempio in classe o in biblioteca.

Quello che tocco

Non è raro trovare libri per la primissima infanzia dedicati ai contrasti più semplici e immediati. Non sempre, tuttavia, la maniera in cui questi ultimi sono proposti sulla pagina appare davvero rispettosa delle esigenze e delle competenze dei lettori a cui i libri sono rivolti. Dettagli eccessivi, contesti confusivi ed elementi di contorno poco significativi rischiano spesso di rendere i volumi poco efficaci nel loro intento comunicativo o di risultare poco fruibili da parte di bambini che sperimentano maggiori difficoltà. Ecco allora che in questo panorama, una proposta come il libro tattile Quello che tocco di Martina Dorascenzi si distingue per semplicità e accessibilità.

Questi, infatti, non solo presenta poco testo sia in nero sia in Braille e illustrazioni interamente esplorabili sia alla vista sia al tatto, ma fa dell’essenzialità la sua cifra. Il libro si concentra, in particolare, su due specifici contrasti – duro/morbido e liscio/ruvido – e dedica a ogni concetto una doppia pagina, con l’aggettivo sulla sinistra e un tondo realizzato con un diverso materiale sulla destra. Abbastanza spessi da poter essere reperiti sulla pagina con facilità e realizzati con materiali ben scelti e ben distinguibili, i tondi si prestano a una esplorazione agevole, veloce ed efficace. Un’ultima pagina, infine, ripropone i quattro tondi incontrati fino a quel momento e invita ad associarli ad altrettante figure a loro affini per forma e texture, contenute in una taschina in stoffa. Il libro assume così, nel finale, la forma di uno spazio di gioco che tanta parte ha nel consolidamento dei concetti esplorati ed appresi.

Quello che tocco può essere letto e goduto a pieno da solo ma fa idealmente parte di un percorso tattile dedicato a concetti molto semplici (forme, contrasti, textures, elementi topologici…) insieme a due altri volumi: Ditino e Nastrino. Tutti ideati da Martina Dorascenzi e pubblicati dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, i tre libri appaiono coerenti nell’aspetto poiché condividono la forma quadrata, la scelta di pagine in stoffa dai colori vivaci e una struttura che prevede pochissimo testo e forme essenziali che invitano all’esplorazione più che al riconoscimento di figure. Il tipo di lettura che ne deriva è estremamente interattivo, piacevole, giocoso e stimolante: caratteristiche, queste, di grande importanza nell’ottica di coinvolgere piccoli lettori con poca esperienza del mondo e dei libri.

Per le stesse ragioni Nastrino, Ditino e Quello che tocco si prestano bene a essere condivisi all’interno di piccoli gruppi di bambini piccoli, in famiglia o al nido, per esempio. La qualità e l’appeal di questi volumi li rende infatti molto accattivanti per qualunque bambino di pochi anni, con e senza una disabilità visiva. La loro semplicità e il coinvolgimento motorio che essi implicano, inoltre, ne fa uno strumento estremamente efficace e spendibile anche con bambini con difficoltà diverse, legate per esempio alla comprensione di concetti astratti. La forza dell’esperienza concreta, ossia del corpo che impara facendo, è infatti chiave preziosa e forse insostituibile per sostenere una reale appropriazione dei libri e dei contenuti che essi custodiscono.

Nastrino

Gli oltre quarant’anni di attività di un editore come La coccinella dimostrano chiaramente una cosa: i libri con i buchi hanno un fascino irresistibile per le piccole dita! Se poi quei buchi popolano pagine morbide e facili da sfogliare, si affiancano a bustine da aprire e chiudere e tracciano percorsi in cui un nastro possa entrare e uscire, allora il libro che li ospita avrà con tutta probabilità vita felice. Questo, perlomeno, è ciò che auguriamo a Nastrino, libro tattile attentamente progettato da Martina Dorascenzi per la Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi.

Protagonista del libro è per l’appunto un nastrino dorato che il bambino è invitato a far viaggiare di pagina in pagina, attraverso una serie di buchi tondi. Il nastrino è custodito in una taschina di stoffa collocata sulla prima pagina e da qui viene estratto. Una volta terminato il percorso, il nastrino può essere riposto in una taschina simile alla prima, collocata in chiusura. Minimalissimo nei testi, che si limitano a una frase di saluto e a un invito a far avanzare il nastro, il volume presenta un solo buco per ogni pagina, così da agevolarne il reperimento e rendere l’operazione di ingresso e uscita del nastro alla portata di dita inesperte. Sia che godano sia che non godano del supporto della vista, queste si possono muovere con un certo agio e piacere su pagine accoglienti, trovando nel libro un terreno di esplorazione  e gioco stimolante e appagante.

Nastrino può essere letto e goduto a pieno da solo ma fa idealmente parte di un percorso tattile dedicato a concetti molto semplici (forme, contrasti, textures, elementi topologici…) insieme a due altri volumi: Ditino e Quello che tocco. Tutti ideati da Martina Dorascenzi e pubblicati dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, i tre libri appaiono coerenti nell’aspetto poiché condividono la forma quadrata, la scelta di pagine in stoffa dai colori vivaci e una struttura che prevede pochissimo testo e forme essenziali che invitano all’esplorazione più che al riconoscimento di figure. Il tipo di lettura che ne deriva è estremamente interattivo, piacevole, giocoso e stimolante: caratteristiche, queste, di grande importanza nell’ottica di coinvolgere piccoli lettori con poca esperienza del mondo e dei libri.

Per le stesse ragioni Nastrino, Ditino e Quello che tocco si prestano bene a essere condivisi all’interno di piccoli gruppi di bambini piccoli, in famiglia o al nido, per esempio. La qualità e l’appeal di questi volumi li rende infatti molto accattivanti per qualunque bambino di pochi anni, con e senza una disabilità visiva. La loro semplicità e il coinvolgimento motorio che essi implicano, inoltre, ne fa uno strumento estremamente efficace e spendibile anche con bambini con difficoltà diverse, legate per esempio alla comprensione di concetti astratti. La forza dell’esperienza concreta, ossia del corpo che impara facendo, è infatti chiave preziosa e forse insostituibile per sostenere una reale appropriazione dei libri e dei contenuti che essi custodiscono.

Un passero per capello

Non è mica facile concentrarsi, suonare il piano o persino ricordarsi di essere felici quando una moltitudine di uccellini decide di appostarsi sulla tua tesa e bisticciare notte e dì facendo un gran baccano: proprio ciò che accade a Sofia, che da un giorno all’altro si ritrova assediata da uno stormo cinguettante tutt’altro che piacevole. Per la bambina non sembra esserci via d’uscita – quegli uccellini sono proprio tosti e impertinenti – senonché a un certo punto incontra qualcuno che condivide la sua stessa assurda situazione. Quel che accade dopo ha un che di magico: ché l’amicizia, si sa, può fare veri prodigi!

Semplice e lineare nel contenuto e nella forma, Un passero per capello si fa apprezzare per la delicatezza del racconto e per l’efficacia della metafora che vede la solitudine come un tormento che affolla i pensieri e di cui non è semplice liberarsi. L’albo di Monika Filipina, in catalogo per Camelozampa dal 2015, viene ora riproposto dall’editore con una nuova veste che privilegia caratteristiche di alta leggibilità come il font EasyReading e una spaziatura maggiore: un’iniziativa, questa, che non può che rallegrare, nell’ottica di offrire, fin dalle prime letture autonome, libri il più possibile accoglienti e amichevoli anche per chi sperimenta difficoltà legate alla dislessia.

Via della gentilezza

La gentilezza è contagiosa e ripaga sempre. In modi del tutto imperscrutabili, ma ripaga sempre. Per dare voce a questa idea semplice ma fortissima, l’autrice slovena Marta Bartolj confeziona una storia senza parole che appassiona e a tratti commuove.

Protagonista è una ragazza che si presenta al lettore piuttosto triste. Il suo sguardo sconsolato e i manifesti con un cane in primo piano lasciano intendere subito quale sia il motivo del suo stato d’animo. Non del tutto rassegnata alla perdita del suo cagnolino, la ragazza attraversa la città per affiggere i manifesti e lungo il percorso, senza nemmeno badarci troppo, fa dono dello spuntino che aveva portato con sé – una succulenta mela rossa – a un musicista di strada incontrato per caso. Click! È lì che si accende invisibilmente la miccia della gentilezza. Un ragazzo che assiste alla scena, sorride e poco dopo, nel parco, si ferma senza indugio a raccogliere una lattina rossa abbandonata per terra.  È un bambino intento a giocare sul prato, a quel punto, a rimanere colpito dal gesto e a lasciarsi ispirare da esso in un nuovo piccolo atto di premura verso una coetanea probabilmente sconosciuta. Click, click, click: la miccia della gentilezza è ormai inarrestabile e arriva senza posa a toccare le persone più disparate: dall’elegante vecchietto che legge il giornale sulla panchina al ragazzo seduto in caffetteria che aspetta che spiova. Di gesto in gesto, la gentilezza vista diventa gentilezza agita, in una catena di spontanea solidarietà che porta a un lieto fine dolce e a un cerchio che si chiude.

Delicato nel contenuto e nel tratto, Via della gentilezza racconta una storia che arriva dritta il lettore senza che le parole si rendano necessarie. Merito non solo della forza dei gesti ritratti ma anche degli espedienti narrativi messi in campo dall’autrice, come il contrasto tra il disegno a matita e i dettagli rossi (colore certo non casuale!) che innescano la sequenza di piccole attenzioni; il gioco di inquadrature che guida lo sguardo del lettore ora sugli oggetti chiave, ora sui gesti, ora sulle espressioni dei protagonisti; o la ripresa dettagliata delle singole scene attraverso riquadri strettamente collegati tra loro. In questo modo il lettore viene come accompagnato nella lettura visiva del racconto, senza che troppe inferenze gli siano richieste e che l’interpretazione del quadro si faccia troppo ostica. All’assenza di parole, che già allarga la fruibilità del volume, si aggiunge dunque questa particolare chiarezza narrativa che fa di Via della gentilezza una lettura decisamente accessibile, nonostante la sua lunghezza non indifferente.

Il viaggio

Ci sono voluti tre anni perché Il viaggio di Peter Van Den Ende vedesse finalmente la luce. Analogamente, ci possono volere ore e molte immersioni tra le pagine perché il lettore assapori a pieno la ricchezza di particolari, storie, metafore e suggestioni che questo libro straordinario racchiude. Costruito per sole immagini in bianco e nero, finemente realizzate con pennino e inchiostro, Il viaggio fa compiere a chi legge un’avventurosa traversata sopra e sotto il mare, tra ambienti e creature che sono fonte inesauribile di stupore.

A tracciare la rotta è una barchetta di carta, esile ma tenace, che inesorabilmente procede nonostante i pericoli e gli imprevisti che le acque aperte possono riservare: l’incontro con mostri marini, per esempio, ma anche l’attacco a sorpresa da una misteriosa piattaforma petrolifera o le onde alte scatenate del mare in burrasca. Il motivo di tanta perseveranza non è del tutto svelato e il finale ci consente soltanto di fare qualche fragile ipotesi. Perché nel corposo libro dell’autore olandese – 96 densissime pagine da cui lasciarsi sedurre e inghiottire – ogni cosa resta sospesa sul filo del fantastico, mostra dettagli che solleticano, sfidano, interrogano il lettore. Cosa sono quelle creature, un po’ animali un po’ guerrieri, che solcano le onde? Chi conduce la barchetta tra porti e profondità marine? Cosa muove un equipaggio in cui trovano posto, tra gli altri, un cavaliere oscuro, un cervo fiorito e un giullare misterioso?

Metafora e metafisica ammantano la realtà – quella che ci consente di riconoscere l’itinerario della barca dai tropici al polo – conducendo in una dimensione altra, che dialoga con la parte meno razionale e più intima del lettore. Questi si trova, così, ad attraversare zone di luce e d’ombra che scavano, scavano, scavano nei suoi pensieri con la paziente precisione di un pennino. Anche in virtù di questo aspetto Il viaggio si presta a letture personalissime, in cui tempo si dilata e le scelte esplorative e interpretative del lettore sfuggono a indicazioni univoche.

Suggestivo e ipnotico, il libro di Peter Van Den Ende offre così una sfida di lettura densa e appagante a quei lettori che si sentano a proprio agio a stare in equilibrio tra dimensione reale e dimensione onirica e che non provino un senso di vertigine e disorientamento all’interno di pagine in cui non c’è spazio per il vuoto perché ogni millimetro quadrato si fa portatore di dettagli.

L’albero, la nuvola, la bambina

Chiara Valentina Segré e Paolo Domeniconi – la cui sintonia felice avevamo già apprezzato in Lola e io – torna a toccare il lettore nel profondo con un nuovo albo che è una specie di sussurro, un invito quieto a confrontarsi con timori complessi, come quello della fine e della vita esposta al cambiamento.

Nel dialogo tra una bambina preoccupata per la sorte del fratello malato e un pruno ormai prossimo all’abbattimento, i due autori indagano il legame che ci avvicina alla natura, lo scarto tra ciò che scompare e ciò che resta con la morte, il valore della trasformazione e la varietà di forme che possono assumere la cura e il ricorso. Con uno stampo squisitamente metaforico, che vede i pensieri cupi farsi nuvola tempestosa o una prugna succosa rappresentare la memoria che dà frutto – l’albo edito da Camelozampa esplora temi tutt’altro che banali e offre al lettore una forma di poesia che prescinde da versi e rime.

L’autrice sceglie e inanella, infatti, con grande misura le parole che dicono preoccupazione e speranza mentre l’illustratore dà vita a tavole magnetiche in cui tutto – dalle inquadrature alle palette, dalle ombre ai riflessi – concorre a dare spessore e intensità al dialogo tra la bambina e l’albero.

L’albero, la nuvola e la bambina chiede silenzio e tempo per sedimentare e rimestare dentro, offrendo una lettura di una certa complessità, nonostante il numero ristretto di pagine che lo compongono. Il libro costituisce dunque un esempio perfetto di come l’albo illustrato possa prestarsi a raccontare storie tutt’altro che banali che chiamano a sé un pubblico non proprio inesperto, capace di leggere non solo le parole, ma anche le figure e l’intreccio tra i due linguaggi. Questo, unito alla scelta di caratteristiche di alta leggibilità, ne fanno un volume particolarmente appagante e fruibile anche per bambini e ragazzi con dislessia.

Un piano quasi perfetto

I bambini non leggono più e hanno occhi solo per gli schermi? No problem, da oggi c’è una soluzione! Con una grafica originalissima che trasforma ogni doppia pagina in un computer aperto, Un piano (quasi) perfetto fa della lettura un’esperienza sorprendente e diversamente tecnologica. Coloratissimo e dal tratto divertente, il libro scritto e illustrato da Silvia Baroncelli racconta di un coniglio di nome Cosimo che, vivendo lontano dai nonni, prova spesso una grande nostalgia per loro. Abituato a vederli e sentirli tramite computer (esperienza quanto mai comune di questi tempi!), Cosimo decide che per il suo compleanno vuole ricevere da loro un abbraccio vero e così organizza in gran segreto una spedizione per raggiungerli.

Per organizzare il viaggio servono intraprendenza e abilità con il computer che, non a caso, a Cosimo non mancano! E così, pagina dopo pagina, il coniglio mette a punto il suo piano sfruttando il computer di casa per cercare treni e strade: il tutto – data la segretezza dell’operazione – destreggiandosi e cercando di non farsi distrarre dalla ricerca di ricette e video rock per i famigliari. La missione si rivela così più complessa del previsto. Per fortuna ogni compleanno che si rispetti non manca di sorprese e – computer o meno – anche questo finirà per onorare la tradizione!

Molto accattivante grazie alle figure amichevoli e vivaci, alla struttura a pc che richiede una lettura in verticale e alla rivisitazione in chiave conigliesca di alcuni aspetti e dettagli del mondo umano, Un piano (quasi) perfetto si presenta come una lettura particolarmente originale per lettori alle prime armi, forte anche di un font e di caratteristiche tipografiche ad alta leggibilità, di testi minimi in maiuscolo (dialoghi) e in minuscolo, perfettamente inglobati nelle illustrazioni e di un apparato visuale che la fa nettamente da padrone. Difficile non provare curiosità di fronte a un libro così particolare e una volta aperto… bè, lì inizia davvero il viaggio!

La caccia notturna

Non fatevi ingannare dallo stile asciutto e dai colori scuri che dominano la copertina de La caccia notturna: lungi dal dar vita a una storia cupa a ingessata, questi tratti sono piuttosto la chiave di una storia silenziosa sorprendente e appassionante.

Protagonisti sono due intrepidi amici – un armadillo e un serpente – decisi a far scorta di frutta, intrufolandosi in piena notte in una casa. I due non hanno fatto, però, i conti con il gatto da guardia. Insospettito da insoliti rumori, questi si mette infatti sulle tracce degli intrusi e inizia un giro di perlustrazione per le stanze. Ma i due ladruncoli non sono dei dilettanti: in ogni ambiente, giusto un attimo prima che il gatto li raggiunga, assumono le sembianze di un diverso oggetto d’arredo, così da risultare praticamente invisibili. E se, turlupinato a puntino, il gatto finisce per gettare la spugna e rinunciare alla sua missione di ricerca, lo stesso difficilmente può dirsi del lettore: la dinamica del cerca-trova costruita in ogni pagina rende infatti la narrazione estremamente sfiziosa. Riconoscere l’armadillo e il serpente nel bastone della doccia, nel bollitore, nel termosifone o nel mappamondo diventa, infatti, ragione di avanzamento irresistibile e piacevolissima.

Al gusto di trovare le parole per raccontare una storia che di parole scritte non ne ha – peraltro a ragion più che veduta, perché il silenzio è qui funzionale al contesto furtivo e al meccanismo di misteriosa mimetizzazione – si aggiunge, quindi, quello di raccogliere la sfida dei due animali, veri e propri artisti del camouflage!

Oh!

È proprio il caso di dirlo: Oh!, che splendida e inaspettata notizia la ripubblicazione di questo libro! Gioiellino senza tempo firmato da Josse Goffin, Oh! era uscito in Italia quasi trent’anni fa per i tipi della Emme edizioni e torna ora sugli scaffali per felice iniziativa di Kalandraka.

Semplice ed eppure sorprendente, il libro procede per doppie pagine di sole immagini che, grazie al collaudato meccanismo delle alette, trasformano puntualmente il soggetto rappresentato in qualcosa di assolutamente inatteso. Così, per esempio, una tazza diventa una nave, una molletta un pesce, una scarpa un drago e una racchetta da ping pong un aeroplano che fuma la pipa.

Nel mondo surreale di Goffin, non solo le cose mutano con una naturalezza straordinaria, ma un gatto che si lava i denti o un coccodrillo che porta la bombetta non fanno il benché minimo scalpore. Ecco allora che il lettore si lascia trasportare senza difficoltà lungo una narrazione che ha i piedi tutt’altro che per terra e che fa dello stupore il suo motore trainante. Impossibile per lui – che abbia 3 o 90 anni – resistere alla tentazione di immaginare cosa possano diventare quella mela o quel pagliaccio in scatola posti sulla pagina, una volta che l’aletta si sarà sollevata.

Oltre a vantare un fascino istantaneo, Oh! ha il pregio di risultare fruibile anche da parte di bambini con maggiori difficoltà di lettura. In primis, l’assenza di parole lo rende più amichevole nei confronti di quei lettori che faticano nella decodifica del testo alfabetico. In seconda battuta, la lettura visiva risulta accessibile e godibile anche in presenza di difficoltà cognitive, grazie al filo narrativo minimale con cui le diverse pagine sono legate (l’oggetto al centro di ogni doppia pagina è già presente, con un ruolo più marginale, anche in quella precedente) e alle immagini chiarissime, prive di fronzoli, dai contorni netti che si stagliano su uno sfondo pulito. Infine, la semplice ma efficace dinamica ludica che il libro mette in campo agevola l’aggancio anche dei lettori più recalcitranti: ché la sorpresa, si sa, ha un fascino davvero irresistibile!

Guarda il gatto. Tre storie su un cane

David Larochelle è un autore poliedrico e versatile: se il suo romanzo young adult Io no… o forse sì colpiva per il vivo e autentico approccio a temi spinosi, Guarda il gatto sa conquistare bambini di età prescolare con tre storie brevi e spassosissime. Target e tipo di racconto sono dunque totalmente diversi, ma identica è la capacità di fare centro!

Protagonista in Guarda il gatto, è un buffo cane di nome Max che interagisce in maniera piuttosto accesa con l’autore del libro, fino a costringerlo a modificarne il contenuto. Inscritto all’interno di un gioco metanarrativo efficacissimo, il loro è un botta e risposta incalzante e divertente che si presta alla perfezione a una lettura ad alta voce e che non lesina su colpi di scena, sorprese e trovate spiazzanti.

In ogni doppia pagina, la parte a sinistra contiene una breve e incisiva frase che fa avanzare il racconto, mentre la parte a destra vede la reazione di Max a quanto appena scritto, in un dialogo che ogni volta fa prendere alla storia una piega inaspettata. Tra gatti, unicorni, serpenti e ippopotami la vita narrativa di Max non può certo dirsi tranquilla e, parimenti, il lettore non ha modo di annoiarsi.

Storie minime, testo essenziale, (meta)narrazione sorprendente (e, grazie a Biancoenero, anche font ad alta leggibilità): non è difficile capire come mai Guarda il gatto. Tre storie su un cane abbia vinto uno sfilza di premi e immaginare come possa dare vita a letture, condivise o autonome, di grande appagamento.

Crocrò

C’è un cucciolo di coniglio, che di un coniglio non ha affatto l’aspetto, che racconta molto e bene di alcune cose tipicamente umane. Parliamo di Crocrò, il personaggio creato da Stéphane Servant e Simone Rea, protagonista dell’omonimo albo pubblicato da La Margherita. Privo delle tipiche orecchie lunghe e della coda a batuffolo ma con una insolita bocca larga e un modo buffo di comunicare – di fatto riassumibile in una sola parola: Crocrò – il coniglietto si fa spazio dapprima in una famiglia di conigli conigliescamente perfetti, e poi in una comunità via via più ampia che fa perno intorno alla scuola. Se l’incontro con la prima è certo spiazzante ma vira subito verso un amore incondizionato, quello con la seconda appare fin da subito molto più accidentato.

Fuori dalle mura accoglienti di casa, Crocrò deve infatti fare i conti con l’imbarazzo degli altri animali, con la loro curiosità invadente, con i goffi tentativi di riparazione e con le immancabili prese in giro. Là dove la protezione familiare non arriva, la diversità del coniglio appare, infatti, in tutta la sua evidenza e genera sentimenti molto variegati e molto distanti dall’immediata accettazione, anche quando il coniglio sperimenta soluzioni improbabili per inseguire una somiglianza che di fatto non c’è. Di fronte al buio della solitudine, che l’illustratore rende con una tavola centrale essenziale e densissima, solo la luce sorridente della luna può cambiare la sorte, regalando a Crocrò non certo un aspetto nuovo ma un nuovo modo di accettarsi sì. Con una danza inarrestabile che non lascia indifferente chi lo circonda, Crocrò trova così il suo personalissimo modo di stare al mondo che nessuno, ma proprio nessuno, può e intende più mettere in discussione.

Molto forte per la maniera in cui rispecchia situazioni reali e riconoscibilissime, legate soprattutto alla disabilità, Crocrò affronta di petto il tema della diversità, scegliendo di raccontarla con uno sguardo positivo ma non semplicistico. Con una commistione efficace tra dimensione reale e dimensione fantastica – pensiamo per esempio alla scelta di calare la storia in un mondo animale dai forti tratti antropomorfizzati o al richiamo squisitamente fiabesco al motivo del bacio principesco -, il libro non propone una ricetta per facili miracoli ma piuttosto una storia di dolceamara poesia. Determinanti, in questo senso, le tavole di Simone Rea che vanno sapientemente a dare voce ai silenzi del testo, che si animano di pochi ma eloquenti dettagli e che rendono, infine, profondamente umana la quotidianità del tenero Crocrò.

Mi vesto (collana A bocca aperta)

Se illustrare libri per bambini è faccenda seria (e lo è!), farlo per bambini piccolissimi è faccenda serissima. Qui, infatti, più che altrove, la personalità del segno deve necessariamente confrontarsi con specifiche esigenze di lettura e con abilità di decodifica ancora in maturazione: pena, il flop della proposta, l’accantonamento del libro o la sua fruizione passiva e priva di sollecitazioni appaganti.

Anche per questa ragione l’affacciarsi sul mercato di libri e collane contraddistinti da un’attenzione rispettosa nei confronti del giovanissimo lettore e delle sue possibilità vanno accolti con gioia. È il caso della collana A bocca aperta proposta da Camelozampa e supervisionata da Silvia Blezza Picherle e Luca Ganzerla, professori dell’Università degli Studi di Verona. Predisposta ad accogliere titoli variegati e a coinvolgere autori diversi, la collana è stata da poco inaugurata con una miniserie di volumi che portano la firma di Helen Oxenbury, vero e proprio mostro sacro dell’illustrazione per l’infanzia.

Composta di libretti – quattro finora – cartonati, quadrati e senza parole, questa miniserie si rivolge a bambini piccoli e risulta fruibile già al di sotto dell’anno. Protagonista è un bebè dal passo ancora incerto minuziosamente rappresentato nei gesti, nelle pose e negli interessi tipici dei bambini di quell’età. Ad ogni pagina e in base al tema specifico del libro, il bebè interagisce con animali domestici e oggetti quotidiani senz’altro familiari ai lettori suoi coetanei. Il suo sguardo è attento e curioso, le sue movenze ancora acerbe e impacciate, la sua concentrazione massima, così il suo potenziale lettore finisce per trovarsi di fronte a uno specchio che riflette esattamente il suo modo di approcciare il mondp. Non è un caso, in questo senso, se i titoli che contengono un verbo sono declinati alla prima persona singolare (Mi vesto, Mi diverto)

All’interno di ogni volume, le scene proposte si susseguono secondo una logica minima (le azioni della giornata seguono vagamente una scansione temporale) o più sovente non la seguono affatto, andando piuttosto a comporre una sorta di imagier inerente a un certo tema in cui, volendo, l’ordine delle pagine potrebbe anche essere rimescolato. In particolare:

Al lavoro immortala il bebè nelle azioni quotidiane più comuni che lo vedono protagonista, come la pappa, il bagnetto o la passeggiata in carrozzina.

Mi diverto illustra alcuni dei passatempi più amati, dal concerto di pentole e cucchiai alla lettura di un libro, dalle costruzioni (e distruzioni) con i cubi alle coccole con un grande pupazzo.

Mi vesto ritrae il bebè intento a infilare, uno via l’altro, i vari capi di abbigliamento, dai più agevoli come il cappello ai più complessi come i calzini.

Amici, infine, mostra l’interazione del protagonista con animali diversi, di piccola, grossa e grossissima taglia, con i quali, in forme diverse, si instaura una tenera complicità.

A fare la differenza in questi volumi sono alcune attenzioni specifiche al livello cognitivo dei potenziali lettori e agli elementi che ne favoriscono una soddisfacente appropriazione del racconto. Così, per esempio, le figure appaiono nitide su sfondo bianco e pulito, prive di orpelli decorativi e dettagli inutili; il bambino è sempre ritratto nella sua interezza intento a compiere azioni e movimenti ben riconoscibili; dettagli come le espressioni del viso, le movenze o l’abbigliamento indossato in relazione alle specifiche attività sono sempre coerenti. Inoltre gli oggetti e gli animali rappresentati sono scelti tra quelli che più facilmente il bambino conosce, in modo da offrirgli un’esperienza appagante di decodifica dell’immagine e soprattutto di ognuno di essi viene proposta un’illustrazione estrapolata dal contesto nella pagina di sinistra e un’illustrazione che ne mostra l’uso o l’interazione da parte del bambino nella pagina di destra. Come ben spiegato da Luigi Paladin e Rita Valentino Merletti all’interno del saggio Nati sotto il segno dei Libri, questa attenzione particolare agevola l’operazione di lettura da parte del bambino piccolo perché attiva in maniera più potente la cosiddetta simulazione incarnata.

Tutti questi elementi, dal canto loro, favoriscono il coinvolgimento e la piena partecipazione anche da parte di bambini con maggiori difficoltà cognitive che qui più che altrove possono trovare racconti quotidiani davvero riconoscibili e poco confusivi.

A rendere infine speciali questi volumi, il guizzo ironico inimitabile di Helen Oxenbury che anche quando si rivolge a un pubblico di giovanissimi lettori non cede alla tentazione della rappresentazione piatta e banale. Così tra queste pagine non sarà difficile imbattersi in bambini decisi a infilare i pantaloni dopo aver indossato le scarpe, a tenere in ostaggio un gatto inerme adibito a cuscino o a leggere con grande interesse un libro girato al contrario.

Mi diverto (collana A bocca aperta)

Se illustrare libri per bambini è faccenda seria (e lo è!), farlo per bambini piccolissimi è faccenda serissima. Qui, infatti, più che altrove, la personalità del segno deve necessariamente confrontarsi con specifiche esigenze di lettura e con abilità di decodifica ancora in maturazione: pena, il flop della proposta, l’accantonamento del libro o la sua fruizione passiva e priva di sollecitazioni appaganti.

Anche per questa ragione l’affacciarsi sul mercato di libri e collane contraddistinti da un’attenzione rispettosa nei confronti del giovanissimo lettore e delle sue possibilità vanno accolti con gioia. È il caso della collana A bocca aperta proposta da Camelozampa e supervisionata da Silvia Blezza Picherle e Luca Ganzerla, professori dell’Università degli Studi di Verona. Predisposta ad accogliere titoli variegati e a coinvolgere autori diversi, la collana è stata da poco inaugurata con una miniserie di volumi che portano la firma di Helen Oxenbury, vero e proprio mostro sacro dell’illustrazione per l’infanzia.

Composta di libretti – quattro finora – cartonati, quadrati e senza parole, questa miniserie si rivolge a bambini piccoli e risulta fruibile già al di sotto dell’anno. Protagonista è un bebè dal passo ancora incerto minuziosamente rappresentato nei gesti, nelle pose e negli interessi tipici dei bambini di quell’età. Ad ogni pagina e in base al tema specifico del libro, il bebè interagisce con animali domestici e oggetti quotidiani senz’altro familiari ai lettori suoi coetanei. Il suo sguardo è attento e curioso, le sue movenze ancora acerbe e impacciate, la sua concentrazione massima, così il suo potenziale lettore finisce per trovarsi di fronte a uno specchio che riflette esattamente il suo modo di approcciare il mondp. Non è un caso, in questo senso, se i titoli che contengono un verbo sono declinati alla prima persona singolare (Mi vesto, Mi diverto)

All’interno di ogni volume, le scene proposte si susseguono secondo una logica minima (le azioni della giornata seguono vagamente una scansione temporale) o più sovente non la seguono affatto, andando piuttosto a comporre una sorta di imagier inerente a un certo tema in cui, volendo, l’ordine delle pagine potrebbe anche essere rimescolato. In particolare:

Al lavoro immortala il bebè nelle azioni quotidiane più comuni che lo vedono protagonista, come la pappa, il bagnetto o la passeggiata in carrozzina.

Mi diverto illustra alcuni dei passatempi più amati, dal concerto di pentole e cucchiai alla lettura di un libro, dalle costruzioni (e distruzioni) con i cubi alle coccole con un grande pupazzo.

Mi vesto ritrae il bebè intento a infilare, uno via l’altro, i vari capi di abbigliamento, dai più agevoli come il cappello ai più complessi come i calzini.

Amici, infine, mostra l’interazione del protagonista con animali diversi, di piccola, grossa e grossissima taglia, con i quali, in forme diverse, si instaura una tenera complicità.

A fare la differenza in questi volumi sono alcune attenzioni specifiche al livello cognitivo dei potenziali lettori e agli elementi che ne favoriscono una soddisfacente appropriazione del racconto. Così, per esempio, le figure appaiono nitide su sfondo bianco e pulito, prive di orpelli decorativi e dettagli inutili; il bambino è sempre ritratto nella sua interezza intento a compiere azioni e movimenti ben riconoscibili; dettagli come le espressioni del viso, le movenze o l’abbigliamento indossato in relazione alle specifiche attività sono sempre coerenti. Inoltre gli oggetti e gli animali rappresentati sono scelti tra quelli che più facilmente il bambino conosce, in modo da offrirgli un’esperienza appagante di decodifica dell’immagine e soprattutto di ognuno di essi viene proposta un’illustrazione estrapolata dal contesto nella pagina di sinistra e un’illustrazione che ne mostra l’uso o l’interazione da parte del bambino nella pagina di destra. Come ben spiegato da Luigi Paladin e Rita Valentino Merletti all’interno del saggio Nati sotto il segno dei Libri, questa attenzione particolare agevola l’operazione di lettura da parte del bambino piccolo perché attiva in maniera più potente la cosiddetta simulazione incarnata.

Tutti questi elementi, dal canto loro, favoriscono il coinvolgimento e la piena partecipazione anche da parte di bambini con maggiori difficoltà cognitive che qui più che altrove possono trovare racconti quotidiani davvero riconoscibili e poco confusivi.

A rendere infine speciali questi volumi, il guizzo ironico inimitabile di Helen Oxenbury che anche quando si rivolge a un pubblico di giovanissimi lettori non cede alla tentazione della rappresentazione piatta e banale. Così tra queste pagine non sarà difficile imbattersi in bambini decisi a infilare i pantaloni dopo aver indossato le scarpe, a tenere in ostaggio un gatto inerme adibito a cuscino o a leggere con grande interesse un libro girato al contrario.

Amici (collana A bocca aperta)

Se illustrare libri per bambini è faccenda seria (e lo è!), farlo per bambini piccolissimi è faccenda serissima. Qui, infatti, più che altrove, la personalità del segno deve necessariamente confrontarsi con specifiche esigenze di lettura e con abilità di decodifica ancora in maturazione: pena, il flop della proposta, l’accantonamento del libro o la sua fruizione passiva e priva di sollecitazioni appaganti.

Anche per questa ragione l’affacciarsi sul mercato di libri e collane contraddistinti da un’attenzione rispettosa nei confronti del giovanissimo lettore e delle sue possibilità vanno accolti con gioia. È il caso della collana A bocca aperta proposta da Camelozampa e supervisionata da Silvia Blezza Picherle e Luca Ganzerla, professori dell’Università degli Studi di Verona. Predisposta ad accogliere titoli variegati e a coinvolgere autori diversi, la collana è stata da poco inaugurata con una miniserie di volumi che portano la firma di Helen Oxenbury, vero e proprio mostro sacro dell’illustrazione per l’infanzia.

Composta di libretti – quattro finora – cartonati, quadrati e senza parole, questa miniserie si rivolge a bambini piccoli e risulta fruibile già al di sotto dell’anno. Protagonista è un bebè dal passo ancora incerto minuziosamente rappresentato nei gesti, nelle pose e negli interessi tipici dei bambini di quell’età. Ad ogni pagina e in base al tema specifico del libro, il bebè interagisce con animali domestici e oggetti quotidiani senz’altro familiari ai lettori suoi coetanei. Il suo sguardo è attento e curioso, le sue movenze ancora acerbe e impacciate, la sua concentrazione massima, così il suo potenziale lettore finisce per trovarsi di fronte a uno specchio che riflette esattamente il suo modo di approcciare il mondp. Non è un caso, in questo senso, se i titoli che contengono un verbo sono declinati alla prima persona singolare (Mi vesto, Mi diverto)

All’interno di ogni volume, le scene proposte si susseguono secondo una logica minima (le azioni della giornata seguono vagamente una scansione temporale) o più sovente non la seguono affatto, andando piuttosto a comporre una sorta di imagier inerente a un certo tema in cui, volendo, l’ordine delle pagine potrebbe anche essere rimescolato. In particolare:

Al lavoro immortala il bebè nelle azioni quotidiane più comuni che lo vedono protagonista, come la pappa, il bagnetto o la passeggiata in carrozzina.

Mi diverto illustra alcuni dei passatempi più amati, dal concerto di pentole e cucchiai alla lettura di un libro, dalle costruzioni (e distruzioni) con i cubi alle coccole con un grande pupazzo.

Mi vesto ritrae il bebè intento a infilare, uno via l’altro, i vari capi di abbigliamento, dai più agevoli come il cappello ai più complessi come i calzini.

Amici, infine, mostra l’interazione del protagonista con animali diversi, di piccola, grossa e grossissima taglia, con i quali, in forme diverse, si instaura una tenera complicità.

A fare la differenza in questi volumi sono alcune attenzioni specifiche al livello cognitivo dei potenziali lettori e agli elementi che ne favoriscono una soddisfacente appropriazione del racconto. Così, per esempio, le figure appaiono nitide su sfondo bianco e pulito, prive di orpelli decorativi e dettagli inutili; il bambino è sempre ritratto nella sua interezza intento a compiere azioni e movimenti ben riconoscibili; dettagli come le espressioni del viso, le movenze o l’abbigliamento indossato in relazione alle specifiche attività sono sempre coerenti. Inoltre gli oggetti e gli animali rappresentati sono scelti tra quelli che più facilmente il bambino conosce, in modo da offrirgli un’esperienza appagante di decodifica dell’immagine e soprattutto di ognuno di essi viene proposta un’illustrazione estrapolata dal contesto nella pagina di sinistra e un’illustrazione che ne mostra l’uso o l’interazione da parte del bambino nella pagina di destra. Come ben spiegato da Luigi Paladin e Rita Valentino Merletti all’interno del saggio Nati sotto il segno dei Libri, questa attenzione particolare agevola l’operazione di lettura da parte del bambino piccolo perché attiva in maniera più potente la cosiddetta simulazione incarnata.

Tutti questi elementi, dal canto loro, favoriscono il coinvolgimento e la piena partecipazione anche da parte di bambini con maggiori difficoltà cognitive che qui più che altrove possono trovare racconti quotidiani davvero riconoscibili e poco confusivi.

A rendere infine speciali questi volumi, il guizzo ironico inimitabile di Helen Oxenbury che anche quando si rivolge a un pubblico di giovanissimi lettori non cede alla tentazione della rappresentazione piatta e banale. Così tra queste pagine non sarà difficile imbattersi in bambini decisi a infilare i pantaloni dopo aver indossato le scarpe, a tenere in ostaggio un gatto inerme adibito a cuscino o a leggere con grande interesse un libro girato al contrario.

Al lavoro (collana A bocca aperta)

Se illustrare libri per bambini è faccenda seria (e lo è!), farlo per bambini piccolissimi è faccenda serissima. Qui, infatti, più che altrove, la personalità del segno deve necessariamente confrontarsi con specifiche esigenze di lettura e con abilità di decodifica ancora in maturazione: pena, il flop della proposta, l’accantonamento del libro o la sua fruizione passiva e priva di sollecitazioni appaganti.

Anche per questa ragione l’affacciarsi sul mercato di libri e collane contraddistinti da un’attenzione rispettosa nei confronti del giovanissimo lettore e delle sue possibilità vanno accolti con gioia. È il caso della collana A bocca aperta proposta da Camelozampa e supervisionata da Silvia Blezza Picherle e Luca Ganzerla, professori dell’Università degli Studi di Verona. Predisposta ad accogliere titoli variegati e a coinvolgere autori diversi, la collana è stata da poco inaugurata con una miniserie di volumi che portano la firma di Helen Oxenbury, vero e proprio mostro sacro dell’illustrazione per l’infanzia.

Composta di libretti – quattro finora – cartonati, quadrati e senza parole, questa miniserie si rivolge a bambini piccoli e risulta fruibile già al di sotto dell’anno. Protagonista è un bebè dal passo ancora incerto minuziosamente rappresentato nei gesti, nelle pose e negli interessi tipici dei bambini di quell’età. Ad ogni pagina e in base al tema specifico del libro, il bebè interagisce con animali domestici e oggetti quotidiani senz’altro familiari ai lettori suoi coetanei. Il suo sguardo è attento e curioso, le sue movenze ancora acerbe e impacciate, la sua concentrazione massima, così il suo potenziale lettore finisce per trovarsi di fronte a uno specchio che riflette esattamente il suo modo di approcciare il mondp. Non è un caso, in questo senso, se i titoli che contengono un verbo sono declinati alla prima persona singolare (Mi vesto, Mi diverto)

All’interno di ogni volume, le scene proposte si susseguono secondo una logica minima (le azioni della giornata seguono vagamente una scansione temporale) o più sovente non la seguono affatto, andando piuttosto a comporre una sorta di imagier inerente a un certo tema in cui, volendo, l’ordine delle pagine potrebbe anche essere rimescolato. In particolare:

Al lavoro immortala il bebè nelle azioni quotidiane più comuni che lo vedono protagonista, come la pappa, il bagnetto o la passeggiata in carrozzina.

Mi diverto illustra alcuni dei passatempi più amati, dal concerto di pentole e cucchiai alla lettura di un libro, dalle costruzioni (e distruzioni) con i cubi alle coccole con un grande pupazzo.

Mi vesto ritrae il bebè intento a infilare, uno via l’altro, i vari capi di abbigliamento, dai più agevoli come il cappello ai più complessi come i calzini.

Amici, infine, mostra l’interazione del protagonista con animali diversi, di piccola, grossa e grossissima taglia, con i quali, in forme diverse, si instaura una tenera complicità.

A fare la differenza in questi volumi sono alcune attenzioni specifiche al livello cognitivo dei potenziali lettori e agli elementi che ne favoriscono una soddisfacente appropriazione del racconto. Così, per esempio, le figure appaiono nitide su sfondo bianco e pulito, prive di orpelli decorativi e dettagli inutili; il bambino è sempre ritratto nella sua interezza intento a compiere azioni e movimenti ben riconoscibili; dettagli come le espressioni del viso, le movenze o l’abbigliamento indossato in relazione alle specifiche attività sono sempre coerenti. Inoltre gli oggetti e gli animali rappresentati sono scelti tra quelli che più facilmente il bambino conosce, in modo da offrirgli un’esperienza appagante di decodifica dell’immagine e soprattutto di ognuno di essi viene proposta un’illustrazione estrapolata dal contesto nella pagina di sinistra e un’illustrazione che ne mostra l’uso o l’interazione da parte del bambino nella pagina di destra. Come ben spiegato da Luigi Paladin e Rita Valentino Merletti all’interno del saggio Nati sotto il segno dei Libri, questa attenzione particolare agevola l’operazione di lettura da parte del bambino piccolo perché attiva in maniera più potente la cosiddetta simulazione incarnata.

Tutti questi elementi, dal canto loro, favoriscono il coinvolgimento e la piena partecipazione anche da parte di bambini con maggiori difficoltà cognitive che qui più che altrove possono trovare racconti quotidiani davvero riconoscibili e poco confusivi.

A rendere infine speciali questi volumi, il guizzo ironico inimitabile di Helen Oxenbury che anche quando si rivolge a un pubblico di giovanissimi lettori non cede alla tentazione della rappresentazione piatta e banale. Così tra queste pagine non sarà difficile imbattersi in bambini decisi a infilare i pantaloni dopo aver indossato le scarpe, a tenere in ostaggio un gatto inerme adibito a cuscino o a leggere con grande interesse un libro girato al contrario.

Io parlo come un fiume

La poesia sa sorprendere e spiazzare, vestendo talvolta abiti insoliti e abitando case che di rado la vedono ospite. Così accade, per esempio, in Io parlo come un fiume, intenso albo a firma di Jordan Scott e Sydney Smith di recente pubblicato da Orecchio Acerbo. Qui, la scrittura intensa, cadenzata e capace di cantare l’inquieto convivere del giovane protagonista con la sua balbuzie, assume infatti la forma di una profonda melodia che prende dimora tra le pagine illustrate, ora tesissima ora lenta. La sua è una musicalità che attende discreta e che chiede di esser letta ad alta voce per spigionarsi a pieno.

È il miracolo delle parole, fatte sì di senso ma anche di suoni: proprio quelli che il giovane protagonista del libro fatica a pronunciare fluidamente, attirando gli scherni dei compagni e accumulando giorno dopo giorno vergogna e tormento. Ma proprio come possono causare ferite difficili da vedere e da dire, le parole sanno anche e soprattutto essere il balsamo che le lenisce: così, le parole di un papà attento e accogliente non trasformano la realtà ma possono certo offrire un modo diverso di osservarla in un’ottica di cura, intesa come riguardo più che come rimedio. Quel papà, taciturno ma capace di guardare con attenzione suo figlio e di vedere ciò che gli altri non scorgono – il pino che mette radici nella sua bocca, la cornacchia che si attacca al fondo della sua gola o la luna che gli spolvera le labbra con un incantesimo – riesce a trovare per lui le poche parole che servono.

Mio padre dice che parlo come un fiume, afferma il protagonista in una doppia pagina centrale che mozza letteralmente il fiato del lettore. Sotto un primissimo piano del ragazzo assorto, questa si sdoppia e si apre in quattro facciate, mostrandolo intento a immergersi tra acque placide e scintillanti. Si avverte una grande pace e insieme un forte coraggio di fronte a questa immagine. È un punto di autentica svolta. Riconoscersi balbettante come il fiume da lui tanto amato, è per il ragazzo l’occasione di ripensarsi diversamente e di accogliere difficoltà e irregolarità nel parlare come un modo del tutto naturale di stare al mondo. Cosa c’è di più naturale, in effetti, dell’acqua, di un fiume che scorre ora placido ora tumultuoso, vorticoso, gorgogliante, dirompente?

A far risuonare queste parole in tutta la loro potenza, dando un respiro poetico altissimo alla storia, sono le illustrazioni di Sydney Smith, illustratore che come pochi altri sa dare voce ai silenzi che dimorano tra le righe. I suoi acquerelli che giocano puntualissimi con primi piani e campi larghi, contrasti e trasparenze, immagini nette e dissolvenze fanno salire in superficie, proprio come la poesia, ciò che altrimenti resterebbe sommerso. Sono tavole commuoventi, le sue, in cui il confine tra il dentro e il fuori si fa cosa labile e indefinita.

Ed è così che la storia del protagonista arriva al lettore come un pizzicotto e una carezza, entrambi verissimi. Non solo e non tanto perché di storia reale si tratta – l’autore racconta infatti quella che è stata la sua esperienza di ragazzo balbuziente – ma perché in essa la complessità dei sentimenti e delle relazioni si fa palpabile e condivisibile. L’affanno della diversità, l’abbraccio della natura, la forza delle parole, la cura dello sguardo travalicano infatti il tema particolare della balbuzie per accogliere smarrimenti diversi e far sentire a chiunque un poco propria questa storia di identità e rappresentazione. Lungi dall’offrire una mera pillola di illuminazione e di conforto per chi nel disturbo del protagonista si identifica in maniera specifica, Io parlo come un fiume si presenta come luogo potenziale di ristoro e scossa per qualunque lettore e come tale merita di essere raccontato, letto, condiviso e promosso.

Ditino

Ditino è un tipo intraprendente: passa senza timore in alto, in basso, sopra e sotto le cose. Provare per credere! Il volume per piccolissimi ideato e realizzato da Martina Dorascenzi è infatti un invito per dita curiose a muoversi sulle pagine seguendo semplici istruzioni (“Ditino passa in alto”, per esempio), seguendo un bordo ricamato di facile reperimento. Collocato di volta in volta in una posizione diversa, il bordo delinea un sentiero, una sorta di traccia che il bambino può seguire per sperimentare in prima persona i concetti spaziali più elementari. Punto di riferimento rispetto a cui questi concetti acquistano senso, è un cuscinetto morbido posto al centro della pagina che il lettore può trovare e riconoscere con una certa immediatezza. Semplice me davvero molto ben fatto, Ditino risponde così allo specifico bisogno di allenare l’orientamento spaziale: abilità tutt’altro che scontata soprattutto (ma non solo) per i bambini non vedenti.

Ditino può essere letto e goduto a pieno da solo ma fa idealmente parte di un percorso tattile dedicato a concetti molto semplici (forme, contrasti, textures, elementi topologici…) insieme a due altri volumi: Nastrino e Quello che tocco. Tutti ideati da Martina Dorascenzi e pubblicati dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, i tre libri appaiono coerenti nell’aspetto poiché condividono la forma quadrata, la scelta di pagine in stoffa dai colori vivaci e una struttura che prevede pochissimo testo e forme essenziali, che invitano all’esplorazione più che al riconoscimento di figure. Il tipo di lettura che ne deriva è estremamente interattivo, piacevole, giocoso e stimolante: caratteristiche, queste, particolarmente importanti nell’ottica di coinvolgere piccoli lettori con poca esperienza del mondo e dei libri.

Per le stesse ragioni Nastrino, Ditino e Quello che tocco si prestano bene a essere condivisi all’interno di piccoli gruppi di bambini piccoli, in famiglia o al nido, per esempio. La qualità e l’appeal di questi volumi li rende infatti molto accattivanti per qualunque bambino di pochi anni, con e senza una disabilità visiva. La loro semplicità e il coinvolgimento motorio che essi implicano, inoltre, ne fa uno strumento estremamente efficace e spendibile anche con bambini con difficoltà diverse, legate per esempio alla comprensione di concetti astratti. La forza dell’esperienza concreta, ossia del corpo che impara facendo, è infatti chiave preziosa e forse insostituibile per sostenere una reale appropriazione dei libri e dei contenuti che essi custodiscono.

Un giorno perfetto

Ci sono tanti modi per vivere e nutrire l’amicizia. Condividere, per esempio, il gioco, gli scherzi, la buona cucina o le letture. Ma a volte nessuna di queste cose sembra cascare a fagiolo e far sì che la scintilla dell’amicizia possa davvero scoccare. È quello che succede al volpacchiotto protagonista dell’albo Un giorno perfetto: nonostante la placida atmosfera autunnale sembri propizia a trovare un amico, tutti i suoi sforzi per conquistare l’attenzione e il favore di un giovane coniglio sembrano vani. Saranno infine la sua tenacia e la sua capacità di stare semplicemente accanto all’altro, rispettandone nel profondo i bisogni, a permettergli di cogliere la differenza tra trovare un amico ed esserlo. Perché l’amicizia, in fondo, non è condividere solo cose ed esperienze ma anche e soprattutto emozioni.

Tenero e profondo, l’albo scritto e illustrato da Maria Gianola racconta una cosa semplice semplice ma spesso trascurata come l’importanza di riconoscere e accogliere i sentimenti di chi ci sta accanto per coltivare delle relazioni autentiche. Lo fa con uno stile tenue che delinea personaggi che ispirano immediata simpatia. Nella vitalissima volpe e nel coniglio corrucciato, ogni lettore può facilmente riconoscere sé stesso in momenti diversi della sua vita o più semplicemente della sua giornata, ritrovando nei due animali protagonisti stati d’animo e atteggiamenti umanissimi. Un giorno perfetto si contraddistingue poi per un testo diretto ed essenziale che si presta bene a sostenere anche primi tentativi di lettura autonoma grazie alle poche parole scelte per ogni pagina, alla puntuale corrispondenza tra figure e testo quasi in forma di didascalia, e all’impiego dello stampatello maiuscolo, peraltro proposto in font ad alta leggibilità EasyReading.

Il gatto combinaguai

Che scoperta, la collana Upupa delle Edizioni La linea! Gli albi illustrati che la compongono lavorano in favore dell’inclusione su un doppio binario: da un lato proponendo storie in doppia lingua e dall’altro offrendo il racconto in versione cartacea e in versione audio. Ogni volume presenta infatti sul retro di copertina un qr code attraverso il quale è possibile accedere a contenuti multimediali tra cui non solo l’audiolibro completo in doppia lingua, con piacevole sottofondo musicale, ma anche alcune parole chiave del racconto, pronunciate sia in italiano sia nella lingua a cui di volta in volta questo è affiancato nel libro. Il lettore può dunque scegliere la modalità a lui più congeniale per approcciare il testo, sia dal punto di vista della lingua sia da quello del supporto. I titoli della collana offrono, così, delle occasioni di lettura preziosa anche a lettori che faticano a relazionarsi col testo scritto per ragioni per esempio di dislessia, a lettori che non padroneggiano perfettamente la nostra lingua o a lettori che sperimentano entrambe le condizioni: una situazione di doppia inaccessibilità che qui viene felicemente supportata con prodotti versatili, ben confezionati e piacevoli da leggere.

Il gatto combinaguai è proprio uno di questi titoli. Scritto da un autore giordano –  Abeer Al-Taher –, e illustrato da un’artista libanese – Maya Fidawi -, il libro racconta una storia tenera e divertente, ideale da leggere ad alta voce (e dunque anche da fruire in modalità audio). Protagonisti sono un anziano signore e un gatto nero piuttosto turbolento. L’anziano è molto affezionato al felino ma in seguito a una sfilza di marachelle, decide di disfarsene. Il suo piano appare però più facile a dirsi che a farsi: ogni volta che abbandona il gatto da qualche parte, questi trova, infatti, il modo di tornare a casa. L’unica soluzione sembra essere quella di portarlo nel luogo più lontano del mondo, al Polo Sud. La strada è lunga, al punto che una volta arrivati, l’anziano pare aver quasi scordato i guai che l’hanno spinto fino a lì. A quel punto decide di tornare a casa ma fatica a ritrovare la via. Per fortuna insieme a lui c’è qualcuno che vanta un lungo curriculum in fatto di orientamento!

Breve, semplice e ben congegnato, Il gatto combinaguai offre un testo e delle illustrazioni delicatamente ironici. Intrigante e curioso, per il lettore italiano, è inoltre il fatto di leggere il libro partendo dal fondo, come la lingua araba richiede.

Dove c’era un prato

Una porzione di campagna – un laghetto, un pugno di case, prati e coltivazioni, alberi antichi e sentieri sterrati – può nascondere molto più di quel che si vede e di quel che ci si aspetta. Nello spazio di uno sguardo c’è il lavoro dei campi, lo svago all’aria aperta, la natura che esplode in tutta la sua bellezza. Ci sono i tempi lenti, la dimensione umana e le giornate lunghe. Jörg Müller parte proprio da qui, da questo brulicare di attività, movimenti e relazioni, per raccontare la sua storia. Lo fa con un’istantanea a campo largo, che immortala un luogo e un tempo precisissimi: siamo nella primavera degli anni ‘50 e il verde puntinato di fiori la fa da padrone. Lo stesso scenario compare anche nelle pagine seguenti ma via via che il libro avanza il paesaggio si trasforma. Non sono solo le stagioni a mutare le vesti del territorio. È l’impatto dell’uomo a fare davvero la differenza. Di pagina in pagina, infatti, i prati e i boschi iniziano a sparire, le case assumono nuove forme, la presenza umana è relegata all’interno degli edifici e il grigio si fa dominante. Così, in una carrellata tristemente verosimile, l’autore racconta vent’anni di cambiamenti ambientali, interrogando silenziosamente il lettore sui vantaggi e sugli svantaggi che questi portano con sé. Del tutto privo di parole, Dove c’era un prato mette, insomma, il lettore di fronte a una successione di fatti, senza aggiungervi commenti di sorta, ma lasciando piuttosto che siano le immagini a fare leva, con la loro potenza, sullo spirito critico di chi le osserva e mette in successione.

Dove c’era un prato fa la sua prima comparsa in Italia con la Emme di Rosellina Archinto, praticamente negli stessi anni in cui Adriano Celentano cantava che là dove c’era l’erba ora c’è una città. Contemporanei e attenti alle medesime trasformazioni paesaggistiche, Il ragazzo della via Gluck e Dove c’era un prato condividono uno sguardo malinconico e inquieto su un’urbanizzazione selvaggia che metro dopo metro finisce per mangiarsi non solo il verde ma tutto ciò che questo rappresenta: attività lavorative e ricreative, relazioni, orizzonti. Libro dalle tante vite, Dove c’era un prato torna ora sugli scaffali per iniziativa di Lazy dog. Nei quasi cinquant’anni che separano quest’edizione dalla prima, l’esperienza del paesaggio e delle sue trasformazioni fatta dal lettore è senz’altro cambiata. Difficile è, infatti, che oggi un bambino assista a un cambiamento radicale come quello raccontato nel libro ma questo non ne riduce il fascino e la portata attuale. Il libro diventa anzi l’occasione per guardarsi intorno, con uno sguardo al passato e uno al futuro, offrendo spunti interessanti anche per costruire percorsi didattici stimolanti e fuori dal comune, oltre che ampiamente accessibili a tutte quelle categorie di lettori che tendono a fare a pugni con il testo scritto.

Achille cane quadrato

Giulio Fabroni e Gloria Francella sono due autori che frequentano casa Sinnos da qualche tempo e che hanno un’interessante capacità di dialogare con i piccolissimi. I loro cofanetti dedicati al personaggio di Merlo – Merlo e la merenda, Merlo e i colori, Merlo e le emozioni, Merlo e gli opposti – sono per esempio prodotti semplici ma curati in cui gioco e lettura si contaminano felicemente. La stessa vincente abilità di parlare in piccolo e di costruire belle storie a partire da concetti maneggiabili da lettori molto in erba, la si ritrova anche in un titolo più recente – Achille cane quadrato – anch’esso pensato per soddisfare bambini taglia XXS.

Protagonista, qui, è un cagnolino a macchie bianche e nere e dal contorno vagamente tondeggiante. Decisamente più definito nella forma è suo zio Achille che, interrogato su come abbia fatto a diventare perfettamente quadrato, condivide con il nipote la sua storia: una storia fatta di iniziali prese in giro e di un lungo percorso alla ricerca della propria identità. L’incontro con un bruco, una gallina e una stella marina lo porta a sperimentare forme diverse, ma è solo quando incappa in una lumaca dalla forma bislacca che Achille trova finalmente la forma che gli calza a pennello e conosce il segreto di una piccola felicità.

Perfetto da leggere ad alta voce (ma ideale anche come prima lettura, dato il testo semplice e le caratteristiche di alta leggibilità), Achille cane quadrato vanta una storia piacevolmente iterata, un gustoso uso di onomatopee e un implicito invito a fare della lettura un’esperienza movimentata. Ogni volta che Achille cambia forma compie infatti gesti buffi che difficilmente lettori piccoli e grandi resistono dal replicare. Tutto questo, unito a illustrazioni dal tratto sorridente e amichevole, fa del libro – che è peraltro perfettamente quadrato, proprio come Achille – un ghiotto assaggio di lettura da proporre ai più piccini.

Il coraggio nel vento di montagna

È piccolo piccolo il protagonista de Il coraggio nel vento di montagna ma ha intraprendenza e fegato da vendere. Tra le pagine del silent book di Li Yao lo incontriamo senza preamboli, mentre corre riparandosi gli occhi in mezzo alla polvere sollevata da un forte vento. Ritrovatosi solo nel cuore di una brutta tempesta, il bambino sfida le intemperie con risolutezza crescente. Se all’inizio, infatti, si limita a resistere e aspettare paziente di fronte a tuoni, fulmini e una pioggia battente, a un certo punto decide di passare all’attacco. Man mano che il cielo si popola di vortici e nuvole dalle sembianze di draghi, guerrieri e mostri, il bambino fa di una piccola maschera che porta con sé la chiave per superare pericolo e paura.

Tutto giocato sulla sospensione tra dimensione reale e dimensione fantastica, con gli elementi naturali che diventano creature minacciose agli occhi del bambino, Il coraggio nel vento di montagna cattura il lettore con un stile concitato che richiama alla mente tradizioni, fumetti e disegni orientali.

Rispetto ad altri volumi nati dall’esperienza del Silent Book Contest, come per esempio Il tesoro di Nina o La serraIl coraggio nel vento di montagna presenta passaggi narrativi un po’ più oscuri e lascia molto più spazio all’interpretazione del lettore. Per questa ragione si presta ad essere affrontato con particolare soddisfazione da bambini un pochino più grandi o comunque che si sentano a loro agio di fronte a storie complesse e dal contenuto meno immediato. Se l’assenza di parole, da un lato, amplifica questo aspetto, spingendo il lettore a interrogarsi sul significato di ogni pagina, dall’altro accoglie una libertà di movimento narrativo piacevolissima  di ci possono finalmente godere anche bambini e ragazzi che di fronte al testo scritto potrebbero invece sentirsi costretti.

La serra

Se c’è un aggettivo che descrive il tratto ben riconoscibile di Giovanni Colaneri è probabilmente rigoglioso. Quasi sempre, dal pennello dell’autore escono, infatti, figure sgargianti che fioriscono sulla pagina e paiono popolare foreste umane e naturali. Accadeva in Che cos’è una sindrome? e accade ora in La serra, libro che fin dal titolo sembra sposarsi a meraviglia con uno stile così florido.

La sua protagonista è una bambina visionaria e intraprendente che vive suo malgrado in una città tutto fumo e grigiume. Non ci sono alberi né animali a rendere vivo il paesaggio e così, quando un uccello dalle sfumature turchesi spunta alla finestra, la bambina non può fare a meno di notarlo. L’uccellino, d’altronde, veste i suoi stessi brillanti colori e tra i due si instaura una complicità immediata. Di fronte all’invito a seguirlo, la bambina non perde tempo e, inforcata la sua bicicletta, percorre desolate e desolanti distese di foreste ormai abbattute fino a che giunge in luogo straordinario. Si tratta di una serra lussureggiante, luogo di per sé meraviglioso se si considera la triste cornice in cui si colloca, ma reso ancor più straordinario dal personale che lo cura. Al di là delle ampie e luminose vetrate la bambina, e con lei il lettore, incontra infatti una schiera di animali deditissimi al giardinaggio: chi innaffia vasi e aiuole, chi trasporta carrelli zeppi di piante e chi ne controlla puntiglioso qualità e stato. C’è un piano preciso dietro tutto questo lavoro, ma gli animali hanno bisogno di una zampa. Ecco allora che la bambina si trova a guidare una spedizione ad alto impatto green a tutto vantaggio dell’intera comunità.

Finalista del Silent Book Contest 2020, La serra racconta di sogni all’apparenza impossibili e di collaborazioni che creano bellezza. Qui, il rispetto per la natura appare chiaramente come qualcosa che ripaga a pieno, restituendo a chi lo pratica un’esistenza a colori. Sospesa tra reale e fantastico, la storia per immagini confezionata da Giovanni Colaneri è ricca di fascino e scandita in modo lineare e chiaro nonostante l’assenza di parole. Quest’ultima, dal canto suo, ne spalanca la fruizione anche da parte di bambini e ragazzi con difficoltà di decodifica e comprensione del testo, legate per esempio alla dislessia o alla disabilità uditiva.

Bosco dove sei?

Già protagonista di Un riccio per amico, il riccio Filippo torna sugli scaffali con il suo carico di ingenua tenerezza. In questa nuova avventura firmata nei testi e nelle immagini da Alice Campanini, l’animaletto si accorge un giorno che il bosco è sparito. Alberi, foglie ed erba scompaiono dal giorno alla notte, senza una spiegazione. Gli altri animali, dal canto loro, mostrano comportamenti insoliti, tutti intenti a prepararsi per un fantomatico letargo. Che cosa sia questo letargo, Filippo di fatto non lo sa e se lo chiede di continuo. Un improvviso scivolone gli porterà inaspettatamente tutte le risposte che cerca, conducendolo finalmente soddisfatto verso un lungo sonno ristoratore…

Col tratto delicato che abbiamo già iniziato a conoscere nel precedente volume, sempre edito da Storie Cucite, Alice Campanini confeziona una storia semplice che parla di natura, curiosità, stupore e amicizia. Bosco dove sei?, già pubblicato anche in formato tradizionale, presenta nella versione in simboli le caratteristiche tipiche del modello inbook cui aderisce. I singoli elementi del testo sono quindi simbolizzati, facendo ricorso alla collezione WLS. I simboli sono poi dotati di qualificatori (di genere, di numero, di tempo…) e racchiusi insieme alla componente alfabetica all’interno del riquadro.

Il libro si caratterizza per un testo piuttosto lungo e articolato, composto di frasi dalla struttura non necessariamente lineare che richiedono una certa abilità di lettura e comprensione. Le illustrazioni, presenti in ogni doppia pagina e prive di dettagli inutili o disturbanti, seguono passo passo il racconto offrendo un sostegno all’attenzione, al fascino narrativo e all’appropriazione della storia.

 

Chissà cosa stai pensando

Chissà cosa stai pensando? è un libro che moltiplica per tre l’impegno in favore dell’inclusione. Non solo, infatti, il testo è supportato visivamente dall’uso dei simboli, ma è reso anche fruibile all’ascolto, grazie alla possibilità di scaricare l’audiolibro tramite QRcode. Infine, la disabilità spunta a sorpresa anche a livello tematico: in chiusura – e solo in chiusura, quando il lettore difficilmente se lo aspetta – il protagonista  del libro viene, infatti, mostrato a bordo della sua sedie a rotelle.

È quello il momento in cui la sua mente, dotata di fervidissima immaginazione, torna sulla terraferma dopo aver compiuto un viaggio tra pianeti di caramelle, alieni famelici e razzi supersonici. Annoiato dalla conversazione tra la mamma e un’amica, il bambino al centro di Chissà cosa stai pensando lascia correre senza freni la fantasia. Il suo desiderio di evasione galoppa ben al di sopra delle ruote della sua carrozzina, assomigliando in tutto e per tutto a quello di chi corre sulle sue gambe.

Semplice e poco elaborato nel contenuto e nella forma, sia testuale sia iconografica, Chissà a cosa stai pensando è frutto di un lavoro collettivo condotto dalla Libera Compagnia di Arti & Mestieri Sociali. Simbolizzato dalla Homeless Book, con la supervisione del Centro Sovrazonale di Comunicazione Aumentativa di Milano e Vardello, il libro aderisce al modello inbook che prevede l’impiego di simboli WLS, la simbolizzazione individuale di tutti gli elementi della frase, la presenza di qualificatori e l’unione di testo e simbolo all’interno del medesimo riquadro. Il risultato è un libro adatto a lettori della scuola primaria, con una pregressa familiarizzazione con la lettura in simboli.

Il segreto di Milla

Uno sguardo vivace, un unicorno sempre accanto e curiosità da vendere: signore e signori, ecco a voi Milla! Al fianco di questa bambina scatenata potrete scalare montagne e scendere a bordo di slittini da bucato, ascoltare il silenzio del bosco e imparare a usare viti e chiavi inglesi. Tenere ferma Milla è infatti un’impresa e la sua intraprendenza è gioiosamente contagiosa. La sua gamba robot è a volte un formidabile alleato, altre motivo di nostalgia per un tempo in cui al suo posto c’era una gamba in carne e ossa. È in questi casi che Milla fa ricorso al suo segreto: uno stratagemma semplice ma efficace per riscoprire le proprie risorse e trovare l’entusiasmo di vivere nuove avventure.

Positivo e carismatico, il personaggio di Milla è al centro di una storia semplice che parla di emozioni universali: nella tristezza, nella resilienza, nel coraggio e nella forza dell’amicizia che animano la bambina può infatti rispecchiarsi qualunque lettore, al di là del fatto che abbia o meno una disabilità. Di quest’ultima il racconto offre, dal canto suo, un ritratto positivo ma non mistificato. La protesi di Milla infatti c’è e fin da subito viene mostrata al lettore, prima con le figure e solo in un secondo momento con le parole. Ma così come non si nega che proprio quella protesi possa portare talvolta dei pensieri bui, allo stesso modo si mette in evidenza come essa non sia un limite alle molteplici esperienze che la bambina può e intende fare. Milla gioca, esplora, arrampica e va in barca proprio come e con i suoi amici, mostrando in tutta semplicità che disabilità e sport, disabilità e divertimento, disabilità e amicizia possono andare tranquillamente a braccetto.

Nato non a caso da un’idea di Alberto Benchimol, che di professione è maestro di sci con larga esperienza nel campo dell’insegnamento a persone con disabilità, Il segreto di Milla è un vero e proprio progetto di comunicazione sociale a misura di bambino. Al personaggio di Milla è associata anche una pagina facebook che persegue i medesimi obiettivi di promozione dell’inclusione attraverso lo sport.

La notte

Bentornati a Wimmlingen, il paese più silenzioso e brulicante che ci sia! Già protagonista degli irresistibili Libri delle stagioni (Topipittori, 2018-2019), la città creata da Rotraut Susanne Berner torna al centro di un nuovo wimmelbuch di grandi dimensioni. Luoghi, abitanti e inquadrature sono immutati rispetto si titoli precedenti: un piacere in più per il lettore che già li ha frequentati e che può così sperimentare la gioia del riconoscimento e il sapore della familiarità. La ripresa, in questo caso, è esclusivamente notturna, il che offre la possibilità di scoprire gli spazi cittadini in una veste insolita, vedendo animarsi luoghi perlopiù deserti di giorno e, al contrario, svuotarsi luoghi di giorno animatissimi. A ruota, anche i personaggi cambiano ruolo, ripresi nel loro tempo libero o in servizio.

E così, a vagare per le strade della vivace cittadina si assiste a comunissime routine quotidiane come a eventi straordinari, a lavori spesso invisibili come a incontri inattesi. Nella Wimmlingen notturna c’è chi si fa la doccia e chi vorrebbe dormire in giardino, chi sventa furti e chi guarda le stelle cadenti, chi fa un pigiama party in biblioteca e chi imbratta i muri per amore. Anche gli animali, come sempre accade nei quadri di Susanne Rotraut Berner, non stanno a guardare e tra gatti ben svegli, procioni a zonzo e cani ladruncoli anche le notti a quattro zampe si fanno piuttosto animate. Ad attraversare la città, partendo dal quartiere residenziale che si accinge a riposare e arrivando al laghetto dove pullulano le attività notturne, il lettore si immerge in una dimensione insolita e avvolgente, in cui al silenzio delle parole assenti si aggiunge quello dell’ora tarda (le 22.15, per la precisione, dice l’orologio della stazione). Tra serrande abbassate e luci accese c’è tanto da osservare, scovare e raccontare: l’autrice ha in questo senso un tocco davvero magico, capace com’è di disseminare tra le pagine dettagli sfiziosi, microstorie che si fanno grandi, citazioni imperdibili e vicende che si intrecciano.

Nei suoi racconti per immagini tutto si tiene con una coerenza e una fittezza di rimandi che sono fonte inesauribile di stupore e ragione di riletture mai uguali. Anche grazie a questa abilità i libri come La notte svelano una molteplicità di strati di lettura che agevola il coinvolgimento e la piena partecipazione da parte di bambini con abilità diverse.  Da un lato, infatti, l’assenza di parole favorisce la positiva appropriazione del libro anche da parte di piccoli lettori con difficoltà di comprensione del testo. Dall’altro, la presenza di storie godibili sia nella loro individualità sia nel loro complesso permette una libertà di movimento pienamente appagante a chi necessita di narrazioni poco articolate al pari di chi si districa con disinvoltura tra vicende disegnate più o meno complesse. Che sia giorno o che sia notte, insomma, la città di Wimmlingen accoglie il lettore con un caloroso e amichevole benvenuto!

A mezzanotte

Mezzanotte è un’ora magica, un tempo speciale che segna un preciso confine oltre il quale qualcosa di straordinario spesso accade. Lo sanno gli umani, immancabili festeggiatori di capodanni, ma lo sanno anche gli animali del bosco. Mezzanotte è infatti l’ora in cui i cancelli del luna park chiudono, lasciando deserti giostre e chioschi di delizie. È proprio a quell’ora che volpi, alci e animali selvatici di ogni sorta varcano il limitare del bosco, da dove pazienti hanno assistito al montaggio del parco di divertimenti preparandosi a goderne. Un buco sotto la rete, un’acrobazia da procioni per accendere l’interruttore generale e si va: il luna park si accende in tutto il suo splendore. Da lì in avanti, per gli animali abituati al silenzio ombroso del bosco è tutto un sorprendersi e sperimentare: ci sono dolciumi da assaporare, giochi di abilità in cui cimentarsi, giostre da cui salire e scendere in una nottata scintillante che è tutto fuorché usuale. Ma ogni cosa ha il suo prezzo e così sui banconi delle attrazioni si accumulano man mano preziose monete del bosco: foglie, pigne, funghi e bacche. Un ultimo giro sugli autoscontri e già albeggia, sembra avvisare il saggio gufo. Mentre il custode del parco si prepara a una nuova giornata di lavoro, gli animali rassettano tutto, recuperano i loro bottini e furtivi tornano a casa, dove la festa continua. Quando la stanchezza prende il sopravvento, ognuno si ritira nella sua tana. Solo il lupo, abile vincitore del gioco delle paperelle, ha ancora qualcosa da fare per rendere la nottata davvero speciale, non solo per sé stesso ma anche per qualcun altro…

Incantevole e coinvolgente, A mezzanotte è un libro senza parole con la S e la P maiuscole, tale per cui eventuali parole scritte sarebbero proprio di troppo. Non solo infatti Gideon Sterer e Mariachiara Di Giorgio allestiscono un’ossatura narrativa solidissima e precisa, che conduce per mano il lettore nell’avventura notturna, ma la meditata assenza di testo offre a quest’ultimo la possibilità di godere delle attrazioni scintillanti proprio come fosse sul posto, prendendosi i suoi tempi e scegliendo con ritmi personali dove e come muovere lo sguardo. Chiarezza narrativa e libertà di movimento trovano qui un misurato equilibrio, permettendo di fare propria la bellezza di questo volume anche a chi si troverebbe imbrigliato dalla presenza di un testo, per motivi per esempio di dislessia o disabilità uditiva, e a chi faticherebbe a districarsi tra storie che richiedono troppe inferenze. La sceneggiatura è infatti meticolosa, scandita senza salti, e le illustrazioni sono disseminate di dettagli apparentemente minimi ma in realtà decisivi ai fini della lettura della vicenda. Si pensi, per esempio, alla precisione degli sguardi dipinti da Mariachiara Di Giorgio, ai gesti eloquenti anche dei personaggi posti sullo sfondo, alla cura di particolari come la luce che aumenta man mano che l’alba avanza o ai rimandi puntualissimi tra le pagine, come quella  iniziale che vede l’orso raccogliere bacche, fiori e funghi e quelle seguenti in cui i preziosi frutti del bosco sono impiegati a mo’ di moneta. Tutto torna, tutto ha e dà senso. In più, non solo le tavole sono di una bellezza emozionante ma le inquadrature mai banali che le contraddistinguono rendono la lettura un atto dinamicissimo che catapulta il lettore tra popcorn scoppiettanti e luci sfavillanti.

Nascondino

Anche il più feroce degli animali può nascondere uno spirito burlone, parola di tigre!

Protagonista del silent book di David Hearn, il pericoloso felino si muove quatto quatto tra l’erba alta sulle tracce di una placida antilope. Il suo sguardo è intenso e concentrato e in un efficace gioco di primissimi piani e campi larghi, capiamo che l’attacco sta per essere sferrato. Ma… colpo di scena! Proprio quando pochi centimetri separano la belva dalla preda, questa spunta trulla dall’erba con indosso occhiali, nasone e baffi finti alla Groucho Marx: uno spasso! Da lì in avanti e a più riprese, l’antilope sfodera la sua riserva di mascheramenti, rendendo la caccia una continua e divertente sorpresa. Ma la tigre non è tipo da arrendersi facilmente e così, scovato il mucchio di costumi, mette in atto la sua insospettabile rivincita. E il gioco, manco a dirlo, è pronto a ricominciare…

Nascondino è il vincitore del Silent Book Contest Junior 2020, il premio attribuito dalla giuria dei giovanissimi, all’interno del concorso organizzato da Carthusia. E il motivo della vittoria non è affatto difficile da capire. Spiazzante e divertentissimo, il libro di David Hearn sa cogliere il lettore di sorpresa e rinnovare quest’ultima fino alla fine, sa mescolare con perizia realismo e invenzione e sa fare delle diverse inquadrature – ampie, ristrette e ristrettissime – un elemento narrativo di grande efficacia. Di fronte a quelle riprese larghe che vedono la tigre muoversi felpata e a quegli zoom improvvisi sulle espressioni del suo volto o sui look improbabili dell’antilope, il lettore è coinvolto a pieno e il continuo cambio di punto di vista – dietro, davanti, sopra e di fianco alla tigre – lo colloca esattamente tra i fili d’erba, in posizione privilegiata per godersi gli esilaranti imprevisti.

Del tutto privo di parole e animato da due soli protagonisti, Nascondino si presta a essere goduto in maniera appagante anche da parte di bambini (e adulti!) con difficoltà legate alla decodifica del testo o alla comprensione di storie complesse, che non disdegnino vicende profondamente surreali.

Rossi contro blu

La rivalità tra Rossi e Blu è affare di lunga data: i due schieramenti, guidati rispettivamente da Rossofuoco e Barbablù, si sfidano, fronteggiano e tendono agguati fin da quando i componenti non erano che ragazzini. Un giorno, da entrambe le parti, i guerrieri si preparano a sferrare un attacco micidiale agli avversari: si prospettano ossa rotte e nemici al ragù. Ma nessuno dei due valorosi capifazione ha previsto l’incontro nel bosco con due marmocchi, uno verde e uno nero, intenti a sfidarsi al gioco delle code. Come resistere? Di fronte alla ludica prospettiva, i cavalieri bardati di tutto punto cambiano senza esitazione vesti e obiettivi, preparandosi a rubare quante più code possibile agli avversari. Nessuno di loro si aspetta, però, che anche i nemici siano stai coinvolti nella sfida e questo fa di loro degli inattesi compagni di gioco. Certo, la sera la partita finisce e l’antica rivalità può tornare a galla. Se non fosse che giusto per il giorno seguente è in programma un torneo ai ciottoli. La battaglia, forse, può ancora aspettare…

Benjamin Leroy, già in catalogo per Sinnos con una fitta serie di titoli spassosissimi – da Super P a Caccia alla tigre dai denti a sciabola, da Appuntamento nel bosco a Susi in piscina e taglia tutto – è autore e illustratore di quest’albo che guarda con benevola ironia al mondo degli adulti e fa del gioco una chiave di risoluzione di conflitti da non sottovalutare. Con un testo divertente (e perfetto anche da leggere ad alta voce) e illustrazioni dal tratto buffo, Rossi contro blu mescola con diletto elementi medievali e moderni, mette in scena personaggi dai nomi e dai caratteri spiritosi e dissemina le tavole di particolari gustosi. Contraddistinto inoltre da caratteristiche di alta leggibilità che riguardano sia l’aspetto tipografico, con font leggimi, spaziatura ampia tra lettere, parole, righe e paragrafi, e sbandieratura a destra, sia l’aspetto compositivo, con frasi perlopiù brevi, lineari e poco numerose su ogni pagina, il libro di Benjamin Leroy si presta a offrire una piacevole e lettura autonoma dai sei anni (o condivisa anche un po’ prima).

 

Il signor Balena ha il raffreddore

Dura la vita da pinguino se il tuo vicino di casa è una balena (e per giunta con il raffreddore)! In questo caso, meglio mettersi al riparo: ogni starnuto crea, infatti, onde altissime che rischiano di sommergere tutto ciò che galleggia nei dintorni. Così capita ai protagonisti de Il signor Balena ha il raffreddore: una banda di pinguini intraprendenti che sperimenta più di un’improbabile soluzione – dai traslochi a remi ai fazzoletti giganti – per risolvere l’ingombrante problema del cetaceo. Nessuna sembra funzionare. A un certo punto, però, l’idea giusta arriva e la situazione si sblocca. I festeggiamenti durano tuttavia meno del previsto perché, si sa, la salute delle balene è estremamente cagionevole!

Semplice, ironico e caratterizzato da una piacevole struttura iterata e dotato di un divertente finale a sorpresa, Il signor Balena ha il raffreddore è un albo scritto e illustrato da Manuel Vertemara. Pubblicato da Storie Cucite in duplice versione – tradizione e inbook – il libro può raggiungere pubblici con esigenze di lettura diverse. La presenza dei simboli WLS, di poche frasi per pagina, di strutture sintattiche perlopiù lineari e di un lessico piano rendono in particolare la versione in simboli piacevolmente fruibile in lettura condivisa da parte di bambini già di età prescolare. Le buffe illustrazioni, dal canto loro, contribuiscono a rendere la lettura felicemente accattivante.

Ci penso io!

Nella vita di un bambino (ma, ça va sans dire, anche di un adulto!), i piccoli incidenti, guai ed errori sono all’ordine del giorno. Un compito sbagliato, una matita spezzata, una maglia strappata o un quadro caduto: quasi tutto si può aggiustare, basta avere lo strumento giusto!

Attraverso una carrellata di rotture e rispettivi strumenti di riparazione, Ci penso io! dice al lettore che l’importante, di fronte a un guaio, è provare a ripararlo e allena il lettore ad associare ogni oggetto danneggiato con ciò che serve per metterlo a posto. Quello che si attiva all’interno di ogni doppia pagina è un ragionamento, tutt’altro che scontato e immediato per alcuni bambini, sulla temporalità (ciò che accade prima e ciò che si usa dopo) e soprattutto sulla funzione delle cose. Il lettore si trova dal canto suo coinvolto non solo da una struttura che si ripete identica a ogni pagina e che incentiva così l’anticipazione del contenuto ma anche dalla predilezione per situazioni e oggetti molto comuni e familiari. L’autrice sceglie inoltre di concludere il volume con una piccola e inattesa deviazione dal tema incentrato sugli oggetti per porre l’attenzione sugli umani e sullo straordinario potere riparatore dei loro baci: un modo grazioso ed efficace, questo, per sorprendere il lettore e farlo sentire protagonista, non solo come potenziale combinaguai ma anche e soprattutto come risolutore!

Scritto e illustrato da Cristine Petit, Ci penso io! gioca con semplicità sui principi di ripetizione e variazione, mettendo in campo a ogni pagina situazioni di rottura e riparazione iterate ma oggetti, strumenti e protagonisti (insieme al narratore) diversi. Raccontato dal punto di vista e con la voce di un bambino di nome Tommaso, il libro presenta pagine di apprezzabile pulizia su cui si stagliano i testi lineari e semplici e le illustrazioni grandi e nette: una struttura ideale per favorire la concentrazione del lettore e per stimolarne il riconoscimento di situazioni e soluzioni, in una lettura che si fa anche un po’ gioco ed esercizio.

 

Il bollino Liberi tutti

Ci penso io! fa parte della collana di cartonati di Pulce edizioni e rientra, più nello specifico, tra i titoli che la casa editrice contraddistingue con il bollino Liberi tutti. Quest’ultimo viene attribuito, in particolare, a volumi progettati per agevolare una piacevole esperienza di lettura anche da parte di bambini con bisogni educativi speciali.

I libri in questione non presentano codici specifici – come potrebbero essere il Braille, la LIS o i simboli – in aggiunta al testo alfabetico tradizionale ma caratteristiche compositive particolari – come la scelta dell’argomento, del lessico e delle illustrazioni – che tengano conto di eventuali difficoltà di astrazione, di comprensione di determinati passaggi logici, di decodifica testuale o visiva.

In questo senso vengono privilegiati volumi contraddistinti da testi brevi, essenziali, con struttura sintattica lineare e lessico quotidiano; da illustrazioni mirate, con forme nette e prive di dettagli superflui che supportino, grazie a una corrispondenza puntuale, la decodifica del testo; da strutture narrative iterate che sollecitino nel lettore l’attivazione di semplici meccanismi di previsione; e da racconti che offrano un aggancio forte all’esperienza concreta e quotidiana del piccolo lettore.

Grazie a questo tipo di accorgimento, i libri che presentano il bollino Liberi tutti si prestano ad accogliere con meno ostacoli, anche bambini con disabilità uditiva, cognitiva o comunicativa che possono trovare tra queste pagine un supporto accattivante e a misura per avviarsi a piccoli passi verso storie via via più complesse.

Il germoglio che non voleva crescere

Quando si fa primavera, tutti i semi si preparano a crescere. Non tutti, però, mettono radici e germogliano con la stessa prontezza. Chi resta indietro parte svantaggiato perché privato della luce da chi si è fatto alto e dritto più in fretta e perché destinato a districarsi tra foglie e radici altrui che in anticipo hanno trovato posto. Tenacia e coraggio diventano allora indispensabili per farsi strada ma, quando il cammino si fa più tortuoso, ecco che il sostegno e la vicinanza degli amici possono fare la differenza.

Proprio questo succede al piccolo seme protagonista de Il germoglio che non voleva crescere, la cui difficoltà viene accolta da un gruppo di animali premurosi che lo accompagnano e sostengono, ciascuno come può e come gli si confà. Chi custodisce le sue radici, chi trova con lui i sentieri più agevoli, chi lo aiuta a scovare gli angoli più accoglienti, chi semplicemente non cessa di stargli a fianco, nonostante il percorso sia lungo e lento: la comunità del sottobosco si stringe solidale intorno al seme perché possa diventare grande ed esprimere il meglio di sé. E così accade. Rami, fiori e foglie iniziano a crescere con l’avanzare delle stagioni. Sopraggiunti l’estate e l’autunno, la pianta che era un seme si fa dapprima rigogliosa e poi del tutto spoglia, fino all’arrivo dell’inverno. Qui la neve sospende il tempo e crea grande attesa. Tra gli animali del bosco si alimenta il desiderio di rivedere l’amico. Desiderio che la natura, a suo modo, non lascia inascoltato…

Caratterizzato da testi minimi e intensi che risuonano in illustrazioni di grande respiro, Il germoglio che non voleva crescere è un libro che può sbocciare in molti modi: attraverso la bellezza mozzafiato delle tavole, di cui il lettore può godere profondamente, o attraverso i molti spunti e semi di riflessione che il lettore può coltivare secondo il suo sentire. Tra queste pagine che Britta Teckentrup compone in maniera splendida, creando atmosfere suggestive in cui pare di potersi immergere fisicamente, c’è infatti la saggezza della natura, c’è l’amicizia, c’è il valore della perseveranza, c’è il rispetto dell’unicità e dei tempi di ognuno. E in mezzo a quelle foglie delicatissime, in un sottobosco che brulica di vita, c’è soprattutto una storia universale di comunità: una storia in cui tutti si fanno naturalmente carico, senza che questo venga avvertito come un peso, della possibilità anche per chi è più fragile di trovare la propria strada e germogliare. Perché il fiorire di ognuno è il fiorire di tutti, e l’inclusione in fondo è proprio quella cosa lì.

Lupo nero

Due occhi bianchi, insidiosi e penetranti si stagliano in copertina su uno sfondo nero intenso: è così che il Lupo nero di Antoine de Guilloppé inchioda subito il lettore. C’è qualcosa di ipnotico in quello sguardo netto: un fascino magnetico che sfida ad addentrarsi nel libro, tra le sue tavole in bianco e nero e del tutto prive di parole.

Qui compare un giovane che, nel fare rientro a casa in una notte invernale, si trova ad attraversare un fitto e intricato bosco. Nevica, fa freddo e avanzare nella coltre non è agevole ma soprattutto il percorso ha un che di inquietante: tra gli alberi si nascondono presenze misteriose, minacciose persino. Il giovane sembra accorgersene a poco a poco mentre il lettore riconosce e segue fin dall’inizio la sagoma del lupo tra i tronchi. La tensione è via via crescente e tangibile: ci si aspetta da un momento all’altro un assalto che, in effetti, non manca ma che, grazie a un sorprendente colpo di scena, cambia di segno e assume contorni del tutto inattesi.

Così, in un finale rapidissimo che chiude una sceneggiatura dal sapore cinematografico, la prospettiva si ribalta, la tensione si scioglie, le emozioni si capovolgono. All’estremità di una parabola emotiva ampissima, che parte dal sospetto, affronta la paura e approda alla rassicurazione, il lettore trova il sollievo di essersi sbagliato nell’attribuire ruoli e intenzioni ai personaggi, condizionato dalla forte valenza simbolica dei due colori usati e degli elementi fiabeschi richiamati.

L’apparenza inganna e queste pagine, con il loro abile gioco di inquadrature e illusioni percettive, consentono di sperimentarlo a fondo. Bianco e nero, vuoto e pieno, buono e cattivo: Lupo nero fa dei contrasti più essenziali e della loro capacità di rovesciarsi la sua chiave narrativa più potente che non solo mette a nudo pregiudizi e stimola interrogativi, ma amplifica la capacità di coinvolgere intimamente chi legge, facendolo sentire davvero immerso tra quei silenziosi tronchi innevati. Quello intagliato con perizia da Antoine Guilloppé – maestro indiscusso della tecnica del papercutting – diviene così un bosco da attraversare tanto fisicamente quanto simbolicamente, con spiazzante soddisfazione per lettori di età anche molto diverse.

Gli amici del bosco

Con l’arrivo dell’estate gli animali del bosco si risvegliano dal letargo, si ritrovano e ricominciano come ogni anno a fantasticare circa la possibilità di attraversare agevolmente il fiume per godersi i frutti dell’altra sponda. Un giorno la lumachina Luna mette a punto un progetto per costruire un ponte e tutti, nel bosco, si danno da fare per realizzarlo. Tutti tranne lo scoiattolo Paolino, a dire il vero, che accampa scuse di ogni sorta per sottrarsi al lavoro. Il motivo della sua reticenza sarà svelato solo alla fine del racconto, quando in seguito all’incendio del ponte causato dalla banda di Billi il bullo, Paolino scoprirà a beneficio di tutti il valore della condivisione.

Un po’ acerbo nei contenuti e artigianale nella composizione, Gli amici del bosco è un libro con testo in nero e in Braille e illustrazioni visuali con inserti tattili. Il suo aspetto nel complesso non del tutto convincente contrasta in maniera evidente con l’enorme impegno profuso dalla casa editrice nel trovare soluzioni nuove e funzionale per rendere il più possibile accessibile i propri prodotti. Qui, per esempio, i materiali scelti per le illustrazioni tattili sono semplici ma perlopiù efficaci nel consentire al lettore non vedente di riconoscere oggetti e personaggi rappresentati. Apprezzabili sono, inoltre, la scelta di creare illustrazioni tattili completamente staccabili e quindi esplorabili a 360° e di rendere tattilmente solo alcuni elementi delle immagini, così da non rendere l’esplorazione al tatto eccessivamente complessa e confusiva.

Su e giù per le montagne

Il tempo trascorso in montagna ha una scansione tutta sua. E così un anno tra cime e vallate può misurarsi in lamponi colti direttamente dai cespugli, dighe di sassi costruite sui torrenti, notti trascorse in tenda sotto le stelle, alberi abbracciati o scalati, temporali improvvisi scampati e creature dei boschi incontrate.

Questi e molti altri tempi preziosi, popolano lo splendido silent book di Irene Penazzi – Su e giù per le montagne –, seguito ideale del precedente Nel mio giardino il mondo, di cui conserva l’impianto, lo spirito e la freschezza. I tre ragazzini protagonisti, accompagnati da un fedele cagnone bianco, si muovono tra queste pagine proprio come lungo un sentiero che li conduce a godere di panorami sempre diversi e a cogliere possibilità di azione e ricreazione che non si ripetono mai. Come in una sorta di viaggio perenne senza soluzione di continuità, i tre attraversano, nell’ordine, la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno montani, con tutta la ricchezza di meraviglie e attività che ciascuna di queste stagioni sa regalare agli esploratori avventurieri di qualunque età.

La matita di Irene Penazzi restituisce questa ricchezza con grande brio e dinamismo, solleticando senza posa nel lettore l’immaginazione o la memoria di un tempo felice. La cura dei dettagli e la tangibilità delle atmosfere dipinte lasciano trasparire una conoscenza autentica della montagna, un sentimento appassionato in cui il lettore può riconoscersi e ritrovarsi. Il tratto inconfondibile dell’autrice sa cioè tirare fuori dalle immagini, che  si susseguono senza alcuna parola, i suoni, i silenzi, gli odori e le sensazioni con cui un’immersione piena nella natura investe il visitatore. In questo modo il lettore si trova calato dritto dritto tra boschi e masi, ruscelli e fontane, rocce e rifugi.

Anche in questo libro, il fluire del tempo che delinea il racconto non impedisce di godersi ogni scena come una fotografia a sé stante, in cui sostare e di cui gustare ogni particolare. Irene Penazzi dissemina infatti con perizia leggere una moltitudine di dettagli che raccontano molto senza strepitare: l’abbigliamento che cambia in funzione della stagione, la fauna curiosa che fa capolino qua e là, gli oggetti che ricompaiono a distanza di pagine creando un fil rouge tra momenti apparentemente indipendenti.

Così come ogni escursionista vive la montagna alla propria maniera e con i suoi tempi, soffermandosi su quegli aspetti che per lui e lui soltanto sono più significativi, allo stesso modo ogni lettore può qui muoversi tra i sentieri disegnati dall’autrice rivendicando una certa libertà e godendo delle singole tavole come quadri autonomi oltre che come parte di un percorso. Questo, unito all’assenza di parole e alla forte riconoscibilità delle situazioni e delle attività ritratte, fa di Su e giù per le montagne un libro estremamente versatile e accessibile.

Tanti intrecci

Finalista al Silent Book Contest 2019, Tanti intrecci è un albo senza parole dal segno incisivo e dall’indole spiazzante. Fin dalla copertina, dove spicca una squadra di lavavetri sospesi a mezz’aria, il tratto espressionistico e indefinito di Yan Xinyuan cattura l’occhio e smuove l’interesse. Il forte contrasto tra il minimalismo della pennellata e la sua ricchezza narrativa e semantica si ritrova in ogni pagina del libro ed è forse ciò che più di tutto lo rende intrigante.

L’autore cinese non racconta una vera e propria storia ma inanella piuttosto una serie di quadri legati tra loro da fili sottilissimi, fisici e metaforici. Ogni pagina dipinge in particolare una scena in cui, come suggerisce il titolo, trova spazio qualche tipo di intreccio: fili che sorreggono altalene o portano in alto palloncini, che traggono in salvo persone o calano secchi, che costruiscono yurte o trainano merci, che uniscono fascine o sollevano vele. Ma accanto ai fili più visibili trovano posto anche quelli più impalpabili: quelli che uniscono le persone in legami di amicizia, amore o solidarietà e quelli che uniscono situazioni apparentemente distanti in virtù di un dettaglio, un’atmosfera, un sentimento o una sensazione.

Così, se è vero che un racconto lineare non trova posto tra queste pagine, lo è altrettanto il fatto che un intreccio narrativo viene comunque offerto al lettore. Sta a lui, però, scorgerlo, dipanarlo e riallacciarlo secondo combinazioni differenti a seconda della sua sensibilità, della finezza del suo bagaglio culturale, del suo lasciarsi trasportare da immagini non semplici ma d’impatto.

Tutt’altro che banale e immediato, Tanti intrecci è un albo fuori dagli schemi che ben si presta ad essere letto, condiviso e – perché no? – sviluppato da lettori non proprio inesperti, magari delle scuole medie o superiori. L’assenza di parole, che agevola dal canto suo il moltiplicarsi di interpretazioni e significati, ha inoltre il grande valore aggiunto di rendere queste pagine fertilissime e accoglienti anche per lettori che, a causa di disabilità o disturbi diversi, faticano a relazionarsi serenamente con il testo scritto ma non trovano ostacoli nella lettura di immagini anche complesse.

Stelle sul comodino

È difficile che il fascino delle stelle cadenti lasci qualcuno indifferente. Così, anche Tommaso, bambino curioso e avvezzo a porsi e a porre ai grandi molte domande, vive la notte delle stelle cadenti con grande interesse e un po’ di impazienza. Dove cadono esattamente le stelle? E soprattutto, quanto bisogna aspettare per vederne una? Con un po’ di attesa, qualcosa di straordinario accade infine sotto gli occhi di Tommaso, trasformando un suo piccolo desiderio in una magica realtà.

Sospeso sul filo del fantastico, Stelle sul comodino propone una storia semplice ma non priva di un pizzico di sorpresa. Il racconto procede lineare, con prevalenza di frasi brevi o coordinate, e parole di uso quotidiano. Le illustrazioni, dal canto loro sono minimali e perlopiù in bianco e nero, non particolarmente accattivanti ma con un’attenzione specifica a mettere in evidenza le emozioni del protagonista.

Sul fronte della simbolizzazione, Stelle sul comodino segue lo specifico modello inbook, supervisionato dall’omonimo Centro studi, con l’uso di icone in bianco e nero, la scrittura in simboli dei singoli elementi della frase e l’unione all’interno del riquadro di elemento simbolico ed elemento alfabetico.

Alla scoperta della fattoria

Alla scoperta della fattoria è un libro in simboli firmato Homeless Book che come alcuni volumi precedenti della stessa casa editrice – Cosa vede Don Q e Gatto e topo in società, per esempio – sfrutta efficacemente il meccanismo ludico delle alette.

Il titolo non fa mistero di ciò che il lettore potrà trovare tra le pagine: una piacevole gita tra gli animali a due e a quattro zampe che vivono in campagna. Ogni doppia pagina invita il lettore a esplorare uno specifico ambiente della fattoria – dalla cuccia al recinto, dallo stagno alla stalla e via dicendo – provando a indovinare di chi possa essere la casa. Il libro non prevede dunque una vera e propria storia ma piuttosto una carrellata di dimore e personaggi che, una volta individuati, compiono una piccola azione o pronunciano una brevissima frase.

Così come il testo è sempre diviso in due paragrafi – uno dedicato a descrivere l’ambiente e a stimolare le ipotesi sul suo abitante, l’altro contenente la soluzione del quesito – anche le illustrazioni si sviluppano in due fasi – una che mostra l’ambiente e un minimo dettaglio del suo abitante, l’altra che rivela completamente l’identità di quest’ultimo, all’aprirsi di un’aletta.

Questa particolare struttura crea un equilibrio funzionale tra prevedibilità e sorpresa, soddisfacendo il bisogno di trovare sulla pagina dei punti di riferimento ma anche quello, spesso trascurato nei libri in simboli, di sperimentare soddisfazione e coinvolgimento pieno da parte del lettore. Allo stesso modo questa costruzione narrativa dinamizza un racconto che altrimenti potrebbe risultare piatto e sollecita nel bambino la capacità di scovare indizi e formulare ipotesi.

Il testo – lineare nella sintassi, quotidiano nel lessico, maiuscolo nella grafica – risulta agevole da seguire ma non eccessivamente ripetitivo. Supportato visivamente da simboli WLS (Widgit Literacy Symbols) riquadrati e disposti sulla pagina in modo da seguire l’andamento della frase, questi va a braccetto con le illustrazioni fresche e sorridenti di Piki che si diverte a nascondere in ogni tavola un piccolo topolino: un’occasione in più per il lettore di conoscere il libro anche come oggetto con cui si può giocare.

Pasqualino e l’operazione “Mani pulite”

Pasqualino e l’operazione “Mani pulite” è una storia in simboli e in rima dal chiaro fine didattico: insegnare ai bambini l’importanza di curare con costanza e attenzione l’igiene delle mani.

Protagonista è un bambino amante della pittura che scorda sempre di lavarsi le mani dopo aver usato i colori e per questo si ritrova puntualmente a leggere, mangiare, giocare e andare a letto con le dita sporche. Le conseguenze – pupazzi insozzati, libri macchiati e soprattutto pancia dolorante – non sono ahilui piacevoli ma finiscono per insegnargli efficacemente quanto possa essere utile ricordarsi di aprire il rubinetto.

Orientato non tanto al piacere della lettura fine a se stesso ma piuttosto alla veicolazione di un preciso messaggio educativo, Pasqualino e l’operazione “Mani pulite” può essere utile, soprattutto in tempi di pandemia come questi, per aiutare i bambini con difficoltà comunicative a familiarizzare con un’operazione quotidiana fondamentale come il lavaggio delle mani. Il testo propone rime non particolarmente ricercate che condizionano in parte la scelta del lessico e la struttura sintattica delle frasi. I simboli impiegati nel rafforzamento visivo del testo sono i WLS (Widgit Literacy Symbols), completi di qualificatori per il plurale. Tutti gli elementi del testo sono individualmente simbolizzati, rendendo la lettura particolarmente adatta a bambini con una pregressa esperienza con la Comunicazione Aumentativa e Alternativa.

Il tesoro di Nina

A varcare la copertina de Il tesoro di Nina si ha l’impressione di rispolverare una vecchia cinepresa e godersi un filmino d’altri tempi, una ripresa lenta per la precisione. Protagonista è una bambina piccola – gote rosse, capelli ramati, pelle candida in un delizioso e comodo vestitino blu – immersa in un placido e luminoso paesaggio marino. Ogni tavola ci invita a seguirla con partecipe discrezione in una delle sue piccole e meravigliose attività di esplorazione e scoperta: far scorrere la sabbia tra le dita, scalpicciare sulla battigia, giocare con la schiuma delle onde, scovare conchiglie tra le dune e indagarne il misterioso potere…

Nei suoi movimenti un po’ goffi e insieme liberi così come nelle sue espressioni di concentrato stupore si riconosce un’infanzia vera e palpitante, che pare emergere in carne ed ossa dalla pagina. Sonia Marialuce Possentini, attenta osservatrice, sa rendere con grazia e rispetto il rapporto poliedrico che lega i bambini a un elemento ricco ed enigmatico come il mare. In questo, la sua sensibilità ricorda non poco quella dell’autrice coreana Suzy Lee, nel cui capolavoro L’onda si ritrovano non a caso analoghe pose, gestualità, azioni e reazioni.

Finalista del Silent Book Contest 2019, Il tesoro di Nina procede per sole illustrazioni senza far uso di parole. Questo, unito alla storia minima, alla chiarezza delle immagini, alla pulizia delle pagine e al fatto che ciascuna di esse appaia godibile e assaporabile in sé oltre che nel continuum narrativo, rende il libro estremamente accessibile e affascinante anche per bambini piccoli, in età prescolare per esempio, o con difficoltà a decodificare il testo alfabetico o a seguire racconti troppo complessi. Ciononostante il libro costituisce un autentico gioiellino soprattutto per gli adulti che possono scorgervi tutta la libertà da condizionamenti e sollecitazioni superflui, la curiosità di fronte alla ricchezza di un paesaggio multiforme, la gioia della scoperta, lo stupore del gioco: un’occasione preziosa, insomma, per guardare davvero i bambini, attraverso una specchio di carta.

 

Il giardino dei sogni

Formato ampio, atmosfere avvolgenti, sfumature zen: di fronte a Il giardino dei sogni, finalista del Silent Book Contest 2019, il tempo si dilata e il respiro rallenta. Il libro è infatti un tacito invito a sostare tra pagine dominate dai toni di verde, attardandosi a godersi silenzio e bellezza.

Al centro dell’albo di sole immagini di Maine Neuendorff c’è un giardino straordinario – un giardino dei sogni, per l’appunto – in cui le misure del tempo e dello spazio assumono nuovi contorni. Qui veniamo condotti da due bambini, fratelli si presume, a loro volta intenti a seguire un curioso gatto nero comparso per strada. Una volta varcato il cancello di questo che è a suo modo un giardino segreto, i bambini, il gatto e con loro il lettore, assaporano e sperimentano una natura fantastica, tra rami abitati da uccelli di ogni specie, ninfee che sostengono i pisolini, steli d’erba su cui ci si può sedere e cactus dalle forme feline. Sagome e dimensioni inattese, particolari ammiccanti, animali nascosti tra le foglie richiedono un occhio attento e un’immaginazione aperta, per dar fondo a un’esplorazione in cui i confini tra reale e onirico si fanno labilissimi.

Maine Neuendorff è davvero abile nel costruire illustrazioni dalla suggestiva qualità immersiva, che dà vita a una sorta di realtà aumentata in punta di matita. Tra le sue tavole lussureggianti si dipana una storia minima ma densa di sorprese che si sviluppa a filo di pagina ma che offre grande appagamento anche nel singolo quadro. Lineare e chiara, nonostante la fascinosa sovrapposizione tra piano reale e fantastico, la narrazione risulta agevole da seguire senza che le parole si rendano necessarie e anzi l’assenza di queste ultime spalanca il cancello de Il giardino dei sogni anche a giovani esploratori avvezzi a viaggiare con la fantasia ma poco a loro agio di fronte al testo scritto.

Dal 1880

La storia si può raccontare in tanti modi e non tutti, a guardar bene, prevedono le parole. L’albo di Pietro Gottuso intitolato Dal 1880 e pubblicato da Kalandraka, è un bellissimo esempio di come si possano attraversare le epoche, con le loro peculiarità e i loro eventi più salienti, grazie alla potenza e all’incisività di una particolare sequenza di immagini.

L’autore sceglie infatti di accompagnare il lettore in uno speciale viaggio nel tempo che ha come fulcro una libreria. L’inquadratura immutata e frontale da cui viene ritratto questo luogo emblematico mette bene in evidenza cosa cambia dentro ma soprattutto attorno ad esso, anno dopo anno. Punto di riferimento, fisico e simbolico, la libreria diventa una sorta di luogo di osservazione privilegiato di fronte al quale scorrono mezzi, abiti, personaggi che scandiscono il passare dei decenni e disseminano indizi sui singoli periodi dipinti. Si modifica così il contorno della libreria e si succedono le generazioni in essa, ma la sua posizione, la sua insegna e il suo “esserci” sono sempre saldi, rassicuranti.

Si coglie cioè tra le pagine una continua tensione tra cambiamento e resistenza: una tensione che tocca nel profondo chi conosce e riconosce lo strenuo impegno e valore di questi preziosi presidi culturali. Fino all’ultima pagina, che porta con sé un’amara sorpresa e che, rimettendo in scena l’ottocentesco protagonista iniziale, crea un movimento riflessivo circolare che tante domande fa porre al lettore.

Omaggio raffinato e intenso alle librerie, a chi le anima e al loro indefesso lavoro per la comunità che le circonda e che, in definitiva, le rende vive, Dal 1880 è un libro senza parole che parla senz’altro ai grandi ma che offre spunti estremamente interessanti per costruire originali percorsi storici e culturali con i ragazzi, dalle medie in su.

La musica di Ettore

Mica facile fare musica con quattro zampone da elefante: parola di Ettore! Trombe, fisarmoniche, arpe e xilofoni mal si accordano, infatti, con le movenze maldestre tipiche di un pachiderma e così, malgrado il suo amore spassionato per le melodie, l’elefantino Ettore si trova costretto ad assistere ai concerti della giungla invece che prendervi attivamente parte. Sarà una giornata iniziata col piede sbagliato a tirar fuori un suo inaspettato talento, che con lo strumento giusto diventa musica per le orecchie di tutti!

Semplice nella trama così come nel messaggio, La musica di Ettore è un albo scritto e illustrato dall’autrice polacca Monika Filipina. Si caratterizza per un testo minimo e lineare che lascia ampissimo spazio narrativo alle immagini. Sgargianti, movimentate, ricche di dettagli e dal tratto ironico, queste sono le vere protagoniste del libro e conducono il lettore per mano alla scoperta della storia: un aspetto, questo, che ben si sposa con gli accorgimenti di alta leggibilità – font EasyReading, spaziatura maggiore, testo non giustificato – messi in campo da Camelozampa per la stampa del volume. La sinergia tra leggibilità del segno grafico e facilità di accesso al testo è infatti determinante nello stimolare un approccio alla lettura il più possibile amichevole, accogliente e stimolante anche nei confronti di bambini con dislessia.

Se chiudi gli occhi

Terre di Mezzo porta in Italia un albo di origine spagnola che spicca per delicatezza e intelligenza in mezzo ai diversi volumi che negli anni hanno dedicato attenzione alla cecità e alla differente percezione del mondo che ne deriva. L’albo si intitola Se chiudi gli occhi ed è scritto e illustrato da Victoria Pérez Escrivà e Claudia Ranucci.

Protagonisti sono due fratellini che si confrontano – o discutono per meglio dire – rispetto a cosa siano e a che aspetto abbiano diversi oggetti che conoscono: un albero, un serpente, una lampadina, la notte e via dicendo. Di nessuno di questi oggetti le loro descrizioni combaciano: il primo fratello ne riporta infatti l’aspetto visivo più immediato mentre l’altro restituisce qualità che prescindono dalla vista, lasciandoci intuire che il suo modo di percepire e rappresentare le cose possa essere differente. Se ne ha conferma alla fine, quando l’invito della mamma a chiudere gli occhi, spalanca anche per il fratello vedente la possibilità di scoprire, conoscere e dire il mondo in una maniera del tutto nuova. Impossibile, a quel punto, anche per chi legge, resistere alla tentazione di guardarsi intorno e poi provare a reinterpretare la realtà lasciandosi guidare da orecchie, naso, mani ed emozioni.

Due, in particolare, sono i meriti di questo libro apparentemente così semplice. In primo luogo il rispetto delle diverse realtà percettive dei due personaggi: tra le pagine di Se chiudi gli occhi non si trova, cioè, la rincorsa spesso forzata a rappresentazioni di cose certo molto poetiche ma anche molto distanti e poco pregnanti per un bambino non vedente, come possono essere per esempio i colori. Al contrario, le autrici dedicano una precisa attenzione a cose che concretamente abitano la vita dei due bambini: alberi, animali, persone, oggetti domestici. In secondo luogo, il libro intreccia parole e figure in maniera davvero efficace: se le prime sono minime, essenziali e dirette, le seconde risultano evocative e capaci di mescolare i due diversi punti di vista considerati. Così l’albero guadagna una chioma d’uccello, dalla pipa del papà esce un fumo di baci e la superficie della luna si anima di grilli: la pagina si fa, cioè, incontro e dialogo tra letture diverse del mondo, alle quali vengono riconosciute pari dignità, verità e fascino.

L’incredibile corsa dello sciroppo

Quella formata da Alex Cousseau e Charles Dutertre è una coppia collaudata da cui ci si aspetta frizzi, lazzi e magnifiche sorprese letterarie. Già creatori di quell’irresistibile personaggio che è Lucilla Scintilla, i due autori francesi tornano in libreria, sempre per Sinnos, con un volume ad alta leggibilità ugualmente gustoso ma di tutt’altro segno, intitolato L’incredibile corsa dello sciroppo.

Protagonisti del libro dal formato arioso, dalle illustrazioni densissime e dai colori accesi sono tanti intrepidi insetti pronti a sfidarsi nell’annuale Corsa dello sciroppo, una classicissima del mondo entomologico. Al via, ragni, bruchi, lumache e altri piloti in miniatura e perlopiù muniti di ali e parecchie zampe avanzano lungo un percorso tortuoso che si snoda in mezzo a una natura lussureggiante. I loro nomi sono buffi e i loro mezzi sono a dir poco stupefacenti: si va dai vasetti di yogurt volanti alle vasche da bagno a motore, dai trattori a molla ai piroscafi a elica. Ingranaggi e meccanismi sono tanto sofisticati quanto divertenti (mai più senza un treno fantasma con binario mobile!) e le affollate pagine che li ospitano sono un autentico luna park per l’occhio del lettore che può sollazzarsi a coglierne ingegnosità e tratti comici. La gara avanza senza esclusione di colpi, costringendo i protagonisti a deviazioni, decisioni, incidenti e incontri imprevisti, verso una linea del traguardo che si svela solo alla fine, con un delizioso colpo di scena.

Contraddistinto da caratteristiche di alta leggibilità – dal font leggimi alla spaziatura maggiore, dalla sbandieratura a destra all’evidenziazione dei dialoghi grazie all’uso del colore e del maiuscolo – L’incredibile corsa dello sciroppo può facilmente solleticare i giovani lettori, con e senza dislessia, in virtù del suo particolare impianto grafico e dell’efficacissimo dialogo che instaura tra parole e figure. Intorno a testi concisi che perlopiù introducono i protagonisti con i loro spassosi tratti e riportano gli eventi salienti della gara, si sviluppano infatti illustrazioni minuziosissime che raccontano molto di più di quanto si trovi scritto e che disseminano ghiotti dettagli sul funzionamento dei mezzi e sulle attitudini dei loro conduttori. Sono le immagini, insomma, a farla da padrone, a incentivare l’avanzamento nella lettura e, in qualche modo, a dettarne i tempi, rendendo del tutto legittimo quell’attardarsi sulla pagina che di norma può far sentire a disagio i bambini meno abili nella lettura.

E in questo suo temporeggiare di fronte al bello, il lettore non si discosta di molto dai personaggi del libro i quali, pur desiderando con forza avanzare verso il traguardo, conoscono il piacere di sedersi ai bordi di quell’oceano di sabbia bianca per assistere all’arrivo del sole “che già comincia a tingere il cielo di un bel rosso, rosso come lo sciroppo di amarena”.

Io sono sordo

Con un titolo schietto e diretto – Io sono sordo – l’albo di Manuela Marino Cerrato e Annalisa Beghelli mette subito sul tavolo il suo tema e il suo punto di vista: l’esperienza della sordità, vissuta e raccontata in prima persona. Più che contenere una vera e propria storia, l’albo edito da Carthusia raccoglie una serie di brevissime riflessioni a misura di bambino, su cosa implichi l’essere sordo, sulle emozioni che questa condizione reca con sé, sulle difficoltà e sulle opportunità che ne derivano. Ne viene fuori un ritratto composito che guarda e tiene insieme gli aspetti più bui e quelli più positivi della sordità, che della vita del protagonista è evidentemente una parte essenziale ma non totalizzante. Il libro dice cioè con grande chiarezza che la disabilità non può ridursi a un’etichetta e che le persone non sono mai – e mai devono essere viste – come la loro diagnosi.

Io sono sordo prende le mosse da un’esperienza reale e dal desiderio di una mamma di dare voce a un vissuto complesso e non sempre percepito come tale dall’esterno, quale è quello dei bambini sordi e delle loro famiglie. Nel racconto di Manuela Marino Cerrato, la cui autenticità arriva dritta al lettore a ogni pagina, trovano non a caso ampio spazio genitori e fratelli, oltre che amici e compagni, come persone toccate in maniera profonda e significativa dalla disabilità, seppur vissuta di riflesso. Questa viene tratteggiata in particolare da aggettivi forti come odiosa, spaventosa, deprimente ma anche intelligente, affascinante o buffa, che si svelano in una riga o due al massimo, attraverso situazioni quotidiane molto pratiche. Così, per esempio, la sordità è cattiva quando mi fa chiudere in me stesso o interessante perché fa imparare la lingua dei segni, in un succedersi di mini-quadri che la delineano come una presenza invisibile sì, ma per certi versi anche tangibile, quasi personificata.

Significativo, in questo senso, il contributo offerto dalle tavole di Annalisa Beghelli, tutte giocate sui toni del viola e dell’arancione, i cui tratti spigolosi restituiscono visivamente le tante sfaccettature emotive oggetto del libro. L’illustratrice interpreta  le parole dell’autrice, dedicando un’attenzione particolare alla gestualità e alla mimica facciale dei personaggi, così che la quotidianità priva di suoni di cui si parla possa emergere in tutta la sua forza e specificità.

Io sono sordo nasce dall’incontro tra l’Associazione Vedo voci, di cui fa parte la stessa autrice, e la casa editrice Carthusia, da tempo attenta a portare sulla pagina in forma di racconto illustrato tutta una serie di temi sociali. Rispetto a titoli precedenti di stampo analogo, Io sono sordo privilegia un approccio meno narrativo, prestandosi forse a destare più facilmente l’attenzione di chi della sordità ha già esperienza più o meno diretta. Per tema e struttura il libro offre in particolare uno spunto interessante per riconoscersi e riconoscere vissuti emotivi che la disabilità tende talvolta a ingarbugliare o coprire e che invece meritano di essere detti e conosciuti.

Che febbre!

Un oggetto banale e inanimato come un letto può, contro ogni aspettativa, condurre verso incredibili avventure: Pomi d’ottone e manici di scopa docet! Difficile credere che lo stesso non si possa dire di un divano, che del letto, in effetti, è parente stretto. Detto fatto, la conferma arriva dritta e comoda su cuscini e braccioli tra le pagine di Che febbre!, l’albo firmato da Rina Allek e di fresco nominato vincitore del Silent Book Contest 2020.

Protagonista del racconto senza parole ideato dall’illustratrice russa è una bambina malata – il termometro segna un buon 38° – che si addormenta rannicchiata proprio sul divano di casa. Ma la febbre può giocare brutti scherzi e all’improvviso la bambina si trova minacciata da un gigantesco millepiedi: ci pensa il rosso divano, presto trasformatosi in una volpe scattante, a trarla in salvo e a condurla in un viaggio incantato tra cieli stellati, foreste lunari e oceani sottosopra. Non privo di pericoli e insidie, che prendono di volta in volta la forma di creature bizzarre, il viaggio si conclude là dove è iniziato, nel salotto di casa, in cui (quasi) tutto sembra tornato come prima.

Capace di valorizzare il silenzio per dondolare il lettore in una dimensione a mezz’aria, finemente sospesa tra sogno e realtà, Che febbre! si dimostra un wordless book degno di questo nome e non semplicemente una storia qualunque a cui sono state tolte le parole. L’autrice è poi bravissima a tendere fili sottili tra le pagine, popolando le sue tavole di figure minime dai tratti vagamente espressionistici, i cui dettagli si richiamano tra loro man mano che la narrazione avanza. Così, la forma allungata e inconfondibile degli occhi della protagonista ritorna tra le cortecce degli alberi, come segno del tempo o, chissà, del loro essere sentinelle naturali; il tondo luminoso della luna si deforma nel volto del millepiedi e poi torna rassicurante nel viso della protagonista e via dicendo… A rendere possibile questo gioco di andate e ritorni che, per certi versi, culla e rassicura il lettore, e che, per altri, evoca l’andamento contorto dei sogni più agitati, è il segno netto e serigrafico dell’autrice, la sua scelta accorta e scremata degli elementi grafici e il suo efficace giostrare tre soli colori: il blu, il rosso e il bianco.

In risultato è un albo affascinante che merita più di una lettura, rifuggendo del tutto il pericolo di stancare. Perfetto per lettori attenti, sognatori e intrepidi, poco importa se abili o meno con la parola scritta (che qui, per l’appunto, proprio non c’è), ma a proprio agio di fronte a storie sfuggenti e che volteggiano sganciate dalla più schietta realtà.

Gita sotto l’oceano

Altro giro, altra corsa: dopo la passeggiata nello spazio di Gita sulla Luna, John Hare ci accompagna in una nuova emozionante escursione, questa volta subacquea. A bordo di un sottomarino ultraequipaggiato, che nelle linee e nel giallo brillante ricorda immediatamente il pullmino-astronave della prima avventura, l’autore ci porta a immergerci tra le profondità oceaniche più misteriose e affascinanti. In Gita sotto l’oceano la classe di bambini e bambine segue il maestro, attratta da calamari bioluminescenti, sorgenti idrotermali e lava cuscino popolata da vongole. Un bambino in particolare appare così rapito dalle bellezze marine e così dedito a immortalarle con la sua macchina fotografica che a un certo punto si allontana dai compagni per curiosare dentro il relitto di una nave e viene lasciato indietro. Proprio come in Gita sulla Luna, la classe finisce per risalire a bordo del sottomarino senza di lui e, prima che il maestro possa correre in suo soccorso, il bambino diventa protagonista di un’esplorazione fotografica che gli fa compiere straordinarie scoperte archeologiche e stringere amicizia con buffe creature dei fondali.

Abilissimo nel giocare sui meccanismi di ripetizione e variazione, John Hare ci regala un nuovo albo senza parole coinvolgente e movimentato.  All’interno di una struttura narrativa che puntualmente e volutamente ricorda quella di Gita sulla Luna, l’autore sa dare vita a un’avventura tutta nuova. I richiami al primo viaggio non solo non annoiano ma creano una fitta rete di corrispondenze divertenti da scovare e amplificano l’effetto sorpresa quando il protagonista si toglie lo scafandro. Attento come il primo titolo a rendere molto credibili le movenze, i comportamenti e le fantasie del protagonista (e dei suoi compagni), Gita sotto l’oceano rafforza l’idea di fondo che ogni bambino abbia un talento che, se coltivato e accolto, alimenta la curiosità e genera una ricchezza condivisibile.

Anche qui tavole e figure hanno un fascino ammaliante e i passaggi narrativi che legano l’una all’altra sono molto chiari, nonostante l’assenza di parole. Il silenzio, che quasi si tocca tra queste pagine e che non a caso è caratteristica significativa degli abissi come dello spazio, invita il lettore a guardarsi intorno a caccia di meraviglie, muovendosi con un ritmo e con uno sguardo del tutto personali. Così balzano all’occhio dettagli e minuzie che incantano, svelano e guidano la lettura, in un’immersione che può felicemente vedere protagonisti anche giovani lettori con difficoltà di decodifica del testo, legate per esempio alla dislessia o alla sordità.

Gita sulla Luna

Quando c’è di mezzo una gita scolastica non c’è tempo da perdere: ecco allora che John Hare non spreca neanche un minuto (e una pagina!) e inizia il suo racconto per immagini fin dalla copertina di Gita sulla Luna. È qui, infatti, che incontriamo la classe che si prepara all’escursione, che ci immergiamo senza preavviso in un’insolita ambientazione spaziale e che intercettiamo il protagonista della storia che balza all’occhio per il passo lento e lo sguardo poco entusiasta che lo distingue dai compagni. Perché se le gite sono perlopiù ragione di euforia, non tutti i bambini reagiscono allo stesso modo. E in effetti, ad addentrarsi nella lettura, si scopre un giovane astronauta un po’ timoroso – forse per nostalgia di casa, forse per timidezza, forse per lontananza di interessi, chissà – che segue la classe da distante e si tiene sempre un po’ in disparte, fino ad isolarsi del tutto per ritrarre al meglio coi suoi pastelli colorati quel pianeta verde e azzurro che tanto risalta rispetto ai crateri e ai rilievi grigi della luna. Purtroppo però, nessuno si accorge della sua assenza e così il bambino viene scordato sulla luna quando l’astronave-pullmino riparte alla volta della stazione spaziale. A nulla valgono i suoi tentativi di farsi notare dal mezzo ormai in moto e così si ritrova a cercare consolazione nel disegno, tracciando sul suo taccuino uno sgargiante arcobaleno con due nuvole al fondo (un’immagine che riletta alla luce dei tanti teli apparsi sui balconi in questo nefasto 2020 assume un significato di speranza e buon auspicio ancora più forte). Ma evidentemente il giovane protagonista non è l’unico a subire il fascino dei colori: cinque bizzarre creature lunari, di sfumatura grigiastra e forma aliena, si avvicinano infatti, prima guardinghi e poi strabiliati, trasformando l’attesa del salvataggio in una spassosa sessione di disegno.

Curato e sfizioso, Gita sulla Luna, con cui John Hare ha esordito nel mondo della letteratura illustrata per l’infanzia, è un libro che fa dell’assenza di parole non solo una preziosa possibilità di accesso alla storia anche per quei giovani lettori che faticano di fronte al testo alfabetico, ma anche una forma narrativa in cui lo sguardo viene continuamente sollecitato a scovare particolari significativi, valorizzando quella capacità di lettura visiva troppo spesso snobbata anche in ambito scolastico. Proprio perché non ci sono le parole occorre qui fare caso a ciò che comunicano i dettagli – la direzione delle orme sulla superficie lunare o l’espressività dei gesti e delle distanze tenute dai personaggi, per esempio – perché attraverso di essi si dipana il filo del racconto.

L’autore è davvero molto bravo in questo, così come nell’attribuire fascino e senso all’uso del colore. Il giallo del pullmino-astronave, il verde e il blu della Terra distante o le tinte accese dei pastelli che spiccano sul nero dello spazio e sul grigio della luna calamitano l’occhio del lettore (con buona pace di chi aborre i libri per bambini con pagine scure), rendendo vivide le scene presentate e aiutando a focalizzare l’attenzione sui particolari che denotano l’avanzamento della storia. Il lettore si trova così a muoversi senza gravità tra tavole che calano a puntino in una cornice e in un’atmosfera distantissime in cui tutto sembra rovesciato – i bambini sono astronauti, la terra è un corpo celeste lontano, gli alieni hanno paura degli umani – ma in cui l’infanzia, nei suoi movimenti e nei suoi sentimenti più propri, appare ciononostante del tutto riconoscibile. Perché le emozioni, forse, sono davvero qualcosa di universale.

A un anno di distanza dalla pubblicazione di Gita sulla Luna, Babalibri porta in Italia anche il secondo libro senza parole realizzato da John Hare e intitolato Gita sotto l’oceano.

Se un bambino

Sulla copertina di Se un bambino campeggia un bimbo smilzo dai vistosi occhiali tondi in sella a una tigre dall’aspetto bonario. Il loro sguardo è simile, vuoi per gli occhi sgranati del felino che richiamano la montatura del piccolo, vuoi per il sorriso abbozzato che caratterizza entrambi. C’è una complicità misteriosa tra i due, un’affinità elettiva che rompe le nostre consuetudini immaginative, prima ancora di aprire il volume. Un bambino amico di una tigre esce infatti dalle convenzioni e dalla norma e proprio per questo accende la curiosità e suscita un sentimento di positivo interesse.

Ecco, questo è in fondo esattamente ciò su cui il libro di Davide Musso e Anna Forlati ci propone di riflettere, invitandoci a osservare con attenzione ogni bambino, per conoscerne e riconoscerne le peculiarità, le difficoltà e i talenti nascosti prima di liquidarli con la frettolosa etichetta di “strani”. Perché di bambini che appaiono e vengono definiti tali ce ne sono a bizzeffe – chi non ha parole, chi non sa disegnare, chi arriva in ritardo, chi ha la testa al contrario e via dicendo – ma a ben guardare, quel loro modo di fare e di essere, ha spesso una ragione inattesa o denota un saper fare altro.  Un bambino che non ha le parole o non sa disegnare, per esempio, non è detto che non possa comunicare altrimenti e su questo, non a caso, lavorano i libri accessibili.

Se un bambino dice perciò molto della disabilità, pur senza citarla nel dettaglio, mostrandoci con garbo che, così come qualunque altra forma di diversità, dipende almeno in parte dall’occhio di chi guarda e da ciò che questi sa e vuole vedere. Il libro procede, nello specifico, per accumulazione, proponendo una sfilza di bambini dall’aspetto o dal comportamento insolito, tutti ritmicamente introdotti da quel “Se un bambino…” che contraddistingue anche il titolo. In questo modo le stranezze si susseguono, si affastellano e insieme iniziano a ronzare nella testa del lettore, rendendo particolarmente efficace il repentino cambio di prospettiva finale (di cui più non diremo!). Interessante e suggestivo, sempre nell’ottica di invitare chi legge alla riflessione, sono l’uso rarefatto delle parole dell’autore e il controcanto metaforico offerto dall’illustratrice, che riempiono di senso il volume senza appesantirlo con rigide soluzioni. Ne vien fuori un albo stimolante e suggestivo il cui messaggio è dunque molto chiaro ed esplicito ma la cui costruzione è tale da lasciare ampia possibilità di riconoscimento, interpretazione e pensiero.

La distanza dei pesci

La natura è custode di una saggezza silenziosa, quella che porta per esempio i pesci a mantenere una distanza ottimale, che non stringe ma non allontana, che non si misura solo in centimetri ma anche in sensazioni. La distanza dei pesci, che è “vicino e lontano insieme”, è anche la distanza di Marco che sulla superficie terrestre, in mezzo alle creature che all’apparenza più gli somigliano, si sente talvolta legato. Sotto le onde, invece, Marco prova un senso di libertà e quiete: una condizione ideale per godersi la ricchezza che la vita subacquea offre, con tutta la varietà di rumori, visioni, percezioni e fantasie che questa reca con sé. Così ogni tuffo dalla barca del nonno si trasforma in un’immersione fantastica (in tutte le accezioni del termine), che porta Marco a fare scorta di storie sottomarine: storie che parlano solo a orecchie attente e che chiedono parole nuove e giuste per essere raccontate.

Con uno spirito che richiama alla memoria La piscina e le meraviglie profonde che si svelano solo a chi sappia andare oltre la superficie, La distanza dei pesci racconta di un mondo misterioso e affascinante in cui servono occhi fuori dal comune per fare incontri con creature straordinarie e cogliere sfumature e vibrazioni altrimenti impercettibili. L’autrice Chiara Lorenzoni trova il modo di rendere tutto questo attraverso una narrazione che fa della sinestesia e del pensare in immagini – per prendere le parole a prestito da Temple Grandin – la propria chiave. L’illustratrice Giulia Conoscenti, dal canto suo, amplifica questa insolita prospettiva con tavole ricchissime, dai cromatismi accesi e dalle sfumature oniriche. Ne viene fuori una realtà sottomarina caleidoscopica di grande fascino nella quale il protagonista Marco sguazza perfettamente a suo agio e dalla quale il lettore può sentirsi da un lato ammaliato ma dall’altro anche frastornato, in un ipotetico scambio di posizione con tutti i Marco in carne ed ossa che si sentono invece sopraffatti dalla quotidianità apparentemente più ordinaria.

Il libro porta, così, a galla una rappresentazione interessante e vitale della diversità, facendo di un modo nuovo di guardare il mare l’occasione per guardare altrimenti anche la disabilità, in una rifrazione di sguardi che amplia gli orizzonti e fornisce spunti inediti. L’autismo narrato da Chiara Lorenzoni e Giulia Conoscenti, anche se mai esplicitamente nominato e messo sotto una lente, appare infatti ben riconoscibile tra le pagine dell’albo. Il racconto non resta tuttavia invischiato in rappresentazioni stereotipate, ma danza piuttosto con grazia tra le peculiarità di un modo atipico di stare al mondo, compresa quella raramente trattata  legata alla percezione sensoriale (peculiarità a cui, tra l’altro, l’editore Uovonero ha dedicato un bellissimo e prezioso saggio intitolato Le percezioni sensoriali nell’autismo e nella Sindrome di Asperger).

La distanza dei pesci nasce come completamento di un percorso creativo legato al Premio Ronzinante che mira a promuovere la cultura dell’alterità attraverso l’illustrazione per l’infanzia. A tale scopo, ogni due anni, viene proposto ai giovani illustratori partecipanti un tema su cui lavorare. Giulia Conoscenti, palermitana classe 1991, ha vinto l’edizione 2017 del premio, dedicata all’incontro tra il mondo di Jules Verne e quello dell’autismo. Le sue tavole hanno quindi potuto svilupparsi in un progetto editoriale vero e proprio, targato Uovonero. Unite alle parole di Chiara Lorenzoni, autrice che in più occasioni ha dimostrato una particolare sensibilità nei confronti delle tematiche sociali e una significativa capacità di trovare parole misurate e accorte, le figure dell’illustratrice hanno così dato vita a un albo ricco, denso e di ampio respiro.

Qui il booktrailer.