La più bella nuotata della mia vita

A tredici anni, dislessia, trasloco e impaccio non sono esattamente tre parole entusiasmanti. Tutte implicano la difficoltà di superare indugi, di sentirsi giudicati, di riuscire a farsi conoscere per come si è davvero. E tutte, purtroppo, affollano il presente di Jan, ragazzino timido e dislessico, da poco trasferitosi in una nuova cittadina. La sua testa è piena di preoccupazioni e interrogativi su come farsi benvolere dai nuovi compagni, su come tenere nascosta la sua difficoltà di apprendimento e su come trovare un posto nella nuova squadra di nuoto. Già, il nuoto. Per fortuna che c’è il nuoto.

Vero asso del dorso, in acqua Jan si trasforma e tira fuori una spavalderia che all’asciutto gli è pressoché sconosciuta e se questo, da un lato, gli crea un’immediata rivalità con l’arrogante Linus, dall’altro sarà per lui motivo di orgoglio e riscatto, anche nella goffa impresa di avvicinarsi all’affascinante Flo. Originale, schietta e appassionata di matematica, Flo è la nuova vicina di casa di Jan, conosciuta grazie a una galeotta gallina fuggitiva. Con lei il ragazzo instaura in maniera turbolenta un legame forte e intenso, in cui diventa via via più evidente come nella differenza più abissale possa nascondersi una possibilità felice e del tutto inaspettata di intesa e riconoscimento .

Costellato di tante questioni che stanno a cuore del potenziale lettore preadolescente – l’amicizia, i primi amori, le rivalità, le passioni, la scuola, le difficoltà, il rapporto con i genitori, solo per dirne alcune – il romanzo di Anne Becker fila piuttosto liscio e aiuta a mettere a fuoco alcuni aspetti importanti per chiunque, a vario titolo, si confronti con la dislessia. Oltre a Jan, che più e più volte mette in luce ostacoli e preoccupazioni legati alla sua difficoltà di apprendimento, ne La più bella nuotata della mia vita non mancano, infatti, genitori, insegnanti, terapeuti, oltre che pari, i cui diversi approcci al disturbo dell’apprendimento non sono privi di effetti sullo sviluppo della vicenda. Ne vien fuori un ritratto realistico e credibile della situazione vissuta da un ragazzino dislessico, il cui percorso diventa più luminoso e piano quando consapevolezza e ascolto si fanno parole chiave.

Io sono blu

A righe nere e ble dalla punta del pungiglione alla punta delle zampe: così appare la protagonista del silent book Io sono blu. Mica facile, per un’ape con questo aspetto, trovare il proprio posto in uno sciame rigorosamente nero e giallo, in cui nessuno si discosta dalla norma. Soprattutto perché questa anomalia cromatica genera nelle compagne isolamento e scherni  duri da digerire.

“Perché sono così?”, sembra chiedersi allora la protagonista del libro mentre consulta manuali di enotomologia che non fanno che confermare la sua bizzarria. “E come posso rimediare?”, pare domandarsi nel disperato desiderio di farsi accettare. E così, ferri e fili alla mano, l’apetta corre ai ripari e si procura un bel travestimento: un travestimento che sembrerebbe pure funzionare all’inizio ma che a lungo andare mostra tutto il suo posticcio valore. Sarà un incontro casuale con una variegata compagnia di insetti a dare un’autentica svolta alla situazione, consentendo alla protagonista, e con lei al lettore, di scoprire che diversità può significare unicità e che là dove ognuno è libero di essere a suono modo, isolamento e scherni appaiono d’un tratto cosa assai sciocca.

Finalista del Silent Book Contest 2021 e vincitore, nell’ambito dello stesso concorso, del premio assegnato dalla giuria Junior, Io sono blu racconta una storia di diversità e accettazione che arriva in maniera molto diretta al lettore. Le situazioni in cui l’apetta protagonista viene ritratta e le emozioni che ne derivano sono infatti rese dell’autrice in modo molto efficace e riconoscibile. Irene Guglielmi è, in questo senso, molto brava, nel sottolineare con pochi tratti e senza tanti passaggi narrativi gli atteggiamenti chiave dei personaggi coinvolti.

Dopo una prima doppia pagina in cui si scorge in lontananza un grande sciame giallo in cui spicca un puntino blu, ci si trova infatti di fronte a un’illustrazione efficacissima che restituisce la grande varietà di reazioni generate dalla diversità della protagonista: stupore, diffidenza, paura, disgusto, superiorità, il tutto reso attraverso semplici posture o espressioni facciali. In questo modo non risulta difficile, per il lettore, seguire e interpretare ciò che accade dopo – la ricerca di risposte, il tentativo di sentirsi normale e farsi accettare, la curiosità accesa da altri esseri non convenzionali – facendosi guidare da un forte senso di empatia nei confronti dell’apetta. Questo, dal canto suo, agevola il lettore nelle operazioni di decodifica della storia per immagini, supportandolo in una sfida di lettura coinvolgente.

C’è qualcosa in casa

Passi trascinati nel corridoio, porte che si aprono misteriosamente, oggetti che si spostano: Andrea ne è certo, Qualcosa si intrufola regolarmente in casa sua per terrorizzarlo. Il problema è: cosa? Ma soprattutto: come fare per non farsi sopraffare dalla paura? Andrea le prova tutte: ignora quel Qualcosa, prova a pedinarlo, si dà delle regole come non guardare mai indietro e chiudere a chiave l’armadio, ma nulla. Qualcosa torna sempre.

Ad Andrea serve una soluzione più radicale e così, forte della sua passione per i fumetti, inizia a creare delle maschere che lo proteggano di notte e a dar forma a una sorte di supereroe personale – il temibile Maizena, ispirato dalla forza dei fluidi non newtoniani – che gli dia coraggio. In un percorso in cui vecchi amici riservano delusioni ma nuove amiche si mostrano preziose alleate, Andrea affronta un passo alla volta la sua paura. Sarà davvero una volta per tutte?

C’è qualcosa in casa fa parte dell’interessante collana Piccole piume di Pelledoca, giovane case editrice specializzata nella pubblicazione di titoli da brivido per bambini e ragazzi. La collana Piccole piume, in particolare, si rivolge a un pubblico di giovanissimi dai sei anni in su che non si facciano spaventare dalle storie misteriose.

Contraddistinti da trame avvincenti e non prive di una certa suspance, come nel caso di C’è qualcosa in casa, i libri che compongono la collana sono altresì accomunati da caratteristiche di alta leggibilità come la font leggimi, la spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe (purtroppo non tra paragrafi, però), sbandieratura a destra e l’uso del grassetto per evidenziare passaggi particolarmente salienti, che concorrono a rendere più amichevole la lettura anche in caso di dislessia.

Signor Orso ha fame

A un grande letargo segue necessariamente un grande appetito, e infatti, risvegliatosi da un lungo sonno, il signor Orso si ritrova con lo stomaco piuttosto brontolante. Inesperto e un po’ tontolone, tuttavia, Orso non riesce a trovare la colazione adatta a lui e anche l’aiuto del suo amico riccio Filippo sembra portare a ben pochi risultati. Fiori, bambù, carote e cortecce lasciano a desiderare ma talvolta (Newton insegna!), quando si è perseveranti, le soluzioni possono cascare dal cielo!

Con la consueta dose di genuinità e candore, i personaggi creati da Alice Campanini si trovano coinvolti in piccole avventure che mettono alla prova la loro inventiva e i loro rapporti di amicizia. Il riccio Filippo, già presente in Un riccio per amico e di Bosco dove sei?, in questo è maestro: la sua generosità e il suo prendersi cura degli altri sono, infatti, il motore di tutti i racconti che lo vedono protagonista.

Semplice e iterato nella struttura narrativa, Il signor Orso ha fame presenta un testo non troppo asciutto ma nemmeno troppo complesso: un giusto equilibrio per lettori che non manifestino grandi difficoltà a seguire storie di una certa lunghezza e a comprendere frasi in cui non mancano espressioni metaforiche e costruzioni con una o più coordinate e/o subordinate.

I simboli impiegati, come da modello in-book, sono i WLS, il che garantisce una certa flessibilità e ricchezza espressiva. Riquadrati e dedicati a singoli elementi lessicali, i simboli sono fisicamente inseriti sulle stesse pagine in cui compaiono le illustrazioni, continuando però a risultare molto leggibili. La composizione grafica appare infatti equilibrata e non confusiva.

Hank Zipzer. Un viaggio da vomito

Di fronte alla prospettiva di un campionato di cruciverba, le reazioni del giovane Hank Zipzer e di suo papà non potrebbero essere più diverse: l‘entusiasmo del secondo risulta infatti, per il primo, totalmente incomprensibile. Che Hank e le parole non vadano proprio d’accordo lo sappiamo ormai bene, in effetti. Protagonista di una fortunata serie edita da Uovonero, Hank fa infatti quotidianamente i conti con le sue difficoltà di lettura e scrittura che sono spesso fonte di guai inattesi e soluzioni creative. E anche in questo nuovo volume – ça va sans dire – inconvenienti e avventure non mancano, complici un lungo viaggio di famiglia e un grosso pacco di compiti che la signorina Adolf riserva al protagonista per le vacanze invernali.

L’intera famiglia Zipzer, accompagnata da Frankie, l’amico del cuore di Hank, e da Katherine, l’iguana domestica della sorella, parte infatti alla volta di Charlotte, dove si tiene il Campionato Nazionale di Cruciverba tanto agognato da papà Zipzer. Ogni partecipante al viaggio può scegliere una meta sul percorso, ma i patti sono chiari: Hank potrà andare sulle mirabolanti montagne russe del Colossus Coaster Kingdom solo se avrà finito i compiti assegnatigli dalla signorina Adolf. Le buone intenzioni del ragazzo non si discutono, sono purtroppo i fatti a lasciare a desiderare. E tra distrazioni davvero irresistibili, pisolini non previsti e quel grande grandissimo intoppo del pacco di compiti dimenticato per strada proprio all’inizio del viaggio, venire a capo dell’impresa sarà più facile a dirsi che a farsi. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: là dove non arrivano le montagne russe, ci pensa il campionato di cruciverba a rendere il viaggio davvero indimenticabile!

Divertente e disseminato di colpi di scena, Hank Zipzer. Un viaggio da vomito ci regala, nell’improbabilità delle avventure messe in scena, un ritratto efficace e fedele delle reazioni che letture, operazioni e compiti vari possono generare in chi come Hank riscontra in numeri e parole un autentico ostacolo. Distrazioni, repulsione, evasione: il campionario delle risposte, più o meno consapevoli, che Hank mette in atto di fronte al pacco che la signorina Adolf gli appioppa come fosse una ricetta miracolosa, la dice infatti lunga su quanto utile sarebbe una didattica più attenta alle esigenze dei singoli ragazzi. Stampato come di consueto con caratteristiche di alta leggibilità, Hank Zipzer. Un viaggio da vomito offre una lettura piacevole, leggera e amichevole non solo nei contenuti ma anche nell’aspetto.

Sono Vincent e non ho paura

Quell’età di mezzo in cui non si è né carne né pesce, in cui ci si sente troppo grandi per essere bambini e troppo piccoli per affrontare davvero il mondo da soli, è un affare proprio gramo. Scostarsi di una virgola dalla massa può voler dire subire prepotenze e prese in giro che sono talvolta tutt’altro che bravate, e Vincent lo sa bene. Così solitario e così fuori dagli schemi, lui che sa tutto dell’arte della sopravvivenza, è il bersaglio ideale per Dilan e la sua banda, che non perde occasione di deriderlo e prenderlo a botte appena fuori dalla scuola.

Denunciare i soprusi vorrebbe dire allarmare i suoi genitori – cosa peraltro già accaduta in passato – e ritrovarsi a tu per tu con la psicologa, e Vincent non ne ha nessuna voglia. Le giornate di lezione e l’attesa del famigerato campo scuola a cui Vincent è costretto a partecipare diventano così un vero tormento, un susseguirsi di ore lentissime in cui il ragazzino fa di tutto per non farsi notare e sfuggire alle vessazioni, rifugiandosi in una dimensione in cui dialoga con una cricca di animali immaginari dallo spiccato senso dell’umorismo.

Fino a quando in classe arriva una ragazzina che non potrebbe essere più diversa dal protagonista: sicura di sé, popolare e alla moda, Jasmijn – detta La Jas – si interessa in maniera autentica a Vincent e al suo mondo fatto di kit di sopravvivenza e conoscenze bizzarre. Anche La Jas, checché se ne possa pensare, sa cosa vuol dire essere vittima di discriminazioni e prepotenze (ché il bullismo prende tante strade e assume tante forme, scegliendo bersagli talvolta non scontati) e questo la aiuta e entrare in sintonia con Vincent. Tra i due nasce inaspettatamente un legame solido, un’amicizia che per il protagonista sarà preziosa per trovare il coraggio di affrontare ciò che lo spaventa senza rassegnarsi a subire e avere paura.

Con una grafica curata e accattivante, in cui lo sfondo scuro sottolinea la sensazione di buio che avvolge il protagonista all’inizio della storia e in cui gli elementi naturali a lui tanto familiari punteggiano le pagine con fare raffinato, il romanzo presenta una costruzione narrativa che tira pian piano il lettore per la manica fino a farlo ritrovare al fianco di Vincent mentre scappa dal campo scuola. A una prima parte in cui si alternano in maniera efficace il racconto delle giornate prima del campo scuola e alcune pillole da manuale di sopravvivenza, ne segue una seconda in cui la cronaca del campo scuola dal punto di vista di Vincent si fa serrata e travolgente. Di fronte all’ennesima concretissima minaccia di Dilan, il ragazzino scappa infatti nel boschi, mettendo finalmente a frutto tutto ciò che negli anni ha imparato sulla sopravvivenza e scoprendo che gli strumenti più utili in caso di pericolo  non sono in realtà fiammiferi e pietre focaie ma il poter contare sull’appoggio e il confronto con un amico vero come La Jas. Ché questo i manuali di sopravvivenza mica lo dicono!

Oltre a raccontare dall’interno e con toccante franchezza quanto possano essere complicate, delicate e multisfaccettate le dinamiche del bullismo, Sono Vincent e non ho paura si fa così apprezzare per una storia che viaggia veloce come una corsa a perdifiato nel bosco, per personaggi non scontati a cui ci si affeziona presto (non ultimi il verme e la sua combriccola di animali immaginari) e per una scrittura secca fatta perlopiù di frasi brevi che ben si sposano, dal punto di vista dell’accessibilità della lettura, con la stampa ad alta leggibilità proposta dall’editore Camelozampa. Avvincente e coinvolgente. In una parola: vincente. Consigliatissimo!

Insalata mista

Essere adolescenti è difficile per chiunque, esserlo in un contesto che di punto in bianco cambia, senza conoscere nessuno e dovendo ricostruirsi una vita da zero lo è ancora di più. Per questo, di fronte all’idea di trasferirsi con la famiglia da Parigi al villaggio di Morjac in Ardèche, la giovane Margotte non fa esattamente i salti di gioia. Anzi, lei che tende per indole a parlare poco e pensare molto, è a dir poco travolta dagli interrogativi, dalle rimostranze e dalle preoccupazioni.

Queste ultime si rivelano, d’altronde, tutt’altro che infondate: una volta arrivata nella sua nuova sperduta casa, Margotte si trova circondata da strade poco piacevoli per chi come lei soffra il mal d’auto, chili di mele cotogne da pelare, poche persone con cui legare, un dialetto strano con cui fare i conti e una coetanea tutt’altro che amichevole con cui incrociarsi ogni santo giorno. Come si sopravvive in queste condizioni? Con tanta forza di volontà e qualche incontro folgorante, come quello con il giovane Théo che abita lì accanto e incanta alla vista con i suoi rasta biondi e il suo sorriso smagliante. Anche – o forse proprio – grazie a lui, Margotte trova il coraggio di provare ad affrontare la nuova vita rurale con un’intraprendenza diversa: un inizio mica male per scoprirsi meno allergica del previsto alle persone e per scoprire sulla propria pelle quanto il senso di comunità possa fare la differenza nella situazioni di difficoltà.

Con una voce adorabilmente cinica, Margotte ci accompagna all’interno di una storia che non manca di emozioni, suspense e un piccolo mistero. Qui si alterna e combina una sfilza di personaggi gustosamente caratterizzati – dalla mamma in preda a una conversione al bio alla sorellina a cui nessuno resiste, dalla giovane Justine tutta piercing e sfide al mondo all’enigmatico abitante numero 17 del  piccolo villaggio – che rendono la narrazione vivacissima e mai piatta.

Insalata mista è un libro dallo stile ricco, in cui le parole ricercate e le espressioni insolite non mancano soprattutto per bocca della protagonista Margotte, i cui pensieri sono acuti anche nella forma, e degli abitanti di Morjac, il cui dialetto trapassa sulla pagina per un maggiore realismo. A questo aspetto, che potrebbe scoraggiare i lettori meno forti, fa da contraltare una costruzione narrativa avvincente e un racconto che aderisce come una ventosa al mondo degli adolescenti. Il libro tira dunque il lettore dentro una storia capace di appagare e offrire interessanti possibilità di rispecchiamento. A rendere il tutto più amichevole anche nei confronti di chi sperimenta maggiori difficoltà di lettura concorre poi la scelta di Camelozampa di stampare il volume con alcune caratteristiche di alta leggibilità come il font EasyReading e una spaziatura più ampia: le stesse già adottate per un altro gustoso romanzo di Gaia Guasti uscito qualche anno fa e intitolato Maionese, ketchup e latte di soia.

Il mostro di neve

Difficile immaginare qualcosa di più tenere e pacioso di un pupazzo di neve. Certo, a meno che il pupazzo di neve non si animi di notte, non mandi messaggi inquietanti e non si scagli con pericolosa forza contro coloro che gli hanno dato forma. E questo, in effetti, è esattamente ciò che accade a Sam, Jack e Ryan. Durante una nevicata particolarmente copiosa, i tre amici si ritrovano infatti vicino al loro rifugio segreto e costruiscono un grande pupazzo di neve, decorandolo con rami, rifiuti e un vecchio cellulare di proprietà di uno di loro. La sera, però, accade qualcosa di inspiegabile: i tre ragazzi ricevono un sms che li sfida a tornare dal pupazzo. Chi l’avrà spedito? La spiegazione più plausibile è anche la più assurda, ma Sam, Jack e Ryan hanno ben poco tempo per stare ad arrovellarvisi su. Arrivati al rifugio inizia, infatti, la loro folle notte, animata da una creatura di neve che prende misteriosamente e mostruosamente vita. Sangue freddo, spirito di squadra e fish&chips saranno le armi decisive che aiuteranno i tre a salvare la pelle e trovare, forse, un insolito amico.

Per ragazzi che temono più gli ostacoli di lettura che le avventure da brivido, Il mostro di neve è una proposta ideale. Avvincente e tenebroso ma anche scorrevole, ritmato e snello, il libro di Gillian Cross offre una lettura che appaga senza risultate troppo impegnativa e che incentiva il lettore ad avanzare tra le pagine non solo grazie a una giusta dose di mistero ma anche e soprattutto grazie a una scrittura pulita e puntuale. A tutto questo si aggiungono poi le caratteristiche tipografiche di alta leggibilità messe in campo dall’editore Biancoenero che danno forma a una pagina ariosa e amichevole a cui è più agevole approcciarsi. Il risultato è un libro che convince e che accoglie i giovani lettori dagli 8 anni in su, con o senza difficoltà legate alla dislessia, e di certo dotati di un po’ di coraggio.

Un passero per capello

Non è mica facile concentrarsi, suonare il piano o persino ricordarsi di essere felici quando una moltitudine di uccellini decide di appostarsi sulla tua tesa e bisticciare notte e dì facendo un gran baccano: proprio ciò che accade a Sofia, che da un giorno all’altro si ritrova assediata da uno stormo cinguettante tutt’altro che piacevole. Per la bambina non sembra esserci via d’uscita – quegli uccellini sono proprio tosti e impertinenti – senonché a un certo punto incontra qualcuno che condivide la sua stessa assurda situazione. Quel che accade dopo ha un che di magico: ché l’amicizia, si sa, può fare veri prodigi!

Semplice e lineare nel contenuto e nella forma, Un passero per capello si fa apprezzare per la delicatezza del racconto e per l’efficacia della metafora che vede la solitudine come un tormento che affolla i pensieri e di cui non è semplice liberarsi. L’albo di Monika Filipina, in catalogo per Camelozampa dal 2015, viene ora riproposto dall’editore con una nuova veste che privilegia caratteristiche di alta leggibilità come il font EasyReading e una spaziatura maggiore: un’iniziativa, questa, che non può che rallegrare, nell’ottica di offrire, fin dalle prime letture autonome, libri il più possibile accoglienti e amichevoli anche per chi sperimenta difficoltà legate alla dislessia.

Una piccola cosa senza importanza

La vita in una missione umanitaria, nel bel mezzo dell’Africa Centrale e ben lontano da molte comodità, non è senza dubbio facile. Non lo è per nessuno, men che meno per un tredicenne come Sacha per cui lo spirito di adattamento non è esattamente un punto di forza. Autistico, e più nello specifico con la sindrome di Asperger, Sacha trova tuttavia meno faticoso costruirsi una routine rassicurante tra tende da campo e cibi liofilizzati di quanto non riuscisse a fare nel civilissimo occidente, dove a causa di un atto di bullismo scolastico era persino finito in ospedale in critiche gravi. Proprio quell’episodio convince la madre, medico di una ONG, a ritirarlo da scuola e a portarlo con sé in missione nella Repubblica Democratica del Congo, dove Sacha si dedica con grande dedizione a scrivere le sue Cronache lunari di un ragazzo bizzarro (che non a caso è proprio il sottotitolo di questo libro) e progetta di comporre un racconto in cui ogni parola abbia un numero di lettere corrispondenti ai successivi decimali del Pi greco.

Delle sue Storie del Pi greco, però, Sacha non parla con nessuno: né con la madre, né con Sunder, il soldato Onu con cui stringe amicizia e cerca di imparare il nepalese, né con Sophie, che gli fa lezione ogni mattina. L’unica con cui Sacha si sente di condividere questo suo progetto segreto è Destinée, una ragazza soldato che un giorno arriva presso la missione Monusco e che senza troppi pregiudizi attiva con Sacha un dialogo interessante. In lei Sacha trova un interlocutore rispettoso e attento, che si stupisce certo per le sue numerose stramberie, ma che non per questo lo tratta in maniera superficiale o accondiscendente. Destinée ha un passato molto tormentato, fatto di atrocità compiute e subite in guerra, di cose viste impossibili da dimenticare e di un figlio frutto di uno stupro che desidera con tutte le sue forze andare a salvare. Le loro fragilità esistenziali in qualche modo si interfacciano ed è così che tra i due nasce un’amicizia solida. Addirittura, contro ogni abitudine e predisposizione, Sacha arriva a dire alcune bugie per coprire Destinée nel suo piano volto a ritrovare e recuperare il figlio Espoir: un piano in cui il ragazzo dovrebbe avere un ruolo del tutto marginale e che invece finisce per travolgerlo senza scampo.

Senza avere il tempo di rendersene conto, Sacha si ritrova a bordo di una motocicletta, fugge sgommando nella giungla, incontra soldati senza scrupoli armati di kalashnikov, assiste a un crollo in una miniera, partecipa a un assalto in piena regola, fino ad assumersi il compito e la responsabilità di portare in salvo il piccolo Espoir. La sua è un’avventura al cardiopalma, totalmente agli antipodi rispetto al suo modo di vivere e alla dimensione che lo fa sentire al sicuro. Ed eppure Sacha arriva fino in fondo, prima trascinato e poi persino un poco intraprendente, in un percorso di crescita e confronto con i propri limiti portato all’estremo e con un finale tutt’altro che zuccheroso ma davvero molto forte.

Il romanzo di Catherine Fradier punta fari piuttosto intensi su tematiche delicate e complesse, come la neurodiversità, la guerra e il reclutamento dei bambini soldato, portando il lettore a saperne qualcosa (o qualcosa in più) e a desiderare, forse, di approfondirle un poco una volta chiuso il libro. Lo fa attraverso una trama serratissima e movimentata, sempre calata nel mondo reale anche se spinta al limite dell’incredibilità: una trama in cui la disabilità del protagonista si fa motore e lente narrativa (la voce è infatti quella dello stesso Sacha), senza gravare come un fardello ma anzi arricchendo non poco una vicenda dalla forte connotazione umana ed emotiva.

Attento dunque a offrire un ritratto multisfaccettato dell’autismo, Una piccola cosa senza importanza presta attenzionale alla questione dell’inclusione e della diversità anche da un punto di vista formale: il libro è infatti stampato con caratteristiche di alta leggibilità che ne agevolano la fruizione anche in caso di dislessia.

Tariq

Che brava, Alice Keller, con quella sua scrittura che ti prende allo stomaco e te lo stropiccia come fosse di tessuto. Quando accosta la penna agli adolescenti, sembra sappia captare i loro pensieri, anche quelli sommersi o che sbucano appena, e restituirli con una lingua che è loro fedelissima. Così, in una manciata di pagine, il lettore si trova catapultato in una dimensione che sembra proprio dargli del tu.

In Tariq, quella dimensione si fa largo tra i palazzoni di periferia, dove drammi e fragilità sono tanto comuni che quasi non ci si fa caso e dove la prospettiva del futuro tende a sagomarsi su necessità troppo impellenti e su orizzonti troppo chiusi. In questa cornice, quando il giovane Tariq decide di iscriversi al liceo linguistico – scelta quantomai rara tra coloro che gli vivono accanto – sono ben pochi a dargli credito. Ma come si fa a trovare la propria strada fuori dal sentiero battuto, se nessuno intorno sembra credere che quella strada esista?

E così, strattonato da una famiglia faticosa e affaticata, da un contesto che trova ordinari una pistola nello zaino, una gravidanza su un pianerottolo o uno skate park di lamiere, Tariq quella strada rischia di perderla di vista. Diventa Tariq il pazzo, quello che disturba le lezioni, che incute timore agli insegnanti, che “ne hai combinata un’altra delle tue?”. È un attimo che dalla scuola arriva una lettera di sospensione che per Tariq pesa davvero come un macigno. Di fronte allo sbriciolarsi delle sue deboli speranze, ci sono per il ragazzo lo spaesamento, la paura, la fuga. Ma poi ci sono anche sguardi e (poche ma significative) parole di cura, soprattutto da parte della sorella e della coetanea Jasmine che con lui condivide inciampi e desiderio di riscatto. Ed così che Tariq può forse pensare di riprender fiato e far ripartire quella sua vita rimasta in standby…

Coinvolgente da trattenere il fiato e travolgente da scorrer via in un lampo, Tariq è una lettura davvero interessante per ragazzi di scuola secondaria. La brevità e le caratteristiche di alta leggibilità con cui è proposto da Camelozampa lo rendono, inoltre, particolarmente intrigante anche per lettori un po’ refrattari o ostacolati dalla dislessia nell’approccio al testo.

 

Dante Pappamolla

Occhialetti da quattrocchi, nome-fardello in memoria dell’Alighieri, tendenza ad assumere il color peperone in viso, genitori fissati con l’alimentazione ultra-vega-vegetariana. A Dante Tertuliani – noto a tutti, non a caso, come Dante Pappamolla – non potevano capitare più sfortune. Tranne una, forse: la morte dell’adorata e scapestrata nonna Leopoldina, quella che sognava di comprare una moto col nipote o che lo rimpinzava di nascosto di ragù.

Alla sua scomparsa, però, Dante riceve un’eredità impareggiabile: una pietra magica che trasporta in luoghi lontani dove scoprire popoli e persone. Gli Inuit, per esempio, nel freddissimo e incontaminato Polo Nord. Qui Dante entra in contatto con una cultura, dei paesaggi, delle abitudini e soprattutto un sé del tutto nuovi. Quasi inavvertitamente si scopre eroe e capace di fare scelte coraggiose e rispettose che non tarderà a riportare anche nel suo vecchio mondo con risultati straordinari.

Malgrado gli insegnamenti risultino un po’ marcati, la sua è una storia di crescita gustosa, in cui non mancano episodi buffi e avventure impreviste e che beneficia per di più di un carattere tipografico più leggibile e meno stancante. Camelozampa propone infatti il libro di Isabella Paglia e di Adriano Gon all’interno della bella collana Peli di gatto che si avvale di caratteristiche di alta leggibilità, tra cui l’uso del font EsayReading, la sbandieratura e destra, la spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe e la stampa su carta opaca. Questi aspetti, uniti a una storia leggera, a illustrazioni frequenti e a capitoli brevi fanno di Dante Pappamolla  un libro assolutamente abbordabile e consigliabile anche in caso di difficoltà o di resistenza alla lettura.

Io e Leo

Vi ricordate Max Halters? Bè, la sua carriera da stuntman è ormai al tramonto ma il personaggio creato da Boonen e Melvin ha ancora molto da fare e da dire. Così, a sorpresa, lo ritroviamo coprotagonista di Io e Leo, il nuovo racconto illustrato targato Sinnos. Il giovane Leo del titolo è un ragazzino con un grosso, grossissimo problema: da un giorno all’altro, infatti, dopo l’incidente in bicicletta che ha causato la morte del padre, si ritrova ad essere inspiegabilmente invisibile. La mamma, la maestra, i compagni e persino il cane del vicino sembrano all’improvviso non accorgersi o non ricordarsi di lui. E Leo, per questo, non si dà pace.  Per fortuna, nel suo vagare per la città, il ragazzino incontra proprio Max Halters. In veste di saggio clochard, questi lo accompagna in un viaggio sul filo della realtà, in cui incontri sorprendenti e conversazioni bizzarre lo aiuteranno a ritrovare un pochino sé stesso e farsi a sua volta ritrovare anche da chi gli sta intorno.

Intenso e forte, ma non per questo disposto a rinunciare a quel tocco di folle leggerezza che contraddistingue i lavori dei due autori, Io e Leo racconta di un’amicizia profonda, di un vuoto che pare impossibile colmare e di sentimenti forti che possono trasformarci. La storia di Leo e del lutto che deve affrontare arriva così al lettore, forte come un carrello della spesa giù per una collina ripida, coinvolgendolo in modo travolgente. Il testo non è banale ma le illustrazioni a ogni pagina e le caratteristiche tipografiche di alta leggibilità ne agevolano la lettura, consentendo anche a lettori più riluttanti di confrontarsi con un racconto corposo. Forte di illustrazioni dal sapore fumettistico e dal tratto inconfondibile, di atmosfere surreali (rese ben evidenti da diffusi toni aranciati) e di personaggi che lasciano il segno, Leo e io porta sulla pagina una piccola sfida che riserva grandi soddisfazioni e forti emozioni al lettore che deciderà di affrontarla.

Il nostro cane Max

Gli animali domestici sono, per tanti padroni e padroncini, autentici membri della famiglia. Con loro si condividono rituali, viaggi, esperienze, emozioni e così, quando muoiono, lasciano un vuoto grande e un segno indelebile. Proprio questa parabola esistenziale, tanto familiare a chiunque abbia posseduto e amato un cane o un gatto, trova posto tra le pagine de Il nostro cane Max.

Il libro scritto da Alessandra Bocchetti omaggia e ripercorre la vita del cane Max all’interno della famiglia che lo ha accolto quando era ancora piccolissimo e brutto. L’autrice racconta in particolar modo il rapporto speciale e unico che il cane instaura con i diversi membri della famiglia, dando un assaggio delle piccole gioie che, dal primo all’ultimo giorno, la sua presenza ha regalato. Fino a che la vecchiaia lo porta via, senza che tuttavia il suo ricordo svanisca. Tutt’altro: nel cielo, nelle rocce e persino nella forma di un’isola Max torna a far visita ai suoi padroncini, nel nome di un legame intenso e sempre vivo.

Lineare e senza particolari capriole narrative, Il nostro cane Max si presenta come un omaggio personalissimo a un cagnolino realmente esistito che suscita simpatia e affetto. Piacevole da leggere e commuovente nel finale, il libro fa parte della collana Minizoom di cui condivide tutte le apprezzabili caratteristiche di alta leggibilità.

Cipì

Piccolo, coraggioso, intramontabile Cipì! Alla soglia dei cinquant’anni, l’uccellino nato dalla penna di Mario Lodi e dei suoi alunni della scuola elementare di Vho torna a spiccare il volo in una veste nuova rispetto a quella consueta cartacea. Con un audiolibro nuovo di zecca fruibile tramite CD MP3 (12,90 euro) o file MP3 scaricabile (7,70 euro), Emons omaggia infatti il celebre racconto, nato dall’osservazione diretta fatta dai bambini di ciò che accade al di fuori della finestra della classe.

A dare voce alle avventure del giovane Cipì e dei suoi compagni di vita – la mamma e i fratelli, l’amata Passerì, l’amica Margherì e l’intera compagine di elementi naturali, dal sole ai fiori, dalle nuvole alle farfalle, che sono di fatto coprotagonisti del racconto – è Stefano Accorsi che interpreta con piglio pacato e intenso l’ampia gamma di sentimenti a cui la storia di Cipà dona spazio.

Sotto il tetto del palazzo, nella campagna tutt’intorno e nel cielo che la riveste, Cipì conosce infatti il pericolo e il sacrificio, l’amore e la solidarietà, la bellezza e la forza della natura. La sua storia, seppur insolita forse per il giovane lettore di oggi, è testimone schietta di un’esperienza pedagogica di grandissima attualità che merita di essere conosciuta e declinata nell’oggi e nel domani.

Una bottiglia nell’oceano

Sulle montagne venete di inizio ‘900 la vita dell’undicenne Emilio è dura, a tratti durissima. Nelle sue giornate, che pur non mancano di svaghi tra coetanei e giochi da scavezzacollo tra boschi e contrade, si avverte forte il peso della miseria, di un padre partito per l’America in cerca di fortuna, di un inverno che sembra non finire mai e di una scuola che riserva trattamenti diversi in base alla classe sociale di appartenenza. Emilio è un tipo tosto, però. Presi molto seriamente gli insegnamenti del padre e il ruolo di “uomo di casa” che questi gli affida alla partenza, l’undicenne non china il capo di fronte alle ingiustizie e si danna per trovare un modo di aiutare sua mamma e i suoi tre fratelli a sopravvivere. La sua è una ricerca costante di equilibrio tra lo spirito indomito del ragazzo e la responsabilità dell’uomo in formazione: una ricerca che lo porta a farsi molte domande, a cercare scampoli di speranza nelle sparute lettere che arrivano dal padre e a battersi senza risparmiarsi per un sacco di patate o un po’ di dignità. Fino a che dall’America arriva una lettera che preannuncia per lui e per il resto della famiglia la possibilità di raggiungere il padre. Il tempo dei saluti agli amici di sempre e a chi oltre alle montagne non vedrà probabilmente mai nulla, ed Emilio si imbarca su piroscafo diretto a New York: una nuova tappa, anch’essa non priva di incontri e imprevisti emozionanti, nel suo cammino per costruirsi un futuro senza subirlo soltanto.

Fresco vincitore del Premio Bancarellino, il libro di Cinzia Capitanio ha tutto ciò che serve per catturare il lettore: personaggi ben marcati, emozioni in cui specchiarsi, una storia di formazione incisiva. A tutto questo si aggiunge il merito di raccontare in maniera molto scorrevole e accattivante una parte di storia del nostro paese, cruciale ed eppure spesso trascurata a scuola, come quella dell’emigrazione di inizio secolo. Ultimo, ma non per importanza: Una bottiglia nell’oceano, così come tutti i titoli della bella collana Il parco delle storie, vanta caratteristiche tipografiche di alta leggibilità – dall’uso del font EasyReading su carta color crema alla spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe, dalla sbandieratura a destra all’assenza di sillabazione – che ne favoriscono l’accesso anche a ragazzi con difficoltà di lettura legate alla dislessia.

Tonja Valdiluce

L’autrice norvegese Maria Parr ha un talento eccezionale nel creare personaggi (soprattutto femminili) dalla carica inesauribile, dallo schietto spirito libertario e dalla vitalità prorompente. Indomiti e mai immobili, nelle gambe e nel pensiero, questi abitano spesso luoghi immersi in paesaggi naturali che hanno un ruolo tutt’altro che marginale nelle loro dinamicissime avventure. Tipi irresistibili come Lena o Tonja sono le protagoniste di storie che turbinano a lungo e nel profondo di chi legge

Dieci anni quasi compiuti, Tonja vive in Valdiluce da quando è nata. I monti innevati fino a Pasqua, il villaggio a misura d’uomo e i sentieri d’acqua e terra fanno da cornice alle sue giornate in cui difficilmente mancano salti acrobatici con gli sci ed esplorazioni scatenate. Certo non si può dire che le sue occupazioni non generino un gioioso baccano, con buona pace di Klaus Hagen e del suo campeggio salutista child-free da cui vorrebbe tenere Tonja alla larga. In Valdiluce, Tonja è felice. Qui conosce tutti ma ha un rapporto speciale con il suo padrino Gunnvald: gigante buono, solitario e taciturno che condivide con lei l’amore per la montagna, per la cioccolata calda fatta con vere tavolette e per gli slittini che vanno velocissimi. Con Gunnvald, Tonja trascorre giornate intere, chiacchiere e silenzi, suonate di violino e storie. “Come faresti senza di me?”, gli chiede spessissimo, con una formula scherzosa che sfiora la verità più di quel che si potrebbe credere. Non a caso, quando a casa di Gunnvald piomba un donnone di nome Heidi che dice di essere sua figlia e minaccia di vendere la sua amata fattoria, Tonja si adopera senza risparmiarsi per evitarlo. I folli piani di sabotaggio che mette in piedi insieme al suo amico Ole danno certo una scossa alla situazione, ma sono soprattutto la sua cocciuta testardaggine, il suo innato senso della giustizia e la sua sincera capacità di parlare al cuore delle persone a rispolverare sentimenti sepolti e permettere finalmente a rapporti interrotti di riallacciarsi.

Irresistibile e incontenibile, Tonja detta il bolide della Valdiluce non lascia scampo e lascia il segno. La sua storia arriva dritta senza freni e si fa leggere con gusto. Avvolgente come una coperta calda, ha il potere magico di far risuonare sentimenti profondi senza stare a dare tante spiegazioni. Che poi è quello che fa la buona letteratura! Da leggere e rileggere senza stancare, Tonja Valdiluce è fortunatamente uno dei titoli che Beisler ha inserito nel suo progetto leggieascolta, rendendolo accessibile anche a chi non ama o fatica a seguire la storia sulla pagina. Grazie alla curata app leggieascolta, scaricabile gratuitamente per Android e Ios, la storia di Tonja, Gunnvald e tutti gli abitanti e avventori della Valdiluce può essere ascoltata con grande comodità semplicemente inquadrando il QR code che compare all’interno del libro. Intuitiva e funzionale, l’app consente di muoversi agilmente tra i capitoli del libro, sfruttando funzioni utili come la regolazione della velocità di lettura e i segnalibri.

Persi di vista

Se da adolescente ti aspetta una desolante estate in città, senza alcuna possibilità di svago e per di più con la fidanzata lontano, ecco che la prospettiva di tre pomeriggi a settimana, oltretutto pagati, a fare compagnia a una vecchia signora possono diventare allettanti. Cos’ha in fondo da perdere il giovane Sofiane, che si ritroverebbe altrimenti a ciondolare sotto casa, in attesa di veder tornare stanca e triste sua madre o, peggio, di prendersele da suo fratello? E così il giovane, che si presenta a casa dell’anziana Régine giusto per sostituire la sua fidanzata volata in Spagna, finisce per restarci più a lungo del previsto, trovando in quell’anziana sconosciuta un’amica inaspettata e un’occasione per dare una piega nuova alla sua vita. Da che doveva limitarsi a leggere ad alta voce per lei, resa ipovedente da un grosso trauma del passato, Sofiane si ritrova a condividere con lei esperienze nuove e a metterla a parte di racconti molto confidenziali. Dalla contaminazione tra i loro due mondi, fatti di rap e di arte, di lettura e di internet, di conversazioni erudite e linguaggio da strada, nasce un cocktail sorprendente che dona a entrambi una serenità perduta da tempo.

Anziana, ricca e colta lei, tutto il contrario lui, Régine e Sofiane si scoprono più simili di quel che si aspettano. A unirli, in una vicenda che ricorda la bella storia di Philippe e Driss del film francese Quasi amici, c’è soprattutto una comunione di sentimenti legati ai rapporti con le rispettive famiglie. Se Régine, nel tentativo di conquistare l’affetto del padre, ha perso da anni i contatti con i figli, Sofiane ha sempre erroneamente pensato di essere stato abbandonato dal padre. In un intreccio di relazioni familiari complicate e ambivalenti, i due protagonisti si sostengono a vicenda nel tentativo di ristabilire un minimo di ordine nei propri sentimenti. Rispecchiando l’una nell’altro il proprio rapporto tormentato con il passato, Régine e Sofiane imparano a guardarsi con occhi nuovi. Come il titolo anticipa bene, con il suo calzante gioco di parole, la loro è una storia che mostra bene come la capacità di vedere, fisicamente e metaforicamente, sia qualcosa che si può perdere, allenare e finalmente riconquistare.

Scritto in maniera molto scorrevole, forte di un gustoso contrasto tra il modo di parlare di Sofiane e quello di Régine, il romanzo di Yael Hassan offre una lettura sorridente e abbordabile anche da parte di giovani lettori con Disturbi Specifici dell’Apprendimento. La storia curiosa e i frequenti dialoghi si sposano felicemente, infatti, con le caratteristiche di alta leggibilità – dal font leggimi alla spaziatura maggiore, dall’impaginazione ariosa alla sbandieratura a destra – che rendono la pagina visivamente meno ostica.

Un giorno perfetto

Ci sono tanti modi per vivere e nutrire l’amicizia. Condividere, per esempio, il gioco, gli scherzi, la buona cucina o le letture. Ma a volte nessuna di queste cose sembra cascare a fagiolo e far sì che la scintilla dell’amicizia possa davvero scoccare. È quello che succede al volpacchiotto protagonista dell’albo Un giorno perfetto: nonostante la placida atmosfera autunnale sembri propizia a trovare un amico, tutti i suoi sforzi per conquistare l’attenzione e il favore di un giovane coniglio sembrano vani. Saranno infine la sua tenacia e la sua capacità di stare semplicemente accanto all’altro, rispettandone nel profondo i bisogni, a permettergli di cogliere la differenza tra trovare un amico ed esserlo. Perché l’amicizia, in fondo, non è condividere solo cose ed esperienze ma anche e soprattutto emozioni.

Tenero e profondo, l’albo scritto e illustrato da Maria Gianola racconta una cosa semplice semplice ma spesso trascurata come l’importanza di riconoscere e accogliere i sentimenti di chi ci sta accanto per coltivare delle relazioni autentiche. Lo fa con uno stile tenue che delinea personaggi che ispirano immediata simpatia. Nella vitalissima volpe e nel coniglio corrucciato, ogni lettore può facilmente riconoscere sé stesso in momenti diversi della sua vita o più semplicemente della sua giornata, ritrovando nei due animali protagonisti stati d’animo e atteggiamenti umanissimi. Un giorno perfetto si contraddistingue poi per un testo diretto ed essenziale che si presta bene a sostenere anche primi tentativi di lettura autonoma grazie alle poche parole scelte per ogni pagina, alla puntuale corrispondenza tra figure e testo quasi in forma di didascalia, e all’impiego dello stampatello maiuscolo, peraltro proposto in font ad alta leggibilità EasyReading.

I misteri di Mercurio. La tempesta

C’è un quadro di Giorgione intitolato La tempesta che da sempre solletica studiosi e appassionati d’arte per il suo soggetto misterioso. Dopo anni di ipotesi e dibattiti, la giusta chiave interpretativa sembrerebbe venire finalmente a galla: merito di Nina, Lorenzo e Jamal e del loro incredibile viaggio nel tempo. Reclutati da uno strano individuo di nome Mercurio che assume all’occorrenza le sembianze di un corvo, i tre ragazzi si trovano catapultati in pieno Rinascimento, proprio nella terra di Giorgione. Qui toccherà loro risolvere una serie di enigmi che li porteranno a svelare una volta per tutte i segreti custoditi dal celebre quadro. La ricerca di un preciso punto di verde, la presenza di un soldato sul lato sinistro del quadro, la scelta di un’atmosfera temporalesca con tanto di folgore che squarcia il cielo e infine la collocazione di un uccello sull’angolo del tetto: come pezzi di un intricatissimo puzzle, tutti questi elementi trovano infine un senso e una spiegazione, gli stessi che consentiranno finalmente ai tre giovani viaggiatori di fare ritorno a casa.

Avvincente e intrigante, La tempesta ha il pregio di rendere la storia e più precisamente la storia dell’arte qualcosa di vivo e appassionante. La felice contaminazione tra passato e presente, la scelta di personaggi ben riusciti, la composizione di dialoghi accattivanti e ironici, e la costruzione di un trama enigmatica intorno a un capolavoro della pittura catapulta davvero il lettore tra i costumi, le pratiche e la cultura del 1400-1500, senza però far sì che questo aspetto offuschi il piacere di un romanzo autentico, tutto da divorare.

La tempesta è il primo di una serie di volumi che compongono una collana molto intrigante intitolata I misteri di Mercurio. Progettata in casa Book on a tree e trasformata in realtà dalla casa editrice Emons, la collana unisce le voci di alcuni dei più noti e talentuosi autori italiani  per ragazzi – Pierdomenico Baccalario, Daniele Nicastro, Manlio Castagna, Giada Pavesi e Davide Morosinotto – accompagnate dalle illustrazioni di Kalina Muhova. La tempesta, così come i volumi successivi, inaugura un nuovo progetto di Emons – la collana Emons:raga – incentrato sull’integrazione tra libro cartaceo e audiolibro.

La collana Emonsraga

Specializzato nella pubblicazione di audiolibri di qualità, Emons propone da alcuni anni anche un’interessante selezione di libri per bambini e ragazzi su CD o in formato MP3. Si va da Gianni Rodari a Bianca Pitzorno, dai classici come Il libro della giungla ai bestseller più recenti come Il diario di una schiappa, tutti interpretati da attori d’esperienza.

Dall’autunno del 2020, l’offerta per i più giovani si è arricchita di una nuova collana, caratterizzata dall’unione di libro cartaceo e audiolibro, quest’ultimo fruibile tramite scansione di un QR code, posto all’interno del libro. Attraverso il medesimo sistema vengono inoltre offerti al lettore alcuni contenuti extra come curiosità e dettagli sulla storia dell’opera che è al centro del racconto, sul pittore che l’ha dipinta o sul periodo storico in cui questi ha lavorato. Interessantissima e innovativa per come è stata concepita, la collana vanta un’integrazione particolarmente felice tra supporti diversi a cui il lettore può ricorrere secondo le sue preferenze e necessità. La presenza della registrazione, peraltro molto piacevole da ascoltare, offre infatti una preziosa possibilità di lettura e approfondimento, tanto per chi presenta difficoltà legate al testo scritto, quanto per chi legge fluidamente. Il risultato è un libro multiforme di grande appeal che non solo abbatte un grosso ostacolo all’accesso alla cultura per molti bambini e ragazzi con disabilità o dislessia, ma lo fa puntando su un prodotto accattivante per tutti e dunque per nulla ghettizzante.

Cuori di waffel

Quando un libro inizia con due bambini che costruiscono una precaria funicolare tra le rispettive finestre si può star certi che la lettura riserverà sorprese memorabili: Cuori di waffel ne è la dimostrazione lampante! Tra le sue pagine, la scatenata Lena e il timido Trille si lanciano ogni giorno in imprese stravaganti e azzardate, secondo una ferrea logica che segue i binari dell’immaginazione  ben più che quelli della sicurezza. L’estate dei due bambini, nelle cui vene scorre inconfondibile sangue nordico, procede così a gran ritmo tra una festa di mezza estate sommersa dal letame, il tentativo di far salire un sacco di animali su una moderna arca di Noé e il salvataggio di una vecchia giumenta a bordo di un traghetto. A star dietro a Lena e Trille servono polmoni buoni e nervi saldi perché le corse nel cassone di una motocicletta, le discese ripidissime in bob, i giri in elisoccorso e gli schianti in canotto sono all’ordine del giorno. Qualche commozione cerebrale (per loro) e tanta commozione e basta (per il lettore) vanno così di pari passo, in un romanzo che fa lo slalom tra guai divertentissimi ed emozioni profonde.

Già vincitore di numerosi premi, tra cui l’Andersen nel 2015, il libro di Maria Parr è un concentrato irresistibile di avventure a rompicollo e di personaggi cui affezionarsi in un istante. Pieni di vita e tratteggiati con cura, questi si muovono tra i fiordi della baia e della vita con una naturalezza e un’autenticità palpabili. E se l’inarrestabile Lena è al centro di ogni scena con un’energia che di rado lascia cose, personaggi e lettore incolumi, il vero e insospettabile eroe è forse il giovane Trille, che accoglie paziente l’irruenza e le  follie di Lena, dando voce a emozioni che entrambi provano ma che l’amica non sa esprimere che con l’irrequietezza.  Con il suo carico di sensibilità sincera, Trille cementa profondamente l’amicizia con Lena, apre a domande importanti e – non ultimo – restituisce una rappresentazione bellissima e fuori dagli stereotipi di un’infanzia al maschile.  In quell’estate unica che vede protagonisti i due bambini, trovano posto cose piccole e grandi, comprese quelle scomode come la morte, la genitorialità imperfetta o gli addii. Queste ultime, proprio come le gioie che costellano le giornate più luminose a Martinfranta, figurano tra le pagine di Cuori di Waffel con impeccabile leggerezza, finendo così per bussare all’immaginario del lettore senza gravosa invadenza.

Imperdibile per lettori dagli 8-9 anni, Cuori di Waffel è reso disponibile dall’editore Beisler anche in formato audio così che anche chi non ama o fatica a seguire la storia sulla pagina possa godersi le avventure di Lena e Trille. Grazie alla curata app leggieascolta, scaricabile gratuitamente per Android e Ios, il romanzo può essere ascoltato semplicemente inquadrando il QR code che compare sul risguardo di copertina. Intuitiva e funzionale, l’app consente di muoversi agilmente tra i capitoli del libro, sfruttando funzioni utili come la regolazione della velocità di lettura e i segnalibri.

Il mago di Oz

Con i suoi audiolibri ad alto tasso di grazia, Locomoctavia ci ha abituati ad esperienze di ascolto davvero straordinarie. Da Pinocchio ad Alice, da Gianburrasca ad Augusta Snorifass, con la voce calda e versatile di Daniele Fior diversi classici della letteratura per l’infanzia (ma anche qualche chicca meno nota, come Il drago di K e altre fiabe polacche) hanno trovato una nuova rispettosa veste, oltre che una via piacevolissima per arrivare a chi fatica a confrontarsi con la pagina scritta. Se possibile, però, Il mago di Oz – l’ultimo titolo aggiunto a catalogo dalla piccola casa editrice udinese – stupisce ancor di più dei precedenti, per il curato e curioso percorso attraverso il quale è stato confezionato.

Rilasciata alla fine del 2020, questa versione tutta da ascoltare del libro di L. Frank Baum coinvolge un numero consistente di attori (ben 16!), la più piccola dei quali aveva all’epoca della registrazione solo 5 anni. Le voci registrate sono tutte ben cucite sulle rispettive parti e risultano molto variegate: aspetto, questo, non trascurabile sia dal punto di vista della gradevolezza dell’ascolto, sia da quello della fruibilità, soprattutto per chi fatica a seguire e a orientarsi in mezzo a storie molto articolate. Capaci di rendere con puntualità la moltitudine e l’assortimento di personaggi che contraddistingue il viaggio verso e dalla Città di Smeraldo, le diverse interpretazioni sono accompagnate da sottofondi sonori suggestivi, catturati durante un viaggio lungo lo Stivale.

Al gusto di una storia ricchissima, proposta come sempre in versione integrale, si aggiunge quindi il fascino di una narrazione che sfrutta minimi intramezzi musicali e che trasforma i suoni della natura e della città in puntelli acustici all’immaginazione del lettore. L’abbaiare di un vero cane che dà voce a Toto, il cinguettio degli uccellini che spesso cantano lungo il percorso di Dorothy, le campane che suonano in lontananza mentre il pallone del mago si solleva in volo: la minuzia con cui queste tracce ambientali vengono raccolte e inserite nel racconto contribuisce a fare di quest’ultimo un’immersione profonda nel meraviglioso regno di Oz.

Disponibile sia su Cd (13 €) sia in versione scaricabile (7,99 €), Il mago di Oz è inoltre fruibile come gli altri titoli Locomoctavia, tramite un’apposita app (Locomoctavia audiolibri) messa a punto dalla stessa casa editrice e scaricabile gratuitamente da App store. Estremamente interessante in termini di accessibilità, l’app sfrutta un particolare sistema di scroll (già attivo per i titoli precedenti e presto disponibile anche per Il mago di Oz) che evidenzia cromaticamente le diverse frasi del testo nel momento esatto in cui vengono pronunciate. La corrispondenza tra testo e audio risulta molto fluida e puntuale e l’app fa avanzare automaticamente l’audio se il lettore fa scorrere velocemente in avanti il testo. L’esperienza di lettura e ascolto risulta, così, piacevole e tutt’altro che macchinosa.

Il lettore può in questo modo godere della cura e della bellezza delle registrazioni proposte e al contempo seguire più agevolmente il testo su schermo. Egli può disporre cioè di un ampio ventaglio di strumenti e possibilità di lettura, perfettamente integrate tra loro, tra cui destreggiarsi sulla base delle sue esigenze specifiche: un’opportunità preziosa per sostenere soprattutto quei bambini e quei ragazzi che, a causa di disturbi come la dislessia, si tengono alla larga dai libri non per disamore delle storie ma per l’enorme fatica che la lettura tradizionale di queste ultime può implicare ai loro occhi.

Il bambino che faceva le fusa

Gatta curiosa e intraprendente, Pepe vive in una palazzina di città con i suoi due padroni (Mamma e Papi) e il loro bambino (Tato). Sui tetti, in cortile e dalla sua finestra al secondo piano, interagisce con diversi vicini a due e quattro zampe – l’odioso cane Crostino e il furbo piccione Nerone,  per esempio – e osserva molte cose con occhio attento. È lei, non a caso, la prima ad accorgersi che da pochi mesi al quarto piano abitano una donna e un bambino. Nessuno a parte lei, sembra averlo notato: la donna si vede poco e il bambino è sempre chiuso in casa. La faccenda ha un che di misterioso e il bambino un che di affascinante, così Pepe si convince ad andare in esplorazione per saperne di più. Le sue spedizioni al quarto piano gli rendono chiaro che il bambino ha un modo tutto suo di comunicare: un modo che gli altri umani spesso travisano o non colgono per nulla, costringendolo di fatto a una vita solitaria e reclusa. Pepe, che invece sembra riconoscerne facilmente intenzioni e sentimenti, mette  in atto un ingegnoso piano per consentire al bambino, da lei soprannominato No, a uscire e socializzare. Saranno necessari molti alleati, molta pazienza e molta inventiva ma alla fine il piano di Pepe si rivela efficace e l’intero condominio si ritrova coinvolto in una missione ad alto contenuto di fusa!

Gabriele Clima, che già con Roby che sa volare e con Il sole fra le dita  aveva felicemente e coraggiosamente portato la disabilità tra le pagine destinate ai bambini e ai ragazzi, trova anche qui un espediente interessante per raccontare l’autismo ai più piccoli senza trasformare la storia in un piccolo trattato didascalico. Facendo leva sull’idea che trovare la giusta chiave di comunicazione possa fare la differenza nel costruire relazioni autentiche e possibilità di incontro tra persone neurotipiche e persone neurodivergenti, l’autore racconta una storia ispirate a persone realissime (la sua famiglia e i suoi vicini di casa!) a cui il gatto Pepe aggiunge un tocco fantastico e un punto di vista originale.

Il bambino che faceva le fusa si distingue per un’attenzione particolare all’inclusione non solo da punto di vista contenutistico ma anche da quello formale: il libro è infatti stampato con caratteristiche di alta leggibilità quali il font leggimi, la spaziatura maggiore tra lettere, parole, righe e paragrafi,  la sbandieratura a destra e l’assenza di sillabazioni, ed è fruibile con le medesime caratteristiche anche in formato ebook (costo: 2,99 euro). Come il libro in questione, diversi altri titoli della collana Il battello a vapore di Piemme, in tutte le sue serie – bianco, azzurro, arancio e rosso – presentano gli stessi accorgimenti tipografici, resi riconoscibili fin dalla copertina grazie al bollino “alta leggibilità”.

Il gatto combinaguai

Che scoperta, la collana Upupa delle Edizioni La linea! Gli albi illustrati che la compongono lavorano in favore dell’inclusione su un doppio binario: da un lato proponendo storie in doppia lingua e dall’altro offrendo il racconto in versione cartacea e in versione audio. Ogni volume presenta infatti sul retro di copertina un qr code attraverso il quale è possibile accedere a contenuti multimediali tra cui non solo l’audiolibro completo in doppia lingua, con piacevole sottofondo musicale, ma anche alcune parole chiave del racconto, pronunciate sia in italiano sia nella lingua a cui di volta in volta questo è affiancato nel libro. Il lettore può dunque scegliere la modalità a lui più congeniale per approcciare il testo, sia dal punto di vista della lingua sia da quello del supporto. I titoli della collana offrono, così, delle occasioni di lettura preziosa anche a lettori che faticano a relazionarsi col testo scritto per ragioni per esempio di dislessia, a lettori che non padroneggiano perfettamente la nostra lingua o a lettori che sperimentano entrambe le condizioni: una situazione di doppia inaccessibilità che qui viene felicemente supportata con prodotti versatili, ben confezionati e piacevoli da leggere.

Il gatto combinaguai è proprio uno di questi titoli. Scritto da un autore giordano –  Abeer Al-Taher –, e illustrato da un’artista libanese – Maya Fidawi -, il libro racconta una storia tenera e divertente, ideale da leggere ad alta voce (e dunque anche da fruire in modalità audio). Protagonisti sono un anziano signore e un gatto nero piuttosto turbolento. L’anziano è molto affezionato al felino ma in seguito a una sfilza di marachelle, decide di disfarsene. Il suo piano appare però più facile a dirsi che a farsi: ogni volta che abbandona il gatto da qualche parte, questi trova, infatti, il modo di tornare a casa. L’unica soluzione sembra essere quella di portarlo nel luogo più lontano del mondo, al Polo Sud. La strada è lunga, al punto che una volta arrivati, l’anziano pare aver quasi scordato i guai che l’hanno spinto fino a lì. A quel punto decide di tornare a casa ma fatica a ritrovare la via. Per fortuna insieme a lui c’è qualcuno che vanta un lungo curriculum in fatto di orientamento!

Breve, semplice e ben congegnato, Il gatto combinaguai offre un testo e delle illustrazioni delicatamente ironici. Intrigante e curioso, per il lettore italiano, è inoltre il fatto di leggere il libro partendo dal fondo, come la lingua araba richiede.

La scuola è di tutti. Le avventure di una classe straordinariamente normale

Olmo fa terza elementare e la sua classe, come spesso accade, è una sorta di mondo in miniatura. Qui ci sono, infatti, bambini di ogni tipo: con origini diverse, culture diverse, abilità diverse, talenti e punti deboli diversi. Nella classe di Olmo, però, c’è anche una maestra con la M maiuscola che sa come far sì che quelle diversità suonino in maniera armoniosa, che dalla loro unione nasca qualcosa di positivo. E così ogni giorno, nella classe di Olmo, episodi ed esperienze apparentemente insignificanti diventano occasione per capire qualcosa di più del mondo al di fuori della scuola, per avvicinarsi agli altri con curiosità e per trasformare tanti io in un noi che affronta con più forza le difficoltà. Come quando in classe iniziano a sparire delle cose – caramelle, cartucce e persino libri -, quando Ravi scappa per i corridoi ripetendo meccanicamente le diciture dei cartelli antincendio, o quando Noah viene preso di mira dai bulli. In questa cornice, affiancato da amici fidati come la tostissima Gea, Olmo si pone domande serissime e condivide problemi apparentemente insormontabili, perché, come giustamente dice a un certo punto: nella vita di un bambino ci sono problemi enormi. In questa cornice, Olmo impara a riconoscere il valore degli altri ma anche il suo, venendo infine a patti con il suo fisico mingherlino e la sua odiata ipermetropia.

Come una ripresa in diretta di un anno scolastico, La scuola è di tutti si presenta come un racconto lungo che pullula di voci ed esperienze, che mette insieme cose piccolissime e questioni grandi, che parla di individui ma anche di società. Attraverso un modo attivo, coinvolgente e innovativo di fare lezione, la maestra di Olmo mette infatti i suoi bambini nella condizione di incontrare interrogativi importanti e di cercare con spirito critico e civico le risposte più giuste. È così che, per esempio, l’insegnante di sostegno viene presentata e vista come l’insegnante che sostiene l’intero gruppo classe e che, tra le altre presenze, quella di un bambino autistico come Ravi viene accolta con le sue esigenze senza concessioni compassionevoli. Anche in questo modo di raccontare la scuola si avverte la lunga esperienza scolastica dell’autrice Cinzia Pennati e il suo pluriennale impegno nello sperimentare una modalità di insegnare più inclusivo e rispettoso delle potenzialità e delle esigenze dei bambini.

La fisica degli abbracci

Crescere con un quoziente intellettivo di molto superiore alla media può sembrare un’enorme fortuna ma non sempre necessariamente lo è. Leggere e scrivere in due lingue all’asilo nido, frequentare l’università quando l’adolescenza non ha nemmeno bussato alla porta, e insegnare fisica in un college prestigioso prima ancora di poter guidare un motorino può essere, infatti, molto motivante ma al tempo stesso anche molto provante. Soprattutto se, come nel caso di Will Malvasi, la famiglia in cui cresci non fa nulla per aiutarti ad affrontare con tanto anticipo esperienze così complesse  e a relazionarti con le persone con la stessa facilità con cui ti relazioni con i numeri. Risultato: le persone come Will spesso arrivano in giovanissima età a non reggere più la pressione e si rendono presto conto che la medaglia dorata dell’intelligenza  ha anche un retro e che questo può essere molto meno felice.

Ecco allora che Will sceglie – e non è né il primo né l’ultimo a farlo – di dire addio al mondo accademico cui si è dedicato fin da piccolissimo, inscenando la sua morte e scomparendo nel nulla. Lo fa con l’aiuto del vecchio Anantram, professore di origine indiana e premio Nobel sotto mentite spoglie, che ne condivide e ne comprende a pieno le difficoltà. Dopo un periodo nascosto in Svizzera, Will si sposta a Torino ed è qui che in modo del tutto fortuito fa la conoscenza di Dora. Badante di origine rumena, Dora lo accoglie in casa sua e instaura con lui un legame, un po’ materno, un po’ amichevole, il primo forse di cui Will abbia davvero fatto esperienza. È lei a mostrargli l’importanza di alcune cose apparentemente banali ma lontanissime dall’orizzonte di pensiero di Will, come la gratitudine o l’empatia. Lo fa con molta naturalezza, forte di quell’intelligenza emotiva di cui il ragazzo è tanto carente. Ma anche questo tipo di relazione, con tutto il corollario di sforzi che richiede, sembra diventare troppo per Will, sicché il ragazzo nuovamente scompare. Non per sempre, però. Perché la fisica degli abbracci, al pari di quella scientifica, richiede molto impegno ma si può anche, a quanto pare, a poco a poco apprendere…

Romanzo tanto asciutto quanto intenso, La fisica degli abbracci racconta la plusdotazione in tutti i suoi aspetti: quelli di successo così come quelli di grande, grandissima frustrazione. Il personaggio di Will, autistico ad alto funzionamento, li incarna profondamente entrambi, mettendo il lettore a parte di una sofferenza autentica e spesso taciuta – quella del misurare ovunque la propria inadeguatezza e del rivelarsi in qualche modo un prodigio importuno. Il romanzo di Anna Vivarelli rispolvera, così, un lato dell’autismo che ha sempre affascinato molto il cinema e la letteratura ma lo fa in maniera schietta e multisfaccettata. Dando spazio ai chiaroscuri che caratterizzano un modo molto brillante anche molto fragile di affrontare il mondo, l’autrice rende profondamente vivo, vero e umano il suo personaggio.

Il grande caos dei telefonini

Cosa succede se un guasto alla rete viene riparato malamente e tutte le linee telefoniche di un villaggio finiscono per mescolarsi? Un grande caos – questo è certo – ma forse anche una grande opportunità! Se ne rendono presto conto Margareth, Will e tutti i loro concittadini, quando i rispettivi telefoni iniziano a squillare molto più o molto meno del solito, portando alla cornetta voci e richieste del tutto inattese. E se in principio sono lo sconcerto e il fastidio ad avere la meglio di fronte a situazioni surreali che scatenano il divertimento del lettore, pian pianino l’intraprendenza e l’ottimismo prendono il sopravvento. Accade infatti che, iniziando a recapitare i messaggi ricevuti per errore ai reali destinatari, chi è appena arrivato in città trovi nuovi amici e nuove occupazioni, chi è era sopraffatto dalle cose da fare possa contare su validi aiuti, chi cercava le parole per dichiarare il proprio amore incappi in un modo insospettabile per farlo e chi vive in solitudine incontri una sorta di famiglia adottiva per sé e per il proprio gatto. Possibilità di incontro e conoscenza nuove cominciano così a correre sui fili del telefono e il tasso di felicità del villaggio squilla più forte di quanto non abbia mai fatto prima.

Con uno stile fresco e una trama essenziale e ben costruita, Sally Nicholls confeziona un racconto davvero brillante che si legge in un soffio e fa sorridere il lettore. I personaggi de Il grande caos dei telefonini (peraltro accuratamente descritti in apertura, a tutto vantaggio anche di chi necessita di punti fermi per inoltrarsi nella narrazione) sono assortiti e accattivanti. Al loro fianco si seguono con piacere i molti equivoci che si vengono a creare e gli intrecci che da questi ultimi prendono forma.

Attento a valorizzare l’unicità dei diversi protagonisti, tra cui anche la giovane Aditi che nonostante un incidente alle gambe continua a praticare l’arrampicata, il libro si mostra inclusivo anche dal punto di vista formale. Contraddistinto da un testo scorrevole e dalla struttura sintattica perlopiù semplice e lineare, Il grande caos dei telefonini rientra infatti nella bella collana Zoom di Bianconero di cui presenta tutte le caratteristiche tipografiche di alta leggibilità che vanno dal font più leggibile alla spaziatura maggiore, dallo sbandieramento a destra alla carta color crema. A rendere infine particolarmente godibile e fruibile la lettura, concorrono le illustrazioni di Naida Mazzenga. Tutte giocate sul rosso, sul blu e sul bianco, queste sono infatti molto frequenti e restituiscono con tratto ironico tutta la simpatia dei personaggi di Sally Nicholls.

Hank Zipzer. Su il sipario, giù i calzoni

Hank Zipzer torna sulla scena. Letteralmente! Nell’undicesima avventura che lo vede protagonista, il giovane personaggio creato da Lin Oliver ed Henry Winkler si trova infatti alle prese con lo spettacolo teatrale della scuola: esperienza tanto emozionante quanto impegnativa per chi, come lui, non va proprio a nozze con copioni da leggere e battute da imparare a memoria. Non solo: a complicare la faccenda sopraggiunge anche un certo patto che Hank stringe con il papà. Se non riuscirà a prendere almeno nove nel compito di matematica sulle divisioni lunghe, può dire addio al palcoscenico, alla recitazione e alla parte di re del Siam che si è talentuosamente conquistato.  E così non gli resta che accettare il tutoraggio alla pari offerto da miss perfettina Heather Payne. Contro ogni aspettativa, la motivazione di Heather ad avere successo con il suo allievo la spinge a trovare metodi di insegnamento alternativi che valorizzano l’intelligenza visiva di Hank. Quella che si apre di fronte al ragazzo è così una possibilità del tutto nuova di fare un pochino amicizia non solo con i numeri ma anche con qualcuno che credeva diversissimo e incompatibile con lui.

Spassoso e godibile come i dieci titoli precedenti, Hank Zipzer. Su il sipario, giù i calzoni mette in azione la consolidata schiera di personaggi che animano la scuola SP 87 – dall’inflessibile signorina Adolf ai fidatissimi Ashley e Frankie, dall’arrogante McKelty all’originale famiglia Zipzer – a cui il lettore è probabilmente già affezionato e da cui dipendono meccanismi narrativi ben rodati. Davvero apprezzabile il fatto che nonostante la collana dedicata ad Hank abbia ormai raggiunto il titolo numero 11, l’ironia che la contraddistingue non sia venuta meno così come la capacità di rendere i Disturbi Specifici dell’Apprendimento del protagonista parte integrante dell’avventura e non mero tema didascalico. L’attenzione alla dislessia viene inoltre confermata a livello grafico e tipografico, dal momento che il volume presenta le consuete e funzionali caratteristiche di alta leggibilità quali un font privo di grazie, una spaziatura maggiore, una sbandieratura a destra e l’uso di una carta color crema.

 

Io, tu, le mani

Avvicinarsi, arrabbiarsi, rincorrersi, chiamarsi. Che cos’è l’amicizia se non un continuo gioco di distanze, un percorso avventuroso, un tu e un io che si trovano e si tengono? Marcella bassi esplora questo tema

Il germoglio che non voleva crescere

Quando si fa primavera, tutti i semi si preparano a crescere. Non tutti, però, mettono radici e germogliano con la stessa prontezza. Chi resta indietro parte svantaggiato perché privato della luce da chi si è fatto alto e dritto più in fretta e perché destinato a districarsi tra foglie e radici altrui che in anticipo hanno trovato posto. Tenacia e coraggio diventano allora indispensabili per farsi strada ma, quando il cammino si fa più tortuoso, ecco che il sostegno e la vicinanza degli amici possono fare la differenza.

Proprio questo succede al piccolo seme protagonista de Il germoglio che non voleva crescere, la cui difficoltà viene accolta da un gruppo di animali premurosi che lo accompagnano e sostengono, ciascuno come può e come gli si confà. Chi custodisce le sue radici, chi trova con lui i sentieri più agevoli, chi lo aiuta a scovare gli angoli più accoglienti, chi semplicemente non cessa di stargli a fianco, nonostante il percorso sia lungo e lento: la comunità del sottobosco si stringe solidale intorno al seme perché possa diventare grande ed esprimere il meglio di sé. E così accade. Rami, fiori e foglie iniziano a crescere con l’avanzare delle stagioni. Sopraggiunti l’estate e l’autunno, la pianta che era un seme si fa dapprima rigogliosa e poi del tutto spoglia, fino all’arrivo dell’inverno. Qui la neve sospende il tempo e crea grande attesa. Tra gli animali del bosco si alimenta il desiderio di rivedere l’amico. Desiderio che la natura, a suo modo, non lascia inascoltato…

Caratterizzato da testi minimi e intensi che risuonano in illustrazioni di grande respiro, Il germoglio che non voleva crescere è un libro che può sbocciare in molti modi: attraverso la bellezza mozzafiato delle tavole, di cui il lettore può godere profondamente, o attraverso i molti spunti e semi di riflessione che il lettore può coltivare secondo il suo sentire. Tra queste pagine che Britta Teckentrup compone in maniera splendida, creando atmosfere suggestive in cui pare di potersi immergere fisicamente, c’è infatti la saggezza della natura, c’è l’amicizia, c’è il valore della perseveranza, c’è il rispetto dell’unicità e dei tempi di ognuno. E in mezzo a quelle foglie delicatissime, in un sottobosco che brulica di vita, c’è soprattutto una storia universale di comunità: una storia in cui tutti si fanno naturalmente carico, senza che questo venga avvertito come un peso, della possibilità anche per chi è più fragile di trovare la propria strada e germogliare. Perché il fiorire di ognuno è il fiorire di tutti, e l’inclusione in fondo è proprio quella cosa lì.

Tess e la settimana più folle della mia vita

Le vacanze più insospettabili possono riservare delle autentiche sorprese, anche quando si svolgono su un’isola remota e tuo fratello si rompe una caviglia durante un’esplorazione solitaria. Certo, perché una sorpresa degna di nota possa avere luogo e risollevare le sorti di un soggiorno piuttosto deludente, può rendersi necessario un incontro straordinario, come quello con Tess, per esempio. Ragazzina intraprendente e socievole, amante dichiarata delle cose strambe, Tess intercetta per la prima volta Samuel mentre questi attende che il dottore dell’isola visiti suo fratello, appena infortunatosi. L’approccio è a dir poco sui generis e comprende nel giro di pochi minuti una sessione di valzer in un parcheggio e l’organizzazione del funerale di un canarino. Ma anche Samule è a suo modo un culture della stramberia perciò ballo e cerimonia non lo scompongono di un millimetro. Allo stesso modo, il fatto di trovarsi in quattro e quattr’otto a far parte del piano di Tess per conoscere e conquistare il padre che non ha mai incontrato prima, gli appare più che normale.  E così i due neo-amici si buttano a capofitto in un folle ma minuziosissimo piano che cambia senz’altro la vita di Tess ma lascia anche una traccia indelebile nei ricordi e nel modo di Samuel di approcciarsi alle cose.

Avventuroso, divertente e popolato da personaggi indelebili, Tess e la più folle settimana della mia vita è un romanzo che coinvolge e sorprende, facendosi leggere davvero di gusto. Tra le dune dell’isola di Texel, al fianco di Samuele e Tess, il lettore non si fa solo travolgere da un incalzante susseguirsi di imprevisti, ma è portato a confrontarsi con questioni toste come la morte, l’assenza, la scelta e la responsabilità. Il tutto con una leggerezza profonda che rende la penna di Anna Wolz particolare e intrigante.

Grazie all’iniziaitva di Beisler, che del romanzo è l’editore italiano, Tess e la più folle settimana della mia vita rientra inoltre nell’interessante progetto Leggieascolta che prevede l’unione del testo cartaceo e del relativo audiolibro. Quest’ultimo è ascoltabile tramite l’app gratuita leggieascolta, disponibile per dispositivi Android e iOS. Inquadrando il QRcode che compare sul risguardo di copertina, l’app apre infatti l’audiolibro corrispondente al volume, all’interno del quale il lettore può muoversi con grande libertà. A sua disposizione ci sono in particolare i tasti per scegliere il capitolo da leggere, per far avanzare la lettura di 60 secondi in 60 secondi, per accelerare o rallentare la velocità di lettura, per inserire dei segnalibri o per stabilire un tempo predefinito dopo il quale l’audiolibro si spegna automaticamente.

Molto intuitiva nell’uso e curata nella registrazione, l’app che rende disponibile la versione audio del libro segna un passo importante nel lavoro che alcune attente case editrici stanno pian piano facendo in favore dell’accessibilità. Mettere infatti il giovane lettore nella condizione di poter accedere al testo attraverso porte diverse, che sarà lui a scegliere a seconda delle necessità personali e del momento, concorre in maniera non indifferente a rendere la lettura più agevole e dunque più piacevole.

Una specie di scintilla

Che tosta, Addie! 11 anni, autistica, appassionata lettrice, amante degli squali e testarda battagliera per le cause in cui crede, la protagonista di Una specie di scintilla è un personaggio a cui ci si affeziona subito e che si dimentica con difficoltà. La sua vita si svolge nella placida cittadina scozzese di Jupiter, dove nulla di eclatante pare mai accadere, dove la comunità si riunisce ancora periodicamente per prendere decisioni collettive e dove tutti sembrerebbero più interessati a difendere il buon nome del villaggio che a permettergli di essere ricordato per qualcosa di davvero buono.

E così, quando durante una lezione di Miss Murphy, Addie scopre che in passato, proprio a Jupiter, diverse donne sono state pretestuosamente condannate a morte perché ritenute streghe, inizia una determinata battaglia affinché un memoriale cittadino renda loro omaggio e ricordi a tutti gli effetti nefasti e senza tempo a cui possono condurre l’ignoranza e la paura della diversità. Addie si deve però scontrare non solo con il bigottismo che impera in paese ma anche con una insopportabile forma di bullismo e discriminazione in ambito scolastico, perpetrata da una compagna particolarmente ostile, da una classe odiosamente indifferente e da una professoressa abiettamente incapace di fare il suo mestiere.

Umiliata e trattata da inetta da chi dovrebbe saperne piuttosto cogliere bisogni e talenti, Addie trova conforto e supporto in una nuova compagna sensibile e leale e in una famiglia presente e attenta. Il rapporto con sua sorella maggiore Keedie, anche lei autistica e apparentemente più capace e avvezza a dissimulare la sua neurodiversità, costituisce in particolare per Addie un aiuto prezioso per capire che cosa accade dentro e fuori di lei, per conoscere il prezzo di un mascheramento forzato e per trovare il coraggio di portare fino in fondo la sua importante e simbolica battaglia.

Incredibilmente incisivo, Una specie di scintilla è il pluripremiato romanzo d’esordio della giovane scrittrice scozzese Elle McNicoll. La sua forza sta senz’altro in una serie di personaggi indelebili, di fronte ai quali è impossibile mantenere una posizione neutra, e nella capacità di raccontare ciò che la protagonista prova e pensa con chirurgica efficacia e assenza di retorica. L’autrice, che è a sua volta autistica, non ha infatti remore o difficoltà a spazzare via tanti luoghi comuni sulla sindrome che la contraddistingue – luoghi comuni legati, per esempio, all’intelligenza, all’autonomia, all’empatia o alla capacità di costruire legami – mettendo bene in chiaro che ci sono tanti modi di essere neurodivergenti e che tentare di inquadrare in maniera unica e stereotipata tutti coloro che rientrano nello spettro non ha dunque alcun senso. Nel solco di Temple Grandin, che echeggia chiaramente in quel “L’oceano ha bisogno di tutti i tipi di pesci, proprio come il mondo ha bisogno di tutti i tipi di mente” pronunciato da Keedie, Elle McNicoll fa del suo punto di vista interno una chiave efficacissima per offrire una lettura nuova e meno rigida dell’autismo, in cui multisfaccettatura e complessità trovino finalmente il loro posto.

Oltre a raccontare con grande chiarezza e semplicità cosa provano Addie o Keedie in determinate situazioni (per esempio di eccessivo affollamento, rumore o luminosità) e quanto per loro possa essere faticoso mascherare il proprio disagio per rispondere il più possibile alle aspettative dei neurotipici, la sua scrittura schietta ci mette costantemente nella condizione di chiederci come noi stessi ci poniamo di fronte a chi percepisce, registra e affronta la realtà in modo diverso da noi.

In questo modo, a dispetto di tanta comunicazione e letteratura che tende a dipingerla in bianco e nero come una tragedia assoluta o come una superdote tout court, la neurodiversità viene piuttosto dipinta, con una fitta serie di sfumature, come una specie di scintilla.  “Il mio autismo – dice Addie durante un toccante discorso all’assemblea cittadina – non è sempre un superpotere. A volte è problematico. Ma nei giorni in cui sento l’elettricità nelle cose, quando vedo dettagli che altri potrebbero non vedere, mi piace molto.

L’assiduo impegno della casa editrice Uovonero nel promuovere la conoscenza e il rispetto della diversità e nel facilitare processi di inclusione e partecipazione attraverso il potente strumento del libro trova in questa pubblicazione una delle sue manifestazioni più riuscite. Perché non solo Una specie di scintilla è un romanzo bellissimo e forte, ma anche perché prova a raggiungere quanti più lettori possibili grazie a caratteristiche tipografiche di alta leggibilità – con font testme, sbandieratura a destra, spaziatura maggiore – e alla possibilità di godere della storia anche in formato audio. In contemporanea all’uscita del romanzo in formato cartaceo è infatti previsto il rilascio della versione audiolibro, pubblicata dalla casa editrice indipendente Fabler Audio (scaricabile al costo di 13,99 € dal sito della casa editrice): una scelta, questa, che presenta almeno altre due implicazioni interessanti. Da un lato essa riflette anche nella forma l’attenzione di Uovonero alle diverse caratteristiche di bambini e ragazzi e dall’altro essa mette in pratica quello che è già un principio chiave del progetto I libri di Camilla, ossia che l’accessibilità più ampia non deve in alcun modo compromettere la qualità del prodotto e che, per garantire entrambe, spesso può essere necessario e utile mettere insieme le forze e collaborare con altre realtà. Anche questo, in fondo (ma non troppo), significa valorizzare la diversità.

Gli amici del bosco

Con l’arrivo dell’estate gli animali del bosco si risvegliano dal letargo, si ritrovano e ricominciano come ogni anno a fantasticare circa la possibilità di attraversare agevolmente il fiume per godersi i frutti dell’altra sponda. Un giorno la lumachina Luna mette a punto un progetto per costruire un ponte e tutti, nel bosco, si danno da fare per realizzarlo. Tutti tranne lo scoiattolo Paolino, a dire il vero, che accampa scuse di ogni sorta per sottrarsi al lavoro. Il motivo della sua reticenza sarà svelato solo alla fine del racconto, quando in seguito all’incendio del ponte causato dalla banda di Billi il bullo, Paolino scoprirà a beneficio di tutti il valore della condivisione.

Un po’ acerbo nei contenuti e artigianale nella composizione, Gli amici del bosco è un libro con testo in nero e in Braille e illustrazioni visuali con inserti tattili. Il suo aspetto nel complesso non del tutto convincente contrasta in maniera evidente con l’enorme impegno profuso dalla casa editrice nel trovare soluzioni nuove e funzionale per rendere il più possibile accessibile i propri prodotti. Qui, per esempio, i materiali scelti per le illustrazioni tattili sono semplici ma perlopiù efficaci nel consentire al lettore non vedente di riconoscere oggetti e personaggi rappresentati. Apprezzabili sono, inoltre, la scelta di creare illustrazioni tattili completamente staccabili e quindi esplorabili a 360° e di rendere tattilmente solo alcuni elementi delle immagini, così da non rendere l’esplorazione al tatto eccessivamente complessa e confusiva.

Doppio passo

La storia del riscatto femminile e dei diritti delle donne è popolata da moltissime figure sportive emblematiche. Con Controcorrente (2017) e Annie. Il vento in tasca (2019), Sinnos ce ne aveva già fatte conoscere due di grande valore ed esempio – la nuotatrice Gertrude Ederle e la ciclista Annie Cohen Kopchovsky – protagoniste di due graphic novel avvincenti firmate da Alice Keller e Veronica Truttero. La stessa coppia autoriale rispolvera ora, con la stessa efficace modalità narrativa, una terza vicenda di sport e femminismo che merita di essere conosciuta, dando vita al racconto a fumetti Doppio passo.

Protagonista è, in questo caso, Lilian Parr, calciatrice inglese di inizio secolo scorso. La sua è una storia di talento e di amore per una disciplina sportiva, coltivati tra i cortili di St. Helens, cittadina industriale del Merseyside. Attiva in squadre femminili fin da giovanissima, Lilian Parr inizia una carriera da professionista e diventa una vera capocannoniera dopo essere stata notata da un osservatore calcistico. I suoi successi contribuiscono ad attirare attenzione e interesse per le prestazioni femminili sul campo, scatenando i timori dell’ala più conservatrice di questo sport. Ecco allora che a lei e alle sue colleghe viene vietato dalla Federazione di giocare nei propri impianti: un ostacolo che non ferma, tuttavia, la determinazione di chi come Lilian riconosce nello sport un diritto e un’impareggiabile occasione di autodeterminazione.

Con il garbo e la capacità di coinvolgimento a cui ci ha abituati nel tempo, Alice Keller decide di raccontare la storia di Lilian, concentrandosi non tanto sulla sua carriera, quanto piuttosto sul periodo che l’ha preceduta: quello in cui, essendo lei ragazzina, il lettore può più facilmente trovare interesse, agganci e rispecchiamenti.  Nel farlo, l’autrice introduce un personaggio fittizio – Martin Kell – che del racconto è voce narrante e di Lilian coetaneo. Costretto ogni domenica dai suoi fratelli a giocare a calcio contro i ragazzi del cortile a fianco, Martin cerca ogni volta di svicolare, mal disposto e del tutto privo di interesse com’è verso dribbling, parate e tutto il resto. Martin incontra, però, un giorno un ragazzino che gli assomiglia straordinariamente nell’aspetto e che con il pallone tra i piedi sembra fare magie. Poco importa se quel ragazzino di nome fa Lily ed è, in realtà, una ragazzina: Martin le cede subito in segreto la sua maglia e si gode di nascosto le partite domenicali da spettatore. Non passerà molto tempo però, prima che l’identità della sostituta venga a galla, tra lo stupore di tutti, dando inizio a una delle carriere calcistiche femminili più straordinarie di tutti i tempi.

Il racconto avvincente e vivace di Alice Keller si combina con le illustrazioni dai toni vintage e dal tratto delicato di Veronica Truttero, che immergono il lettore in un’atmosfera sfumata, in cui si respira la lontananza storica ma non si perde mai di vista l’attualità della storia. La forma narrativa che ne nasce mescola fumetto e racconto illustrato secondo una formula vincente che incoraggia e sostiene anche i lettori meno forti. La pagina risulta infatti ricca di figure e poco affollata di parole, oltre che dinamica, variegata nella grafica e accattivante. I testi, dal canto loro, appaiono essenziali e poco prolissi, ma curatissimi nella composizione oltre che stampati con font ad alta leggibilità leggimigraphic: scelte, queste, che rendono bene l’idea di cosa significhi promuovere il diritto alla lettura di qualità per tutti i bambini e i ragazzi.

Caro signor F.

Elvira e Concetta sono due amiche che vivono insieme sul cucuzzolo di una montagna. Molto diverse tra loro – sedentaria, golosa e amante della scrittura la prima; avventurosa, smilza e appassionata di navi la seconda – le due trascorrono le giornate con una certa placida ritualità. Su quel cucuzzolo, in effetti, non succede mai nulla. Un giorno però dei rumori sospetti le mettono in allarme, costringendole a fantomatiche ipotesi su cosa possa averli generati, a qualche accusa reciproca e infine a rocambolesche indagini. Verrà fuori che il responsabile è un misterioso signor F., che frattanto manda lettere ad amici, parenti e ditte di trasloco, per informarli del suo felice trasferimento in montagna.

A suon di equivoci e soluzioni di emergenza per liberarsi dell’inquilino abusivo, Elvira e Concetta finiscono per scoprire che un intruso a quattro zampe può essere estremamente amichevole e che, grazie al trambusto generato dalla sua presenza, si può persino pensare a una ristrutturazione, non tanto della casa quanto piuttosto della propria vita!

Scritto e illustrato dal collaudato duo Alice Keller e Veronica Truttero, Caro signor F. è un racconto delizioso che scorre piacevole, fa sorridere e che mette in scena un piccolo protagonista a cui è difficile non affezionarsi. Stampato con alcune caratteristiche di alta leggibilità, come il font EasyReading, la sbandieratura a destra e la spaziatura maggiore tra le lettere, le righe e le parole, il libro presenta frequenti illustrazioni a matita che consolidano il tono tenero e buffo del racconto.

 

I tre funerali del mio cane

A scrivere con ironia e garbo una storia che pone al centro un lutto, mica son tutti buoni. Guillaume Guéraud però lo è: il suo I tre funerali del mio cane è infatti un delizioso racconto in cui la morte di una creatura cara, come può essere un animale domestico, diventa il fulcro narrativo intorno a cui orbitano dialoghi autentici, piccole disavventure di cui sorridere e un’ampia gamma di sentimenti veri: il tutto senza quasi spostarsi dal giardino di casa dove il protagonista, sua sorella e i suoi amici decidono di seppellire il povero Babino, dopo che è stato malauguratamente investito da un’auto.

Alla serietà delle intenzioni e delle emozioni dei giovani personaggii fanno da contraltare una serie di piccoli imprevisti logistici e la spontaneità con cui Babino viene affettuosamente ricordato. Il racconto mescola così, senza soluzione di continuità, aneddoti buffi e schietta tenerezza. E alla morte, lungi da essere un tema su cui dissertare, viene restituito il ruolo di cosa della vita con cui prendere le misure tra una partita di calcio, uno scherzo tra amici e una corsa in un prato di tulipani.

Divertente e delicato, I tre funerali del mio cane è proposto da Biancoenero all’interno della bella collana Maxizoom dedicata a giovani lettori a cavallo tra la scuola primaria e la scuola media. Come gli altri volumi della collana, il libro vanta dunque un’impaginazione ariosa, una spaziatura maggiore, un font ad alta leggibilità e una stampa su carta color crema che ne agevolano l’accesso anche a bambini con dislessia. A tale scopo concorrono inoltre in misura non meno significativa anche scelte sintattiche e lessicali orientate alla linearità, oltre che una storia coinvolgente che sa parlare la lingua dei bambini.

Semplice la felicità

Il giorno del suo diciottesimo compleanno Chris si sveglia, trova la casa stranamente ordinata e si scopre improvvisamente solo: sua mamma se n’è andata. Per Chris, che cerca disperatamente di dare una giustificazione a questa scelta, inizia un percorso tutto nuovo in cui riscoprirsi inaspettatamente abile a cavarsela da solo, a trovare i suoi spazi, a coltivare le sue relazioni e a prendere in mano la sua vita. Non sarà facile perché, come lui stesso dice, “è un ragazzo in ritardo con la testa” perciò certe cose arranca ad afferrarle, ma con le mani ci sa fare e proprio da qui parte il suo riscatto. Assunto come portinaio e tuttofare dalla proprietaria del suo condominio, che per lui ha sempre avuto un occhio di riguardo, Chris inizia a destreggiarsi tra riparazioni e lavori di bricolage: mansioni che finiscono per assumere un ruolo quasi marginale in un percorso di crescita disseminato di avventure a dir poco rocambolesche.

Semplice la felicità del canadese Jean-François Sénéchal segue questo percorso dal punto di vista dello stesso Chris, che lo racconta come fosse in costante dialogo con la mamma. È dalle sue parole dunque che veniamo messi a parte delle tante domande che Chris si pone e delle risposte che prova a darsi, che ci facciamo strada nel suo groviglio di emozioni – che esser in ritardo con la testa non vuol dire affatto non provarne – e che conosciamo il variegato universo di personaggi che entrano a far parte della vita del ragazzo: dalla fidanzata Chloé con cui diventa a suo modo un imprenditore di successo, alla bella e impossibile Jessica che scopre in lui un cavaliere coraggioso; dall’amico e capo Joe che gli insegna a fare le riparazioni e che a Chris toccherà tirar fuori da un bel guaio, al papà mai conosciuto che a un certo punto spunta dal passato; dal prepotente Luc Boutin che bullo era da adolescente e bullo rimane da adulto, alla signora Sylvester, proprietaria di casa, che sa bene come la famiglia possa assumere molte forme. All’interno di questa rete di legami che piano piano si tesse, Chris è parte attiva, dà e riceve, in una costante rimodulazione del concetto di normalità.

La disabilità si fa qui filtro narrativo e motore degli eventi, molti dei quali certo accadono per l’ingenuità di Chris, ma è ben lungi dal monopolizzare il romanzo. L’abbandono, l’accettazione di sé e degli altri, la delusione e il riscatto, il rapporto con i genitori che ahinoi non si scelgono ma vanno accettati così come arrivano (interessante cambio di prospettiva!) sono in qualche modo temi ben più centrali e viscerali di Semplice è la felicità, e in questo sta forse il segreto della suo catturare il lettore e farlo sentire vicinissimo al protagonista. Quello di Chris è un racconto dannatamente irresistibile, in cui si ride e si piange, a volte anche nello stesso momento, perché ironia e sentimento vanno a braccetto senza esitazioni. E alla fine di quel ragazzo in ritardo con la testa ci si sente quasi orgogliosi, proprio come fosse uno di famiglia, e salutarlo a pagina 259 riesce davvero difficile.

Cane, lupo e cucciolo

Ricordate Lupo e Cane, i due cugini a dir poco insoliti nati dalla penna di Sylvia Vanden Heede e dalla matita di Marije Tolman? Protagonisti di Lupo e Cane, insoliti cugini, uscito per Beisler nel 2015, i due animali tornano sulla scena con una nuova avventura ad alta leggibilità intitolata Cane, lupo e cucciolo.

Come il titolo lascia facilmente intuire, alla coppia di nemici-amici si aggiunge questa volta un terzo compare, più precisamente un giovane spitz di pura razza che poco sa del mondo e che necessita di molte cure. Il padrone di Cane lo ha preso perché questi avesse compagnia ma per Cane il nuovo arrivato è più che altro una scocciatura, dal momento che si trova a fargli da balia e a prendersi le sgridate al posto suo. Così, quando gli si offre l’occasione di togliersi di torno il cucciolo e al contempo di liberarsi delle angherie di Lupo, non gli par vero: subito Cane ne approfitta e torna a godersi la sua serenità. Non ha però fatto i conti con l’affetto che presto prende dimora anche nei confronti di chi ci pare distante e così, in quattro e quattr’otto, Cane torna sui suoi passi, dimostrando che anche i tipi più carini e coccolosi sanno e possono all’occorrenza tirare fuori i denti per difendere i propri cari.

Senza bisogno di dichiararlo e sbandierarlo tanto in giro (ottimo segnale!), il libro svela dunque un catalogo variegato e interessante di emozioni – dalla rabbia alla paura, dalla felicità alla nostalgia – con cui il lettore frequentemente si misura e in cui può facilmente riconoscersi. Le micro-vicende dei due cugini e del loro nuovo compagno, perciò, non solo compongono un racconto non convenzionale e a tratti ironico in cui immergersi, ma offrono anche un terreno fertilissimo per confrontarsi con e su un tema delicato come la gestione emotiva delle diverse situazioni.

Dotato di un umorismo tutto particolare e scritto in una forma originale che mescola prosa, cadenza poetica e indole teatrale, Cane, lupo e cucciolo si compone di 16 capitoli abbastanza brevi, il cui animo delicato viene amplificato dalle illustrazioni dalle linee sottili e dalle sfumature accese che frequentemente animano la pagina. Questo, unito alla scelta di un font meno affaticante per la vista come il TestMe e di caratteristiche di impaginazione ad alta leggibilità (spaziatura maggiore, testo allineato a sinistra…), concorre a rendere la lettura del libro più amichevole anche in caso di dislessia.

Non solo: Cane, Lupo e cucciolo rivela un alto grado di accessibilità anche per un’altra ragione. Il libro inaugura, infatti, l’interessante progetto Leggieascolta di Beisler che prevede l’unione del testo cartaceo e del relativo audiolibro. Quest’ultimo è ascoltabile tramite l’app gratuita leggieascolta, disponibile per dispositivi Android e iOS. Inquadrando il QRcode che compare sul risguardo di copertina, l’app apre infatti l’audiolibro corrispondente al volume, all’interno del quale il lettore può muoversi con grande libertà. A sua disposizione ci sono in particolare i tasti per scegliere il capitolo da leggere, per far avanzare la lettura di 60 secondi in 60 secondi, per accelerare o rallentare la velocità di lettura, per inserire dei segnalibri o per stabilire un tempo predefinito dopo il quale l’audiolibro si spegna automaticamente.

Molto intuitiva nell’uso e curata nella registrazione, l’app che rende disponibile la versione audio del libro segna un passo importante nel lavoro che alcune attente case editrici stanno pian piano facendo in favore dell’accessibilità. Mettere infatti il giovane lettore nella condizione di poter accedere al testo attraverso porte diverse, che sarà lui a scegliere a seconda delle necessità personali e del momento, concorre in maniera non indifferente a rendere la lettura più agevole e dunque più piacevole.

Pinno un tuffo in aria

Elisa Mazzoli ha la grande capacità di guardare e ascoltare i bambini – che dei suoi libri sono i destinatari ma anche i protagonisti – riconoscendone i tratti più veri e andando oltre un’idea adulta e spesso stantia dell’infanzia. I suoi personaggi, anche quando hanno una disabilità, sono prima di tutto bambini e forse anche per questo i lettori si riconoscono facilmente e a fondo nelle sue storie, senza farsi frenare dal sentore di un trabocchetto moralistico. Questo accade con risultati di grandissimo valore in Noi (Bacchilega Junior, 2013), che è non a caso uno dei libri più belli finora usciti in Italia con un’attenzione al tema della diversità, e lo stesso si rileva per certi versi anche in Pinno un tuffo in aria (Bertoni, 2020), uno dei titoli più recenti dell’autrice, con illustrazioni di Roberto Grassilli.

Il protagonista, qui, pur vivendo nel mare, è un bambino a tutti gli effetti e non un pesce come si potrebbe pensare. Pinno vive in un sottomarino e ha un pescecane per animale domestico ma a parte questo, come tutti i bambini, non resiste all’idea di giocare con dei suoi coetanei. Così, uscito dalle profondità per un tuffo e udite delle giovani voci, Pinno si dirige senza esitazioni verso i bambini della spiaggia con il fermo intento di fare amicizia. Questi, dal canto loro, lo sommergono di domande – cosa che effettivamente di norma accade quando qualcosa o qualcuno di insolito irrompe nella quotidianità dell’infanzia – ma una volta soddisfatti nei loro interrogativi, non esitano a lasciarsi travolgere dal comune interesse per il gioco. Così come è venuto, Pinno torna infine alle sue onde, non senza la promessa di tornare presto dai suoi nuovi amici.

Semplicissima nella struttura, la storia di Pinno dice con gentilezza lo stupore e fors’anche lo spavento che l’incontro con la diversità può generare, restituendo a entrambi i sentimenti il loro diritto di essere. Al contempo rivela la spontaneità con cui i bambini esternano le domande urgenti che tale incontro può suscitare in loro e che, se non sepolte e messe a tacere, aprono la strada a possibilità di conoscenza reciproca. Significativo, in questo senso, è il contributo interessante che le illustrazioni di Roberto Grassilli apportano al libro: le sue figure dai colori saturi e al limite della fluorescenza, le sue inquadrature ricercate e i suoi dettagli a tratti deformanti restituiscono un senso di straniamento e sorpresa generale, come a sottolineare che in fondo l’altro siamo sempre anche noi.

Pinno un tuffo in aria è pubblicato dall’editore Bertoni junior in formato inbook e  presenta  dunque il testo in simboli WLS. La scelta ha accompagnato la progettazione del libro fin dall’inizio, il che ha permesso a Elisa Mazzoli di comporre un testo essenziale, lineare e realmente accessibile anche nella struttura sintattica senza bisogno di particolari rimaneggiamenti a posteriori. I simboli presentano, come da modello inbook, un riquadro ben marcato che comprende sia la componente alfabetica sia quella iconica, una distribuzione sulla pagina che segue la struttura della frase e un’indicazione puntuale dei diversi qualificatori (numero, genere…). Il libro unisce così una grande semplicità strutturale e un alto livello di dettaglio morfologico-sintattico, supportando e incentivando il miglioramento delle competenze di comprensione e lettura di bambini con difficoltà comunicative.

Nino e Taddeo dipingono la primavera

Che bella coppia di amici, Nino la talpa e Taddeo il topolino! Affiatati, vicendevolmente generosi e felici di godere della reciproca compagnia, i due sono protagonisti di un libro che ne racconta alcune avventure minime: una sessione di pittura en plain air, una domenica di pesca alla carpa e una dichiarazione specialissima all’amata di Nino. Le loro sono, per l’appunto, avventure minime poiché colpi di scena, imprevisti e peripezie non sono per nulla contemplate. Il fascino e il gusto saporito delle loro vicende illustrate stanno piuttosto in una quotidianità umana resa a misura di bestiola, in una freschezza di sentimenti non descritti ma ben riconoscibili dai piccoli gesti e in un’amicizia bellissima che poggia saldamente su un’ironia gentile.

Grazie a questo impianto, anche il tema della disabilità viene trasversalmente toccato, o per meglio dire carezzato, senza il peso di moniti o precetti. La cecità quasi totale della talpa Nino è infatti una delle caratteristiche che ne condiziona il fare e come tale è ben presente nel libro, tant’è che su di essa si giocano diverse scene buffe. Il fatto che sia assodata, tanto dal lettore che associa automaticamente l’animale al difetto di vista, quanto dal compare Taddeo, che con naturalezza ne parla e laddove necessario offre al suo amico una zampa, fa sì che essa non gravi sul racconto. La trama non è infatti incentrata sulla cecità di Nino ma da essa trae spunto e nutrimento per rafforzare il legame della talpa con Taddeo e per rendere le loro vicissitudine fuori dal comune. In un panorama ormai abbastanza ampio di libri per l’infanzia che avvicinano più o meno esplicitamente il tema della disabilità, Nino e Taddeo dipingono la primavera si lascia quindi apprezzare per la maniera spigliata e genuina in cui lo fa, dosando per benino ironia e rispetto: gli stessi ingredienti che – guarda un po’ – contraddistinguono le amicizie più convenzionali!

Nino e Taddeo dipingono la primavera è il primo volume di una serie scritta da Henry Meunier e illustrata da Benjamin Chaud, edita in Italia da Terre di Mezzo, ed è un libro dall’aspetto interessante. La dimensione né troppo grande né troppo piccola lo rende maneggevole e insieme lo distingue dall’albo illustrato standard, la copertina rigida gli dà un tocco di valore in più, il testo poco affollato e ben distribuito risulta facilmente approcciabile e le illustrazioni a ogni pagina, talvolta totalmente protagoniste, incentivano e arricchiscono la lettura. Ne risulta un prodotto di grande appeal per quei lettori nel bel mezzo della scuola primaria che iniziano ad avventurarsi tra letture autonome più consistenti ma allo stesso tempo trovano rassicurante un impianto che non rinunci all’apparato iconografico. Testo e illustrazioni si relazionano inoltre in modo giocoso, invitando il lettore a trovare tra i numerosi guizzi ironici che entrambi nascondono: un’attenzione che contribuisce a rendere la lettura un’esperienza appagante e da cui lasciarsi stuzzicare.

Le avventure di Augusta Snorifass

Augusta Snorifass è, in tutto e per tutto, una creatura di carta. Lo è in senso metaforico, perché si anima e vive straordinarie avventure grazie alla parola scritta di Chiara Carminati, e lo è nella realtà poiché, come spiega quest’ultima, nasce dalla fantasia di Hans Christian Andersen in persona, che la ritagliò con un bel corredo di vestitini, per fare un dono alla figlia di un caro amico. E proprio da questo aneddoto, poco noto ma molto suggestivo, Chiara Carminati prende le mosse per costruire un personaggio delizioso e intraprendente, che vive nella casa di un certo conte in compagnia di un vanitoso soldatino di piombo e di una fitta schiera di topolini.

A lei che ama ritagliarsi meravigliosi abiti in carte di volta in volta differenti e che non nasconde una certa dose di coraggio, l’autrice dedica otto racconti incantevoli, due per ogni stagione. Troviamo così Augusta in sella all’amico corvo nel tentativo di recuperare gli abiti sparpagliati dal vento, in fuga da un rospo intenzionato a papparsela per cena, alla ricerca di un topolino disperso nel labirinto del castello, all’inseguimento della sua ombra in compagnia di uno scoiattolo o intenta a sfidare il freddo del giardino pur di spedire la sua lettera dei desideri natalizi. Il suo è un mondo piccolissimo in cui succedono cose, in proporzione, straordinariamente grandi.

I racconti di cui si compone Le avventure di Augusta Snorifass sono piccini e deliziosi come dolcetti mignon. Ognuno è in sé gustoso e pieno, oltre che facilmente abbordabile per la lunghezza, ma unito agli altri compone un quadro di ampio respiro, minuzioso e ricchissimo. Esperta tessitrice di parole, Chiara Carminati confeziona delle fiabe moderne molto saporite, che uniscono un certo gusto per i vezzi e le preziosità con una buona dose di peripezie avventurose. E la cura con cui l’autrice cuce i suoi racconti è in fondo la stessa con cui la sua Augusta inventa, taglia, imbastisce e impreziosisce i suoi abiti straordinari.

Nella versione del libro edita da Mondadori le illustrazioni sono firmate, con una scelta a dir poco azzeccata, da Clementina Mingozzi, autentica maestra del ritaglio della carta. Le sue immagini intagliate accompagnano alla perfezione le vicende di un’eroina che di carta è per l’appunto fatta, aggiungendo al volume un tocco fiabesco di grandissimo valore.

Un audiolibro de Le avventure di Augusta Snorifass sembrerebbe partire con uno svantaggio, non potendo evidentemente contare sul prezioso contributo delle immagini. Eppure la versione che ci offre Locomoctavia, in file audio scaricabile o cd MP3, trova il modo di restituire al lettore, per altra via, quel medesimo incanto. Anche stavolta Daniele Fior, che della piccola casa editrice udinese è l’anima e il motore, compie una piccola magia, immergendo il lettore in un’atmosfera che profuma di meraviglia. Lo fa con un uso sapiente della voce, capace di modellarsi su una moltitudine di personaggi differenti, e con l’accompagnamento musicale di Marco dell’Acqua che con il suo pianoforte fa passeggiare, correre, volare ed emozionare il lettore di pari passo con Augusta. L’incontro studiato e accorto di voce e strumento musicale – così come abbiamo imparato ad apprezzare in lavori precedenti come Pinocchio, Il giornalino di Gianburrasca o Il drago di K e altre fiabe polacche – fa in qualche modo quello che su carta fanno le figure di Clementina Mingozzi: amplifica il sapore incantevole delle parole di Chiara Carminati in cui ritaglia una possibilità di immersione ancor più profonda.

È possibile ascoltare un assaggio dell’audiolibro sul sito della casa editrice.

 

Le avventure di Augusta Snorifas, così come gli altri pregiati audiolibri proposti da Locomoctavia, sono inoltre fruibili tramite un’apposita app (Locomoctavia audiolibri) messa a punto dalla stessa casa editrice e scaricabile gratuitamente da App store.

Si tratta di una proposta estremamente interessante in termini di accessibilità. L’app sfrutta infatti un particolare sistema di scroll che evidenzia cromaticamente le diverse frasi del testo nel momento esatto in cui vengono pronunciate. La corrispondenza tra testo e audio risulta molto fluida e puntuale e l’app fa avanzare automaticamente l’audio se il lettore fa scorrere velocemente in avanti il testo. L’esperienza di lettura e ascolto risulta, così, piacevole e tutt’altro che macchinosa.

Il lettore può in questo modo godere della cura e della bellezza delle registrazioni proposte e al contempo seguire più agevolmente il testo su schermo. Egli può disporre cioè di un ampio ventaglio di strumenti e possibilità di lettura, perfettamente integrate tra loro, tra cui destreggiarsi sulla base delle sue esigenze specifiche: un’opportunità preziosa per sostenere soprattutto quei bambini e quei ragazzi che, a causa di disturbi come la dislessia, si tengono alla larga dai libri non per disamore delle storie ma per l’enorme fatica che la lettura tradizionale di queste ultime può implicare ai loro occhi.

Amiche d’ombra – nuova edizione

Con la sua penna attenta e le sue figure inafferrabili, Arianna Papini sa come catturare il lettore. Quel suo tocco inconfondibile a cui ci ha abituati da tempo e che le è valso moltissimi premi, tra cui l’Andersen come miglior illustratrice nel 2018, lo ritroviamo senza eccezione anche in Amiche d’ombra, storia di un’amicizia che è insieme ordinaria e fuori dal comune.

Qui si racconta dell’incontro e del legame profondo che si instaura tra Arianna e Michela, nel caos spensierato, spaesato ed esplosivo delle scuole medie. In una quotidianità sincera e spiccia, fatta di compiti e concerti, piccole ribellioni e gite scolastiche, amori acerbi e confidenze, le due ragazzine riconoscono l’una nell’altra un’affinità che travalica due caratteri molto diversi – impulsiva ed esuberante la prima, riservata e silenziosa la seconda – e due modi differenti di approcciare il mondo. Michela, infatti, non vede ma la sua cecità si fa spazio nel racconto e nella vita dell’amica come un tassello sì insolito ma non intruso.

Arianna impara pian piano a entrare nel mondo senza vista dell’amica e a condurre quest’ultima attraverso il suo sguardo. Ma lo fa senza quasi accorgersene, con l’intimità spontanea che è tipica dell’infanzia. E proprio questo colpisce nello scorrere queste pagine: come la condivisione di esperienze, sensazioni, momenti e timori tra universi apparentemente non comunicanti trovi una sua naturale dimensione tra le faccende di ogni giorno.

Arianna Papini dà vita a tutto questo con una scrittura in cui ironia pungente e malinconia, frammenti di vita e flussi di coscienza, voci levate e pensieri sussurrati si mescolano senza soluzione di continuità. L’autrice segue, in particolare, il corso di un intero anno scolastico: periodo durante il quale l’amicizia tra Arianna e Michela si consolida. Lo fa attraverso la voce schietta di Arianna che lascia spazio a un ventaglio di sentimenti che riflette bene la complessità emotiva tipica della preadolescenza. Ad amplificare questo aspetto concorrono le splendide ed espressive illustrazioni realizzate dalla stessa autrice, che accompagnano con frequenza il racconto a parole. Sincero e profondo, il ritratto che Arianna Papini offre di una giovinezza e dei legami che la sostengono sa far specchiare i lettori del 2020, nonostante i  vent’anni pieni appena compiuti dal libro e resi qua e là evidenti da riferimenti volanti per esempio ai registratori di una volta e alle canzoni di Elton John.

Pubblicato per la prima volta nel 2000 da Fatatrac nella raffinata collana degli Ottagoni, Amiche d’ombra è ora riedito da Uovonero, che lo propone in un nuovo e leggermente più ampio formato, con una grafica differente e illustrazioni rinnovate. In questa nuova veste i singoli capitoli si esauriscono perlopiù in una doppia pagina e le figure occupano una facciata intera che ne valorizza l’intensità e il concorso emotivo alla narrazione. L’iniziativa è apprezzabilissima perché in un periodo storico di bulimica produzione editoriale fa sì che un racconto vivo e fuori dall’ordinario come questo non vada perduto o dimenticato. A gran voce gridiamo, insomma: bentornate, Amiche!

Tempesta

Instaurare un’amicizia può richiedere tempo. Molto tempo. E insieme al tempo può richiedere pazienza, perché per coltivare una sintonia occorre procedere con cautela, avanzando per tentativi e movimenti talvolta incerti, come in una danza a due improvvisata. E così i due protagonisti di Tempesta – un adorabile cagnolino dal pelo arruffato e una ragazza dai modi gentili – vedono passare più di un giorno prima di potersi avvicinare davvero. Dopo alcuni pomeriggi al parco, popolati di lunghi attese, sguardi e silenzi, sarà un evento inatteso come un forte temporale a dare una svolta al racconto, offrendo ai due protagonisti il pretesto perfetto per darsi finalmente fiducia.

Frutto del lavoro dell’artista cinese Guojing, Tempesta è un albo incantevole che sa rendere tangibili i sentimenti. Il suo gioco attentissimo di inquadrature e punti di vista, distanze e movimenti, rende infatti palpitante l’incontro tra la ragazza e il cagnolino, rendendo chi legge estremamente partecipe. Grazie a immagini dalla potenza silenziosa, quei tramonti malinconici prima e quella notte tempestosa poi, li si avverte sulla pelle, facendo proprio il ventaglio emotivo che muove di pagina in pagina  i protagonisti. Quella che potrebbe apparire come una storia minima, si rivela così oltremodo densa e dilatata, capace di nascondere tra le sue pieghe un autentico tesoro di dettagli e sfumature da cogliere e di cui godere.

Intensissimo e tenero, l’albo di Guojing si presenta come un fumetto senza parole. La sua, infatti, è una scansione in quadri di dimensione variabile che evidenziano minimi passaggi del racconto e rendono molto chiaro cosa accade tra una vignetta e quella successiva. Questa continuità narrativa, unita a uno stile molto realistico, agevola una possibilità di immersione piena e appagante anche da parte di bambini che faticano a compiere inferenze raffinate o a seguire acrobazie stilistiche. L’assenza di parole, dal canto suo, amplia le possibilità di accesso al libro a tutti coloro che trovano un ostacolo nel testo scritto per ragioni legate a disturbi o disabilità come la dislessia o la sordità. Oltre che perché estremamente bello ed emozionante, Tempesta merita dunque un’attenzione particolare per la capacità di abbracciare un pubblico davvero ampio, facendo risuonare corde comuni e profonde.

Dieci piccole volpi

Le vite di Camillo e Beppino sono agli antipodi: benestante e figlio di un potente petroliere il primo, umile e figlio di una coppia venuta da lontano il secondo. Eppure i due, che frequentano la stessa scuola, sono amici per la pelle. Così, quando dei temibili pirati rapiscono Camillo, Beppino non ci pensa due volte e si mette subito a cercarlo, sfidando il pericolo di una ciurma senza scrupoli e la fatica di arrivare alla meta collezionando un indizio dietro l’altro. Ad accompagnarlo c’è un curioso branco di 12 volpi che si rivelano determinanti nel reperire notizie utili al rintracciamento del rapito e nell’aiutare Beppino a dare ai pirati la lezione che si meritano.

Il racconto scritto e illustrato da Cecco Mariniello è avventuroso e serrato quel tanto che basta per tenere desto e sulle spine il lettore, incentivandone l’avanzamento tra le pagine. La ricerca di Camillo procede infatti a ritmo sostenuto e scandito dall’incontro con animali sempre diversi. Questo, unito alla brevità del racconto, alle frequenti e colorate immagini e alle caratteristiche di alta leggibilità tipiche della collana leggimi di Sinnos, fa di Dieci piccole volpi un bocconcino gustoso per bambini alle prime armi con la lettura autonoma, con o senza difficoltà legate alla dislessia.  Cecco Mariniello aggiunge inoltre alla sua storia avvincente uno spunto di riflessione importante sull’amicizia e sulla scuola: la prima si fa infatti  occasione per superare le differenze sociali e la seconda spicca come luogo eletto proprio per coltivare quel superamento.

Non è colpa della pioggia

Cape cod è una tranquilla località di villeggiatura balneare, uno di quei luoghi che stagionalmente cambia volto, i cui residenti si riconoscono dal modo di parlare e dalle caffetterie frequentate. Dalsie, gambe veloci e grande passione per i temporali, è una di loro: vive qui da sempre, cresciuta dai nonni fin da quando, piccolissima, la madre l’ha abbandonata per motivi di dipendenze. In un quartiere in cui tutti si conoscono e le cui storie familiari si intrecciano, Dalsie abita con la nonna e la aiuta con le pulizie alberghiere: lavoro che consente loro di vivere dignitosamente ma non senza qualche preoccupazione. Ogni anno la ragazzina attende con trepidazione l’estate che porta con sé la sua amica storica Brenda con cui da tempo immemore condivide piccoli riti, passioni e giochi.

Un anno, però, Brenda arriva e a sorpresa appare diversa, comportandosi in modo strano: i loro segreti sembrano non interessarle più e alla compagnia di Delsie preferisce quella di una nuova ragazza di nome Tressa tanto sicura di sé quanto prepotente. Dopo qualche goffo e doloroso tentativo di ritrovare il feeling perduto, Delsie fa i conti col fatto che esistono amicizie solide ed altre meno affidabili ma questo scombussolamento emotivo porta a galla altri tormenti interiori, fino ad allora sopiti: quello per l’abbandono della madre, in primis. Sarà l’incontro con un ragazzo nuovo del posto – Ronan – e la rete di sicurezza tessuta negli anni dalla famiglia di Delsie ad accompagnarla nell’occhio di questo ciclone emotivo fino a farle ritrovare una nuova prospettiva da cui godere di un tempo finalmente sereno.

Capace di scavare nei sentimenti con precisione chirurgica ed empatia rara, Lynda Mullaly Hunt ci offre un nuovo romanzo in cui la vita vera scalpita. Dentro Non è colpa della pioggia ci sono infatti le tante sfumature dell’amicizia, la fatica di crescere, i legami di sangue e quelli elettivi: temi cari all’autrice che già vi aveva dedicato attenzione in Una per i Murphy. Ci sono le mancanze e i “cosa avrebbe potuto essere se…”, il coraggio di essere quello che si è e la consapevolezza che non sono gli errori a definirci ma ciò che decidiamo di fare di loro. Quello edito da Uovonero è, insomma, un libro denso e avvincente, con tante cose da dire. Qui si affollano molti interrogativi e qualche risposta in cui i giovani lettori possono trovare rispecchiamento e forse conforto. L’autrice prende infatti di petto questioni che li toccano da vicino, qualunque sia la loro storia, e sa parlare loro con una schiettezza pacata che fa leva su immagini e metafore di grandissima efficacia. Questo, unito alle caratteristiche di alta leggibilità con cui il libro è stampato, ne fa una proposta di grande valore e appeal anche per quei ragazzi che dalla lettura faticano maggiormente a lasciarsi coinvolgere.

La torre fantasma

Ci vuole fegato per avventurarsi nei dintorni della Torre Fantasma. E ancor di più ce ne vuole per farlo di notte. La torre è infatti un luogo spettrale e diroccato che da tempo immemore incombe, ben piantata in cima alla collina, sul villaggio in cui vivono Ryan e Meg. Ma ai due amici il fegato non manca – quantomeno a Meg, Ryan perlopiù si adegua per non sfigurare – e così una sera, al calar della notte, i due decidono di sgattaiolare fuori di casa e andare a caccia di fantasmi nei pressi della torre. Quello che nasce come un gioco si trasforma ben presto in qualcosa di serio e importante, che richiede ai due protagonisti un grande impegno civico in prima persona. Le esplorazioni notturne di Ryan e Meg saranno infatti determinanti per convincere il Comune a non abbattere la Torre, preservandone così il prezioso (ed enigmatico!) contenuto e con esso il suo elettrizzante alone di mistero.

Smilzo e intrigante, La torre fantasma propone un racconto breve e facilmente abbordabile anche da parte di lettori riluttanti o con maggiori difficoltà di lettura fluida. Serrato nel ritmo e nei dialoghi, il testo di Gillian Cross presenta caratteristiche di alta leggibilità che coinvolgono sia l’aspetto tipografico, con font biancoenero, spaziatura maggiore e sbandieratura a destra, sia quello sintattico, con frasi perlopiù brevi e brevissime, struttura prevalentemente lineare, dialoghi attribuiti esplicitamente e lessico quotidiano.

Cibo, ragazze e tutto quello che non posso avere

Se l’estate dei suoi 15 anni avessero detto a Andy che giusto qualche mese più tardi sarebbe diventato un campione popolare di football, circondato di amici e capace di chiedere a una ragazza di uscire, a stento avrebbe potuto crederci. Abituato a fare di tutto pur di non farsi notare – cosa piuttosto difficile visti i suoi 140 kg – e a mantenere un basso profilo per evitare prese in giro e bullismo, il protagonista del bel romanzo di Allen Zadoff si considera lontano anni luce dalla possibilità di cambiare il suo modo di guardarsi e di essere guardato. E invece qualcosa di inaspettato succede nella sua vita, scolastica e non. Complici il desiderio di far colpo su April e un posto vacante nel ruolo di centro nella squadra della scuola, Andy inizia ad allenarsi con O. e gli altri ragazzi del football, sperimentando la carica dello spirito di squadra, l’ebrezza della notorietà e il coraggio che può venire dalla loro combinazione E poco importa se una serie di incontri e opportunità apparentemente fuortuiti si rivelano essere precise mosse di un piano di cui Andy non è che una pedina. A lui spetterà comunque il guadagno più grande: la spinta necessaria a uscire dalla propria comfort zone, una maggiore capacità di ascoltarsi e una consapevolezza del tutto nuova di sé. Esattamente quello che gli serve per chiedersi chi davvero voglia essere e come possa diventarlo.

Straordinariamente vicino alle frequenze adolescenziali, Cibo, ragazze e tutto quello che non posso avere è un romanzo young adult che sa muoversi con grande naturalezza tra la leggerezza frivola di questa età e la pesantezza granitica dei cambiamenti che essa reca con sé.  Molto credibili nei pensieri e dei dialoghi, Andy e i personaggi che lo circondano – dai genitori in crisi, alla sorella con abitudini alimentari opposte alle sue, dall’amico storico con cui condivide le simulazioni ONU alla variegata gamma di compagni di scuola – danno vita a una storia tanto coinvolgente quanto capace di sedimentare. Scorrevole e ben ritmato, oltre che stampato con le caratteristiche di alta leggibilità che contraddistinguono la produzione di Biancoenero, il romanzo di Allen Zadoff sembra cucito apposta per incentivare la lettura anche da parte dei ragazzi meno motivati o con difficoltà legate alla dislessia. Carta vincente, in questo senso, è l’invidiabile ironia che l’autore regala al suo protagonista, rendendolo immediatamente familiare e capace di restituire vissuti complessi senza cedere di un millimetro al vittimismo.

Dove ti porta un bus

Amici nel mare (I libri per tutti)

Il pesce Berto e il paguro Pedro sono grandi amici. Per paura dei pescecani, tuttavia, i due si vedono di rado e restano chiusi ciascuno nella propria tana: una gran noia, a dirla tutta! Servirà un piccolo moto di coraggio per far sì che la voglia di stare insieme e di godere davvero delle bellezze del mare superi e sconfigga i loro timori… perché la paura, a volte, può essere più pericolosa dei pescecani!

Quella di Berto è Pedro è una storia semplice, pubblicata in formato cartaceo tradizionale nel 2014 per i tipi di Piemme, nella collana Il Battello a Vapore, serie Arcobaleno. In quelle stesse collana e serie, Amici nel mare compare ora in formato digitale e con un guizzo in più, quello garantito dal progetto I libri per tutti che trasforma e arricchisce il testo di base per renderlo più accessibile anche in caso di disabilità comunicativa. Come previsto per tutti i titoli del progetto, questa versione di Amici nel mare vede il testo semplificato nella struttura e supportato visivamente dai simboli WLS (Widgit Literacy Symbols) che ne favoriscono la comprensione anche da parte di quei lettori che incontrano difficoltà più o meno marcate di fronte alle sole parole. A rendere particolarmente felice, in questo caso, il testo adattato concorre senz’altro il fatto che il lavoro di semplificazione è stato condotto, insieme alla squadra della Bottega Editoriale di Paideia, dall’autore stesso.

La simbolizzazione segue dal canto suo un modello piuttosto flessibile che unisce più elementi testuali all’interno di un unico simbolo laddove questa scelta venga ritenuta utile per alleggerire la lettura senza compromettere la comprensione. È il caso per esempio degli articoli, sempre associati al rispettivo sostantivo, o delle negazioni, sempre associate al relativo verbo.

Come caratteristico de I libri per tutti, il testo di Guido Quarzo è reso disponibile in simboli con lettura che ricalca il modeling “in presenza”, secondo una doppia modalità: quella automatica, che prevede la lettura fluente del testo e l’evidenziazione simultanea dei simboli via via citati, o quella manuale, che prevede la lettura del singolo simbolo solo nel momento in questo viene tappato, ossia schiacciato sullo schermo con il dito. La personalizzazione della lettura – vera forza di questo progetto, resa possibile proprio dal ricorso al digitale – si concretizza inoltre con la possibilità di optare per il testo alfabetico classico, da leggere in autonomia o con il supporto della registrazione audio, anch’essa sincronizzata con la messa in evidenza cromatica dei termini via via letti.

A completare la book-app di Amici nel mare, una sezione ludica che comprende tre giochi di diversa complessità: rispettivamente trovare il simbolo giusto, completare una frase con una serie di simboli a disposizione e colorare un’illustrazione al semplice strofinamento digitale.

 

I libri per tutti

Amici nel mare, in questa nuova versione digitale e in simboli, rientra nel progetto I libri per tutti, promosso da Fondazione Paideia in collaborazione con quattro grandi gruppi editoriali: Gems, Mondadori, Giunti e DeA Planeta libri.

I titoli che fanno parte del progetto, messi a disposizione dai rispettivi editori per l’adattamento e la simbolizzazione, vengono proposti in formato digitale: scelta questa che amplifica le possibilità di personalizzazione, cosa non da poco quando si parla di bisogni speciali di lettura. Allo stesso tempo questo nuovo formato incentiva l’interazione e il coinvolgimento e questo può costituire allo stesso modo un vantaggio o uno svantaggio a seconda del lettore che ci si trova davanti. La possibilità di compiere azioni sullo schermo – tappando i simboli che attivano così il modeling o toccando i punti sensibili delle illustrazioni che attivano così un movimento – può costituire infatti fonte di distrazione o al contrario motivo di aggancio al testo. In questo senso particolarmente significativi e versatili risultano quei titoli – come Brucoverde o I tre porcellini – che all’ebook uniscono anche il libro cartaceo, a sua volta adattato e simbolizzato.

La simbolizzazione dei testi, curata dall’équipe della Bottega Editoriale di Fondazione Paideia, prevede l’utilizzo della collezione WLS (Widgit Literacy Symbols) e non segue un modello particolarmente rigido di traduzione, optando piuttosto per la valutazione di soluzioni diverse – per esempio rispetto all’accorpamento di più elementi testuali all’interno di un  unico simbolo – a seconda dei casi. L’obiettivo è quello di trovare un equilibrio tra rispetto della complessità ed effettiva leggibilità del testo: equilibrio che può variare sensibilmente in base al tipo di testo e al target di riferimento.

Tutti gli ebook de I libri per tutti comprendono 3 sezioni, denominate ModelingLeggi e Gioca. La prima propone il testo in simboli nella parte bassa della pagina mentre in quella più alta colloca le illustrazioni, animabili in certi punti al semplice tocco o trascinamento. Il modeling dal canto suo può essere attivato in una duplice modalità: quella automatica, per cui l’audio scorre fluido e i simboli vengono evidenziati man mano che sono pronunciate le parole corrispondenti; e quella manuale, per cui l’audio si attiva solo nel momento in cui viene toccato il singolo simbolo. La seconda sezione propone una pagina divisa in maniera analoga ma qui il testo è esclusivamente alfabetico. L’audio può essere attivato o disattivato. Nel primo caso scorre in maniera automatica mentre simultaneamente vengono evidenziate le parole pronunciate. L’ultima sezione, infine, propone 3 attività ludico-didattiche che – seppur diverse nel contenuto da libro a libro – prevedono quasi sempre l’ordinamento o la scelta di simboli per completare una frase, l’ordinamento o la scelta di simboli e illustrazioni in base a specifiche istruzioni (trovare il colore giusto, ordinare per grandezza…), il completamento cromatico di un’immagine tramite passaggio del dito dello schermo.

Ogni ebook prevede in apertura una pagina essenziale che riassume e anticipa il significato delle icone che il lettore potrà trovarsi davanti durante la lettura e delle azioni che potrà compiere per districarsi tra le pagine. Tra queste, non manca per esempio il movimento per voltare pagina che prevede lo spostamento di un quadrato colorato all’interno di un quadrato bianco: azione studiata per risultare più agevole del più comune gesto di sfogliatura.

Personalizzazione la lettura, interazione, moltiplicazione degli spunti ludici e degli strumenti in un’ottica di accessibilità costituiscono in definitiva i veri punti di forza di questo progetto che ha senz’altro il merito di mettere in valore le specificità del digitale e di accendere un faro sulle possibilità aperte da quest’ultimo in favore dell’inclusione.

Madelief. I grandi, buoni giusto per farci il minestrone

Avevamo lasciato la vulcanica Madelief, al termine del volume Madelief. Lanciare le bambole, in procinto di salutare la sua casa e i suoi amici e di traslocare in un’altra città con la mamma. E proprio in questa nuova città la ritroviamo ora, all’inizio del secondo volume che la vede protagonista, intitolato Madelief. I grandi, buoni giusto per farci il minestrone.

Senza i suoi compagni storici di giochi – Roos e Jan-Willem – e nel pieno della chiusura della scuola, Madelief rimugina sull’ingiustizia di quel trasferimento e si guarda intorno alla ricerca di qualche appiglio che restituisca alle sue giornate vuote una parvenza di normalità. Impegnata più del solito nel suo lavoro, la mamma di Madelief è particolarmente assente e, nonostante sia affidata per alcune ore al giorno a una giovane tata di nome Mieke, la bambina lamenta con insistenza questa assenza ai suoi occhi ingiustificata.   Animata da un sentimento di incomprensione e di insofferenza verso il mondo degli adulti, così ottusi e noiosi, Madelief allarga il raggio delle sue esplorazioni e si spinge fino a una casa abbandonata: un rifugio misterioso, un luogo perfetto per starsene in pace e coltivare una nuova amicizia con un bambino da poco conosciuto di nome Robbie. Con lui Madelief condivide segreti, scorribande e sentimenti contrastanti: piccoli avvenimenti ordinari che, grazie al talento inestimabile di Guus Kujer, dipanano un fluire narrativo che sembra di poter toccare e vivere da dentro.

Stampato con caratteristiche di alta leggibilità, proprio come l’episodio precedente, Madelief.  I grandi, buoni giusto per farci il minestrone si caratterizza però per una struttura leggermente differente. Mentre nel primo volume, infatti, ogni capitolo proponeva un’avventura quasi a sé stante, qui i capitoli risultano più legati tra loro a formare un’unica vicenda. Rimane invariata, tuttavia, la loro brevità che ne agevola l’approccio anche da parte di bambini che percepiscono il testo scritto come un possibile ostacolo con cui cimentarsi.

 

 

 

 

 

 

Gli inventatutto

Paura e amicizia sono ospiti abituali delle pagine rivolte all’infanzia. Libri per bambini sulla paura, sull’amicizia o sulla paura di perdere un’amicizia sono, infatti, più che numerosi. Non è impresa semplice, dunque, inserirsi in questo prolifico filone con un titolo che racconti davvero qualcosa di nuovo. E ciononostante Rasmus Bregnhoi ci prova e ci riesce con una storia dal finale decisamente sorprendente e fuori da ogni schema e retorica.

Protagonisti sono il gatto Mis e il topo Mus, già noti agli affezionati lettori di Sinnos grazie al volume Gli Acchiappacattivi. Amici per la pelle, i due coabitano in una casa da loro stessi fabbricata in cima alla collina e danno vita a mirabolanti invenzioni nel loro laboratorio supersegreto. Qui il loro legame si consolida giorno dopo giorno a suon di idee condivise e progetti costruiti a quattro mani. L’arrivo del tutto imprevisto di una papera sconosciuta di nome Pap, dal primo istante in grande sintonia con Mis e mal tollerata da Mus, incrina tuttavia quella che pareva un’amicizia inscalfibile e porta Mus a sperimentare una forma di paura forse nuova. Perché si può provare una paura concretissima e ben riconoscibile, come quella di non disporre di un rifugio sicuro o di cibo a sufficienza come ben descritto da Pap, ma si può anche provare una paura più nascosta e inafferrabile, che tocca in maniera sottile gli affetti e le sicurezze in cui ciascuno di noi si culla.  E così Mus si ritrova da un giorno all’altro a covare un certo astio verso la papera che minaccia di portargli via la sua speciale amicizia con Mis, al punto da allontanare malamente l’intrusa con la prodigiosa scacciacani (che oltre a funzionare bene con i gattacci funziona evidentemente benissimo anche con i pennuti). Ed è a questo punto che ci aspetterebbe una chiusura politically correct fatta di scuse reciproche e chiarimenti, legami nuovi e legami rinsaldati, amicizie a due che diventano serenamente amicizie a tre. E invece no. È proprio qui, invece, che la storia ci semina con un guizzo inatteso, dando spazio a sentimenti negativi e azioni disonorevoli – la disillusione, l’inganno, la delusione – da cui, tuttavia, non è detto che qualcosa di buono non si possa comunque inventare. Parola di Inventatutto!

Contraddistinto da una storia ben ritmata e dalla fotografia di sentimenti molto vicini all’esperienza dei lettori, Gli inventatutto ripropone la forma grafica vincente del primo episodio dedicato a Mis e Mus. Anche qui, infatti, le più classiche caratteristiche di alta leggibilità – font, spaziatura, sbandieratura, frequenza di illustrazioni – si accompagnano alla scelta di mescolare racconto e fumetto (pur senza balloons visibili) e di prediligere illustrazioni ricche di dettagli in cui sostare con gusto, così da offrire un’occasione di lettura davvero accessibile a accattivante anche per bambini con difficoltà legate ai disturbi specifici dell’apprendimento.

La porta

Dopo averci incantato con La piscina, l’autrice coreana Ji Hyeon Lee torna a deliziarci con un libro di grande impatto: La Porta, sempre edito da Orecchio Acerbo.

Protagonista di questa nuova avventura per sole immagini è un bambino che un giorno incappa casualmente in una grossa chiave. Il mondo in cui si muove è un mondo in bianco e nero e le persone che lo circondano hanno tutte un’espressione torva, diffidente. Ma il bambino no. Lui si guarda intorno, mosso piuttosto da un misto di curiosità e stupore: quelli che probabilmente gli consentono di scorgere una porta a cui nessun’altro ha badato. È una porta misteriosa, apparentemente abbandonata da anni, coperta di ragnatele e a ben vedere, nella sua toppa, la chiave trovata gira. Aperta la porta, quello che si schiude davanti agli occhi del bambino è un mondo straordinario. È un mondo a colori, tanto per cominciare, in cui si muovono creature fantastiche che parlano lingue ignote. Incuriosito, il bambino entra in relazione con queste figure, dapprima in maniera un po’ spaventata, poi circospetta, e infine sempre più coinvolta e sorridente. Queste lo accompagnano alla scoperta di una realtà per lui nuovissima in cui quasi tutto ha un che di sorprendente, fatto salvo per le relazioni che si attivano e che si manifestano nelle piccole azioni quotidiane. Così, anche in un paese in cui gli skateboard si realizzano con le foglie, i cocomeri più succulenti sono verdi dentro e gialli fuori e soprattutto le porte disseminate un po’ dappertutto non conducono in casa ma in luoghi e tempi surreali e inattesi, l’amicizia e l’affetto appaiono del tutto riconoscibili e autenticamente possibili anche tra creature dissimili, per aspetto o per lingua parlata. Tra un picnic al parco, una passeggiata nel verde e una sbirciata al villaggio, il bambino fa dunque esperienza di una diversità multiforme – cromatica, estetica e linguistica, per esempio – in cui si cala e da cui si lascia positivamente accogliere, fino a prender parte a quella che appare come una festa: una festa di matrimonio, nello specifico, ma più in generale una vera e propria festa dell’immaginazione. Da questa, infine, il bambino si congeda, rientrando nel suo mondo originario, non prima però di essersi premurato di lasciare aperta la porta misteriosa. In questo modo, si lascia intendere, potrà tornare in quel mondo fantastico, ma allo stesso tempo – perchè no? – anche quel mondo fantastico potrà venire da lui. Perché l’incontro è un movimento che segue sempre due direzioni, e prima della quarta di copertina qualcuno pare confermarcelo…

Stratificato nelle possibilità di senso e disseminato di dettagli che difficilmente si esauriscono in una, due o tre letture, La porta è un libro che sospende il tempo e fa librare l’immaginazione. Lo stile sussurrato di Ji Hyeon Lee si presta perfettamente a una narrazione che fa a meno delle parole e che come tale predispone un terreno accogliente e ricco di soddisfazione anche per giovani lettori normalmente ostacolati dalla presenza vincolante di un testo scritto ma del tutto a loro agio nel leggere immagini e compiere attraverso di esse viaggi fantastici anche di una certa complessità. In quest’ottica, i balloons che spesso accompagnano i personaggi, riempiti di scritte del tutto illeggibili e facenti capo a una lingua immaginaria,  non risultano esclusivi nei confronti di nessun lettore ma arricchiscono piuttosto la narrazione e ne delineano alcuni possibili percorsi, invitando chi legge a immaginare i dialoghi che contengono.

È un libro illuminante, La porta, sopratutto per chi crede nel potere dei libri come ponti. E non solo perché vi si legge della possibilità di costruire legami oltre le differenze, ma anche perché dà spazio alla curiosità come motore imprescindibile di scoperta; perché pone l’accento sulla varietà di modalità comunicative che possono esistere e sulla necessità di trovare tra di esse una convergenza; e perché interpreta con forza la pagina come soglia che divide da mondi altri ma che al contempo può spalancarli, se solo si possiede la chiave giusta da girare nella toppa (o se qualcuno ha la sensibilità di lasciare la serratura aperta): riflessioni che, ben al di là probabilmente delle intenzioni dell’autrice, rivelano una puntualità e una pertinenza particolarmente sorprendenti soprattutto se messe in relazione alla questione del diritto alla lettura e della sua concretizzazione in caso di disabilità. Quest’ultima invita infatti a chiedersi come si possa far partecipare tutti a quella straordinaria festa dell’immaginazione che è la lettura e quali chiavi consentano a lettori con esigenze diverse di superare davvero l’uscio oltre il quale la festa si svolge: perché la lettura è o dovrebbe essere partecipazione piena, immersione travolgente, esperienza di ricchezza.

Où es-tu, lune? (Francia)

Solo pochi anni fa  Les Doigts Qui Rêvent aveva dato grandissima prova della sua pluriennale esperienza nell’adattamento tattile di albi illustrati grazie a un lavoro strepitoso come La chasse à l’ours (adattamento del classico della letteratura per l’infanzia scritto da Michael Rosen e illustrato da Helen Oxenbury, menzione speciale al Bologna Ragazzi Award 2016 sezione disabilità). Quest’anno la casa editrice francese torna a farlo con un nuovo titolo – Où es-tu, lune? – che traspone felicemente in versione tattile l’omonimo albo di Émile Jadoul, molto amato in Francia.

Protagonisti sono un coniglio e un orso che un giorno scoprono un fatto sconcertante: la luna è sparita. Supportati dagli amici Zebra, Coniglio e Giraffa, i due decidono di risolvere il mistero spingendosi il più in alto possibile nel cielo. L’assortita combriccola forma così un’ammirevole piramide animale grazie alla quale, con un sorridente colpo di scena, trova una lettera della luna che contiene la risposta tanto agognata.

Ciò che rende straordinario questo libro è la cura nel cogliere il senso più pieno della storia e nello scegliere di conseguenza cosa può essere modificato e cosa no, dal punto di vista delle illustrazioni. Nella versione tattile, infatti, queste ultime sono oggetto di un forte ma sapiente lavoro di semplificazione e astrazione che porta i diversi animali ad essere rappresentati con sagome semplicissime (il coniglio, per esempio è un tondo con due orecchie lunghe) o addirittura forme simboliche (la zebra è un rettangolo e il lupo un triangolo), distinte e rese significative dalla scelta dei materiali e delle texture. Questo permette al giovane lettore non vedente di riconoscere tutti i personaggi senza difficoltà o frustrazione e al contempo di godere del garbo e dell’equilibrio compositivo della pagina caratteristici dell’originale.

Favole di pace

Qualche decina di anni sulle spalle ma uno spirito bambino inscalfibile: così le Favole di pace scritte dal maestro Mario Lodi continuano a mantenere una freschezza che le fa gustare con autentico piacere. Ispirate dagli stessi bambini che di Mario Lodi erano allievi e insieme a loro composte, così come accaduto per il forse più celebre Cipì, le Favole di pace sono 14 racconti brevi, perlopiù in prosa ma qualcuno anche in versi, che gettano uno sguardo fantastico ma anche molto lucido sulle storture del mondo che l’uomo crede a torto di possedere e sugli esiti luminosi che una cultura della solidarietà, del rispetto e della pace potrebbe invece portare con sé.

Macchine che permettono lo scambio dei pensieri, intere classi di bambini in volo al motto di “basta volerlo”, prati che custodiscono segreti musicali, isole sospese in cui ritrovare i propri cari perduti, bambini capaci di entrare nel televisore: i personaggi e le cornici messe in scena da Mario Lodi sono i più variegati e dinamici. Ad accomunarli, il ruolo decisivo che bambini e animali hanno nel rimettere in sesto un mondo  sottosopra. E così, intorno alla penna lievissima ma pungente dell’autore crescono foreste rigogliose e invenzioni straordinarie, scoperte sensazionali e ribellioni salvifiche che trasformano uno sguardo disinteressato e curioso come quello infantile in un’occasione di riscatto per il pianeta intero.

Pubblicate in precedenza da la meridiana, le Favole di pace vengono ora riproposte dalle Edizioni Terra Santa in una deliziosa versione illustrata da Desideria Guicciardini. Impreziosita e irrobustita da una copertina rigida così come gli altri titoli della bella collana Gli Aquiloni, il volume presenta un’impaginazione tutt’altro che claustrofobica che grazie a una spaziatura maggiore tra lettere, parole, righe e paragrafi, alla sbandieratura a destra del testo e all’adozione di un font ad alta leggibilità (Easyreading) si presenta amichevole e invitante anche agli occhi di lettori riluttanti o meno a loro agio di fronte a un libro, per ragioni di abitudine o di difficoltà di lettura. L’invito d’altro canto non è ingannevole: i testi di Mario Lodi sono infatti godibilissimi, con guizzi fantastici che accendono l’immaginazione e tocchi ironici che schiudono sorrisi. Le figure di Desideria Guicciardini  che li affiancano passo passo, minuti nei centimetri occupati e nei dettagli colti, spargono dal canto loro una vivace allegria sulla pagina, cogliendo con finezza la leggerezza pensosa del maestro di Vho.

Shotaro. Il bambino che voleva diventare samurai

C’è il fascino dell’antica cultura giapponese. C’è il brivido della battaglia e dello scontro senza concessioni. C’è una bella riflessione sui limiti e sul loro superamento, per nulla appesantita da moralismo spicci. E c’è il calore dell’amicizia e dell’affetto più profondi. Tutto questo c’è in Shotaro, il bambino che voleva diventare samurai, avvincente romanzo per ragazzi e ragazze coraggiosi e prima prova d’autore della scrittrice umbra Maria Giulia Cotini.

Protagonista è un ragazzo di nome, per l’appunto, Shotaro. Nato in una famiglia di samurai molto nota e rispettata, Shotaro desidera con tutte le sue forze seguire le orme del padre. Nessuno intorno a lui sembra però credere che possa riuscirci. Shotaro presenta infatti una disabilità motoria che gli rende difficoltoso camminare e reggersi in piedi e questo sembrerebbe impedirgli una carriera da guerriero e destinarlo piuttosto a quella da monaco. La determinazione di Shotaro, la guida di un saggio abate e l’incontro decisivo con alcuni coetanei e maestri rimescolano però le carte in gioco, costringendo tutti a rivedere i propri pregiudizi.

Al monastero in cui viene accolto Shotaro arrivano infatti un giorno un ronin, ossia un samurai disonorato, di nome Kenwa  e suo figlio Akira. Ripudiati dalla comunità, i due ricevono comunque la fiducia dell’abate e vengono da questi incaricati di addestrare i giovani del villaggio, così che possano essere pronti a difendere la comunità dall’imminente attacco di un dispotico signore feudale. La condizione posta dall’abate è che anche Shotaro riceva gli insegnamenti e da qui, per il ragazzo, inizia un percorso del tutto inatteso che lo porterà a imparare tecniche di combattimento adatte alle sue abilità, riconoscendo e sfruttando i suoi punti di forza, a frequentare la più prestigiosa accademia per Samurai della zona, resistendo a prove durissime e sfidando con coraggio bulli e prepotenti, e infine a prendere parte a un piano rischiosissimo da cui dipenderà la salvezza del padre e la libertà del villaggio.

Bellissima e significativa, in particolare, la scena in cui Shotaro incontra per la prima volta Akira. Qui emerge infatti l’indole tenace di chi cerca di sfuggire al proprio destino, quell’indole che unisce nel profondo i due personaggi nonostante la loro apparente diversità e che fa la differenza nel portare il racconto verso un lieto fine: un lieto fine avventuroso e travolgente in cui Shotaro si mostra in tutta la sua forza, senza mai tuttavia sposare l’idea che nulla sia impossibile. L’idea che permea l’intero romanzo è infatti che i limiti non siano necessariamente superabili ma piuttosto che ciascuno debba avere l’opportunità di sfidarli.

Artù, il bambino dai capelli blu

Artù è una specie di alieno, in tutto e per tutto uguale a un umano nell’aspetto, fatto salvo per una evidente chioma blu. Coinvolto suo malgrado in un errore di consegna da parte della cicogna, Artù si ritrova su di un pianeta che non è il suo: la Terra. Qui si mostra in tutta la sua peculiarità ma questa non gli impedisce di avvicinarsi ai suoi coetanei dai capelli biondi o bruni e condividere con loro sereni momenti di divertimento comune. Al punto che, scoperto l’errore e invitato dal re del suo pianeta a tornare a casa, Artù declina l’invito, se non per approfittare di una vacanza straordinaria insieme ai suoi amici terrestri.

Nato per rispondere al bisogno di una mamma di parlare attraverso le immagini al suo bambino e del suo bambino, Artù, il bambino dai capelli blu è una storia semplice di diversità, rappresentata simbolicamente dall’insolita chioma del protagonista e resa evidente dai suoi comportamenti insoliti di fronte a colori, rumori o luci troppo forti, ma anche di uguaglianza, raccontata come possibilità di gioco e amicizia che si sviluppano al di là delle differenze.

Scritto in simboli, il racconto intende raggiungere anche bambini con difficoltà di decodifica del testo alfabetico. La scelta, inoltre, della stesura in rima agevola l’aggancio al tracconto anche laddove l’attenzione sia più complessa da mantenere. I simboli scelti sono quelli della collezione WLS, riquadrati insieme al testo alfabetico scritto in minuscolo e impiegati per simbolizzare ogni elemento della frase individualmente preso. Così composto, e supportato da illustrazioni che agevolano l’identificazione dei personaggi di volta in volta implicati dal testo e le azioni da essi compiute, il racconto si presta bene a una lettura da parte di bambini non alle primissime armi con la CAA.

L’uovo azzurro

Ohibò, un uovo azzurro a Boscoscuro è un’autentica novità. Di chi può essere? Cosa ne uscirà? Sarà pericoloso? Questi e altri interrogativi impellenti si diffondono tra alberi e tane, dopo che LeprotTina e ZamPaolo incappano per caso nell’insolito uovo e lo portano alla conoscenza della comunità del bosco. A nulla servono i consigli della saggia TalpAnna: a Boscoscuro si crea un gran scompiglio mentre confusione e timore spianano la strada a pregiudizi e ostilità nei confronti del diverso. E così, la generosa disponibilità di Zampacorta, che si offre di covare l’insolito uovo, viene accolta dagli altri abitanti con disprezzo e ostilità, costringendo il tosto coniglietto a mettere in campo affetto incondizionato e determinazione per portare a termine il suo impegno. Ed eppure, alla fine, sarà la sua tenacia gentile ad averla vinta e a dare tutto Boscoscuro una preziosa lezione di accoglienza.

L’intenzione di lanciare un messaggio forte al lettore in favore dell’apertura e del rispetto della diversità – sia essa fisica, legata alla provenienza o di qualunque altro tipo – traspare in maniera piuttosto esplicita all’interno del testo che in certi punti risulta, per questa ragione, un po’ appesantito. Per il resto il racconto si popola di numerosi personaggi del bosco che incarnano qualità positive o negative del tutto ravvicinabili a quelle umane. L’uovo azzurro si presenta infine con caratteristiche di stampa ad alta leggibilità quali il font Easyreading, la spaziatura maggiore tra lettere, parole e righe (ma non tra paragrafi) e la sbandieratura a destra, intendendo così rivolgersi a un pubblico che non escluda i giovani lettori con dislessia.

Il segreto di Isabella

Ambientato nel secondo dopoguerra, quando nuove possibilità di svago e incontro hanno iniziato a farsi largo per i bambini italiani, Il segreto di Isabella vede protagoniste tre ragazzine e la loro stretta amicizia cresciuta in seno allo scoutismo. Da poco ricostituitosi ufficialmente dopo la chiusura forzata imposta dal fascismo, il movimento scout accoglie, infatti, Serena e Cecilia, vicine di casa e amiche per la pelle. Le due bambine sono a dir poco elettrizzate all’idea di vivere nuove esperienze di gioco, amicizia e avventura nei boschi: l’appartenenza al gruppo scout è un modo, per loro, di consolidare il  legame che le unisce e di viverlo al di fuori della cornice domestica dove le apprensioni dei genitori e la presenza assillante dei fratelli più piccoli limita il piacere di condividere battute e segreti. Quando arriva però il momento di dormire per la prima volta con il gruppo scout, Serena e Cecilia si ritrovano una tenda da tre e un’ospite in più del previsto: la solitaria ed enigmatica Isabella. Sarà proprio il mistero che circonda quest’ultima e la cartella marrone che porta sempre con sé, a spingere le due bambine ad avvicinarsi a lei, riuscendo a conquistarne la fiducia e l’amicizia: condizione fondamentale perché Isabella possa metterle a parte del suo ricordo, al contempo affascinante e doloroso, della guerra appena conclusa. Si tratta di un ricordo confidenziale e intimo in cui giocano un ruolo centrale la musica e il suono del clarinetto, di cui il libro non manca di dare un gustoso assaggio nella versione audio di cui è corredato.

Il volume de Il segreto di Isabella è arricchito infatti dal relativo audiolibro, scaricabile dal sito dell’editore Curci grazie a un codice stampato sul retro di copertina. Questa aggiunta, oltre a favorire l’incontro del lettore con uno strumento poco comune come il clarinetto, rende il testo più fruibile anche in caso di disabilità visiva o disturbi specifici dell’apprendimento.

Il pupazzo di neve

È uno dei silent book più conosciuti e longevi, Il pupazzo di neve: un libro firmato da Raymond Briggs che ha attraversato più di quattro decenni e che viene ora riproposto in una bella e ampia versione da Rizzoli.

Protagonisti sono un bambino e il pupazzo di neve da lui costruito con cura e attenzione. Opportunamente dotato di occhi e bottoni di carbone, naso di mandarino, nonché di sciarpa e cappello autentici, il pupazzo fa bella mostra di sé nel bel mezzo del cortile. Il bambino ci gioca tutto il giorno ma quando scende la sera non può che osservarlo nostalgico da dietro la finestra di casa e continuare a pensarci anche sotto le coperte. Quando però il desiderio di riaverlo accanto e condividervi momenti gioiosi si fa troppo forte il bambino sgattaiola di soppiatto fuori dall’uscio e porta il pupazzo dentro casa.  Nel silenzio e nel segreto della notte, i due si divertono a giocare con gli interruttori, la colla e la carta, a correre sullo skateboard, a imbandire una tavola di delizie e fingere di guidare un’auto: tutte cose sconosciute per il buffo omino di neve e che in questa nuova e proibita scoperta acquistano interesse anche per il bambino. Tra un gioco e l’altro, bambino e pupazzo non mancano di rinfrescarsi davanti al frigo o al freezer, con gesti che richiamano in un ludico rovesciamento la convivialità e l’intimità tipica del focolare. Ma il rovesciamento prosegue poi nei ruoli: da guida e padrone di casa, il bambino diventa passeggero e compagno, in un viaggio condotto dal pupazzo  sopra la città e la campagna imbiancate. Il loro è dunque uno scambio di segreti, conoscenze e gesti affettuosi e che si protrae fino al sorgere del sole, quando il bambino deve rientrare nel suo letto prima che la famiglia e la città si svegliano. Gli resta qualche ora di sonno prima di alzarsi e correre di nuovo dal suo amico, di cui non resta però che qualche traccia, proprio come accade per i sogni.

Delicatissimo nei temi toccati come nel tratto, che il pastello rende un po’ indefinito e come tale perfetto per un racconto sospeso tra dimensione reale e dimensione onirica, Il pupazzo di neve procede per sole immagini racchiuse all’interno di vignette, in una sorta di fumetto privo di parole e di baloons. Così composto, il libro riesce a fotografare in maniera dettagliata singoli passaggi narrativi, rendendo chiarissimo al lettore, nonostante l’assenza totale di testo,  come si sviluppi la storia. In questo senso, Il pupazzo di neve si presta bene a una lettura – individuale o condivisa con l’adulto (meno, probabilmente, in gruppo) – che risulti fruibile anche da parte di bambini che fatichino un po’ di più a compiere inferenze e dedurre da sé ciò che testo e immagini non rivelano esplicitamente.

Che bambino fortunato!

Parlare di fortuna in relazione alla disabilità può portare qualunque discorso, letterario e non, su di un terreno molto molto sdrucciolevole. Il rischio di scivolare dentro una vuota idealizzazione o di inciampare sul politically correct è infatti elevato. Quel rischio, l’albo illustrato Che bambino fortunato! se lo accolla con coraggio, camminando pagina dopo pagina lungo un crinale impervio su cui però mantiene sempre un certo equilibrio.

Come ci riesce? Probabilmente mettendo in scena dei personaggi credibili e una quotidianità concreta che permette a un cambio di prospettiva di fare capolino tenendo però i piedi ben piantati a terra. Protagonista e voce narrante del libro di Lawrence Schimel e Juan Camillo Mayorga è un bambino vivace che ama i soldatini, le storie e gli animali.  Queste passioni le condivide in parte con il suo amico Carlo, con cui conduce per interi pomeriggi battaglie da salotto ed esplorazioni preistoriche, e in parte con il fratello Davide, non vedente, con cui si immerge in appassionanti letture serali e da cui si lascia conquistare a suon di invenzioni fantastiche. Ma i rapporti si nutrono di differenze oltre che di somiglianze e così, nel suo racconto, il bambino sottolinea non solo ciò che lo avvicina anche ciò che lo distingue da Carlo – che per esempio ha un’iguana, può lasciare i soldatini in giro per casa, è figlio unico e deve rifarsi il letto ogni mattina – e da Davide – che non prende parte alle battaglie ma che ha potuto avere una cane tutto suo senza nemmeno chiederlo, dispone di una memoria eccezionale e può leggere anche quando la luce viene spenta. Nella vita di Davide, così come in quella di Carlo e in quella del protagonista, insomma, la fortuna non manca: semplicemente assume forme differenti che in fondo consentono a quel titolo spiazzante – Che bambino fortunato! – di potersi attagliare ugualmente a ciascuno di loro.

Nel caso di Davide, in particolare, la fortuna non ha a che fare in senso lato con la sua disabilità: non è la cecità in sé, cioè, ad essere una fortuna ma il fatto che, in parte a causa o in virtù di essa, il bambino abbia sviluppato qualità (come la memoria) e disponga di possibilità (come il possesso di un animale domestico) che il protagonista invidia. Il senso di questa fortuna non sta dunque in astruse e pseudoliriche interpretazioni della disabilità (non infrequenti anche nei libri per l’infanzia) che vogliono mostrarla a tutti i costi come un dono o addirittura come un superpotere, ma nell’apprezzamento di quanto di buono e di bello essa rechi con sé. La forza di Che bambino fortunato! sta proprio in questo: nel cogliere un bicchiere mezzo pieno a misura di bambino, un bicchiere fatto di cose concretissime come una lettura prolungata e proibita sotto le coperte o una memoria portentosa, funzionale al bisogno di muoversi in sicurezza e autonomia per casa o per strada.

Peraltro, pur acquisendo uno spazio centrale all’interno della storia, la disabilità di Davide non viene mai esplicitata a parole ma viene pian piano svelata e resa evidente dal contesto e dalle illustrazioni, queste ultime particolarmente gustose e fresche, nel loro tratto dinamico che ricorda un po’ Serge Bloch. Quegli occhi che Mayorga disegna sempre chiusi e che inizialmente potrebbero parere segno di immersione nella musica o assaporamento di una bevanda fresca, divengono cioè segno di una differenza fisica solo dopo un po’, quando gli indizi disseminati qua e là iniziano ad accumularsi e la personalità di Davide ha avuto modo di farsi apprezzare dal lettore senza pregiudizi. Davvero efficace, in questo senso, è la sinergia narrativa che si instaura tra testo e immagini che dialogano senza risultare mai le une una mera ripetizione dell’altro (e viceversa) e senza lasciare che l’intento didascalico prenda il sopravvento sul desiderio di raccontare una bella storia di amicizia e fratellanza.

Ad arricchire il volume, già di per sé interessante, la presenza tra le pagine di un brevissimo testo in Braille che offre al lettore l’occasione di scoprire e sperimentare questa scrittura.

La tredicesima fata

Che alla Bella Addormentata sia toccato un sortilegio soporifero bello lungo, causato da una strega cattiva, è storia nota. Meno noto, invece, è il dietro le quinte di quel gesto dalle conseguenze eclatanti. Chi è davvero la strega che lo ha compiuto? E perché lo avrebbe fatto? Ecco, La tredicesima fata di Kaye Umansky nasce da questi interrogativi bislacchi a cui risponde con un racconto a dir poco irriverente.

Protagonista è Grimbleshanks, una fata fuori dal comune che agli abiti pizzi e merletti, alle festicciole fru fru e alle tazze di tè tra i pettegolezzi, preferisce un look total black, la compagnia di un corvo e una quotidianità più spartana. Per questo le altre dodici fate del regno tendono a isolarla e a parlarle alle spalle, senza perdere occasione di punzecchiarla e farla ingelosire. Proprio come quella volta in cui le fanno sapere di non essere stata invitata al battesimo della principessina, a causa dei suoi modi rudi e poco eleganti. La rabbia di Grimbleshanks è tanta che la fata si reca a palazzo intenzionata mettere in atto una vendetta spettacolare ma innocua. Qualcosa però va storto, un qui pro quo prende la scena e trasforma la piccola rivincita in un grande, grandissimo malinteso della durata di 100 anni!

Ironico, sfacciato e per nulla politically correct, La tredicesima fata va perfettamente incontro alle ritrosie di bambini poco avvezzi alla lettura. Il racconto si legge infatti con gusto e si esaurisce in un tempo ragionevole. Inoltre, la stampa ad alta leggibilità – con font biancoenero, spaziatura maggiore, sbandieratura a destra, illustrazioni frequenti e carta color crema – contribuisce a rendere le condizioni di lettura più amichevoli e meno ostiche per tutti, soprattutto per chi si confronta con le difficoltò imposta della dislessia.

Cole Tiger e l’esercito fantasma

Da quando la famiglia di Cole Tiger si è trasferita a Everseen, lui ed Aquima sono diventati grandi amici. Molto diversi nell’aspetto – carnagione chiara e vistosi capelli rossi lui, carnagione scura ed evidenti lineamenti indiani lei –  i due condividono una certa solitudine legata al pregiudizio e alla diffidenza che la cittadina riserva a chi viene percepito come diverso. Lo stesso trattamento – scopriranno – ha toccato due ragazzi come loro di nome Aylen e Samuel, vissuti molti anni prima. Le loro storie non sono solo simili bensì destinate a intrecciarsi strettamente. Vittime di una maledizione, Aylen e Samuel necessitano, infatti, dell’aiuto dei due ragazzi per romperla e liberarsene per sempre. Questo, però, non si scopre che alla fine. In mezzo è tutto un tumulto di misteri, inseguimenti, tracce e rivelazioni che coinvolgono non solo i famigliari (anche quelli più insospettabili!) di Cole Tiger e Aquima ma anche personaggi straordinari dai caratteri sovrannaturali. La vicenda accelera quindi progressivamente il ritmo fino a culminare in uno scontro accesissimo, in cui le vere qualità di ciascun personaggio non mancano di venire a galla.

Il racconto scritto da Federica D’ascani è avvincente e coinvolgente. L’intreccio tra presente e passato, in particolare, richiede un po’ di abitudine a destreggiarsi all’interno di narrazioni complesse, ma offre al lettore una sfida di lettura intrigante. A rendere quest’ultima più fruibile anche a bambini con dislessia, interviene la consueta attenzione di Sinnos a proporre caratteristiche di stampa ad alta leggibilità, quali la font specifica leggimi, l’uso accorto di colori, grassetti e maiuscolo, la spaziatura maggiore, la carta color crema e la sbandieratura a destra.

Filippo Maria il terribile

Giuseppe Caliceti è maestro elementare di lunghissima esperienza e le centinaia di bambini che ha incontrato nel suo percorso professionale si sentono davvero tutte tra le pagine del libro Filippo Maria, il terribile, scritto per l’editore Raffaello. Protagonista del volume, come indicato anche dal titolo, è un bambino vivace di nome Filippo Maria, intorno al quale ruotano le situazioni scolastiche quotidiane narrate dall’autore. Ma protagonisti insieme a lui sono anche il maestro, figura seria ma capace di parlare al cuore dei suoi alunni, e l’intero gruppo classe: una collezione ben assortita di indoli e storie che rende ogni giorno tra i banchi una sorpresa.

Il libro si compone di 33 brevissimi capitoli, ciascuno dedicato a un episodio significativo della vita in classe. Vi rientrano bugie e piccoli scherzi, litigi e punizioni, invenzioni e giochi, compiti e rapporti tra pari: occasioni in cui facilmente il lettore potrà riconoscersi e in cui spesso l’autore rivela la sua indole pedagogica. Stampato ad alta leggibilità, il libro non prevede solo un font specifico per dislessia, una spaziatura maggiore e una sbandieratura a destra ma si premura anche di evidenziare le parole più complesse con un colore che ne identifica la funzione nel testo e di esplicitarne il significato con un glossario posto a lato della pagina: caratteristica, questa, che agevola senz’altro la lettura anche tra i lettori meno forti pur ricordando forse un po’ troppo l’impianto caratteristico dei libri scolastici.

Gli acchiappacattivi

Un gatto dall’inventiva fuori dal comune e un topo specialista dei lavori a maglia: già così ce ne se sarebbe a sufficienza per tuffarsi senza esitazioni tra le pagine a colori di Rasmus Bregnhoi. Ma non è tutto, perché a confermare il lato originale e stuzzicante de Gli acchiappacattivi, concorrono anche un racconto gustoso, delle illustrazioni che brulicano di dettagli sfiziosi e un’impaginazione amichevole che rende molto ben bilanciato il rapporto tra testo e immagini.

Ma andiamo con ordine. Gli acchiappacattivi sono Mus e Mis, rispettivamente un topo e un gatto. Le loro strade si incontrano in un vicoletto, quando Mus sta per finire tra le grinfie del perfido gatto Kat e Mis lo salva mettendo in azione la sua scacciacani: invenzione evidentemente funzionale anche per scacciare i gatti. Tra i due nasce un’amicizia sincera, alimentata dal desiderio di costruire un rifugio comune che possa ospitare nuove mirabolanti invenzioni. E così, a bordo di un ingegnoso sidecar, Mus e Mis iniziano la loro avventura insieme che li porterà a realizzare una casa strabiliante in  cui costruire la mirabolante macchina Acchiappacattivi. Inutile dire che a testarla sarà, suo malgrado, proprio il perfido Kat, sancendo definitivamente il soldalizio tra gatto e topo in nome dei bulloni e dei cappelli fatti a maglia.

Ironico e accattivante (mai aggettivo fu più azzeccato!), Gli acchiappacattivi celebra il valore dell’amicizia in tutte le sue forme, soprattutto quelle più inattese e strampalate. Contraddistinto da un formato snello, da illustrazioni frequenti e da caratteristiche tipografiche di alta leggibilità, il lavoro di Rasmus Bregnhoi si presta benissimo a una lettura senza fretta, in cui gustarsi particolari divertenti disseminati qua e là, lasciarsi ispirare dalle invenzioni al centro del racconto (e dal bellissimo rifugio che Mus e Mis si costruiscono) e sentirsi supportati da una narrazione che fa dell’incontro tra parole (sia in maiuscolo che in minuscolo) e figure un’ancora preziosa anche per bambini che sperimentano maggiori difficoltà nella decodifica del testo scritto.

Ruggiti

Ci sono un leone, una bambina e un meccanico: non è l’inizio di una barzelletta ma il cuore di Ruggiti, un’avventura straordinaria scritta da Daniela Carucci e targata Sinnos. Il leone, in particolare, si chiama Leo e fa compagnia al meccanico Mario da quando la sua proprietaria – donna cannone di un famoso circo – si è trasferita oltreoceano senza poter portare l’animale con sé. Malgrado l’apparenza Leo non è pericoloso e infatti fa presto amicizia con la piccola Mia, compagna di giochi e abituale visitatrice dell’officina di Mario. Un giorno però dei loschi tizi di blu vestiti e denominati, per l’appunto, I Blu, portano via con la forza il povero Leo, innescando una girandola di eventi ad alto tasso di coraggio e divertimento.

Ispirato a una storia vera (!), ripescata dalle memorie d’infanzia dell’autrice, Ruggiti trascina il lettore in un inseguimento a rotta di colla, tra le grinfie di malviventi senza scrupoli, in sella a un’ape con le ali e nel folto di un bosco, il tutto senza scordare di trovare il lato buffo di ogni situazione e aggiungere un sorriso a ogni capitolo.

Complici anche le illustrazioni frizzanti di Giulia Tonelli e la stampa ad alta leggibilità che rende la lettura meno ostica, il libro si presta a far vivere più di un’emozione anche a bambini poco propensi alla lettura.

La tana nell’albero

Il 2019 è ufficialmente l’anno dei leoni addomesticati ad alta leggibilità! Dopo Ruggiti di Daniele Carucci, edito da Sinnos, esce ora per Biancoenero La tana nell’albero: un racconto lungo firmato da Cary Fagan che ci trasporta dritti dritti nella Toronto di inizio novecento. Qui un circo in trasferta perde due vagoni del treno su cui si sta muovendo: su uno di essi viaggiano un domatore e il suo affezionato leone Sunny. Scaraventati giù dal mezzo, i due si perdono di vista e l’attempato Sunny si rifugia in un albero cavo nel bel mezzo di High Park. Ma come può sopravvivere tra passeggiate ombrose e divertimenti per famiglie una creatura del suo genere? Per un po’ il leone si arrabatta cacciando di nascosto quel che può ma pavoni e visitatori a quattro zampe non sono sufficienti per la sua dieta. Come se non bastasse, le irrisolte sparizioni di animali nel parco e le misteriose apparizioni di creature mostruose che ad esse si accompagnano mettono sull’attenti polizia e opinione pubblica. Sarà allora provvidenziale l’incontro di Sunny con Sadie, la figlia del pasticcere Menke, noto in città per le sue prelibate crostate. Tra i due si instaura un rapporto di fiducia, solidamente basato su uno scambio di scarti di macelleria e coccole. Ma trovare abbastanza carne da saziare un leone non è semplice, soprattutto se in famiglia i soldi non scorrono a fiumi. Così, Sadie si convince a confidare il suo segreto felino a Theo Junior, un vicino di casa dell’alta società, dagli abiti buffi e i modi ossequiosi. La loro è un’amicizia nata per necessità, cresciuta con naturalezza e messa alla prova da un repentino precipitare dei fatti. Una soffiata costringe infatti i due ragazzini a trovare in fretta e furia una soluzione per Sunny che costringerà tutti quanti a fare i conti con ciò che è giusto e ciò che è sbagliato ma anche con la perdita che può diventare conquista. Di libertà, per esempio.

Scorrevole, avvincente e ricco di questioni importanti, mai tuttavia sbandierate o men che meno sezionate con intenti didascalici, La tana nell’albero è un racconto che accarezza e scuote, proprio come avrebbe fatto il vecchio Sunny. Stampato come di consueto con caratteristiche di alta leggibilità, agevola inoltre la lettura anche a ragazzi con difficoltà legate alla dislessia.

Non parlo più!

Aurora è una bambina timida e piuttosto solitaria: non ama granché i giochi che fanno le sue compagne e fatica a trovare con loro una possibilità di interazione. Un giorno, messa in imbarazzo davanti alla classe intera a causa di un brutto tiro giocatole da un compagno, Aurora si chiude in sé stessa, rinunciando totalmente a esprimersi a parole, al di fuori dell’ambito familiare. Sarà una maestra paziente e sensibile, con la sua disponibilità ad accogliere i tempi e i modi della bambina, ad aiutarla a sconfiggere quella che lei chiama la timistrezza: un mix di timidezza e tristezza difficilissimo da scacciare. Ma sarà anche l’aiuto di Chiara, nuova compagna di classe, a giocare un ruolo decisivo nel percorso di superamento delle proprie difficoltà da parte di Aurora, delineando così con forza, l’idea che empatia e condivisione tra pari possono fare la differenza nel far sentire ogni bambino accolto e rispettato.

Quella scritta da Sabrina Mengoni è una storia che nasce da un’esperienza reale e che non nasconde un esplicito intento pedagogico: quello di dare voce ai bambini colpiti da mutismo selettivo, mettendo in evidenza le difficoltà e le emozioni che questo tipo di evento porta frequentemente con sé.

Il libro, pubblicato da Eli La Spiga, presenta alcune caratteristiche di alta leggibilità quali il ricorso al font leggimi, la maggiore spaziatura e la sbandieratura a destra del testo che ne rendono più agevole la lettura anche in caso di dislessia. La carta scelta, dal canto suo, si presenta lucida (quindi con qualche criticità legata al riflesso) ma color crema.

La collana L’albero delle storie di cui Non parlo più! fa parte comprende alcuni altri titoli ad alta leggibilità, reperibili qui: https://www.alberodeilibri.com/catalogo/?filter_leggibilita=carattere-ad-alta-leggibilita&query_type_leggibilita=or.

La mia casa è uno zoo

Che La mia casa è uno zoo sia un libro insolito lo si intuisce dalla copertina: non solo per via del fatto che vi spiccano un leone con occhiali a stella e una banda musicale a penne e zampe, ma anche perché i crediti vengono riportati al contrario rispetto alla consuetudine. Pieter Gaudesaboos, illustratore, figura come autore principale, mentre si specifica che il testo è di Sylvia Vanden Heede. Il perché di questa scelta diviene chiaro una volta aperto il volume: il racconto che segue la giornata di Carlotta, una bambina frizzante che vive proprio al centro dello zoo, passa in qualche modo in secondo piano rispetto alle figure caleidoscopiche dell’artista olandese, autentico catalizzatore di attenzione sulla pagina.

Ogni illustrazione vede interagire, così come in effetti confermato e dettagliato dal racconto a parole, la piccola Carlotta e alcuni abitanti dello zoo, all’interno di istantanee strabordanti di dettagli narrativi stuzzicanti tra i quali letteralmente perdersi. L’invito ad aggirarsi con occhio stupito e spalancato tra particolari curiosi e suggestivi, viene poi rafforzato dalle domande intriganti – 3 per ogni pagina – che trasformano la lettura in un vero e proprio gioco. Così il racconto dell’originale giornata di Carlotta tra colazioni insieme alla giraffa, pittura nell’atelier dei pinguini, gelati di messer Orso e letture serali con la più variegata compagnia – diventa lo spunto per un cerca-trova raffinatissimo che prende spesso le mosse da indovinelli misteriosi.

Il libro non si limita infatti a sfidare a trovare un certo oggetto o personaggio, ma lascia al lettore il gusto di intuire che cosa vada cercato. Quesiti come Chi è il più vanitoso?, per esempio, o Qualcuno ha paura che possa piovere oggi… invitano, infatti, ad affinare l’ingegno, facendo ipotesi tutte da verificare al confronto con la pagina illustrata.

Il risultato è un libro in cui immergersi a lungo, nel quale la lettura è sostenuta non solo da una stampa del racconto ad alta leggibilità ma anche da una dinamica ludica sfiziosa e capace di valorizzare al meglio la ricchezza narrativa sottesa alle tavole.

Solo una storia e poi a letto!

Mettetevi comodi e datevi un contegno: la lettura, in solitaria o condivisa, di Solo una storia e poi a letto! richiede infatti grande aplomb e rodato autocontrollo. Perché il libro scritto da Marion Gandon e illustrato da Laurent Simon non è solo piacevole o divertente, ma fa proprio ridere. Ridere a crepapelle.

Protagoniste sono quattro bambine scatenate, presumibilmente cugine, che mettono alle strette la malcapitata adulta, tale Marianna, che della loro messa a letto è incaricata. Di fronte alle loro insistenti richieste di ascoltare una storia, Marianna cede una, due, tre volte, dando forma a tre mini-storie gustosissime, prima di crollare addormentata prima delle piccole (quanto realismo in questo dettaglio!).

E proprio le piccole – la bionda Flavia, la mora Noemi, la rossa Carlotta e la rosa fluo Bianca – sono al centro delle micro-storie raccontate da Marianna: un concentrato di invenzioni surreali, imprevisti e trovate comiche che vede passeggiate in bicicletta divenire improbabili carovane di animali da fattoria; pantofole rosa causare disastri al profumo di fango e forti tempeste dare avvio a pigiama party fuori dagli schemi.

A rendere il tutto ancor più irresistibile, una scrittura minimale che presenta anche i fatti più assurdi come fossero normalissimi senza lasciar spazio a se e a ma, e illustrazioni buffe e frequenti che trasformano pochi tratti in un’autentica chiamata al sorriso.  Parole e illustrazioni fanno qui un gioco di squadra efficacissimo, andando a comporre ogni pagina di una o due vignette al massimo, ciascuna accompagnata da una frase breve e incisiva, stampata ad alta leggibilità con carattere maiuscolo leggimiprima. Tutto questo supporta con grande forza e grande intelligenza la lettura autonoma, anche da parte di bambini che presentano maggiori difficoltà di decodifica, senza dover necessariamente ricorrere a una proposta sciatta o semplificata. Anzi!

Ricapitolando: se siete bambini alle prese con le prime letture autonome troverete una pista in discesa verso grandi soddisfazioni; se siete bambini desiderosi di condividere un momento di lettura spassoso troverete un motivo incontestabile per rimandare la nanna. E se siete adulti dediti alle suddette letture serali, preparatevi a destreggiarvi tra una profonda vicinanza emotiva con la stremata Marianna e l’inconfessabile desiderio di unirvi al coro di “Ancora  una, un’altra, l’ultima, l’ultimissima, ti prego…”!

Ma una bella notte

Di fronte allo straordinario albo Ma una bella notte non c’è tempo da perdere: il racconto, pur privo di parole, incalza e comincia a svelarsi fin dai risguardi. Qui incontriamo la protagonista della storia che con aria mesta saluta alcune coetanee dal sedile posteriore di un’auto in partenza. L’auto è stracolma, con persino una poltrona legata in cima, ed è seguita da un camion che lascia poco spazio agli interrogativi. Di mezzo ci deve essere un trasloco: ipotesi confermata prima ancora di arrivare alla pagina del titolo, dove ritroviamo la ragazza circondata da scatoloni, in quella che si presume essere la sua nuova casa. Da qui si parte: scuola nuova, insegnanti nuovi, compagni nuovi. Le misure sono tutte da prendere e le amicizie tutte da costruire: cosa tutt’altro che facile nonostante la buona volontà. Così, dopo qualche vano tentativo di approccio e un nostalgico accumularsi di sconforto, la ragazza inizia a rimuginare davanti all’affascinante paesaggio notturno che si staglia fuori dalla sua finestra. Quell’isola misteriosamente illuminata che dall’altro lato della baia scintilla, attira la sua attenzione e la spinge a compiere un viaggio avventuroso e sorprendente. L’isola – scoprirà infatti – è popolata da conigli luminosi, che si fanno avvicinare e coccolare, lenendo un poco la tristezza della solitudine. Uno di essi, portato a casa e poi a scuola, diventa più che un amico: grazie a lui molti compagni sdegnosi iniziano ad avvicinare la ragazza, interessandosi a lei e al suo insolito animale. Ma proprio perché di un amico si tratta, viene il momento di restituirgli la libertà: un cambiamento, questo, che nonostante la prima impressione, regalerà alla protagonista l’opportunità di scovare tra tante attenzioni superficiali un sorriso autentico e duraturo.

Menzione speciale al Bologna Ragazzi Award 2017, Ma una bella notte è un libro potente, che anche grazie allo stile particolarmente espressivo dell’autrice, si presta bene a coinvolgere (e finanche travolgere!) bambini, ragazzini e ragazzi di età anche molto diverse. Il senso di solitudine, la nostalgia degli affetti lasciati, il desiderio di poter contare su un amico vero sono infatti sentimenti trasversali che facilmente toccano quando si è piccoli così come quando si cresce. La totale assenza di parole, d’altro canto, rende il volume fruibile per un pubblico variegato e ampio anche rispetto alle diverse esigenze di lettura. La necessità di elaborare inferenze non banali richiesta dal volume non lo rende particolarmente adatto a lettori che presentino difficoltà cognitive o scarsa abitudine alla decodifica delle immagini. Grande soddisfazione può attendere invece coloro che, pur con difficoltà di decifrazione alfabetica, si muovano con agio nel mondo dei racconti per immagini, anche complessi, e che abbiano voglia di immergersi fino ai capelli in una storia densa e capace di risuonare a lungo.

Lo squalo senza denti

Chi può avere paura di uno squalo senza denti? Nessuno! Per questo gli squali bulli dell’oceano, convinti che i denti servano solo a spaventare i bambini, deridono chi non ne è provvisto come il protagonista della storia. Non si rendono tuttavia conto che ciò che appare una mancanza, un errore o un limite può rivelarsi un punto di forza. Lo squalo senza denti è infatti il paladino dei bambini che apprezzano sopra ogni cosa il suo essere innocuo e gentile. Al punto che non solo lo cercano in acqua per giocare insieme ma lo riempiono anche di doni carichi di affetto. Uno in particolare si rivela fondamentale per porre fine alle prese in giro degli squali cattivi, mettendo bene in evidenza come non porti sempre fortuna mostrare… i denti!

La storia narrata e illustrata da Albertina Neri è contraddistinta da personaggi e situazioni semplificati al massimo, il cui carattere stereotipato rende chiara la critica di fondo a qualunque atto di bullismo e l’intento di valorizzare la diversità in tutte le sue forme. Le illustrazioni solleticano una certa immediata simpatia per il protagonista, mentre il testo delinea un racconto lineare e facile da seguire. Disponibile anche in versione inbook, Lo squalo senza denti presenta simboli WLS riquadrati e dedicati ad ogni elemento della frase (compresi, per esempio, articoli, preposizioni ecc…) per una lettura accessibile anche a bambini con difficoltà comunicative non alle primissime armi con la CAA.

Un compleanno fantastrofico

Teresa vuole, fortissimamente vuole, una festa di compleanno per i suoi imminenti 9 anni. A casa sua le feste non sono però ben viste: troppo impegnative, troppo caotiche, troppo fuori moda, per la sua inconsueta famiglia. Ma Teresa quest’anno è disposta a tutto pur di avere una festa come Dio comanda e per ottenerla si chiude a chiave nella legnaia. Ottenuto con scarso entusiasmo il sì dei famigliari, per Teresa iniziano i preparativi: ha una settimana davanti per rendere tutto perfetto. Le aspettative della bambina sono infatti altissime poiché da quella festa dipende la possibilità per lei di farsi conoscere meglio e apprezzare dai suoi compagni. Considerata un po’ strana per il suo modo di vestire e per i suoi interessi, Teresa ha infatti un solo vero amico mentre viene tenuta in disparte da tutti gli altri bambini. Inaspettatamente, saranno proprio imprevisti e stramberie di famiglia, nel giorno speciale della sua festa, a rimettere le carte in gioco e dare nuove chances ad amicizie apparentemente impossibili.

Scritto con piglio vivace, con grande empatia e con il coraggio di non zuccherare in eccesso la storia narrata, Un compleanno fantastrofico è un libro piacevole e capace di mescolare sentimenti realissimi con un pizzico di eccentricità. Pubblicato all’interno della serie azzurra de Il Battello a vapore, il racconto di  Annalisa Strada presenta caratteristiche di alta leggibilità che lo rendono più facilmente fruibile anche in caso di dislessia.

 

Due pirati come noi

Se c’è una cosa che rende piuttosto discutibili molti libri per bambini che affrontano il tema della disabilità è la generale bontà di sentimenti che tendono ad attribuire ai loro personaggi: una predisposizione ad accogliere il diverso senza porre domande, senza fare resistenza o senza sentirsi a disagio, che difficilmente rispecchia il vero. Perché la disabilità pone interrogativi scomodi e mette di fronte a sentimenti contrastanti che i giovani lettori hanno il diritto di ritrovare tra le pagine delle storie che offriamo loro. Anche e soprattutto per questo motivo Due pirati come noi è un racconto che non passa inosservato: perché quelle domande e quei sentimenti contrastanti che il lettore avverte, il racconto di Guido Quarzo non li cancella ma li accoglie pienamente, dando loro dignità e rappresentazione.

Protagonista del racconto è un bambino di nome Leo che in un noioso pomeriggio trascorso in solitaria si rende conto di non avere un amico che si possa davvero dire tale e di ricorrere per questo molto spesso all’immaginaria compagnia del Pirata Barban. Meglio questo – pensa Leo – piuttosto che passare il tempo con Massimiliano, il figlio di una cara amica della mamma. Massimiliano, infatti, ha la Sindrome di Down e per questo non parla bene, non sa fare i giochi ed è a dir poco appiccicoso. Così, quando si ritrova nella camera di Massimiliano, poco meno che costretto, Leo vorrebbe essere da tutt’altra parte e non nasconde al lettore i suoi pensieri ben poco lusinghieri nei confronti del compagno. Eppure, in quella camera qualcosa accade: senza la pretesa di annullare le differenze (ma quella di arrembare i pregiudizi, sì), il Pirata Barban compie forse la sua più straordinaria impresa, trasformando due bambini pressoché sconosciuti in una ciurma d’assalto che ha più di un’avventura da condividere. Guido Quarzo e Cinzia Ghigliano firmano così un racconto illustrato che è un inno alle seconde impressioni (quelle che si nascondono sotto le prime, spesso fallaci) e all’immaginazione come terreno fertilissimo di incontro e relazione.

Giorgia e Giorgio. Giro girotondo

C’è una scuola con un bel cortile, dove spicca un ulivo secolare che è teatro di bellissimi girotondi. È la scuola di Giorgia, la scimmietta creata da Cristina Obber e Silvia Vinciguerra (già protagonista insieme al fratello Giorgio dell’albo W i nonni). Nella scuola di Giorgia ci sono tanti alunni – dalle tigri ai camaleonti, dai topini alle tartarughe – e ciascuno è fatto a modo suo. Giorgia ce li presenta uno ad uno, mettendone in risalto le peculiarità. Quel che ne vien fuori è una carrellata sorridente di tipi animali che rimandano ad altrettanti tipi umani, ben riconoscibili. I tratti distintivi di ogni creatura – come avere manti sgargianti, essere piccoli di statura, l’andar lenti o veloci, per esempio – diventano chiavi per evocare ventagli di diversità che quotidianamente popolano le classi e le comunità. Qui trovano dunque posto, ritratte in maniera sottilissima, anche forme di disabilità, motoria, visiva e intellettiva per esempio, o disturbi specifici dell’apprendimento, e lo fanno in un diffuso clima di positiva accoglienza, come dimostrano le espressioni eloquenti dei personaggi.

Efficaci in questo senso, sono sia i testi essenziali sia le illustrazioni rassicuranti del libro, che ben si prestano a parlare in maniera diretta anche a bambini molto piccoli (già dai 3 anni, per esempio) e a fungere da spunto per un lavoro di classe sulle differenze e somiglianza che ci uniscono. Nella sua semplicità, di tratto e di contenuto, risulta particolarmente significativa la penultima tavola del libro, in cui i protagonisti si raccolgono in un girotondo lento che rispetta i tempi di tutti.  Qui l’illustratrice ha disseminato tanti dettagli che silenziosamente offrono spunti concreti di cosa significhino l’empatia e il valore delle diversità. Così, un fiore donato, uno scambio di dolciumi, una coda lunga che diventa corda per saltare, il tenersi chi per le zampe, chi per le ali, chi per la coda o una somiglianza inattesa tra una coda e una lingua arrotolate diventano segni tangibili di un modo di stare con gli altri che è davvero alla portata di tutti e che vale la pena coltivare.

Hank Zipzer. Il mio cane è un coniglio

Vampiri, streghe, scheletri e mummie: tutti costumi triti e ritriti per una festa di Halloween. Niente a che vedere con un costume da tavola imbandita alla maniera di un ristorante italiano: proprio quello che Hank intende indossare per la sfilata del 31 ottobre a scuola. E a nulla valgono i tentativi di dissuaderlo degli amici Frankie e Ashley: determinato, Hank porta in classe un costume decisamente originale ma soprattutto ingombrante che finisce per causargli inciampi e incastri. Per non parlare delle prese in giro, soprattutto da parte di Nick McKelty che non perde occasione per dar pessimo fiato alla bocca. E così, infuriato come di rado è stato prima, Hank si lascia ispirare dal saggio Papà Pete e costruisce una casa degli orrori da far venire la pelle d’oca a chiunque. L’obiettivo è dare una bella lezione a quel bullo di Nick. Oltre a questa soddisfazione, però, ciò che Hank guadagna dal suo spaventoso progetto è la consapevolezza che essere sé stessi può risultare davvero molto divertente e che si può essere un bambino fantastico indipendentemente da come si legge.

Con Hank Zipzer. Il mio cane è un coniglio, l’ingegnoso personaggio creato da Lin Oliver ed Henry Winkler raggiunge la sua avventura numero nove: un traguardo non da poco, soprattutto se si considera che la coppia di autori americani ha saputo mantenere lungo il tragitto una verve stilistica, una vena inventiva e una capacità di raccontare le difficoltà e le risorse dei bambini, soprattutto (ma non solo) legate alla dislessia, con apprezzabilissima levità. Anche qui, per esempio, non si nasconde l’ostico rapporto di Hank con la parola scritta, con le cose da ricordare o con l’immobilità nei momenti di stress, ma il suo amalgamarsi a una trama spassosa e coinvolgente ne restituisce l’importanza senza caricarlo di inutile (e dannosa) pesantezza.

Bill il cattivo (ora buonissimo)

Tra le pagine dei libri per bambini di cattivi ce ne sono tanti, ma solo alcuni di loro sono dei cattivi davvero cattivi, per non dire cattivissimi. Ecco, Bill è proprio uno di quelli. Temuto da grandi e piccini, Bill è un tipo che ruba la merce al fruttivendolo, fa scherzi da far accapponare la pelle e si diverte a terrorizzare i bambini requisendo a piacere i loro palloni o annodando le loro corde per saltare. Insomma, da uno come Bill è meglio tenersi alla larga, lo sanno tutti. Eppure, quando un giorno un pallone finisce per sbaglio sul suo balcone, i bambini del quartiere si fanno coraggio e vanno a recuperarlo, scoprendo così un inatteso segreto sulla vita del prepotente concittadino e trovando un modo ingegnoso per fargli assaporare il potere della gentilezza.

Nel dare vita a personaggi dalle sembianze animali che agiscono però in tutto e per tutto come gli umani, Ole Könnecke racconta una storia semplice e schietta di prepotenze che non si dimenticano e di attenzioni che invece fioriscono. Le sue figure dalle linee sottili, dalle espressioni ben riconoscibili e dai dettagli mai superflui portano sulla pagina un’atmosfera sorridente che il testo garbato e ironico conferma ed esalta a ogni passo. Bill il cattivo (ora buonissimo) solletica così il lettore con una grazia inconfondibile, che è peraltro cifra innegabile dell’autore tedesco.

A rendere ancor più ghiotta questa novità firmata Beisler, c’è poi il suo inserimento all’interno della collana leggo già (di cui già fanno parte, per esempio le irresistibili avventure di Lester e bob) che presenta caratteristiche di alta leggibilità quali font Testme maiuscolo (particolarmente adatto alla prime letture autonome), spaziatura maggiore, sbandieratura a destra e carta opaca. Decisamente apprezzabile, inoltre, soprattutto nell’ottica di sostenere bambini poco esperti o con maggiori difficoltà di lettura, la scelta dell’editore di distribuire gli a capo mantenendo sempre sulla stessa riga le unità minime di senso.

Io sto con Vanessa

Vanessa si è da poco trasferita in città (ce lo anticipa di soppiatto la pagina del titolo) e questo significa, per lei, iniziare a frequentare la scuola in una classe nuova. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi, soprattutto per un tipo come Vanessa che – forse perché timida, forse perché in difficoltà con la lingua, chissà? – affronta il primo giorno in solitudine, senza il coraggio di farsi notare dall’insegnante e dagli altri bambini. L’unico che sembra fare caso a lei, ahimè, è un bulletto dai capelli biondi e impomatati che le si avvicina all’uscita di scuola e la prende di mira con gesti e parole poco carini. La reazione triste e spaventata di Vanessa non sfugge però a una compagna attenta che si dispiace sinceramente per l’accaduto e per l’impressione di non poter far nulla a riguardo. Fino a quando non si rende conto che qualcosa in realtà può farlo e che quel qualcosa può davvero fare la differenza. Così il giorno seguente la bambina compie un gesto tanto semplice quanto potente, capace di contagiare all’istante i suoi amici e di rendere inoffensiva la prepotenza. Perché è verissimo che la gentilezza può fare la rivoluzione (cosa che forse si poteva evitare di sottolineare nel sottotitolo e nei consigli pratici che chiudono il libro, per preservarne un po’ di più la magia già di per sé efficacissima) e che gesti piccolissimi possono dare frutti che nemmeno ci aspettiamo.

Garbato e profondo, questo silent book mette in scena personaggi minimali, quasi tratteggiati, che si muovono su sfondi neutri e puliti. Eppure l’attenzione che gli autori (Sébastien Cosset e Marie Pommepuy, in arte Kerascoet) riservano a dettagli come le espressioni del viso (a ben guardare, per esempio, la coraggiosa bambina del libro pare accorgersi del disagio di Vanessa fin dalla prima vignetta, e questo lo intuiamo dalla posizione delle sue pupille!), le posizioni e le distanze tra i personaggi o i gesti che essi compiono li rendono straordinariamente espressivi e decifrabili. Anche in virtù di questa valorizzazione dei particolari significativi, il racconto di Io sto con Vanessa può facilmente essere interpretato dal lettore senza che gli siano richieste inferenze complesse. Ecco allora che l’accessibilità del volume, ampiamente garantita dall’assenza di testo, viene ulteriormente rafforzata da una narrazione per immagini che pare letteralmente parlare.

Il re senza reame

Il re senza reame è il sovrano del Paese all’Incontrario e, come tale, non possiede niente di niente: non un trono, non un castello, non una prospettiva per sé e per il suo regno. Niente di niente, appunto. Un giorno incontra un gatto che, come lui, non ha nemmeno un nome e insieme si siedono a non aspettare nulla. Passano un cavaliere e una signora di ritorno dal mercato, e ai due il gatto ruba rispettivamente un paio di stivali, una moneta e un pesce, ma il re – non essendo il gatto di sua proprietà – non si fa carico delle sue ruberie. Poi però arriva un cane che del gatto vuol fare un bel paté: è allora che il re salva l’amico a quattro zampe da una brutta fine, scoprendo e mostrando come si possa dire di appartenere davvero a qualcuno quando si è uniti da una profonda e sincera conoscenza. Forti di questo nuovo legame, il re e il gatto si avviano insieme verso un luogo in cui essere qualcuno che non ha niente di niente assume un significato tutto nuovo.  E in cui basta la presenza di un amico a trasformare un nonnulla in una cosa più che preziosa.

Quella de Il re senza reame è una storia senza tempo, in cui riecheggiano fiabe note e in cui si intrecciano passato e presente. A rendere possibile questa magia è il dialogo profondo tra le parole di Alex Cousseau e le illustrazioni di Charles Dutrertre: coppia d’oro dell’editoria francese che ci aveva deliziati, sempre per i tipi di Sinnos, con la serie di piccole avventure quotidiane di Lucilla Scintilla. Ne Il re senza reame lo stile è diverso, decisamente più votato al fantastico, ma parimenti capace di incantare chi legge. La parole sono misurate e sonanti, proprio come ci si aspetta da una fiaba degna di questo nome, mentre le illustrazioni hanno un che di surreale, mescolando con garbo e ipnotico fascino tocchi orientali, vezzi decorativi, e dettagli moderni. Il risultato è un tripudio di figure – tutte giocate sulla combinazione di giallo, rosso, verde e blu, su sfondo bianco – che conducono lontano l’immaginazione del lettore, moltiplicando le possibilità di scoperta e invenzione. Il tutto senza rinunciare a una certa fruibilità della lettura, resa possibile non solo da un testo contraddistinto dal ritmo piano ed essenziale proprio dei racconti tradizionali, ma anche dalle caratteristiche di stampa ad alta leggibilità, ben consolidate in casa Sinnos, di cui l’albo fa vanto.

Il mistero del London Eye – audiolibro

In questo libro ci sono: una città multiculturale e caotica, un ragazzino scomparso in un pomeriggio come tanti, una famiglia allargata che a tratti alterni si frammenta e si rinsalda e una ruota panoramica che sembra inghiottire la gente. E poi c’è Ted, il giovane protagonista, che mette insieme tutti questi elementi, trovando una soluzione al Mistero del London Eye. È un giallo ben congegnato, insomma, quello messo a punto da Siobhan Dowd, ma è anche un racconto straordinario che sa di vita quotidiana, di adolescenza e di affetti.

Con uno stile ironico e spigliato e una tecnica narrativa appassionante e sapiente, l’autrice del bel libro già vincitore del prestigioso Premio Andersen nel 2012 (miglior libro oltre i 12 anni) racconta infatti come Ted, grazie al suo modo strambo di ragionare, riesca a capire come il cugino Salim sia potuto salire sul London Eye senza apparentemente ridiscendervi e a ritrovarlo prima che possa fare la peggiore delle fini.

Affetto da Sindrome di Asperger, il protagonista ha difficoltà a interpretare tutte quelle espressioni – linguistiche o corporee – non univoche ma manifesta uno spiccato e non comune senso deduttivo. Il suo fiuto tutto basato sull’oggettività delle cose si mescola, dunque, a un’insormontabile difficoltà relazionale, a un’insolita passione per la meteorologia e a una curiosa incapacità a dire le bugie: quel che ne esce è un ritratto pertinente e intrigante della realtà Asperger, ben calata nelle dinamiche famigliari e nei contesti sociali che vi echeggiano intorno. La strada aperta ormai qualche anno fa dall’originale Strano caso del cane ucciso a mezzanotte trova qui, dunque, nuova polpa, grazie a un libro che sa fare magistralmente dell’ironia e dell’intrigo narrativo la chiave per sbucciare temi spinosi come la disabilità e la differenza.

Portato in Italia da Uovonero nella sua versione cartacea, il romanzo di Siobhan Dowd è ora reso disponibile in versione audiolibro da Emons, con la coinvolgente voce di Pietro Sermonti (che ne ha anche realizzato un buffo trailer in dialetto romanesco, alla maniera di Stanis La Rochelle della serie Boris): una coedizione, questa, particolarmente gradita poiché allarga le possibilità di fruizione di una delle storie più apprezzate dai ragazzi negli ultimi anni.

La voce del branco

La scrittura di Gaia Guasti ha, su tutte, due caratteristiche che la rendono notevole: è incisiva come poche e sa scavare nell’animo degli adolescenti con una minuzia chirurgica. Forte di questi due tratti, il suo ultimo romanzo La voce del branco trascina letteralmente il lettore tra le pieghe più profonde dell’animo di Mila, Ludo e Tristan, tre ragazzi che dall’oggi al domani si trovano a fare i conti con una misteriosa metamorfosi e con l’ineludibile richiamo di una natura selvaggia tutt’altro che umana.

Amici fin dalla primissima infanzia ma progressivamente allontanatisi con la scelta di scuole superiori diverse, i tre si ritrovano ogni anno lo stesso giorno – il 15 novembre – nello stesso posto – la sorgente ai piedi del Picco delle anime – per festeggiare i loro compleanni. È una sorta di rito segreto il loro, un momento a cui nonostante le differenze sempre più marcate tra le loro vite non riescono a rinunciare. È sempre stato così ma qualcosa di inatteso, un 15 novembre diverso dagli altri, accade: i tre ragazzi, appena riunitisi, vengono  infatti attaccati da un branco di lupi. Non è un attacco mortale e non è un attacco casuale, quello che li coinvolge: dal momento in cui vengono morsi, Mila, Tristan e Ludo avvertono un cambiamento progressivo, apparentemente inspiegabile e senza dubbio spaventoso, che mescola la loro identità umana a quella di lupi. In maniera sempre più insistentemente, la loro nuova natura ferina si fa spazio e li chiama a gran voce, imponendo loro di abbracciare una vita via via più selvaggia e di imparare a misurarsi con istinti e bisogni mai sentiti prima. Perché questo, in fin dei conti, esige il destino da licantropi che il morso dei lupi ha disegnato per loro: mettere “a tacere la mia coscienza umana per scoprire un altro corpo, un altro passo, un altro sguardo sul mondo?”, come spiega bene Mila verso la metà del racconto.

E il lettore che fa? Travolto da una narrazione incalzante, segue i tre ragazzi nelle loro successive trasformazioni, nella paura di essere scoperti da familiari e amici, nella caccia spietata che una sinistra lupa rossa dà loro e nel tentativo di fare luce sulle inquietanti morti che hanno accompagnato la metamorfosi. Lo fa col fiato corto e il cuore in gola perché il ritmo che l’autrice riesce a imprimere alla narrazione aderisce come una seconda pelle ai sussulti emotivi e ai minimi cambiamenti che i ragazzi percepiscono nel loro essere, rendendoli tangibili all’immaginazione di chi scorre le pagine. È così che la metamorfosi si svela poco a poco, tra aspetti oscuri e verità che man mano prendono forma, proprio come accade ai protagonisti del romanzo. Nel cuore delle avventure e delle prove che Mila, Tristan e Ludo si trovano ad affrontare, si va delineando in maniera sempre più netta e distinta la forza protettiva, rassicurante e persino curativa dell’amicizia, chiarissima forse solo a chi – come i bambini e gli animali – sperimenta senza alcuna remora una vicinanza – fisica ed e motiva – quasi istintiva, con l’altro. In un crescendo di tensione ed emozione, il romanzo si chiude con una fuga nel bosco dei tre protagonisti che alimenta come un mantice la curiosità del lettore verso il seguito della saga (in uscita a novembre): un ingrediente da non sottovalutare, questo, che insieme alla scelta di Camelozampa di impiegare caratteristiche di stampa ad alta leggibilità, può fare la differenza nell’ardua sfida di solleticare anche lettori meno propensi a frequentare i libri o con maggiori difficoltà ad affrontare la lettura.

 

Un riccio per amico

C’è una tenerezza diffusa e contagiosa, tra le pagine dell’albo Un riccio per amico: una tenerezza che si esprime attraverso uno storia che celebra il valore della gentilezza, attraverso le parole di un protagonista tenace e generoso, e attraverso le illustrazioni delicate che quella storia e quelle parole completano con grazia. Alice Campanini – autrice e illustratrice del libro – confeziona cioè un racconto che profuma di bosco e di amicizia e che fa dello sguardo premuroso e positivo su chi e su ciò che ci circonda, un approccio alla vita capace di ripagare sempre chi lo adotta.

Quello sguardo premuroso e positivo il lettore lo riconosce fin da subito nel riccio Filippo che un giorno, durante una passeggiata autunnale,  incontra per caso un suo simile nel bosco. È un suo simile un po’ particolare a dire il  vero, stranamente silenzioso e immobile, e questo fa pensare a Filippo che lo sconosciuto possa essere triste e desideroso di un amico. Convintosi di ciò, Filippo si prodiga in ogni modo per procurare al riccio appena incontrato ciò che potrebbe rallegrarlo – un po’ di compagnia, un delizioso fungo da rosicchiare, un riparo per la pioggia, una buona colazione. Tutto sembra inutile ma gli sforzi di Filippo troveranno infine la meritata soddisfazione quando quel riccio così taciturno e impassibile rivelerà la sua vera natura – non del tutto simile, in effetti, a quella del protagonista – rivelando a quest’ultimo che proprio nella diversità possono celarsi doni meravigliosi.

Un riccio per amico nasce in casa Storie Cucite in una doppia versione: tradizionale e in simboli. Quest’ultima  segue in particolare il modello inbook con ricorso a simboli WLS in bianco e nero e riquadrati, testo minuscolo e simbolizzazione di tutti gli elementi della frase singolarmente presi. Il testo contraddistinto da frasi variegate – brevi e semplici ma anche articolate e composte da più di una coordinata e/o subordinata -, elementi pronominali, soggetti talvolta non esplicitati e strutture sintattiche non sempre strettamente lineari appare piacevole e ricco e risulta particolarmente apprezzabile da parte di parte di bambini con difficoltà non troppo marcate o una pratica di lettura già rodata.

Un giorno di sole e di luna

Dalia è una farfalla che, a differenza di tante sue simili, non si limita a cantare, svolazzare e succhiare il nettare dai fiori ma si pone anche delle domande sulle cose e sulle creature che la circondano, senza accontentarsi di ciò che su di esse si dice in giro. Questo la rende forse scocciante agli occhi di chi, come un moscone qualunque, preferisce vivere nell’inerzia e nell’indifferenza, ma le consente di scoprire cose che le sue compagne non vedranno forse mai e di fare incontri che le cambieranno forse l’esistenza. Come quello con la balena Ba, apparentemente così diversa ed eppure così vicina a lei, nel momento in cui entrambe abbandonano remore e pregiudizi per provare a mettersi davvero l’una nei panni dell’altra. Complice un’eclissi solare, la farfalla e la balena vivono un istante di totale contaminazione – nel senso più proprio e positivo che questa parola reca con sé – che le renderà capaci di guardare oltre le proprio pinne o ali. Perché l’empatia e l’avvicinamento curioso all’altro è proprio questo che fanno: consentirci una trasformazione che cambia profondamente il nostro sguardo e da cui difficilmente vorremmo tornare indietro.

Stampato con caratteristiche di alta leggibilità (font Easyreading, spaziatura maggiore, testo non giustificato né sillabato), il racconto illustrato Un giorno di sole e di luna offre un’occasione di lettura accessibile anche a bambini con dislessia ma non per questo banale o piatta. Tutt’altro! le illustrazioni delicatissime firmate da Antonio Boffa e il testo dall’animo metaforico di Pino Pace dialogano in maniera straordinaria sul filo della poesia, stimolando interpretazioni molteplici, sedimentazioni profonde e domande importanti che tanto hanno da dire anche a lettori ormai cresciuti.

Un lupo nella neve

Ci sono un lupo e una bambina dalla mantella vermiglia, nel libro di Matthew Cordell ma – attenzione! – la storia narrata non è affatto quella di Cappuccetto Rosso (per quanto questa echeggi senza dubbio). Qui il lupo e la bambina non sono infatti nemici ma diventano piuttosto complici in una situazione di comune difficoltà.

La protagonista dal cappuccio rosso viene presentata dall’autore all’uscita di scuola quando, sorpresa da una tormenta di neve, perde la strada di casa e si trova smarrita. La stessa sorte capita in contemporanea a un cucciolo di lupo che finisce per restare indietro rispetto al suo branco e a ritrovarsi solo in mezzo alla bufera. Superato il timore del primo incontro, i due decidono di affrontare insieme l’ignoto nel tentativo di ritrovare le rispettive famiglie, condividendo la preoccupazione, la paura e la difficoltà di procedere in una situazione ostile. Sarà proprio quella condivisione a renderli più forti di quel che paiono di fronte a ostacoli pericolosi e a riportarli sani e salvi sulla via di casa. Rintracciata mamma lupo, infatti, anche la bimba potrà godere della gioia del ricongiungimento con i suoi cari grazie all’intervento  riconoscente del branco del suo nuovo amico.

Come la più classica delle fiabe, Un lupo nella neve accompagna il lettore a esplorare i sentimenti più bui e quelli più luminosi del suo essere umano. Lo fa con una forza e una semplicità di grandissimo impatto, soprattutto se si considera che la storia procede interamente per immagini: caratteristica, questa, che rende il lavoro di Matthew Cordell ancora più interessante, perché ne consente la piena fruizione anche da parte di giovani lettori con difficoltà di lettura legate per esempio alla sordità o alla dislessia.

Il mago di Oz

Il lavoro che negli ultimi anni Erickson ha portato avanti sul fronte dell’adattamento dei classici della letteratura per l’infanzia a uso di lettori con difficoltà comunicative è importante e prezioso. Lo è soprattutto perché condotto con grande rispetto a attenzione nei confronti dei testi originali e con il coinvolgimento di molteplici figure le cui diverse professionalità sono garanzia di un prodotto finale che unisce con efficacia accessibilità e qualità estetica. Lo avevano mostrato già i primi due titoli della collana I classici con la CAAPinocchio e Il piccolo principe – e tornano ora a confermarlo i titoli più recenti come Il mago si Oz.

Felicemente illustrato da Giulia Orecchia, il libro restituisce al lettore tutta la vivacità dell’immaginario di Lyman Frank Baum con tavole in cui i colori si fanno protagonisti e i personaggi  toccano nel vivo la fantasia del lettore. Le incisive illustrazioni dell’artista milanese sono frequentissime (una ogni doppia pagina), il che concorre a rendere il libro una vera delizia per gli occhi e a fare dell’immagini un elemento chiave per l’aggancio, la comprensione e la rappresentazione della storia nella mente del lettore.

Per quanto semplificato e adattato, infatti, il racconto non è affatto banale sia per la ricchezza di eventi e personaggi coinvolti, sia per la lunghezza e il corpo del testo. Dal punto di vista narrativo vengono mantenuti infatti tutti gli episodi principali del romanzo – dall’incontro con il Boscaiolo di stagno, lo Spaventapasseri e il Leone all’arrivo nel regno di Oz, dall’incontro con la strega dell’Ovest all’avventura con le Scimmie Volanti, dalle ricompense del grande Oz al ritorno a casa – mentre da quello sintattico non mancano frasi di una certa lunghezza o composte da subordinate ed elementi lessicali poco comuni. Il libro si pone dunque come proposta di lettura adatta a un pubblico con difficoltà non troppo marcate e/o con una certa dimestichezza già accumulata con la lettura in simboli.

Scelti all’interno della collezione di WLS (Widgit Literacy Symbols), questi coinvolgono tutte le parti del testo (non solo quelle lessicali, quindi) e comprendono sia l’elemento alfabetico sia l’elemento grafico all’interno del riquadro. La loro distribuzione sulla pagina, come da modello inbook, segue la punteggiatura della frase così da rendere più agevole la lettura. Allo stesso scopo va sottolineata l’iniziativa dell’editore di corredare il volume cartaceo di una registrazione audio del testo, scaricabile gratuitamente grazie a un codice inserito in prima pagina: un accorgimento tutt’altro che irrilevante nell’ottica di rendere la fruizione del racconto il più possibile ampia e adatta a esigenze differenti.

Supercarlo

Ci sono supereroi e supereroi. Supercarlo, per esempio, non è il tipo di supereroe che potremmo definire classico. Il suo costume è un po’ minimal – un paio di occhiali scuri – e i suoi superpoteri sottilissimi – olfatto, tatto, udito e gusto ultrasensibili. Eppure le sue imprese sono davvero straordinarie. Ne conosciamo qualcuna grazie al racconto di un suo amico, voce narrante della storia: quella volta in cui Supercarlo ha ritrovato la strada di casa grazie ai soli profumi della via, per esempio. O quelle altre in cui ha percepito suoni leggerissimi come le foglie cadute sul prato o il respiro del vicino assopito. L’ammirazione dell’amico per queste abilità di Supercarlo è davvero grande e sincera, e su di essa si regge l’intero racconto che assume da cima a fondo la forma di un ritratto affettuoso e ammirato. Fino all’ultima pagina che con un  semplice ribaltamento di ruoli e superpoteri restituisce a Carlo la sua normalità e al suo amico un pizzico di quotidiana straordinarietà.

Snello e dall’aspetto accattivante, Supercarlo è un racconto illustrato costruito in maniera molto efficace da Daniele Movarelli e Liuna Virardi. Pur poggiando su un’idea un po’ rischiosa e frequentemente ripresa all’interno della letteratura per ragazzi che guarda al tema della disabilità – ossia quella di riabilitare quest’ultima attraverso una certa idealizzazione di chi ne è colpito  – Supercarlo trova il modo di mantenere i piedi ben saldi a terra, concentrandosi su quella quotidianità – le avventure in città, le sfide dell’immaginazione, i pomeriggi di giochi e di storie, le merende golose – che rende ogni bambino a suo modo uguale a tutti gli altri pur nella sua unicità. Interessante e felicissima in questo senso la sinergia tra testi e immagini: la disabilità visiva di Carlo non viene mai infatti nominata ma si intuisce poco a poco grazie agli episodi narrati dall’autore e si palesa all’occhio attento del lettore grazie ad alcuni dettagli inseriti dall’illustratrice (uno su tutti il libro con illustrazioni puntinate). Il risultato è una lettura gradevole e tutt’altro che pedante, capace di raccontare il valore e l’importanza dell’amicizia come fertile incontro di ricchezze e debolezze. Sempre.

Il trenino Andrea va in montagna

Avviato ormai da alcuni anni, il progetto che mira alla diffusione degli inbook grazie al coinvolgimento di diverse case editrice continua a crescere. Bertoni è uno degli editori che più recentemente ha aderito all’iniziativa, proponendo in Comunicazione Aumentativa e Alternativa, secondo il modello proposto dal Centro Studi Inbook, due dei suoi titoli: Il trenino Andrea va in montagna e Buon appetito. Un, due tre… pappa!.

Il primo racconta la giornata speciale del trenino Andrea, trovatosi ad attraversare un’innevata montagna. Qui il protagonista fa la conoscenza di un pupazzo di neve e di uno spazzaneve che, gentilissimi, lo aiutano a prendere confidenza con la neve e il gelo. Tra i tre nasce quindi un legame, suggellato da un dono a tema davvero prezioso fatto da Andrea ai suoi nuovi amici. Il libro, nato in seno alle attività didattiche di un asilo nido e successivamente trasformato in volume con tutti i crismi grazie alla sensibilità dell’editore perugino, palesa nel testo e nelle illustrazioni la sua origine artigianale, ciononostante offre una storia piana e senz’altro capace di catturare l’attenzione dei più piccoli data l’implicazione narrativa di mezzi amatissimi come il treno e lo spazzaneve.

Il testo, dal canto suo, si presenta meno semplice e lineare di quel che ci si aspetterebbe, con frasi piuttosto lunghe e articolate, composte da diverse coordinate o subordinate: il che lo rende più adatto a una lettura ad alta voce per bambini piccoli che non a primi tentativi di lettura autonoma. La simbolizzazione, come da modello, concerne tutte le parti del testo, anche quelle non lessicali, e prevede la parte alfabetica (in stampatello minuscolo) e la parte grafica (in bianco e nero) riunite all’interno del riquadro. Le illustrazioni, infine, presentano soggetti piuttosto grandi e dai colori decisi allorché i contorni non risultano nettissimi.

Ridere come gli uomini

Fabrizio Altieri, autore e insegnante pisano, ha scritto un libro per ragazzi molto coraggioso. È un libro ambientato durante la seconda guerra mondiale e dell’orrore che questa ha recato con sé è da capo a fine pienamente intriso. Avanzando nella lettura, si piange, si ha paura e ci si chiede senza posa come sia stato possibile ciò che è accaduto, il che non è cosa da poco. Non ha avuto timore, lo scrittore, di mettere i giovani lettori di fronte alle numerose sfaccettature del dolore che hanno caratterizzato l’occupazione nazifascista, comprese quelle legate alla morte. Lo fa attraverso una storia che mescola abilmente verità storica e avventura, seguendo il tentativo di due fratelli di mettersi in salvo da un inseguimento nazista.

Uscito per fare delle commissioni insieme alla sorella Donata, Francesco trova infatti al suo ritorno i genitori impiccati dai nazisti. Francesco si rende allora conto di non essere più al sicuro e da lì inizia la fuga dei due fratelli per oltrepassare l’Arno e raggiungere la riva controllata dagli americani. Ma il viaggio a piedi è lungo e Donata, nata con la Sindrome di Down e proprio per questo perseguitata dalla SS che dà il tomento a lei e Francesco, rallenta un poco il cammino e lo rende talvolta più difficoltoso. Come quando si impunta per restare accanto ad ogni costo a Wolf, un cane lupo addestrato dalle SS e ad esse ribellatosi, che inizia a seguirli nel loro pericoloso viaggio. Sarà proprio Wolf, con il suo fiuto eccezionale e la sua profonda conoscenza del nemico, a proteggere i due protagonisti in più di un’occasione finendo per trovare in loro dei compagni affezionati e fedeli pienamente ricambiati. Quello del cane, peraltro, è uno dei punti di vista che l’autore assume per narrare la storia, creando un significativo effetto di risonanza agli eventi narrati e soprattutto ai pensieri che da essi possono scaturire.

Con una tensione narrativa mai smorzata, frutto di un periodo che davvero fu latore di pericoli e timori difficili da scacciare, Ridere come gli uomini riunisce intorno a una vicenda di fantasia numerosissimi spunti reali che, pur non essendo trattati nel dettaglio ma in qualche modo solo abbozzati in virtù di incontri più o meno fugaci, lasciano un segno nel lettore  e senz’altro concorrono a gettare in lui il seme della curiosità. Così, lungo il loro percorso Francesco e Donata incappano nelle SS, in un gruppo di anarchici generosi,  nei partigiani, nei disertori, nei fascisti di fede e in quelli per convenienza, nei contrabbandieri e negli alleati. Fanno esperienza diretta o vengono a conoscenza dei campi minati, delle rappresaglie, dei rischi corsi dai giusti come chi nascondeva gli ebrei e i perseguitati. Incontrano insomma a distanza ravvicinatissima tutto il male, anche il più irrazionale, che il conflitto mondale portò con sé, ma anche il bene che nonostante tutto trovò il mondo restare vivo. Il coraggio, la solidarietà, la pietà e la fiducia sono valori fortissimi che Francesco e Donata imparano presto a cogliere e condividere. La loro diventa così una storia singola che si fa anche storia plurale, capace inoltre di dare voce a una persecuzione poco sbandierata ma dolorosissima come quella operata dal nazismo nei confronti delle persone con disabilità.

Il bambino con le scarpe rotte

Il protagonista di questa storia di nome fa Dario ma quasi nessuno dei suoi compagni lo chiama così. Per tutti è “il bambino con le scarpe rotte”: appellativo sprezzante che ne sottolinea la condizione di indigenza e ne ferisce profondamente i sentimenti. Dario però non reagisce alle prese in giro, tende a tenere un basso profilo e a incassare i colpi senza dare grandi soddisfazioni ai suoi tormentatori. Un giorno però Bob e la sua gang si avvicinano minacciosi e fanno per togliere la sedia su cui Dario è seduto e questi, in uno scatto di rabbia, spinge via con forza il compagno facendogli battere la testa. Spaventato dalla sua stessa reazione e dal dolore causato a Bob, Dario corre via finendo per rompere il suo unico paio di scarpe. Quella che pare una disgrazia, tuttavia, apre per il bambino delle possibilità nuove: Dario scopre infatti di poter correre molto veloce, da scalzo, e proprio una gara a piedi nudi gli offrirà la chance di riappacificarsi con Bob.  “Tutto si aggiusta”, dice con dolcezza la mamma di Dario, in una chiosa che non ha certo a che vedere con le sole scarpe.

Racconto di altri tempi, capace di portare a galla una piaga tutt’altro che scomparsa come la povertà, Il bambino con le scarpe rotte si presenta come un albo ad alta leggibilità, grazie all’impiego del font Easyreading e di una serie di caratteristiche tipografiche come la maggiore spaziatura tra le parole, le lettere e le righe o la sbandieratura a destra: tratti che lo rendono particolarmente fruibile anche in caso di dislessia. Da non sottovalutare, in questo senso, anche la scelta di proporre la storia in forma di albo: la combinazione di testi snelli e immagini protagoniste a tutta pagine costituisce, infatti, un incentivo significativo alla lettura da parte di bambini della scuola elementare – cui frequentemente si propongono solo racconti con poche immagini –  anche con difficoltà legate ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

 

Ci si vede all’Obse

Non è un’estate facile quella che aspetta Annika. Non è un’estate facile né tantomeno prevedibile. Proprio quando la partenza per la casa di campagna si fa imminente, infatti, alla mamma di Annika si rompono le acque e un’inattesa corsa in ospedale si rende necessaria, tra lo spavento e la concitazione del momento. Annika ne è molto scossa e per un po’ cerca il più possibile di evitare casa sua, dove ancora il sangue della mamma lascia traccia e tutto sembra parlare di un evento che dovrebbe essere lieto e che invece è iniziato malissimo. Sono giorni  confusi, tormentati e solitari quelli che seguono la nascita del fratellino, giorni in cui la ragazzina alterna momenti in compagnia dell’affezionato nonno e momenti in compagnia di un improvvisato gruppo di amici conosciuto all’Obse, il parco dell’osservatorio astronomico di Stoccolma.

Sono amici strani – Kaja, Tubbe, Foglia, Biscotto e Finnico – amici che condividono i pomeriggi tra ozio, bravate e autentici atti vandalici in un tempo che scorre pigro e quasi sospeso. Il gioco più frequente è obbligo o verità, senza però la possibilità di scegliere la seconda opzione: perché la storia che ognuno di loro porta sulle spalle è a suo modo dolorosa e il tacito accordo su cui si regge il gruppo è che nessuno sappia nulla degli altri. Annika dal canto suo si adegua, mettendo a frutto la sua rinomata predisposizione a raccontare bugie e mostrando un lato di sé in cui lei stessa fatica a riconoscersi. Fino a quando le cose in ospedale prendono rapidamente una piega inaspettata, il gruppo trova abbastanza forza da concedere spazio a una condivisione più profonda e la verità si fa troppo pressante per essere tenuta dentro.

Disincantato e schietto, a tratti crudo e stridente, Ci si vede all’Obse offre un ritratto della preadolescenza tutt’altro che consueto. Con coraggio e autenticità fa emergere il lato più buio e doloroso dell’essere ragazzi, quando la vita ti mette davanti a situazioni difficili senza averti ancora fornito tutti gli strumenti per affrontarle. Che sia per una vita che rischia di spegnersi appena nata, una quotidianità povera, una situazione famigliare agiata ma con adulti ben poco presenti o un fatto che ti fa smettere di credere in Dio, poco importa: la sofferenza covata e irrisolta lascia strascichi evidenti e trova talvolta espressione  e sollievo in atti e vicinanze apparentemente inopportune ma forse vitali. Cilla Jackert questo lo rende molto bene, offrendo al lettore soprattutto di scuola media una lettura che scuote e anima, e forsanche turba, nel profondo. La consueta attenzione dell’editore Camelozampa a rendere la narrazione fruibile anche a giovani lettori con difficoltà legate a una disabilità o a un Disturbo Specifico dell’Apprendimento trova qui espressione non solo nell’apprezzabile stampa del volume ad alta leggibilità ma anche nella possibilità offerta di godere del racconto in formato audio mp3 (8,90 euro), audio ebook (9,90 euro) o ebook epub o mobikindle (7,90 euro)

Terribile gatto!

Che Michael Rosen sia un autore straordinario, capace di dare un ritmo inconfondibile alle storie, non c’è bisogno di dirlo. Basta leggere uno qualsiasi dei suoi racconti per far risuonare questa sua rara capacità nelle orecchie prima e nella mente poi. E non si parla solo dei suoi lavori più famosi – A caccia dell’orso in primis – ma anche quelli meno noti, come il delizioso Terribile gatto!, di recente uscito per i tipi ad alta leggibilità di Sinnos (a cui peraltro dobbiamo anche L’ultimo lupo in città).

Asciutto e diretto come una favola tradizionale, Terribile gatto! è la storia di un gatto feroce che terrorizza tutti e cinquanta i topi che con lui dividono la casa. È feroce, Terribile gatto, ma è anche furbissimo e infatti mette in piedi uno stratagemma ingegnoso per mangiare uno ad uno tutti i topi che lo circondano, senza che questi nemmeno sospettino di lui. Ogni sera il gatto, che dichiara solennemente finita la guerra con i topi, concede a ognuno di loro un pezzetto di formaggio. Distratti dal gradito omaggio e interessati ad approfittarne senza correre alcun rischio, i topi arraffano ciò che spetta loro senza preoccuparsi di ciò che accade ai compagni. Fino a quando il numero dei topi, in forte diminuzione, inizia a creare qualche sospetto, a far nascere ipotesi di colpevolezza e a stimolare una reazione compatta. Sarà proprio il principio del utuo aiuto– ben espresso da quel “Ecco che faremo questa sera: ognuno di noi dovrà essere sicuro di avere un topo davanti ma anche di averne uno dietro “ – a smascherare lo spietato impostore e a sancire la vittoria dello spirito di comunità sull’egoismo.

Tra queste pagine si rintraccia dunque con forza ma senza forzature, l’importanza dell’idea di gruppo unito e di solidarietà ma anche il monito a non lasciare che un certo fumo negli occhi, spesso lanciato in forma di gradita gentilezza, possa distogliere l’attenzione di ognuno dalle mascalzonate che dietro quel fumo si celano talvolta. Monito quanto mai attuale, verrebbe da dire, e capace di arrivare al giovanissimo lettore, alle prime esperienze di lettura autonoma con o senza difficoltà legate alla dislessia, grazie a pagine godibilissime, rese tali da una narrazione incisiva, dalle illustrazioni spiritose e perfettamente calzanti di Martina Motzo e da un’impaginazione amichevole che rispetta in pieno i criteri dell’alta leggibilità.

Orsetta Mirtilla

Se c’è una cosa che non manca a Mirtilla quella è la curiosità. Così, durante una noiosa giornata invernale, basta l’idea che un paio di occhiali della fantasia possa nascondersi in casa per spingere l’orsetta a perlustrare ogni stanza fino a perdersi tra le forme dei monti che spuntano dalla finestra e inventare, tra di essi, avventure straordinarie. Questo accade nella prima storia che compone il volume ad alta leggibilità Orsetta Mirtilla (intitolato Gli occhiali della fantasia), seguita a ruota dalla seconda (intitolata In tanti è meglio!) in cui l’intraprendenza e l’apertura al nuovo che contraddistingue l’orsetta si manifesta nel viaggio alla ricerca di amici che questa compie, sfidando paure e intemperie. Sarà una ricerca pienamente ripagata, la sua, grazie a un felice incontro capace non solo di sfatare credenze e pregiudizi a anche di costruire nuove relazioni al profumo di the e torte di mele.

Scritta in maniera lineare e pulita da Isabella Paglia, con una certa felice attenzione anche alla cura sonora del racconto, Orsetta mirtilla si fa apprezzare anche per le illustrazioni deliziose firmate da Laura Deo.

 

LA COLLANA TANDEM

Orsetta Mirtilla fa parte della collana Tandem, la cui idea di base è sfiziosa: due storie indipendenti ma comunque legate tra loro, l’una più breve, semplice, stampata in maiuscolo e composta di frasi perlopiù essenziali; l’altra più lunga, più articolata, stampata in minuscolo e composta da frasi non prive di subordinate. La lettura della prima, più agevole e a misura di principiante, crea le condizioni e gli incentivi (conoscenza dei personaggi e della situazione di partenza, voglia di scoprire cosa succede in seguito, sfida a mettersi alla prova con un testo adatto a lettori un pelo più arditi) per affrontare la seconda nonostante il livello di difficoltà maggiore. Entrambe, poi, sono stampate dall’editrice Il Castoro rispettando criteri di alta leggibilità grazie a una font specifico denominato Sassoon e a una sbandieratura a destra. Ulteriori accortezze potrebbero venire dall’uso di una carta non lucida come quella attuale e da una più ampia spaziatura.

Clown

La caccia appassionata di Camelozampa a chicche editoriali del passato da proporre (o riproporre) in Italia ci ha regalato in poco tempo libri pazzeschi e per questo non smetteremo facilmente di dire un sentito grazie all’editore di Monselice. Un grazie che si fa ancor più accorato ora che i suoi tipi hanno reso disponibile anche nel nostro paese quel capolavoro silenzioso firmato da Quentin Blake che è Clown.

Pluripremiato, anche con il Bologna Ragazzi Award nel lontano 1996, Clown è un albo senza parole ormai più che trentenne che avrebbe potuto esser creato l’altro ieri. Nelle avventure del pagliaccio pupazzo in cerca di una casa per sé e per i suoi amici gettati nell’immondizia da una risoluta donna – madre, nonna, governante o chi lo sa? –, si ritrova infatti una visione d’infanzia puntuale e una rappresentazione del mondo adulto, capace di mettere in luce, con tutte le sue ombre, l’attualissima tendenza a controllare, strattonare, mettere in mostra e sterilizzare, letteralmente e metaforicamente parlando, i bambini e il loro mondo.

Dal bidone della spazzatura in cui viene buttato insieme ad altri giocattoli, il clown di Quentin Blake esce con una caduta rocambolesca che è anche, significativamente, l’inizio di una rimessa in piedi. Da qui, dopo aver trovato le scarpe giuste – un paio di buffi scarponcini malconci – questi inizia a rincorrere e interpellare una serie di bambini nel tentativo di farsi adottare, insieme ai suoi compari di sventura. La risposta è sempre positiva ma tra chi viene trascinato via distrattamente con una sorta di guinzaglio e chi viene allontanato dal pagliaccio presumibilmente perché zozzo, la ricerca di un nuovo compagno di giochi si fa più ardua del previsto. Fino all’incontro – al volo, è il caso di dirlo – con una bambina in una situazione di disagio famigliare il quale, pur costringendola a farsi grande più in fretta del necessario, non annichilisce la sua capacità di stupirsi, godendo di piccole magie quotidiane e rendendole forse apprezzabili anche a qualcuno dei grandi che girano nei paraggi.

Lo stile di Quentin Blake è come sempre freschissimo, irriverente e dinamico, al punto che vien da chiedersi se possa esistere un personaggio che meglio di un clown – sempre in movimento, a tratti goffo e con il suo carico di malinconica ironia – vi trovi espressione. Forse no. E forse anche per questo quest’albo che proprio un clown rende protagonista ci appare così stupefacente. Capace di coniugare uno sguardo sorridente e un grande rispetto per i temi e le vite ritratte, con i loro più o meno superficiali aspetti di povertà, Clown mette a nudo vizi e debolezze caratteristici dei grandi, rivelandone tutta la miopia dello sguardo, soprattutto quando rivolto ai piccoli.

Inimitabile nella capacità di far avanzare una narrazione  e di darle spessore emotivo affidandosi a dettagli minimi e minuziosi, Quentin Blake propone qui una storia non solo indomita – nel senso e nel ritmo – ma anche largamente accessibile. All’assenza di testo – ossia di quell’elemento che spesso preclude la possibilità di godere appieno di un bel racconto, soprattutto in caso di dislessia o sordità – si aggiunge qui una costruzione per immagini che richiede sì alcune inferenze ma che dissemina la pagina di indizi utili a compierle e che perlopiù immortala frammenti narrativi che accompagnano per mano il lettore nella decodifica dell’accaduto. Questa modalità a tratti cinematografica fa sì che al lettore si offra una certa libertà interpretativa – quella peraltro caratteristica dei silent book – senza che passaggi troppo ostici o oscuri facciano inciampare il lettore il quale dunque, anche in caso di lievi difficoltà, può godere di una performance narrativa degna di un grade artista come Blake e come il suo irresistibile Clown.

Agatino

Placido e mansueto, Agatino è un dinosauro rosa che vive con insofferenza il suo aspetto ingombrante e poco rassicurante. Ovunque vada, infatti, la gente scappa e grida benché il suo intento sia solo quello di farsi degli amici. Anche il gatto Bepi Miao cerca di mettersi in salvo su un aliante quando vede Agatino al volante di un’auto, intento a prendere la patente. Solo che di quell’aliante, Bepi Miao perde il controllo finendo in cima a un abete da cui non riesce a scendere. Per riportarlo a terra serve proprio l’aiuto di qualcuno grande e grosso. Facile immaginare di chi possa trattarsi e il positivo effetto che il salvataggio può avere sulla sua fama di creatura spaventosa!

Proposto dall’editore Il Ciliegio in una versione standard e in una versione in simboli, tradotta secondo il modello Inbook, Agatino è un albo che unisce un racconto in cui gli eventi più incredibili – come un dinosauro che si mette al volante di un’auto o un gatto che pilota un aliante – sono snocciolati uno via l’altro con grande naturalezza, uno stile narrativo che preferisce accennare a descrivere nel dettaglio e delle illustrazioni dense e piene oltre che contraddistinte da un singolare stile vintage.

Il risultato è una libro interessante anche se non immediatissimo da incasellare e consigliare a un pubblico preciso poiché alla semplicità di taluni elementi (come lo sviluppo lineare, il coinvolgimento di pochi personaggi e la sequenza di un numero contenuto di eventi circoscritti) che lo renderebbero adatto a bambini più piccoli o con difficoltà maggiori, si affianca la complessità di altri (come la comparsa di un personaggio come Teresa, amica di Agatino di cui nulla si sa, la presenza di alcuni sottintesi, la costruzione di alcune frasi in maniera suggestiva ma a tratti sfuggente).

Una per i Murphy

La scrittura di Lynda Mullaly Hunt è magnetica, lo avevamo scoperto leggendo Un pesce sull’albero (non a caso vincitore di numerosi riconoscimenti in tutto il mondo tra cui il Premio Letteratura per Ragazzi di Cento). Ecco perché la pubblicazione, sempre per i tipi lungimiranti di Uovonero, di un nuovo romanzo dell’autrice americana (anche se in realtà sarebbe il suo primo) è una notizia che manda in brodo di giuggiole. Ed ecco perché, anche dopo la lettura, in quel brodo si resta a mollo!

Una per i Murphy – questo è il titolo del libro – è infatti un romanzo di grande forza, che mette a  nudo l’importanza di un’educazione sentimentale di cui la famiglia è prima custode. Lo fa attraverso la vicenda di Carley Connors, ragazza tenace e fragilissima, vissuta per anni insieme a una madre per nulla in grado di occuparsene, scampata alle intenzioni violente del patrigno e finita in affido all’affettuosa famiglia dei Murphy. E qui, in particolare, inizia il racconto che riprende Carley nei mesi in cui cerca di trovare il suo nuovo posto e il suo nuovo ruolo in una dinamica famigliare che le è del tutto sconosciuta, in cui impara a costruire relazioni solide basate sulla fiducia e l’apprezzamento (reciproco ma anche di sé stessi), in cui viene a patti con il suo passato e con il suo presente e in cui sperimenta in prima persona che consentire agli altri di lasciarsi amare e accudire è prima di tutto questione di allenamento. Quello di Carley è un percorso in salita ma con una pendenza che man mano cala, fino a quel finale tutt’altro che atteso con cui si apre per lei una fase di consapevolezza nuova in cui riuscire a definirsi non solo in base a “quello che la rende diversa da tutti gli altri”.

In mezzo c’è una trama fitta di relazioni in costruzione, autentiche e tangibili, prima fra tutte quella con la signora Murphy solo apparentemente distante da Carley e in realtà capace di un avvicinamento paziente e di un abbraccio rispettoso dei tempi della ragazza. E poi quella con il papà e fratelli Murphy, ciascuno animato da sentimenti diversi e contrastanti nei confronti della ragazza; quella con la compagna Toni, amica non scontata e costantemente in divenire; quella con la madre biologica, in un tira e molla emotivo che richiede pazienza; e non ultima quella con la Carley reale, così diversa dalla ragazzata corazzata e resa inavvicinabile da un’infanzia anaffettiva. Proprio quelle relazioni, tenute insieme da un personaggio dinamitico e pungente come quello della protagonista,  rende il romanzo palpitante e vero, capace di smuovere il lettore nel profondo e di farlo interrogare sul valore dei sentimenti, al li là della specifica questione dell’affido. E l’autrice è davvero brava in questo perché attraverso una scrittura in movimento, che si plasma proprio sulla crescita di Carley, riesce a passare dalle iniziale frasi criptiche e tenute insieme da fili fragilissimi, espressione di un’esistenza tormentata e di un’emotività asfittica, a un racconto di ampio respiro in cui la consapevolezza di sé e della propria interiorità consente al pensiero di  dilatarsi.

Potente e profondo, Una per i Murphy è un invito caldissimo al lettore a trovarsi un posto comodo e a prendersi qualche ora per sé (per sicurezza munito di una buona scorta di fazzoletti), per gustarsi parole pesate e storie che realmente lasciano un segno. Grazie dunque a Uovonero non solo per aver portato in Italia questo romanzo, ma anche per averlo stampato ad alta leggibilità così da agevolare l’accesso anche a lettori meno forti  o con maggiori difficoltà di lettura, a una narrazione che letteralmente  travolge.

La principessa che stava sempre seduta

Elisa non è una principessa come le altre. Costretta all’immobilità fin dalla nascita, trascorre le sue giornate seduta, covando rabbia e tristezza per una condizione di disabilità in cui non si riconosce. Le sue giornate si fanno interminabilmente lunghe e via via che il tempo passa il suo umore diventa più nero e i suoi modi più sgarbati, fino a generare una generale insofferenza da parte di tutti i sudditi e i servitori. Tutti tranne una. La fide ancella Dorotea non si fa scoraggiare, infatti, dalle maniera prepotenti della principessa e si presta ad assecondarne i desideri comprendendone il profondo dolore. Sarà proprio Dorotea a fare un giorno ad Elisa il dono che le cambierà l’esistenza: un tappeto magico capace di far compiere viaggi incredibili a patto che siano condivisi con una persona di fiducia. Grazie a quel tappeto e alle possibilità straordinarie che offre, tra Elisa e Dorotea si instaura un rapporto che va ben oltre quello che può legare un sovrano e un servitore, aprendo alla giovane principessa nuove prospettive sulla sua vita e sul valore dell’amicizia che consente di apprezzarne anche i pregi più nascosti.

Scegliendo la forma tradizionale della fiaba, pur narrata con toni non sempre distaccati e sospesi, Nadia Cerchi propone un racconto in cui la disabilità si fa motore narrativo, invitando il lettore a immedesimarsi nei personaggi e a condividerne le riflessioni. Proprio per venire incontro alla esigenze di lettura di bambini che, come la principessa protagonista, manifestano delle difficoltà di movimento La principessa che stava sempre seduta è reso disponibile anche in formato ebook. Inoltre Il testo è inoltre scaricabile in formato MP3 dal sito www.adov.it ad uso esclusivo di persone non vedenti, ipovedenti, dislessiche o impossibilitate a leggere in modo autonomo.

Davì

Davì ha diciannove anni, una corporatura secca secca, un look eccentrico in cui spicca una sgargiante cresta verde e una quotidianità che fa a meno di una famiglia. Abbandonato molti anni prima dalla madre e trascurato per il resto dal padre, Davì ha scelto di fare della città la sua dimora, esplorandone gli angoli di giorno e abitando un cantuccio del centro commerciale di notte. È la biblioteca, grazie alla presenza premurosa e attenta di Beatrice, il luogo per lui più simile a una casa: un posto in cui trovare riparo per il fisico e per i pensieri, in cui sentirsi accolto e in cui scambiare parole che fanno bene. Qui Davì viene spesso, tra un giro in città e un lavoretto alla libreria poco distante, nei momenti di svago e in quelli del bisogno, come quando viene violentemente aggredito o quando la sua vita viene messa in subbuglio dal folgorante incontro con la giovane Nicla. La biblioteca si fa cioè rifugio aperto, di fronte a una città che si mostra invece piuttosto diffidente. Perché la presenza di Davì, con quel suo aspetto trasandato e quel suo stile fuori dagli schemi, non passa inosservata e perlopiù vincola gli sguardi a giudizi sommari. Lo sa bene il lettore che conosce pian piano il ragazzo non solo attraverso il suo stesso racconto, tra ricordi del passato e un istintivo tentativo di ritrovarsi con la madre, ma anche attraverso quello dei passanti che per pochi istanti lo incontrano e lo inquadrano.

La vita di Davì, in effetti, è tutta un fuori quadro, in un mondo che invece quadrato vuole essere. Attraverso la sua storia, che mette a bene a nudo la fragilità dell’adolescenza, Davì dice tanto del bisogno di ciascuno di apparire, non tanto nel senso di mettersi in mostra quanto di non sentirsi invisibile. La sua esistenza fatta non a caso di presenze ed assenze, comparse e scomparse, vistosità e vita nell’ombra, è un concentrato di contrasti e incertezze in cui non è così difficile riconoscersi e a cui il giovane lettore può dunque restare facilmente agganciato, grazie anche a una narrazione che scivola in fretta ma non manca di lasciare il segno.

Come la storia del suo protagonista, animata nel profondo da partenze e ritorni, anche la storia del libro Davì è un viaggio con tante tappe. Pubblicato per la prima volta ormai diciotto anni fa dai tipi delle Edizioni EL, il libro di Barbara Garlaschelli è approdato nel 2013 in casa Camelozampa che ora lo ripropone ad alta leggibilità all’interno della curatissima collana Gli Arcobaleni. Davì si fa così esempio emblematico di un prezioso lavoro di riscoperta editoriale messo in piedi dalla casa editrice padovana, con l’intento di valorizzare titoli di qualità del passato ingiustamente dimenticati e di renderli fruibili ad un pubblico il più possibile ampio. Chapeau!

Occhi da orientale

Ha un narratore insolito, Occhi da orientale. Alta e maestosa, sempre attenta a ciò che accade nel cortile, è infatti la vecchia quercia che fa ombra all’asilo a raccontare al lettore la storia di Chiara, bambina placida e taciturna che stenta a fare amicizia con i compagni. Di lei non sappiamo molto, se non che “ha qualcosa di diverso dagli altri bambini” – confermato in maniera appena accennata dal titolo del libro – e che se ne sta spesso sotto l’albero ad accarezzare il gatto Mattia. È gentile, Chiara, e la vecchia quercia la prende in simpatia a differenza di quanto fa con Goffredo, bambino prepotente e dispettoso. Così, quando il gatto Mattia si arrampica troppo in alto e non riesce a tornare a terra, la quercia non esita a sostenere Chiara nel suo coraggioso tentativo di arrampicarsi per salvare l’animale. È così che Chiara arriva in alto, dove nessun altro bambino è mai arrivato, fino a scorgere lo scoglio dei gabbiani in mezzo al mare. Ed è così che qualcosa, nella percezione dei compagni cambia, consentendo una prima felice possibilità di relazione.

Un po’ fuori dagli schemi a cui l’editoria per l’infanzia attenta alle tematiche della disabilità ci ha abituato, Occhi da Orientale sceglie la strada del sussurro, in parole ed immagini, per raccontare la sua storia. È una storia senza fretta, questa, e come tale viene narrata, chiedendo al lettore di prestare ascolto e prendersi il suo tempo per assaporare, cogliere, capire. I testi raffinati di Annamaria Piccione, votati talvolta al ricordo e alla riflessione pensosa, e le illustrazioni particolarissime di Monica Saladino, che uniscono in maniera efficace matita e collage, trovano un comune punto di incontro nell’apprezzabile scelta di mettere l’infanzia – tutta – al centro della narrazione, senza fare della questione della disabilità una bandiera forzatamente sventolata. Ne emerge un racconto pacato e poetico, che invita sommessamente a riconoscere le occasioni che la vita ci porge di superare e rimettere in discussione pregiudizi e distanze.

Yxxy. Il segreto non segreto

Avevamo conosciuto Alexander, detto YxxY, in occasione del suo ingresso alla scuola dell’infanzia. A questo era dedicato, infatti, il volume Yxxy. Un giorno speciale. Ora l’anno scolastico è finito e per Alexander e i suoi compagni è tempo di festa. L’appuntamento è a casa di nonni di Matteo, per un pomeriggio di giochi – di palcio soprattutto –, di scherzi in piscina e di merende. Ma quel pomeriggio diventerà per il protagonista anche un momento di scoperta rispetto alle differenze tra maschi e femmine e di emozioni che possono diventare preziosi segreti.

Curato, come il volume precedente, da Marinella Michielotto per la parte del testo e  da Licia Zuppardi per la parte delle illustrazione, Yxxy. Il segreto non segreto ha coinvolto numerose altre professionalità sia per quel che concerne l’attenzione agli aspetti pedagogici della storia sia per quel che riguarda la simbolizzazione del testo. L’intenzione alla base di questa scelta è quella di offrire uno strumento che rispetti e accolga il più possibile le esigenze del piccolo lettore, soprattutto se con disabilità. Apprezzabili, in questo senso, il coraggio di affrontare questioni di genere – delicate e ancora spesso oggetto di tabù, tanto più se riferite a un contesto quale quello della disabilità -, la scelta di offrire una rappresentazione “silenziosa” di una situazione di disabilità – che compare naturalmente nella storia, senza dover essere sottolineata né, al contrario, mimetizzata – e la capacità di raccontare una possibilità di inclusione – senza strepiti ma grazie, per esempio, all’introduzione di giochi realmente accessibili e tali da consentire una effettiva condivisione da parte di tutti i bambini (il palcio, per l’appunto, ma anche lo sguazzare in acqua).

Disponibile in una versione standard e in una versione inbook, che ne propone il testo in Widgit Literacy Symbols (WLS), Yxxy. Il segreto non segreto propone in maniera semplice e accessibile un messaggio positivo molto schietto e una possibilità interessante di dialogo intorno a tematiche complesse .

Mangia la foglia!

Anna, Magnus e Stina sono tre cugini. Durante i pranzi di famiglia il loro tavolo, piccolo e rotondo, diventa una postazione separata e privilegiata di osservazione degli adulti. È da qui che i tre assistono al grande litigio di maggio che porta lo zio Jan e la zia Betta, genitori di Stina, ad allontanarsi  per un po’ dalla famiglia. Ed è da qui che assorbono, più o meno inconsapevolmente,  le dinamiche divisive che gli adulti mettono in atto. Quelle stesse dinamiche non tarderanno a trovare una replica in scala ridotta anche tra i piccoli di casa, alimentate in particolar modo dalla dieta vegetariana di Stina. “Stina è una ragazzina inutile”, “Io una volta l’ho sentita fare muuuu”, dicono di lei Magnus e Anna, convinti così di consolidare la loro amicizia esclusiva. Fino al giorno del funerale della nonna di Stina, quando le prese in giro di Magnus passano il segno facendo correre un grosso rischio alla cuginetta e aprendo gli occhi di Anna su quanto un’amicizia che si regge sul dileggio altrui sia fragile e inconsistente.

Il racconto breve scritto da Bart Moeyaert (qui in una sorridente conversazione con l’editrice Della Passarelli in cui si racconta come nasce Mangia la foglia) è denso e avvincente, capace in pochissime parole di tratteggiare un’infanzia vera e palpitante, finanche politicamente scorretta. Nelle noiose ore a tavola, nei “facciamo finta che…” che si sviluppano sul prato, nelle promesse indissolubili, nella forza silenziosa del modello adulto, nella tentazione di costruire rapporti saldi su un comune nemico ma anche nella capacità di cogliere un’ingiustizia quando perpetrata, si leggono infatti quella fragilità e quella determinazione che rendono speciale l’età bambina. L’autore le coglie con un’efficacia rara, offrendo al giovane lettore un’occasione intensa di leggersi e riconoscersi. Le parole di Bart, stampate ad alta leggibilità e dunque rese più agevoli da scorrere anche in caso di dislessia, sono accompagnate dalle illustrazioni di Alice Piaggio che aggiungono una forte carica espressiva a una narrazione già molto intensa.

Felicottero

Marc Herremans è un atleta belga di triathlon. Vittima di un grave incidente qualche anno fa, è rimasto paralizzato nella parte inferiore del corpo. Da quel momento ha iniziato a praticare lo stesso sport in sedia a rotelle, raggiungendo numerosi traguardi e diventando un modello per molte persone con e senza disabilità.

Perché citare proprio la storia di Marc? Perché a lui si ispira ed è dedicato il bell’albo Felicottero edito da Sinnos. Come un Herremas in becco e piume, Felicottero era un grande campione sportivo, noto a tutti per i suoi successi nelle più svariate discipline: dai 50 metri di corsa veloce alla pesca al gamberetto. Caduto però un giorno dalle nuvole, all’uccello resta una gamba sola, tanta nostalgia dei tempi d’oro e pochi amici. Dodo, Airone e Pinguino che erano soliti accompagnare le sue imprese, d’improvviso e proprio nel momento più critico, si fanno infatti latitanti. Per fortuna Felicottero incontra Millepiedi che con le parole e gli stimoli giusti, dettati da un arguto contrasto quantitativo di arti –  gli offre la spinta che da solo stentava a trovare, aiutandolo a cogliere l’occasione per una vera e propria rinascita.

Sostenuto da una felice misura di ironia e saggezza, Felicottero è un libro che si libra senza fatica tra i pensieri del lettore. Lo fa grazie a  un testo ad alta leggibilità che gioca saporitamente con modi di dire e frasi fatte e che fa proprio di questo aspetto una chiave per ribaltare il paradigma che ingessa la disabilità in una cornice cupa e del tutto priva di  humour. E lo fa l’albo grazie a delle illustrazioni strepitose, che riflettono a pieno la sensibilità e la qualità poetica caratteristica di Marije Tolman. I suoi guizzi cromatici, il suo uso sapiente della verticalità e la sua capacità di avocare senza troppo dire lasciano infatti al lettore tutto lo spazio di cui necessita per fare propria una storia preziosa.